Spesso al centro di accesi dibattiti politici e culturali, il termine Hijāb designa il tradizionale velo indossato da milioni di donne musulmane nei paesi di religione islamica e nel resto del mondo. Ma qual è il suo vero significato? Molto più di un semplice pezzo di stoffa, questo indumento racchiude secoli di storia che precedono persino l’Islam. Dalle precise indicazioni contenute nel Corano fino alle sostanziali differenze con altre coperture come il Burqa o il Niqab, comprendere cos’è l’Hijab significa esplorare un elemento chiave della tradizione islamica. Le sue radici, infatti, si intrecciano oggi con le attuali normative europee sull’abbigliamento religioso e con le forti rivendicazioni sociali legate ai diritti femminili, alla libertà di espressione individuale e alla tolleranza.
| Concetto chiave | Significato e contesto dell’Hijab |
|---|---|
| La sintesi | il tradizionale velo islamico copre i capelli, le orecchie e la nuca della donna, ma lascia interamente scoperto il viso. |
| Il contesto normativo | nel Corano è indicato come simbolo di modestia e dignità; non va confuso con le coperture integrali (come il Burqa o il Niqab). |
| Il dettaglio storico | l’obbligo del velo precede storicamente l’Islam, essendo già codificato per le donne sposate nell’antica Mesopotamia. |
- Indice dei contenuti
- Significato e definizione nell’Islam
- La storia dell’Hijāb islamico prima del Corano
- L’Hijāb nel Corano: versetti e regole
- Tipi di velo islamico: differenza tra Hijāb, Burqa, Niqab e Chador
- L’Hijab oggi tra obblighi e proteste civili
- Divieti e leggi sull’Hijāb in Europa
- Modest fashion e rivendicazione identitaria
💡 Le donne musulmane tengono l’hijab anche in casa?
No, all’interno della propria abitazione le donne musulmane non sono tenute a coprirsi il capo. Possono togliere liberamente il velo in presenza di altre donne e dei familiari di sesso maschile stretti (definiti mahram), come padri, fratelli, figli e zii, con i quali il matrimonio è religiosamente proibito.
Significato e definizione nell’Islam
Il termine Hijāb (o ḥijāb, in arabo حجاب) identifica il copricapo femminile più diffuso nel mondo musulmano. Dal punto di vista etimologico, la parola deriva dalla radice araba hajaba, che letteralmente significa “coprire” o “nascondere allo sguardo”. Lo scopo originario di questo indumento è proprio quello di fungere da barriera protettiva per sottrarre la persona alla vista pubblica invadente. In termini giuridici, l’Hijāb si conforma alla giurisdizione islamica o Fiqh sulle norme di velatura della donna, che disciplinano il pudore esteriore e interiore all’interno della cultura araba.
💡 Quando le donne musulmane possono togliere il velo in pubblico?
Negli spazi pubblici o in presenza di uomini estranei al nucleo familiare, la tradizione richiede di mantenere il capo coperto. Tuttavia, si può rimuovere il velo durante specifiche visite mediche, per procedure di riconoscimento visivo richieste dalle autorità di sicurezza (controllo documenti) o in situazioni di emergenza in cui la salute è a rischio.
La storia dell’Hijāb islamico prima del Corano
Diversamente dall’opinione comune occidentale, l’usanza del velo non è stata introdotta con la nascita dell’Islam. Molto prima delle rivelazioni profetiche, le norme sul copricapo erano radicate nel tessuto sociale antico. Nella Mesopotamia assira, ad esempio, vigeva già il severo obbligo di indossare il velo in pubblico per ogni donna libera e sposata, secondo leggi risalenti al 1114-1076 a.C..
Anche in Grecia l’idea del capo coperto era legata alla nobiltà e alla moralità: in un celebre passo dell’Iliade, la dea Era si prepara a recarsi sul Monte Ida indossando un leggero velo che le scende fino alle spalle, incorniciandole il capo. Guardando all’Europa del Medioevo, ritroviamo testimonianze di donne mediterranee nel XIII e XIV secolo che, per poter frequentare le lezioni all’Università di Bologna, dovevano obbligatoriamente coprirsi il corpo e il capo con panni drappeggiati.
Tuttavia, nella Penisola araba preislamica non esisteva alcuna rigida norma istituzionale sull’uso del velo, e le donne godevano di notevoli privilegi sociali e accordi vantaggiosi all’interno del matrimonio. Secondo gli studiosi di sociologia delle religioni, con l’avvento dell’Islam il velo si istituzionalizzò come simbolo di dignità femminile, riconoscendo la donna come soggetto giuridico e di diritti, tra cui il mahr, ovvero il versamento di una quota patrimoniale da parte del marito a garanzia della moglie in caso di ripudio o vedovanza.
Nelle letture storiche più critiche, invece, il velo viene spesso interpretato esclusivamente come segno di subordinazione femminile rispetto all’uomo. In ogni caso, nei primi secoli l’hijab serviva soprattutto a distinguere socialmente le donne credenti da chi non lo era. La pratica di velare il capo, del resto, è ben nota anche nel Cristianesimo, come attestato esplicitamente nelle lettere apostoliche (Lettera ai Corinzi 11, 2-16).
L’Hijāb nel Corano: versetti e regole
Andiamo a esaminare i passaggi chiave nel Corano che illustrano l’uso del velo per la donna musulmana. I riferimenti primari si trovano nella Sūra XXIV al nūr (La Luce) all’āya 31, e nella Sūra XXXIII al Ahzāb (Le Fazioni Alleate) all’āya 59. Sono due i principali vocaboli antichi utilizzati per descrivere gli indumenti:
- il termine Khimār, la cui radice significa proprio “velare, nascondere”. Oggi indica un modello specifico di hijab lungo che copre il capo, le spalle e il petto.
- il termine Jalābīb (plurale di jilbab), la cui radice verbale significa “essere coperto con un mantello o una veste lunga”.
La parola specifica “Hijāb” compare in 7 versetti del Corano, ma inizialmente si riferiva più a una “tenda” o “separazione fisica” (ad esempio la tenda che separava le mogli del Profeta dagli ospiti maschili) piuttosto che al singolo capo d’abbigliamento moderno. Resta il fatto che esistono innumerevoli interpretazioni del testo sacro e della Sunna sull’estensione dell’obbligo di velatura e sui modelli idonei da adottare.
💡 A che età si inizia a mettere il velo islamico?
Secondo la giurisprudenza islamica maggioritaria, l’obbligo di indossare il velo scatta con il raggiungimento della pubertà (solitamente tra i 9 e i 13 anni). Tuttavia, la decisione effettiva dipende fortemente dalle dinamiche culturali, familiari e dal contesto geografico in cui la giovane cresce.
Tipi di velo islamico: differenza tra Hijāb, Burqa, Niqab e Chador
I modelli di questo discusso copricapo sono molteplici e il loro utilizzo varia enormemente da nazione a nazione nel Medio Oriente e non solo, influenzato da tradizioni locali e imposizioni politiche. Ecco una classificazione visiva e concettuale chiara:
| Tipo di Velo | Caratteristiche e grado di copertura |
|---|---|
| Hijāb | il più diffuso in Occidente. Copre i capelli, le orecchie e il collo. Il viso resta interamente scoperto, permettendo la piena interazione sociale. |
| Burqa | velo integrale (tipico del costume afghano). Copre l’intero corpo e il viso, nascondendo anche gli occhi dietro una fitta retina di tessuto. |
| Niqab | veste simile al burqa che copre capelli, collo e la parte inferiore del volto, ma lascia una fessura libera e scoperta unicamente per gli occhi. |
| Chador | lungo mantello semicircolare, tipico iraniano. Copre tutto il corpo e il capo, deve essere trattenuto con le mani o con i denti. Il volto resta scoperto. |
| Shayla | velo rettangolare leggero, tipico dei paesi del Golfo Persico. Viene drappeggiato sulle spalle in modo elegante e fissato con una spilla. |
L’Hijab oggi tra obblighi e proteste civili
Comprendere il significato dell’hijab oggi significa inevitabilmente analizzarne l’uso politico in contesti in cui la libertà di scelta della donna e i diritti civili vengono soppressi. La percezione globale di questo indumento è profondamente cambiata alla luce dei regimi teocratici moderni.
💡 In quali Paesi è obbligatorio per legge indossare l’hijab?
Attualmente, i due principali Stati al mondo in cui il velo è rigorosamente imposto per legge a tutte le donne negli spazi pubblici sono la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Emirato Islamico dell’Afghanistan. In altri paesi conservatori (come l’Arabia Saudita), i rigidi obblighi normativi sull’abbigliamento femminile si sono progressivamente allentati negli ultimi anni a favore di codici generici legati al decoro.
In Iran, il velo è diventato il centro nevralgico della lotta per l’emancipazione femminile. Le proteste in Iran esplose violentemente a fine 2022, innescate dalla tragica morte in custodia della giovane Mahsa Amini, arrestata dalla temuta polizia morale per una ciocca di capelli sfuggita al tessuto, hanno mostrato al mondo intero la reazione di migliaia di donne che hanno bruciato i propri veli nelle piazze. In questo specifico contesto, il rifiuto del velo è un atto di ribellione politica contro lo Stato teocratico, sostenuto anche dai movimenti legati al femminismo islamico che rivendicano l’hijab come scelta personale e non come imposizione statale.
💡 Cosa rischia una donna che non indossa l’hijab in Iran?
Le donne che appaiono in pubblico a capo scoperto in Iran violano l’art. 638 del codice penale islamico. Possono affrontare conseguenze gravissime: dall’arresto violento alle sanzioni pecuniarie, fino a severe condanne detentive, frustate, licenziamento dal posto di lavoro e confisca di patenti e documenti bancari.
Similmente, in Afghanistan, il ritorno al potere dei talebani ha ripristinato un decreto che impone la copertura integrale (burqa o niqab) e il divieto di mostrare persino gli occhi in pubblico, azzerando decenni di conquiste in ambito educativo e sociale per la popolazione femminile.
Divieti e leggi sull’Hijāb in Europa
Spostandoci sul versante opposto, oggi in Europa numerosi Paesi hanno approvato leggi che introducono restrizioni o il divieto assoluto di indossare le coperture integrali (specificamente mirate a burqa e niqab) negli spazi pubblici, principalmente per ragioni di pubblica sicurezza, riconoscimento facciale e convivenza democratica. La pioniera è stata la Francia nel 2010, seguita a ruota da nazioni come Belgio, Italia (tramite l’applicazione delle norme antiterrorismo e leggi sull’ordine pubblico), Austria, Paesi Bassi e Danimarca.
Il dibattito si fa ancora più acceso per quanto concerne i luoghi di lavoro privati. Nel 2017, un’importante sentenza della Corte di Giustizia Europea ha stabilito che i datori di lavoro hanno la facoltà di vietare ai propri dipendenti l’ostentazione di segni religiosi visibili, incluso l’Hijab, durante l’orario di lavoro. Affinché il divieto non sia considerato discriminatorio, deve però rientrare in una regola aziendale interna generale e neutra che proibisca preventivamente l’esibizione di qualsiasi simbolo politico, filosofico o religioso, al fine di proiettare un’immagine di stretta neutralità nei confronti della clientela.
“È fondamentale separare il dibattito sul divieto europeo del Burqa — legato a questioni di sicurezza del volto scoperto — dalla stigmatizzazione dell’Hijab quotidiano. Confondere i due piani genera tensioni sociali e alimenta le intolleranze verso donne che semplicemente esercitano la propria fede.”
— Analisi sui diritti civili, Osservatorio Europeo
Modest fashion e rivendicazione identitaria
In risposta alle frequenti micro-aggressioni vissute in contesti in cui la fobia verso l’Islam è marcata, è sorto un movimento diametralmente opposto. Per molte seconde generazioni in Occidente, indossare l’hijab non è frutto di pressione familiare, bensì una rivendicazione identitaria consapevole, un modo per riappropriarsi con orgoglio delle proprie radici culturali in una società cosmopolita. A celebrazione di questa scelta, dal 2013 viene celebrato il World Hijab Day ogni 1° febbraio, invitando donne di ogni credo a indossare e comprendere il velo per un giorno in nome della tolleranza.
Da questa libertà espressiva è nata anche la cosiddetta Modest fashion (moda modesta), un settore dell’abbigliamento che produce capi eleganti e coprenti, in linea con i dettami religiosi ma al passo con le ultime tendenze urbane. Questo comparto sta generando un impatto economico miliardario, attirando l’attenzione dei più grandi brand europei dell’alta moda e dello sportswear.
💡 Si può fare sport agonistico indossando l’hijab?
Sì, grazie alla combinazione tra sport e hijab, sono nati veli sportivi tecnici progettati con materiali traspiranti e sicuri (senza spille). Oggi le atlete musulmane competono ai massimi livelli, incluse le Olimpiadi, in discipline come scherma, atletica e calcio, avendo ottenuto l’approvazione delle principali federazioni sportive internazionali (tra cui la FIFA).

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