Lili Elbe Show, al Bellini | La recensione

Lili Elbe Show

Dal 17 al 19 febbraio, al Teatro Bellini va in scena il “Lili Elbe Show” per l’interpretazione e scrittura coreografica del duo di ballerini Sasha Riva e Simone Repele. Lo spettacolo è tratto da una storia vera, quella della pittrice Lili Elbe, nata biologicamente maschio con il nome di Einar Wegener. La storia di Lili è diventata un libro (“La Danese” dello scrittore statunitense David Ebershoff), che è stato trasposto poi trasposto in una pellicola cinematografica da Tom Hoper con il suo “The Danish Girl”.

Lili Elbe Show è un racconto in danza estremamente potente, ma allo stesso tempo delicato nel raccontare il percorso di transizione di Lili. La storia dell’artista danese è una vicenda che riguarda tutti noi da vicino più di quanto si possa immaginare: perché accontentarsi, quando si può essere invece liberi, e finalmente sé stessi?

Simone Repele è il narratore di questo racconto, nel ruolo dell’estro artistico dei due pittori, e inaugura la scena con in mano tavolozza e pennelli, per poi scoprire la cornice di una tela che è anche uno specchio/portale. All’interno dello specchio Lili si vede già donna, però ancora intrappolata nel corpo di Einar: la superficie non si limita a riflettere, ma funge da portale verso una dimensione altra, quella dell’interiorità, dando così allo spettatore la possibilità d’insinuarsi nell’intimità di Lili, interpretata dalla minuta Christine Ceconello, che porta sulla scena la donna intrappolata nel corpo di Einar attraverso una performance prorompente e malinconica al tempo stesso.

Sasha Riva, con i suoi movimenti aggraziati e vorticosi, ci offre uno sguardo sulla sofferta e dolorosa transizione da Einar in Lili. Il percorso di ricerca e affermazione dell’identità̀ di Lili è accompagnato dalla moglie Gerda, interpretata in maniera straordinaria dall’étoile Silvia Azzoni, che con grande forza d’animo e coraggio sostiene la compagna: è proprio Gerda infatti a proporre a Lili, al tempo ancora sotto il nome di Einar, d’indossare abiti da donna per poterla ritrarre nei suoi quadri, gli stessi quadri che hanno portato alla luce Lili per la prima volta.

Una figura senza nome vestita di nero, quasi demoniaca (Jamal Callender), ma dai chiari tratti maschili, si muove lentamente sulla scena: è la mascolinità che Lili sente lontana da sé.

In una scena surreale e grottesca, poi, gli altri quattro ballerini vestiti con camici bianchi si riuniscono attorno a Sasha Riva in sedia a rotelle, e celebrano la venuta al mondo di Lili, che ora può dare inizio al suo show. Uno show quello di Lili molto breve: essa “morirà”, metaforicamente, tra le braccia di Einar, ma non c’è tristezza, perché la donna è andata via finalmente libera.

Nonostante la bellezza dello spettacolo e la sensibilità con cui Riva e Repele si approcciano alla questione della transessualità della protagonista, il filo narrativo può risultare però sconnesso, rendendo il susseguirsi dei fatti poco chiaro, a chi non è familiare con la vita e la figura di Lili Elbe. In ogni caso, tutto ciò non impedirà allo spettatore di poter fruire di uno spettacolo di teatro danza interpretato magistralmente dai cinque ballerini in scena, la cui eccellente performance ha scatenato l’applauso della commossa platea in più di un’occasione.

La narrazione è commovente, ed è meraviglioso vedere la protagonista pian piano scoprire sé stessa. Il racconto è interpretato con grande intensità dai danzatori, che trasformano il vissuto della ragazza danese in poesia.

La vita di Elbe è un manifesto dell’identità transgender, è la storia di una donna che ha osato sfidare la società del suo tempo per poter essere autentica perché, come direbbe Agrado, personaggio transgender della pellicola “Tutto su mia madre” di Pedro Almodóvar: “Quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica signora mia… e in questo non bisogna essere tirchie, perché una più è autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di sé stessa.”

Immagine di copertina: ufficio stampa

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A proposito di Valeria

Valeria Vacchiarino (1999), studia Lingue e Culture dell'Europa e delle Americhe a L'Orientale di Napoli, città che ormai considera la sua seconda casa. Amante dei libri, del cinema e del teatro, ha una grande passione per la musica jazz.

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