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Eroica Fenice

Shakespeare

Shakespeare e l’enigma dell’identità italiana

Sono trascorsi 400 anni dalla sua morte, celebrati in tutto il mondo con iniziative culturali, rappresentazioni e ristampe di prestigiose edizioni; eppure, i misteri che avvolgono William Shakespeare continuano a infiammare accademici e studiosi. Certo, conquistarsi i natali di un personaggio tanto emblematico, il più eminente drammaturgo della cultura occidentale, non è da poco; e tale è, infatti, l’audace obiettivo di svariate teorie miranti da secoli a delineare una plausibile biografia per una figura innegabilmente misteriosa. Alla luce dei vari contributi dedicati alla questione, tra i principali “candidati” alternativi all’attribuzione delle opere di Shakespeare vi è un’ulteriore ipotetica proposta di identità, che intenderebbe dimostrare l’italianità del Bardo.

Contraddizioni nella biografia ufficiale di Shakespeare 

Il dibattito è sorto in assenza di dati biografici certi: le congetture cristallizzatesi nella tradizione identificherebbero il drammaturgo con il William Shakespeare nato a Stratford-on-Avon il 23 aprile 1564, giorno di San Giorgio, festa nazionale inglese – in effetti, una smisurata coincidenza per il più gran poeta britannico. Dal 1585 al 1592, periodo non documentato, si suppone che il giovane William si trasferisse a Londra; nel 1592 un libello ci informa della sua ascesa in ambito teatrale, dunque i biografi ufficiali hanno concluso che qui egli divenne attore e co-titolare della compagnia teatrale Lord Chamberlain’s Men, proprietaria del Globe Theatre. Divise la sua vita tra Londra e Stratford, dove morì il 23 aprile (ritorna, nuovamente, la fondamentale data inglese) nel 1616; nel 1623 alcuni editori, assicuratisi i diritti di Shakespeare, pubblicarono trentasei drammi nel volume passato alla storia come First Folio.

Nessuna carta fu mai scritta personalmente da William, né esiste alcun documento di carattere letterario; restano soltanto atti di tipo commerciale, nei quali non figura alcun volume, né si allude alle quote del Globe Theatre. Inoltre, l’esile biografia del borghese di XVI secolo, privo di una particolare istruzione, ha sollevato ulteriori dubbi, in relazione all’elevato livello artistico dei numerosi componimenti, al ricchissimo vocabolario di circa 29.000 parole diverse e alla profonda conoscenza linguistica, scientifica e politica europea. Ecco che si è fatta strada l’idea di uno Shakespeare-entità puramente letteraria, frutto di un processo collaborativo, mascherato attraverso un’identità costruita per uno scopo esclusivamente intellettuale. Ulteriore peculiarità dei suoi scritti è la straordinaria presenza dell’ambientazione italiana, un fatto singolare per una persona che non avrebbe mai viaggiato: spesso Shakespeare cita piccoli, sconosciuti borghi italiani, rivelando, peraltro, un’accurata conoscenza di usi, costumi, legislazioni dei vari regni d’Italia e nuclei narrativi già consolidatisi nella tradizione letteraria, come la vicenda di Romeo e Giulietta, già ampiamente nota. 

William Shakespeare o Michel Agnolo Florio?

Ebbene, nei primi anni del Novecento, nel corso di ricerche storico-letterarie, alcuni studiosi si ritrovarono di fronte al problema di alcune opere riconducibili ad un misconosciuto letterato valtellinese del XVI secolo: pare che tale Michel Agnolo Florio, dai labili dati ricostruiti, appartenesse a una famiglia di discendenza ebraica esule dalla Spagna, costretta nuovamente a lasciare la città di Messina, a seguito della diaspora imposta nel 1492 da Ferdinando Il Cattolico, e a trasferirsi nei possedimenti in Valtellina.
Entrambi i genitori, Giovanni Florio e Guglielma Crollalanza, avevano rami familiari in Inghilterra; di questi, il cugino Giovanni Florio era un grande accademico, mentre Giovanni Crollalanza, cugino di Guglielma, viveva proprio a Stratford-on-Avon. A Messina, Michel Agnolo avrebbe dato alle stampe il testo che precede l’opera shakespeariana, dal titolo Tantu scrusciu ppi nenti, la futura Tanto rumore per nulla (Much Ado About Nothing).

I sette anni del periodo oscuro della biografia ufficiale di Shakespeare, risultano, al contrario, decisivi per la formazione culturale di Michel Agnolo: questi studiò presso l’Università di Padova – che, in effetti, compare ne La bisbetica domataIl mercante di Veneziaed entrò in contatto con gli ambienti più culturalmente stimolanti dell’Italia del tempo, in cui gravitavano Giordano Bruno, Galileo Galilei e il giurista Ottonello Descalzi. Dal Veneto, Michel Agnolo sarebbe giunto a Londra, inaugurando il periodo prolifico di scrittura e frequentazione del Globe Theathre, in cui recitava il cugino Edmund Crollalanza; e infatti, poco tempo dopo l’arrivo di Michel Agnolo Florio in Inghilterra, iniziarono a circolare le opere attribuite a William Shakespeare, intrise di una conoscenza enciclopedica di alto livello. Infine, i sostenitori di questa avvincente teoria ritengono che, come in un vero e proprio rebus che il grande drammaturgo volle forse lasciare ai posteri, Michel Agnolo cambiò il suo nome traducendo in inglese quello della madre: William, forma inglese maschile di Guglielma, e Shake, “scrolla”, Speare, “lancia”, da Crollalanza.

Certo, l’identità è da sempre prodotta da tradizioni che si depositano; nella storia del sapere, l’appropriazione è l’inevitabile modo in cui la cultura forma se stessa, crescendo per contagio, per rapina, per derivazione. Tuttavia, oltre le qualsivoglia revisioni del personaggio di William Shakespeare, non potrà mai sminuirsi il fascino relativo al suo nome, che da sempre nutre il nostro immaginario emozionale. L’estensione enorme della comprensione umana rende la sua opera universale. «Noi siamo ancora sue creature», scriveva Harold Bloom: Shakespeare vive oggi, come uno di noi, grande maestro della relatività del tutto, dell’ambiguità, dell’amore immortale, della magia, della tempesta. 

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