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Sulle tracce della canzone: dal mito al talent

È difficile stabilire l’origine e le date che segnano l’inizio dell’espressione musicale e letteraria della Canzone. Di fatto oggi è intesa come fusione di musica – scritta o non scritta – e parole. Diciamo che è libera da obblighi metrici. Ma, come nel caso della poesia moderna, affida il giudizio sulle sue qualità a una melodia (nella maggior parte dei casi) e a un testo che, mentre nella poesia ha una sua musicalità indefinibile, nella canzone si fonde alla musica in un rapporto di vicendevole intreccio.

Superiamo a volo radente la storia accademica della Canzone.

Le sue origini hanno tracce nella mitologia, nella canzone trobadorica, nella chanson des gestes dove sia la parola che la musica sono affidate alla memoria o all’invenzione del “Troubador”. Giungiamo poi alla forma a cui (solamente allo scopo di differenziarla poiché si è già nella fase della sua trascrittura anche musicale) daremo il nome di “Lied”. La canzone – non differentemente dalla musica colta o religiosa, orchestrale o operistica – viene precisamente ripetuta secondo la scrittura della musica e il canto coltivato della parola. Essa entra nella dimensione della musica colta; e ancora oggi è eseguita attenti alle puntualità grafiche.

Ma, tutto ciò, tradisce il nostro intento di giungere quanto prima all’immensa produzione globale della canzone nella sua forma libera di contenuti, forma metrica e espressione musicale: ha un successo popolare (e limitatamente, anche colto). La canzone oggi non ha nella sua trascrizione la sua essenza topica. Nel suo percorso, dall’ispirazione fino al prodotto finale grezzo, può avvalersi di registratori (e altro) e soprattutto della collaborazione – anche in fase di elaborazione – di esperti “arrangiatori” capaci di entrare nell’anima di ciò che vuole essere detto e esaltarne le qualità considerando il gusto del momento. O addirittura creare nuovi e inesplorati territori.

Concentrandoci sulla sua attualità, abbiamo già segnalato che il suo successo è dovuto alla  semplicità della memorizzazione di strofe o di frammenti della sua melodia e all’associazione con periodi dell’ esistenza individuale. Ora, ordinare o ricercare le fonti dei vari generi o stili è operazione complessa e suscettibile di approssimazioni soprattutto nel riconoscere le precise origini di uno stile o di una tendenza. Semplifichiamo in Pop, Folk, Country, Rock, Hard Rock, Metal, Melodico, Neomelodico, Musica Latina, Rap, R ‘n ‘B, Musica da Discoteca etc. Difficile è anche definire una struttura precisa del prodotto; i relativamente recenti concetti di ritornello e strofa, si riscontrano solo in alcune canzoni. Libertà è la parola d’ordine e, nello stesso tempo, il limite del giudizio influenzato dal gusto.

Ma come definire dei parametri di giudizio per una canzone bella o “perfetta”? Innanzitutto, ma non in tutti i casi, differenziamo il valore della musica da quello delle parole – se ci sono parole, se c’è musica. Per quanto riguarda le parole abbiamo già detto che la problematica riguarda i testi delle canzoni come quelle delle poesie. Non è un caso che il premio Nobel della letteratura sia stato assegnato a un Folk Singer, Bob Dylan. Tuttavia, la libertà è anche il limite che distrugge un esempio interessante volgarizzandolo con rime scontate o lessico improbabile.

In Italia, non differentemente da molti paesi, in campo musicale la colonizzazione americana ha fatto degli italiani imitatori pedissequi e inconsapevoli della rivoluzione culturale americana e inglese in questo campo. La canzone inglese e americana è stata, insieme all’informatica, un veicolo formidabile della lingua inglese. Ma, purtroppo i nodi vengono al pettine e il Prisencolinensinainciusol Celentaniano ben esprime la totale misconoscenza della lingua inglese. Si vuole quindi apparire senza essere.

Mentre la rivoluzione culturale conserva ancora la gloria dei Beatles e dei Rolling Stones e dei Pink Floyd che li seguono a ruota, qui dopo la fase acuta del cantautorato, siamo approdati al fenomeno Talent. Oggi, giovani inconsapevoli del poco valore del proprio prodotto approdano al Festival della canzone italiana a Sanremo e sbaragliano la concorrenza decennale. Questo è bene o male?

È giusto che oggi la scena musicale produca a profusione talenti bombardandoci con la radio e la televisione per darci un prodotto orecchiabile ma privo di qualità? Riusciremo più a individuare la differenza tra una canzone bella e una “perfetta”? Infine, la canzone italiana, sarà ancora capace di dire qualcosa? A voi la parola.

Naomi Mangiapia