I Medea di Sulayman Al-Bassam al Politeama

I Medea

Lo spettacolo I Medea, ispirato liberamente alla tragedia di Euripide, debutta al Politeama il 2 luglio alle ore 21.00. Sulayman Al-Bassam, regista e drammaturgo (lo vedremo per tutto il tempo anche come attore), è il primo a comparire sulla scena. Ci offre, a mo’ di prologo, una sinossi elementare ed efficace della storia, per farci entrare nel vivo della rappresentazione e provare a immedesimarci nei panni dell’esule eroina.

Gli attori Hala Omran, Sulayman Al-Bassam, Oussama Jamei riescono egregiamente a rendere onore alla grandezza dell’opera classica. Sullo sfondo del palcoscenico – ma presenti nel cuore del teatro per la potenza delle sonorità – due polistrumentisti accompagnano la messinscena: il duo Two or The dragon, composto da Abed Kobeissy & Ali Hout.

I Medea – recitato e cantato prevalentemente in arabo (con sopratitoli in italiano a cura di Wafa’a Al Faraheen) – colpisce per la sua eterogeneità linguistica: alcuni passaggi sono in italiano, francese e inglese. Si tratta di un lavoro sperimentale che sembra voler dare uno “schiaffo morale” alla xenofobia delirante che imperversa sulla città di Corinto e la contamina come un virus.

I Medea (al plurale?) | Recensione

Il personaggio di Medea è sempre al centro ed è fulcro ipnotico dell’intero dramma contemporaneo. Subisce qui una coraggiosa trasposizione nel mondo arabo e diviene immagine-simbolo di barbara e immigrata che, non senza dissidi interni, decide di rivendicare se stessa per lanciare un messaggio forte alle arretratezze del contesto storico presente. La modernità è una dimensione abietta, infestata dal proliferare di informazioni rapide e superficiali trasmesse dai social: Twitter, Facebook e quant’altro. Ella si scaglia contro le gravi discriminazioni razziali e chiusure culturali che non consentono il naturale processo di inclusione.

Il coro, elemento fondamentale e immancabile nel vasto scenario della tragicità greca, viene riprodotto ora in forma di commosso assolo cantato dalla protagonista – che si rivela un’eccellente cantante -, ora attraverso un concerto unanime, eseguito dalle doppie voci di Medea e Giasone/Creonte. I testi delle canzoni arabe (a cura di Abdullah Issa Alsarhan) traducono in parole l’altrimenti indicibile sofferenza di una fuggitiva ripudiata e abbandonata dal proprio coniuge e da un intero popolo.

L’esordio prevede un dialogo tra la coppia: Giasone, che è anche un po’ il narratore onnisciente dell’azione, si rivolge a Medea con parole d’accusa per l’uccisione dei figli. Ci troviamo di fronte a un marito e una moglie che hanno tutti i connotati di figure genitoriali d’avanguardia: la straniera ha accoltellato i propri figli e, senza alcuna pietà, vuole pubblicare il video dell’infelice e folle gesto per renderlo virale. L’originale testo euripideo sta prendendo la piega di una cronaca?

La drammaturgia si fa subito più intricata e, se si pensa di aver già intuito il finale, tutto di colpo si complica: interessante è l’introduzione di svariati e tortuosi spunti di riflessione. L’eretica maga dell’antica Colchide indossa il burqa. La sua libertà è stata violata: non può esprimere il suo dissenso, se non infliggendo un colpo decisivo alla sua stirpe. Lo sterminio di vittime innocenti (i suoi piccoli e la futura sposa di Giasone) è l’unico modo che ha per ribellarsi. La violenza è il solo appiglio della sua conflittuale personalità: in un primo momento complice ossequiosa, dopo indomita rivoluzionaria.

Il fuoco, che, secondo la tradizione, sarebbe comparso solo in occasione della morte di Glauce (la cui mano è promessa all’ex marito traditore), ha tutt’altro valore. Si potrebbe dire che il significato di questo elemento si amplifica e assume le ingiustificate e sproporzionate misure di una lotta contro il diverso. Vi è un richiamo esplicito agli insulti contro i napoletani: «O Vesuvio, lavali col fuoco». Così ancora una volta, come sempre in passato, la classicità diventa strumento privilegiato di battaglia politica, con un’invettiva che tenta di ricordare vagamente il valore ideologico della produzione cinematografica pasoliniana.

Dopo aver espresso la sua ira funesta in potenti e rabbiosi monologhi, dopo essersi cimentata nell’ardua impresa del racconto corale – la sua voce sola vale per un insieme –, Medea si serve infine della corporeità per esprimersi. La scenografia è costituita, nell’atto finale (quello dell’omicidio), da un tappeto di arance fresche del colore acceso del Sole. I frutti maturi, tutti esattamente uguali nella forma – come nell’immaginario si raffigurerebbero i compatrioti -, simboleggiano gli abitanti di Corinto, tra i quali la sventurata è un’esclusa? O gli agrumi, che piovono incandescenti sul palco, indicano il desiderio di vendetta, finora silenziosamente coltivata e finalmente pronta per esser colta? Resta il gusto acre e velenoso di un atto che avrà conseguenze irreparabili per le sorti della patria, che mai l’ha veramente accolta.

Le battute finali di Giasone trasmettono profondo risentimento da parte dell’universo maschile nei confronti di una donna che, con malvagità e senza l’ausilio di nessuno, ha tramato un’impresa così estrema e distruttiva. Risuona l’eco delle indesiderate offese da parte di quegli uomini-padroni che guardano all’altro sesso solo come potenziale risorsa di procreazione: Medea è, secondo lui, colpevole di un metaforico «aborto volontario e ancestrale». Il futuro re contempla – e lo dichiara apertamente – la figura femminile come mezzo di realizzazione personale, mero tramite per la conquista del potere a lungo bramato.

Quando la sciagurata madre spreme nelle mani la sua prole, frutto generato dal suo grembo, ne esce fuori una polpa rosso-sangue. Il dolore cosparge l’intera sala e, a quel punto, non è più rilevante chiedersi da che parte stare, se provare compassione per Medea o se considerarla una strega-assassina della nostra epoca. L’esito è irreversibile. È l’esplosione del tragico. Un’unica domanda aperta rimane: quanta parte di Lei sopravvive in ognuno di noi?

Immagine di copertina: ufficio stampa

A proposito di Chiara Aloia

Chiara Aloia nasce a Formia nel 1999. Laureatasi in Lettere moderne all'università Federico II di Napoli, intraprende gli studi magistrali presso la facoltà di Filologia moderna. Coltiva da sempre la passione per la letteratura, i libri, la poesia. I viaggi più interessanti li ha fatti davanti al grande schermo.

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