Il capitalismo è il sistema economico che si afferma in Occidente a partire dalla Rivoluzione Industriale e che, nel tempo, si è diffuso su scala globale; tuttavia, le fasi del capitalismo sono diverse e sono caratterizzate da diverse forme di organizzazione economica, produttiva e sociale
| Fase del Capitalismo | Periodo storico | Caratteristiche e innovazioni principali |
|---|---|---|
| Capitalismo industriale | Metà ‘700 – metà ‘900 | Rivoluzioni industriali, sfruttamento del vapore, carbone ed elettricità. Nascita delle economie di scala. |
| Capitalismo organizzato | Metà ‘900 – anni ’70 | Fordismo, welfare state, produzione di massa, organizzazione scientifica del lavoro (Taylorismo). |
| Capitalismo globalizzato | Dagli anni ’70 ad oggi | Frammentazione della produzione, supply-chain globali, Terza Rivoluzione Industriale, outsourcing. |
Indice dei contenuti
Panoramica delle fasi del capitalismo
Il capitalismo industriale nasce con la Rivoluzione Industriale, alla fine del diciottesimo secolo, in Gran Bretagna, per poi espandersi, soprattutto grazie al sostegno da parte dello Stato: ciò permette la crescita dei complessi industriali e del commercio internazionale.
Il capitalismo organizzato è frutto di un processo che parte dall’alto, sotto la guida dello Stato. Queste politiche permettono allo Stato di farsi carico dei costi del welfare, fattore che determina lo sviluppo della produzione di massa del fordismo e dell’organizzazione scientifica del lavoro di Taylor.
Il capitalismo avanzato o globalizzato nasce a partire dagli anni ’70 e comporta l’emergere di nuovi attori centrali, come le quattro Tigri Asiatiche (Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore), con le quali ha origine una vera e propria economia dell’informazione. A ciò si affianca anche lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e dei trasporti, che costituiscono, nel loro complesso, un fattore di sviluppo fondamentale. I cambiamenti principali riguardano la nuova divisione internazionale del lavoro, con la frammentazione della produzione.
Il capitalismo industriale
La prima delle fasi del capitalismo è il capitalismo industriale, che nasce con la Rivoluzione Industriale, processo che comporta una vera e propria trasformazione delle tecniche manifatturiere e degli stadi produttivi, superando diversi ostacoli; ad esempio, inizia ad essere possibile sfruttare l’economia di scala, affacciarsi su mercati esteri e diversificare la produzione. La prima e la seconda Rivoluzione Industriale possono essere suddivise in diverse fasi:
- La prima ondata parte in Gran Bretagna verso la metà del 1700. Questa prima fase interessa ancora poche regioni e sfrutta principalmente l’energia idraulica e il vapore;
- La seconda ondata (1870-1914) vede lo sfruttamento intensivo del carbone, dell’elettricità, dell’acciaio e del petrolio, oltre al conseguente allargamento delle innovazioni in tutta Europa, andando a coinvolgere Francia, Paesi Bassi e Germania;
- Successivamente, la rivoluzione coinvolge ulteriori Paesi europei, compresi il nord Italia e i Paesi scandinavi, in cui la rivoluzione appare come un processo gestito dall’alto;
- La scia positiva, iniziata a partire dalle dinamiche della Rivoluzione, subisce una brusca battuta d’arresto con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, a seguito della quale i Paesi europei perderanno milioni di persone dedite alla forza lavoro, impianti industriali ecc. Tutto ciò verrà esacerbato dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale;
- Nel secondo periodo post-bellico, l’Europa cerca di riprendersi dai traumi economici della guerra, grazie agli aiuti offerti dagli USA tramite il Piano Marshall, anche se questo non porrà rimedio all’evidente differenziale di contemporaneità che si registra tra i vari Paesi, poiché si riprendono dalla crisi in tempi e modi diversi.

Gli Stati Uniti, all’alba di questo scenario, si mostrano come il Paese più resiliente in assoluto, aiutati dai grandi vantaggi interni che possedevano, tra cui un mercato dinamico, innovazioni tecnologiche e organizzazione federale, la quale permette sia di acquisire risorse lontane, sia di distribuire la forza lavoro in più zone. Tuttavia, il vero e proprio boom dell’industrializzazione statunitense si registra nel momento in cui nascono il trasporto su ruota, l’organizzazione scientifica del lavoro e il fordismo.

Il Giappone, invece, segue un percorso diverso. Se fino alla metà dell’800 si trova ancora in un sistema feudale, a partire dal 1868 viene restaurato il potere imperiale e, con esso, i processi di modernizzazione possono prendere liberamente avvio. Quest’ultima permette la nascita di grandi conglomerati industriali molto forti, soprattutto nei settori strategici (acciaio, industria siderurgica, ecc.), di una forza lavoro forte e obbediente e si verifica anche l’inizio di importazioni di tecnologie dall’estero, fattore che porta ad un’espansione del Giappone in Asia, acuita ancor di più dalla vittoria contro la Russia e la Cina. Tutto ciò grava pesantemente sul settore agricolo, che si trova soggetto a ingenti tassazioni. Nonostante questo, dopo la Prima Guerra Mondiale, il Giappone si codifica come un Paese pienamente industrializzato, in grado di esportare materiali preziosi, come la seta. La battuta d’arresto di questa frenetica industrializzazione si verificherà a partire dal 1945 quando, in occasione del secondo conflitto mondiale, la neo-potenza asiatica tenterà di opporsi agli USA senza successo. Tuttavia, gli USA non imposero gravose sanzioni al Giappone, dato che avevano bisogno di un alleato per contrastare l’ascesa del comunismo cinese. Ciò determinò una ripresa dello sviluppo economico dello Stato, che diventa la seconda economia mondiale.
Il capitalismo organizzato
Il capitalismo organizzato è la seconda delle fasi del capitalismo, ed è contrassegnato da una serie di caratteristiche: grandi imprese, separazione tra gestione e controllo, ascesa dei sindacati, ecc. A livello globale, i Paesi iniziano ad affacciarsi alla produzione internazionale, tanto che aree periferiche e semi-periferiche cominciano ad essere sfruttate, spesso per essere caratterizzate da grandi piantagioni.
A partire dagli anni ‘70, si è verificato il passaggio dal capitalismo organizzato a quello globalizzato e, per comprenderne le cause, è utile guardare gli avvenimenti che hanno caratterizzato le ultime fasi del capitalismo organizzato negli Stati Uniti d’America. In particolar modo, prima ancora degli shock petroliferi degli anni ‘70, possiamo individuare altri avvenimenti precedenti:
- La stagflazione dei Paesi occidentali: porta alla contrazione dei capitali da cui ha origine l’impossibilità, da parte dell’Occidente, di investire in tecnologie, proprio quando la manodopera era anche più costosa a causa dell’inflazione;
- Instabilità monetaria: causata dal passaggio dal sistema a cambi fissi a quello a cambi flessibili, a partire dalla fine degli accordi di Bretton Woods. A ciò si aggiunge il forte debito localizzato nei Paesi in via di sviluppo, che determina l’emersione di politiche di export aggressive, tali per cui l’economia dei Paesi occidentali ne uscì aggravata;
- Movimenti sociali degli anni ’60;
- Volatilità politica e instabilità diffusa: dovute alla ripresa degli scontri capitanati dai due blocchi che domineranno la guerra fredda;
- Le nuove tecnologie: portano a una diminuzione dell’input industriale dei settori tradizionali.

Il capitalismo avanzato o globalizzato
L’ultima delle fasi del capitalismo è il capitalismo avanzato o globalizzato. I prerequisiti che hanno permesso il passaggio dal fordismo al postfordismo, e l’emergere della Terza Rivoluzione Industriale, sono principalmente tre:
- L’emergere di nuove tecnologie dei trasporti, le quali contraggono tempo e spazio, a cui si affiancano quelle di produzione, che permettono di instaurare una produzione modulare e flessibile, tale da rispondere in maniera immediata alle esigenze del consumatore, sempre più differenziate;
- Il cambiamento dei gusti del consumatore e, in particolare, della generazione dei baby boomers che, essendo cresciuti nell’agio, si stancano dei prodotti di massa accessibili a tutti e vogliono distinguersi attraverso prodotti di lusso, specificità che ha portato alla creazione di nicchie di mercato dal carattere globale. In tal senso, la diffusione dei media e la rapidità delle comunicazioni ha determinato un’omogeneità dei gusti sia tra Stati, che all’interno delle classi sociali dello stesso Paese;
- Ristrutturazione delle imprese, le quali attuano diverse strategie per crescere ulteriormente. Tra queste si distinguono la concentrazione, che comporta la sparizione di imprese piccole, le quali vengono assorbite dalle grandi realtà multinazionali, la concorrenza aggressiva, le acquisizioni e le integrazioni verticali, che determinano una produzione accentrata nelle mani di pochi soggetti economici. Ciò porta alla nascita delle imprese transnazionali, le quali lavorano su scala globale attraverso delle catene globali.

Alla luce di questo quadro, fenomeni come l’outsourcing e l’offshoring acquisiscono sempre più importanza. La novità non è tanto data dall’incremento della produzione internazionale, quanto dalla sua evidente frammentazione e una velocità tale da creare delle vere e proprie supply-chain globali, che vanno dall’approvvigionamento della materia prima, fino alla sua distribuzione. Ciò accade perché i produttori sono attratti da una serie di vantaggi offerti dal territorio in cui decidono di produrre (come l’accesso diretto alle risorse naturali, alla materia prima, la manodopera a basso costo, le tassazioni agevolate, ecc.).
Questa nuova divisione internazionale del lavoro si è evoluta all’alba del capitalismo organizzato, con il quale si sono verificate diversi tipi di organizzazione del lavoro, molto spesso con divisioni di tipo centro-periferia, dove, nel centro, vengono svolte attività di gestione, ricerca e sviluppo, mentre, nella periferia, avviene la produzione in senso stretto. Tale divisione comporta una polarizzazione tanto forte da determinare da un lato luoghi che progrediscono e dall’altro spazi che recedono.
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