Femminilità e poesia: tre inediti di Aksana Danilcyk

femminilità

Poesia e femminilità: l’opera di Aksana Danilcyk

Esiste una chiarezza implicita nelle poesie di Aksana Danilcyk, poetessa bielorussa, che traspare a livello tematico come le tessere di un mosaico che va pian piano ordinandosi. La pluralità tematica delle sue liriche, già evidente nel Canto del ghiaccio, la sua prima silloge tradotta in Italia, consente di distinguere, sia pur intrecciati, il fili molteplici della grande trama dell’“io” poetante: tra questi è possibile riconoscere quello relativo alla “femminilità”.

Non è un tema casuale, si diceva, nella poesia di Aksana Danilcyk, riscontrabile, ad esempio nei versi di Donne sovietiche, edita nel Canto del ghiaccio (pp. 42-43), poi nel volume Il carro dorato del sole, prima antologia di poesia bielorussa in Italia a cura di Larisa Poutsileva (pp. 174-175). Nella lirica in questione Aksana affronta in particolare il tema dalla prospettiva della “femminilità negata” in quanto asservita alla società maschilista, patriarcale e paternalistica: «Nate per soddisfare | le esigenze della società | nel riprodurre la forza lavorativa di poco costo, | come potevate sapere, che si combatte | non solo per un domani luminoso del socialismo, | che si combatte | anche per la propria felicità».

Versi complessi, nei quali si intreccia il dato storico di una società (quella sovietica, appunto) che ricostruisce se stessa dai tempi della caduta dello zarismo fino agli anni del Novecento inoltrato con quello legato ad una forma di emancipazione femminile finalizzata al funzionamento di uno Stato basato sul lavoro ‘stacanovista’: prendeva forma l’ideale di madre-lavoratrice sovietica, che per certi versi era strumentalmente sovrapposto all’immagine della stessa Unione Sovietica. A questo tipo di mortificazione del diritto alla felicità individuale (richiamato dai versi citati) seguì la mortificazione di un impiego della stessa forza femminile entro i termini della produzione industriale, ruolo del tutto scevro da aspirazioni intellettuali (possibilità che si aprirono solo con la caduta dell’U.R.S.S.). Un richiamo storico certo riduttivo, ma che pare alla base di una poesia pregna di umana compassione come quella di Aksana Danilcyk, che così prosegue e si conclude: «E adesso addio, donne sovietiche, | pregherò per le vostre vite sprecate, | in cui c’è stato così poco amore, | che non siete in grado di trasmetterlo a nessuno». Un saluto, cioè, volto a onorare la memoria e a perseguire e serbare quel diritto all’umana felicità (e libertà) che spesso è apparso e appare negato.

Si tratta di immagini che, se tenute presenti, possono aprire scorci interpretativi agli inediti che qui si presentano, tradotti da Marco Ferrentino: nella prima lirica emerge una figura femminile impregnata di quello che può dirsi uno ‘stoicismo cosmico’, intriso di tristezza per una condizione asservita all’universo, ma che sembra trovare sollievo da pene e fatiche attraverso il tratto materno della propria femminilità; nella seconda lirica avviene poi la manifestazione verticale, terrena e celeste, della femminilità, attraverso soffuse ambientazioni canore, eteree e materiali, il tutto rotante intorno una “Lei”, ‘mistica’ e sfuggente figura, anch’essa concreta ed eterea, femminile.

I.
Tempo fa
tornammo dall’asilo
e mio padre comprò
il libro «Trova le costellazioni».
Forse per farmi vedere
la posizione della donna nel cielo.
 
In mezzo
alla tristezza eterna
lei pulisce i pianeti
dalla polvere stellare,
pettina i cappelli alla Cassiopea,
prepara la cena ai Gemelli,
porta a pascolo Pegaso e Capricorno,
raccoglie nelle nebulose i resti delle comete.
Ma quando il sole scende a dormire,
abbraccia con lo sguardo la Via Lattea,
aggiusta la Stella Polare
(così nessuno si perde nell’oceano)
e scrive la storia dell’Essere
sulla schiena dell’Orsa Maggiore.
 
II.
Lei se ne va, 
il canto dell’Osanna
le vola dietro al di sopra d’una piazza strana
 
dove in mezzo ai monti dell’asfalto spaccato
i suoni perdono potenza e calore.
Sui muri ardono le lettere dorate,
e trema la polvere nel raggio di sole
e mi sembra che penetri le vetrate
un vento leggero sconosciuto finora.
 
E quell’istante di irripetibile magia,
d’ammirazione e di malinconia,
non può fermarsi o estinguersi invano
finché   
lei se ne va
e il canto dell’Osanna le vola dietro 
 
per baciare la sua mano.

 

Per quanto riguarda la lirica Donne, che qui segue, è parso rintracciare un parallelo con Donne sovietiche: questa volta ad essere protagoniste non sono le donne ‘madri-lavoratrici’, ma le donne emancipate. Esse, nonostante le differenze rimarcate dalla ‘storia’ rispetto alle dinamiche della occidentale società dei consumi (anch’essa maschilista, patriarcale e paternalistica), hanno conquistato il diritto di manifestare la propria identità attraverso anche, come si diceva, aspirazioni intellettuali. Si tratta, però, di una sorta di pessimismo (di cui non pare errato rintracciare le cause anche nelle odierne vicende storiche bielorusse) legato a un tempo ad una conquista e ad una sconfitta: una giusta e opportuna conquista di personali diritti; una sconfitta che porta a un forse inconsapevole annichilimento della propria identità (protagoniste della lirica sono infatti “donne senza occhi e senza voce”).

Nonostante la generalizzazione da Donne sovietiche a Donne, apparente o reale, e il divario temporale che separa la narrazione poetica delle due liriche, protagonista dei versi sembra, ancora, una ‘femminilità negata’, o non pienamente raggiunta in quanto manchevole di una facoltà fondamentale che è alla base di ogni forma di parità sociale, ovvero quello della scelta; una scelta che si concretizza nella presa di coscienza delle naturali differenze e che si concretizza nel rispetto di esse. Ecco, forse nel mare magno della femminilità, e in particolare in quello rappresentato da Aksana Danilcyk, elemento cardinale che sottende i versi riportati e il diritto ad essere rispettate, che ancora oggi si è costrette a esigere piuttosto che a beneficiarne nella sua normale gratuità.

Donne
Donne senza occhi e senza voce
si spargono per le sedi
riempiono i corridoi del potere
e i territori adiacenti
dimenticano i propri pensieri
e non hanno una propria storia…
 
Ne avranno poi bisogno?
 
Ogni mattina sulle piazze
si alza un fumo grigio
i presidenti corrono al lavoro
si prepara il caffè 
 
Quante siete
senza occhi e senza voce
schiacciate nei muri grigi?
 
A una generazione segue un’altra generazione.
 
Perché il sistema cerca la gente del sistema
perché il sistema crea la gente del sistema
 
Donne senza occhi e senza voce
si spargono per le sedi
riempiono i corridoi del potere
e i territori adiacenti
dimenticano i propri pensieri
rinunciano alla propria storia…

 

Fonte immagine: Aksana Danilcyk, per Controluce

A proposito di Salvatore Di Marzo

Salvatore Di Marzo, laureato con lode alla Federico II di Napoli, è docente di Lettere presso la scuola secondaria. Ha collaborato con la rivista on-line Grado zero (2015-2016) ed è stato redattore presso Teatro.it (2016-2018). Coautore, insieme con Roberta Attanasio, di due sillogi poetiche ("Euritmie", 2015; "I mirti ai lauri sparsi", 2017), alcune poesie sono pubblicate su siti e riviste, tradotte in bielorusso, ucraino e russo. Ha pubblicato saggi e recensioni letterarie presso riviste accademiche e alcuni interventi in cataloghi di mostre. Per Eroica Fenice scrive di arte, di musica, di eventi e riflessioni di vario genere.

Vedi tutti gli articoli di Salvatore Di Marzo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *