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Eroica Fenice

La Tag: Giappone contiene 6 articoli

Culturalmente

Mizukokuyō: lutto per i feti non nati, un rito giapponese

Che si tratti di aborti spontanei o farmacologici, di feti o di bambini molto piccoli, la cultura giapponese impone che per ritrovare la serenità con se stessi vada compiuto il rito del Mizukokuyō. Non solo. Questa pratica, a metà tra esorcismo e un rituale curativo, va compiuta per scongiurare la possibilità che lo spirito del piccolo defunto danneggi eventuali fratelli e/o sorelle. Il Giappone è un paese lontano da ciò che l’Occidente considera convenzionalmente come “religioso” che, nella maggior parte dei casi, si associa a una visione monoteistica e, tendenzialmente, cristiana. Ciò che invece caratterizza la spiritualità nipponica è una molteplicità di credi e dottrine, che rendono l’identità religiosa giapponese piuttosto ambigua e, di conseguenza, difficilmente ascrivibile a un singolo credo. Tuttavia, se si volessero definire i culti che più risultano avere un impatto sulla popolazione giapponese bisognerebbe fare riferimento a una classe di credenze che appartengono a ciò che viene definito come il culto di stato giapponese per eccellenza, lo Shintoismo, e l’ormai addomesticato culto buddista di matrice indo-cinese. È proprio da queste basi che prende vita la pratica del Mizukokuyō. Mizukokuyō: la pratica dedicata ai “bambini d’acqua” Una peculiarità della spiritualità giapponese è quella di avere una tendenza ibrida, i culti si uniscono e si rinnovano vicendevolmente, fornendo al credente un’estrema libertà spirituale. Altre volte, invece, si riesce facilmente a individuare la maternità di un determinato rito o funzione e questo il caso del rituale del Mizukokuyō (Nutrimento del bambino d’acqua) di matrice esplicitamente buddista, in quanto il ruolo di mediatore tra il mondo terreno e quello extraterreno viene affidato al bodhisattva Jizō Bosatsu, protettore noto per la sua vicinanza a bambini e donne. Ma cos’è un Mizuko, letteralmente “bambino d’acqua”? Si tratta, nella maggior parte dei casi, di un feto mai nato (sia che si tratti di un aborto spontaneo che farmacologico) ma, recentemente, si attestano funzioni di Mizukokuyō anche per bambini morti in tenera età.  La pratica del Mizukokuyō non è altro che una funzione funebre, un memoriale per i bambini che non sono riusciti a vedere la luce del sole. Dal punto di vista occidentale/cristiano, questo potrebbe essere letto come un semplice funerale. In realtà questa pratica può essere considerata come un’intersezione tra esorcismo e un rituale curativo. Si dice, infatti, che lo spirito del bambino morto possa, in qualche modo, essere violento e vendicativo: ciò viene definito Mizukotatari (Maledizione del bambino d’acqua) e i destinatari principali di questa fattura, se presenti, sono i fratelli e/o sorelle del feto abortito. Loro hanno avuto la possibilità di vivere, quindi devono essere puniti. Si cerca quindi di “alimentare” lo spirito del bambino tramite specifiche preghiere e richiedendo l’intercessione di Jizō Bosatsu. L’aspetto psicologico Più interessante è, invece, la questione legata alla cura, soprattutto psicologica. Da parte dei familiari, c’è la necessità di chiedere perdono allo spirito del bambino, in particolare quando si tratta di aborti farmacologici. Il genitore sente la colpa della sua azione e la necessità di alimentare lo spirito del proprio figlio tramite tale funzione: […]

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Cucina e Salute

Tè matcha: la storia antica del verde in tazza

Tè matcha: storia e tradizioni antiche del tè verde giapponese Recentemente – o a causa della prolungata permanenza a casa o di una maggiore propensione per i cofanetti regalo di tè e tisane – si è riscoperto il piacere di gustare nel pomeriggio una fumante tazza di tè non delle “solite” e ormai note varietà (verde, earl grey, nero…): si preferisce, infatti, sperimentare nuovi gusti di provenienza orientale e che si usano, magari, anche in esotiche ricette. È il caso dello smeraldino tè matcha giapponese! Il tè matcha (o maccha, “tè sfregato”) è una varietà di tè verde la cui storia affonda le radici nella Cina imperiale della dinastia Sui nel VI- VII secolo (581-618) nota per aver riunificato la Cina dopo quasi quattro secoli di divisioni intestine e lotte dinastiche, quando le foglie, finemente lavorate, erano usate per le infusioni nella cerimonia del tè (anche il primo codice monastico buddhista ne regola il galateo). Per preparare le polveri, le foglie venivano cotte al vapore allo scopo di preservarne le proprietà nutritive, e dopo averle asciugate, erano ridotte finemente, mentre nella successiva dinastia Tang (618-907) erano pressate, cotte in modo da formare dei panetti da vendere che erano tagliati a fettine e immerse nell’acqua calda salata. Nel periodo in cui regnò la dinastia Song (960-1279) le foglie essiccate erano mescolate con una frusta nell’acqua bollente e mantenevano il brillante colore verde perché prima della raccolta erano coperte in modo da aumentare il contenuto di clorofilla e mantenere gli amminoacidi presenti. Nella preparazione del tè matcha, mescolando con il tradizionale frullino in bambù, il chasen, si nota una leggera schiuma: la polvere di tè ottenuta dalla macinatura (di 1 h per 40 gr) fra blocchi di granito delle foglie essiccate dette aracha (e poi tencha prive di steli e nervature), salendo e restando in superficie, è gustata con l’acqua perché non si crea infusione. Come la maggior parte dei tè questo, soprattutto perché realizzato con i germogli terminali delle piante, possiede proprietà eccitanti (al pari del caffè, quindi attenzione all’abuso!), ed è ricco di vitamine A e C, ferro e minerali, ma soprattutto ha proprietà antiossidanti- più del tè verde!-, create proprio dalla sospensione della polvere di un verde intenso. Per le sue proprietà antiossidanti una tazza di tè matcha corrisponde a 20 tazze di tè verde, quindi previene l’invecchiamento della pelle! Inoltre, ha proprietà dimagranti perché accelera il metabolismo, disintossicanti e drenanti, favorisce la concentrazione e la memoria, è un buon digestivo e, grazie al beta- carotene, previene la formazione di macchie solari e scottature. Oggi esistono due varietà di tè matcha usate nel rituale tradizionale: quella koicha (“tè denso”) con foglie giovani da piante di età superiore ai 30 anni, e l’usucha (“tè leggero”) con foglie vecchie da piante più giovani. Secondo la tradizione sarebbe stato un monaco buddhista, Saicho, a introdurre il tè matcha in Giappone ad inizio del IX secolo, dove oggi esso è usato anche come spezia o come colorante naturale nelle tradizionali sfere di mochi, nella pasta soba e nel […]

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Cinema e Serie tv

Film giapponesi: 5 titoli che potreste tatuarvi

5 titoli di film giapponesi che potreste tatuarvi! Chi non adora un buon barbecue? Puoi cuocerci di tutto: verdure, carne, pesce, non importa che dieta tu segua. Questo lo sa bene Ariana Grande, che nel 2017 si è tatuata sul palmo della mano la scritta in giapponese “piccolo barbecue a carbonella”. Qualora stiate pensando di provare il brivido anni ’90 di tatuarvi parole sbagliate in una lingua a voi sconosciuta – secondo solo alla moda dei tatuaggi tribali sul fondoschiena – sono stato assunto dalla redazione di Eroica Fenice appositamente per venirvi incontro, in qualità di esperto in cinema d’autore e tatuaggi discutibili. Ed ecco per voi una lista di cinque film giapponesi-tattoo, dal più family-friendly (letteralmente) al più coraggioso, per tatuaggi cinefili dal sapore orientale. Film giapponesi: 5 consigli per tattoo! 1. Un affare di famiglia – Hirokazu Kore’eda (2018). Statisticamente parlando, ognuno di noi conosce almeno una persona che abbia un tatuaggio con la scritta “famiglia” in un font brutto. E “Ohana” rientra nella categoria, non fate i furbi. Quindi, perché non aggiungere una variante giapponese citazionista? Vincitore della palma d’oro al festival di Cannes, la storia segue le vicende di una famiglia povera, poverissima, che vive rubando cose di prima necessità: cibo, bagnoschiuma, bambini. Però sono tutti buoni di cuore. Se la famiglia è il vostro punto di riferimento nella vita, “Manbiki kazoku” (万引き家族) è il titolo per voi. 2. Ecco l’impero dei sensi – Nagisa Ōshima (1976). Qui ci si inizia a scaldare, letteralmente. Film di grande successo di pubblico al 29° festival di Cannes, racconta l’inadeguatezza alla quotidianità quando si è travolti da una passione erotica tanto intensa da diventare annichilente. Tipo quello che è successo a Mariangela Melato e Giancarlo Giannini in un film della Wertmüller, ma di loro parliamo un’altra volta. Insomma, se siete tipi passionali, se fareste di tutto per amore senza dar conto alle conseguenze, invece del solito έρως και θάνατος tatuatevi “Ai no korīda” (愛のコリーダ) e mostratelo a chi il cuore vi dice. 3. Confessions – Tetsuya Nakashima (2010). Non avete visto un thriller psicologico se non avete mai visto Confessions. Omicidi plurimi? Check. Ossessioni? Check. Colpi di scena inaspettati? Check. Malattie autoimmuni? Check. E solo nei primi dieci minuti di film! Prendetevi una pausa prima di godervi la restante ora e mezza. Se siete imprevedibili, amate i plot twist e i crimini inconfessabili, “Kokuhaku” (告白) fa decisamente per voi. 4. Suicide Club – Sion Sono (2002). Fan di Suicide Squad? Solo perché non avete visto Suicide Club, primo capitolo della trilogia sull’alienazione di Sion Sono. D’altra parte, i membri della Suicide Squad sono sette, mentre nei primi cinque minuti di film muoiono già 54 membri del Club. Ah, non era una gara? Grande successo internazionale, la pellicola ha ispirato successivamente un romanzo e una serie di manga, portando in modo controverso riflessioni importanti sul suicidio giovanile e il senso di isolamento in una società sempre più interconnessa, ma solo sul web. Non fatelo a casa. Ma in un tattoo-studio, se […]

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Culturalmente

Samurai giapponesi, storia e caratteristiche

I samurai giapponesi furono i guerrieri per eccellenza del paese del Sol Levante. Abili guerrieri e raffinati uomini di cultura vincolati da un codice d’onore, il mondo occidentale ci ha offerto un’immagine idealizzata e romantica di questi incredibili uomini. Immagine che tuttavia è molto distorta dalla realtà, in quanto la storia dei samurai giapponesi è strettamente vincolata a quella del Giappone e quindi soggetta a continui cambiamenti. Samurai giapponesi, storia L’affermazione dei samurai. Il periodo Heian (794 – 1185) A discapito di quanto si possa immaginare, in origine il termine samurai indicava semplicemente il servitore di un signore che si era distinto particolarmente in battaglia (saburau in giapponese significa servire). Ma oltre questi meriti i primi samurai giapponesi non coprivano ruoli importanti all’interno dell’impero e di fatto il loro potere era praticamente nullo. Tutto cambia negli ultimi anni del periodo Heian, che prende il nome dalla nuova capitale (l’odierna Kyoto) scelta dall’imperatore per sottrarsi all’influenza politica e religiosa della vicina Cina. Negli ultimi anni del XII secolo si assistette all’ascesa di potenti famiglie aristocratiche che, approfittando dell’indebolimento del potere imperiale a causa di intrighi di palazzo, ne approfittarono per accrescere il loro dominio sulle proprietà terriere grazie anche al potere militare che esercitarono per difendere il Giappone dagli stranieri (gli Ainu). La lotta per il potere si ridusse alle sole famiglie Taira e Minamoto, la cui rivalità raggiunse il culmine nella guerra del Genpei (1180-1185) vinta dalla seconda. Subito dopo Minamoto Yoritomo si sostituì all’imperatore, ridotto a entità nominale, e riorganizzò le strutture dello stato. A capo vi era uno shōgun, un capo militare che amministrava l’impero e a cui si sottomettevano i daimyō, proprietari terrieri appartenenti a importanti famiglie militari. I samurai giapponesi godettero molto del rinnovamento statale di Minamoto. Mettendosi al servizio dei daimyō essi divenivano dei nobili a tutti gli effetti e ricevevano in cambio un pezzo di terra, divenendo loro servitori. I samurai giapponesi in pratica ricevevano un feudo in cambio dei loro servigi, alla pari di quanto accadeva in Europa con il sistema vassallatico che legava il cavaliere al proprio signore, in modo che quest’ultimo potesse fare affidamento su un nutrito braccio armato. La stessa cosa accadeva in Giappone tra i daimyō e i samurai, con questi ultimi che ricevevano onori e privilegi grazie alla fedeltà verso i propri signori. L’era Sengoku e il periodo Edo (1603 – 1868) I samurai giapponesi furono largamente impiegati durante le invasioni dei Mongoli nel XIII secolo, ma anche durante il periodo Muromachi (1336 – 1573), quando lo shogunato fu affidato alla famiglia Ashikaga che si rivelò inadeguata al ruolo. I daimyō approfittarono così della debolezza del potere centrale per aumentare il proprio e ciò portò inevitabilmente a scontri tra clan rivali, che condussero il Giappone nell’era Sengoku (“era degli stati combattenti“), un periodo di continue guerre civili lungo 136 anni che culminò nella battaglia di Sekigahara che vide contrapposte le famiglie della parte occidentale del paese con a capo i Tokugawa e quelle della parte orientale con alla testa […]

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Culturalmente

Lo Shintoismo e l’adorazione del Kami

Lo scintoismo o shintoismo è una religione politeista e animista originaria del Giappone. Potrebbe essere classificata come la prima forma religiosa della nazione, venuta al mondo antecedentemente al Buddhismo. Essa prevede il culto e l’adorazione dei kami, parola giapponese che sta ad indicare un dio, una divinità, o uno spirito. I kami possono legarsi ad elementi del paesaggio, forze della natura, esseri e qualità che questi esprimono; possono anche essere spiriti di persone venerate. Molti infatti sono considerati antichi antenati di interi clan. Persino gli imperatori possono essere o diventare kami. Suddetti spiriti non si distanziando dal mondo naturale o fisico, bensì ne fanno parte, con tutte le positività e le negatività che questo comporta. Sono manifestazioni di musubi (結 び) l’energia di interconnessione dell’universo, e considerati esemplari di ciò a cui l’umanità dovrebbe tendere. Abitano una realtà parallela alla nostra il cui mondo è chiamato shinkai (神 界, “il mondo dei kami”),ed essere in armonia con con loro vuol dire esserlo con la natura stessa. Sei caratteristiche che definiscono il kami Se rispettati i kami nutrono e donano amore, ma ignorarli significherebbe distruzione e disarmonia. L’obbiettivo degli shintoisti deve essere placare lo spirito al fine di ottenere il loro favore ed evitare la loro collera. Vi sono due tipologie di spirito: uno gentile (nigi-mitama) e l’altro assertivo (ara-mitama). I kami non sono esseri visibili, bensì abitano nelle persone che li venerano, nei luoghi sacri e risiedono nei fenomeni naturali. Essi si muovono, visitando luoghi di culto, ma non vi abitano per sempre. Ve ne sono tanti: ci sono 300 diverse classificazioni di kami elencate nel Kojiki (le antiche cronache del Giappone), e tutte con funzioni diverse. I kami inoltre hanno un dovere nei confronti del luogo o dell’idea che abitano. Come i fedeli devono rendere i kami felici, così i kami stessi sono obbligati a fare altrettanto. Classificazione religiosa La religione shintoista è di difficile classificazione. Molti la accostano all’animismo, ma la mitologia la definisce una religione politeista dai tratti sciamanici. La preoccupazione primaria tra le sue linee di pensiero non risiede nella vita dopo la morte, bensì trovare pace e armonia in questo mondo piuttosto che in quello successivo. Lo shintoismo non possiede rigidi dogmi o luoghi santi da adorare al vertice di ogni cosa, tanto meno preghiere da ripetere con costanza. E’ piuttosto una collezione di rituali e metodi, intesi a mediare le relazioni tra gli esseri umani e i kami. Intreccia le sue radici con quelle del buddhismo, poiché le due religioni hanno esercitato una profonda influenza l’una sull’altra per tutta la storia del Giappone, ma è stata influenzata anche dal contatto con le religioni straniere, soprattutto cinesi. Da notare per esempio, che la parola Shinto è essa stessa di origine cinese. E’ necessario sottolineare però quanto questa religione non sia “gelosa” dei suoi fedeli: questo per dire che si può essere sia shintoisti che buddisti, oppure seguire altre religioni senza garantire alcun vincolo di fedeltà ad una soltanto. Queste caratteristiche conferiscono allo Shintoismo un carattere di completezza semplice […]

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Culturalmente

Proverbi giapponesi: i più significativi scelti da noi

La cultura giapponese è tra le più affascinanti e antiche del mondo, culla della fusione di varie religioni e ideologie, tra le quali il Confucianesimo e il Buddhismo. L’Occidente ne è da sempre stregato, nonostante o forse proprio grazie alla sostanziale distanza tra le due culture. Il sistema linguistico è basato sui cosiddetti “ideogrammi“, e vi sono delle differenze anche all’interno dello stesso linguaggio, in relazione alle persone alle quali ci si rivolge, o a chi parla. Di seguito vi proponiamo alcuni proverbi giapponesi, simbolo di questa cultura, nonché della saggezza che ne deriva. Alcuni di questi si avvicinano alle massime occidentali, a noi familiari, altri sono propri della cultura orientale e ne esprimono le peculiarità. La parola è infatti il mezzo più potente per manifestare la cultura di un popolo, nonché le sue credenze e i suoi valori: molti proverbi giapponesi derivano infatti da usi e costumi tipici, nonché dalla saggezza popolare. La nostra selezione di proverbi giapponesi Di seguito alcuni proverbi giapponesi, che esprimono i valori e le credenze che caratterizzano questo popolo, in massime brevi ma efficaci. “Cadi sette volte, alzati otto” Tale proverbio giapponese è l’espressione della forza d’animo, nonché della tenacia, virtù tipica di tale popolo. Invoglia a non lasciarsi andare di fronte a nessun tipo di difficoltà, ma a continuare a lottare, nonostante tutto.  “Chiedere è vergogna di un momento, non chiedere è vergogna di una vita” Il proverbio invita a non temere di fare domande, per non avere rimpianti, o per non rimanere nell’ignoranza. “Guarda gli errori degli altri, correggi i tuoi” Il proverbio sottolinea quanto sia importante imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli degli altri, ed è tipico dello spirito caparbio e testardo della cultura giapponese. “Una rana in un pozzo non può concepire l’oceano” Tale proverbio vale da metafora per esprimere la ristrettezza di visuale data da una visione limitata del reale, invitando implicitamente ad allargare i propri orizzonti. “Non vedere è un fiore” Questo proverbio non ha corrispondenza nella nostra cultura. Il significato è legato al fatto che l’attesa sia più piacevole di ciò che si ottiene, in quanto ciò che immaginiamo non sarà mai paragonabile alla realtà. Il fiore è infatti il simbolo della bellezza e delle cose piacevoli, ed è dunque, in questo caso, metafora per l’immaginazione. “Tra i fiori, il ciliegio, tra gli uomini, il guerriero” Tale proverbio è un parallelismo tra il ciliegio, considerato il più bello e virtuoso tra i fiori, e il guerriero, migliore fra gli uomini, la cui virtù è, come abbiamo visto, per la cultura giapponese, tra le più apprezzate. È ricorrente infatti nelle massime la spinta a non arrendersi di fronte a nessun tipo di ostacolo. “Sii generoso con la tua energia, sii generoso con i tuoi sorrisi” Anche questo proverbio è frutto di una delle virtù tipiche del popolo giapponese: la gentilezza. Anche il sorriso è ricorrente in tali proverbi, simbolo per antonomasia della cortesia verso il prossimo. I proverbi giapponesi più vicini alla cultura occidentale “L’acqua caduta […]

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