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Eroica Fenice

Ipponatte

Ipponatte: l’abisso e il sublime della letteratura greca

Itinerarium nella letteratura greca: un viaggio nel mondo crudo e poetico di Ipponatte

Soltanto ad evocare il nome di Ipponatte, ci si sente in preda al rintocco irresistibile del giambo, al ticchettio degli scudi e al risuonare degli elmetti guerreschi, che formano un concerto metallico e sferragliante.
La crudezza, la rabbia e lo sbuffo visionario della lirica, sono incarnati e miscelati sapientemente nel corpo della poesia giambica, rapidissima ed ascendente, che trova proprio in Ipponatte uno dei suoi numi tutelari, assieme ad Archiloco di Paro, Semonide di Amorgo e al romano Orazio.
Spuntatadalle costole del simposio, la poesia giambica è nata nella Grecia arcaica attorno al VII secolo a.C., e i suoi temi caratterizzanti sono provocatori e dissacranti,  improntati al turpiloquio, alle oscenità, alla derisione, al ridicolo e all’invettiva.
Se state pensando alla poesia giambica come ad una branca fortemente negativa della lirica, fate un respiro profondo prima di scoprire quanto vi state sbagliando: in realtà questo genere, criticando aspramente determinate cose e argomenti, punta a esortare e convincere il lettore a fare esattamente il contrario, offrendo però esempi torbidi e negativi.
Sembra di sentire nelle narici l’aroma e il ritmo aspro della parakataloghé che, secondo la testimonianza di Senofonte (Simposio, cap. VI), si colloca in una zona intermedia tra recitazione e canto ed era una declamazione con accompagnamento strumentale dell’aulos.

 

Ipponatte e il giambo: un binomio inscindibile.

Soltanto a srotolare e schiudere le labbra nella parola giambo, ci si figura l’immagine zoppicante di un vecchio, oppure di un guerriero ferito in battaglia che getta la scudo e abbandona la polvere del campo di combattimento, scappando con andatura claudicante: ed è proprio questo ritmo sghembo, imperfetto e sporco che il giambo punta a ricreare dal punto di vista metrico.
Molto brevemente e senza lanciarci in tecnicismi troppo sottili (giacché esistono varie particolarità), possiamo affermare che il giambo è un tipo di piede adoperato nella metrica classica, formato da un’arsi di una sillaba breve e da una tesi di una sillaba lunga, conta tre morae.
L’arsi e la tesi, nella metrica classica, indicano l’elevamento e l’abbassamento della mano, del piede o del dito, e stanno a indicare l’inizio di una serie ritmica nella scansione di un verso.
La mora è un’unità di suono utilizzata in fonologia, che sta ad indicare la quantità di una sillaba, ma la sua definizione è ancora molto discussa; il termine in latino significa “ritardo”, “indugio”.
Senza incastonarlo nell’orizzonte d’attesa del giambo, di Ipponatte è impossibile anche solo parlare o immaginarne un nebuloso profilo.
Nebulose sono anche le notizie biografiche a noi giunte: San Girolamo lo pone nella prima metà del VII secolo a.C., seguendo erroneamente una tradizione eusebiana, mentre lo Pseudo-Plutarco lo colloca un secolo dopo, così come il Marmor Parium, un’iscrizione greca risalente alla metà del III secolo a.C., incisa su una lastra di marmo e di cui furono ritrovati vari frammenti nell’isola di Paro.
Un’argomentazione a favore della tesi di una cronologia più tarda, si può raccogliere dalle stesse parole di Ipponatte, giacché ci è pervenuto un suo frammento in cui fa una parodia di Mimnermo di Colofone.
Il lignaggio di Ipponatte è un argomento oscuro e controverso: vi è chi afferma che fosse uno straccione, povero e miserabile, e chi dice che non fosse assolutamente un poeta indigente, ma agiato e benestante.
Chi avalla la seconda tesi, afferma che lui parlasse di miseria soltanto per raffigurare pienamente le fasce più povere della popolazione, e che lui fosse addirittura un aristocratico, proprio in virtù del suo nome: l’aristocrazia, viva e pulsante nelle radici del suo nome, si dispiegherebbe infatti in quell'”ippo”, poiché tutti gli appellativi composti con “ippo” erano all’epoca tipici proprio dei ceti aristocratici.
Ipponatte fu coinvolto anche nelle lotte politiche che falcidiavano le città greche, tanto che fu esiliato dai tiranni Coma e Atenagora e trovò riparo a Clazomene, vicino Smirne, in Asia Minore, dove visse in condizioni meno agiate del solito.
Un altro argomento ambiguo e dai contorni torbidi è quello relativo all’aspetto estetico di Ipponatte: sembra che fosse brutto, molto brutto, gobbo e deforme, dai tratti somatici raccapriccianti e dal volto spaventoso, tanto che gli fu “dedicato” un ritratto da parte dei due scultori Atenide e Chio, fin troppo rispondente alla realtà.
Le conseguenze del realistico ritratto? Disastrose e inquietanti, perché anche Ipponatte decise di “dedicare” qualcosa ai due scultori, ricambiando così il favore: dedicò loro invettive pubbliche talmente feroci, cruente e crudeli, da costringerli a impiccarsi per la vergogna e per l’onta ricevuta.

Le tinte fosche del suo mondo concettuale

Tutto ciò contribuisce a delineare le tinte fosche, violente e colorite dell’opera e del mondo concettuale di Ipponatte.
Ci sono pervenuti più di un centinaio di frammenti, e la sua opera era forse divisa in due libri.
La sua poesia ha un carattere cosiddetto scoptico, termine che, onomatopeicamente, indica un cipiglio violentissimo e una derisione  quasi villana: la sua lirica è un involucro triviale e amaro come fiele, che fa gocciolare insulti e sozzura come se sgorgasse da una caverna sporca e maleodorante.
Nei suoi giambi, Ipponatte si descrive come sporco e miserabile pur non essendolo, solo per il gusto di far trottare i suoi versi claudicanti su un sentiero dissestato e irto di cattiverie retoriche, si scaglia contro contro la folta schiera degli déi e in particolare contro Pluto, signore del denaro, urlandogli contro di donargli almeno un manto per ripararsi dal freddo.
Il suo linguaggio è colmo di colori dai toni foschi e che virano verso le cromature del fango, ma che sanno anche riempirsi di campiture violente e colorate e dedali di barbarismi scintillanti. La sua opera è un labirinto claudicante e claustrofobico di neologismi ripresi dalla varietà frigia e lidia e di cespugli spinosi che grondano parole virulente, disturbanti e disgustose, come pustole letterarie che rimangono conficcate nelle carni del lettore.
Come e più di Archiloco, Ipponatte è un vero e proprio maestro dell’oscenità, un vero e proprio camaleonte nell’indossare le vesti previste dai tòpoi della poesia giambica, come il miserabile morto di fame e freddo, che si scaglia contro l’umanità più fortunata di lui e contro lo stormo delle divinità che non ha provveduto a occuparsi di lui.
Ipponatte ebbe un ruolo di primo piano anche nella riforma metrica, poiché egli fu il primo a modificare il trimetro giambico in coliambo o scazonte, cioè un trimetro zoppo che imprime un’aritmia asimmetrica, molto congeniale  alla satira e all’invettiva. Secondo Aristarco di Samotracia, il terzo dei giambografi dopo Archiloco e Semonide, Ipponatte sarebbe il primo poeta ad utilizzare il metro scazonte, detto anche giambo zoppo: la differenza risiede nel fatto che nell’ultima sillaba, invece di trovare un giambo, troviamo uno spondeo (formato dalla successione di due sillabe lunghe).

Le mille maschere di Ipponatte sono artifici retorici, simulacri di invenzioni e mimesi del quotidiano, in un’avviluppante e soffocante mortificazione e trasfigurazione della realtà, che è filtrata attraverso il suo giambo tagliente e zoppo come un grosso animale mutilato.
La sua virulenza concettuale, il suo linguaggio frantumato come mille cocci di anfora spezzati e riversati su un campo di battaglia, fanno risuonare ancora, in qualche vecchia arena o in qualche piazza polverosa, il suono sporco, malato e sublime del suo giambo ossessivo e fioco, come la voce di un antico demone in punto di morte.

fonte immagine: aemecca.blogspot.com

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