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Eroica Fenice

Il nome della rosa

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova.

Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso.

Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale.

Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere

Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film.

Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio.

Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive

Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa.

Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle scene ambientate in biblioteca pare possibile tastare con mano tutta la saggezza delle migliaia di libri riposti.
Aiutano, sicuramente, diverse scelte estremamente riuscite. In primis, una colonna sonora semplice, fatta di meri accompagnamenti e qualche canto gregoriano. Melodie che riportano lo spettatore a seguire i labirinti della memoria di Guglielmo: personalità complessa, atipica per il Medioevo, uomo di scienza più che di fede. Le numerose video-proiezioni aiutano poi a focalizzare l’attenzione sugli stati d’animo dei personaggi in scena.

La narrazione inizia con il racconto di un vecchio Adso da Melk. Egli è intento a scrivere alcune memorie su fatti cruenti che gli sono accaduti in gioventù. Viene così risolto brillantemente il problema della finzione letteraria di Eco. Uno stratagemma adottato dall’autore alessandrino, un po’ sul modello de I Promessi Sposi. Interessante è notare l’estrema adattabilità del romanzo di Eco alla versione teatrale, la stessa struttura dell’opera ricalca quella di un copione teatrale, più che cinematografico. Vi è un prologo, una scansione temporale in sette giorni, e la suddivisione di ogni singola giornata in otto capitoli, che corrispondono alle ore liturgiche del convento.

Il nome della rosa vive di vita propria a teatro

Un cast eccezionale, quello de Il nome della rosa. Se la scena non è mai spoglia, se le due ore e venti scorrono via come se si stesse guardando un film, merito è senz’altro degli attori. Luca Lazzareschi porta sul palco tutta l’ironia e la saggezza di Guglielmo. Luigi Diberti è il giovane ed inesperto Adso, affascinato dal suo maestro. Particolare successo riscuotono le interpretazioni di Marco Zannoni, nel ruolo dell’abate, e Alfonso Postiglione in quello di Salvatore. Quest’ultimo, a dispetto del ruolo a prima vista secondario, diverte con la sua parlata incomprensibile: un insieme di volgare, latino, francese, tedesco e inglese.

Il nome della rosa vive insomma una seconda giovinezza a teatro. In questa trasposizione l’opera di Eco non perde niente della sua carica originaria, anzi arricchisce ancora di più quelle che sono le possibili interpretazioni e sfumature di significato. Guardando questo spettacolo si ride, ci si commuove, si riflette: questa trasposizione teatrale gode di luce propria. Lo spettatore dimentica per tutta la durata dello spettacolo il libro o il film. Egli viene immerso in una dimensione percettiva sconosciuta, alla strenua di una nuova lettura o visione, con una leggerezza tale da sollecitare il riso, a dispetto delle numerose digressioni filosofiche e storiche. Con buona pace del confratello Jorge.

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