Pseudolus al Teatro Arcobaleno | Recensione

Pseudolus al Teatro Arcobaleno | Recensione

Lo Pseudolus di Plauto è in scena al Teatro Arcobaleno di Roma fino al 17 dicembre, ultimo spettacolo prima della serata speciale di Capodanno.

Dopo L’Asino d’oro, continua la stagione classica al Teatro Arcobaleno di Roma. In scena fino al 17 dicembre c’è Plauto con una delle sue commedie più emblematiche, Pseudolus o il bugiardo con la regia e l’adattamento di Nicasio Anzelmo.

Pseudolus di Tito Maccio Plauto

Era il 191 a.C. quando la commedia Pseudolus prendeva vita tra le idee e le mani di Tito Maccio Plauto, il più famoso commediografo latino della cui vita si sa ancora molto poco e il cui nome (anzi i suoi tre nomi) è una delle poche fonti che abbiamo. Una fase già matura della commedia plautina e per questo da un lato ben strutturata dall’altro perfettamente – forse anche troppo – convenzionale.

Il testo è considerato il culmine letterario e teatrale dell’arte di Plauto, dominato dalla maschera del servus callidus di cui si perde ogni possibilità di approfondimento psicologico, e interamente costruito su un fitto intreccio di inganni e raggiri, come è nei canoni del Sarsinate. Il protagonista è lo schiavo Pseudolus che si adopera per aiutare il suo padroncino piagnucolone e innamorato a recuperare una ragazza di cui si è invaghito e che un lenone ha comprato e minaccia di vendere. Per ottenere ragazza e soldi, il servus tesse un ordito così denso di bugie e inganni da rischiare di restarne vittima.

La trama e i tòpoi plautini

Ispirata ad un originale greco della Commedia Nuova, la storia è ambientata ad Atene, una scelta teatrale frequente nel teatro latino per conferire ai testi una certa esoticità moto apprezzata da un pubblico che, senza tanta diplomazia, non era particolarmente adatto ad un teatro raffinato e aulico. Una scelta che, però, serviva anche a proiettare la storia e i suoi tanti livelli di lettura al di fuori di Roma, onde evitare di entrare in contrasto con la classe dominante.

Un adulescens innamorato, un lenone vestito da squallido ruffiano, una meretrice in bilico tra l’amore e la libertà e, a manovrare i fili della trama, un servus callidus come Pseudolus, in pieno stile plautino. Storie che si intrecciano e temi che si sovrappongono, dallo scontro generazionale alla scelta che ognuno è chiamato a fare tra l’onestà e la pecunia. La messa in scena di Nicasio Anzelmo riprende Plauto e lo fa rivivere nel posto che più gli spetta, sul palcoscenico. Perché se la comicità di Plauto è anche in un lessico pieno di neologismi, nomi parlanti, acrobatici giochi retorici, il suo teatro è soprattutto scena, irriverente e goliardica.

Pseudolus nell’adattamento di Nicasio Anzelmo

Irriverente e goliardica come la commedia messa in piedi al teatro Arcobaleno dai carismatici Pietro Romano e Giovanni Carta, rispettivamente Pseudolus e Ballione, che da soli fanno già spettacolo. Franco Sciacca, Giovanni Cordì, Antonio Mirabella, Paolo Ricchi e Fanny Cadeo fanno tutto il resto, e lo fanno benissimo, in modo credibile, divertente e dinamico.

Il romanesco di borgata di Pseudolus si mescola al napoletano del soldato che vuole comprare la ragazza, le continue irruzioni in platea rompono l’illusione scenica rispettando la costante metateatrale dell’arte di Plauto, il doppio senso permea la maggior parte delle battute, esattamente come i romani del tempo chiedevano, esattamente come vogliono ancora oggi.

Brevi accenni ad una Roma che funziona male e in cui non si trovano posti per dormire ammicca all’attualità, mentre l’intraprendenza di Pseudolo si fa beffa di tutti i padroni che esistono, compresa la Fortuna, perché almeno nell’arte possiamo permetterci di capovolgere tutti i giochi di potere.

Fonte immagine in evidenza: archivio personale

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