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Eroica Fenice

“Aspettando Godot” di Maurizio Scaparro al Teatro Nuovo di Napoli

Continua la stagione del Teatro Nuovo di Napoli, questa volta in scena c’è un’opera la cui fama e prestigio sono assolutamente indiscutibili: “Aspettando Godot” di Samuel Beckett, divenuto in breve tempo un classico intramontabile del teatro.
L’opera, di per sé valida, è diretta da uno dei nostri registi più autorevoli, Maurizio Scaparro, il quale si avvale delle interpretazioni di un ottimo cast: Antonio Salines (Estragone), Luciano Virgilio (Vladimiro), Edoardo Siravo (Pozzo), Enrico Bonavera (Lucky)e Michele Degirolamo (Ragazzo). Godot e Beckett andranno scena al Nuovo dal 27 al 31 gennaio.

Estragone e Vladimiro, compagni d’avventura, attendono pazienti l’arrivo di Godot, il quale li fa attendere da ormai tempo immemore. La loro attesa è lunga, logorante, ma i due non mollano e si tengono compagnia, misurando il tempo con le figure di passaggio nel loro punto di attesa.

“Aspettando Godot” di Maurizio Scaparro: l’inellutabilità del nulla

Non è poi passato così tanto tempo da quando noi tutti, come razza umana, discutevamo fino a sanguinare riguardo al concetto di “teoria Geocentrica”, la quale vedeva la Terra al centro dell’universo e il resto dei corpi celesti a ruotarci attorno fedeli, rendendoci quindi “essere supremi del cosmo”. Quel che più infastidiva dell’ Eliocentrismo era proprio la perdita di posizione dell’umanità, la quale smetteva di esser artefice principale dell’esistenza e veniva relegata a vittima degli eventi da essa causati. Proprio come 
l’uomo del Novecento caratterizzato da Beckett, il quale non riesce ad evitare esattamente nulla e vive nel terrore del probabile.
Parlare di Godot e di Beckett può risultare assai inutile, visto le illustri e sagge parole consumate sulle qualità e le quantità proprie delle opere di questo autore, il quale in breve tempo è divenuto un punto fermo della storia del teatro.
Quindi, cercheremo d’essere brevi: il Godot messo in scena al Nuovo, è un Godot storico, il quale si fregia, e con merito, di un ottimo cast e di una buona regia, capace di muoversi adagio su una scenografia spoglia e denudata in cui l’unico vero oggetto degno d’attenzione è l’uomo stesso.
Oggetto il cui numero e forma, sicuramente, finiscono col mutare, aumentare e diminuire al secondo del momento, dando allo spettatore la netta sensazione di star assistendo ad un vero e proprio cambiamento, per poi tornare esattamente sui suoi passi iniziali.
Tutto si ripete, nei movimenti, nei dialoghi e azioni, concedendo a chi osserva uno spaccato di tempo irreale, in cui le ore potrebbero tranquillamente essere minuti e i giorni anni.
L’uomo, come oggetto e non, aspetta il giorno della sua rivoluzione, in cui finalmente tornerà ad essere ciò per cui è stato creato, in cui infine esso potrà godere della consapevolezza d’aver svolto il suo compito.
Proprio in questi frangenti di alternate emozioni si nota la bravura degli attori in scena, il quale si intervallano, accavallano e coprono l’uno con l’altro per tenersi e tenerci compagnia, in attesa di questo giorno che potrebbe essere oggi oppure ieri, in attesa, ancora una volta, di Godot.