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Eroica Fenice

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Taylorismo e catena di montaggio: dinamiche e risvolti sociali

Agli inizi del Novecento, la produzione di beni di consumo, asse portante dell’economia capitalistica, portò all’elaborazione di una nuova organizzazione del lavoro, su base scientifica: il taylorismo, dal nome del suo ideatore, l’ingegnere statunitense Frederick Taylor.

La pianificazione del lavoro di fabbrica definita “taylorismo” era finalizzata a razionalizzare il ciclo produttivo, eliminando sforzi inutili e tempi morti, definendo con precisione compiti, tempi e modi. L’applicazione pratica di questi principi aprì la strada alla catena di montaggio che, introdotta nel 1913 da Henry Ford per la fabbricazione dell’automobile Ford modello T, modificò ampiamente l’organizzazione del lavoro nelle industrie. La figura dell’operaio professionale ne risultò completamente trasformata, dal momento che egli perse ogni potere decisionale sui tempi e i modi del suo lavoro, e fu progressivamente sostituita dall’operaio-macchina, puro esecutore di compiti rigorosamente prestabiliti. Nella nuova organizzazione del lavoro, il processo produttivo era scomposto in un numero elevatissimo di operazioni elementari, che aumentavano la produttività e riducevano i tempi di produzione: l’operaio, di conseguenza, era chiamato a compiere sempre e solo il medesimo movimento, aggiungendo infinite volte un singolo elemento al manufatto in formazione sulla catena.

Il taylorismo come principio di organizzazione sociale

La catena di montaggio e la produzione in serie, da nuovo sistema di organizzazione del lavoro, finirono per incidere anche sulla modalità di accesso all’acquisto degli stessi beni di consumo posti sul mercato; pertanto, oltre al livellamento della persona sulle esigenze della produzione, che si compiva nei luoghi di lavoro, si associò nella vita quotidiana il conformismo dei comportamenti, indotto dal fatto che i consumatori subivano la massificazione di gusti ed atteggiamenti, servendosi soprattutto dei mezzi di comunicazione di massa. La società consumistica tendeva irresistibilmente a penetrare fino nelle coscienze imponendo stili, tendenze, valori, orizzonti culturali, costumi e abitudini. Il successo del consumismo e la sua affermazione in termini di massa, pertanto, sono stati agevolati dalla continua creazione capitalistica di nuovi bisogni: la merce, da appagamento di un bisogno, si impose gradualmente come sollecitatrice di bisogni, percepiti come veri e necessari, ma in realtà imposti all’individuo da parte di interessi sociali particolari che lo costringevano in un ingranaggio di cui egli stesso, alla fine, finiva per condividere la logica. 

L’alienazione dell’operaio di ieri e del consumatore di oggi

Tuttavia, pur producendo un effettivo, straordinario incremento della produttività e della ricchezza generale, i ritmi esasperati e la rigorosa disciplina introdotti dal macchinismo sul lavoro umano provocarono una micidiale frustrazione psicologica sull’esecutore, alienato, spersonalizzato, privo di creatività personale e ridotto sempre più a una parte della macchina complessiva. L’operaio non aveva più connotazioni artigianali che gli permettevano di vedere nel prodotto il risultato della sua creatività e abilità: Non a caso Charlie Chaplin, nella pellicola cinematografica Tempi moderni, scelse proprio la catena di montaggio, con la sua devastante ripetitività, per denunciare l’alienazione dell’individuo nella società industriale avanzata, fagocitato da un sistema penetrato in ogni ambito della sua esistenza. Il taylorismo, pertanto, sanziona il primato della fabbrica sul mercato e dell’offerta sulla domanda: ossia, in tale sistema le fabbriche non producono quello che i consumatori desiderano acquistare ma sono i consumatori ad acquistare quello che le fabbriche decidono di produrre. Sarà proprio la riflessione sugli esiti del lavoro operaio a produrre sviluppi in campo filosofico e socio-economico, fondati sul principio della realizzazione del singolo mediante il proprio lavoro, inteso come rapporto attivo con la natura; ad esempio, il lavoro dovrebbe essere, agli occhi di Marx, “manifestazione di libertà” e “oggettivazione/realizzazione del soggetto”, così come egli sostiene ne Il Capitale: “Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria”. Tuttavia, in tutte le forme storiche succedutesi, esso è sempre stato di tipo coercitivo, né si sono mai create le condizioni che gli permettessero di costituire “l’autorealizzazione dell’individuo”.

Ecco perché, come ha osservato il sociologo francese Georges Friedman, “l’operaio non vede il mondo con i nostri stessi occhi, perché è costretto a guadagnarsi il pane nella tristezza e nella noia, […] a ritrovarsi ogni giorno nel medesimo, disumano ambiente, in cui il rumore ubriaca, abbruttisce, narcotizza. La febbre della fabbrica consuma i nervi, la volontà, e persegue gli operai anche nei momenti di riposo, […] misera ombra grigiastra al fianco della donna che ama. […] Le condizioni di lavoro riescono perfino a ridurre i contatti umani, a disgregare e dissolvere i rapporti all’interno della fabbrica: solitudine nella folla”.

Lo stesso ingranaggio di solitudine e ripetitività oggi sta “robotizzando” i consumatori, in preda alla febbre dell’acquisto di tendenza, quasi sempre superfluo, unicamente in grado di appagare lo spersonalizzante desiderio di omologarsi alla massa dei fruitori. 

 

Foto in evidenza: https://it.wikipedia.org/wiki/Tempi_moderni

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