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Eroica Fenice

Toni Servillo legge Napoli al Trianon

Toni Servillo al Teatro Trianon, tra carne, sangue ed emozione

Una luce azzura inonda la penombra del Trianon, uno sfondo turchese come il mare impetuoso che bagna il grembo di Partenope. La schiuma e le onde del mare, la lava e il tufo sono tutte concentrate tra le poltrone e la forma del buio, sedimentate proprio lì, sotto il chiacchiericcio.
La platea applaude leggermente, come se le mani del pubblico potessero evocare la figura di Toni Servillo da quello sfondo turchese, plasmarlo e riempire il vuoto, in quel lieve applauso iniziale c’è la violenta richiesta della sua presenza, della sua voce e della sua figura.
Un attimo, e Servillo emerge dallo sfondo turchese, lo riempie con la sua sagoma e s’inchina al suo pubblico, chinando il capo come la ginestra che affronta la cenere e i lapilli: nella figura di Servillo c’è la plasticità del fiore del deserto, c’è il corpo di Partenope e l’espressività di chi riesce a possedere la scena ed essere posseduto da essa, allo stesso tempo.  Pantaloni e camicia, Servillo si staglia verso il suo pubblico come una colonna dorica che osserva, dall’alto delle sue scanalature, le onde che si infrangono contro la città e restituiscono alla costa perle di poesia, oggetti e schiuma di parole immortali: prende per mano i naviganti della penombra del Trianon e li conduce in un viaggio dantesco al contrario, che parte dall’ineffabile visione e dal trasumanar del Paradiso fino alla violenza verbale, colorita ed espressiva dell’Inferno, e lo fa servendosi solo di uno strumento, la sua voce.

Servillo e il suo viaggio dantesco al contrario, dal Paradiso fino all’espressività verbale dell’Inferno, toccando i più grandi poeti napoletani, da Viviani a Borrelli, in una vera e propria scenografia verbale

La voce di Toni Servillo s’è fatta carne nel buio, e ha svelato la bussola ai naviganti: la voce s’è fatta nocchiero ed è diventata musica, urlo strozzato, sospiro, respiro affannoso, fragore e sussurro. Il suo volto una maschera che ha dipinto mille identità in una sola fisionomia, il suo corpo è diventato il terreno dove osservare le mille metamorfosi di Partenope e dove toccarne la pelle cangiante. La parola evocata dai testi, presenza viva e umana, è diventata scenografia: l’inchiostro della parola teatrale ha creato una scenografia verbale, un’architettura costruita con le voci di Raffaele Viviani, Mimmo Borelli, Maurizio De Giovanni, Salvatore di Giacomo, Eduardo de Filippo, Totò e Michele Sovente, tutti compresenti nel fluido della voce di Servillo, che li ha inglobati nella propria lingua e li ha restituiti alla folla, come il mare che lascia conchiglie preziose sulla sabbia del litorale.
Il viaggio è partito dal Paradiso con una lirica di Salvatore di Giacomo, poeta napoletano nato nel 1860, conosciuta ai più col nome di A Mappatacon cui Servillo ha riempito l’atmosfera del teatro, dandole una veste nuova e sorprendente e modulandone i toni e gli accenti con una maestria elegante e raffinata; è stata poi la volta di Vincenzo De Pretore di Eduardo De Filippo, che narra di un figlio di padre ignoto che si arrangia a vivere rubando a destra e manca, poemetto che ha un legame viscerale col sovrannaturale e il mondo dell’aldilà, tema ricorrente e quasi morboso nella cultura napoletana, quasi una specie di feticcio. Servillo ha nella sua voce l’afflato del mondo ultraterreno e la sostanza delle visioni più lussureggianti, che si dispiegano nell’aria e fanno pensare alla ricchezza di quei presepi barocchi napoletani: Paradiso, morte, umori, aldilà, superstizioni, visioni divine e cultura popolare, intrecciati nella stessa pelle e stretti saldamente nello strumento della voce di Servillo.
Il Purgatorio ha la voce di Raffaele Viviani, dall’attore definito (senza nulla togliere agli altri) il più grande poeta napoletano. Servillo legge una lirica di Viviani dalle tinte fosche e cupe, Fravecatureche parla di un padre, Ruoppolo, che precipita da un’impalcatura sospesa nel vuoto mentre è impegnato a fare il suo mestiere di muratore. Con voce concitata e plastica, l’attore consegna alla folla lo strazio della moglie e dei bambini dell’operaio morto sul lavoro, che affrontano l’annuncio della morte del loro caro, caduto dal quinto piano con volo ad angelo. Le tinte chiaroscurali della lirica di Viviani commuovono il pubblico, che empatizza con il mistero universale della perdita improvvisa dei propri cari, che penetrano il grande legame che il popolo napoletano ha con la morte e con la gestione interiore dei propri defunti, che come fantasmi rimangono sempre lì in una fessura dell’animo dedicata appositamente a loro: è il caso della lettura di una poesia di Maurizio De Giovanni, che parla della morte di un figlio dal punto di vista di un genitore.
Servillo si fa tela bianca per riproporre il dolore più muto e atroce del mondo. Non recita semplicemente, ma si fa tela bianca riempita dalle parole di un dolore ineffabile, e il pubblico a sua volta, sente in bocca il sapore dell’inchiostro con cui quelle parole furono tracciate da una mano sgomenta. Gli odori, i ricordi e i colpi di coda della memoria creano una cortina di emozione impenetrabile, un territorio nel quale ci si può purgare come in una sorta di catarsi collettiva. Dai toni sfumati del Purgatorio si passa alla violenza espressiva, alle bestemmie e al turpiloquio dell’Inferno: Servillo sceglie le parole Mimmo Borelli e si lancia in una rabbiosa esternazione che ingloba tutte le bestemmie del popolo napoletano, da Sacripante a Bubbà fino alle oscenità degne delle migliori terzine dantesche. In una sorta di possessione, l’attore geme, urla, sospira, sussurra e si mostra vulnerabile, nudo e potente al suo pubblico, per poi recitare un’altra lirica che ha i sapori dell’apocalisse e delle trombe del giudizio universale. La Napoli di Borrelli è una Napoli che si osserva da uno scoglio di Marechiaro, dove la parola zampilla rabbiosa ed espressionistica come gli schizzi che si infrangono sugli scogli, come le cozze pescate e i polpi battuti dai pescatori, come le parole sguaiate e sconce urlate dagli scugnizzi mezzi nudi sulla spiaggia. L’inferno di Napoli e Servillo non potrebbe essere più ricco e sensoriale.
Lo spettacolo si chiude con la doverosa ‘A Livella di Totò e con una poesia di Michele Sovente, autore scomparso da poco, capace di miscelare italiano, napoletano e latino in una commistione fragorosa ed elegante al tempo stesso.

La parola di Toni Servillo: architettura verbale, pensata per essere liberata in scena

La parola evocata da Servillo non è parola statica, è creatura viva e cangiante che ha sulla carta il proprio nido ma che si libera totalmente solo dispiegando le ali in scena. Servillo la libera, la circonda e la assolve con la sua voce e con la plasticità del suo volto e la rende guida e bussola di un viaggio che, dalle visioni paradisiache e il turchese del Paradiso, conduce fino all’inferno rovente di lava e fuoco che sta nel punto più piccolo e nascosto del ventre di Partenope. Tutto è sedimentato lì, nel mondo impenetrabile del suo corpo e nella verginità della parola, sotto l’acqua, il tufo, la miseria, la grandezza e le zolle di Napoli. Nella sua bellezza, proprio lì. Sotto il chiacchiericcio.