Amleto² di Filippo Timi, al Teatro Bellini | Recensione

Amleto² di Filippo Timi, al Teatro Bellini | Recensione

Al Teatro Bellini di Napoli torna protagonista William Shakespeare: in scena dal 2 al 7 dicembre Amleto² di Filippo Timi.

Amleto è l’eroe umano shakespeariano per eccellenza: un uomo costantemente a contatto con il proprio tormento interiore, la cui eroicità sta in quella coscienza che lo spinge all’azione e lo interdice con il dubbio allo stesso tempo. Tant’è che si presenta al pubblico come un folle, la cui pazzia è anch’essa un’angoscia tra simulazione e pura angoscia interiore. Ma cosa succederebbe se uscisse così fuori dalla ragione, all’apparenza, da risultare quasi distaccato da sé stesso? Risponde Amleto² di Filippo Timi, con un personaggio follemente lucido, irriverente e di una comicità spiazzante perché autentica. Sembra quasi un one man show di Timi, ma affiancato dall’altrettanto capacità eclettica di arguzia dei suoi compagni di palco Lucia Mascino, Marina RoccoElena Lietti, Gabriele Brunelli e Mattia Chiarelli.

Il classico è pop: parola di Amleto² di Filippo Timi

Amleto² di Filippo Timi, al Teatro Bellini | Recensione
Amleto e il fantasma del padre

Dunque, è possibile assistere alla rielaborazione scenica di un classico che si riprometta davvero di stravolgere, di osare guardando all’origine con curiosità, divertimento e passione. È possibile assistere a un classico profondamente fruibile e accessibile, nonostante i secoli di distanza e la questione sempre riformulata riguardo a come avvicinare le nuove generazioni a un testo datato, anche per renderne evidente la capacità di vivere al di là del tempo e dello spazio. Lo dimostra Amleto² di Filippo Timi, ovvero un classico che diventa pop, spregiudicato, che dell’eccesso ne fa la sua misura di ragionevolezza. Uno spettacolo tanto acuto quanto spietato, con quel suo humor farcito di riferimenti popolari: Amleto si diverte a rinominarsi una Mara Venier, la zia della televisione italiana; il padre defunto, che qui si reincarna nel corpo di una Marilyn Monroe in cerca dell’Oscar per la morte migliore – straordinaria la comicità spontanea di Marina Rocco; la madre, la regina Gertrude – interpretata da un’impetuosa Lucia Mascino, con una presenza scenica assoluta – confessa di essere diventata un’attrice perché stanca di continuare a studiare il carbonio e nel frattempo, nei panni reali, ruggisce difendendo il tradimento (se così lo si può definire) al defunto marito con un irruente bisogno di carnalità.

Insomma, Amleto² di Filippo Timi assume i tratti di un sogno allucinato, in cui sfila una serie di personaggi che sembrano materia della mente folle del protagonista. Non a caso, la scenografia prorompe in colori accesi ma resta letteralmente sbarrata da un lungo cancello, descrivendo scenicamente a tutti gli effetti una gabbia. Ma è proprio in questa dimensione onirica bizzarra che il sogno diventa visione assolutamente lucida e perspicace del vuoto: che cos’è la realtà che ci circonda altro se non una noiosa rappresentazione di finti perbenismi e ipocrite maschere? L’Amleto incarnato da Timi è annoiato, inscena la pazzia come dichiarazione sottoscritta di noia nei confronti della stessa monotona realtà che si ripete, dell’ennesime dinamiche familiari ruotanti attorno al potere. In fin dei conti, la sua follia posta alla mercé di un palcoscenico, di una finzione così creduta da essere confusa con ciò che è reale, è un atto di ribellione, il riscatto di una libertà molto più intima e profonda in quell’animo inguaribilmente umano al di là degli intrecci narrativi della tragedia. Ed è in questa incontenibilità che risiede quella comica dissacrazione.

Il teatro come spazio di profanazione e atto di autenticità

Amleto² di Filippo Timi, al Teatro Bellini | Recensione
La regina Geltrude

Ecco che Amleto² di Filippo Timi profana lo spazio del teatro, dissacrando il concetto stesso di rappresentazione. È tutto estremo, i personaggi sono maschere, perché volutamente ostentato come finto. Soltanto Amleto, l’unico ritenuto folle, in quella sua pazzia ancor di più esibita, è in realtà il tassello fondamentale di autenticità. Interessante, in tal senso, il momento in cui Timi esce fuori dalla gabbia e osserva interpretare il suo personaggio, sé stesso, da una terza parte: un passaggio che rende concreto perché visibile l’artificio. Allora, il palcoscenico diventa uno spazio di autosabotaggio consapevole, presente nella mente del protagonista in maniera forte e chiara. Il caos che ne deriva, in realtà, è una forma di autenticità attraverso la quale il teatro viene affrontato con il guanto della sfida, viene messo in crisi in tutte le sue canoniche regole. Ed è qui che viene rinnovato, trasformato in un’esperienza collettiva accessibile.

Amleto² di Filippo Timi è una messinscena pervasa da un’energia vitale selvaggia, che vive attraverso il paradosso e che con la contraddizione rende possibile lo spazio teatrale. La quarta parete è simulata dalla scenografia, come si è accennato prima con la gabbia, ma infine è costantemente abbattuta da ammiccamenti e improvvisazioni. La comicità satirica esuberante serve a esasperare la finzione per rendere percepibile in maniera tangibile l’autenticità. In conclusione, si tratta di una rielaborazione di un classico insolita, volendo anche inaspettata. Ma è altrettanto importante, perché dimostra e ricorda che il teatro non è una memoria museale, non è un tempio in cui si venera l’abilità di un indubbio artista; il teatro è un terreno fatto di tavole di legno vive, un luogo fertile di umanità.


Amleto² – di e con Filippo Timi – e con Lucia Mascino, Marina Rocco, Elena Lietti, Gabriele Brunelli, Mattia Chiarelli – luci Oscar Frosio – produzione Teatro Franco Parenti / Fondazione Teatro della Toscana

Fonte immagini: Ufficio Stampa

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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