Come gli uccelli di Mouawad, al Teatro Bellini | Recensione

Come gli uccelli di Mouawad, al Teatro Bellini | Recensione

Dal 10 al 15 febbraio va in scena al Teatro Bellini di Napoli Come gli uccelli di Mouawad: uno sguardo struggente e vero sui tempi attuali.

Scheda dello spettacolo: Come gli uccelli al Teatro Bellini

Dettaglio Descrizione
Autore Wajdi Mouawad
Regia Marco Lorenzi
Compagnia Il Mulino di Amleto
Durata 180 minuti (diviso in capitoli)
Temi principali Identità, conflitto israeliano-palestinese, amore, memoria.

180 minuti di spettacolo, sembrerebbe l’esordio di un’impresa fisica per il pubblico d’oggi viziato fin troppo bene al mordi e fuggi, taglia e condensa tutto nel minuto di uno scrolling. Eppure, Come gli uccelli di Mouawad esordisce al Teatro Bellini proprio così, con il coraggio di mettere in scena un tempo dilatato, senza la pressione della precisione definita, che segue una narrazione tripartita in capitoli. Un progetto portato da Il Mulino di Amleto – di cui Marco Lorenzi, regista della pièce – compagnia nata dalla Scuola del Teatro Stabile di Torino che si ripropone di affrontare «i classici come fossero testi contemporanei e i testi contemporanei come fossero classici»: l’obiettivo è quello di ricercare il teatro come spazio di tensione, di dubbio, da cui interfacciarsi per una conoscenza aperta e critica di sé e della realtà circostante. Lo fa proponendo un testo come quello di Wajdi Mouawad, che seppur al limite della teatralizzazione scolpisce emozioni, restituisce un quadro vero dell’umanità. Non può non riguardarci.

Come gli uccelli di Mouawad, al Teatro Bellini | Recensione
Eitan abbraccia il padre

L’arte che smuove le coscienze: «Perché la tartaruga procede in avanti solo quando tira la testa fuori dal guscio»

C’è un momento in cui l’arte è chiamata ad aprirsi al mondo esterno, a non fare finta di niente davanti a certi profondi cambiamenti o risultati storici, chiedendosi quale ruolo voglia avere. Tanto più, forse, vale per il teatro che fin dalle sue origini nasce come un vero e proprio evento della pòlis, politico nel senso proprio di collettivo e di responsabilità comune. Allora, accade che un artista figlio del XXI secolo, Marco Lorenzi, decide di dirigere e mettere in scena Come gli uccelli di Mouawad, un testo che ha attorno una Gerusalemme dilaniata dai bombardamenti ed al suo centro l’amore, pregiudicato già in partenza come impossibile, tra un giovane di origine israeliana e una ragazza di origine palestinese. La questione diventa un gioco a sangue tra le identità, mentre ci si chiede a cosa serve rinchiuderle in una prigione di limiti, i giochi di potere se «Non siamo che quarantasei cromosomi. Tutto il resto è una storia che ci raccontiamo»?. E la coppia combatte per difendere l’essere, perché un mondo che ritiene l’amore una colpa ha già perso in partenza.

Una storia di amore, di famiglia, di scontro ideologico nel quadro politico della grande Storia, ma soprattutto una richiesta profonda di interrogare il presente: in un mondo tutt’oggi ferito, in cui storie strazianti sono all’ordine del giorno ma reali, Come gli uccelli di Mouawad manifesta l’importanza di non restarne indifferenti. All’interno di un processo di globalizzazione ormai più che affermato, fare finta di niente significa dichiarare la morte dell’umanità. Invece, l’arte rinnova l’esigenza profonda di essere attraversati, feriti dalla realtà presente, senza nascondersi dietro logiche auto-riferite. Ecco una libertà veramente tangibile, ovvero quella di permettersi di rischiare con un tempo che combatta il sistema tramite la parola, il respiro e l’emozione e aprire squarci di riflessioni, smuovere le coscienze con il dubbio, l’impalpabilità della vita. Così il teatro si fa spazio aperto, incontro di lingue e forme, dove la diversità è un ponte e non un muro – lo stesso muro contro cui Eitan, il giovane tedesco-israeliano prorompe in un grido assordante.

Come gli uccelli di Mouawad, al Teatro Bellini | Recensione
Leah e Etgar da giovani

Come gli uccelli di Mouawad discute il repertorio italiano

Se l’arte spinge la necessità di discutere la realtà circostante, innanzitutto deve sfidare sé stessa. L’urgenza, quindi, diventa anche quella di interrogare il repertorio sul quale il teatro italiano si è talvolta un po’ arenato. C’è bisogno di uscire dal conservatorismo del classico, ricercarne di nuovi, aprire prospettive future e lungimiranti. In questo senso, Come gli uccelli di Mouawad è una straordinaria provocazione: invita la platea a una scelta scomoda, ad entrare nel momento in cui paga il biglietto in una cornice di domande non consolatorie, incerte, a sincronizzare mente, cuore e corpo affidandosi alla penna di un contemporaneo – possibile classico futuro. Perciò quel tempo sospeso gioca un ruolo fondamentale, perché crea un processo durante il quale si abbandona l’assolutismo e ci si fa travolgere dalla pluralità del vero, dalla crudezza dell’autentico.

Certo, una prova non facile, né per gli artisti né per gli spettatori. Non si tratta di una messinscena pop da sala immediatamente sold-out e d’altra parte un processo di ricerca e rieducazione ha bisogno del suo tempo, come si è visto fino ad ora. Questo non significa sminuire il lavoro, al contrario condotto con una sensibilità e un coraggio rari. Eppure, Come gli uccelli di Mouawad viene scelto proprio da un teatro pop come il Bellini, un’attenzione non banale né trascurabile. E in fin dei conti si guadagna applausi e standing ovation toccanti che, al di là di qualunque congettura si voglia fare, sono lo scarto affinché una rappresentazione arrivi. Se succede, significa che qualcosa di importante è stato turbato.

Altre recensioni dal Teatro Bellini

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Come gli uccelli – di Wajdi Mouawad – consulente storico Natalie Zemon Davis – traduzione di Monica Capuani – del testo originale Tous des oiseaux – adattamento di Lorenzo De Iacovo e Marco Lorenzi – regia di Marco Lorenzi – con Federico Palumeri, Francesca Osso, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetković, Elio D’Alessandro, Said Esserairi, Raffaele Musella – scenografia e costumi Gregorio Zurla – disegno luci Umberto Camponeschi – disegno sonoro Massimiliano Bressan – vocal coach e composizioni originali Elio D’Alessandro – video Full of BeansEdoardo Palma & Emanuele Gaetano Forte – un progetto de Il Mulino di Amleto – spettacolo prodotto con il sostegno di A.M.A. Factory, Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova, TPE – Teatro Piemonte Europa In collaborazione con Festival delle Colline Torinesi.

Fonte immagini: Ufficio Stampa

 

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A proposito di Francesca Hasson

Francesca Hasson è giornalista pubblicista, iscritta all’Albo dal 2023. Appassionata di cultura in tutte le sue declinazioni, unisce alla formazione umanistica una visione critica e sensibile della realtà artistica contemporanea. Dopo avere intrapreso gli studi in Letteratura Classica, avvia un percorso accademico presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II e consegue innanzitutto il titolo di laurea triennale in Lettere Moderne, con una tesi compilativa sull’Antigone in Letterature Comparate. Scelta simbolica di una disciplina con cui manifesta un’attenzione peculiare per l’arte, in particolare per il teatro, indagato nelle sue molteplici forme espressive. Prosegue gli studi con la laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo, discutendo una tesi di ricerca in Storia del Teatro dedicata a Salvatore De Muto, attore tra le ultime defunte testimonianze fondamentali della maschera di Pulcinella nel panorama teatrale partenopeo del Novecento. Durante questi anni di scrittura e di università, riscopre una passione viva per la ricerca e la critica, strumenti che considera non di giudizio definitivo ma di dialogo aperto. Collabora con il giornale online Eroica Fenice e con Quarta Parete, entrambi realtà che le servono da palestra e conoscenza. Inoltre, partecipa alla rivista Drammaturgia per l’Archivio Multimediale AMAtI dell’Università degli studi di Firenze, un progetto per il quale inserisce voci di testimonianze su attori storici e pubblica la propria tesi magistrale di ricerca. Carta e penna in mano, crede fortemente nel valore di questo tramite di smuovere confronti capaci di generare dubbi, stimolare riflessioni e innescare processi di consapevolezza. Un tipo di approccio che alimenta la sua scrittura e il suo sguardo sul mondo e che la orienta in una dimensione catartica di riconoscimento, di identità e di comprensione.

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