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Meeting, Jobs Act, spending review: quando il forestierismo è di troppo

Meeting, Jobs Act, spending review: quando il forestierismo è di troppo

La controversa faccenda del prestito linguistico o del forestierismo, cioè delle parole che l’italiano ha tratto da altre lingue con cui, per motivi politici, economici o culturali, è venuto a contatto, ha interessato e fatto discutere, nel corso dei secoli, stimati linguisti, scrittori di successo, esponenti della politica italiana e persino i semplici appassionati.

I forestierismi presenti nel nostro lessico sono davvero molti: basti guardare, a tal proposito, all’analisi compiuta da Anna M. Thornton e Claudio Iacopini – che viene riportata dallo studioso Paolo D’Achille nel libro L’italiano contemporaneo – sul vocabolario di base, dove l’11,3% dei lessemi è costituito dalle lingue straniere. Non sempre, però, è possibile distinguere, con velocità e in maniera chiara, una voce italiana da un prestito, dato che quest’ultimo può, nel passaggio da una lingua all’altra, sia mantenere la sua forma originaria, sia essere adattato, dal punto di vista fonetico e morfologico, all’italiano. Nel secondo caso, pertanto, il parlante comune non potrà mai percepire prestiti quali idéologie (adattato come ideologia) o beefsteak (cioè bistecca) come tali.

Le cause dell’anglicizzazione dell’italiano

Fra i forestierismi non adattati dell’italiano, un discorso a parte va fatto per gli anglicismi che, a partire dal Novecento, sono entrati, aggressivamente, nel vocabolario del parlante italiano medio. Del fenomeno, che portò lo scrittore Primo Levi a parlare, polemicamente, di itangliano, possono essere varate diverse ipotesi: la conoscenza dell’inglese, fra gli italiani, ormai consolidata; la posizione, tutt’altro che marginale, che quest’ultima ha nella comunicazione internazionale; l’influenza che la cultura angloamericana esercita sulle nuove generazioni. Ma, se per far fronte all’anglicizzazione sono state adottate, sia in Francia che in Spagna, delle dure politiche linguistiche, in Italia, invece, è andata diversamente. Infatti, forse per negligenza e poco amore per l’italiano, forse per gli spettri dell’ingombrante e incombente «dirigismo» linguistico fascista, nulla si è fatto, lasciando campo aperto ad ogni tipo di inglesismo.

Sul primo motivo elencato, è intervenuto lo stesso Claudio Marazzini, Presidente dell’Accademia della Crusca, che ha evidenziato che «manca troppo spesso il senso di identità collettiva che rende uno stato saldo nella coscienza dei cittadini e una buona conoscenza della propria storia e della propria lingua tale da restituire il senso di appartenenza alla cultura nazionale. Il cittadino italiano – ha continuato il linguista – fuor che per il cibo, e anche per questo oggi meno di un tempo, è non di rado una specie di apolide, anche se spesso svantaggiato e poco integrabile all’estero. Con queste basi e radici, i giovani sono facilmente pronti a staccarsi dalla realtà nazionale e a tagliare i ponti, quei pochi che restano».

Ma l’immobilismo dell’Italia deriva, anche e sopratutto, dai danni causati dal fascismo a partire dal 1940 quando, in nome dell’autarchia culturale, Mussolini incaricò l’Accademia d’Italia di vigilare sulle parole straniere e di coniarne di nuove per sostituirle. Venne vietato l’uso di forestierismi nell’intestazione delle ditte e si dispose la censura, nei film, delle scene in lingua straniera. In poco tempo, con l’italianizzazione coatta dei cognomi stranieri, la questione della lingua si legò alla folle, ingiustificabile e xenofoba questione della razza. Ciononostante, esistono anche casi di buona sostituzione dei termini inglesi: infatti, se le proposte di arlecchino (per cocktail) e di brioscia (per brioche) rimasero inascoltate, quelle di regista (al posto di regisseur) e di autista (invece di chauffeur), avanzate dal neopurista Bruno Migliorini, ebbero effettivamente successo. Altre volte, come nel caso di autorimessa/garage e di pallacanestro/basket, vige l’utilizzo ora dell’una, ora dell’altra.

Non bisogna, infine, dimenticare che l’utilizzo dell’italiano parlato è cosa recente. Fino alla diffusione della radio e della televisione, cioè a Novecento inoltrato, solo gli aristocratici, nelle situazione ufficiali, parlavano – o credevano di parlare – la lingua italiana; per la semplice conversazione e per l’ambiente familiare, si preferiva, invece, il dialetto, che era molto più semplice da controllare. Basti pensare, a tal proposito, ai dubbi linguistici che assillarono il Manzoni nella scrittura del suo capolavoro, risolti soltanto nell’edizione quarantana attraverso la «risciacquatura dei panni in Arno»; o ancora, allo sprezzante giudizio che lo stesso letterato milanese dava dell’italiano del tempo, che apostrofò come finito perché frutto di goffe correzioni delle parole altrimenti dialettali. Dinanzi a siffatti esempi si può comprendere, con gran facilità, la debolezza che, ancora oggi, la nostra lingua conserva.

Come difendere la dolce lingua italiana dal forestierismo

Alla luce delle nuove tendenze linguistiche, del processo di globalizzazione e della nascita dell’italiano industriale pasoliniano, appare necessario, per coloro che, alla tecnica, preferiscono la letterarietà della dolce lingua che fu di Dante e di Petrarca, difendere quest’ultima con le grinfie. In che modo? Anzitutto, distinguendo fra prestiti intraducibili e quindi utili (che, il più delle volte, derivano dal linguaggio settoriale della tecnologia) come selfie, Internet, e-mail, mouse, browser, e prestiti o espressioni, come acquagym, meeting, appeal, authority, endorsement, happy hour, joint venture, week-end, che hanno corrispondenti italiani efficaci.

E così, se appare eccessivo, nonché infruttuoso, sostituire parole straniere radicate e funzionanti (okay, bar, sport, day-hospital, computer), lo è altrettanto accettare, con passività, che espressioni inutili quali election day, jobs act, spending review, exit-pool imbarbariscano l’italiano.

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