L’Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione

L'Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione

L’Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno di Roma riporta sulla scena l’intricato e comico groviglio della grande commedia latina che non sa invecchiare.

Un coinvolgente, mezzo partenopeo, Marco Simeoli, nei panni del protagonista, guida il carro rumoroso, incasinato e rocambolesco dell’Epidicus di Plauto, che è andato in scena al Teatro Arcobaleno di Roma dal 14 al 23 aprile per la regia di Cinzia Maccagnano. Uno spettacolo che conferma la consueta qualità dei prodotti selezionati dal Centro stabile del Classico, che quest’anno ha festeggiato i 30 anni della Compagnia Castalia con un cartellone che ha reso omaggio alla commedia e alla tragedia classica, da Eschilo a Euripide, da Shakespeare ad Aristofane, per concludere a maggio con lo spettacolo Epos.

L’Epidicus di Plauto e la messinscena moderna

Epidicus è servus callidus, come è tradizione nelle commedie plautine, protagonista di una delle ultime commedie del commediografo di Sarsina; ultima per datazione e non di certo per importanza, l’Epidicus rappresenta una summa un po’ aggrovigliata, ma proprio per questo ben riuscita di tutto il teatro plautino.

L'Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione
L’Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione

Prima delle battute iniziali, Simeoli stesso, tipico servo-poeta del teatro plautino, gioca a fare metateatro un po’ come quegli autori che nel prologo mettono in guardia il lettore dal credere a tutto quello che stanno per ascoltare o per vedere; ammette, infatti, che sarà difficile tenere il bandolo della matassa, ma – lungi dalla solita laudatio temporis acti per cui “voi capite meno degli spettatori di una volta” – riconosce che nemmeno i contemporanei di Plauto riuscivano a seguire fino in fondo le sue trame, per volontà stessa del commediografo.

Lo scopo era semplicemente e spontaneamente far ridere; il resto è tutto un susseguirsi di doppi sensi, giochi di parole, imprevisti, scambi di persona, fraintendimenti, inganni e paradossi. Il servus, immancabile protagonista di questa giostra di raggiri e imbrogli ai danni del padrone Perifane (Cesare Biondolillo), è Epidicus, nome parlante – come quasi tutti quelli scelti da Plauto – di origine greca che significa “colui che amministra la giustizia”.

Epidicus, nel rovesciamento carnevalesco che fa da sfondo alla commedia latina, diventa, anche nell’abbigliamento, una sorta di magistrato speciale: è lui a esercitare il potere sul padrone tramando inganni e trovando fantasiose risoluzioni per aiutare il giovane padroncino, Stratippocle, a pagare i debiti in cui incorre per colpa del suo essere continuamente straziato, tormentato, angustiato e dall’amore raggirato.

L’adulescens, debole nell’animo e nella carne tanto da permettere alle fanciulle «di entrare e uscire dal suo cuore, come se fossero a casa loro», ha il volto e i gesti di Mariano Viggiano. Il servo sottrae a Perifane i soldi per riscattare la fanciulla, una suonatrice di cetra, di cui Stratippocle si è innamorato, facendogli credere che si tratti della figlia concepita con Filippa a Epidauro. Al ritorno dalla guerra, però, il giovane ha già dimenticato la suonatrice di cetra e arde d’amore per un’altra ragazza, per riscattare la quale si indebita con un usuraio. Il servo dovrà “convocare il Senato delle sue idee” e ordire un altro inganno per convincere il padrone a pagare ancora e poi ancora e ancora, per curare l’amaro amore che tiene in ostaggio il figlio. Il fanfarone Perifane paga, di nuovo, mentre crede di ingannare il ragazzo e invece è vittima di un altro raggiro.

Ma il lieto fine non manca mai e questa seconda fanciulla si scoprirà essere la vera figlia di Perifane, sorella di Stratippocle, il quale quindi potrà unirsi con la prima fanciulla, la cortigiana che Perifane credeva sua figlia all’inizio della commedia. Epidicus riuscirà a farla franca e a ottenere la libertà.

Plauto: tecniche e temi

L'Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione
L’Epidicus di Plauto al Teatro Arcobaleno | Recensione

Tutto questo è Tito Maccio Plauto, senza riserve, nella massima espressione delle sue doti da autore, regista e comico. La sua instancabile e frenetica attività teatrale pervase la cultura latina del III e II sec. a. C. e durò più di un quarantennio.

Plauto visse del suo teatro, prima come attore – periodo al quale probabilmente risalgono i suoi nomi parlanti, Maccio e Plauto – poi come commediografo. Non un commediografo qualsiasi, ma il primo della letteratura latina e il primo autore di cui siano state tramandate opere intere e notizie attendibili.

Falsificato, replicato, copiato, il suo teatro, un perfetto connubio tra commedia nuova greca e farsa italica, ha ispirato il teatro comico occidentale nei secoli a venire, soprattutto quello italiano. Metateatro, rottura dell’illusione scenica, rovesciamento parodistico della realtà – è così che Plauto parla della sua epoca e ridicolizza la società, pur non facendone quasi mai esplicitamente cenno – sono gli ingredienti per una comicità a tratti grossolana, spesso volgare, sempre farsesca, ingredienti che la Maccagnano riesce a maneggiare con cura e strategia e a disseminare nei 70 minuti della messinscena in modo da non disperdere mai l’attenzione e il riso del pubblico.

E, cosa più ardua quando si parla di classici, evitando che gli spettatori percepiscano la distanza, temporale e culturale, tra se stessi e lo spettacolo che hanno di fronte. Questo è merito, di certo, anche dello stesso Plauto che, con pochi e ricorrenti temi (lo scontro generazionale, le peripezie di due amanti, le beffe architettate dagli schiavi, il riconoscimento di fanciulle schiave) e pochi personaggi fissi – tutto questo è mescolato a puntino nell’Epidicus – riesce ad acclimatarsi ad ogni epoca e a non invecchiare mai.

La lingua di Plauto

La lingua è quella esuberante, rocambolesca, creativa, libera che distingueva i testi di Plauto da tutti gli altri, infarcita di invenzioni verbali, nomi di origine greca, metafore sul sesso, sul cibo, sul teatro, doppi sensi. Una lingua virtuosa come poche, che ha fatto la fortuna del suo autore, tanto che Varrone una volta disse che “se le Muse avessero voluto parlare latino, avrebbero parlato con la lingua di Plauto”.

A proposito di M. S.

Laureata in Filologia, letterature e storia dell’antichità, ho la testa piena di film anni ’90, di fotografie e di libri usati. Ho conseguito un Master in Giornalismo ed editoria. Insegno italiano, latino e greco, scrivo quando ne ho bisogno e intervisto persone. Vivere mille vite possibili attraverso gli altri è la cosa che mi riesce meglio, perché mi solleva dalla pesantezza delle scelte.

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