La morte e la memoria nel romanzo post-moderno

La morte e la memoria nel romanzo post-moderno

Un breve excursus attraverso alcuni romanzi del secondo Novecento, alla scoperta del tempo, della memoria e dei suoi fantasmi.

La morte, come l’eros, rappresenta una delle tematiche privilegiate dalla letteratura, che la descrive, la inserisce in un sistema complesso, la investe di valori etici e simbolici. Eppure, lo straordinario potere dell’arte del racconto non si limita solamente ad affrontare un tema così doloroso come quello della morte nel suo essere la fine ultima dell’esistenza umana. La letteratura riesce ad esorcizzare la morte e a sopravviverle grazie al suo configurarsi come un grande vaso di Pandora fatto di carta, capace di contenere le memorie e i ricordi dell’umanità. Riportando alla luce avvenimenti del passato, la letteratura li mantiene vivi nell’eternità, superando l’azione corrosiva e distruttrice propria della caducità del tempo a cui sono sottoposti da sempre gli esseri mortali. In alcuni romanzi del secondo Novecento, la morte e la memoria si confondono in particolari meccanismi di distorsione temporale che rendono i ricordi quasi simili a fantasmi, spettri che appaiono agli occhi dei vivi come se fossero presenze reali. È ciò che accade in opere come Cent’anni anni di solitudine e L’amore molesto.

La morte e la memoria.

Fantasmi.

È possibile rintracciare un andamento circolare e centrifugo del tempo nel romanzo Cent’anni di solitudine (1967) di Gabriel García Márquez. Il turbine vorticoso di realtà, mito e memoria della storia dei Buendía dura cento anni, dalla fondazione della piccola cittadina colombiana di Macondo fino alla sua sparizione apocalittica coincidente con il compimento del destino di estinzione degli ultimi membri rimasti in vita della famiglia. Si tratta di una particolare articolazione e percezione temporale che Cesare Segre definisce tempo curvo, in cui presente, passato e futuro si sovrappongono l’un l’altro, in modo che, attraverso la memoria dei personaggi che gioca con la temporalità, si annuncia un fatto molto prima che si verifichi, e lo si rievoca poi a grande distanza di tempo. Oltre a questi continui salti nel tempo, la dimensione di circolarità emerge anche nell’accezione di ripetizione che è insita nei geni della famiglia Buendía e che riaffiora in quasi tutti i suoi componenti.

Un senso di reiterazione che emerge attraverso le medesime azioni, le stesse stranezze caratteriali che si tramandano nelle ripetizioni dei nomi dati ai discendenti di ogni generazione e tramite la dinamica del “fare per poi disfare” che si innesca nella vita di molti membri della famiglia, intenti in attività che conducono ad un nulla di fatto. Un andamento circolare viene fuori anche nella continuità che si delinea tra la vita e la morte nel romanzo di Márquez: i vivi e i morti convivono insieme nella realtà senza tempo di Macondo, infestata dai fantasmi di coloro che sono morti e che fanno spesso ritorno dall’aldilà rendendosi visibili agli occhi dei Buendía. Un movimento di risalita delle anime dei defunti che sembra andare in senso contrario a quello dei viaggi ultraterreni o della discesa agli Inferi nel mito classico.

In Cent’anni di solitudine, l’apparizione degli spettri delle anime dei defunti rappresenta una materializzazione del ricordo, i fantasmi non sono altro che immagini evanescenti, ma sorprendentemente vivide, che vengono evocate dalla memoria dei personaggi, la quale viaggia tra presente, passato e futuro fusi in un’unica ruota temporale che non si ferma al tempo della vita ma ingloba in sé anche quello della morte. Queste presenze invisibili infestano maggiormente le menti dei Buendía quando il loro ricordo sta per spegnersi, in corrispondenza della morte di uno dei personaggi che hanno conosciuto in vita, come accade in uno dei tanti ritorni a casa del fantasma di Melquíades: “Si sentì dimenticato, non con l’oblio rimediabile del cuore, ma con un altro oblio più crudele e inesorabile che lui conosceva assai bene, perché era l’oblio della morte”. Anche le diverse età con cui appaiono i fantasmi dipendono dalla memoria che chi riesce a vederli ha di loro e anche in questo caso si genera un groviglio di linee temporali che si ingarbugliano in un movimento rotatorio. Melquíades scrive da morto le sue pergamene profetiche: questo costituisce un ulteriore prova a favore dell’idea per cui i defunti siano quasi più vivi da morti nelle immagini che i personaggi del romanzo hanno di loro nella propria memoria. Ma non è tutto. Le pergamene narrano l’intera storia dei Buendía e di Macondo in una sorta di mise en abyme del romanzo stesso, per cui è proprio il fantasma di Melquíades che viene a corrispondere all’immagine di Márquez come autore della saga familiare, calato in questo racconto nel racconto. In questo senso la morte può essere vista, in Cent’anni di solitudine, come rivelatrice di una storia che viene ad essere un vero e proprio paradigma dell’esistenza umana e della sua disfatta epocale, attraverso la distruzione apocalittica di un intero mondo che si realizza nello stesso momento in cui Aureliano Babilonia giunge a decifrare la scrittura dello zingaro e nel medesimo istante in cui si presenta dinanzi agli occhi del lettore.

La morte e la memoria: presente, passato.

È possibile rintracciare una particolare torsione temporale che delinea uno spazio concentrico tra memoria, vita e morte anche in L’amore molesto (1992), il romanzo d’esordio di Elena Ferrante. L’opera, appartenente al genere del thriller psicologico, si configura come un profondo scavo interiore alla ricerca della propria identità da parte del personaggio di Delia, un’illustratrice napoletana trasferitasi a Bologna, la quale torna nella sua città natale per indagare sulla misteriosa morte di sua madre, Amalia, che la conduce anche a ritrovare sé stessa e il suo passato. Il racconto è straordinariamente denso: le vicende si svolgono in appena tre giorni. Eppure, nel fare ritorno ai luoghi della sua infanzia e nel bisogno incessante di rimettere insieme i frammenti dei propri ricordi e della propria anima, Delia ripercorre i passi di un’intera vita, la sua, che è intimamente legata con un filo sottile a quella di Amalia.

Il cammino retrospettivo si snoda nella memoria della protagonista che, attivando un duplice meccanismo di ricerca, passa attraverso l’indagine sugli ultimi giorni di vita della madre e giunge a ricostruire immagini sbiadite di un passato di violenza che lei stessa ha voluto dimenticare e che ora si manifesta sempre più nitidamente nella sua mente. In L’amore molesto come in Cent’anni di solitudine il tempo si curva, la linearità cronologica, fatta di vicende generate dalla dinamica causa-effetto, si inarca formando un cerchio perfetto per mezzo della memoria della protagonista che gioca, a differenza dell’opera di  Márquez, con le stratificazioni delle immagini dei suoi ricordi passati, i quali spesso sono stati creati dalla mente stessa di Delia per celare a sé stessa il trauma della molestia sessuale ricevuta da bambina dal nonno del suo compagno di giochi, Antonio, e che lei ha proiettato su Amalia e sulla visione di lei che tradisce il marito con il padre di Antonio, Caserta.                                                                                   

Le varie fasi della vita di Delia spesso si intrecciano e si confondono nella sua memoria: il meccanismo messo in atto è quello di un presente invaso dal passato, da un’infanzia e un’adolescenza che la protagonista rivede scorrere davanti a sé come un film che, in un susseguirsi di fotogrammi frammentari, le permette di ricostruire la propria identità. Delia ha sempre cercato di lasciarsi alle spalle il mondo che ruotava intorno a sua madre, ha rinnegato la sua città, il suo dialetto che era diventato quello di lei, non il suo. Voleva seppellire Amalia in un angolo remoto della propria memoria.

Il fantasma di Amalia aleggia in tutto il romanzo, pur non materializzandosi mai come spirito vero e proprio che torna a fare visita ai vivi, nonostante anche nella tradizione folkloristica e nelle credenze superstiziose napoletane, come nella cultura sudamericana, c’è sempre un contatto molto diretto con le presenze sovrannaturali e con le anime dei defunti. Amalia è un’essenza che Delia percepisce su di sé e in sé, una presenza invisibile che assume forme sempre diverse e che resta in vita dopo la morte nelle cose che le sono appartenute, nei luoghi che ha attraversato e che custodiscono il suo spirito. Uno di questi oggetti è il tailleur blu che più volte Amalia aveva indossato nel corso della sua vita e che aveva messo anche l’ultimo giorno prima di morire. È dopo aver indossato quell’abito che Delia ricostruisce definitivamente il suo passato e la sua identità. Finalmente si riconosce: “Amalia c’era stata. Io ero Amalia”.

 La morte e la memoria: un caso estremo.

Come si è visto, il dispositivo letterario e romanzesco ha la possibilità di dare forma alla memoria umana e contenere il passato rendendolo eternamente presente. Del resto, la stessa Elena Ferrante in L’amore molesto esprime la concezione del raccontare che diviene strumento di recupero, come capacità di “incatenare tempi e spazi perduti”. La letteratura, quindi, sopravvive al tempo e alla morte grazie al suo essere portatrice di ricordi, imprimendoli nello spazio bianco di un foglio di carta. In questo modo anche chi non c’è più viene a tornare in vita ogni volta che qualcuno rilegge la sua storia, proprio come se il suo fantasma rimanesse intrappolato per sempre a mezz’aria tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

In un caso limite come la raccolta di racconti intitolata Enciclopedia dei morti (1983), lo scrittore serbo Danilo Kiš pone il tema della morte come perno su cui si innestano le nove narrazioni brevi che compongono l’opera. In particolare, nel racconto che dà il titolo all’intera raccolta, Kiš estremizza la capacità della letteratura di racchiudere e tramandare la memoria degli esseri umani nel tempo, arrivando a contenere un vero e proprio cimitero universale di tombe: la storia della vita e della morte di ogni singolo essere vivente come “il grande tesoro dei ricordi” dell’intera umanità.                                                                            

Questo sembra essere possibile grazie all’invenzione, da parte dell’autore, dell’esistenza di una grande enciclopedia che contiene le biografie di tutti coloro i cui nomi sono trascritti nei registri mortuari e il cui ricordo viene immortalato in questo grande archivio letterario che serve a salvare storie di vite che resterebbero altrimenti sconosciute e probabilmente sarebbero, con il tempo, dimenticate. Un vero e proprio racconto nel racconto, in cui la letteratura riflette su sé stessa, sui propri confini e sul proprio riuscire a contenere in sé stessa l’epopea infinita del genere umano sulla Terra.            

In realtà, questa estensione universale delle memorie degli esseri umani e del loro passaggio sulla Terra conduce il lettore ad interrogarsi sull’effettiva possibilità della letteratura di contenere la totalità del reale senza generare un amalgama indiscriminato di nomi, corpi, vite che non possono essere rese uguali o poste su un medesimo piano. Quello che emerge nel racconto è quanto ogni vita sia degna di memoria, non ci sono esistenze che meritano più di altre di essere ricordate. Allo stesso tempo, non è possibile racchiudere in un unico volume enciclopedico l’intera umanità, facendo scomparire il singolo individuo in un accumulo indistinto. È la figlia dell’uomo di cui si raccontano le varie fasi di vita che cerca tra gli infiniti nomi proprio quello di suo padre, che, altrimenti, sarebbe stato soltanto uno dei tanti nei racconti di vita di altrettante persone.                        

Questo dimostra come la letteratura sia il grande libro dei vivi e non dei morti, è ciò che metaforicamente ci suggerisce la voce di Orfeo che continua a risuonare nell’aria dopo che le Baccanti hanno fatto scempio del suo corpo. Raccontare rappresenta un modo per gli esseri umani di mantenere in vita nella memoria un defunto, superando la distanza e il distacco causato dalla morte.                                                                          

Chiunque decide di prendere la penna per scrivere riguardo qualcuno a cui è stato legato e che non c’è più ha i propri ricordi, i quali si materializzano in immagini mentali che crea nel proprio più intimo subconscio. Non è possibile generalizzare in questo senso: la memoria è una dimensione soggettiva dell’anima di ogni uomo e di ogni donna e queste particolari distorsioni e curvature temporali che sono emerse dalle opere romanzesche prese in analisi ne rappresentano la massima manifestazione. E come Foscolo nei Sepolcri si contrappone all’idea di un cimitero di lapidi tutte uguali, così ogni individuo merita il proprio spazio narrativo e di essere soprattutto ricordato attraverso gli occhi e le emozioni di chi rimane.

 Fonte immagine: pixabay.com                                                                   

A proposito di Alessandra Nazzaro

Nata e cresciuta a Napoli, classe 1996, sotto il segno dei Gemelli. Cantautrice, in arte Lena A., appassionata di musica, cinema e teatro. Studia Filologia Moderna all'Università Federico II di Napoli.

Vedi tutti gli articoli di Alessandra Nazzaro

Commenta