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Eroica Fenice

Il grigio che abbiamo dentro

Nell’intima atmosfera del Teatro Elicantropo di Napoli ieri, giovedì 21 aprile 2016, si è avuta la prima de Il grigio, in replica fino a domenica 24.

La rappresentazione dello spettacolo di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, attualissimo nonostante il debutto a Belluno il 19 ottobre del lontano 1988, è stata concessa dalla Fondazione Gaber al collettivo napoletano Teatro in Fabula, appena reduce dal successo di pubblico e critica per L’uomo di fumo in scena al Piccolo Bellini il mese scorso.

Pur restando nei, per niente angusti, confini del Teatro d’evocazione, che si distingue all’interno del repertorio di Gaber e Luporini per l’assenza di tematiche sociali e di canzoni, a favore di una maggiore propensione a temi più spiccatamente esistenziali con una straordinaria attenzione alla parola, o meglio, come intendeva Nietzsche “al tono, all’intensità, al ritmo con cui una serie di parole vengono pronunciate”, Antonio Piccolo e Giuseppe Cerrone, che condividono la regia dello spettacolo, hanno deciso di attuare una lieve commistione con il repertorio del Teatro Canzone.

Se la pièce “si par hazard” si apre (e chiude) con un allegro motivetto francese, se numerosi sono i fischiettii e corposa la musicalità insita nelle battute, anche grazie all’eccezionale modulazione che ne fa Piccolo, unico protagonista sul palco oltre che regista, sospendono ma non spezzano la drammaturgia: Il dilemma, Quello che perde i pezzi e C’è solo la strada.

I tre brani, anzi, hanno il pregio di scavare dentro ma non scavalcare il monologo, conferendogli un ritmo tanto scanzonato quanto profondi ne sono il senso e lo spirito.

Il grigio è la storia di una solitudine autoimposta, di un allontanamento ricercato, perché se è vero che per Gaber, contrariamente a Calvino, «libertà non è star sopra un albero», una casa di periferia tutta bianca, circondata dal verde, può forse fornire il silenzio e l’indipendenza tanto agognati da un artista e amante in crisi qual è il protagonista.

Rifuggendo dalla mediocrità della propria vita, però, più che in un’oasi egli si imbatte in una gabbia per topi, o meglio… con topi, uno solo: il grigio.

L’incursione dell’animale, all’interno di quella prigione meditativa in cui voleva rinchiudersi, squarcia tutte le sue illusioni e destabilizza il suo già precario equilibrio emotivo.

Il grigio è, prima, solo un ombra, poi, un semplice roditore e “meglio un topo che un fantasma, un topo è più alla mia portata” affermerà, in tono profetico, il protagonista. Presto, però, la resistenza a tutte le trappole e i marchingegni ingigantisce l’importanza dell’animale, che da fuggitivo si trasforma in persecutore perché, del resto, “il grigio sapeva tutto di me e io non sapevo nulla di lui”.

Tra lucidità e follia, ironia e irriverenza si svolge, quindi, la lotta di un uomo contro l’emblema di tutto ciò che sfugge alla vista e alla mente, contro ciò che null’altro è che il suo alter ego.

Un’epica sfida alle mille, per carità non cinquanta, sfumature di grigio che adombrano il nostro io

Lottare con Il grigio significa per il protagonista affrontare un fantasma che, però, resta alla sua portata. Significa evitare di affrontare fantasmi in carne e ossa: la fredda incandescenza della ex, le accuse della famiglia, i capricci di Gabriella con cui ha avuto una figlia, forse, non sua, il riflesso del fratello che come lui “recita la parte del pensatore fannullone”.

Soprattutto grazie a il grigio non deve affrontare quella Cosa, che poi sarebbe l’Amore, che sente il bisogno di materializzare per risolvere un dilemma intimo e universale: sarà la paura di deludere, sarà che riesce sempre e solo a farsi ammirare più che amare, ma lui, invece, potrà farlo? Quando sarà capace di amare?

E, allora, io se fossi Gaber, sarei contento di questo lavoro che, anche grazie all’essenziale disegno di Aniello Mallardo, getta luce per 60 minuti circa sui bisogni di un’intera umanità. Ma sono solo io e posso, quindi, limitarmi a dire: giudicate voi e andate all’Elicantropo!

Lo spettacolo sarà in replica, dopo la prima di giovedì, fino a sabato alle 21.00 e domenica alle 18.00.

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