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Eroica Fenice

ulisse

Ulisse e Dante nel XXVI canto dell’Inferno

In netto contrasto con i gruppi di dannati, rappresentanti di un’umanità mediocre e volgare, che popolano le bolge precedenti, spicca per la sua isolata grandezza, al centro dell’ottava bolgia, la figura di Ulisse.

Il nome di Ulisse giungeva alla cultura medievale come quello d’un uomo famoso per la sua abile arte oratoria e, insieme, per gli inganni che aveva ordito: un personaggio contraddittorio, magnanimo e calcolatore, certo più vicino all’avventuroso protagonista dell’Odissea che non all’eroe dell’Iliade.

Ulisse prima di Dante

Nel canto XXVI dell’Inferno, che accoglie nella sua seconda parte l’incontro di Dante con Ulisse, l’eroe è fiamma che brucia tra i consiglieri di frode, insieme a Diomede. Le ragioni di tale pena sono brevemente ricordate da Virgilio: l’inganno del cavallo di legno per entrare nella città di Troia e concludere così il lungo assedio; l’inganno ai danni di Achille, dalla madre Teti celato in abiti femminili alla corte di Licomede, re di Sciro, ma di lì strappato da Ulisse e Diomede giunti travestiti da mercanti; e il furto del Palladio, la piccola statua di Atene dal potere prodigioso, trafugata da Ulisse e Diomede introdottisi nottetempo in città sotto mentite spoglie (Eneide, II, 162 sgg.), per indurre i Troiani a ritenere di non esser più protetti dagli dèi. L’autore antico che, per così dire, consegna a Dante questo Ulisse, è Virgilio, che lo definisce scelerum inventor, cioè inventore-ideatore di azioni delittuose. Sulla tradizione classica dell’eroe greco, demone dell’inganno, Dante innesta il suo Ulisse, che ha generato, a sua volta, una fascinosa tradizione di scienziato e di esploratore, costante nei secoli, e giunta fino ai nostri tempi.

La sete di conoscenza e la sua ambiguità

Nell’Odissea sono presenti due temi che avranno grande risalto nell’episodio dell’Ulisse dantesco: il primo è quello della conoscenza del tutto (la tentazione delle Sirene, alla quale, se libero, Ulisse non resisterebbe); l’altro è quello del viaggio per mare che l’eroe avrebbe compiuto in età avanzata e della morte che gli sarebbe giunta sempre dal mare. Ebbene, l’Ulisse di Omero non è dimenticato da Dante, ma interpretato in modo nuovo: dinanzi ad egli, l’alternativa fra ammirazione e condanna si fa più forte in quanto, attraverso la storia di lui, il poeta affronta il problema della conoscenza, che sente centrale nella vita dell’uomo e, di conseguenza, costituisce il nodo essenziale del suo poema. E proprio la sete di conoscenza, l’ardore di svelare con la propria intelligenza tutti gli aspetti della natura umana e delle varie forme del creato fa di Ulisse il simbolo del mondo antico nella sua coscienza più alta. Ulisse, però, non ha il contemplativo distacco degli «spiriti magni» del Limbo, ma appare travolto da una passione che cancella in lui la necessità di controllare le doti naturali: sicché assume un significato profondo l’immagine della fiamma, che lo avvolge e lo tormenta.

L’ansia di conoscere, che porta Ulisse alla sua epica e tragica fine, si traduce poeticamente nel solenne monologo, in cui il protagonista racconta il suo ultimo viaggio: dalla partenza alla descrizione dell’itinerario interno al Mediterraneo, al drammatico inoltrarsi per l’alto mare aperto, al miraggio della montagna misteriosa, fino all’improvviso inabissarsi. Ulisse non appare, come il personaggio omerico, vittima di un dio, Nettuno, ma volontario protagonista di un destino che lo porta alla sconfitta. Il suo viaggio non si traduce in successive conquiste, tappe di una razionale conoscenza, ma è un folle volo, in quanto affronta lo spazio sconfinato dell’avventura e del rischio.

Nell’allontanarsi da Itaca, Ulisse si abbandona all’impeto d’un sentimento più forte, non legato a luoghi o persone, ma tutto spirituale. Egli vuole realizzare in sé l’uomo libero da ogni legame e da ogni responsabilità, che non siano quelli che gli vengono dalla sua stessa natura di essere intelligente e avido di conoscenza. Pertanto, con il suo Ulisse Dante, sulla scia di tanti autori classici, pone il problema drammatico, e ancor oggi attualissimo, dei rapporti tra scienza e morale. Per Dante, pertanto, l’eroe diviene figura emblematica e complessa di un problema che lui stesso ha vissuto: il valore antitetico che può assumere la sete di conoscenza, ora spinta capace di nobilitare l’uomo, ora fonte di presunzione e di peccato. Ma ben avverte il fascino di questo personaggio, che rappresenta uno dei miti umani più alti e in lui fa rivivere il contrasto fra la fiamma, che è luce del magnanimo intelletto, e il fuoco, che è pena del peccato di presuntuosa superbia.

Il personaggio deriva, certo, dalla tradizione classica una dimensione eroica e magnanima, ma diviene anche l’esempio di un’etica del successo, che Dante, animato dal senso della misura tipico della morale cavalleresca, non condivide. Conoscere è, secondo Dante, il compito primario dell’uomo, ma esso assume un significato positivo per il fine che si propone: l’uomo si innalza quando si impegna a conoscere per amore.

 

 

Fonte immagine: wikipedia 

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