L’ipotesi Sapir-Whorf: parlare, comunicare ed esprimersi

Ipotesi Sapir-Whorf

L’Ipotesi di Sapir-Whorf è l’idea, per la quale la struttura della lingua influenzi la visione del mondo, la percezione e la cognizione di chi la parla. A lingue diverse, dunque, corrisponderebbero esperienze, percezioni, culture e pensieri diversi.

L’origine dell’ipotesi di Sapir-Whorf si collega al lavoro del linguista tedesco Franz Boas, maestro di Sapir.
Negli Stati Uniti, Boas ebbe modo di entrare in contatto con le lingue dei nativi americani appartenenti a diverse famiglie linguistiche; tutte queste erano molto diverse dalle lingue semitiche e indo-europee studiate da molti intellettuali europei.

Ricordiamo che tra i popoli indoeuropei abbiamo notizie di: liguri, etruschi (lingua studiata della quale però non si sa molto) minoici, sostrato iberico in Spagna e i baschi che sono un caso interessante (parlavano una lingua stranissima in Europa, isolata, per cui l’ipotesi più accreditata è che siano dei superstiti della Vecchia Europa, che hanno resistito all’avanzata delle lingue indoeuropee).

Detto ciò, procediamo con ordine. Le parole per esprimere un concetto o utilizzate per riferirsi a diverse espressioni, oggetti, cose della realtà, cambiano in base ai vari linguaggi di appartenenza. Ogni area geografica infatti, ha subito nel corso del tempo gli influssi propri di determinate popolazioni che inevitabilmente hanno sviluppato un proprio linguaggio, o per meglio dire, un modo per comunicare tra loro e con gli altri.
La linguistica è la disciplina che studia la formazione delle lingue e la loro relativa diffusione, gli usi ed i cambiamenti. Gli studiosi ed i linguisti, appartenenti a varie scuole di pensiero, con il trascorrere del tempo, hanno sancito alcuni – dogmi ed ipotesi – che ancora oggi sono al vaglio da parte di filologi e linguisti.

Se il linguaggio serve per comunicare con gli altri, come abbiamo detto presenta ovviamente delle differenze di natura differente che mutano in base a vari fattori. Le differenze grammaticali e lessicali tra le lingue rivelavano un modo di descrivere, e quindi di percepire la realtà differente. A sostenere tale ipotesi fu Edward Sapir, un linguista statunitense.
Quanto affermato da Sapir fu condiviso da Benjamin Lee Whorf, un ingegnere che frequentava le scuole di Sapir.
Proprio Whorf pensò di studiare tutte le lingue rare ed esotiche e coniò un nuovo termine: “Relatività linguistica”. Da lì altri studiosi presero il lavoro di Sapir e di Whorf e lo svilupparono fino ai giorni nostri.
L’Ipotesi di Sapir – Whorf riscuote ancora oggi un enorme successo, e sono numerosi gli studiosi che ne studiano le caratteristiche, sempre stupefacenti. In particolar modo il concetto di relatività linguistica, riveste un significato profondo, soprattutto se si pensa che alcuni linguisti nel corso del Ventesimo secolo hanno affermato di non considerarla affatto.
Per Sapir, la relatività linguistica si identifica con un possibile modo di formulare uno dei paradossi fondamentali della vita umana, ossia la necessità che ogni individuo ha di usare un codice comune e predefinito per esprimere quelle che non possono non essere che delle esperienze soggettive diverse.

L’Ipotesi Sapir-Whorf: il linguaggio come forma di comunicazione e non ragionamento

Secondo l’ipotesi accreditata dai due studiosi, se il numero di parole disponibile per esprimere un concetto tra due lingue è simile, allora è probabile che il fenomeno venga percepito alla stessa maniera tra i due gruppi di parlanti.

Inoltre Sapir considerava la logica della grammatica qualcosa di simile alla logica dei codici artistici, dal suo punto di vista le regole della formazione del plurale o del genere delle parole che solo alcune lingue, come l’italiano, possiedono non è dissimile dalle preferenze stilistiche che l’artista deve tener presenti quando lavora su certi tipi di materiali all’interno di una particolare tradizione artistica.
Whorf era interessato invece a cercare un modo per concretizzare le caratteristiche astratte, delle lingue esotiche o rare. Le cosiddette “lingue amerindie” sono da intendersi come modi di parlare alternativi, una serie di osservazioni e valutazioni che permettono di comunicare ed esprimersi. Per questo motivo le visioni non sono sovrapponibili, così come i concetti di significante e significato che, in linguistica si riferiscono a due aspetti di una parola: uno concreto e uno astratto. Da questo punto di vista, tutto ciò si collega a quello di “campo esterno e campo egoico”, in cui il primo riguarda la percezione visiva e il secondo quella non visiva.

Secondo Whorf, tale situazione, resa concreta grazie all’immaginazione, si può scindere in qualcosa che ha movimento e che si “scontra” con uno sfondo o contesto fisso.
L’ipotesi Sapir-Whorf afferma che il linguaggio non costituisce solo un mezzo di espressione per pensieri preformati, ma che è esso stesso a dare consistenza e quindi forma alle idee. Un concetto notevolmente importante, considerando anche i processi storici che hanno condotto ad un mutamento linguistico vero e proprio.

Negli ultimi tempi, studiando le diverse scuole di pensiero cui appartenevano i tanti linguisti della storia, appare nitida una sostanziale differenza tra la posizione di Whorf e quella di Sapir, nonostante la formulazione dell’ipotesi che li vede entrambi impegnati. La differenza tra la posizione whorfiana e quella del suo ipotetico antagonista non è di tipo assoluto, ma si basa su una questione di grado: per uno il pensiero è in larga misura condizionato dal linguaggio, per l’altro ne è sostanzialmente libero. Whorf insomma, come Humboldt, si distingue per aver sottolineato il ruolo del linguaggio nel costituire una propria “visione del mondo”.

Un altro problema che si evince dallo studio dell’Ipotesi Sapir-Whorf, deriva dall’idea che se il linguaggio di una persona non ha parole per un particolare concetto, allora quella persona non sarebbe in grado di comprendere quel concetto. Ovviamente non è vero. Il linguaggio non controlla l’aspetto cognitivo di una persona, e non riguarda necessariamente la capacità delle persone di ragionare e di formulare una risposta a qualcosa. A tal proposito, una persona può non conoscere la parola – marrone – ma, attraverso un oggetto che ha a disposizione, come ad esempio un tavolo, può percepire quel colore. Le emozioni e le percezioni, a prova di quanto assunto, rappresentano qualcosa che si è formato nel tempo, e quindi non derivante da ragionamenti o dal modo differente di comunicare e parlare nelle diverse parti del mondo.

La nostra capacità di esprimerci attraverso parole (che formano conseguentemente discorsi più complessi) non è quindi dovuta alla nostra intelligenza: l’essere umano avrebbe quindi una capacità di apprendimento innata e soprattutto inconscia che gli permette di capire la struttura delle frasi, l’ordine delle parole, dei suoni e dei significati.

Qualsiasi sia il modo di comunicare, il linguaggio prende spunto da questa e da altre ipotesi susseguitesi nel tempo e che inevitabilmente rappresentano la base del nostro essere.

Immagine in evidenza: Google immagini

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