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Eroica Fenice

Bagarìa di Francesco Rivieccio al TRAM per la penultima serata

Bagarìa di Francesco Rivieccio al TRAM per la penultima serata

Bagarìa di e con Francesco Rivieccio è andato in scena al TRAM il 26 maggio, per la penultima serata del Trentatram Festival

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Bagarìa è un soprannome nudo.
Nudo, scarnificato e colmo al tempo stesso, pienezza e vacuità in un solo respiro.
Il suo significato non si può toccare, sentire tra le dita, ma si può assaporare nella sua assoluta libertà di interpretazione.

Bagarìa è il soprannome che emerge da un fondale nero, come un abisso sgorgato direttamente dal buco nero che tutti noi ci portiamo dentro. E proprio da quel buco nero che affiora, come da una palude allucinata, la figura di Francesco Rivieccio, autore e unico attore del monologo, con regia di Vittorio Passaro, suo compagno di traversata nel suo folle volo oltre le colonne d’Ercole e della canoscenza.

Oltrepassare i limina dei confini della vita corporea è un leitmotiv frequentissimo, e per affermarlo non serve scomodare la Commedia dantesca, né tentare di inerpicarsi in confronti e parallelismi che svilirebbero l’essenza piena di uno spettacolo che non si pone come riscrittura del divino poema, ma anzi, il viaggio ultraterreno è solo uno dei tanti ingredienti mescolati in quel calderone che porta il nome di Bagarìa. Un pentolone che vede agitarsi in modo convulso tanti ingredienti e sapori diversi, e che alla fine si svelano nelle loro fragranze uniche e peculiari.

Bagarìa: la leggerezza, la malinconia, la profondità e le riflessioni di Francesco Rivieccio

Bagarìa è un nudo nome, un calderone di gusti differenti: è il soprannome di un ex architetto napoletano di sessantadue anni, incarnato da Francesco Rivieccio, che in seguito a un fallimento, si trova a fare il barbone e vivere per strada, tra le scarpe rosicchiate dai topi, le carte di giornale e i cocci di bottiglia. Dopo la sua morte, tra l’indifferenza generale e per strada, Bagarìa si sdoppia, tra il corpo, esanime e ucciso dal freddo, riverso sul marciapiede, e la sua anima, che assume l’età a lui più cara, i ventitré anni.

L’opera è un confronto, serrato e tratti lirico e dolcissimo, tra l’involucro terreno di Bagarìa, avvolto nella sua coperta che funge da sudario, e la sua anima giovane e ventitreenne: ci si aspetterebbe di provare angoscia violenta e opprimente finitudine, per via della materia trattata, ma a dispetto dell’orrido cominciamento, i toni si elevano in una visionaria leggerezza venata di malinconia sognante, a tratti clownesca e circense.

Osservare Francesco Rivieccio che volteggia sul palco, fa pensare a dei versi di Aldo Palazzeschi: Chi sono?/ Il saltimbanco dell’anima mia.

Anima, saltimbanco. Sono due parole che si stagliano come pietre sulla coscienza, ma che diventeranno leggere come granellini di sabbia impigliati tra le dita. Il Bagarìa di Rivieccio è un saltimbanco, l’acrobata della sua stessa anima, un artista circense e camaleontico che passa in rassegna il racconto della sua vita a cominciare dalla fine, tenendosi in equilibrio sui ricordi e le memorie più intime: il matrimonio di Bagarìa, la scoperta della sua omosessualità, gli anni universitari con gli amici, il fallimento, la bancarotta, la scelta, quasi costretta, di diventare barbone, e la morte.

Il saltimbanco Rivieccio, con la sua statura da Pierrot, demistifica ed esorcizza la paura pulsante dell’essere umano: la morte. E se provassimo a vedere la morte come coinvolta in un rapporto sessuale, in un coito? Un formicolio o un dolore al petto, sembrano preannunciare l’orgasmo, il momento di gloria e di arrivo della morte: ma invece no, coito interrotto. La morte non arriva, e noi uomini passiamo il tempo a temerla, a tentare di fuggire dal suo alito glaciale che ci soffia sul collo, anziché provare a vivere e abbracciare ogni piccola cosa che la nostra esistenza ci regala, anche nelle sue stupide banalità.

E il volo di una zanzara? Le piccole cose? Francesco Rivieccio, nella sua innocenza malinconica, sembra tessere un elogio delle piccola cose, quasi un contentus vivere parvo tibulliano: non è giusto rimpiangere le cose solo quando non ci sono più, quando ci vengono strappate brutalmente e non possiamo più goderne. E se cominciassimo una piccola rivoluzione? Se apprezzassimo ciò che abbiamo, quando ce l’abbiamo?

Rivieccio, ingenuo e profondo al tempo stesso, si pone al pubblico con una dolcezza drammatica e una spontaneità quasi commovente, che si frantuma in tante piccole sententiae, in tante massime di vita che vengono elargite al pubblico come fiori di campo da raccogliere con fiducia.

Leggerezza, planare sulle cose dall’alto. Non avere macigni sul cuore. Direbbe un certo Italo Calvino.

Bagarìa: pillole di saggezza e sententiae

L’animo del pubblico comincia a essere riempito, ma di aria pulita. Lo sguardo sognante e trasognato del clown ci traghetta verso il Purgatorio, e le bottiglie del barbone Bagarìa sono come anime in attesa del giudizio divino, in attesa del liquido versato direttamente da Dio, giudice supremo e arbitro del bene e del male. Il Dio di Bagarìa non è assolutamente minaccioso o biblico strictu sensu, è anch’esso un pagliaccio: allucinato, quasi delirante, si inerpica tra cappotti, beckettiani attaccapanni e invettive verso l’umanità, che incolpa Dio di ogni cosa senza prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Quindi, qual è la morale di tutta questa bagarìa? Bagarìa in dialetto napoletano vuol dire caos, vuol dire Babele, confusione biblica. Una morale assoluta e univoca non esiste, e Bagarìa lo sa bene.

Il Rivieccio Bagarìa, dopo averci fatto planare sulle cose dall’alto con le sue pillole di vita, ci lascia in bocca un senso di fiducia, serenità, ma anche di malinconia: il suo tono sincero, lirico e appassionato, sembra tendere sempre a un Oltre, che non ci è dato sapere. Ma è giusto così, perché il teatro, così come la vita, non conclude.

E anche se Pierrot è l’emblema della leggerezza, ha sempre il volto bagnato da una lacrima, che sembra cucita sulle sue gote.