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Eroica Fenice

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Nerium Park al Nuovo – Il peso di vivere

Dal 6 al 10 marzo, la stagione teatrale del Teatro Nuovo di Napoli ospiterà Nerium Park, opera del pluripremiato autore catalano Josep Maria Mirò, qui diretta da Mario Gelardi, con in scena Chiara Baffi e Alessandro Palladino.
Lo spettacolo rappresentata pure un importante traguardo per il Nuovo Teatro Sanità, essendo per essa la prima produzione autonoma.

Nerium Park, un racconto 

La trama, di per sé, è assai semplice.
Bruno e Marta sono una coppia felice, entrambi onesti e seri lavoratori, che ha deciso di fare il grande passo e acquistare la loro prima casa insieme nel nuovo, enorme complesso di case dal nome Nerium Park.
Queste, sembrano le basi di una vita destinata a percorrere binari sicuri e piacevoli, ma poco dopo l’acquisto, uno dei due amanti perde il lavoro da un giorno all’altro, costringendo la coppia a fare i conti con le conseguenze economiche, psicologiche e sociali annesse all’evento.

È l’attesa, come già anticipato dal regista Mario Gelardi, la chiave d’accesso all’opera e alla vita di Bruno e Marta. Che qualcosa semplicemente accada o smetta di accadere, che uno dei protagonisti, o entrambi, prendano di petto, con furia, la vita e le ingiustizie, le meschinità a cui spesso bisogna adeguarsi, chinare il capo per sopravvivere. O che affronti apertamente le meschinità di cui si impara a fare uso per vivere.
Un passepartout capace di aprire come un guscio di noce la mente dei protagonisti, la loro anima per permetterci di guardare dentro. Le ambizioni mancate, l’amore presente e insufficiente al contempo, le incertezze che, come un ospite incapace di capire quando è meglio andar via, si collocano nella loro grande e nuova casa con fare invadente.

Sullo sfondo di un Nerium Park desolato, un insieme di mura senza anima, sempre avvolto nel buio tranne per quella che fuoriesce dal loro soggiorno di sera, si consumano i mesi di un anno e una relazione. Il mondo, che doveva essere distante e lontano da lì, invade il territorio, accede alla casa, alla loro vita e li conduce ad una inevitabile riflessione su ciò che è giusto, ciò che è meglio per ognuno di loro.

A Bruno e Marta ci si affeziona con facilità, potrebbero essere chiunque di noi. Non si può fare a meno di provare un senso di appartenenza a quella sconfitta annunciata, a quella vacuità che toglie il respiro, alla voglia di riscatto, di vittoria e al dolore della consapevolezza di quanto sia necessario fare il male per il bene, a volte.
Senza infliggere nessuna stilettata sanguinante, la regia di Gelardi, mostra i processi e i danni dello stigma sociale, prendendolo alla lontana, senza sbatterlo in prima pagina come si fa con certi mostri, per poi essere dimenticati appena ne arriva uno nuovo. Gli gira attorno, mette in evidenza la parte del testo che racconta soprattutto la vita comune, e pone un quesito semplice, una riflessione afferrabile da chiunque, dando così la possibilità allo spettatore di sperare che tale scelta non tocchi mai a lui.

 

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