Il Cinquecento fu un secolo segnato da eventi culturali molto significativi, il cui impatto si rivelò fondamentale per gli intellettuali successivi. In un periodo turbolento dal punto di vista religioso, con la divisione fra cattolici e protestanti, e politicamente frammentato, la varietà linguistica e il plurilinguismo furono percepiti come un ostacolo all’unità culturale. Fu in questo contesto che nacque la “questione della lingua”, un dibattito acceso sulla necessità di definire un modello linguistico unitario per la letteratura italiana.
Questa discussione affondava le sue radici già nel pensiero di Dante Alighieri, che nel De vulgari eloquentia aveva teorizzato una lingua illustre per tutta la penisola. La spinta decisiva nel Cinquecento venne anche dall’invenzione della stampa, che rendeva urgente la creazione di uno standard per la produzione di libri.
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Le tre tesi della questione della lingua a confronto
Il dibattito sull’italiano del Cinquecento vide fronteggiarsi principalmente tre correnti di pensiero, ciascuna con un modello linguistico differente.
| Corrente | Esponente principale e opera | Modello di lingua proposto |
|---|---|---|
| Cortigiana | Baldassarre Castiglione (Il cortegiano) | La lingua composita, elegante e raffinata parlata nelle corti italiane. |
| Fiorentina | Niccolò Machiavelli (Discorso o dialogo) | Il fiorentino parlato contemporaneo (“vivo”). |
| Arcaizzante | Pietro Bembo (Prose della volgar lingua) | Il fiorentino letterario del Trecento (Petrarca per la poesia, Boccaccio per la prosa). |
La corrente cortigiana
La prima proposta fu quella cortigiana, sostenuta dall’umanista Baldassarre Castiglione. Secondo lui, la lingua letteraria doveva ispirarsi alla parlata elegante e composita delle principali corti italiane del tempo. Questo modello, pur avendo una base toscana, accoglieva parole e costrutti da altre parlate, come il provenzale, per ottenere una maggiore grazia e raffinatezza.
La corrente fiorentina
La seconda tesi fu quella fiorentina, il cui principale esponente fu Niccolò Machiavelli. I sostenitori di questa corrente proponevano l’adozione del fiorentino parlato all’epoca, una lingua viva e in evoluzione, che includeva anche influenze di altre varianti locali, come quella senese.
La corrente arcaizzante di Pietro Bembo
L’ultima e decisiva corrente fu quella arcaizzante, guidata dal cardinale e umanista veneto Pietro Bembo. Nella sua opera fondamentale, le Prose della volgar lingua (1525), Bembo, come documentato da fonti autorevoli come l’Enciclopedia Treccani, si oppose sia al modello cortigiano sia a quello fiorentinista. A suo avviso, una vera lingua letteraria doveva basarsi non sull’uso parlato, ma su modelli scritti già resi nobili dalla letteratura. Per questo propose di adottare il fiorentino letterario del Trecento, identificando due modelli perfetti: Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa. Dante fu escluso perché il suo plurilinguismo, ricco di termini bassi e dialettali nella Divina Commedia, era considerato meno esemplare rispetto al monolinguismo selettivo di Petrarca.
La soluzione vincente e le sue conseguenze
Tra le tre proposte, fu la corrente arcaizzante di Bembo a vincere il dibattito. La sua tesi, che prese il nome di bembismo, divenne il punto di riferimento per gli scrittori e fu istituzionalizzata con la fondazione dell’Accademia della Crusca (1583). Nel 1612, la pubblicazione del Vocabolario degli Accademici della Crusca codificò definitivamente questo modello, basato sugli autori del Trecento. Di conseguenza, la lingua letteraria italiana assunse un carattere aulico e ricercato, separandosi nettamente dalla lingua d’uso quotidiano. Bisognerà attendere l’Ottocento e l’opera di Alessandro Manzoni per avviare un processo di unificazione che avvicinasse la lingua scritta a quella parlata.
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Articolo aggiornato il: 25/09/2025

