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Ciarlatani, il racconto del fallimento al Teatro Argentina

Ciarlatani, spettacolo di Pablo Rémon, interpretato da Silvio Orlando, Francesca Botti, Francesco Brandi e Blu Yoshimi, è in scena dal 6 al 17 marzo al Teatro Argentina di Roma.

«Noi a casa abbiamo un cane. Beh, lo sai come passa le giornate? Non fa niente, mangia, dorme e si masturba ogni tanto…non credo stia meglio di me, eh, però più rilassato sì. È in pace con sé stesso, ecco. Non ha quella voce della coscienza che gli dice: “devi fare di più, devi essere un cane migliore!”». Sta forse in questa simpatica riflessione, soltanto all’apparenza banale e pronunciata da un buffo barista kazako, la soluzione al dramma esistenziale di Anna Velasco, protagonista di Ciarlatani, spettacolo scritto e diretto da Pablo Rémon, in scena dal 5 al 17 marzo al Teatro Argentina di Roma.

L’opera – interpretata da Silvio Orlando, Francesca Botti, Francesco Brandi e Blu Yoshimi (sostituita, per alcuni giorni, da Valeria Solarino) – racconta la vita di Anna Velasco, una attrice alla ricerca di quel ruolo epico che la riporterà in cima al successo, avvicinandola al padre Eusebio Velasco, regista di culto degli anni ’80 scomparso e isolato dal mondo. Per riuscire a sbarcare il lunario – per potersi, cioè, far chiamare “attrice” – Anna accetta anche lavori precari, malpagati, di dubbio gusto recitando in piccole produzioni di opere classico, soap opera e spettacoli alternativi o, ancora, facendo il teatro per bambini nel fine settimana. Alla storia di Anna si intreccia quella di un altro uomo di cinema, Diego Fontana, un regista affermato di film commerciali alle prese con una nuova produzione che vanta stelle hollywoodiane. Un incidente in moto, però, risveglia in lui i dubbi latenti, inducendolo a rivalutare la sua produzione e a interrogarsi sugli sviluppi e obiettivi della sua carriera. E così, Diego decide di rinunciare a quei film certo di consumo ma che “non sono quello che volevo, non mi piacciono” e convince il suo narcotizzato produttore ad abbracciare l’ultima sceneggiatura di Eugenio Velasco.

Ciarlatani è una narrazione intricata, seria e comica (irresistibile la gag dell’assegnazione dei Premi David ad Anna, che però non conosce il film per cui viene premiata) allo stesso tempo, che si getta nella esplorazione delle idiosincrasie umane, delle distorsioni della realtà; ancora, degli ideali traditi, delle ambizioni illusorie dell’impostore par excellence: l’uomo (o meglio, la donna) di spettacolo. La premessa stessa dell’opera – che dipinge l’attore come abile manipolatore della verità – viene trasformata da Rémon in un profondo e tortuoso viaggio nella natura dell’autenticità e dell’inganno. Qui l’attore diviene non solo un “ciarlatano” sul palcoscenico, ma anche nella vita, capace di evocare ammirazione quanto più raffinatamente sa confondere le acque.

Queste storie sono raccontate in parallelo, si alimentano a vicenda, sono specchi degli stessi temi. Quattro attori viaggiano attraverso decine di personaggi, spazi e tempi in un susseguirsi di racconti che formano una struttura molto più vicina al romanzo che all’opera teatrale. La storia di Anna si sviluppa attraverso uno stile cinematografico, con un narratore che guida il pubblico in un labirinto dove sogno e realtà si mescolano. Al contrario, la narrazione di Diego assume una forma più classica, avviene in spazi sociali chiari, realistici (una piccola sala d’ospedale) che si allontanano dalla atmosfera onirica di Anna. Una parentesi intrigante è costituita dall’auto-fiction, in cui il regista dell’opera si difende dalle accuse di plagio, offrendo uno spaccato meta-teatrale che arricchisce la complessità dell’intera performance.

Ciarlatani è, però, soprattutto una riflessione matura sul fallimento nell’arte, sul bisogno urgente della nostra società di ricercare non l’eccezionalità – “un’idea”, afferma Orlando nelle vesti di un barista kazako, “che ci hanno venduto quegli stronzi della Silicon Valley” e che produce una società stanca, dove si è servi e padroni di sé stessi – ma l’ordinarietà, la sufficienza. “Sentiamo questa voce – continua l’attore – che ci dice: “un po’ meglio, un po’ meglio, un po’ meglio. Alcune volte, però, basterebbe essere soltanto delle persone normali, sufficienti, fare quel che si può”. Perché, in fondo, va bene lo stesso.

La rappresentazione sarà nel cartellone del Teatro Argentina fino al 17 marzo. Noi di Eroica Fenice vi consigliamo di andarla a vedere assolutamente! 

Foto di Guido Mencari

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A proposito di Davide Traglia

Davide Traglia. Nato a Formia il 18 maggio 1998, laureato in Lettere Moderne, studente di Filologia Moderna presso l'Università 'Federico II' di Napoli. Scrivo per Eroica Fenice dal 2018. Collaboro/Ho collaborato con testate come Tpi, The Vision, Linkiesta, Youmanist, La Stampa Tuttogreen. TPI, Eroica Fenice e The Vision.

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