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Eroica Fenice

La Tag: recensione film contiene 50 articoli

Cinema e Serie tv

La donna alla finestra, la recensione dell’ultimo film di Joe Wright

Recensione del film La donna alla finestra di Joe Wright, tra omaggi a Hitchcock, una trama semplice e personaggi poco profondi. La donna alla finestra è un thriller diretto dal regista inglese Joe Wright (reduce del successo di L’ora più buia del 2017) con Amy Adams, Gary Oldman, Anthony Mackie e le nuove star Brian Tyre Henry, Wyatt Russel (il figlio di Kurt) e Fred Hechinger. Il soggetto di questo film proviene dal romanzo di A.J. Finn pubblicato nel 2018. La donna alla finestra: la trama e la storia travagliata del film di Joe Wright La protagonista del film è Anna Fox, una psicologa che soffre di agorafobia (disagio in ambienti esterni non familiari), rinchiusa nella propria dimora dopo un incidente. Nonostante la sua vita sembri monotona, la protagonista assisterà ad un orrido omicidio nel palazzo di fronte, dove si è trasferita una nuova famiglia. Il capofamiglia Alistair Russel nega di aver ucciso la moglie mentre suo figlio Ethan nasconde qualcosa di strano. Nel frattempo, le indagini condotte da Anna si fanno più insistenti, fino ad una terribile scoperta… Il film, una produzione della 20th Century Fox, sarebbe dovuto uscire nelle sale a maggio 2020 dopo un primo posticipo (era fissato per la fine del 2019) ma la pandemia causata dal Covid-19 ha impedito la proiezione nelle sale. La Walt Disney, dal 2019 proprietaria della Fox, ha venduto i diritti di distribuizione del film anziché inserirlo nel catalogo di Disney+. Così la pellicola è arrivata a maggio 2021 sulla piattaforma di streaming Netflix. I punti a favore del film: lo sviluppo, la scenografia e la colonna sonora Joe Wright mostra la sua capacità nella regia regalandoci delle bellissime inquadrature. La trama ci permette di approfondire il comportamento di Anna per poi, nel mezzo dello svolgimento, offrire la spiegazione al suo comportamento. Ottime anche la colonna sonora di Danny Elfman (noto per le musiche di Spider-Man e Batman), la fotografia di Bruno Delbonel e la scenografia di Kevin Thompson. I punti a sfavore del film: una trama poco originale e stereotipi del genere Nonostante il film sia un piccolo omaggio a Hitchcock (in particolar modo si fa riferimento alla pellicola La finestra sul cortile) e a molti classici del genere, esso non presenta alcuna novità. La sceneggiatura non approfondisce gli altri personaggio presenti nella vicenda; molti si riducono a stereotipi presenti nei tipici film thriller e gialli. Altro problema riguarda la vicenda. Nonostante l’idea di ambientare la storia in un unico luogo, ossia la casa di Anna Fox (forse una citazione ad una delle unità aristoteliche della tragedia), il film non presenta altri spunti originali. La donna alla finestra non si rivela essere una ventata fresca per il genere bensì un ritorno ai cliché classici. In conclusione, il film è una visione piacevole per una serata a nervi tesi con Netflix ma anche una vera occasione sprecata per Amy Adams o Gary Oldman. Un peccato per un film-maker che si è contraddistinto per classici contemporanei come Orgoglio e pregiudizio, Espiazione e […]

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Cinema e Serie tv

Leonardo. La fiction Rai sul grande genio del Rinascimento italiano

Dopo il glorioso successo della fiction I Medici, la Rai pone i riflettori su un altro grande personaggio, protagonista del panorama artistico rinascimentale italiano: Leonardo da Vinci. Nasce così la nuova fiction Leonardo, ideata da Frank Spotnitz e Stephen Thompson. Diretta da Daniel Percival e Alexis Sweet, la nuova serie debuttante il 23 marzo 2021 su Rai1 è una co-produzione internazionale, scegliendo come protagonista l’affascinante Aidan Turner, a cui si affianca un cast brillante, tra cui la venticinquenne Matilda De Angelis (nel ruolo di Caterina da Cremona, personaggio semi-creato) e Freddie Highmore (nel ruolo costruito dell’ambizioso ufficiale del Ducato di Milano Stefano Giraldi). Annunciata nel 2018, la fiction pone al centro la vita del genio intramontabile Leonardo da Vinci, focalizzando l’attenzione sulla creazione delle sue opere, sui tormenti e i dissidi interiori che ne accompagnano la creazione, e soprattutto sul carattere ermetico e tenacemente ambizioso dell’artista toscano. Come suggerisce la stessa terminologia del genere televisivo, la serie trae ispirazione da fonti, personaggi e fatti storici, ma sugli schermi viene comunque proposta una storia originale e soprattutto romanzata, tra l’altro girata non sul suolo toscano, bensì tra gli Studi di Formello (dov’è stata accuratamente ricostruita la Firenze del Rinascimento), Tivoli e la Lombardia, e accompagnata dalle piacevoli note di John Paesano. Progetto ambizioso e coraggioso la fiction Rai Leonardo, dovendo competere con i precedenti mirabilmente realizzati e riusciti, tra cui La vita di Leonardo da Vinci (1971) di Renato Castellani, e Io, Leonardo (2019) di Jesus Garcés Lambert. Ancora ampiamente presente ne Il codice da Vinci (2006) diretto da Ron Howard sul soggetto di Dan Brown. Insomma il poliedrico artista nativo di Vinci ha interessato nel tempo scrittori, registi e produttori, affascinando contemporanei e posteri con la sua vita colma di genio e successo, pur tra ombre, dissidi e incomprensioni, a causa della sua personalità eterea, ambiziosa e precocemente brillante. Ecco perché l’obiettivo di Spotnitz e Thompson diviene quasi una sfida, attirando non poche critiche per alcune scelte effettuate e per vari elementi che si discostano dalla realtà storica. Tutto comincia proprio dalla trama… Leonardo. Trama Una trama originale nella cornice e in alcuni riferimenti storico-biografici. Milano 1506. Leonardo da Vinci viene accusato dell’omicidio di Caterina da Cremona. Così comincia quest’inedita storia ideata da Spotnitz e Thompson. Il famoso artista viene dunque interrogato da Stefano Giraldi, l’ufficiale del Ducato di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, proprio a partire dal suo primo incontro con Caterina nella bottega di Andrea del Verrocchio. Giraldi, affascinato dall’incredibile personalità dell’artista, sospetta la sua possibile innocenza, e determinato indaga per scoprire l’assoluta verità sull’omicidio. Ma analizziamo le controversie… Leonardo. Le deformazioni storico-biografiche della fiction e la realtà storica La fiction in onda su Rai1 ha riscosso un notevole successo, se si contano i quasi sette milioni di telespettatori incollati allo schermo, curiosi di seguire le vicende del più grande maestro di tutti i tempi. Ma la stessa ha attirato, come anticipato, non poche polemiche, concernenti l’attinenza ai fatti storico-biografici dell’artista, la spettacolarizzazione della […]

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Libri

Michele Dipinto: La tragica storia del Risorgimento

Michele Dipinto e la sua Tragica storia del Risorgimento a fumetti. Eroi, martiri, briganti e re È ora acquistabile in libreria e online il nuovo fumetto di Michele Dipinto. L’illustratore e narratore nato a Noicattaro, in provincia di Bari, è un autodidatta, amante di pittura, storia dell’arte e scultura. Già nel 2012 e successivamente nel 2015 ha pubblicato i due volumi de “La storia di Noicattaro a fumetti”. “La tragica storia del Risorgimento a fumetti” (Giazira Scritture) è da considerarsi non “l’opera di uno storico, ma piuttosto di un appassionato di storiografia che predilige l’uso della matita alla penna, l’immagine alla parola”, come afferma lo stesso autore nell’introduzione. Il racconto ha una cornice iniziale; il Miur ha indetto un concorso a cui Milo, il protagonista, partecipa. Lo studente decide di affidarsi alla conoscenza del nonno, appassionato di storia, e di indagare sui vari aspetti del più discusso dei momenti storici italiani, il Risorgimento. Tra accurate cartine storiche e presentazioni dei fatti inizia il “viaggio” intrapreso dai due. Tramite gli occhi e la curiosità del giovane Milo vengono analizzati tutti gli aspetti del Risorgimento italiano, dalle ragioni storiche alle conseguenze, dai vincitori ai vinti e dagli eroi agli antieroi. Ma non solo storia, grazie a un espediente narrativo il fumettista è riuscito a dare un tocco allegorico al suo lavoro. Storia dell’arte e storia si uniscono per un fine didascalico accompagnate dall’iconografia e dall’allegoria. Non indifferente la lezione e l’utilizzo dell’espediente dantesco; in uno strano inferno notturno i vari protagonisti dell’epoca si presentano a Milo, come Dante, accompagnato da due guide. Si tratta di Antonio Lucarelli e Giustino Fortunato; grazie alle esperienze e conoscenze di entrambi il ragazzo compirà un viaggio educativo e fantastico nella Roma dell’800. Le anime incontrate al Vittoriano si differenziano per ideali e fazioni, dal primo re d’Italia Vittorio Emanuele II a Francesco II di Borbone, da Garibaldi ai vari briganti. Grazie alle conoscenze acquisite, Milo riesce a finire il suo elaborato e partecipare al concorso. Il genere, il fumetto, permette una lettura piacevole e adatta a chi vuole intraprendere un percorso conoscitivo del periodo storico. Il punto di vista dell’autore sulla questione spesso è da ricondurre alle origini dello stesso ma non tutte le affermazioni vengono date per verità, anzi. Ciò può rivelarsi come un momento di riflessione, trampolino di lancio verso un sapere più critico e analitico dei fatti e dei personaggi storici. Di quest’ultimi Michele Dipinto traccia anche un profilo psicologico, grazie anche al ricorso a brevi aneddoti; vengono presentati anche protagonisti “di nicchia” come le brigantesse Michelina di Cesare e Maria Oliverio. Le illustrazioni, realistiche e ben fatte, rendono la lettura scorrevole e più colorata. Alcune tavole sono dipinte mentre altre nascono dal solo utilizzo della grafite. “La tragica storia del Rinascimento a fumetti” può coinvolgere anche i più piccoli e, perché no, suscitare in loro un interesse per la storia.

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Film della New Hollywood: 4 titoli da vedere

Se state attraversando un momento di crisi esistenziale, fate affidamento su di noi –  che siamo in crisi da una vita – e sulle nostre proposte direttamente dai film della New Hollywood. Siete incastrati in un lavoro che odiate? NON avete un lavoro? I giorni scorrono tutti uguali in una routine che non avete scelto, ma che non siete in grado di interrompere? Ancora una volta siamo qui per voi. Vi proponiamo quattro film della New Hollywood degli anni ’70 (qui per una lista più approfondita sull’argomento) per dare voce alla disperazione del vostro quotidiano, per trovare conforto ai vostri problemi identificandovi con Dustin Hoffman e Robert De Niro. Ma anche con Woody Allen. Film della New Hollywood, le nostre scelte 1. Il laureato – Mike Nichols (1967)   La fine dell’università, che momento magico! I doveri da studenti sono finiti, è giunta l’ora di affacciarsi all’età adulta. Cosa attende i giovani neolaureati? Quelli della mia generazione, il Coronavirus. Ma anche Ben Braddok (Dustin Hoffman), che torna a casa dei genitori dopo gli anni del college, non sa cosa ne sarà della sua vita. A distrarlo dalle sue preoccupazioni arriva la signora Robinson (su cui Simon e Garfunkel hanno scritto la famosa canzone, colonna sonora del film), l’avvenente moglie di un collega del padre. 2. Harold e Maude – Hal Ashby (1971)   Un’altra coppia dal forte gap generazionale è quella di Harold, diciottenne dal totale disinteresse nei confronti della vita, e Maude settantanovenne, un’anziana hippie che vuole godersi al massimo il tempo che le rimane. Contro ogni aspettativa, ne viene fuori una storia d’amore così intensa che fa sembrare quelle di Harry e Sally, Bridget e Mark e di tutte le coppie iconiche dei classici delle romcom storielle da camping estivo. Provare per credere. 3. Provaci ancora, Sam! – Herbert Ross (1972)   Tratta dall’omonima opera teatrale del 1969 scritta da Woody Allen, il maestro della commedia esistenzialista ne interpreta anche in questo caso il ruolo principale, quello di Allan (vero nome di Allen) Felix, critico cinematografico reduce da un divorzio. A venirgli in soccorso, direttamente dal film Casablanca, sarà Humphrey Bogart che gli impartirà lezioni su come risolvere i suoi problemi con le donne. 4. Taxi Driver – Martin Scorsese (1976)   Ci sono alcuni personaggi di film, dichiaratamente fascisti, che non riescono a non affascinarci, come Ralph Fiennes in Schindler’s List o Christoph Waltz in Bastardi senza gloria. Uno di questi è anche Robert De Niro, che in Taxi Driver intepreta Travis Bickle, ex marine disoccupato, che rimedia ai suoi problemi di insonnia trovando lavoro come tassista notturno. Guidando nei quartieri malfamati di New York, deciderà di riportare ordine nei sobborghi a modo suo. Tra Harvey Keitel capellone e Jodie Foster in versione Lolita, non perdetevi il cameo dello stesso Scorsese come uno dei passeggeri a bordo del taxi di Travis. Altri film della New Hollywood:     Immagine di copertina: IMDB

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Kim Ki-duk: i 5 film per ricordare il regista sudcoreano

Kim Ki-duk, pluripremiato regista sudcoreano, è venuto a mancare l’11 dicembre a seguito di complicazioni legate al Covid-19. Abbiamo selezionato per voi cinque film per ricordarlo. Potremmo dire che la notizia della morte di Kim Ki-duk, a soli 59 anni, sia stata come un fulmine a ciel sereno, ma non è così. Il cielo non è sereno. Tra le altre cose, avevamo in lista un articolo fighetto su di lui per potervi far fare bella figura alle feste, ma invece niente: a sto giro vi beccate un articolo serio su uno dei più grandi maestri del cinema coreano contemporaneo. Questa volta è stato complicato. Selezionare solo cinque film della produzione di Kim Ki-duk significa tralasciare almeno un paio di capolavori all’interno di una produzione che parte dai tardi anni Novanta e che fino ad oggi conta circa un film all’anno, talvolta anche più di uno. Ci piacerebbe dire di avercela fatta. Ma no. Partite da questi e poi guardatene ancora, e ancora. 1. Pietà (2012) Leone d’oro al festival del cinema di Venezia, è forse il suo film più famoso in Italia. Kang-do conduce una vita solitaria e violenta nei quartieri poveri di Seoul, dove lavora come esattore di debiti per un malavitoso locale. Un giorno, una donna entra nella sua vita affermando di essere la madre che trent’anni prima l’ha abbandonato. 2. Ferro 3 – La casa vuota (2004) Leone d’argento alla migliore regia a Venezia, la pellicola segue le vicende di Tae-suk, giovane senza fissa dimora che vive intrufolandosi negli appartamenti altrui, prendendosi cura delle abitazioni mentre i proprietari sono assenti. Un giorno, introdottosi in una casa lussuosa, viene scoperto da una giovane casalinga vittima di abusi domestici, e se ne innamora. 3. L’arco (2005) Il film, interamente girato su una barca, racconta la storia di un pescatore che vive in completo isolamento dal mondo esterno, con la sola compagnia di una bellissima ragazza appena adolescente. Voci di corridoio dicono che lui l’abbia rapita da bambina e che ora stia attendendo la sua maggiore età per sposarla. Un giorno, tuttavia, dalla terraferma arriva qualcuno per lei. 4. Time (2006) Uno dei film meno conosciuti di Kim Ki-duk, il nostro regalo per voi. See-hee ama alla follia il suo ragazzo, a tal punto da essere terrorizzata al pensiero che lui possa stancarsi di lei e tradirla con altre donne. Per salvare il loro rapporto da una possibile monotonia, decide di cambiare il suo aspetto, radicalmente. 5. Primavera, estate, autunno, inverno… e ancora primavera (2003) In chiusura, forse l’opera più completa di Kim Ki-duk. La pellicola segue la vita di un monaco buddista, dall’infanzia alla vecchiaia: vediamo il protagonista affacciarsi al mondo, sbagliare, soffrire, gioire, imparare, in cinque stagioni di anni diversi che accompagnano la sua crescita. Un film sulla natura e i suoi cicli, sulla morte e il cerchio che la congiunge alla vita. Immagine: ScreenDaily

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Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa

Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa Se avete sempre desiderato che il vostro appartamento sembrasse il set di un film, vi consigliamo di leggere la nostra mini-guida all’arredo d’interni, direttamente dai migliori film thriller degli ultimi anni. Film thriller da vedere Cosa c’è di più rilassante, dopo una settimana di lavoro, di sedersi sul divano e mangiare pizza direttamente dal cartone mentre si seguono in televisione storie di rapimenti, brutali assassinii, vendette violente e sadiche torture? Siamo una specie strana. Se gli alieni ci visitassero, metterebbero la quarta in retromarcia. La cosa migliore, in ogni caso, è quando le vittime dei nostri film preferiti sono gente straricca, e gli schizzi di sangue vanno a finire sulle pareti di case elegantissime. Always classy, never trashy. Quattro film thriller, quattro location mozzafiato: il nostro team di esperti di cinema e arredo di interni ha accuratamente selezionato per voi le migliori pellicole degli ultimi anni con interni da sogno. Per un arredamento da scena del crimine sì, ma contemporaneo. (Causa mancanza di personale per emergenza da Covid-19 il team di esperti di cinema e arredo di interni è al momento costituito da me stesso).   1. Swallow – Carlo Mirabella-Davis (2019) Tutti conosciamo gli attacchi di fame da noia, e Hunter (Haley Bennett), protagonista della pellicola dell’esordiente Carlo Mirabella-Davis, è un po’ il simbolo di tutti noi. Ex commessa, ora moglie di un belloccio insipido ma pieno di soldi, Hunter passa le giornate girovagando tra le stanze della villa con piscina che non utilizza mai, ma proprio mai. Non so voi, ma anche io incomincerei a mangiare un po’ tutto quello che mi capita sotto tiro. Tappeti morbidi, divani accoglienti, mobili in mogano e tanti, tantissimi suppellettili per un arredamento che saprà stimolare il vostro appetito. 2. Parasite – Bong Joon-ho (2019) Vincitore dell’Oscar al miglior film straniero 2019 (ne abbiamo parlato qui), abbiamo visto tutti Bong Joon-ho gongolare di gioia con la statuetta in mano. Film sulla disparità di classe in Corea del Sud (ma che funziona un po’ ovunque), la casa-set della vicenda in realtà non esiste: è stata creata in studio appositamente per il film. Ma ciò non vi impedisce di ricrearla a modo vostro. Linee nette, arredamento minimal, parete-finestra direttamente sul giardino: l’ideale per ospitare vostri amici per una festa indimenticabile. 3. Gone Girl – David Fincher (2014) Un film che non ha bisogno di presentazioni. Se non l’avete visto, davvero, cosa state facendo? Avete priorità più importanti che ristrutturare casa. Perché è per questo che state leggendo questo articolo, no? La coppia Amy-Nick (Rosamund Pike e Ben Affleck) ci regala una delle migliori performance sullo stereotipo “moglie in carriera e marito perfetto idiota”, quasi ai livelli di Franca Valeri e Alberto Sordi. Ad oggi, resta il miglior film da guardare se vi siete appena lasciati col vostro ragazzo e siete assetati di vendetta. Non prendete Amy alla lettera, però. Per un arredamento country chic, American classic ed altre espressioni che sto usando a sproposito, […]

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The Social Dilemma: il docudrama di Netflix che denuncia il lato oscuro dei social media

The Social Dilemma. Il docudrama di Netflix, che denuncia il lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. The Social Dilemma. L’ultimo affascinante, chiacchierato, ragionato e sorprendente documentario diffuso su Netflix nelle ultime settimane, il cui obiettivo è la denuncia del lato più oscuro e pericoloso rappresentato dai social media. Presentato all’ultimo Sundance Film Festival, il docudrama di Jeff Orlowski descrive gli effetti collaterali della massiccia diffusione dei social network nel XXI° secolo, soffermandosi sui danni che direttamente e indirettamente logorano la società. Già noto per aver diretto Chasing Coral – documentario sulla progressiva sparizione delle barriere coralline – e Chasing Ice – altro documentario che mostra i disastrosi effetti del riscaldamento globale -, il regista intende qui far luce sul marcio che si cela dietro ai social media: sfruttamento e commercio dei dati personali degli utenti, il consolidamento del cosiddetto “capitalismo di sorveglianza”, la diffusione smodata di fake news e, non meno importanti, le gravi conseguenze sull’equilibrio mentale, in particolare sugli utenti più giovani. Ma andiamo ad analizzare la struttura del docudrama. The Social Dilemma. La struttura Il docudrama intreccia due filoni principali: da un lato l’insieme di interviste condotte ad alcune delle più note personalità del mondo della progettazione dei social, ben addentrate dunque nei subdoli meccanismi alla base della programmazione; dall’altro la narrazione cinematografica, che pone al centro la vita di una tipica famiglia americana, minata dai corrosivi effetti, che l’abuso nell’utilizzo dei social media produce. Potremmo pensare: cosa c’è di inedito? Intuiamo a sufficienza quanto l’ingombrante presenza della tecnologia nelle nostre vite le stia di fatto modificando, inducendo la società a profondi e radicali cambiamenti. Ma la novità risiede proprio nella struttura del documentario: il regista vuole sbatterci in faccia la verità, e lo fa servendosi del prezioso contributo offerto proprio dagli ex dipendenti e dirigenti delle più famose aziende della Silicon Valley quali Facebook, Google, Pinterest e Instagram. Personalità brillanti, ma progressivamente annientate dal peso del dilemma etico, che serpeggia sinuosamente sotto gli algoritmi di programmazione, dietro l’incanto della persuasione e la monetizzazione che ben si cela dietro like e cuoricini, sempre più confusi ormai per verità e autenticità, innescando ansia e depressione, fragilità e vulnerabilità crescenti, soprattutto tra gli adolescenti. È quel che accade infatti ai teenager protagonisti del filone narrativo: l’adolescente disadattato Ben (Skyler Gisondo), che vive la pesante dipendenza dai social, completamente sommerso dal cattivo utilizzo di Youtube e di Facebook, e assuefatto alle fake news. E così la sorella Isla (Sophia Hammons), vittima del costante confronto con le coetanee e del deleterio desiderio di consenso su Instagram, mostruosamente dipendente da like e commenti che possano rinforzare l’apparente autostima, che cela una “dismorfia da chat”. Ecco che i ragazzi divengono veri e propri avatar virtuali, modelli esagerati di se stessi, costruiti dagli algoritmi, impersonati da tre personaggi attaccati agli schermi e agli schemi, per monitorare costantemente gli interessi dell’utente e manipolarli, al fine di tenerlo “incollato” il maggior tempo possibile al display del proprio smartphone. Una sorta di esasperato Grande Fratello, […]

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Una sirena a Parigi. Trasposizione cinematografica del romanzo di Mathias Malzieu

Finalmente, dopo il lungo e buio lockdown, le sale cinematografiche riaprono le porte, donando la possibilità di riassaporare il gusto del buon cinema, nazionale e internazionale. E il 20 agosto 2020 l’occasione è ghiotta per gli amanti dell’amore, dell’incanto e della fantasia, con l’uscita nelle sale di Una sirena a Parigi. Si tratta dell’adattamento dell’omonimo romanzo di Mathias Malzieu, che si cala nei panni di regista, già scrittore e musicista. Malzieu è infatti la voce dei Dyonisos, gruppo rock originario di Valence, noto per il “fantastico” che alimenta i suoi brani. E la fantasia, unita all’incanto e alla sorpresa, anima l’incredibile storia d’amore protagonista della pellicola. Un amore capace di superare limiti e disillusione. Distribuito da Vision Distribution e Cloud 9, Una sirena a Parigi (Une sirène à Paris) si presenta come una sorta di favola romantica, ispirandosi però ad un grave evento che colpì Parigi nel 2016: la grande alluvione, che fece riversare i pesci sulle rive della Senna e disperse persone. Una sirena a Parigi. Trama La capitale francese fa da sfondo, con una forte tempesta che si abbatte sulla città, inondando le strade che divengono malinconiche e buie. In questa cornice romantica e uggiosa si inserisce la straordinaria vicenda d’amore tra il musicista Gaspard Snow (Nicolas Duvauchelle) e la dolce sirena Lula (Marilyn Lima). Gaspard è un cantante rock sentimentale che si esibisce nello strepitoso cabaret-cafè parigino sito su una chiatta, il Flowerburger. Simbolo di un mondo incantato, eccentrico e romantico, in cui il sogno, la sorpresa e la libertà d’espressione costituiscono il biglietto da visita e la molla ad una speranza che fuori di lì sembra ormai appassita. Nel cuore del giovane affascinante e tormentato alberga il gelo della disillusione, conseguenza di amori delusi e naufragati. Gaspard vive tra arte e abitudini, lottando per salvare l’amato locale dal fallimento e tenere vivo il ricordo della madre defunta, anima e ispiratrice di quella culla di musica, passione e libertà. In una notte come tante, uscendo dal locale, viene attratto da un incantevole canto, e seguendolo si imbatte in una sirena, Lula, arenatasi lungo la Senna, ferita e impaurita. Decide così di portarla a casa, sistemandola nella sua vasca da bagno, medicandola e prendendosene cura. Lula si sorprende del mancato effetto che ha su Gaspard, spiegandogli come gli uomini, udendo la sua voce, ne vengano travolti e trafitti, senza scampo, innamorandosi perdutamente. Ma Gaspard sembra essere immune all’amore, avendo chiuso il suo cuore, divenuto gelido come la neve che costituisce il suo cognome. Eppure l’amore riesce a porre limiti all’impossibile, abbattendo barriere e convinzioni fortificate, rendendo vulnerabili anche i cuori più duri.  Amore impossibile tra incanto e sorpresa «I sorprenditori sono quelli la cui immaginazione è così potente da renderli capaci di cambiare il mondo». È questa l’anima del Flowerburger, il locale in cui Gaspard si esibisce e trova possibilità d’esprimere in qualche modo un amore dilaniato, attraverso l’arte, la musica e la forza della speranza. E l’amore è il più grande, potente e stravagante dei sorprenditori. Giunge […]

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Togo: la storia dietro la leggenda di Balto

“Togo – Una grande amicizia” | Recensione È tempo di lasciare spazio alla natura, rispolverare il rapporto tra l’uomo e i suoi amici animali. Ritorna sul grande schermo un grande del cinema americano, Willem Dafoe, protagonista di “Togo – Una grande amicizia”, straordinario racconto tratto da una storia vera. Il coprotagonista della pellicola è un Siberian Husky di nome Diesel, battezzato Togo solo sul set: “un eroe tanto forte quanto debole”, perché troppo piccolo rispetto alla media della propria razza e apparentemente destinato a soccombere. Si, perché fu proprio lui a salvare dall’epidemia di difterite del 1925 i bambini della città di Nome in Alaska, insieme ad altre squadre di cani che compirono un giro più breve rispetto alla sua. Una di queste squadre aveva come capo leader il Siberian Husky Balto, che molti conoscono grazie al cartone animato della Amblin di Steven Spielberg. Togo – Una grande amicizia: la trama Il nuovo film Disney ci riporta negli anni Venti del secolo scorso. In Alaska. Quando i collegamenti erano affidati per lo più alle slitte e il periodo invernale bloccava ogni contatto. Ma un’epidemia di difterite costrinse ad organizzare una staffetta di cani da slitta per trasportare l’antitossina in una condizione difficilissima. Al centro del racconto l’addestratore di cani Leonhard Seppala e il suo rapporto inizialmente difficile con Togo, che conosciamo fin da quando era un indisciplinato cucciolo di husky. Ma con il tempo tra l’uomo e l’animale si crea un legame di fiducia ed affetto reciproci, straordinari. In realtà quando l’emergenza difterite si manifesta in tutta la sua drammatica rilevanza, Togo ha già 12 anni, tanti per un cane. Ma Leonhard si fida totalmente di lui. Quindi partono insieme per un’impresa che rimarrà nella storia. Una storia vera per fare giustizia La vicenda di Togo è bella ma ingiustamente condannata dalla stampa. La staffetta tra le squadre di slitte, infatti, era composta da più corridori (una ventina di squadre per la precisione) ma se ne diede il merito solo all’ultimo, che arrivò a Nome provvisto di antitossina. Così facendo furono svalutati il resto degli eroi che si impegnarono a superare le intemperie del clima freddo e pungente del nord, al quale si aggiunse anche una tempesta di neve. In particolare una squadra percorse il tratto più lungo, quella capitanata da Togo, che attraversò parte dell’Alaska per salvare vite: le altre squadre percorsero circa 50 km ciascuna, quella di Togo ne percorse 425 km. Oggi la statua di Balto si trova esposta al Central Park di New York, mentre i meriti a Togo li ritroviamo in questo splendido film.   Foto in evidenza: https://www.cinematographe.it/recensioni/togo-una-grande-amicizia-recensione-film/

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Cinema e Serie tv

Ultras, Lettieri e il suo primo lungometraggio

In anteprima per la stampa, il giorno 2 marzo è stato proiettato “Ultras”, il primo lungometraggio di Francesco Lettieri, famoso regista partenopeo conosciuto sia per i suoi cortometraggi sia, soprattutto, per i videoclip di artisti del calibro di Calcutta, Noyz Narcos, Thegiornalisti e Liberato, per citarne alcuni. C’è molta attesa riguardo l’uscita del primo lungometraggio targato Francesco Lettieri, fino ad oggi dedito alla regia di cortometraggi e videoclip musicali: il film, distribuito da Indigo Film e prodotto da Netflix in associazione con Mediaset, sarà proiettato in anteprima in sale cinematografiche selezionate, dal 9 al 10 marzo, mentre sarà disponibile nel catalogo Netflix a partire dal 20 dello stesso mese. Come ci fa sapere Lettieri stesso, Ultras è un film che vuole raccontare una storia d’amore tra un uomo e la sua squadra del cuore: quest’uomo è Sandro, cinquantenne capo degli Apache, gruppo di ultras con il quale ha condiviso, da sempre, la sua passione per la maglia azzurra della SSC Napoli e per la curva dello stadio; colpito da Daspo, Sandro avrà tempo per staccarsi dal mondo violento e passionale del tifo ultras, arrivando a veder vacillare quello che per una vita intera ha rappresentato un vero e proprio pilastro di fede, e comincerà a guardare oltre, scoprendo che forse la vita può ancora riservargli molto. Dall’altro lato abbiamo Angelo, adolescente che considera gli Apache la sua famiglia e che trova rifugio in questo gruppo, forse per sfuggire alla miseria della sua vita, fatta di un padre inesistente, un fratello morto anni prima, proprio durante gli scontri tra bande ultras, e una madre che non riesce a fare da genitore. Ultras: il dualismo dei Campi Flegrei Il set delle vicende messe in scena da Lettieri è l’area dei Campi Flegrei, vasta zona situata nel golfo di Pozzuoli, nota sin dall’antichità per la sua vivace attività vulcanica: l’occhio del regista ci presenta questa come una terra con un’anima dualistica, al contempo bellissima e maledetta, mitologica e degradata, onirica e da incubo, che riesce ad abbagliare i suoi figli con le sue doti da seduttrice, dietro le quali però si celano doni sgraditi quali la disoccupazione, la povertà, l’indigenza, quasi la perdita di umanità. Ed è forse anche a causa di questa condizione imposta per nascita che i protagonisti del film cercano riparo e rifugio in un altro tipo di fede, che è quella calcistica, ultras, a patto però di accettare le sue regole, i suoi codici di comportamento, i suoi dogmi, le sue gerarchie: essere un ultras non è un semplice passatempo, un hobby, è qualcosa di totalizzante, che agisce con forti ripercussioni anche, e soprattutto, sulla vita privata di coloro che decidono di immolare se stessi alla causa suprema del tifo e del supporto ad una squadra calcistica. Le scene più potenti e fluide del film sono proprio quelle corali, in cui sono tutti i personaggi ad agire insieme ed in contemporanea: dal punto di vista della regia, l’approccio risulta essere stilisticamente libero, in un alternarsi di molteplici tecniche, quali […]

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