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5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

5 poesie di Alda Merini: epifanie, deliri, nenie, disvelamenti e apparizioni

Alla scoperta di 5 poesie di Alda Merini | Riflessioni

Non possiamo, in questo articolo, parlare della nostra “top five” di poesie di Alda Merini, né prenderà qui forma un’analisi o un commento critico delle sue opere; tutto quello che si vuol fare è segnalare le «molecole di narratività» di cinque componimenti scelti per parola chiave nel tentativo di ripercorrere la poetica e la vita della poetessa. Dalla nascita, fino alla morte, contando la furia della pazzia, passando per l’orrore del manicomio e l’abbandono di un marito, odorando amanti senza tempo, ritrovando l’amore di una mamma che meglio di tutto seppe dare alle sue figlie i suoi versi.

5 poesie di Alda Merini

Alda Giuseppina Angela Merini nacque il 21 marzo del 1931 a Milano. Inaugurata la primavera con i suoi versi e fiorendo come un ciliegio che si riempie di rosso, lei, fiore riempito di linfa, si dice “poetessa della vita”.

«Sono nata il ventuno a primavera»  canta, in suo onore, Milva sulle note di Giovanni Nuti (dall’album “Milva canta Merini“, 2004).

«Il gobbo» da “Poetesse del Novecento

Il destino di Alda Merini è, sin dalla nascita, fatto di pane e poesia. Alda è una bambina subito forte: a soli 12 anni fa l’ “ostetrica”, portando alla luce il fratellino, sotto le bombe della guerra e le urla della mamma. Al contempo si svela ai suoi occhi l’identità salvifica della poesia e all’età di 15 anni Giacinto Spagnoletti è il primo ad essere considerato il vero scopritore del suo talento. «Il gobbo» è infatti tra le prime poesie pubblicate di Alda Merini: prima di finire in “Poetesse del Novecento“, fu pubblicata da Spagnoletti in “Antologia della poesia italiana 1909-1949″.

Dalla solita sponda del mattino
io mi guadagno palmo a palmo il giorno:
il giorno dalle acque così grigie,
dall’espressione assente.
Il giorno io lo guadagno con fatica
tra le due sponde che non si risolvono,
insoluta io stessa per la vita
… e nessuno m’aiuta.
Mi viene a volte un gobbo sfaccendato,
un simbolo presago d’allegrezza
che ha il dono di una stana profezia.
E perché vada incontro alla promessa
lui mi traghetta sulle proprie spalle.

«Quel sentirmi chiamare» da “Ipotenusa d’amore

…allora sono andata con il primo che mi è capitato perché non ce la facevo più. Avevo 18 anni, dove dormivo scusate? Così poi l’ho sposato, nel 1953. Era un operaio, è morto nel 1983, un lavoratore. Si chiamava Ettore Carniti […] Un bell’uomo. Ho avuto quattro figlie da lui.” (dall’intervista con Cristiana Ceci, 2004).
Ettore Carniti è un uomo poco propenso alla letteratura; Alda non rinuncia alla poesia neppure con la fame… Un giorno Ettore torna a casa dopo aver speso tutti i soldi, lei gli lancia una sedia contro per ferirlo gravemente. Emanuela, Barbara, Flavia e Simonetta vengono strappate presto alla loro mamma: Alda è considerata psicolabile.

Quel sentirmi chiamare
mamma
quando eri nel cortile,
il cortile del canto,
e muovevi un pallone tutto tuo
per quel tuo sapiente rigiocare
sulle scintille dell’adolescenza:
era già un abbandono
e non sapevo.

“A loro raccomando sempre di non dire che sono figlie della poetessa Alda Merini. Quella pazza. Rispondono che io sono la loro mamma e basta, che non si vergognano di me. Mi commuovono.”

«Il dottore agguerrito» da “La terra Santa”

La prima volta che Alda sfiora i muri del manicomio è a 16 anni. É il 1947: le viene diagnosticato un disturbo bipolare. Fatti i conti con i primi lividi della “follia” e riscossi i primi successi letterari, dal 1965 fino al ’72, ritorna in clinica psichiatrica per assaggiare la colpa della pazzia. Segue un silenzio lungo due decenni prima che, nel 1979, Alda torni a scrivere per adempiere alle “meditazioni liriche sulla sconvolgente esperienza manicomiale” (Maria Corti). “La Terra Santa” è la testimonianza atroce di ciò che la sua pelle dolente e il suo pensiero offuscato avevano subito: “è quindi venuto il momento di cantare una esequie al passato” (da “La Terra Santa”, «Io sono certa»).

Il dottore agguerrito nella notte
viene con passi felpati alla tua sorte,
e sogghignando guarda i volti tristi
degli ammalati, quindi ti ammannisce
una pesante dose sedativa
per colmare il tuo sonno e dentro il braccio
attacca una flebo che sommuova
il tuo sangue irruente di poeta.
Poi se ne va sicuro, devastato
dalla sua incredibile follia
il dottore di guardia, e tu le sbarre
guardi nel sonno come allucinato
e ti canti le nenie del martirio.

Nelle sue poesie scritte in manicomio, vi sono i brandelli dei letti d’ospedale, la scia dell’elettroshock, il “tempo perduto in vorticosi pensieri”, uno “stagno melmoso di triti rifiuti” dal fondo del quale ella urla versi poiché mai rinunciò al suo destino di poeta.

Altre due poesie di Alda Merini

«Non voglio che tu muoia» da “Per Michele Pierri

“…bello, alto, austero, silenzioso e temibile. Ma io non lo temevo. Due poeti non si temono mai, perché sanno che sotto la loro forza c’è una vulnerabilità così silenziosa da far pensare ai sottofondi marini” (“Delirio amoroso”).
Nel 1981, dopo la morte del marito Ettore Carniti, la poetessa intraprende un colloquio telefonico costante con Michele Pierri: la loro è un’amicizia profondissima che si trasforma in amore premuroso.
Lui ha 85 anni, lei 53 quando, dopo due anni di inquietudini, tra le insistenze di Alda e l’ostilità di Pierri che era contrario al matrimonio, finalmente si sposano. Poeta tarantino ed ex medico, Pierri è un uomo che si prende cura di Alda e di cui apprezza e sostiene la poesia.

Quando nel 1985 egli fu ricoverato perché malato terminale, Alda, conscia di non potersi prendere cura di lui, cade in una crisi profondissima: sa che con la morte del marito muoiono la pace e il benessere che il suo sposo novello le aveva concesso. Ritorna in clinica psichiatrica.

Non voglio che tu muoia, no.
Se tu tremassi nella morte,
io cadrei come una foglia al vento,
eppure con le mie grida e i miei sospiri
io ti uccido ogni giorno;
ogni giorno accelero la tua morte,
sperando che anche per me sia la fine
e mi domando dove Dio stia
in tanta collisione di anime,
come permetta questo odio senza rispetto,
e brancolo nel buio della follia
cercando il tentacolo della scienza.

L’unione tra Alda Merini e Michele Pierri fu, a discapito dei fraintendimenti generali, un legame fatto di poesia ma anche di sentimento: fu per lei come ritornare in una culla circondata da premure o come sedersi su un trono, regina coronata d’oro. Lei si definì “sposa felice”, la sua poesia rifiorì.

«Le maschere» poesia inedita dettata al telefono il 26 marzo del 2001 a Massimo Cecconi

Di ritorno a Milano, Alda Merini si reca al Caffè Chimera; dal 1986 inizia un periodo sereno e prospero per la Merini e la sua poesia. Vince svariati premi e negli anni successivi, per merito di personaggi come Maurizio Costanzo e Vincenzo Mollica, diverrà presto figura mediatica del moderno poeta ma anche di follia: apparirà svariate volte in televisione al fianco di artisti come Lucio Dalla. Questa poesia, datata 2001, testimonia quella pratica della dettatura poetica per telefono che Alda praticò con vari personaggi, come Massimo Cecconi, che ha trascritto «Le maschere».

Maschere che ho buttato in un canto
ora per ora
per salvare il mio cuore
maschere che hanno lacrime dipinte
e un fiore sempre verde nel labbro
maschere che hanno fumato i miei limiti
che hanno tenuto in bocca le mie sigarette
o maschera gigante
che hai coperto il mio volto
per dieci lunghissimi anni
e che non hai mai riso
nessuno mi identificherà mai
in questo grande teatro che è la vita
perché anche se vengo a vederti
e piango nel mio cuore
ti porto una maschera di solarità

Anche la follia merita i suoi applausi.

Alda Merini – conclusione

Sono passati quasi nove anni, ormai, dalla scomparsa di Alda Merini, morta il primo novembre 2009 nella sua Milano. Se c’è un luogo dove possiamo incontrare Alda e vedere quello che i suoi occhi vedevano, dobbiamo recarci sui Navigli. Da quella che in Ripa di Porta Ticinese fu la sua casa a partire dal 1986, sono stati prelevati tutti gli oggetti a lei cari (persino pareti intere sulle quali ella era solita scarabocchiare col rossetto i numeri di telefono dei suoi amici) per ricostruirne l’ambiente, ora divenuto un piccolo museo in suo onore: Casa delle Arti – Spazio Alda Merini.

Fonte immagine di copertina: link (http://www.aldamerini.it/)

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