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Si avvia a conclusione “La Castagna”, contest by Vesuvio’s Shadow, #InsiemeperilTerritorio e Carnevale Princeps Irpino

Il contest nazionale “LA CASTAGNA”, promosso da Vesuvio’s Shadow, #InsiemeperilTerritorio e Carnevale Princeps Irpino, si avvia a conclusione. Supporter è la rinomata Azienda agricola irpina di alta qualità “Giovanni Tedesco” specializzata nella produzione di Castagne biologiche IGP di Serino, che omaggerà i vincitori con confezioni premio del suo ricercato prodotto di altissima qualità, conosciuto ed apprezzato dai più fini intenditori. Dal primo al dessert, pizza e panini inclusi, una sfida a colpi di ricette sul tipico marrone, prelibato protagonista dell’autunno boschivo. Quale sarà quella più gradita al pubblico e alla giuria tecnica? Per partecipare, basta andare sulla pagina facebook del blog e pubblicare nei commenti del post principale del contest, una fotografia con la descrizione della propria specialità (entrée, antipasto, primo, secondo, contorno, predessert, dolce, pizza, panino, ecc). L’importante è che contenga la castagna tra gli ingredienti principali: condizione indispensabile! Il termine del contest è fissato alle ore 20,00 del 30 novembre 2020. Le foto con le descrizioni verranno pubblicate nell’apposito album dedicato al contest, sulla pagina Facebook “Vesuvio’s Shadow”, per essere visionate da tutti e votate. Sarà proclamato vincitore chi raggiungerà il maggior numero di like (o reazioni), in più il voto (da 1 a 100) degli esperti della qualificata Giuria tecnica formata da: Teresa Lucianelli (giornalista professionista enogastronomica); Rosalia Ciorciaro (biologa nutrizionista e docente di Scienze alimentari); Rosario Scavetta (direttore responsabile di New Media Magazine); Valerio Giuseppe Mandile (chef d’eccellenza da location pluristellate e giornalista gastronomico); Ersilia Cacace e Francesca Pace (foodblogger). Il “Premio della Critica” è destinato invece a chi avrà il più alto punteggio attribuito complessivamente da tutti i componenti della Giuria. I soggetti impegnati nell’iniziativa, sono tutti particolarmente attivi sul territorio campano e sono concordi nel volere “promuovere le iniziative e le eccellenze della Campania Felix e sollecitare la creatività dei partecipanti al contest, ai forni e ai fornelli, per celebrare l’italianità nel Mondo, con un piatto significativo a base di un ingrediente rappresentativo della tradizione regionale campana”. Vesuvio’s Shadow, è un seguito blog, nato da un’idea del foodblogger Mario D’Acunzo di Ercolano, città del Vesuviano, in provincia di Napoli, da cui parte questo contest sulla castagna. Fa seguito a quello dedicato alla Pizza, che ha già registrato una significativa adesione da parte di followers distribuiti sull’intero territorio nazionale italiano, che hanno partecipato con originali ricette. Il blog è specializzato nell’eno-food e riporta comunicati, articoli e note, corredati da foto, oltre che strettamente di settore, pure inerenti ad altri argomenti attinenti a campi ad esso vicini e a servizi aggiuntivi. Semplice nell’esposizione, facile da leggere, immediato, è seguito a livello nazionale sia dagli addetti al settore che dagli appassionati del buon mangiare e del buon bere e dai buongustai, come pure da tanti utenti alle prime armi in cucina, animati da costruttivi propositi e armati di tanta buona volontà. Un ausilio pratico e di veloce consultazione, indirizzato a tutti, così come proprio a tutti, senza alcuna esclusione, è aperto questo contest. #InsiemeperilTerritorio, nota e apprezzata rassegna itinerante enogastronomica, artistica, culturale e scientifica di eccellenza, vanta […]

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Basta con la morale ridicola del buon esempio: la morte di Maradona l’ha dimostrato

Smettiamola con la morale retrograda e buonista del “buon esempio”. Perché abbiamo questo bisogno spasmodico di cercare exempla in qualsiasi cosa? La morte di Diego Armando Maradona lo dimostra chiaramente Il copione è sempre lo stesso, praticamente immutato. Ogni volta che un personaggio più o meno famoso esala l’ultimo respiro, inizia sempre lo stesso valzer, puntuale come un orologio svizzero. Il valzer del “Era un grande artista/ un grande sportivo/ un grande scrittore ma…”, seguito poi da una sequela di giudizi finalizzati a effettuare la vivisezione della vita privata dei suddetti personaggi. Perché la folla è un animale strano, intrisa di ferinità e fame, che non ci mette nulla a creare un altare su misura per i propri idoli, e quell’altare lo ricopre d’oro, argento e diamanti. Al tempo stesso, la folla pretende che i suoi idoli siano perfetti, immacolati e capaci di riproporre, anche nella propria sfera intima, quegli stessi ideali di perfezione aurea presenti nell’arte da loro plasmata. La morte di Diego Armando Maradona, leggenda indiscussa del calcio, ha scoperchiato questo meccanismo. Non sono mancati pareri e Twitter autorevoli, che ci hanno tenuto a sottolineare quanto El Pibe De Oro fosse stato sì un grandissimo calciatore, ma anche quanti chiaroscuri avesse avuto in vita, quante storture e quanti vizi non proprio da “mito”. E questi chiaroscuri sono stati incarnati, per inciso, dalla dipendenza dalla cocaina, dai problemi con la giustizia, magagne con figli e compagne. Qualsiasi mito, edificato in maniera più o meno consapevole, non dovrebbe mai essere idealizzato. Maradona era un uomo fatto di carne e di sangue, ed è stato capace di ispirare, con la sua parabola di vita, anche chi di chi calcio non capiva nulla e non sapeva nemmeno che forma avesse una palla. Maradona è stato il perfetto prototipo dello scugnizzo: partito dal nulla, dai campi di calcio polverosi del Sudamerica, è riuscito a incorporare nella sua vita tutti gli elementi tipici di un romanzo di formazione, di cui non è stato per niente il protagonista perfetto o l’eroe ideale. Il Bildungsroman di cui si è reso protagonista, non ha pennellate oniriche o fatate: si tratta di sudore, miseria e povertà, che poi sono state convertite in mito da un talento unico, straordinario e quasi demoniaco, a dimostrazione del fatto che il talento, quando sceglie di baciarti, non ti guarda in faccia, non guarda da dove vieni. Maradona, quando è morto, ha compiuto un miracolo degno di San Gennaro: è riuscito a far commuovere e piangere uomini di cinquanta, sessanta, sessant’anni, che magari non piangevano mai, uomini granitici che non erano riusciti a piangere nemmeno alla morte dei propri parenti; è riuscito a far disperare persone che il calcio nemmeno lo seguivano. Perché è stato possibile tutto questo? Perché Maradona non si è mai, mai, proposto come un esempio da seguire. Ogni mito è potente proprio perché proiettiamo, nelle sue fitte intelaiature, qualcosa di noi. Un pallone non è solo un pallone, così come una penna non è solo una penna e un pennello non è solo […]

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Divagazioni Superflue: racconti sparsi di Frank Iodice

Divagazioni superflue è l’ultima, nuova opera letteraria partorita dallo scrittore Frank Iodice e pubblicata per Eretica Edizioni. Nasce, Divagazioni superflue, dopo una gestazione dai limiti temporali effimeri e sfumati, poiché è una raccolta di racconti sparsi, nel mondo e nel tempo. Sono infatti, quelli in Divagazioni superflue, racconti già pubblicati su riviste oppure inediti; scritti in Francia o anche dall’altra parte del mondo, a Buenos Aires (La Catedral del tango, pag.99) Come dichiarato da lui stesso, l’elemento autobiografico (La figlia di Rapaccini, pag. 9, è dichiaratamente autobiografico) dirige l’ispirazione di Frank Iodice, guardiano notturno nella città di Nizza, in Francia. La notte è la compagna della sua penna. Prendono così le forme dell’oscurità i suoi personaggi e l’atmosfera che esala ognuno di questi racconti, che non emanano luce se non quella del mistero di volti incontrati nella hall di un albergo o per le strade contraddittorie di città sudamericane, è quella macabra dei sottopassaggi ferroviari. L’impuro di questa raccolta, per non dire la sua sozzura o ancora semplicemente l’”umano”, è visivo: la copertina ce ne dà solo un’anticipazione, esattissima. Si intitola Cacacuo – Sapore di casa, il suo autore è Alessandro Bellucco e a sceglierla è stato lo stesso Frank Iodice: ha visto in essa tutta la bestialità racchiusa in Divagazioni Superflue. Cacacuo – Sapore di casa è facile da associare a un preciso racconto: si intitola Il mignolo rotto, a romperselo è Sabina mentre va in bici. Qui l’autore è interpellato chiaramente, in un racconto che diventa un interloquire con un altro sé immaginario che prende tante forme quante il lettore può intuirne. Un interlocutore che sbotta come esausto: «Frank, tu racconti soltanto storie, non credo a nulla di quello che dici». Divagazioni Superflue: come un veilleur de nuit è poeta Fermenta di vita Divagazioni superflue di Frank Iodice, vita autobiografica o vita che gli scorre davanti, da una hall di un albergo all’altra. Ma in questa raccolta la realtà non è distinguibile dalla fantasia, poiché hanno qualcosa di magico o di fantastico i suoi personaggi, come ricoperti da un velo di mistero che rimane il segreto inconfessabile che passa tra loro e lo scrittore, cavie di cui indebitamente si serve per arricchire il suo scrigno di visioni. Ma labile è anche il confine tra l’autobiografico e la vita di cui Iodice si fa testimone non richiesto: la prima persona che si intromette tra il lettore e i personaggi si confonde con esso o prende forme vive e palpabili, ma soprattutto uditive, si fa voce e il lettore non più legge, ascolta. È una voce netta e distinguibile, ha toni propri e il suo timbro è unico. Eppure nel suo confondersi, la voce di Frank Iodice non poteva essere più chiara di così. Ma la notte o la prima persona, sono solo due dei tanti leitmotiv in Divagazioni superflue: ci troviamo quasi sempre a Nizza- tranne che per alcuni racconti come Divagazioni superflue, pag. 54, qui siamo a Montevideo- è quasi sempre notte, gli occhi sono quasi sempre quelli […]

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La maestra licenziata e il siparietto di un’Italia bigotta

La maestra d’asilo, licenziata nel Torinese in seguito alla diffusione di un video privato che la ritraeva in un momento d’intimità, è l’ennesima vittima di un Paese bigotto e incivile. Gli attori di questa vicenda sono, più o meno, gli stessi che partecipano ad ogni caso di Revenge Porn, di “vendetta pornografica”. Ma, forse, dovremmo dire: in ogni episodio in cui un uomo si arroga il diritto di diffondere fotografie o video che ritraggono una donna (partner, fidanzata, ex o finanche sconosciuta) in momenti d’intimità. Sì, perché più che di “vendetta”, si tratta – profondamente – dell’idea malsana per cui del corpo di una donna si può disporre a proprio piacimento, e dei momenti di intimità (che magari si sono condivisi) si può fare sfoggio con i propri amici, con altri uomini. È un vero e proprio esercizio di potere sulla libertà delle donne. E non è nemmeno “pornografia” perché la pornografia di norma è consensuale, mentre insistere sul porno significa legare il corpo femminile a un consumo di tipo erotico: infatti, nei vari gruppi, viene diffuso e sessualizzato qualsiasi tipo di immagine ritragga una donna, con epiteti degradanti e misogini. Il protagonista indiscusso di questa vicenda è l’uomo. Badate bene, l’uomo. Non la donna di cui viene morbosamente sottolineato il lavoro, cosicché possa apparire in antitesi (al limite dello scandaloso) con le parole digitate immediatamente dopo:”video hard”. Il protagonista della storia è, dunque, quell’uomo che decide di condividere nella “chat del calcetto” alcune foto e un video che ritraggono la sua ex partner per “puro intrattenimento maschile” e, inutile ribadirlo, senza il consenso di quest’ultima. Tra gli altri uomini che usufruiscono della condivisione, uno riconosce la donna come la maestra d’asilo di suo figlio e coinvolge sua moglie. E cosa fa, a questo punto, la seconda donna coinvolta nella vicenda? Diffonde a sua volta le foto e il video – allargando il bacino di “utenti”, violandone ancora una volta la privacy, perseverando nell’insano e squallido “gioco” – e comunica il tutto alla preside della scuola. E cosa fa, a questo punto, la terza donna coinvolta nella vicenda? Licenzia la maestra. Ovviamente, l’inchiesta e le indagini scaturite dalla vicenda hanno condotto a un processo in cui cinque persone rispondono – a vario titolo – di diffamazione, violenza privata e divulgazione di materiale privato. In particolare, l’ex fidanzato è stato condannato allo svolgimento di lavori socialmente utili e al risarcimento alla donna. Tralasciando le vicende giudiziarie, il punto focale dell’episodio (e del fenomeno in generale) sono i suoi aspetti e sviluppi socio-culturali. “Non potevo credere che una maestra facesse certe cose” – ha dichiarato il marito della donna che ha nuovamente diffuso le foto della ventiduenne fino al suo licenziamento – “Se si inviano certi video, si deve mettere in conto che qualcuno li divulghi”. Dunque, se si decide di fotografare il proprio corpo o di condividere momenti di intimità con il proprio partner o chicchessia, si deve mettere in conto che qualcuno compia un reato? E, in particolare, se si è una maestra o […]

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Olio di Pompei: Alberto Angela ne annuncia la scoperta

La scoperta dell’olio d’oliva più antico del mondo nei depositi del Museo Archeologico di Napoli, annunciata da Alberto Angela sul suo profilo Facebook, rischiara questi tempi di cattive notizie e polemiche spesso sterili: è di pochi giorni fa, infatti, la conferma di autenticità del campione di olio d’oliva, in cui l’amato divulgatore si era casualmente imbattuto nel 2018. Come è noto, il MANN custodisce le più ricche collezioni provenienti dagli scavi archeologici del Vesuvio; in particolare, la Collezione dei Commestibili, che conserva materiali organici edibili – ovvero forme di pane, frutti, semi e avanzi di cibo, fragilissimi e facilmente deperibili – provenienti da Pompei ed Ercolano, è tra le più complete raccolte di reperti organici di epoca romana, a lungo esposta nel corso del 2018-2019 nella mostra Res Rustica. Archeologia, botanica e cibo nel 79 d.C., concepita come un autentico percorso di archeobotanica. La sua collocazione ha conosciuto molteplici vicissitudini a partire dal Settecento: i reperti, infatti, sono stati oggetto di varie soluzioni di allestimento, dal Gabinetto de’ preziosi nelle stanze dell’Herculanense Museum, ubicato nella Reggia di Portici, dove comparivano insieme a gemme, oreficerie e preziosi vari, fino al trasferimento presso l’attuale MANN nel primo decennio dell’Ottocento, dapprima in collocazioni contestuali con vetri e oggetti osceni, poi nella Sala del Gran Plastico di Pompei, accanto ad affreschi e bronzetti scelti tra l’instrumentum domesticum, quale concreto esempio della vita quotidiana pompeiana. Un team multidisciplinare ufficializza la scoperta Ebbene, da questa collezione di raro pregio, sottratta all’ammirazione del pubblico nel 1989 a seguito della chiusura della Sala del Plastico e in parte trasferita nel Laboratorio di Scienze di Pompei, in parte riportata al MANN all’interno di camere climatizzate, è riemersa una bottiglia di vetro di epoca pompeiana, che lasciava intravedere al suo interno del materiale solidificato perfettamente conservatosi. Essa si è offerta fortuitamente alla vista di Alberto Angela, impegnato nel 2018 nelle riprese di un servizio per SuperQuark sui depositi del MANN, nello specifico presso il settore dei reperti in vetro. «Avevo intuito subito – chiarisce lo stesso Angela sul suo profilo – la portata scientifica e storica di quel reperto dimenticato nei depositi. Quella bottiglia si trovava nel Museo dal 1820, quando era stata scoperta durante alcuni scavi di età Borbonica e collocata in questi sterminati depositi assieme a migliaia di altri reperti. Di quella bottiglia si era poi persa la memoria e, soprattutto, nessuno l’aveva mai studiata». Angela prosegue, poi, dando informazioni più specifiche sulle caratteristiche del liquido contenuto nel reperto vitreo: «Non sapevo cosa fosse quel materiale dentro la bottiglia. Essendo la sua superficie un po’ in pendenza, avevo pensato che, in origine, si trattasse di una sostanza liquida e che la bottiglia, nella violenza dell’eruzione, fosse stata sepolta semi adagiata, rimanendo in quella posizione per secoli e portando quindi il liquido a solidificarsi inclinato». Ne è sorta, così, una collaborazione, promossa entusiasticamente dal direttore del Museo Paolo Giulierini, tra il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e il MANN, al fine di analizzare il contenuto della […]

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La Polonia in piazza per il diritto all’aborto

Le proteste a Varsavia e dintorni per il diritto all’aborto Lo scorso trenta ottobre più di centomila persone hanno affollato le strade e le piazze di Varsavia, la capitale polacca: protestavano contro una recente sentenza della Corte Costituzionale, che di fatto ha reso praticamente impossibile ricorrere al diritto di aborto, in quello che è già uno dei paesi più conservatori d’Europa, dalla storia particolarmente intricata. Una giornata storica, il trenta ottobre del 2020, per lo stato europeo. Così tante persone infatti non si vedevano in giro, per manifestare contro o per una causa comune, dai tempi della caduta del muro di Berlino. Quella polacca è infatti una storia sofferta, di un popolo che più e più volte nel corso della propria esistenza si è visto distruggere tutto quel che aveva, d’innanzi ai propri occhi, per poi ricominciare daccapo. È la storia di un popolo che è stato invaso per primo dalle forze del Terzo Reich, generando lo scoppio della seconda guerra mondiale; ma anche di chi, finito quel conflitto, ha vissuto più di quarant’anni sotto l’egemonia comunista, quale stato satellite del blocco sovietico, alla totale egemonia di Mosca. È la storia di un popolo sofferto, quello polacco, che tuttavia non ha mai perso del tutto quello che è a tutt’oggi uno degli elementi cardine della propria identità nazionale: la fede cristiana, cattolica in particolare, a differenza dei vicini tedeschi e russi, rispettivamente cattolici ed ortodossi per la maggiore. Il ruolo giocato dal cattolicesimo in Polonia è infatti estremamente importante anche al giorno d’oggi, e fondamentale per capire le proteste che continuano anche in questi giorni. Grazie ad un patto tacito, unico tra i paesi del blocco sovietico, tra Chiesa e Partito comunista, il cattolicesimo continuò ad essere praticato per tutto il dopoguerra, e le maggiori vicende del paese di quell’epoca sono legate imprescindibilmente alla fede: l’elezione di Karol Wojtyła, alias Giovanni Paolo II, alla carica pontificia e il movimento operaio Solidarność, di forte matrice cattolica e che contribuì alla caduta del regime, grazie all’opera del suo leader Lech Wałęsa, premio Nobel per la pace. Il cattolicesimo esercita un’influenza fortissima sulla vita sociale del paese Ancora oggi le parrocchie, soprattutto nelle aree rurali del paese, fungono da perno della vita sociale e garantiscono servizi di assistenza alla popolazione in ambito sociale, sanitario ed educativo. Praticamente in Polonia si è passati, nell’arco di trent’anni, da un regime comunista a un esecutivo di destra e dai modi praticamente autoritari, ma che di fatto esercita il potere avvalendosi delle stesse opzioni di prima. Le migliaia di persone viste a Varsavia e nei maggiori centri del paese negli scorsi giorni infatti sono scese in piazza per manifestare contro la sentenza della Corte, che ha dichiarato illegittimo il ricorso alla pratica abortiva anche nel caso di malformazione del feto. Per le donne sarà possibile ricorrervi solo nel caso di incesto o di stupro, ma vai a capire se e come quest’ultimo sarà riconosciuto, in uno stato dai tratti così conservatori. La vicenda polacca è estremamente interessante perché rispecchia moltissimo […]

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Cinema d’autore: i capolavori mondiali dei registi più grandi di tutti i secoli

Il Cinema d’autore comprende tutti quei film che rispecchiano la personalità del proprio regista che alle volte è anche lo sceneggiatore dell’opera. Si tratta di un concetto soggettivo, di cui non esiste una definizione rigorosa. I registi di questo tipo di film sono considerati come gli autori, nonché detentori del copyright originale poiché, in termini legali, questo è trattato come una vera e propria opera d’arte. Cinema d’autore: i più grandi registi di tutti i tempi Il Cinema d’autore nasce a cavallo tra il Neorealismo italiano e la Nouvelle Vague francese, anche se il termine viene coniato proprio in Francia, in quanto lì venne riconosciuta la prima paternità di un film inteso come ”opera d’arte”. Quando si parla di film d’autore, non si parla di un qualcosa di adatto al grande pubblico poiché comunque privo di elementi di interesse come architrama o svolgimento lineare degli eventi; si parla piuttosto di un cinema colto poiché si dedica alla struttura psicologica dei personaggi, alla loro evoluzione, a rappresentare la realtà e non necessariamente con scopi narrativi. Proprio per questo motivo questo genere di film non ha un grande successo con la massa, ma resta comunque nella storia del cinema in quanto pietra miliare. Anche se questo genere è molto singolare, vi sono comunque degli elementi comuni a tutti, ad esempio: le fasi di produzione e l’attenzione alla sceneggiatura, la somiglianza ad un romanzo o un’opera teatrale, un’originalità espressiva dell’autore, il poco peso al ”puro intrattenimento” e la maggiore focalizzazione sulla riflessione dello spettatore, spesso il film è inserito in un complesso di opere dell’autore stesso. Tra i primi autori, probabilmente il primo in assoluto, si ricorda l’inglese Charlie Chaplin col suo ”cinema muto” di cui ricordiamo capolavori come: “Il grande dittatore”, “Tempi moderni” o “Il monello”. Tra gli statunitensi si ricordano, principalmente, Alfred Hitchcock celebre per aver diretto film come “Nodo alla gola”, “Il delitto perfetto” e “Psyco”; ed anche Stanley Kubrick e Frank Capra. Tra gli europei lo svedese Ingmar Bergman con “Il settimo sigillo”, “Persona” o “Scene da un matrimonio”; i russi Sergej Ejzenstejn e Andrej Tarkovski, i francesi Jean Renoir e Jean-Luc Godard di cui si ricordano intense ed immense opere cinematografiche come “A bout de souffle”, “Masculin féminin” o “Deux ou trois choses que je sais d’elle”. Tra gli italiani come non citare Federico Fellini, Michelangelo Antonioni e Roberto Rossellini con “Roma città aperta” o “Paisà”, tra i tedeschi Fritz Lang con “Metropolis” oppure “Destino”, Friedrich Wilhelm Murnau con “Tabù” oppure “Tartufo” e il danese Carl Theodor Dreyer con “Il presidente” o anche “C’era una volta”. Spostandoci in Asia, possiamo ricordare Akira Kurosawa, Yasujiro Ozu e Kenji Mizoguchi, oltre a Takeshi Kitano (giapponese), al coreano Kim Ki-duk con opere dal calibro di “L’isola” o “Ferro 3-La casa vuota”, il regista di Hong Kong Wong Kar-wai e il regista di Taiwan Hou Hsiao-hsien. Quindi continuando ad andare avanti nei secoli non si possono non menzionare celebri autori/registi come Quentin Tarantino con “Pulp fiction”, Tim Burton, David Lynch, Pedro Almodovar con “La […]

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Luca Guadagnino e il teen drama moderno: WAWWA

We are who we are è la nuova serie di Luca Guadagnino, nonché la sua prima prova sul piccolo schermo dopo l’enorme successo di Chiamami col tuo nome. Cominciata il 9 settembre e da poco conclusa, è una miniserie di 8 puntate, prodotta da HBO e Sky, che vanta tra gli sceneggiatori Francesca Manieri, Sean Conway e Paolo Giordano, autore de La solitudine dei numeri primi. L’Italia e il “microcosmo” di Chioggia Quello che Luca Guadagnino ci presenta è un teen drama di livello, arricchito da sviluppi complessi, moderni e all’avanguardia che lo rendono interessante per tutti. Ma, certamente, parla di giovani. Racconta infatti la vita di Fraser (Jack Dylan Grazer), giunto in Italia perché una delle sue madri è stata promossa a Colonello in una base militare americana in Veneto. Il ragazzo irrompe a Chioggia con i suoi vestiti stravaganti, la sua personalità irrequieta e lunatica e un modo tutto personale di percepire le cose. Proprio questo suo essere stridulo entra in contrasto con il microcosmo della base, omologato ed ordinato, che assume spesso i tratti di un luogo di vacanze e di una realtà sospesa e atemporale. Questa eccentricità attrae la figlia perfetta di un retrogrado graduato repubblicano, Caitlin (Jordan Kristine Seamón), che proprio grazie a Fraser comincerà a conoscersi, a capirsi e a mettersi in discussione, cullata costantemente dall’immensa comprensione del ragazzo. We are who we are di Luca Guadagnino: l’adolescenza in tutte le sue dicotomie Ed è così che irrompono le più attuali dinamiche adolescenziali: dal sesso alla musica, dalla droga alla religione, dalle questioni di genere ai contrasti familiari. Alle loro spalle, con dinamiche più o meno invasive, c’è la guerra, lontana ma onnipresente, intrinseca di responsabilità ma anche il più divertente tra i giochi. I ragazzi, insieme al loro gruppo di amici, sembrano vivere perfettamente all’interno di numerose dicotomie, la maturità e l’infantilismo, il matrimonio e i giochi da ragazzini, l’Italia, presentata con immagini meravigliose, e un’America patriotticamente sfrenata, su cui risuonano i discorsi elettorali di Trump non ancora presidente. Come riportato sulle pagine di Vogue, Alice Braga, che interpreta la compagna della madre di Fraser, ha voluto sottolineare, l’importanza di una serie così in questo momento storico. “Mi sono subito entusiasmata per il progetto, nato dalla volontà precisa di portare sugli schermi una storia che tratta i temi dell’identità sessuale fluida degli adolescenti, in modo veramente inconsueto”. “Siamo personaggi che non si vedono spesso in Tv”, ha voluto aggiungere Faith Alabi, che interpreta la mamma di Caitlin. E il valore aggiunto di questa storia sta nella capacità di una ragazza di seguire davvero il suo cuore. Non sempre è facile”. Ancora una volta, Guadagnino dimostra la sua abilità di attraversare le singole sensibilità, di trattare gli stati d’animo, le interazioni più complesse, aderendo agli aspetta più profondi del comportamento adolescenziale, senza mai rinunciare alle meravigliose immagini che ci offre. Fonte immagine: Facebook (Pagina italiana di We are who we are)

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The Queen’s Gambit: la regina degli scacchi su Netflix

Recensione de “La regina degli scacchi” sulla piattaforma streaming Netflix È uscita il 23 ottobre sulla piattaforma di streaming Netflix la nuova serie sul gioco degli scacchi basata sul romanzo di Walter Trevis. Il titolo in lingua originale “The queen’s gambit” allude a una delle mosse d’apertura più famosa nel gioco, il gambetto di donna che poi nella traduzione italiana è diventato un titolo icastico: la regina degli scacchi. Beth Harmon, interpretata da Anya Taylor-Joy, è davvero la regina indiscussa degli scacchi, perché lei ha un talento: un giorno si sveglia e scopre come muovere i pezzi sulla scacchiera. Scopre che lo sa fare, che lo sa fare bene, come nessun altro e che prima di impararlo quei pezzi si muovono da soli nella sua testa come se avessero vita propria. Beth è un genio, pure se ha nove anni e pure se la vita è durissima nei suoi confronti. Per,  rilegata nelle 64 caselle quella vita sembra meno cattiva, o forse lo è lo stesso però resta un gioco e lei è bravissima in quello. In un tempo controverso, nell’America della guerra fredda, in un gioco che è sempre stato primato dei russi e in un contesto di uomini, Beth è elegante, capace, ostinata, gioca con una naturalezza disarmante e brilla. Proprio lì dove vengono offuscati tutti gli altri, lei riesce a brillare. Eppure si sente il peso del talento, lei lo avverte, sa che si può perdere e perdere può persino significare perdersi quando si va al massimo. “Sei la più brava di tutti da così tanto tempo che non sai neanche come sia per tutti noi” le dirà qualcuno in un momento. Perché in fondo bisogna saper essere dei geni e non esserlo e basta. La “regina degli scacchi” non è semplicemente la storia di una donna piena di talento. È la storia di una riconciliazione, tra i ricordi del passato che a volte tornano prepotenti e il futuro, inesplorato, pronto a essere toccato eppure incredibilmente lontano. Ed è anche la Storia, quella con la S maiuscola, di conflitti ideologici e fisici, che però davanti alla competizione, sana, spronante, non può far altro che annichilire. Non importa niente se poi Beth è una donna, è americana o è atea o se i suoi avversari non lo sono perché i pezzi sulla scacchiera non lo vedono e il bianco e il nero è tirato a sorte. Per questo, poi, nella finale del mondo di Beth Harmon, quelle tre mosse d’apertura d4,d5,c4 le conoscono tutti gli spettatori a memoria: gambetto di donna. Sono certi, si chiamano così. Fonte immagine: https://tecnologia.libero.it/regina-scacchi-chi-e-anya-taylor-joy-40322

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Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa

Film thriller: 4 titoli da vedere se volete riarredare casa Se avete sempre desiderato che il vostro appartamento sembrasse il set di un film, vi consigliamo di leggere la nostra mini-guida all’arredo d’interni, direttamente dai migliori film thriller degli ultimi anni. Film thriller da vedere Cosa c’è di più rilassante, dopo una settimana di lavoro, di sedersi sul divano e mangiare pizza direttamente dal cartone mentre si seguono in televisione storie di rapimenti, brutali assassinii, vendette violente e sadiche torture? Siamo una specie strana. Se gli alieni ci visitassero, metterebbero la quarta in retromarcia. La cosa migliore, in ogni caso, è quando le vittime dei nostri film preferiti sono gente straricca, e gli schizzi di sangue vanno a finire sulle pareti di case elegantissime. Always classy, never trashy. Quattro film thriller, quattro location mozzafiato: il nostro team di esperti di cinema e arredo di interni ha accuratamente selezionato per voi le migliori pellicole degli ultimi anni con interni da sogno. Per un arredamento da scena del crimine sì, ma contemporaneo. (Causa mancanza di personale per emergenza da Covid-19 il team di esperti di cinema e arredo di interni è al momento costituito da me stesso).   1. Swallow – Carlo Mirabella-Davis (2019) Tutti conosciamo gli attacchi di fame da noia, e Hunter (Haley Bennett), protagonista della pellicola dell’esordiente Carlo Mirabella-Davis, è un po’ il simbolo di tutti noi. Ex commessa, ora moglie di un belloccio insipido ma pieno di soldi, Hunter passa le giornate girovagando tra le stanze della villa con piscina che non utilizza mai, ma proprio mai. Non so voi, ma anche io incomincerei a mangiare un po’ tutto quello che mi capita sotto tiro. Tappeti morbidi, divani accoglienti, mobili in mogano e tanti, tantissimi suppellettili per un arredamento che saprà stimolare il vostro appetito. 2. Parasite – Bong Joon-ho (2019) Vincitore dell’Oscar al miglior film straniero 2019 (ne abbiamo parlato qui), abbiamo visto tutti Bong Joon-ho gongolare di gioia con la statuetta in mano. Film sulla disparità di classe in Corea del Sud (ma che funziona un po’ ovunque), la casa-set della vicenda in realtà non esiste: è stata creata in studio appositamente per il film. Ma ciò non vi impedisce di ricrearla a modo vostro. Linee nette, arredamento minimal, parete-finestra direttamente sul giardino: l’ideale per ospitare vostri amici per una festa indimenticabile. 3. Gone Girl – David Fincher (2014) Un film che non ha bisogno di presentazioni. Se non l’avete visto, davvero, cosa state facendo? Avete priorità più importanti che ristrutturare casa. Perché è per questo che state leggendo questo articolo, no? La coppia Amy-Nick (Rosamund Pike e Ben Affleck) ci regala una delle migliori performance sullo stereotipo “moglie in carriera e marito perfetto idiota”, quasi ai livelli di Franca Valeri e Alberto Sordi. Ad oggi, resta il miglior film da guardare se vi siete appena lasciati col vostro ragazzo e siete assetati di vendetta. Non prendete Amy alla lettera, però. Per un arredamento country chic, American classic ed altre espressioni che sto usando a sproposito, […]

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Cucina e Salute

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Sistema immunitario ecco come rinforzarlo in modo efficace

Il sistema immunitario si compone di un organismo complesso di sistemi e cellule che operano per proteggerci dall’aggressione di batteri e virus responsabili di malattie e patologie. Contrarre virus e infezioni spesso dipende dalle difese immunitarie basse, che segnalano uno stato di salute del nostro corpo non proprio efficiente. E’ comunque possibile rinforzare in maniera efficace le difese immunitarie, ecco tutte le soluzioni per ottenere ottimi risultati. Osservare un’alimentazione ricca di antiossidanti Gli antiossidanti assicurano un enorme supporto al sistema immunitario, bloccano le reazioni a catena innescate dai radicali liberi, proteggono i grassi contenuti nelle membrane cellulari e svolgono un ruolo determinante nel riparare il DNA danneggiato, rafforzando le capacità di autoriparazione proprie dell’organismo. I cibi costituiscono la fonte migliore di antiossidanti, in particolare quelli che contengono la vitamina E, che si trova negli oli, soprattutto quello di girasole, nella frutta secca, ma anche nelle verdure a foglia verde come spinaci e broccoli. Altri cibi ricchi antiossidanti sono anche carciofi, cioccolato, pomodori, mele, fagioli rossi, caffè. Anche gli acidi grassi omega-3 sono importanti per rafforzare le difese immunitarie e per avere un apporto giornaliero sufficiente inserire nella dieta il pesce, in particolare quello azzurro, sardine, sgombro e tonno. Aglio e zenzero proprietà disinfettanti e disintossicanti Due alimenti particolari per risollevare un sistema immunitario debole sono aglio e zenzero. L’aglio è antisettico, antifungino, antibatterico e disintossicante naturale, contrasta la nausea e aiuta a combattere le infezioni. I sui effetti benefici risiedono anche nelle sue proprietà anti-infiammatorie, che aiutano il sistema immunitario a funzionare al meglio e favoriscono la moltiplicazione delle cellule che hanno il compito di proteggere dalle malattie. Anche lo zenzero svolge pressappoco le stesse funzioni e contiene numerosi antiossidanti che aiutano a contrastare l’invecchiamento cellulare, scongiurando l’ossidazione delle cellule. Lo zenzero è disponibile in polvere oppure sotto forma di radice da consumare a pezzetti o aggiungere alle pietanze. Praticare una regolare attività fisica Una regolare attività fisica, oltre che stimolare la circolazione, aumenta la circolazione dei globuli bianchi, il cui scopo principale è quello di distruggere gli agenti patogeni responsabili di malattie. Questo contribuisce ad aumentare la resistenza allo stress e quindi a rafforzare il sistema immunitario. In genere sono sufficienti 30 – 45 minuti al giorno di allenamento moderato all’aria aperta per ottenere come risultato un rafforzamento delle difese immunitarie, che può consistere in jogging, ciclismo, nuoto, sollevamento pesi oppure una passeggiata ad andamento sostenuto. Evitare di esagerare e non trasformare un’attività sana e benefica in stress che può invece indebolire le difese e ottenere l’effetto contrario. Il sonno rinforza le naturali difese dell’organismo Lo difese dell’organismo hanno una stretta relazione con la qualità del sonno e la sua durata. La quantità di cellule immunitarie naturali necessari al nostro corpo per difendersi da batteri e virus aumenta durante il sonno. Ecco perché bisogna dormire a sufficienza, ovvero almeno 7-8 ore, ritenute indispensabili per assicurare un ritmo equilibrato del ciclo sonno-veglia, per migliorare la produzione di citochine anti-infiammatorie e delle cellule killer. Un sonno ristoratore aumenta le capacità dell’organismo […]

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Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Autunno: le skills per viverlo alla grande!

È arrivato l’autunno. Le giornate diventano più corte, la luce va via prima, le piccole folate di vento secco inizieranno mano mano a diventare più intense così come l’umidità serale. Tutto ciò si ripercuote sul nostro benessere psico-fisico. Non è nuovo il concetto per cui gli umori delle persone subiscano inevitabilmente l’influenza dell’ambiente che le circonda e, in una fase di transizione come quella autunnale, ciò è valido anche per l’equilibrio dell’intero organismo. Si pensi ai repentini cambi metabolici, il senso di spossatezza, talvolta quasi apatia! Un toccasana per il benessere mentale è sicuramente in primis quello di stare all’aria aperta, approfittare delle belle giornate per riprendere l’attività fisica (abbandonata nella calure estive) ed entrare maggiormente in contatto con la natura. Con l’autunno la psiche affronta un progressivo ripiegamento interiore, al contrario della spinta propositiva della primavera, ora l’io riflette su se stesso. Può rappresentare un decisivo momento di introspezione e miglioramento se lo si affronta con un atteggiamento positivo ed equilibrato. La malinconia non deve essere quindi un nemico, si può vivere con dolcezza e scivolare con fluidità sugli alti e i bassi propri di questa stagione. Il senso dell’equilibrio e della natura ciclica della vita è proprio dello yoga e della meditazione, che diventano un ottimo strumento da adoperare in questa fase dell’anno. Autunno: tanta acqua ed energy food! Il corpo e la mente cercano di adattarsi all’inverno che verrà, quindi è nostro compito fornirgli tutti gli strumenti di cui avranno bisogno. Una delle prime cose che si notano in questa fase è un lieve rallentamento del metabolismo e sensazioni di gonfiore, a volte persino di disgusto, o attacchi di fame improvvisi! La prima arma è sempre e comunque l’idratazione. Non si contano le volte che le star e le modelle parlano dell’acqua come la soluzione a tutti i problemi e (anche se sono alquanto esagerate) si può dire che tutto comincia da lì. Una buona idratazione aiuta il metabolismo, mantiene la pelle idratata e fa smaltire meglio le tossine. Molto consigliati sono anche i cibi che apportano energia al corpo. Fanno al caso nostro le uova, ricchissime di vitamina B, le arance per la vitamina C e la frutta secca che è ricca di proteine. Via libera ai semini di tutti i tipi e dimensione: a base di frutta secca, semi di zucca, mandorle, noci, semi di sesamo. Rappresentano un po’ l’essenza della stagione che si lascia alle spalle la vita vissuta e semina nuovi propositi e idee su cui lavorare. La zucca in tavola non può mancare nei periodi down! Ricca di beta carotene, omega 3 e vitamine, contrasta l’ansia e lo stress, per non parlare delle sue proprietà antiossidanti. Invece le fibre, la melagrana, le castagne, le arance e le crucifere sono ideali per preparare il corpo all’inverno grazie all’azione di rafforzamento del sistema immunitario. La salute passa per la pelle del viso! Per prenderci cura del nostro corpo e della nostra pelle, bisogna inevitabilmente cominciare dal viso. La pelle è molto delicata e sensibile agli sbalzi […]

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Miele di Melata, proprietà e benefici

Scopriamo l’uso, le proprietà e i benefici del miele di Melata, un alimento ricco e prezioso adatto a ogni età. Come si forma il miele di melata? A differenza di quello comune il miele di melata non è prodotto dagli alveari, ma dalle foglie di alberi come il pino, la quercia, l’abete rosso, e l’acero. Sulle foglie di questi alberi vanno a poggiarsi alcuni insetti che le incidono e ne succhiano la linfa, rilasciando una sostanza zuccherina detta proprio melata. Questa viene in seguito raccolta dalle formiche e dalle api che la rielaborano trasformandola in miele. Questo miele viene prodotto prevalentemente in ambienti dal clima temperato come la Foresta nera in Germania, ma anche nei boschi delle regione italiani come la Romagna. Non a caso il nome con qui è conosciuto è anche “miele di bosco”, in riferimento alla zona in cui questo  viene prodotto. Quali sono le proprietà e i benefici? Rispetto al miele d’ambrosia, quello che viene prodotto negli alveari, questo tipo di miele presenta caratteristiche del tutto differenti. Innanzitutto ha una consistenza scura, tendente al nero, è molto denso e ha un sapore amarognolo, quindi molto “rustico”. Grazie alla sua alta concentrazione di sali minerali e oligoelementi, il miele di melata è una fonte inesauribile di proprietà benefiche per tutte le età. Viene spesso consigliato ai diabetici dal momento che, rispetto a quello normale, ha un indice glicemico molto basso. Viene anche indicato agli sportivi e chi segue uno stile di vita vegano dal momento che aiuta a recuperare i sali minerali che si perdono durante l’attività fisica. Il miele d melata è anche un ottimo rimedio per la tosse e la bronchite èd è un validissimo alleato contro l’invecchiamento cellulare, combattendo il fenomeno dello stress ossidativo. Anche per gli studenti e per chi deve concentrarsi molto il miele di melata è adatto, poiché protegge il sistema nervoso e aumenta la memoria e la concentrazione. Inoltre, regolando la flora intestinale, previene qualsiasi problema legato alla digestione. Come si usa? Il miele di melata può essere usato al posto dei comuni dolcificanti. Su una fetta di pane tostato, per esempio, invece della marmellata si può tranquillamente spalmare un po’ di questa crema scura, ma possono arricchire di gusto anche lo yogurt e le bevande come il tè e le tisane. Ovviamente nella scelta del miele bisogna fare molta attenzione. Innanzitutto non si trova sempre nei supermercati e nelle catene della grande distribuzione, ma solo nelle erboristerie, nei negozi di alimenti biologici e su internet. Inoltre è consigliato acquistare miele di melata biologico ed evitare quello che viene prodotto in prossimità di città e di grandi centri urbani, poiché potrebbe essere contaminato dai metalli tipici dell’inquinamento industriale. Immagine copertina: Pixabay

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Abolizione della schiavitù negli Stati Uniti

Il 31 gennaio del 1865 è una data importante non soltanto per gli Stati Uniti d’America, ma anche per l’umanità intera. In quella data viene ufficializzato il tredicesimo emendamento della Costituzione relativo all’abolizione della schiavitù. Fin dal XVI secolo, ancor prima della fondazione dello stato americano, i coloni europei portarono gli schiavi dall’Africa nei loro territori allo scopo di coltivare i campi di caffè, tabacco, canna da zucchero e cacao. La colonia di San Miguel de Guadalupe, fondata nel 1526 in South Carolina, fu la prima a sfruttare la forza-lavoro di questi uomini. Come afferma lo storico e saggista Niall Ferguson, gli europei vennero a conoscenza di quella che fu nota come tratta degli schiavi dagli stati africani che affacciavano sul golfo di Guinea. Questi vendevano gli schiavi ai coloni, i quali venivano portati a lavorare nelle colonie. Gli schiavi neri divennero il motore di un’economia basata sulla piantagione concentrata nell’Oceano Atlantico. Con la spinta verso gli stati dell’ovest e la rivoluzione del 1776 che portò alla nascita degli Stati Uniti d’America, la schiavitù venne regolamentata all’interno della Costituzione. Tuttavia dall’Europa (i cui stati, va ricordato, avevano approfittato dei vantaggi della tratta) iniziarono a farsi sentire anche le prime voci di condanna contro questo procedimento disumano. Complici furono gli intellettuali illuministi che non potevano tollerare l’esistenza della schiavitù in un mondo basato sulla libertà e sull’uguaglianza degli uomini. Ma non bisogna dimenticare che nel 1760 la rivoluzione industriale inglese aveva portato una nuova idea di lavoro basata sull’impiego delle macchine, motivo per cui l’uso della manodopera era considerata obsoleta e primitiva. Fu proprio in Inghilterra a nascere nel 1787 il primo movimento per l’abolizione della schiavitù, guidato da William Wilberforce, che portò all’abolizione (seppur formale) della tratta il 1 gennaio del 1808. Con un provvedimento del 26 luglio del 1883 il Parlamento inglese ordinò l’abolizione della schiavitù nelle colonie britanniche. Toccò poi alle nazioni europee, nonché grandi potenze coloniali, cercare di fare il passo più importante: la Conferenza di Berlino del 1885 vietò la tratta degli schiavi e il loro commercio, mentre la Conferenza di Bruxelles del 1890 obbligò l’ispezione delle navi sospettate di trasportare esseri umani a bordo. L’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti Tra il 1776 e il 1804 alcuni stati americani iniziarono ad abolire gradualmente la schiavitù. Questo avveniva principalmente negli stati del nord, dove andava a svilupparsi un’economia di stampo industriale con gli ex-schiavi neri che iniziarono a vivere come uomini liberi seppur con libertà limitate: essi non potevano votare, i loro figli non potevano andare nelle stesse scuole dei bambini bianchi e veniva loro proibito di compiere alcuni lavori. In pratica essi vivevano in uno stato di segregazione. Diversa era la situazione degli stati del sud, la cui economia agricola, basata principalmente sul commercio del cotone, necessitava della manodopera degli schiavi. In quegli stessi stati, tuttavia, nacque il primo movimento abolizionista volto a liberare i neri dal giogo dei loro padroni. Si tratta della Underground Railroad, una linea di “ferrovia sotterranea” organizzata da ex schiavi […]

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Coblas Capfinidas. Cosa sono e come funzionano

La poesia dei trovatori provenzali è un sistema definito di codici e metri che hanno gettato le basi della poesia moderna. Uno dei princìpi fondamentali è la distribuzione del testo in coblas, stanze (o strofe) di lunghezza variabile. La caratteristica principale è che sono costruite tramite uno schema ben studiato di rime e di parole. Le coblas possono essere singularis quando ognuna presenta rime diverse, doblas quando le rime si presentano uguali ogni due strofe, ternas quando le stesse rime si presentano in tre strofe, capcaudadas quando la rima di ogni strofa è anche la prima che apre quella successiva, retrogradadas quando la rima viene invertita in ogni stanza. Infine ci sono le coblas capfinidas, quelle strofe in cui una rima o una parola che chiude la stanza ricompare nel primo verso di quella successiva. Coblas Capfinidas, esempi Nel mondo della poesia provenzale esistono molti esempi di uso di questa tipologia di strofe. Guiraut Riquier, uno dei trovatori più prolifici, organizza la canzone Res no·m val mos trobars (qui il testo completo) strutturando le prime cinque coblas come capfinidas, dal momento che l’ultima rima di ogni verso viene ripetuta nel primo verso o addirittura viene inserita all’inizio di questo. Lo stesso procedimento viene usato anche da Peire Bremon, un altro trovatore, all’interno della canzone Pois lo bels temps renovella (qui il testo completo). In questo caso però non tutte le strofe si possono considerare capfinidas, dal momento che mancano dei collegamenti tra alcune strofe che forse, nei codici manoscritti a noi pervenuti, sono state omesse. Anche la poesia italiana delle origini è piena di questi esempi. Uno dei primi autori ad adoperare le coblas capfinidas è Guittone d’Arezzo nella canzone Ahi lasso, or è stagion de doler tanto dove l’ultima parola di ogni strofa è la prima che si ritrova in quella successiva tranne che nel congedo, la chiusura del componimento. Il padre del dolce stil novo Guido Guinizelli usa lo stesso procedimento in Al cor rampaira sempre amore e, come Guittone, anche qui troviamo un congedo che si distacca dallo schema delle altre strofe. Un procedimento analogo esisteva anche nella lirica galego-portoghese, sviluppatasi in area iberica tra il XII e il XIV secolo. Si tratta del leixaprén (in italiano “Lascia e prendi”), una figura stilistica che consiste nella ripetizione del secondo verso di una strofa in quella successiva, dove assume il ruolo di primo verso. La differenza fondamentale con le capfinidas provenzali è che il verso non deve essere per forza ripetuto nella propria interezza, ma si può anche cambiare l’ordine delle parole. Questo procedimento si ritrova spesso nel genere delle cantigas de amigo il cui maggiore rappresentate è Martín Codax. Nei sette brevi componimenti (qui il testo completo) che il filologo Giuseppe Tavani definì “poemetto codacciano” il meccanismo del leixaprén serve per enfatizzare lo stato d’animo e psichico dell’io poetico, quello di una giovane donna che attende il ritorno del proprio amato nell’isola di Vigo. Un’attesa che, tuttavia, non porta a nulla di concreto dato che l’uomo in […]

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Onironauta: il navigatore dei sogni

Il termine onironauta definisce chi naviga (dal latino nauta) nei sogni (dal greco “òneiros”, sogno), un navigatore di sogni appunto. Ma andiamo ad approfondire il concetto. Sognare è un fenomeno comune ad ogni uomo, eppure avvolto da un alone di mistero, in quanto non sussistono ad oggi definizioni univoche su cosa effettivamente sia un sogno. Ciò che è certa è l’inconsapevolezza di star sognando durante il sonno, in quanto non siamo in grado di distinguere il sogno dalla realtà. Ma esistono sogni particolari, definiti “sogni lucidi”, ossia sogni avuti in coscienza del fatto di star sognando, accompagnati alla capacità di esplorare e modificare l’esperienza onirica a proprio piacimento. Il sognatore lucido è appunto chiamato onironauta, e l’onironautica è lo studio delle tecniche e metodologie – tratte dalle discipline, quali yoga, psicologia analitica, alchimia -, messe a punto per allenare e sviluppare la consapevolezza dell’attività onirica. Entriamo nel dettaglio. Onironauta. Origini, caratteristiche e tipologie di sogno lucido Il termine “onironautica” viene coniato dallo psichiatra olandese Frederik van Eeden nel 1913. La pratica viene poi approfondita nel 1987 dallo psicofisiologo americano Stephen LaBerge, definendo la straordinaria esperienza onirica come «sognare sapendo di stare sognando». In ogni caso si tratta di un fenomeno conosciuto sin dalle antiche culture, utilizzato ad esempio nello sciamanesimo per compiere viaggi extra-corporei e comunicare con gli spiriti. Diffuso ancora nel Taoismo, Induismo e tra i primi buddisti e tibetani. Nelle religioni semitiche molti profeti hanno ottenuto rivelazioni divine proprio attraverso il sogno. In età moderna fu il marchese d’Hervey de Saint-Denys a condurre studi ed esperimenti sui sogni lucidi nel 1867. Gli occidentali sono gli ultimi dunque ad interessarsi a tale argomento, eppure prezioso risulta il loro contributo: il padre della psicanalisi Freud vede il sogno come la porta per l’inconscio. E ancora il filosofo tedesco Arthur Schopenhauer concepisce la vita come un lungo sogno, intervallato da sogni più brevi, e sostiene l’impossibilità di determinare con sicurezza la distinzione tra sogno e realtà, se non con l’esperienza empirica del risveglio. Come anticipato, il punto focale dell’esperienza di un sogno lucido consiste nel prendere coscienza del fatto di star sognando. È dunque necessario ricercare nel proprio sogno dei segni che suggeriscano anomalie e situazioni irrealizzabili nella vita reale. A tal proposito, un prerequisito fondamentale per sperimentare il sogno lucido consiste nel riuscire a ricordare i propri sogni, magari annotandoli prima possibile al risveglio su un diario. Va tenuto presente che nel sogno l’ambientazione varia spesso, venendosi a trovare in luoghi familiari, così come in tempi e luoghi diversi da quelli ordinari, assimilabili magari a un mondo parallelo. Detto ciò, subentra da parte del sognatore la necessità di un “test di realtà”: il dubbio stesso, se ciò che si vede o sente sia reale o meno, è già di per sé un test di realtà. In ogni caso sussiste la ricerca di alcuni dettagli che contraddistinguono la dimensione onirica. Analizziamone alcuni: il “saltare” corrisponde nei sogni il più delle volte a spiccare il volo, data la diversa azione della forza […]

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Distesa di papaveri: sogno e stupore

Distesa di papaveri Una tela verde immensa, ariosa, dipinta di punti profumati di rosso: una distesa di papaveri comuni – o rosolacci – si presenta così, all’occhio dell’uomo che vede e non sa cosa guarda davvero. Sogno, desiderio, speranza, illusione, dolore, vita, rinascita? Cos’è un papavero nell’immaginario collettivo, nell’inconscio – in conosciuto e profondissimo – dell’individuo? La bellezza selvatica del papavero che cresce spontaneo nei campi e ai lati di strade quasi a segnarne i cammini, ha origini antiche. Cantato da vari poeti, il papavero è il fiore del sonno, dell’oblio, della dimenticanza, e pure delle passioni profonde (associate al rosso intenso, sanguigno) e dell’orgoglio sopito, della consolazione dal dolore. La notte coronata di papaveri e i fasci di grano e papaveri: sono solo due delle immagini legate a questo fiore e di reminiscenze antiche dai culti e dalle poesie romane. Il papavero rosso è il papavero comune, ma altre tinte pastellano questo mitico fiore: papaveri gialli, papaveri bianchi, papaveri rosa, e ognuno con un proprio significato tipico, nel linguaggio dei fiori: petali tra il rosa e il viola per la serenità, petali gialli per auguri propizi, petali bianchi – ahimè – legati alla sfortuna. Tipici colori, inoltre, adornano altrettante tipiche aree geografiche d’appartenenza e da esse prendono il nome: l’escolzia della California, ossia il papaver californicum (che necessita di porzioni di terra soleggiata e di temperature dal caldo al fresco, mal sopportando il rigore frigido, ed è un buon rimedio fitoterapico all’insonnia) e il papavero orientale, originario dell’Europa settentrionale, dell’America e dell’Asia (che necessita, altresì, di sole e luce per fiorire, per cui sono da evitare le aree vastamente ombreggiate, perniciose alla proliferazione floreale, seppur tollerano il freddo, ma non l’algore, ancora pernicioso per la loro esistenza). Ancora sull’escolzia – non solo nella sua variante californiana – ricordiamo che è una pianta erbacea affine al papavero e nelle tonalità del giallo, bianco e rosso, si trova a crescere spontanea nei campi incolti, fra cui anche le distese erbose italiane; come la varietà orientale del papavero, dallo stelo alto e flessuoso, lungo, e dai petali variamente tinti, dal bianco fino al viola scuro. Il papavero: storia di un fiore Il papavero, classificato nel dominio Eukaryota, nel regno delle piante, divisione delle magnoliophyta, nella classe magnoliopsida, ordine dei papaveri e delle ranuncolacee angiosperme, famiglia delle papaveracee, annovera molte varietà di se stesso. Si ricordavano prima il papavero orientale e l’escolzia californica, ma tanti ancora se ne ricordino, fra cui il papavero alpino (papaver alpinum), il papavero d’Islanda (papaver nudicaule), il papaver setosum, il papaver hybridum… Molti fiori delle papaveracee, in quanto appartenenti alla flora massicola, fioriscono e vivono spontanei, selvatici, nel pungente grano, mentre altri sono coltivati. Delle virtù e proprietà fitoterapiche si è parlato riguardo l’escolzia: sul papaver rhoeas e sul papaver somniferum, c’è ancora da dire. Aggiungo, in questa sede, solo alcune righe: il papavero rosso dei prati (papaver rhoeas), o rosolaccio, è fra le piante erbacee con alto tasso sedativo, per cui favorisce il sopore e allevia gli stati […]

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HONOR MagicBook 14, un portatile da portare via!

Nell’era del 5G, tutti hanno un alto standard nella portabilità e nella connettività dei dispositivi tra loro, la serie HONOR MagicBook è una delle pietre miliari che rafforza l’impegno del marchio nel creare intelligenza per tutti gli scenari. Combinando un design sottile e leggero, offre una potenza incredibile in un formato elegante e compatto, perfetto per i giovani in movimento. Di seguito descriveremo le caratteristiche che li fanno brillare nella folla: Il suo impressionante design completa lo schermo Full View da 14″. Disponibile in due colori, ha un telaio in alluminio minimalista. In contrasto con i suggestivi bordi smussati blu e con la vita tagliata a diamante che dona un abbagliante bagliore blu. Portatile al cento per cento: Con un peso di soli 1,38 kg e uno spessore di 15,9 mm, HONOR MagicBook è progettato per chi è sempre in movimento. È possibile impostare lo schermo sull’angolazione desiderata grazie alla sua cerniera a quasi 180 gradi, offrendo comfort e comodità ovunque ci si trovi. La sua visualizzazione dà vita ad ogni dettaglio: Grande schermo in un corpo compatto, fornisce una risoluzione di 1920x1080px, presentando lunette ultra strette di 4,8mm su 3 lati con schermo da 14″, massimizzando il rapporto schermo-corpo all’84%, fornendo un’esperienza di visione completa, dando vita ad ogni dettaglio. La riflessione della luce non sarà più un problema, grazie allo schermo laminato. Anche la luce diretta del sole non sarà un ostacolo alla visione. Potenza senza sforzo, grande efficienza grazie al processore AMD e alla RAM a doppio canale Dotato di un processore mobile AMD Ryzen 5 4500u con grafica AMD Radeon™, che adotta anche una RAM DDR4 a doppio canale da 8 GB e un’unità di archiviazione SSD PCIe ultraveloce NVME SSD da 512 GB. Veramente progettato per portare la vostra produttività al massimo e gestire gli scenari più impegnativi.   Software preinstallato: Ha Windows 10, con un mese di prova di Microsoft 365, con l’idea di migliorare la produttività. Dispone di un’applicazione di proprietà di HUAWEI e HONOR, “PC Manager”, che ha il compito di controllare lo stato generale e allo stesso tempo aiuta a mantenere aggiornati i driver e a identificare i problemi hardware. Fornisce anche un manuale d’uso e un link al centro di assistenza online. Caricamento ultraveloce con il massimo delle prestazioni: Onorando l’enorme batteria ad alta densità da 56Wh, fornisce 10,5 ore di prestazioni non-stop. Anche se utilizzato per la riproduzione di video a 1080p. Ha un caricabatterie di tipo C di soli 160 g, che accetta una carica veloce di 65W, che in soli 30′ genera il 46% della carica. Design innovativo della lama per un’efficiente dissipazione del calore: È caratterizzato da un innovativo design delle lame a forma di S. Efficiente, più sottile e con una densità più elevata, affermando un flusso d’aria pienamente funzionale. Aumento della dissipazione di calore del 38%. Un altro vantaggio del suo design è la mancanza di rumore, che lo rende un computer completamente silenzioso. Pulsante di accensione delle impronte digitali per un accesso rapido: […]

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Dal catcalling agli stereotipi: la guida di Babbel sulle parole della violenza di genere

Ancora oggi non è raro assistere a episodi di discriminazione di genere verso le donne: espressioni o azioni di questo tipo sono più diffuse di quanto si creda, sia nella quotidianità sia nella comunicazione dei media attuali. In occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne del 25 novembre, Babbel ha realizzato l’approfondimento “Sessismo e linguaggio: le parole della violenza di genere”. Uno dei fenomeni più rilevanti è quello delle molestie in strada: il catcalling è una problematica molto sentita, dato che l’84% delle donne ne è stata vittima almeno una volta (dati Hollaback! – Cornell University). Oggi, inoltre, i modi di esprimersi e il linguaggio discriminatorio sono all’ordine del giorno anche sul web: il 25% delle ragazze ha subito violenze verbali su internet e il 26% è vittima di stalking online (dati Pew Research Center). Espressioni e comportamenti violenti emergono come i primi segnali di episodi ancora più gravi, ed è dunque molto importante saperli riconoscere. Sono sufficienti alcuni esempi per capire quanto sia comune assistere a un episodio di discriminazione: basti pensare ai casi in cui ci si riferisce a un medico o a una professionista chiamandola “signorina” invece di “dottoressa”, errore che difficilmente riguarda il genere maschile. Numerosi altri esempi, relativi anche alle narrazioni dei media, sono disponibili online nell’approfondimento speciale realizzato da Babbel in questa pagina web: it.babbel.com/identificare-discriminazione-di-genere-nel-linguaggio  

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8 Pubblicità famose anni ’90-2000

8 Pubblicità famose anni ’90-2000. Diverse sono le pubblicità e gli slogan che riecheggiano nella mente di coloro che guardano la tv o seguono spot promozionali su YouTube. La promozione è fondamentale per rendere più accessibile e dare un carattere distintivo al prodotto che viene promosso, in modo che crei un’impronta nel cuore dei consumatori. 1 Ferrero Rocher (“Soddisfa la voglia di buono”) 1994 Tra le più famose pubblicità anni ’90 ed anni 2000 la prima che ricordiamo è quella della signora elegante in tailleur giallo che chiama il suo maggiordomo Ambrogio, perché “avverte un leggero languorino”. Sicuramente sarà saltato in mente a molti voi lettori il brand Ferrero Rocher con il suo slogan tipico Soddisfa la voglia di buono (1994). Uno spot pubblicitario raffinato che vuole esprimere il gusto delicato  della pralina di cioccolato. Tattica la scelta del colore giallo del tailleur della donna durante lo spot pubblicitario identico alla copertina della pralina. 2. Panatine Rovagnati (“5 minuti”) 2001 Panatine Rovagnati è un altro spot che ha riscosso un grande successo perché è un prodotto alimentare facile e veloce da preparare e perché lo spot si sofferma su un elemento essenziale: il senso della familiarità. “5 minuti solo 5 vedrai e delle Panatine ti innamorerai”. Il tempo di cottura rapido attira l’attenzione dei consumatori che vogliono in giornate feriali una cena rapida e veloce che sprigiona subito un ottimo profumo. 3. Caramelle Dufour (2006) Chi non ricorda lo spot delle caramelle Dufour con il ragazzo che scherza con il delfino? Uno spot amichevole che ricorda il valore delle caramelle, prodotto tipico della convivialità. Le caramelle dolci sono spesso mangiate  in un momento di pausa come un coffee break lavorativo o durante la merenda per gli adolescenti. Il delfino, simbolo di amicizia e condivisione, è l’animale adatto per esprimere questo concetto. 4. Parmigiano Reggiano “Quando c’ è si nota” (2006/2008) Una pubblicità molto famosa ma meno ricordata è quella del Parmigiano Reggiano. Gli adulti la ricordano con facilità perché è un prodotto nutriente e largamente utilizzato in cucina. Per i ragazzi è più difficile ricordarlo perché cattura di meno la loro attenzione. Lo slogan è vincente “Quando c’è si nota” è uno slogan tattico, chiaro ed incisivo, che lascia il segno. 8 pubblicità famose anni ’90-2000  5. Vigorsol  “A fresh air explosion” (2008) Di enorme impatto mediatico è lo scoiattolo che nel bosco corre e canta in maniera lirica rendendo il paesaggio tipico dell’inverno con una coltre di neve. Il senso di fresco del paesaggio è paragonabile alla sensazione fresca e piacevole della gomma da masticare che ha reso la Vigorsol uno dei brand di chewing-gum più acquistati, grazie al simpatico ed orecchiabile slogan “A fresh air explosion”. 6. Yogurt Muller “Fate l’amore con il sapore” (2009) Uno degli spot più sensuali degli ultimi 20 anni con la donna protagonista sensuale che percorre un viaggio al centro del sapore, assaggiando con le sue labbra carnose un cucchiaino di yogurt. Lo slogan Fate l’amore con il sapore è una sinestesia tipica […]

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Fun e Tech

6 pratici consigli per risparmiare su Amazon

Quando si pensa di acquistare qualcosa online è impossibile non fare riferimento ad Amazon. Negli anni il colosso dell’e-commerce statunitense ha costantemente ampliato la propria offerta, tanto da coprire pressoché qualsiasi categoria merceologica. Forte di questo monopolio, la creatura di Jeff Bezos presenta spesso una grande variabilità di prezzi, per quanto di norma inferiori a quelli dei suoi concorrenti. Con qualche accorgimento, però, è possibile risparmiare ulteriormente sul prezzo finale, anche se va messo in conto che le promozioni cambiano di frequente, così come i vantaggi associati al proprio account Amazon. 1 – Iscriversi ad Amazon Prime gratuitamente È il servizio di Amazon ideato per risparmiare sulle spese di spedizione, di solito gratuite solo per acquisti sopra i 29€. Iscrivendosi al periodo di prova di trenta giorni, Amazon Prime non ha alcun costo. Per attivare questa promozione è sufficiente accedere al proprio account e cliccare su “Iscriviti e usalo gratis per 30 giorni”, al termine dei quali scatterà il pagamento di 36€. Basterà tuttavia annullare l’iscrizione prima della scadenza per evitare di pagare l’abbonamento annuale e godere comunque del servizio fino al termine naturale del periodo di prova. I vantaggi di Prime, anche solo per un mese, sono numerosi e non si parla solo di evitare le spese di spedizione e di consegne veloci illimitate per importi di qualunque cifra, ma anche della possibilità di usufruire di altri servizi. Tra questi compaiono: Prime Video, per vedere in streaming serie tv e film; Prime Music, per ascoltare playlist e oltre 2 milioni di brani musicali senza pubblicità; Prime Reading, per leggere centinaia di ebook Kindle gratuiti; Twitch Prime, per ottenere gratis contenuti relativi a videogiochi e gaming online; Amazon Photos, per archiviare le proprie foto in un cloud; e, non da ultimo, l’accesso alle “Offerte Lampo” di Amazon con un anticipo di trenta minuti rispetto al lancio ufficiale. 2 – Buoni Regalo Amazon Il buono regalo è un’ottima soluzione per fare un dono quando si hanno poche idee. Amazon dispone della sezione “Buoni Regalo e Ricarica” che consente di creare card digitali prepagate da inviare tramite e-mail a un destinatario che potrà utilizzarle entro dieci anni. Spesso, soprattutto se non si è mai regalata una card in precedenza, Amazon la associa a un’offerta di benvenuto per il mittente. Ad esempio, in alcuni momenti, è possibile ricevere un buono sconto del valore di 5€ a fronte dell’acquisto di una card con un importo di almeno 50€, pari quindi a uno sconto del 10%. 3 – La ricarica Amazon È possibile ricaricare il proprio conto Amazon trasferendo denaro dalla propria carta di credito o di debito in modo da non dover aggiungere ulteriori dettagli di pagamento durante il check-out. Con questo sistema nell’account si creerà un “Buono Regalo Amazon” di importo corrispondente e spendibile nell’arco di dieci anni. Anche in questo caso possono esserci promozioni attive se si ricarica un certo importo o se si utilizza una determinata carta. Ad esempio, a fronte di una ricarica di 60€ è possibile ricevere un buono […]

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Libri

Libri

Un lago pieno di misteri di S.K. Tremayne

SK Tremayne, pseudonimo di Sean Thomas, scrittore inglese, conosciuto per i romanzi “La gemella silenziosa” (Garzanti, 2015) e “Il bambino bugiardo” (Garzanti, 2017) che hanno avuto grande successo in Italia, offre al pubblico dei lettori un avvincente romanzo. Infatti, ad ottobre è uscito nelle librerie l’ultimo libro dello scrittore inglese SK Tremayne, “Nelle profondità del lago” edito dalla casa editrice Garzanti (Collana Narratori Moderni), tradotto da Claudia Marseguerra. “Nelle profondità del lago” di SK Tremayne- La sinossi Siamo nella brughiera del freddissimo Dartmoor e Kath è appena sopravvissuta ad un incidente che le stava quasi costando la vita e non sa come la sua auto sia finita nel lago ghiacciato. Tutto lascia pensare ad un tentativo di suicidio ma lei non ricorda nulla: i medici parlano di amnesia temporanea. Intanto suo marito Adam è arrabbiato con lei perché con il suo gesto non ha pensato alle conseguenze che potrebbe arrecare alla loro figlia, Lyla, una ragazzina molto sensibile forse affetta dalla sindrome di Asperger. Lyla però ha visto qualcosa quella notte ma non sa spiegarlo: sicuramente questa cosa la inquieta e i genitori non sanno come aiutarla, è particolarmente nervosa, ha comportamenti strani e si isola spesso con i suoi amatissimi cani nel bosco. Come se non bastasse un uomo sconosciuto si aggira nella brughiera e lascia tracce strane, tipo simboli legati alla stregoneria, alle quali Kath non riesce a trovare una spiegazione, tanto che non sa se è la sua testa che le fa brutti scherzi o queste cose accadono davvero. Così inizia ad avere paura e a non fidarsi di nessuno, nemmeno di suo fratello Dan e di suo marito Adam. Poi, grazie all’aiuto di sua cognata Tessa, di professione psicologa, riesce pian piano a ricostruire i suoi ricordi e a capire con molta sofferenza cosa è accaduto quella notte e a comprendere anche qualcosa in più sulla sua famiglia, su suo fratello Dan, ma soprattutto su sua  madre, appassionata di stregoneria, morta qualche anno prima, che ha lasciato irrisolti molteplici misteri, come quello di aver lasciato in eredità la sua casa solo al fratello e niente a lei. “Nelle profondità del lago” di SK Tremayne L’opera di SK Tremayne è un romanzo ben scritto, con una trama avvincente che lascia il lettore con il fiato sospeso, sebbene la trama raggiunga il suo epilogo in breve tempo.  Bellissime sono le descrizioni della brughiera, del Dartmoor e dei paesaggi invernali che permettono al lettore di sentirsi immerso in questo splendido altopiano inglese.   Fonte immagine: https://www.ibs.it/nelle-profondita-del-lago-libro-s-k-tremayne/e/9788811605416?inventoryId=227542857

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Jean-Christophe Grangé: L’ultima caccia | Recensione

L’ultima caccia è in libreria dal 10 settembre, edito in Italia  da Garzanti e, con esso, Jean-Christophe Grangé si conferma uno degli autori di thriller più amati dai lettori. I suoi libri, tradotti in trenta lingue, occupano sempre i primi posti delle classifiche internazionali e il suo ultimo successo non fa eccezione. È il romanzo che segna il ritorno del detective Pierre Niémans, già protagonista de I fiumi di porpora,  dal quale nel 2000 è stato tratto un film con Jean Reno a ricoprire il ruolo principale. Con L’ultima caccia, Grangé torna alle atmosfere del romanzo che gli ha regalato la notorietà, I fiumi di porpora, e tesse una storia ricca di suspense e colpi di scena, dove gli orrori del passato sono la chiave per risolvere gli enigmi del presente. Acquistalo qui L’ultima caccia: sinossi e considerazioni del libro di Jean-Christophe Grangé Per il suo nuovo romanzo, Grangé sceglie un’ambientazione per lui inusuale, ponendo la vicenda nel cuore della Foresta nera, dove gli alberi fitti formano un dedalo inespugnabile. Tuttavia, l’azione ha inizio in un’altra foresta, quella di Trusheim in Alsazia, dove il detective Pierre Niémans viene chiamato ad investigare sull’uccisione del giovane Jürgen von Geyersberg, rampollo di una nobile e stimata dinastia tedesca. Il suo cadavere viene rinvenuto, nudo e con evidenti segni di mutilazione, in una parte della foresta che fa parte dei possedimenti alsaziani della famiglia. Niémans sembra essere l’uomo perfetto per risolvere casi spinosi che richiedono sangue freddo e riservatezza in ogni fase dell’indagine. Perché è importante che non trapeli alcun dettaglio e si impedisca alla stampa di ricamare sopra le vicende di una famiglia tanto rispettabile. Con l’aiuto dell’allieva Ivana Bogdanović e del comandante Kleinert, capo delle forze dell’ordine tedesche, Niémans si mette sulle tracce degli assassini, individuando, grazie al suo intuito infallibile, una valida pista da seguire: è quella della pirsch o caccia alla seguita, una ricerca silenziosa e solitaria alla preda, alla quale ci si avvicina il più possibile e, dopo un lungo appostamento, si conclude con un assalto all’arma bianca. Parte importante di questo rituale venatorio, di cui Jürgen era particolarmente esperto, è proprio la mutilazione dell’animale, del tutto simile a quella operata sul corpo della vittima. La risoluzione del caso, dunque, sembrerebbe da ricercare in seno ai gruppi ambientalisti, dal momento che l’omicidio pare rispondere al principio occhio per occhio, dente per dente. Ma più il tempo passa, più questa pista, all’inizio tanto promettente, si perde in sentieri secondari che sviano la polizia rischiando di far naufragare le indagini. Per arrivare alla verità, a Niémans e ai suoi non resta che stare al gioco e trasformarsi in predatori, prima che siano loro a diventare prede. Una prima considerazione da fare riguarda sicuramente il tipo di scrittura che caratterizza i romanzi di Jean-Christophe Grangé: semplice ma impattante, cruda ed elaborata allo stesso tempo. Il fraseggio de L’ultima caccia è sempre ricercato, nonostante l’apparente colloquialità del testo e, in particolare, molto belle sono le descrizioni di paesaggi ed ambienti, sempre funzionali alla trama […]

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Libri

L’isola della libertà: recensione testo

L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra è il recente testo di Angelo Michele Imbriani pubblicato lo scorso settembre per Il Terebinto edizioni e revisionato a cura di Lorena Caccamo. L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra: il testo Un viaggio, un cammino scrupoloso, attraverso luoghi fisici alla ricerca – intesa come recupero – del concetto di vera libertà: così si può riassumere la volontà dell’autore, il senso, in nuce, del testo. «Dovremmo sapere o capire meglio ciò in cui crediamo, ciò in cui possiamo ancora credere e che dovremmo impegnarci a salvare. Solo così sapremo per cosa dovremmo pregare»: in seno a questa convinzione si apre il testo, e con esso il lungo itinerario lungo la libertà, di Angelo Michele Imbriani; un viaggio che è un resoconto di usi, costumi, tradizioni, luoghi (geografici e della mente) in Gran Bretagna. Perché proprio la Gran Bretagna? L’autore de L’isola della libertà. Un viaggio in Inghilterra spiegherà, lungo lo scorrere delle pagine scritte, la sua personalissima versione delle cose, il suo personale modo d’intendere la libertà, enucleando al lettore, di volta in volta, il suo procedere nel pensiero lungo una manciata di giorni: come lui stesso ci testimonia, infatti, passando per le Midlands, per le Cotswolds, per Oxford, Winchester, metaforicamente per la colazione inglese – intesa nella sua dimensione tradizionale e “rituale”, nel senso popolare del termine – e ancora per Salisbury, Londra e i “Clive steps” («La mia strada è precisamente la traversa sulla sinistra che precede Downing Street. Si chiama King Charles Street […] Secondo le indicazioni, la strada devo percorrerla tutta, fin quasi ad arrivare al St. James Park. Prima del parco, vi sono però delle scale, i Clive steps»): proprio questa scala con i suoi gradini – svelerà l’autore – rappresenta la meta di questo suo viaggio: «Avremmo bisogno di una classe dirigente degna», e continua: «Forse una vera classe dirigente non manca semplicemente per difetto di carattere degli uomini e neanche per carenza di formazione e selezione delle élites, che pure è problema serio e grave, ma perché manca l’humus, la comunità e il senso di appartenenza a una comunità, la tradizione comune». E ancora, proseguire il viaggio presso Plymouth: andare in Gran Bretagna per trovare – o meglio, cercare – una coesione popolare? Angelo Michele Imbriani l’ha trovato opportuno. Il centro del concetto di libertà per Angelo Michele Imbriani «Qui […] in compagnia di tutti i nostri fantasmi, torneremo forse in un’altra notte della nostra vita ad attendere la stella del mattino. E la vedremo». Avrà raggiunto, l’autore del libro, col suo viaggio, il centro del concetto di libertà?   Fonte immagine in evidenza: https://www.ilterebintoedizioni.it/catalogo/product/tutti-i-prodotti/lisola-della-liberta/P99582502

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Libri

I quattro maestri: itinerario nell’uomo

I quattro maestri è il recente testo scritto dal teologo e filosofo Vito Mancuso per la casa editrice Garzanti. I quattro maestri: il testo Cos’è vivere? Cos’è la felicità? Il libro – itinerario profondissimo nella spiritualità – di Vito Mancuso sembra tendere metaforicamente le mani al lettore attraverso queste domande introduttive: introduttive perché proprio dalla vita e dalla felicità, dai caratteri durevoli del pensiero di vita e del pensiero di felicità ci si può avvicinare al senso dell’«umano nell’uomo» (di Vasilij Grossman, citazione riportata da Vito Mancuso come colonna portante del suo testo). Un percorso attraverso il senso di vivere e della felicità, un percorso che inizia e tende, nel suo lungo scopo, agli stessi sensi profondi e attraversa le necessarie dimensioni di “pensiero” e di “ragione”. Cos’è vivere? Cos’è la felicità? E ancora: Cos’è la libertà? «Il compito principale dell’esistenza di ognuno: imparare a conoscere lo spazio vuoto della libertà e a muoversi al suo interno al fine di diventare: 1) liberi; 2) giusti; 3) buoni. Vale a dire veramente umani». Attraverso queste parole e i fili che le tengono strutturalmente insieme nella probità dell’essere e del pensare, Vito Mancuso recupera il concetto del filosofo Karl Jaspers per il quale il pensiero umano, nel suo sviluppo storico, si può far discendere da quattro «personalità decisive» (che sono identificate in Socrate, Buddha, Confucio, Gesù): «Come tutte le scelte che presiedono a una selezione, si tratta naturalmente di una scelta opinabile […] Io condivido questa scelta, come dimostra il libro che ho scritto» e passa poi a motivare la ragione del termine «maestri»; a questo punto, alle domande prima formulate se ne aggiungono una quarta e una quinta: Cosa significa essere un maestro di vita? Come si deve vivere? Un libro, I quattro maestri, che dunque – com’è giusto che sia – invita alla riflessione, piuttosto che a fornire risposte “preconfezionate” (e per questo adattabili apparentemente a tutti ma in realtà a nessuno). Entrare «con la mente e con il cuore nel laboratorio dell’etica e della spiritualità»: questo è l’invito dell’autore e la sua volontà nell’accompagnare, tenendo per mano ogni lettore che si avvicina al testo. La prosa – e con essa, in naturale continuazione, il pensiero filosofico, le riflessioni e i ragionamenti – scorre fra reminiscenze di exempla classici e insegnamenti di menti illuminate d’ogni epoca (dall’antichità alla contemporaneità, passando per l’età moderna) e, ancora, ci si apre a domande: «Chi siamo?», forse la più atroce per un essere umano che fa dell’identità – dell’integrità e unicità dell’Io – una “persona”, un “abito”, in contrapposizione all’horror vacui. «[…] fino a quando non cerchi di conoscerti, pensi di conoscerti assai bene e di essere padrone della tua vita; non appena però inizi l’indagine su di te e ti soppesi e ti scavi, senti che non ti conosci e che ignori chi sei veramente». Il quinto maestro: la dimensione intima spirituale Dopo un’imprescindibile introduzione, il testo principia con il ripercorrere elementi peculiari di ognuno dei “quattro maestri” scelti da Mancuso; attraverso l’osservazione diretta […]

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Napoli e Dintorni

Food

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery

Racconta Food: una nuova esperienza nel mondo del delivery L’aspetto conviviale di consumare un pasto con amici e parenti, a casa o fuori, deriva dal piacere dello stare con gli altri assaporando gusti e alimenti che hanno una storia e un significato simbolico spesso legato alle tradizioni locali di appartenenza. Il cibo è relazione e da quando nasciamo esso non si limita solo ad essere fonte di sopravvivenza biologica, ma veicola innumerevoli significati simbolici, relazionali e sociali. Se pensiamo alle riunioni familiari, agli spuntini fra colleghi, agli aperitivi tra amici e alle cene di coppia, il cibo rappresenta un momento fondamentale per costruire i legami sociali e d’affetto. Il distanziamento sociale e i ristoranti chiusi, hanno determinato l’aumento del delivery ma ciò che manca al mondo del food è il rapporto con i clienti. Provate però ad immaginare una consegna a domicilio diversa dal solito, che riserva qualcosa di speciale. Insieme alla pizza, al piatto o dolce preferito scelto, arriverà nelle nostre case un Qr-code con la voce del pizzaiolo, chef o pasticciere che non solo spiegherà il piatto, ma che vi saluterà con un messaggio vocale. Il valore che ha acquisito la tecnologia ultimamente è quello di abbattere le distanze e recuperare almeno in parte ciò che è il fulcro della ristorazione napoletana: il rapporto umano. Il “Racconta food” è un idea semplice e funzionale, pensata dalla giornalista Valentina Castellano e sviluppata dall’azienda tecnologica Wip Lab. L’ intento è quello di ristabilire una connessione tra cliente e ristoratore, rendendo di nuovo viva e coinvolgente l’esperienza di consumare una pietanza dalla propria abitazione. A sposare per primi questa idea sono Enrico e Carlo Alberto Lombardi della storica pizzeria Lombardi 1892 a Via Foria, che ci hanno raccontato la loro esperienza e motivazione: “Se il cliente deve restare a casa, abbiamo deciso di portare un pezzo di noi , della nostra storia insieme alla consegna a domicilio -ci spiega Enrico Lombardi – sui cartoni delle pizze verranno attaccati degli adesivi con Qr – code che una volta scaricati sui propri cellulari permetteranno di ascoltare dei nostri audio, con le nostre voci, in cui salutiamo il cliente, spieghiamo la pizza, gli auguriamo buon appetito”. “Ci manca il rapporto diretto, quello fatto di racconti, di storie, di confronti – aggiunge Carlo Alberto – ma non ci fermiamo e la tecnologia ci da una mano. Per questa prima fase abbiamo registrato 10 audio per 10 pizze tra quelle storiche e le nostre proposte”. Ed è con questa idea che da oggi chi ordina una pizza dai Lombardi una volta aperto il cartone della pizza potrà ascoltare la voce di Enrico, quinta generazione di piazzaioli, come nasce la “pizza figone” o la “Don Enrico”, quella dedicata al nonno, o gli ingredienti del ripieno al forno, o quelli della “Starace”. “Non rinunciamo al cuore del nostro lavoro, che è il rapporto con i nostri clienti– dice Enrico – Vogliamo che sappiano che noi ci siamo. E la nostra voce, il nostro racconto, siamo certi abbatterà le distanze. Nell’attesa […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Convegno in videoconferenza sul culto di Apollo a Cuma

Il 16 novembre, dalle 09:00 alle 16.30, ha avuto luogo uno stimolante Convegno Internazionale che, data l’emergenza sanitaria in corso, si è svolto interamente in videoconferenza, sia su piattaforma Zoom che in streaming su Youtube. Denominato La colomba di Apollo. La fondazione di Cuma e il ruolo del culto apollineo nella colonizzazione greca d’Occidente, esso ha posto il proprio focus sul ruolo del culto di Apollo nel pantheon di Cuma, la più antica fondazione euboica in Occidente, dove la flotta di coloni – secondo la tradizione riferita da Velleio Patercolo – sarebbe giunta seguendo il volo della colomba di Apollo.  A Cuma Apollo emerge come divinità “archegete”, ovvero guida del viaggio e del conseguente stanziamento, mentre il culto si caratterizza peculiarmente in senso oracolare e ctonio in virtù della sua connessione con la Sibilla. Il variegato dossier documentario che lo riguarda è da tempo materia di dibattito, sicché è sorta l’esigenza di un confronto dinamico e dal respiro più ampio, che integrasse ambiti disciplinari e settori scientifici complementari. La presenza del culto di Apollo a Cuma e in Sicilia: un bilancio Il Convegno si è aperto, dopo i saluti istituzionali della professoressa Maria Luisa Chirico, direttrice del Dipartimento di Lettere e Beni Culturali dell’Università degli Studi della Campania, con l’intervento del professor Alfonso Mele, incentrato sul riesame della figura di Apollo a partire da una rivalutazione delle fonti letterarie, in primis i poemi omerici, e sui legami del dio con la Sibilla, anche alla luce della nuova documentazione archeologica proveniente dall’acropoli, nella quale spiccano due bronzetti raffiguranti un guerriero, una suonatrice di lira e un personaggio maschile nudo con cetra. La parola è poi passata al professor Carlo Rescigno e alla professoressa Valeria Parisi, organizzatori del Convegno, i quali hanno analizzato i risultati dei recenti scavi condotti sulla terrazza superiore dell’acropoli di Cuma, che hanno permesso di determinare la scansione cronologica delle strutture templari note e di mettere in luce strutture relative a fasi di frequentazione non ancora documentate, risalenti alla fondazione della colonia; inoltre, la documentazione acquisita ha consentito di rivalutare l’identificazione della divinità titolare del tempio superiore, convenzionalmente attribuito a Giove, ma dagli studiosi ascrivibile ad Apollo, anche in virtù del ricco dossier documentario disponibile e dei depositi votivi che suggeriscono la presenza del culto apollineo. Ha proseguito il professor Marcello Lupi, che ha esaminato la questione controversa, basata su un’attenta analisi dell’Inno omerico ad Apollo, della distinzione pitico vs. delio associabile ai diversi livelli cronologici delle navigazioni e colonizzazioni euboiche. Ancora, la professoressa Zozi Papadopoulou dell’Ephorate of Antiquities of Cyclades ha proposto delle riflessioni sul ruolo di Apollo delio nelle attività oltremare delle isole di Paros e Naxos, entrambe gravitanti intorno al santuario di Apollo a Delo, veicolo di coalizioni politiche e reti economiche, in virtù dei legami culturali che trovano espressione nelle antiche feste Delie. È stata poi la volta della professoressa Claudia Santi, che ha passato in rassegna le fasi di acquisizione di Apollo nel pantheon di Roma antica, mediante un excursus che si è soffermato sull’Apollinar […]

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Attualità

Luigi e Ugo: Napoli con altri occhi

Luigi e Ugo non sono il simbolo di una terra che da anni è martoriata dalla criminalità. Sono dei ragazzi che hanno sbagliato e finiscono per essere parte di un retaggio culturale che spesso giustifica o tende a incasellare gli eventi in una dimensione cromatica che prevede il bianco e nero, senza ulteriori sfumature. Ed ecco che alcune vicende si riducono a sentenze e le sentenze diventano avvenimenti che si replicano, senza riflessione. Per questo poi è importante cambiare prospettiva, accogliere i fatti per come sono e poi comprenderli nel più dignitoso rispetto della vita.

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Eventi/Mostre/Convegni

Le cortigiane arriva alla finale con tante proposte teatrali

“Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” nella sua terza edizione da spazio all’universo femminile, di cui si parla con penna teatrale e nei suoi diversi aspetti. La serata finale è prevista il 28 settembre alle 20.30 nell’intimo e suggestivo cortile del Convento di San Domenico Maggiore (vicolo San Domenico Maggiore, 8A). Il concorso per attrici e attori si colloca all’interno del programma “Estate a Napoli 2020”. La visione de La Corte dei Sognattori (compagnia teatrale organizzatrice del progetto) è quella di una maglia larga che abbraccia tutta Napoli. Il contest non vuole essere fine a se stesso ma, come l’arte spesso fa, intesse legami e nodi e svolte ad ogni passo. Nel concreto c’è il sogno di aprire percorsi e spiragli a tutti gli attori che riusciranno a conquistare la stima dei professionisti presenti. Si pensi che la direzione artistica de “I Corti della Formica” nel corso di ogni edizione seleziona uno o più corti da inserire nella successiva edizione del suo festival! Un clima di reciprocità e compenetrazione tra i diversi concorsi teatrali presenti sul territorio per mettere in risalto anche repertori nuovi ed originali, voci fuori dal coro oppure ritorni su vecchi argomenti ma con nuovi approcci. Il mondo del teatro ha sempre bisogno di possibilità ed occasioni da cogliere ed a questa esigenza che vuole rispondere il format de “Le Cortigiane”. “Le cortigiane – Corti teatrali al femminile” non si è lasciata fermare dal covid! Di certo la situazione d’emergenza che ha travolto il Paese ha messo in ginocchio in diverse occasioni la cultura. Seppur aderendo alla campagna del Mibact restando a casa, “Le Cortigiane” e “La Corte dei Sognattori” sono riusciti a trovare una soluzione per non chiudere la porta al teatro da loro promosso. Ecco che quindi solo per quest’anno la terza edizione si è svolta on-line. Video di 10 minuti con le pièce teatrali dei partecipanti sono convogliati tutti al vaglio della Giuria tecnica che entro il 30 luglio ha decretato i 9 corti semi-finalisti. Da qui il viaggio è proseguito con votazioni a distanza: il pubblico ha potuto esprimere le proprie preferenze a suon di like fino al 6 settembre. Quindi tra la Giuria (composta dagli attori Ernesto Mahieux, Luca Gallone, Gianni Ferreri, Teresa Del Vecchio, Sergio Sivori, Ciro Priello, il compositore e direttore d’orchestra Domenico Virgili, i registi Mario Brancaccio, Gisella Gobbi, la casting director Marita D’Elia, la produttrice teatrale Laura Tibaldi De Filippo, lo scrittore comico Pino Imperatore, il critico teatrale Stefano De Stefano, il giornalista ideatore de “I Corti della Formica” Gianmarco Cesario e La Corte Dei SognatTori) e pubblico online il dado è stato tratto. La performance con maggior indice di gradimento è stata “Caffè Society” di e con Giulia Conte (compagnia “Alegrìa”), che con un totale di 1380 like ricevuti è entrata di diritto direttamente in finale. Gli altri corti avranno modo di esibirsi nel corso della serata finale: Alosya con Rossella Castellano, testo Luigi Parlato e Rossella Castellano; Le rose d’acciaio con Roberta Natalini, testo e regia Roberta […]

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Musica

Musica

Sky of Birds e il nuovo album: Matte Eyes / Matte Moon

Matte Eyes / Matte Moon è l’ultima uscita disponibile dal 20 Novembre della band Sky of Birds per MiaCameretta Records. L’album, composto da dieci tracce, è un turbine di esperienze e riflessioni che si perdono nell’atmosfera nebbiosa della notte, il tutto possibile grazie alla ricerca e allo stravolgimento dei suoni classici degli strumenti utilizzati. Matte Eyes / Matte Moon è un viaggio interiore che si consuma fino ai primi momenti dell’alba, in cui non mancano introspezione e risveglio. Dal sapore internazionale, non solo per il cantato inglese, gli Sky of Birds propongono un album ricco di sperimentazioni e contaminazioni; un esperimento musicale che ricorda la scia post-rock e sfocia a tratti nel low-fi. Nel panorama della musica alternativa italiana, gli Sky of Birds si presentano forti, e di certo ne è una prova il nuovo album. Matte Eyes / Matte Moon – Intervista alla band Sky of Birds Come descrivereste il percorso dal primo album Blank Love a Matte Eyes / Matte Moon? Il percorso tra i due dischi è stato di grande ricerca e di rinnovamento del suono della band. Già dalle prime canzoni scritte dopo Blank Love ci siamo resi conto che i pezzi stavano prendendo una piega molto diversa da quelli del disco precedente; che andavano verso sonorità più cupe, notturne, rispetto alla vecchia produzione, ma anche molto più “soniche” e meno cantautorali, e per certi aspetti più ossessive e minimali. Abbiamo lavorato moltissimo sul suono, sia in sala prove durante la pre-produzione che in studio al momento della registrazione e del mixaggio, cercando di non tralasciare nessun elemento, di fare attenzione al dettaglio anche più piccolo, ad ogni feedback di chitarra, all’intensità di ogni eco o delay. Abbiamo sperimentato sui nostri strumenti (e anzi abbiamo lavorato tutti da polistrumentisti) e abbiamo aggiunto strumenti nuovi (come la chitarra baritona, o il mandolino, stravolto con dosi massicce di delay e fuzz); e c’è stato poi un uso maggiore delle sonorità elettroniche (in un pezzo in particolare, “Haze daze dazzle”). C’è poi da considerare che durante la scrittura di questo disco la band ha subito un cambio di formazione (con l’abbandono di un membro e con la sostituzione del batterista), per cui, come succede spesso in queste occasioni, il lavoro di “ripensamento” del suono è stato ancora più evidente e importante. Matte Eyes / Matte Moon, insomma, è un disco che da un certo punto di vista rappresenta il “nuovo corso” della band, ma in fondo non ne snatura le caratteristiche fondamentali, né le peculiarità del songwriting. Come mai “Matte”? Cosa avete cercato di qualificare come opaco nelle vostre tracce? È un’opacità figurata, come quella di una persona con lo sguardo annebbiato che guarda una luna offuscata dalle nuvole. Un’opacità, dunque, sia reale che di percezione: un’incertezza di fondo, come quella di questi “strani giorni” che stiamo vivendo. Durante l’ascolto dell’album ci si sente catapultati in atmosfere notturne e nebbiose. È questo il genere di atmosfera che avete cercato di creare? È esattamente il genere di atmosfera che andavamo […]

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Musica

Heren Wolf e il suo nuovo singolo: Far | Intervista

Far, il ritorno sulle scene di Heren Wolf Francesco Pio Ricci, in arte Heren Wolf ritorna con Far, il suo ultimo singolo. Già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify), la canzone rappresenta il ritorno sulle scene dell’artista irpino, dopo i successi dei singoli Moonlight e Phoenix. Heren Wolf è un personaggio eclettico e dalle mille sfumature, ed Eroica Fenice ha avuto il piacere di parlare con lui. Heren Wolf: l’intervista Far è il tuo ultimo singolo, da dove nasce l’idea della canzone? Ho scritto questa canzone come una lettera d’addio ad una vita che non mi soddisfaceva più. Quattro anni fa mio padre è morto ed improvvisamente tutto intorno a me è diventato estremamente decadente e pieno di dolore. Quindi ho scritto Far nel tentativo di ritrovare la bellezza, usando la metafora del “grembo” come luogo sicuro e primordiale, in cui il dolore non ha ancora impresso le sue orme. Quando facciamo esperienza del dolore, immediatamente quel “fanciullino” in noi che vedeva il mondo come un luogo puro ed incontaminato scompare, lasciando il posto ad un cinico realismo. Con questa canzone dico un po’ addio a quella purezza, per certi versi ingenua perché non contempla il dolore, e cerco di trovare quell’armonia di dissensi che mi consenta di accogliere la sofferenza come esperienza inevitabile.  Se da un lato, Far esprime il mio disperato bisogno di “ricostruirmi” dopo l’urto della perdita di mio padre, mantenendo intatto lo stupore dinanzi alla vita, dall’altro, anela ad un “altrove”, un posto ultraterreno, dove le mie ferite possano essere lenite e devo possa rincontrare mio padre. Empire, Moonlight, Phoenix sono solo alcune tra le precedenti canzoni che hai pubblicato. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in inglese? Il progetto Heren Wolf è nato a Londra due anni fa con il desiderio di arrivare ad un pubblico internazionale. Sin da bambino ho prediletto la musica inglese nei miei ascolti e questo ha fortemente influito sulla mia creatività. Per molto tempo l’inglese ha funto da schermo, proteggendomi dai miei stessi demoni. Con i miei testi affronto momenti dolorosi e traumatici, cercando di trasformarli in qualcosa di più bello e armonioso e grazie all’inglese riesco a pormi ad una certa distanza dagli eventi che racconto.  È da un po’ di tempo, però, che provo a scrivere nella mia lingua madre, spinto da un fortissimo desiderio di creare una connessione più salda con le mie radici e di poter esplorare la mia sfera emotiva a fondo. L’inglese, infatti, nonostante abbia saputo (e continui a) proteggermi, ha anche rappresentato un grande ostacolo nell’espressione della mia emotività, non tanto nella stesura di canzoni ma quanto nella comunicazione dei miei stati d’animo. La lingua ci consente di dare una forma tangibile alla nostra interiorità e non essere completamente padrone dell’inglese (specialmente all’inizio), mi ha portato a chiudermi in me stesso, non avendo un vocabolario emotivo che mi consentisse di venire fuori in tutti i miei colori. Fai parte anche di un collettivo che promuove musica. Di cosa vi occupate […]

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Musica

What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano

Crystal Splinter Museum e l’ultima uscita di What Are We Looking For: intervista a Ilario Cusano Crystal Splinter Museum è il progetto musicale di Ilario Cusano, studente universitario che alla carriera accademica abbina la passione per la musica. Da pochi giorni è disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione il suo ultimo album, What Are We Looking For. Una splendida suite di venti minuti, le cui canzoni si lasciano piacevolmente ascoltare una dopo l’altra, scorrendo via come le pagine di un libro o le sequenze di un film. Un progetto che segue i precedenti lavori di Crystal Splinter Museum (“Growing in Sickness”) e “Dimanche is coma”), e che si inserisce direttamente nella scia di questi ultimi. Ilario odia le domeniche, adora l’universo di Breaking Bad, il cinema d’autore ed è un grande ascoltatore, oltre che produttore, di musica. Abbiamo avuto il piacere di parlare con lui, suo malgrado, in una domenica pomeriggio: segue il resoconto di questa piacevole chiacchierata su What Are We Looking For. What Are We Looking For, intervista a Ilario Cusano Ilario, come nasce il progetto Crystal Splinter Museum? Ho passato i primi anni della mia adolescenza a produrre e registrare nella mia cameretta, senza far ascoltare nulla a nessuno. Me ne stavo interi weekend a masterizzare mixtape. È stato così fino al 2013 anno in cui, complice un furto in casa che mi fece perdere centinaia di dati (e dunque la mia musica), decisi di cambiare il mio approccio: non potevo tenere più ciò che producevo solo per me. A contribuire, sicuramente, la scoperta di un filone musicale che in quel momento storico vedeva in Flatsound uno dei pionieri del genere. Parlo del lo-fi fatto in cameretta, il bedroom pop, la sublimazione dell’indie. Scoprire che non ero l’unico a fare musica nella mia stanza, e che tanti altri ci stavano riuscendo davvero usando i miei stessi mezzi, mi diede la spinta per iniziare a pubblicare i miei lavori. All’epoca del mio primo mixtape (Confident but not enough, 2013) scelsi come nome IK, che era un acronimo un po’ modificato delle mie iniziali. Il passaggio al nome corrente è avvenuto nel 2018, al debutto sui servizi di distribuzione digitale. Ho iniziato a concepire questo progetto non più semplicemente come qualcosa di intimo e prodotto da me in cameretta, ma come un luogo da visitare, una creatura aperta alle contaminazioni nella produzione, alla collaborazione esterna. L’idea per il nome mi venne ascoltando un brano di Mark Kozelek tratto dall’omonimo album, ovvero The Mark Kozelek Museum, dove il cantautore americano si interroga circa la sua legacy, immaginando un museo fatto di memorie, ma anche di oggetti che racchiudono in sé quelle stesse memorie. Proprio nel testo si parla di un cristallo, ed io ho esteso questo concetto al mio approccio tematico. Il cristallo è un materiale limpido, puro, ed il fatto che sia incrinato, scheggiato, segna una certa rottura con questa presunta purezza. Il mio museo narra di memorie scheggiate, di una purezza perduta. What Are We looking For? si ascolta come […]

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Musica

Je Vulesse è il debutto discografico di Ninni

Je Vulesse è l’esordio di Ninni Je Vulesse è il singolo che sancisce il debutto discografico di Ninni, cantautore napoletano che entra così prepotentemente nel panorama discografico nostrano. La sua canzone è già disponibile sulle maggiori piattaforme di distribuzione (Youtube, Spotify) e promette un successo non faticherà a tardare nel futuro prossimo dell’artista. Abbiamo avuto la possibilità di conversare con Ninni, rigorosamente in modalità telematica: una breve chiacchierata, su passato, presente e futuro del giovane artista. Je Vulesse è il tuo primo singolo in assoluto. Da dove nasce la passione per la musica? Da piccolo ascoltavo mio padre scrivere canzoni in calabrese durante la notte, nel nostro salotto e lo faceva dopo giornate passate dalla mattina alla sera a lavorare nei cantieri. Ascoltando i dischi che mi passavano i miei fratelli che poi, successivamente, avrebbero messo su una band (i Mamasan) che andavo sempre a vedere sia ai concerti che alle prove. Ho fatto poi, e faccio parte, di una band, i The Collettivo, con cui battagliamo da anni per non far morire di la musica punk qui da noi. Come mai la scelta di scrivere esclusivamente in napoletano? In realtà, nella mia idea di album, che dovrebbe uscire l’anno prossimo, ci sono canzoni in napoletano, alcune in dialetto calabrese, e un paio in inglese. Il singolo sembra parlare di amore, tema che ha fatto storicamente le fortune di poeti e canzonieri. Hai avuto paura nell’affrontare un sentimento così universale? Vero, e soprattutto ci sono coloro che l’hanno fatto in modo meraviglioso! La mia è stata semplicemente una paura che si è poi trasformata in coraggio nello scrivere delle parole per una ragazza di cui mi ero invaghito, per poi scoprire che, come spesso capita, quello che sentivo non era corrisposto. Mi ha appeso!!! Quali sono le tue più grandi influenze musicali? Enzo Gragnaniello, Pino Daniele, Claudio Gnut Domestico, Roberto Murolo, Dario Sansone e i FOJA, la NCCP, ma anche la musica da film e classica, che tanto mi piace, da Ennio Morricone a Vincenzo Bellini. Ninni è il tuo nome d’arte? Speri di continuare ad occuparti di musica in futuro? Ninni è un qualcosa che, ironicamente, dico da anni a tutti i miei amici per comunicare qualcosa in certi momenti. Un giorno, poi, uno dei miei nipotini, Giovanni, mi chiama, improvvisamente, Ninni ed è lì che ho pensato di chiamarmi così. Quanto alla seconda domanda, mi auguro che lo Stato, il Governo, si sbrighino ad aiutare economicamente e non solo, tutti coloro che da anni si occupano e fanno musica, dai tecnici, ai musicisti, ai cantanti. Io, invece, ’speriamo che me la cavo’.   Fonte dell’immagine: ninnisongs

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Teatro

Teatro

Trapanaterra al Piccolo Bellini: odissea di emigranti

Con Trapanaterra, atto unico di Dino Lopardo in scena dal 22 al 25 Ottobre, riparte la programmazione del Piccolo Bellini e prende il via la sfida del Piano Be nel suo ambizioso tentativo di ripensare l’esperienza teatrale e la partecipazione del pubblico. Sulla scia dello spirito di collaborazione artistica che da sempre ha caratterizzato il prestigioso teatro partenopeo, la nuova stagione teatrale vedrà il palcoscenico del Piccolo Bellini ospitare eccezionalmente la programmazione di due giovani realtà teatrali, Il Nuovo Teatro Sanità e Mutamenti/Teatro Civico 14 di Caserta. Apre questo ciclo di collaborazioni uno spettacolo che affonda le radici nella meridionalità affrontando uno dei suoi volti più duri, il legame con la terra natia e il doloroso dualismo di chi parte alla ricerca di un futuro migliore e chi resta a lottare. La scena si apre su una giornata qualunque di un operaio, in una raffineria assordante di rumori metallici e maleodorante. Siamo al sud, in una terra che si riconosce immediatamente per la trappola travestita da opportunità e bonus idrocarburi in cui è caduta. La pausa pranzo di un operaio è interrotta dall’arrivo del fratello emigrante che ritorna festante al nido, cingendo tra le mani un organetto. Torna da bohémienne pieno di nostalgia verso la sua terra e la sua casa, verso quegli affetti che si è lasciato alle spalle quando è partito in cerca di miglior fortuna. Il ritorno a casa è però un ritorno amaro, la terra natia non è più quella che l’emigrante ha lasciato anni addietro. I volti familiari riemergono confusamente nei ricordi d’infanzia dei due fratelli, molti di loro non ci sono più. Tutto è cambiato, l’aria che si respira, i rapporti umani e le abitudini, tutto è stato sacrificato in nome di una promessa di riscatto tradita dal malaffare. Non c’è più allegria ad alleviare il sacrificio di chi è rimasto, non c’è più musica ad allietare le feste di paese, solo un odore nauseante che rende l’aria irrespirabile e rumore di trivelle che copre ogni altra musica. L’incontro-scontro tra i due fratelli, interpretati con intensità e ironia da Dino Lopardo e Mario Russo, è un alternarsi di dolci ricordi d’infanzia e aspre accuse di abbandono e tradimento. Nei loro diversi destini i due fratelli portano dentro un dolore ugualmente grande. È immenso il dolore di chi è andato via portando dentro di sé la nostalgia e il ricordo degli affetti lontani, delle relazioni umane autentiche e genuine, dell’allegria delle feste, ma che ora ritorna in una terra completamente stravolta. È struggente il dolore di chi è rimasto, rinunciando a tutto quello che il mondo può offrire lontano dalla amata maledetta terra natale ed è rimasto inerme a guardare tutte le speranze infrangersi. L’uno nell’abbraccio dell’altro, i due fratelli si riscoprono figli di quella stessa terra che ha dato loro radici troppo forti da sradicare e rami troppi piccoli per poter crescere e progredire. Trapanaterra è un viaggio verso e dentro il sud, è una ricerca che si addentra tra le pieghe di quell’identità […]

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Recensioni

Stand-up Comedy Napoli allo Slash+

A distanza di un bel po’ di tempo, si torna ad una serata di Stand-up Comedy, che si è svolta giovedì 15 Ottobre allo Slash+, per sentire i nuovi pezzi del pacchetto di comici “quattro più uno”: Vincenzo Comunale, Adriano Sacchettini, Davide DDL, Flavio Verdino ed Elena Mormile. Oltre ad esibirsi, questi ragazzi organizzano serate open-mic per Stand-up Comedy Napoli, il format locale gestito da The Comedy Club, che cura anche il management di comici come Filippo Giardina e Pietro Sparacino. Il lavoro, svolto in primis da The Comedy Club e dai ragazzi di Stand-up Comedy Napoli, sta portando a  grandi risultati nel panorama della stand-up comedy in Italia, spostando l’epicentro di questi spettacoli sempre più verso il meridione. Inoltre è interessante notare come nelle serate open-mic organizzate da Stand-up Comedy Napoli, ovvero spettacoli in cui le persone possono provare pezzi nuovi e inediti previa prenotazione, l’affluenza dei volti sul palco è molto eterogenea e con una grande rappresentatività di genere. Stand-up comedy allo Slash+ Torniamo adesso allo Slash+ e al quintetto protagonista della serata “Sentite questa puzza? C’è aria di lockdown”. Impossibile dare torto a questo dubbio che si sta insinuando silenziosamente nelle menti di molti e che proprio per questo motivo ha reso ancora più elettrizzante la sfida degli stand-up comedian. L’atmosfera tuttavia è quella giusta. Intima, luci soffuse, il palco e il microfono in mezzo. Trenta persone a distanza di sicurezza e il servizio impeccabile di cocktails del locale. Tra il pubblico si nota una certa familiarità e tra gli habitués anche qualche volto nuovo e incuriosito. A scaldare il pubblico ci pensa Vincenzo Comunale, chiarendo senza mezzi termini ai neofiti ciò a cui andranno incontro: una bella dose di sarcasmo e parole scurrili. Vincenzo Comunale è il comico del gruppo con più esperienza: oltre ad aver vinto per due anni consecutivi il “Premio Massimo Troisi”, di recente ha partecipato insieme a Valerio Lundini al programma “Battute” trasmesso su Rai2. Cavalleria vuole che ad aprire lo spettacolo sia proprio l’unica donna della serata, Elena Mormile, che in pochi minuti mette a tacere gli uomini in sala portando alla luce un aspetto risaputo ma taciuto della nostra quotidianità: il sexting durante il lockdown. I temi di Elena si fanno via via più pungenti, fino ad addentrarsi nei problemi tipici di un rapporto tra coniugi. A seguire Flavio Verdino e il suo rapporto con la droga. Sembra di vedere un ispettore della guida Michelin che enumera le qualità e i difetti di ciascuna delle sostanze. Le combinazioni che si possono fare sono numerosissime e coloratissime.  Punto centrale del suo monologo è rappresentato dalla difficoltà di togliersi di dosso le etichette che ci vengono assegnate. Lo switch di tema è rapido, sale sul palco Davide DDL. Sempre molto attento ai fenomeni politici e sociali, parla del concetto di “eterofobia”. Sottile, intellettuale e incisivo. Lo stile della narrazione è diretto e interessante. Adriano Sacchettini a seguire. L’uomo troppo buono che viene spesso friend-zonato ha trovato una soluzione: la pornografia. Un Don […]

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Teatro

Don Giuann de Il Demiurgo, tra seduzione, resistenza e nichilismo

Breve recensione dello spettacolo Don Giuann della compagnia “Il Demiurgo” Resistere. Re – esistere. Esistere di nuovo, nonostante una fiumana di forze avverse vi si opponga. Il teatro oggi è uno dei correlativi oggettivi di questo verbo. E ogni spettacolo che riesce ad essere rappresentato è una vittoria per la cultura e per la collettività. Il 15 ottobre, la compagnia “Il Demiurgo” ha contributo a questa goccia oceanica di speranza con una pièce ben riuscita, a tratti meravigliosa, e che si è trascinata con sé una notevole quantità di risate e applausi. Nel perfetto rispetto delle regole anti-contagio la compagnia ha portato in scena, al Teatro Sannazaro, Don Giuann, una riscrittura molto interessante ed egregiamente diretta del Don Giovanni di Molière. A fare da sfondo alle vicende una Napoli simil onirica costellata di anime erranti, tutte alla spasmodica ricerca del loro baricentro. La scelta è stata estremamente funzionale per la caratterizzazione dei personaggi che hanno così assunto una patina più moderna e spendibile per la platea del 2020. Franco Nappi ha, inoltre, snellito il testo, eliminando i due atti finali, e dato alla conclusione un frustrante, quanto ineccepibile, messaggio malinconico e al suo protagonista una verve vagamente tragica. La vanità del possesso come risposta necessaria al vuoto cosmico. La bugia e il gioco della conquista come pedine di una scacchiera degradata e avvilente. Le acrobatiche peripezie amorose di Don Giovanni sono l’appiglio di un bambino nichilista che applica alla lettera, pur di sopravvivere alla pochezza della realtà, uno dei consigli de Il Principe di Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. E allora che sia, che inizi un nuovo spettacolo. Il tendone non può essere chiuso. C’è troppo silenzio da coprire. Troppo. Don Giuann de Il Demiurgo, missione riuscita! Esilarante e coinvolgente, il Don Giuann de “Il Demiurgo” ha visto performance eccellenti da parte di tutti gli attori coinvolti. In primo luogo dalla coppia Cioffi (Sganarello) – Balletta (Don Giovanni), la cui comicità farsesca ma mai sopra le righe ha colpito per freschezza e vivacità tecnica. Discorso analogo può essere fatto per i due “villici”, Roberta Astuti e Daniele Acerra che hanno portato in dote tantissime risate. Menzione va anche a Chiara Vitiello (donna Elvira) che è stata eccezionale, specialmente nel suo breve  ma intensissimo monologo. Bravi anche gli altri, bravi tutti, compresi gli spettatori che, muniti di mascherina, hanno contribuito ad alimentare la macchina teatrale. Bravi tutti, e in bocca al lupo per la vostra, la nostra, operazione di resistenza.

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Teatro

Soulbook, social e perversioni 2.0. Intervista a Fabiana Fazio

Mercoledì 21 ottobre, alle ore 21, al Teatro Sannazzaro nell’ambito del Teatro Solidale andrà in scena Soulbook, scritto e diretto da Fabiana Fazio, che è anche in scena con Annalisa Direttore e Giulia Musciacco. “Soulbook è un invasore. È il nuovo grande colonizzatore. Vuole conquistare sempre più territori. Possedere tutti i suoi utenti. E tutti siamo utenti. Tutti siamo territori appetibili. Tutti siamo di Soulbook. Anzi, tutti siamo Soulbook. Al di fuori di Soulbook tu non esisti. Io non esisto. Nessuno di noi esiste. O, almeno, nessuno di cui possa interessarci”. Di Soulbook ce ne parla l’autrice e regista Fabiana Fazio. 1 – Come nasce l’idea di Soulbook? L’idea è nata quando ci è stato chiesto di parlare a dei ragazzi dei social network e, nel cercare il modo migliore di farlo, ci siamo riscoperte a parlare di noi stesse come dei bambini che giocano ad un gioco di società… ma da soli. Ci siamo immaginate una scatola di Monopoli, per dirne una, con tutti i suoi componenti: carte imprevisti, pedine, case, alberghi, carte probabilità… e dadi, lanciati sempre e solo da una stessa persona… in una sciocca partita con sé stessa. E ci siamo ritrovate a dipingere un quadro grottesco, ma neanche tanto, di quello che accade quando siamo con la testa sul nostro smartphone o con gli occhi sul monitor. Siamo degli adulti che giocano ad un gioco in cui mettere in discussione le regole è solo un’ulteriore regola. Un gioco il cui obiettivo finale è… Aspetta c’è un obiettivo finale? Un gioco in cui vince chi perde. E chi perde festeggia la sua vittoria. E tutti lo invidiano. Sotto una lente d’ingrandimento… (perché il microscopio ci costava troppo… siamo pur sempre una produzione indipendente!)… Ci siamo guardate come si guardano i bambini giocare e litigare. Ed eccoci qui… a mandarci dei grossi cuori pulsanti o multicolore, delle faccine paralizzate in un ghigno o, peggio ancora, dei pollicioni ingessati (manco fossimo l’imperatore Commodo ne “Il gladiatore”). E discutiamo, stando animatamente seduti, usando parole tronche, compresse, recise ma forti (Cmq, nn t prmettr, TOP, tv… e via dicnd!!!). Parliamo del più e del meno e il meno la fa da padrone. Ci infervoriamo e ci scaldiamo ma mai quanto la sedia sotto il nostro sedere. E poi ci perdoniamo, e ci amiamo e ci stringiamo e ci sosteniamo senza neanche toccarci: che talento! Siamo una bella caricatura di noi stessi neanche troppo divertente. Goffa, buffa, preoccupante e drammatica. Mio nipote di 6 anni, quando gioca ai videogiochi o con i lego (posso dire la marca?), è molto più dignitoso… ma tra pochi anni anche per lui sarà finita! 2 – Nel tanto chiacchierato The Social Dilemma si afferma in merito ai social che “Questi servizi ammazzano le persone e portano le persone a suicidarsi”. Qual è il suo parere a riguardo? Non ho ancora visto il documentario… come sempre mi piace arrivare in ritardo e seguire il trend quando il trend è un altro. La vedrò a breve. Per […]

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

Amarcord – Diario di una quarantena

Amarcord s. m. [voce romagn., propr. «io mi ricordo», dal titolo dell’omonimo film del 1973 di F. Fellini]. – Ricordo, rievocazione nostalgica del passato. Caro Coviddì, ti è chiaro cosa è un “amarcord”? Amarcord è il mood che mi hai messo addosso con questa seconda ondata di contagi. La gente non si sgola più sul balcone a cantare “Abbracciame” di Andrea Sannino, il cielo è sempre molto cupo e sta arrivando l’inverno. Mi ritrovo a scriverti anche oggi, bimbo scemo che non sei altro. Sai perché? Perché mi costringi a vivere di ricordi e il passato è l’unica cosa che tu non puoi rubarmi. Allora non faccio che rievocarlo, e cerco di cristallizzarlo. Perché mai come oggi il futuro mi si preannuncia come una sfilza di giorni tutti uguali e il mio passato mi sembra super figo, adrenalinico e avvincente almeno quanto un romanzo di Stephen King o quanto quelle montagne russe ad alta velocità che ti mettono in subbuglio lo stomaco e ti gettano i capelli all’aria. Oggi mi è venuta in mente quella volta che mi diedi al volantinaggio. Vivevo ancora a Napoli e lo facevo in modo struggente, viscerale, quasi malsano. Non riuscivo a staccarmi da quella città – solo tu sei riuscito ad allontanarmene, cretino! – e la vivevo con l’ansia di chi, da un giorno all’altro, avrebbe preso coscienza di non avere più motivo di restare e sarebbe morta così, su due piedi. Forse d’infarto. Comunque, arrivai persino a fare volantinaggio pur di restare a Napoli. Percorsi per giorni interi tutta Via Toledo e l’intero centro storico. Non c’erano ancora arcobaleni pacchiani in giro e tra amici, parenti e amanti ci s’incontrava per strada o in un letto, non su Zoom. Amarcord, “io mi ricordo…” Sai, Coviddì, fare volantinaggio mi fece ridere assai. Eh sì, perché richiede spirito dʼavventura, si cammina un sacco, si vedono posti nuovi, ma soprattutto ci si relaziona con gli altri. È tipo un gioco di società. Semmai volessi provarci un giorno – quando maturi un poco, la smetti di fare il criaturo e diventi un cristiano normale che si vuole pigliare le sue responsabilità – sai che devi fare? Ti devi stampare in volto un bel sorriso da babbeo, e poi gli altri ti scanseranno come se fossi la peste bubbonica. Al massimo, faranno i maratoneti, e in questo caso ti passeranno a fianco velocissimissimi lasciando echeggiare un generico “Grazie lo stessooo o o o o!!!”. Se andrai forte, a un certo punto, potresti passare al livello successivo. Praticamente ti puoi improvvisare postino e lasciare volantini nelle cassette della posta, di palazzo in palazzo. Mò attenzione, Coviddì, perché subentra la mitologica figura del portiere! Se sarai abbastanza stanco, sudato e penoso da impietosirlo, questo non ti manderà via a calci in culo, quando si accorgerà che sei lì nel suo tempio per ficcargli i volantini sotto al mento. Si limiterà, però, a ipnotizzarti agitando la testa da destra a sinistra, con l’espressione di un orco che mangia e schiavizza i […]

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Voli Pindarici

Caro coviddì ti scrivo – Diario di una quarantena

Caro Coviddì ti scrivo, perché hai frantumato le scatole. Perché non la smetti più. Perché sei come quei bambocci un po’ tardi che non capiscono che certi giochi non sono belli neanche se durano poco. Caro Coviddì ti scrivo… Lo faccio perché sono alla duemilaottocentunesima quarantena dell’anno 2020 e oramai, tra plaid, strimpellate alla chitarra e maratone di film, letture e scrittura, vivo di ricordi. Osservo dalla finestra la natura che si spegne e gli spettri di quei ritmi frenetici – che caratterizzavano un tempo la nostra quotidianità – disperdersi nel vento. Sta scendendo pure il crepuscolo con le sue pennellate di rosso borgogna che la mia mente trasforma in uva spremuta, vino buono da assaggiare che mi accarezza il palato, mmh…maa. Ma. Ma bevo una tisana al finocchio fumante e sento pure la gola in fiamme, mentre scorro le foto della galleria del mio smartphone e mi ritrovo a piangere come una vecchia che aspetta solo di sdraiarsi nella tomba, prima che le gettino sopra la terra. Sono foto di bistrot, music – bar, viuzze strette e acciottolate, casette muticolor, calette rocciose, mare azzurro, spiagge bianche immense. Foto della Costa Blanca. Foto della Sc’pagna. Ohw, mi sembra di sentire il vociare della sua gente. «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Vale», «Ok», «Perfetto», «Va bene», «Capisco», «Nessun problema», «Chiav**i pure a mamma», in loop! Giuro che ripetevano quest’espressione di consenso in ogni risposta; e lo facevano in un modo assolutamente adorabile. In Costa Blanca ci sono stata in vacanza l’estate del 2019. Ho alloggiato in quella parte della zona costiera che affaccia sul Mar Mediterraneo, tra Capo de la Nao e Capo di Gata, ad Alicante. Tra le mete più belle delle mie gitarelle sc’pagnole, quando ho avuto base ad Alicante, annovero località molto caratteristiche come Altea e Villa Gioiosa. Durante le esplorazioni, presi qualche appunto su questi posticini…che oggi, in preda a nostalgie furenti, voglio condividere qui. Me, passione guida turistica: C’era una volta un arcobaleno iberico. Stava adagiato nella culla delle playas e del sol. In fase di svezzamento, gli sostituirono il latte materno con della sangria e un giorno – ubriaco fradicio – vomitò colori e polvere di fata. Smaltò di blu e bianco le piastrelle di ceramica delle cupole di Altea e dipinse con le tinte più belle che aveva in corpo i gerani e i gelsomini presenti su tutti i balconi delle casette del borgo. Non contento, drogò la popolazione di Villa Gioiosa nel momento in cui stavano per scegliere il nome della propria terra. Le cagate di questa cittadina bellissima incastonata tra colline e montagne s’insaporirono di zucchero, e si materializzò una bella fabbrica di cioccolato. Nel dopo sbornia, l’arcobaleno prese a disegnare unicorni rosa in cielo e mise in bocca agli spagnoli melense canzoni d’amore mooolto seCsi e sensuali e dal ritmo ballabile. Con l’avvento dell’estate, ancor oggi le s’intonano in ogni dove. Wowwooo, ètuttocosìstupefacentee!! Avevo molto caldo, ricordo. Internet mi rassicurava dicendomi che “di norma, […]

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Voli Pindarici

7 minuti

«Cosa sono 7 minuti? Cosa rappresenta una piccola, insignificante manciata di minuti in un ampio intervallo temporale di otto ore lavorative?». Così esordisce un’operaia di un’azienda tessile francese, mentre sistema la stoffa nel telaio, pronta per essere lavorata! Tutto sembra perfettamente in ordine. Ogni ingranaggio è al proprio posto, pronto per essere azionato e consapevole del proprio piccolo contributo nell’ingente spazio della produzione. Tutto fila senza imprevisti, il movimento delle mani si fonde linearmente con i macchinari, insieme agli odori di fibre e polveri tutt’intorno. Così, ogni giorno uguale al precedente, ogni ora già auspica quella successiva, in una stanca ma sicura routine, che rende ogni azione, e persino ogni respiro, fine a se stessi. Non c’è spazio per riflessioni e interrogativi. E poi a che servirebbero? Non si vive mica di congetture! Ciò di cui si necessita è uno stipendio e la possibilità che nessuno possa sottrarlo, barattandolo persino con la dignità, con diritti che prepotentemente vengono calpestati, servendosi di paura e vulnerabilità. L’azienda rischia la chiusura e intanto la multinazionale che l’acquista è decisa a comprare anche la libertà di tante operaie disposte a scendere a compromessi, a ingoiare imposizioni che si vestono di altruismo e professionalità, disposte a calpestare persino la propria intelligenza, sottomettendola a una pigra ed urgente gratitudine. Qualunque decisione deve essere approvata, perché le cose non possono andare diversamente, non possono cambiare. La cosa più importante è non farsi licenziare! Ma in queste considerazioni non si celano volontà e consapevolezza ma solo paura. Paura di toccare il fondo, rinunciando a lottare e a scoprire magari che il fondo si trova un po’ più giù. Cosa sono dunque 7 minuti? Quei pochi e insignificanti minuti che troneggiano contemporaneamente su dignità e superficialità. I 7 minuti di un arrogante compromesso, di una maldestra decisione che lede libertà e personalità. E qui il consiglio di operaie è chiamato a votare, a dare valore a quei 7 minuti o a rinnegarli: 7 minuti da sottrarre alla pausa pranzo. «Tutto qui? Non ci cambiano la vita», qualcuna incalza, «ma perdere il lavoro, quello sì!». Lo scotto da pagare per non essere licenziate. «Ma quale scotto? Dobbiamo votare a favore e ringraziare anche, perché il lavoro non lo perderemo!». È subito scontro tra maternità, disabilità, ansia di mantenere una famiglia tra mille stenti e consapevolezza straniera di sapere ciò che si vuole difendere. In un periodo come quello attuale, così inedito e poco preparato alla reale paura di perdere tutto, nel periodo della confusione assoluta, della paura di precipitare irrimediabilmente, sconfitti dal virus dell’incoscienza, della superficialità e dell’egoismo. Qui ed oggi, il terrore dilaga e prende tutto, mette tentacoli ovunque, persino sul libero pensiero e sulla reale volontà di difendere ciò che è giusto. E quando in contesti come questo si inseriscono eventi come quello descritto, alcuni si rassegnano a un destino già scritto, uguale da sempre e dappertutto. Così i 7 minuti divengono esca di predatori per facili prede, quelle che rinunciano a perdere qualcosa di importante oggi, condannate […]

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Voli Pindarici

Il virus della diffidenza: mascherine sugli occhi

Il virus della diffidenza reciproca ci ha contagiati molto prima del ovid. Ci si ricorda a stento qual erano l’odore e la faccia della vita prima della pandemia, eppure era appena l’altro ieri. L’umanità si abitua presto al cambiamento, soprattutto a quello che tutela la sua sopravvivenza. A volte ci sembra che mani inumidite da gel disinfettante, pistole finte puntate alla fronte e maschere di carnevale da chirurgo sotto gli occhi facciano parte della nostra routine da sempre. Sembra già remoto, quasi inverosimile, il ricordo di calche, di abbracci libertini, di stanze affollate e sudori scambiati. Di spazi non misurati, di libertà ammassate, di giorni larghi e ariosi. E ci diciamo affamati della vita di prima, alla quale non facevamo troppo caso, nostalgici del privilegio di stare vicini, di conoscere la tempra dell’altro dalla stretta di mano. L’attuale situazione sanitaria innescata dalla diffusione del nuovo Coronavirus ha portato allo stremo alcune delle tendenze più pericolose della nostra epoca. E l’ha fatto con sottile e agghiacciante senso dell’umorismo. Eppure la vita di prima era già profondamente contagiata, solo che nessuno ne parlava. Non ne parlavano i giornali, inviluppati nella solita spirale triadica politica – economia – cronaca nera. Evitavano di parlarne anche gli amici, dietro alle loro nuvole di fumo nei bar, o gli amanti nella confidenza di una cena per due. Forse non ne parlavi nemmeno tu, e di certo non ne parlavo io. Prima della pandemia eravamo già ammalati, solo che non si diceva. Al virus che sta togliendo il fiato a tutti non manca un brillante sarcasmo, perché pare ostinato a mettere in evidenza alcuni vizi umani che circolavano ben prima dell’inizio del contagio, ma che si rinnegavano per omertà e paura, mettendosi quasi sulla difensiva. Questo è il virus della diffidenza, che si prende beffe dell’uomo come animale sociale decantato dai filosofi per la sua sacrosanta necessità di catene umane, di socializzazione ed empatia. È il virus di un’epoca già ammalata, già asociale. Un virus sardonico, più furbo di noi, che ci sta restituendo la nitida rappresentazione di un’umanità isolata, ritrosa, indifferente, allergica alla compassione. Il virus di una diffidenza non creata dal nulla, ma già esistente, portata solo all’attenzione da uno stravolgimento di abitudini. Mascherina in borsa, meglio anche i guanti, e laviamo le mani una, due, dieci volte, scrupolosamente, ossessivamente. Sparita qualunque traccia di cordialità dalle facce, meno persone incontro più sono salvo. Meno persone tocco, più proteggo me stesso. Mi è andata la saliva di traverso, ma non tossisco, ho paura della reazione della gente. Mi guarderebbe in cagnesco o spaventata, indietreggerebbe, si porterebbe tutte e due le mani sulla mascherina per indossarla meglio. E io mi sentirei portatore di uno stigma discriminatorio. Meglio tenere per me il mio disagio e rintanarmi nei miei spazi sicuri, senza alzare più gli occhi. La verità è che già da un po’ ci si teneva alla larga dall’altro. Una cuffietta schiacciata nelle orecchie e non c’era bisogno di prestare ascolto a qualcuno. Il virus lo ha solo […]

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