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Eroica Fenice

Cambogia, bassorilievi, templi

Cambogia: quello che mi porto dal viaggio

Arrivare in Cambogia è come sbarcare su un altro pianeta, nemmeno i minuti scorrono normalmente, fanno piuttosto un rumore di acqua fresca che scorre sulle pietre.
Innanzitutto fa caldo, ad agosto. E la gentilezza delle persone in Cambogia è quasi imbarazzante: cioè, noi siamo napoletani, di regola ospitali, ma la loro, lì in Cambogia, non è ospitalità, è devozione, rispetto di un precetto divino più che umano.
Il colore che più salta agli occhi, appena arrivi, è il verde: un verde che non ho mai visto altrove, brillante e fresco, delle piantine di riso che tappezzano ogni tratto di terra su cui posi lo sguardo.
L’odore invece è molto particolare, lo riconoscerei ovunque, eppure non so cosa sia: è una spezia credo, qualcosa che si trova in ogni piatto e in ogni bevanda e in ogni granello di ossigeno che ti trovi a consumare.
Il rumore prevalente in Cambogia è indubbiamente quello del tuk tuk che ci scarrozza in giro per i templi.
Ma c’è un altro rumore, il silenzio. Il silenzio delle persone che, oltre a contraddistinguere un popolo estremamente mite, racconta anche altro: un passato di dolore che ancora non è andato via.
Devo dire che in Cambogia le persone parlano con gli occhi: io sono di Napoli e, be’, noi napoletani parliamo con le mani, decisamente con le mani, mentre lì tutto sta negli occhi, nel luccichio, nel riflesso del sole caldissimo sulle gocce di sudore, nelle impressioni.
Quando finalmente andiamo ad Angkor l’aria è così calda da mancare il respiro. Ci dirigiamo verso l’entrata grande di Angkor Wat. Uno spiazzo immenso, colorato da scure pietre che sembrano castelli di sabbia, quella che con le mani facevamo cadere creando delle costruzioni decò sul bagnasciuga: ebbene, quelle costruzioni dell’infanzia erano una reminescenza di una grandezza imperiale dell’Oriente, che è in ognuno di noi, evidentemente.
Quel giorno per fortuna troviamo qualcuno che parla inglese, in modo scolastico, ma comprensibile.
Il sole si scioglieva come lava su ogni cosa, ma avvicinarsi a quel monumento di fuoco sembrava l’unica cosa da fare e lì troviamo Emedì, la guida. “Good morning”, con occhi sorridenti.
Ci avviciniamo ad una delle porte in cerca dell’ombra, io purtroppo devo essere molto coperta, starei in bikini molto volentieri, ma lì la divinità ci ospita e non possiamo essere da meno, quindi via con copri spalle, pantaloni lunghi e cappello: volevo morire e ce l’ho avuta un po’ con Visnu, in quel momento!
Insomma, Emedì è pronto a spiegarci come il tempio sia la madre di tutti i templi (non il padre, come è giusto che sia!) e come rappresenti una montagna, un po’ come tutti i templi hindu, che è il Monte Meru (l’Olimpo induista per intenderci).
Questi templi sono rettangolari, grandi, concentrici che si avvicinano sempre più al centro, alla cima del monte. Ogni pezzetto di pietra arenaria è decorato con bassorilievi, così delicati e belli, rappresentando battaglie, ballerine, animali e tutto l’immaginabile. A quel punto noi gli facciamo tante domande, ma ad una la sua reazione è strana: gli chiediamo come è la situazione politica. Non ricordo nemmeno le esatte parole, so solo che Emedì aspetta che digeriamo tanta bellezza e poi ci dice, così, secco: “Posso parlarvi di tutto, della religione, dell’arte, ho studiato tanto, ma non fatemi domande di politica, vi prego”.
Ci guardiamo straniti, non sappiamo se abbiamo capito bene e non sappiamo cosa dire. Chissà se a quel punto è stato il nostro viso, i nostri occhi che hanno parlato per noi oppure se Emedì, in fondo, voleva parlare, fatto sta che alla fine ci ha raccontato qualcosa.
La situazione non è facile in Cambogia. Ci hanno insegnato, a scuola, a non parlare mai, per nessun motivo, della situazione politica”. In realtà, come ho già detto, a parlare sono gli occhi e stavolta anche qualche gesto: si guarda intorno e lo sguardo è cupo, segreto. Ci fa capire che la loro vita è stata molto sofferta, per moltissimo tempo hanno dovuto fare attenzione a quello che dicevano e a chi lo dicevano e ora, come dire, non c’è da fidarsi.
Suo padre è stato ucciso dall’esercito di Pol Pot, forse perché era un oppositore oppure perché era solo sospettato, questo non lo sappiamo, ma in effetti non è importante, quantomeno per Emedì.
I suoi occhi non possono essere descritti, guardava in basso e a volte dritto nei nostri occhi, quanto avrei voluto fargli più domande, quante cose avrei voluto sapere: e qui forse è il nostro limite, siamo timidi, entriamo sempre in punta di piedi in questo mondo e, in quel momento, non volevamo rompere l’equilibrio che c’era con lui, un uomo molto composto e delicato.
Ci allontaniamo salutando Emedì con la mano, desiderosi di tornare dal nostro amico col tuk tuk, per andare contro vento verso altri templi: aria, aria fresca nei capelli sudati, acqua sempre fredda grazie al thermos e occhi stracolmi di colori e di gioia, occhi che parlano, come quelli della Cambogia: “Chissà che non riusciamo a portarci qualcosa di loro, negli occhi” ho pensato.

Quel che mi porto dalla Cambogia

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