I Promessi Sposi e quel curioso legame con il Rāmāyaṇa

I Promessi Sposi

I Promessi Sposi e quel curioso legame con il Rāmāyaṇa, il rapimento di una fanciulla tra Manzoni e il poema indiano

I Promessi Sposi è il romanzo storico più importante della letteratura italiana. L’opera di Alessandro Manzoni ambientata nel XVII secolo, racconta la vicenda di Renzo e Lucia, due giovani innamorati che devono affrontare diversi ostacoli prima del matrimonio a causa di un signorotto spagnolo di nome don Rodrigo che cerca di ostacolarli.  I capitoli più importanti per gli studiosi di letteratura e per gli scolari italiani sono il capitolo ottavo (il famoso “addio ai monti”) e il capitolo ventesimo (dedicato al rapimento di Lucia da parte dell’Innominato). 

Rosa Ronzitti, professoressa di Linguistica storica e Glottologia presso l’Università degli studi di Genova, ha constatato che il romanzo di Manzoni condivide alcuni temi e motivi in comune con il Rāmāyaṇa, l’antichissimo poema epico indiano che racconta le gesta del dio Rama. L’opera comprende ben 7 libri di 24.000 strofe, realizzati dal poeta indiano Vālmīki nel IV-III secolo a.C. La trama del poema è descritta dall’Enciclopedia italiana del Dizionario Treccani con le parole di Ambrogio Ballini, filologo e linguista allievo di Giosuè Carducci:

[..] Rāma viene esiliato quando sta per essere consacrato al trono, per un intrigo di una delle regine, che vorrebbe fosse elevato a tale dignità il figlio suo, Bharata. Durante l’esilio, il grande demonio Rāvaṇa, re di Laṅkā, terra oltre il mare, al sud dell’India (Ceylon), gli rapisce la fedelissima sposa Sītā che lo aveva seguito col fratello Lakṣmaṇa. Ne consegue una terribile lotta: Rāma, a capo di un esercito di scimii, compie una spedizione contro Rāvaṇa, la quale si conchiude con una piena disfatta e con l’uccisione del terribile nemico, col ritrovamento della sposa diletta e con la definitiva consacrazione di Rāma al trono.

La fanciulla rapita, un nemico demoniaco e gli uccelli, i topoi della cultura indoeuropea 

Come possiamo notare, il protagonista Rāma deve ricongiungersi alla sua amata così come Renzo e Lucia.

Il rapimento di una fanciulla da parte di un essere crudele è un tema molto presente nelle varie letterature delle lingue indoeuropee. Il caso più noto è quello di Persefone o Kore (nota ai Romani con il nome di Proserpina), la figlia della dea Demetra (Cerere per i Romani) portata via dal dio Ade, sovrano degli inferi e fratello di Zeus. Infine la fanciulla è  costretta ad alternare la propria vita tra il regno dei vivi e quello dei morti, in determinati periodi torna in Sicilia dalla madre permettendo ai fiori di sbocciare (primavera) e ai contadini di raccogliere le messi (estate) e poi fa ritorno nell’aldilà per governare con il consorte (inverno e autunno). Secondo la professoressa Ronzitti, questo topos si è conservato nella letteratura europea. Francesco Gonin ( l’illustratore dei Promessi Sposi dell’edizione del 1840)  rappresentò il rapimento di Lucia da parte del Nibbio riprendendo come modello il gruppo statuario Il ratto di Proserpina di Bernini: la fanciulla rapita alza le mani e urla mentre il suo rapitore è in posizione eretta.

Se Rāvaṇa, l’antagonista nel poema indiano, è un perfido demone, il narratore dei Promessi Sposi usa, ironicamente, attributi infernali per descrivere i due nemici di Renzo e Lucia, don Rodrigo e l’Innominato:

A questo, l’innominato, come se un demonio nascosto nel suo cuore [..], interruppe subitamente, dicendo che prendeva l’impresa sopra di sé (Di Sacco P., Lazzarini V., Rolla L., Capitolo XX da A. Manzoni, I Promessi Sposi,Edizione Il Capitello, 2012)

Questa relazione mise il diavolo addosso a don Rodrigo, o, per dir meglio, rendé più cattivo quello che già ci stava in casa. (Di Sacco P., Lazzarini V., Rolla L., Capitolo XVIII da A. Manzoni, I Promessi Sposi, cit.)

Illustrissima signora, disse, io posso far testimonianza che questa mia figlia aveva in odio quel cavaliere, come il diavolo l’acqua santa: voglio dire, il diavolo era lui; ma mi perdonerà se parlo male, perché noi siam gente alla buona [..] (Di Sacco P., Lazzarini V., Rolla L., Capitolo IX da A. Manzoni, I Promessi Sposi, cit.)

Il Griso e il Nibbio, il primo, il bravo di don Rodrigo mentre il secondo dell’Innominato, condividono alcuni tratti in comune con il mondo degli uccelli rapaci (quella famiglia che comprende i falchi, le aquile, i gufi, le civette e gli avvoltoi). Come affermato dalla docente universitaria, rapace deriva dal latino rapax e a sua volta dal verbo răpĭo, răpis, rapui, raptum, răpĕre di III coniugazione gruppo -io che vuol dire “rapire, strappare, rubare”.

Infatti il Nibbio è anche il nome di un specie di rapace dell’Italia settentrionale, mentre  Griso deriva da Falco Griseus, Griseus divenne Gris nel lombardo parlato a Lecco che si riferisce anche al demonio. Nel poema indiano appare un specie di “avvoltoio divino“, si tratta di Jaṭāyu. Esso prova ad aiutare l’eroe per poi essere sconfitto da Rāvaṇa, il quale non esita a strappargli le ali. 

L’addio al luogo nativo, da Sītā del Rāmāyaṇa a Lucia dei Promessi Sposi

L’altro topos che unisce il poema di Vālmīki al romanzo storico di Alessandro Manzoni è l’addio al luogo natio:

Mi rivolgo al Janasthāna e agli alberi fioriti di karnikāra,

Preso dite a Rāma che Rāvaṇa rapisce Sita,

Saluto il grido delle gru e dei cigni e il fiume Godāvari.

Presto dite a Rāma che Rāvaṇa rapisce Sītā.

E agli spiriti che vanno in questa foresta dagli alberi svariati

a questi do l’addio, dite al consorte che son stata rapita.

E alle creature che vivono qui, in questo posto,

e a tutte chiedo aiuto e alle schiere di bestie e uccelli.

Dite al consorte che la donna che gli è più cara è portata via.

Sita è portata via, impotente, da Rāvaṇa.

Una volta che il forte lungobraccio abbia scoperto dove sono

verrà e farà tornare me rapita persino dal regno di Vaivasvat.

O Jaṭāyu, dì a Rāma e a Laksmana del mio rapimento,

l’intera storia, dall’inizio alla fine!

(Libro III v29-36, traduzione della professoressa Ronzitti basata sull’edizione critica del Baroda Oriental Institute del 1960 e il 1975).

Così Sita saluta il suo luogo nativo; il monte Prasravana che si affaccia sulla distesa d’acqua di un lago, una situazione che ricorda molto l’addio di Lucia al suo paese natio nel capitolo VIII:

Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggiamenti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! [..] Addio, casa natia, dove sedendo, con un pensiero occulto, s’imparò a distinguere dal rumore de’ passi comuni il rumore d’un passo aspettato con un misterioso timore [..] (Di Sacco P., Lazzarini V., Rolla L., Capitolo VIII da A. Manzoni, I Promessi Sposi, cit.)

Il tema dell’addio è tipico di tutte le letterature delle lingue indoeuropee; è il caso dell’addio di Giovanna d’Arco ai suoi monti nativi nel dramma La Pulzella d’Orlèans di Friederich Schiller, dell’addio ai monti della Spagna di Gonzalvo nel romanzo gotico Il Monaco di Matthew G. Lewis oppure l’addio al lago di Frank Obaldistone in quello storico Rob Roy di Walter Scott.

Fonte immagine di copertina: Pixabay (immagine senza copyright) 

A proposito di Salvatore Iaconis

Laureato in Lettere Moderne presso l'Universitá Federico II di Napoli il 23 febbraio 2022 e giornalista iscritto all'ordine regionale dal 26 gennaio 2021. Grande amante della lettura dai classici della tradizione fino ai best-sellers più recenti, appassionato di cinema in tutte le sue forme nonché di teatro, storia, arte e filosofia.

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