La dissoluzione della Jugoslavia: la più grande crisi europea degli anni ‘90

La dissoluzione della Jugoslavia: la più grande crisi europea degli anni ‘90

La Jugoslavia nasce nel 1919 con il nome di Regno Serbo, Croato e Sloveno, dando l’idea che il nuovo Stato nascesse sulla base di parità tra le varie etnie; però, si verifica una prima dissoluzione della Jugoslavia durante la Seconda Guerra Mondiale, perché viene invasa dai nazi-fascisti. Nel 1945 nasce la storia della seconda Jugoslavia, il cui nome significa Stato degli slavi del Sud, che avrebbe dovuto indicare l’idea di una costruzione statale federale che contemplasse la parità tra le etnie principali e durerà fino alla sua dissoluzione nel 1991.

Le repubbliche e le province della Jugoslavia federale

Entità Tipologia Caratteristica etnica principale
Slovenia Repubblica Legata alla Mitteleuropa.
Croazia Repubblica Forte minoranza serba interna.
Bosnia Repubblica Serbi, croati e musulmani bosniaci.
Serbia Repubblica Include le province di Kosovo e Vojvodina.
Kosovo Provincia Autonoma A maggioranza albanese.

La Jugoslavia era formata da sei Repubbliche con identità etnico-nazionali diverse: la Slovenia, la Croazia, la Serbia, la Macedonia, il Montenegro e la Bosnia. Vi erano, poi, due province autonome: il Kosovo (provincia autonoma a maggioranza albanese, che faceva parte della Serbia) e la Vojvodina (provincia autonoma a maggioranza ungherese, che faceva sempre parte della Serbia).

La Jugoslavia, rispetto agli altri Paesi dell’Europa centro-orientale, si libera dal nazismo da sola: non viene liberata dall’Armata Rossa, ma dal movimento di resistenza partigiana guidato da Tito, il futuro leader della Jugoslavia. Con Tito, si cerca di attuare un contenimento dei serbi, cercando di tenere unite tutte le etnie, e questo dura fino al 1980. Il sistema della Guerra Fredda favorisce la coesione tra questi popoli diversi: da un lato c’è l’Unione Sovietica, un Paese che ambisce al controllo della Jugoslavia pur non avendo gli strumenti per farlo; dall’altro c’è l’Occidente, alternativo al socialismo jugoslavo. Non è un caso che la crisi della Jugoslavia comincia esattamente quando si manifestano questi due fattori: la morte Tito nel 1980 e la fine della Guerra Fredda. All’inizio degli anni ‘90, si avvia la dissoluzione della Jugoslavia, o come conseguenza di spinte dal basso, con atti di violenza tra i vari popoli, o come conseguenza di spinte dall’alto, con le élite politiche che manovrano i movimenti nazionali come strumenti di potere.

Fasi della dissoluzione della Jugoslavia

Ci sono tre grandi momenti della questione jugoslava:

  • La prima fase della dissoluzione della Jugoslavia è legata alle dichiarazioni di indipendenza delle Repubbliche più fiorenti della Jugoslavia, cioè la Slovenia (1991) e la Croazia (1991-1995). Erano unilaterali e alcuni Paesi europei le riconoscono, però c’è un intervento della Serbia per tentare di mantenere in vita lo Stato jugoslavo: con un intervento militare contro la Slovenia (che però dura 10 giorni, perché l’identità slovena è molto più legata al mondo della Mitteleuropa che al mondo balcanico) e con la guerra in Croazia. Questa guerra dura di più ed è più sanguinosa, perché un’alta percentuale della popolazione croata è di etnia serba; ma anche in quel caso l’intervento serbo fallisce.
  • La seconda fase della dissoluzione della Jugoslavia, invece, si gioca sulla Bosnia. Il tentativo bosniaco di diventare una Repubblica indipendente crea la fase più acuta della crisi jugoslava. In Bosnia sono presenti almeno tre componenti etnico-religiose molto diverse: serbi, croati e musulmani bosniaci. La Bosnia diventa, tra il 1992 e il 1995, la seconda tappa della dissoluzione jugoslava, essendo il campo di battaglia di due disegni contrapposti: quello panserbo e quello pancroato. Con la guerra in Bosnia entrano in gioco gli Stati Uniti, a causa del massacro di Srebrenica nel 1995, ma anche per il timore che la questione bosniaca si caricasse anche di contrapposizioni religiose. L’ONU cerca di intervenire con strumenti limitati (operazioni di peace-keeping dei caschi blu), ma è sotto l’ombrello della NATO che si arriva agli accordi di Dayton. Questo è il primo intervento della NATO out of area.
  • La questione del Kosovo è la terza tappa della dissoluzione della Jugoslavia. In Kosovo viene messa in atto un’operazione di pulizia etnica contro la maggioranza albanese a causa della crescita delle richieste di autonomia, progressivamente ristrette dal governo di Slobodan Milošević. Il Kosovo vede di nuovo l’intervento della NATO nel 1999. L’ultimo tentativo di evitare la guerra coincide con gli Accordi di Rambouillet nel 1999, rifiutati dal regime. Questo intervento è stato lo spartiacque dei rapporti fra gli Stati Uniti e la Federazione Russa, poiché la Serbia era uno storico alleato della Russia. Oggi il Kosovo è un protettorato della NATO, ospitante la base di Bondsteel.

Il double standard degli USA

I primi anni del processo di dissoluzione della Jugoslavia sono anche anni di una certa passività degli Stati Uniti: ad esempio, di fronte a quello che è un vero e proprio genocidio in Ruanda, gli Stati Uniti rimangono a guardare. Un milione di persone è il bilancio di questo genocidio contro la minoranza ruandese. Tutto ciò dimostra il carattere altamente selettivo dell’idea di ingerenza umanitaria. L’ingerenza umanitaria avviene lì dove ci sono interessi specifici della potenza egemone (come in Kosovo nel ‘99); lì dove però gli interessi economici, strategici e commerciali sono marginali, questo concetto non si tramuta in interventismo. Per approfondire le dinamiche di quegli anni, consulta la sintesi storica fornita dalla Britannica. La vera stagione dell’interventismo americano, con Bill Clinton, è nella seconda metà degli anni Novanta, quando gli USA si percepiscono come la Nazione indispensabile.

Fonte immagine in evidenza: Wikimedia Commons

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