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Eroica Fenice

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Balena grigia in acque mediterranee: il viaggio di Wally

Per motivi ancora non del tutto chiari, un esemplare di balena grigia della specie Eschrichtius robustus è entrato in Mediterraneo ed ha vagato nei nostri mari, spostandosi da un punto all’altro delle coste italiane. Il primo avvistamento della meravigliosa balena grigia è avvenuto nel mese di aprile nel mare di Ponza, all’incirca in corrispondenza della spiaggia di Frontone, dove è stata immortalata dai barcaioli locali; nei giorni seguenti, la stessa è stata intercettata dapprima nelle acque del Golfo di Gaeta, stando ad alcune testimonianze video diffuse sui social, poi nel mare che lambisce la Costiera Amalfitana. L’allarme è stato lanciato dal professor Adriano Madonna, biologo marino e subacqueo, il quale si è prodigato nel lanciare un appello in soccorso del meraviglioso cetaceo, realizzando un comitato pro balena grigia e suggerendo l’iniziativa di assicurarsi delle reali condizioni di benessere della balena. Così ha chiarito il professor Madonna: «Questa specie, che normalmente vive nel Nord Pacifico, ad un passo dal Circolo Polare Artico, attualmente nelle nostre acque, si trova in un ambiente che non è il suo. Forse sta andando incontro a difficoltà, come la temperatura dell’acqua, la salinità, la presenza meno abbondante di cibo e probabilmente non sta conducendo un’esistenza facile, a miglia e miglia di distanza da ‘casa sua’. Vogliamo aiutarla e ce la metteremo tutta. Il nostro sogno nel cassetto sarebbe quello di riaccompagnarla nel suo mare, ma l’impresa è difficile, se non addirittura impossibile. Che cosa possiamo fare per questo animale a cui tutti ci siamo affezionati? Innanzitutto desideriamo che viva nel miglior modo possibile, quindi intendiamo monitorare i suoi spostamenti e fare in modo che il suo stato di salute sia ottimale». Le tappe di Wally, la balena social Il viaggio della balena – animale che popola l’universo mitico e letterario di tutti i tempi – ha proseguito nei giorni successivi: Wally, così come è stata chiamata dai social che hanno contribuito alla ricostruzione delle tappe del suo lungo itinerario marino, è stata avvistata davanti alla costa ligure. I suoi spostamenti e le sue condizioni fisiche sono monitorati dalla Guardia Costiera e da organizzazioni dedite allo studio dei cetacei, in primis il Tethys Reasearch Institute, anche allo scopo di proteggerla dalla curiosità inopportuna e deleteria dei non esperti: occorre, infatti, dare priorità alla preoccupazione per tale cetaceo lento e mite, probabilmente un giovane esemplare, come pare acclararsi dalle concrezioni poco definite della sua testa. Wally, infatti, nonostante la grande capacità di adattamento che la accomuna a tutti i mammiferi, potrebbe trovarsi in uno stato di sofferenza generalizzata, che andrebbe verificata. La presenza di una balena grigia nel Mediterraneo è un evento più che raro, dal momento che tali cetacei dimorano nell’Oceano Pacifico, estinti dall’Atlantico circa tre secoli fa, a causa della caccia. Essi nascono in inverno nelle lagune della Bassa California, in Messico, per poi migrare in primavera in direzione dell’Alaska, dove si nutrono dei crostacei depositati sui fondali. Rappresentano, pertanto, un enigma le dinamiche del suo arrivo nel Mediterraneo, che sono state così ricostruite dagli esperti, […]

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Riflessioni culturali

Riforma goldoniana: la rivoluzione del Teatro

La Riforma goldoniana è un importantissimo progetto teatrale promosso da Carlo Goldoni, uno degli autori più fecondi della letteratura italiana –oltre centosessanta titoli- mossi dall’intento di rivoluzionare la commedia tradizionale. I tratti più significativi della Riforma goldoniana Innanzitutto la Riforma goldoniana si oppone alla cosiddetta Commedia dell’arte, rivolta ad un pubblico ampio e finalizzata esclusivamente al divertimento; tale Commedia si basava su schemi fissi, predefiniti, spesso ritenuti banali, con forme di comicità volgari e grossolane. L’intento principale di Carlo Goldoni e della Riforma da egli promossa, fu quello di correggere i caratteri errati della Commedia dell’arte. Superare quella standardizzazione era di fondamentale importanza, soprattutto per dare valore ed identità al teatro, rivoluzionandolo. Ovviamente il cambiamento proposto da Goldoni avanzò in modo graduale, per far sì che il popolo, gli spettatori si abituassero a qualcosa di nuovo, sconosciuto. Quali furono le principali novità? Goldoni innanzitutto abbandonò il canovaccio, un breve riassunto della trama, partendo dal quale poi, gli attori si trovavano ad improvvisare la trama. A sostituirlo il copione, un testo scritto, in cui erano riportate integralmente le battute che l’attore doveva imparare a memoria. Altra novità importante riguardò le maschere tipiche della Commedia dell’arte, sostituite da personaggi veri, psicologicamente definiti, nati grazie alla reale osservazione della società. Sparirono i ben conosciuti personaggi stereotipati, che il pubblico era abituato a vedere in scena; tra questi Pulcinella, Arlecchino. Un altro aspetto profondamente rivoluzionato, nell’ambito della Riforma goldoniana, riguarda il linguaggio. Anch’esso infatti, si basò sull’esigenza di realismo propinata da Goldoni, ossia all’intento di rendere quanto avviene sulla scena, quanto più collimante con la realtà e dunque con la vita reale. Una lingua chiara e semplice, senza mai scadere nella volgarità, e nel gergo. “Il teatro deve essere apprezzato da tutti”, e quindi non solo dai ceti bassi, ma anche dai borghesi. Man mano prenderà piede sempre più il dialetto veneziano, lingua d’arte, usato soprattutto nell’ultima fase della produzione goldoniana. In tal senso, si spiega anche la scelta dei personaggi; essi derivano direttamente dalla realtà nella quale Goldoni vive, la realtà storica della Serenissima, governata dall’aristocrazia, fortemente osteggiata. La classe sociale che l’autore sceglie nell’ambito della propria Riforma è la borghesia, ritenuta valida, l’unica in grado di governare Venezia e nei confronti della quale Goldoni nutre una profonda stima. Ricordiamo che a Venezia il teatro era molto radicato, sia per la presenza di sale sia per le compagnie che vi lavoravano. La Riforma goldoniana infatti, non intende solo modificare un genere letterario ma piuttosto “rivoluzionare” seppur gradualmente, lo spettacolo, intervenendo direttamente su esso e sui rapporti con il mondo esterno, con la società. Per Goldoni, il teatro è una sorta di impresa commerciale che deve obbedire a determinate “leggi di mercato”, provando a soddisfare i gusti e le richieste del pubblico. Per quanto concerne i contenuti, profondamente collegati al linguaggio scelto, Goldoni costruisce dialoghi non fondati su battute autosufficienti, ma basati sull’interazione comunicativa, proprio come avviene nei reali. La Riforma goldoniana prese il via con la celebre opera intitolata “Momolo cortesan”, una commedia […]

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Attualità

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Lingua inclusiva, intervista a Vera Gheno

La lingua italiana è sessista? Cosa possiamo fare per rendere la lingua inclusiva e meno sessista? Lo abbiamo chiesto alla sociolinguista Vera Gheno. Sindaca, architetta, ministra. Sono soltanto alcuni dei nomi professionali femminili che, ciclicamente, diventano oggetto di accesi dibattiti. Molti, infatti, preferiscono utilizzare le forme maschili motivando queste scelte con ragioni all’apparenza di tipo linguistico, come: “avvocata proprio non mi piace, è cacofonico!”. Ma sarà davvero così? Oppure, più o meno celatamente, si nascondono ragioni culturali? E ancora, perché scelte linguistiche inclusive come quella del comune di Castelfranco Emilia – che nei post sui social ha deciso di sostituire il maschile universale (“tutti”) con una desinenza neutra, lo schwa, (tuttə) – generano così tanto risentimento nei parlanti? Di questo, e molto altro ancora, abbiamo deciso di parlare con Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice, docente universitaria e autrice per Cesati, Longanesi, Einaudi, Newton Compton, Zanichelli ed effequ. L’intervista sulla lingua inclusiva a Vera Gheno Dott.ssa Gheno, la lingua italiana è androcentrica?  Sì, come la maggior parte delle lingue del mondo, anche l’italiano è stato costruito su base maschile. Le radici delle parole sono maschili e il femminile è qualcosa che viene suffissato, quindi prodotto a partire dalla base maschile. Questo, forse, rispecchia una certa visione della società, dove per molti secoli l’uomo ha agito, nella storia, molto più della donna, a cui era riservato il compito della cura dei figli e del marito. Sia chiaro, però, che ammettere che sia androcentrica non equivale a dire che sia, automaticamente, anche strutturalmente sessista. Questo perché, in quanto lingua di alta cultura, l’italiano ha al suo interno tutte le strategie per essere usato in maniera inclusiva e non discriminatoria. A tal proposito molti si oppongono alla declinazione dei femminili professionali (ministra, assessora ecc.), ritenendoli cacofonici. La cacofonia non ha alcuna rilevanza nell’uso di una lingua. Nel quotidiano, non scegliamo le parole in base al loro suono, a meno che non dobbiamo scrivere una poesia. Inoltre – come l’eufonia – è qualcosa di molto soggettivo, non pertiene alla parola, ma solo alla nostra percezione. Per esempio, non ci si lamenta di minestra, ma di ministra sì, seppure non vi sia grande differenza di suono.  Eppure, c’è una grande diffidenza. E, aggiungerei, che è trasversale: da parte dell’uomo spesso non si vede il problema, da parte femminile ci sono invece diverse motivazioni. Molte donne sono convinte che il termine femminile sia sminuente rispetto al maschile corrispondente, ma questo – com’è chiaro – non è un problema linguistico, ma di percezione. Altre, invece, credono sia inutile e che conti, piuttosto, la bravura (come ha recentemente dichiarato Beatrice Venezi a Sanremo, ndr).  Lei è d’accordo con quest’ultima argomentazione? No, le spiego perché. Quando nominiamo qualcosa con precisione, quel qualcosa diviene raccontabile. Finché una cosa non ha un nome, non ne possiamo parlare. Ed è come se non esistesse. Chiamare le donne che fanno un determinato lavoro con un sostantivo femminile (come direttrice o ministra) serve a normalizzare la loro presenza in contesti professionali in cui prima era quasi […]

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Attualità

L’origine del 1 maggio, festa dei lavoratori

1 maggio, festa dei lavoratori: origine e storia di questa data. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. (Articolo 1 della Costituzione Italiana) Il poeta greco Esiodo racconta che nella mitica età dell’oro, tempo di prosperità e abbondanza, gli uomini vivevano senza leggi, senza odio e guerre e la terra produceva frutti spontaneamente. Con l’avvento di Zeus, e con la fine di questa aurea aetas, sull’umanità si abbattè una dura necessità: il lavoro. Una punizione, ma anche un dono, un mezzo attraverso cui vivere secondo giustizia.  Oggi, 1 maggio, si celebra la festa dei lavoratori, ma saranno tante le attività lavorative che non si fermeranno, perché, mai come quest’anno lavorare in questa giornata, dopo tanti mesi di chiusure, sarà un piacere per le tante categorie messe in ginocchio dal Covid.  La festa dei lavoratori nasce il 20 luglio 1899 a Parigi, su idea del congresso della seconda Internazionale. Data simbolica in ricordo di una manifestazione svoltasi a Chicago nel 1866. “8 ore per dormire, 8 ore di svago, 8 ore di lavoro“: nel 1867, nell’Illinois, si festeggia la conquista delle otto ore lavorative. Gradualmente, dallo stato dell’Illinois, si estese a tutto il territorio statunitense. Vent’anni dopo, a Chicago, in occasione del diciannovesimo anniversario di tale conquista, fu organizzato uno sciopero generale per ottenere l’estensione della legge, e in particolare la protesta della fabbrica di mietitrici McCormick fu repressa col sangue. 1 maggio 1886. Simbolo delle lotte operaie, di lavoratori in cerca di  diritti e condizioni di lavoro migliori, a partire dal 1947 la Festa del lavoro e dei lavoratori divenne ufficialmente festa nazionale italiana. Sono tanti altri i paesi che celebrano questo giorno, ma proprio gli Stati Uniti, luogo in cui tutto ebbe inizio, stranamente festeggiano i lavoratori il primo settembre e non in questa data.  Da sempre lavorare ricopre grande importanza per la realizzazione dell’uomo e tale consapevolezza si è solidificata particolarmente quest’anno in cui molte categorie di lavoratori sono state private di tale diritto piombando spesso nella disperazione emotiva, oltre che economica, perché lavorare non significa soltanto guadagnarsi il pane. Lavorare significa esprimere se stessi, mettersi alla prova, conquistare la propria autonomia, sentirsi utili e parte di un tutto. Nel ricordare il valore di questa giornata, ci auguriamo che il prossimo 1 maggio sarà realmente una festa per tutti e di ritrovarci, magari, a cantare insieme al mitico concerto in Piazza San Giovanni.     Fonte immagine in evidenza: Wikipedia.                  

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Attualità

Crema base per il corpo: a cosa serve e quando usarla

Prendersi cura del proprio corpo è fondamentale per essere sempre al top. Uno dei primi consigli degli esperti è quello di utilizzare prodotti di qualità, come la crema base su Pilogen.it. Questo tipo di crema base grazie alle proprietà emollienti e idratanti risulta molto utile nel caso di problemi dermatologici. Ottima per idratare a fondo le pelli problematiche, delicate, sensibili e spesso soggette ad arrossamenti e reazioni allergiche. Sul mercato esistono diverse creme corpo ma vanno scelte e utilizzate con consapevolezza e rispettandone le caratteristiche. Spesso si parla, ad esempio, di creme lenitive, in genere a base di polveri minerali come ossido di zinco e magnesio silicato. In linea di massima le creme lenitive hanno un’azione antinfiammatoria, antipruriginosa ed astringente. Per questo motivo si tratta di prodotti perfetti per chi soffre di disturbi della cute come la dermatite. Vengono inoltre utilizzate anche per alleviare i rossori da pannolino nei bambini. Però, bisogna fare attenzione: gli esperti consigliano di non utilizzare le creme lenitive in caso di pelle secca in quanto potrebbero peggiorare la situazione. Le creme emollienti, a differenza delle creme lenitive, presentano una composizione a base di grassi vegetali come l’olio di palma, l’olio di cocco ed il burro di karitè. Questo genere di creme crea una pellicola protettiva sulla cute che imprigiona l’acqua già esistente nella pelle in modo da contribuire a rendere la pelle più morbida ed idratata. I grassi vegetali utilizzati per la composizione delle creme emollienti sono inseriti come sostanze umettanti e idratanti, come ad esempio la glicerina vegetale, l’urea, l’inulina e il collagene.   Quando utilizzare le creme emollienti Gli esperti consigliano l’utilizzo delle creme emollienti a partire dalla prima comparsa dei segni dell’età. Quando si è giovani la pelle presenta una elevata quantità di elastina e collagene che sono utili a mantenere la cute soda e liscia, oltre a mantenerla resistente e forte.   Col passare degli anni la percentuale di elastina diminuisce ed è per questo motivo che la pelle comincia a perdere resistenza e comincia a presentarsi meno soda e con la comparsa delle rughe. La perdita di compattezza forma infatti solchi nella cute a causa dell’atrofia del connettivo sottocutaneo. Le rughe, come le conosciamo, si generano anche a causa della diminuzione di produzione di acido ialuronico. Con l’invecchiamento si verifica la riduzione della generazione di alcuni componenti fondamentali per i tessuti connettivi e la pelle inizia a perdere il suo aspetto compatto e sodo. Quando ciò accade è fondamentale utilizzare i prodotti giusti per permettere alla pelle di tornare a splendere. Le creme emollienti, ad esempio, quando ben utilizzate servono a nutrire la pelle ed a mantenerla liscia, morbida ed elastica nonostante lo scorrere del tempo. Ovviamente è sempre importante scegliere i prodotti in base a quelle che sono le reali esigenze ed alle caratteristiche della propria pelle in modo da rispettarla e da ottenere sempre dei risultati ottimali.  

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Attualità

Curriculum dello studente: più competenze o disparità?

Il “curriculum dello studente” debutterà quest’anno, per gli esami di stato 2021. Una misura prevista dalla legge “Buona Scuola” del Governo Renzi, che dispone l’aggiunta di una sorta di “documento di presentazione” al diploma di maturità. Il curriculum conterrà un elenco di tutte le competenze acquisite dallo studente, con in allegato le attività professionali, culturali, artistiche, sportive e di volontariato svolte in ambito extra scolastico. Due terzi del documento, infatti, (la cui compilazione avverrà su piattaforma informatica) saranno a cura della scuola, il resto sarà integrato dal singolo studente. La prima parte, denominata “Istruzione e formazione”, riporterà il profilo scolastico dello studente, ovvero tutto il bagaglio acquisito durante il percorso di studi. La seconda, “Certificazioni”, riporterà le certificazioni (linguistiche, informatiche etc.) rilasciate da Enti riconosciuti dal MIUR. Infine, la terza parte, relativa alle “Attività extrascolastiche”, conterrà le informazioni relative all’ambito extrascolastico. Il curriculum sarà necessario per la presentazione dello studente stesso alla Commissione d’esame e per lo svolgimento del colloquio dell’esame di Stato, oltreché richiesto per l’orientamento e l’accesso degli studenti all’Università e al mondo del lavoro. Tuttavia, ben 200 docenti hanno richiesto una moratoria al ministro Patrizio Bianchi, vista la complessità organizzativa e professionale di una didattica scossa dalla seconda e dalla terza ondata della pandemia da Covid-19. Infatti, ad eccezione di chi ha potuto privatamente accedere a progetti extra-scolastici anche nel periodo estivo, molti studenti potrebbero trovarsi privi della possibilità di compilare quanto richiesto dalla piattaforma. Ma non solo. I docenti mettono in discussione anche il valore stesso del curriculum dello studente. “Signor Ministro – si legge nella lettera pubblica indirizzata a Bianchi – noi crediamo che qualche considerazione di maggiore respiro andrebbe sviluppata in un dibattito più consapevole. Si evince dalla stessa piattaforma ministeriale che lo strumento non è predisposto solo in vista dell’Esame di Stato, ma che è stato pensato “per presentare al meglio chi sei – si scrive rivolgendosi allo studente – in un documento che racconta te stesso e la tua storia”. E prosegue: “Ma davvero vogliamo far passare l’idea che la persona e la sua identità siano costituite dalla somma dei suoi certificati linguistici e informatici? Riteniamo sul serio che un curriculum possa costituire un “racconto” biografico? È davvero questo che ci si chiede di insegnare? E dunque coloro i quali, privi di mezzi, saranno riusciti a costruire un curriculum meno ricco di titoli o esperienze dovranno forse stimare di possedere un’identità personale scarna o una biografia misera?” Il punto, in effetti, sta in questo: il rischio è che si possa confondere l’attenzione positiva al vissuto personale con una sorta di accumulazione seriale di titoli, spesso conseguiti presso enti privati, che produrrebbero ulteriori diseguaglianze tra gli studenti stessi. Tutte le “certificazioni” e le “attività extrascolastiche” saranno rese consultabili anche alle imprese per la selezione nel mercato del lavoro, scambiando il merito, ovvero le reali competenze, capacità e abilità, con la capacità di spesa sul “mercato della formazione”.

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Cinema e Serie tv

Cinema e Serie tv

Leonardo. La fiction Rai sul grande genio del Rinascimento italiano

Dopo il glorioso successo della fiction I Medici, la Rai pone i riflettori su un altro grande personaggio, protagonista del panorama artistico rinascimentale italiano: Leonardo da Vinci. Nasce così la nuova fiction Leonardo, ideata da Frank Spotnitz e Stephen Thompson. Diretta da Daniel Percival e Alexis Sweet, la nuova serie debuttante il 23 marzo 2021 su Rai1 è una co-produzione internazionale, scegliendo come protagonista l’affascinante Aidan Turner, a cui si affianca un cast brillante, tra cui la venticinquenne Matilda De Angelis (nel ruolo di Caterina da Cremona, personaggio semi-creato) e Freddie Highmore (nel ruolo costruito dell’ambizioso ufficiale del Ducato di Milano Stefano Giraldi). Annunciata nel 2018, la fiction pone al centro la vita del genio intramontabile Leonardo da Vinci, focalizzando l’attenzione sulla creazione delle sue opere, sui tormenti e i dissidi interiori che ne accompagnano la creazione, e soprattutto sul carattere ermetico e tenacemente ambizioso dell’artista toscano. Come suggerisce la stessa terminologia del genere televisivo, la serie trae ispirazione da fonti, personaggi e fatti storici, ma sugli schermi viene comunque proposta una storia originale e soprattutto romanzata, tra l’altro girata non sul suolo toscano, bensì tra gli Studi di Formello (dov’è stata accuratamente ricostruita la Firenze del Rinascimento), Tivoli e la Lombardia, e accompagnata dalle piacevoli note di John Paesano. Progetto ambizioso e coraggioso la fiction Rai Leonardo, dovendo competere con i precedenti mirabilmente realizzati e riusciti, tra cui La vita di Leonardo da Vinci (1971) di Renato Castellani, e Io, Leonardo (2019) di Jesus Garcés Lambert. Ancora ampiamente presente ne Il codice da Vinci (2006) diretto da Ron Howard sul soggetto di Dan Brown. Insomma il poliedrico artista nativo di Vinci ha interessato nel tempo scrittori, registi e produttori, affascinando contemporanei e posteri con la sua vita colma di genio e successo, pur tra ombre, dissidi e incomprensioni, a causa della sua personalità eterea, ambiziosa e precocemente brillante. Ecco perché l’obiettivo di Spotnitz e Thompson diviene quasi una sfida, attirando non poche critiche per alcune scelte effettuate e per vari elementi che si discostano dalla realtà storica. Tutto comincia proprio dalla trama… Leonardo. Trama Una trama originale nella cornice e in alcuni riferimenti storico-biografici. Milano 1506. Leonardo da Vinci viene accusato dell’omicidio di Caterina da Cremona. Così comincia quest’inedita storia ideata da Spotnitz e Thompson. Il famoso artista viene dunque interrogato da Stefano Giraldi, l’ufficiale del Ducato di Milano, a cui inizia a raccontare la sua vita, proprio a partire dal suo primo incontro con Caterina nella bottega di Andrea del Verrocchio. Giraldi, affascinato dall’incredibile personalità dell’artista, sospetta la sua possibile innocenza, e determinato indaga per scoprire l’assoluta verità sull’omicidio. Ma analizziamo le controversie… Leonardo. Le deformazioni storico-biografiche della fiction e la realtà storica La fiction in onda su Rai1 ha riscosso un notevole successo, se si contano i quasi sette milioni di telespettatori incollati allo schermo, curiosi di seguire le vicende del più grande maestro di tutti i tempi. Ma la stessa ha attirato, come anticipato, non poche polemiche, concernenti l’attinenza ai fatti storico-biografici dell’artista, la spettacolarizzazione della […]

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Cinema e Serie tv

La dolorosa verità di Perfetti Sconosciuti

Il mondo del cinema ci ha portato spesso a riflettere su diversi lati della nostra stessa vita. Spesso quando guardiamo un film ci capita di immedesimarci nei protagonisti per capire di più su noi stessi, specialmente se si tratta di pellicole più profonde. Una delle tematiche che spesso vengono trattate nel mondo del cinema riguarda in particolare gli affetti o il partner; sono infatti diverse le pellicole che vedono come tema principale il rapporto tra amici o di coppia, portando spesso lo spettatore a porsi delle domande sulla propria vita. Uno dei film di maggior successo che mette in luce questa tematica in maniera estremamente veritiera è Perfetti Sconosciuti, diretto da Paolo Genovese nel 2016. La vicenda prende atto durante una cena che vede come protagoniste tre coppie di amici, insieme ad un altro amico che non è stato accompagnato dalla compagna perchè impegnata, che si ritrovano per passare una serata in compagnia. La cena inizia a prendere una piega inaspettata quando una delle donne presenti sfida gli altri commensali a partecipare ad un gioco, ovvero mettere il cellulare di ognuno di loro a completa disposizione di tutti, leggendo pubblicamente tutti i messaggi ed origliando tutte le telefonate che arriveranno durante tutta la serata. Convinti di non avere nessun segreto, o volendo evitare rifiutando la sfida di avere qualcosa da nascondere, tutti decidono di partecipare, rendendo pubblico tutto quello che arriva che si tratti di messaggi o telefonate. Ciò che si scoprirà in seguito è che purtroppo ognuno dei protagonisti ha dei segreti che non ha mai confessato né ai propri amici né tantomeno al rispettivo partner, creando così un clima in crescendo che porterà tutti a dubitare gli uni degli altri. L’unico che inizialmente non voleva partecipare al gioco è Rocco, marito di Eva, colei che ha voluto ideare questa sfida, che sapeva che questo avrebbe portato a conoscere lati dei suoi affetti che avrebbe preferito non sapere; lo stesso Rocco alla fine del film si scopre essere forse l’unico a non essere in possesso di segreti inconfessabili, ma ha semplicemente omesso delle cose personali che preferiva tenere per sè. Se si potesse puntare sulla sincerità di uno dei personaggi tramite piattaforme di gioco online come GoldBet o simili nessuno potrebbe vincere, perchè infondo nessuno di loro si è rivelato davvero onesto. Il film ha riscosso un incredibile successo sia da parte della critica che da parte del pubblico, questo per via dell’ottima interpretazione degli attori e della sceneggiatura tanto semplice quanto efficace. Molto paesi hanno infatti ripreso la storia facendone un remake, vista la tematica molto attuale e ben affrontata nel corso della vicenda (tra i remake ricordiamo Le Jeu realizzato in Francia nel 2018, Kill Mobile realizzato nello stesso anno in Cina e Intimate Strangers realizzato in Corea del Sud). Il film ha portato gli spettatori a chiedersi quanto loro nascondano ogni giorno e quanto loro conoscano più nel profondo il proprio partner. Si pensi sia giusto sapere tutto dei nostri affetti o controllare loro il cellulare […]

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Attualità

LOL- Chi ride è fuori: analisi del fenomeno del momento

“LOL: Chi ride è fuori”, nettamente il programma del momento. A cosa è dovuto il successo di tale format? Cerchiamo di scoprirlo in 5 punti. “Chi non ride mai non è una persona seria.” -Chopin (probabilmente dopo aver visto LOL) Prendete l’idea più semplice del mondo. Reclutate 10 comici. Scaricateli in una sala del Grande Fratello. Ditegli di non ridere. Godetevi lo spettacolo. Questo è il mega-riassunto di “LOL- Chi ride è fuori”, format presentato su Prime Video il 1 Aprile, che ha già conquistato il cuore di molti. Discusso, chiacchierato, condiviso, commentato; tutti i giornali ne parlano, tutto il mondo del web lo osserva, tutti (o quasi) lo hanno visto. Alcuni lo osannano, molti lo apprezzano, qualcuno lo critica aspramente. Questa sorprendente centralità del programma nei discorsi più svariati, ci costringe ad un’analisi più approfondita del tema. Cosa ha davvero funzionato? Perché “LOL- Chi ride è fuori” ha ottenuto questa risonanza così forte? Tenteremo in questo articolo di rispondere a tali quesiti, in cinque punti. E siccome repetita iuvant, (o se semplicemente vivete come eremiti e non conoscete il programma), partiamo dal primo punto e approfittiamone per capire meglio l’oggetto di discussione. In cosa consiste il “gioco” del momento?   1 ) LOL-Chi ride è fuori: l’idea E iniziamo a soffermarci proprio sul termine “gioco”. LOL è in primis, una competizione. Condotto da Fedez, coadiuvato dall’highlander Mara Maionchi. Il programma si presenta come una vera e propria gara tra pari; dieci comici, catapultati in una sala chiusa, dovranno resistere alla tentazione di ridere, cercando però nello stesso momento di far cadere in errore gli avversari/colleghi. Un limite di tempo (6 ore), nessuna restrizione, e un solo vincitore. Ripresi da numerosissime videocamere, ogni loro reazione sarà monitorata e giudicata dagli sguardi attenti dei due conduttori, comodamente seduti in una sala di controllo accanto. Sarà compito di quest’ultimi infatti, ammonire e successivamente eliminare i concorrenti che non rispetteranno le regole fondamentali del gioco: non ridere; partecipare attivamente senza estraniarsi. Il premio? 100.000 euro da donare in beneficenza. Il risultato? Uno spasso. L’idea per quanto semplice, è senza dubbio originale. Nulla è più divertente di osservare qualcuno che trattiene una risata, sapendo di poter ridere al suo posto. E’ la costrizione stessa, la principale fonte di divertimento. Si impara da piccoli: è l’idea del divieto, che porta ad infrangerlo. Se a questo aggiungiamo le innumerevoli esibizioni, il fattore improvvisazione, e un cast ben costruito (di cui parleremo tra poco), l’efficacia è garantita. In un mercato saturo di game-show, o di programmi dichiaratamente comedy, che però presentano sempre la medesima formula, “LOL- Chi ride è fuori” rappresenta una ventata di aria fresca. La sensazione “reality” (nel suo termine puro) amplifica la spontaneità del tutto, e l’impressione che si ha è di una forte genuinità. 2) Il cast Perché la ricetta può essere buonissima, ma senza le giuste materie prime, il risultato sarebbe compromesso. Ma fortunatamente in LOL questo non accade. La scelta dei concorrenti è forse il punto forte dell’intero lavoro. Dieci comici, […]

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Ted Mosby e la ricerca del vero amore

Ted Mosby: chi è? Ted Mosby è il personaggio della sitcom americana “How I Met Your Mother”, interpretato dall’attore Josh Randor. La sua storia melodrammatica ha accompagnato le serate, i pomeriggi e forse un’intera generazione di persone con la sua personalità alquanto particolare, facendo diventare lo stesso Ted Mosby un tipo di personalità. Ted è un architetto di New York e vive con i suoi migliori amici, Marshall e Lily. Il suo sogno è progettare un grande edificio nella Big Apple, ma la cosa che più cerca e brama è l’amore. Quell’amore folle e folgorante che incanta che porta al matrimonio e alla creazione di una famiglia, l’amore eterno. Pensa di averlo trovato non appena conosce Robin Scherbatsky, una giornalista canadese trasferitasi a New York. Ma non appena Ted le dice “Ti amo” al primo appuntamento, lei lo respinge, eppure lui, caparbio, fa di tutto per conquistarla e alla fine si fidanzano ma, tra le varie peripezie dei diversi episodi, capiranno di essere troppo diversi per stare insieme e si lasceranno. Da quel corno blu regalatole per riconquistarle il cuore, la serie proseguirà alla ricerca del suo vero amore. L’evoluzione di Ted Da qui in poi seguiranno una serie infinita di amori che Ted pensa di aver trovato, l’anima gemella in tutte le dozzine di donne che incontrerà e per cui perderà la testa. Tra queste, la sua futura sposa e madre dei suoi figli, Tracy McConnell, è il motore narrativo di tutta la serie. Viene mostrata per la prima volta nell’episodio finale dell’8a stagione, anche se viene nominata fin dal primo episodio, e vari “indizi” sulla sua identità e che la riguardano sono rivelate nel corso della serie. Ted le aveva già intravisto i piedi nell’appartamento di una sua studentessa con la quale esce per qualche tempo, e aveva per sbaglio preso il suo ombrello giallo. Ma Ted la vede per la prima volta al matrimonio di Barney e Robin, in cui è la bassista della band: i due si parleranno alla stazione di Farhampton e due giorni dopo inizieranno a uscire insieme. Ted le chiederà di sposarlo al faro di Farhampton, anche se i due si sposeranno solo nel 2020. Lei morirà a causa di una malattia nel 2024. Eppure, nonostante il tempo, egli non smetterà, nel suo cuore, di amare Robin. Spinto dai figli, alla fine dell’ottava stagione, si presenta sotto casa della donna con in mano il corno blu che aveva rubato il giorno del loro primo appuntamento, facendo intuire che i due hanno ancora una possibilità di avere un futuro insieme. L’amore e Ted Ted è innamorato dell’amore stesso, ha disperatamente bisogno di questo sentimento, tanto da elemosinarlo in ogni persona che incontra. Questa sua personalità lo porta ad essere quasi un parassita dell’amore, mente a se stesso pur di provare questo sentimento, a volte anche a discapito degli altri. Il personaggio però, si evolve tra le stagioni, magari odiato o amato dal pubblico, e lo si vede crescere e raggiungere una più acuta consapevolezza […]

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Cucina e Salute

Cucina e Salute

Silvia Botticelli, la ragazza nata senza mani, star sui social, che ad oggi combatte per i diversi

  Da piccola era chiamata “granchio”, per tutti era solo la ragazza “senza mani”, colei che non avrebbe combinato niente di buono nella vita. Eppure Silvia Botticelli, umbra, classe 1994’ è ad oggi una “dei diversamente influencer” più amati dal web. Ciò che esisteva della ragazza insicura, dalle mani costantemente in tasca, oggi è stato sostituito da una sicurezza fuori dal comune, da una biondissima chioma e una spiccata ironia, caratteristica che rende Silvia Botticelli l’emblema della positività. Ecco la storia della giovane umbra nata senza mani che su Tiktok, sotto la richiesta dei followers o solo dei curiosi, mostra com’è vivere senza mani: pettinarsi, mangiare, scrivere, e ogni gesto che scandisce lo scorrere di una giornata abitudinaria. Questa è la storia di Silvia Botticelli, con all’attivo su Tiktok 176,3K followers. Cosa sono le malformazioni congenite? La prima cosa che affligge una coppia che desidera avere un figlio, è che lui o lei venga al mondo sana/o. Eppure ciò non sempre accade, ogni anno, nascono infatti, circa 8 milioni di bambini con un difetto congenito, 54.000 precisamente in Italia. Esse sono malattie rare, e non sempre la medicina odierna, riesce a stabilirne le cause. Le malformazioni congenite, possono avvenire sia in fase di concepimento che in quella di gravidanza. Possono essere diagnosticate immediatamente, dopo la venuta al mondo del nascituro, o solo in seguito al suo sviluppo. Sostanzialmente una malformazione si riferisce all’errato sviluppo del soggetto. Spesso, la situazione è presa sotto gamba, ma è più grave di quanto si pensi, basti pensare che le malformazioni congenite determinano il 25% della natimortalità e il 45% della mortalità perinatale. Le malformazioni possono ricondursi a tre macro cause: -genico cromosomiche; -fattori esogeni, quindi esterni all’organismo del soggetto; -fattori concomitanti. Tra le malformazioni più comuni ritroviamo l’anencefalia, le cardiopatie, l’errato sviluppo di parti corporee, o la diffusissima sindrome di down. Tuttavia, le malformazioni genetiche sono prodotte in buona parte da cause ambientali, è fondamentale, infatti, ciò che respiriamo e mangiamo. Oltre al fatto che durante la gravidanza occorre far attenzione a ciò che si fa: evitare l’alcool, le sostanze stupefacenti e molto altro. C’è da sottolineare che la linea del giusto comportamento, non deve essere seguita solo dalla donna che porterà avanti la gravidanza, ma anche dal suo partner. La storia di Silvia Botticelli, la ragazza nata senza mani Se dovessi raccontare chi sono, credo che partirei da una cosa: sono una ragazza cresciuta in campagna in un ambiente familiare sereno. Il mio mondo era composto dai miei genitori, dai nonni, dai cugini, e ovviamente dalla natura. Non ho mai pensato di diventare un’influencer, e soprattutto non grazie al fatto che sono nata senza mani. È successo tutto per caso, non ho una vita particolarmente frenetica, basti pensare che in tutti questi anni sono stata solo in Grecia e a Londra, oltre ovviamente nel posto in cui vivo. Sono una ragazza semplice, mi piacciono le lunghe passeggiate, stare in famiglia, giocare con i miei cani, ed ovviamente, oggi, essere da supporto a chi […]

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Vivere con la sindrome di Tourette, quando il burattinaio muove i fili al posto tuo

La sindrome di Tourette nelle parole di chi ci convive tutti i giorni Immaginate di essere a tavola con i vostri genitori, di mangiare il solito pollo arrosto, di bere la solita acqua incolore. In tv danno lo stesso film di sempre, vostro fratello vi prende in giro e voi state per mandare giù il terzo boccone della serata ridendo di gusto. D’un tratto il vostro braccio prende vita propria, la mano sbatte contro il tavolo battendo uno, due, tre colpi in sequenza. La bocca inizia a muoversi senza preavviso, le frasi che sentite urtare l’aria non sono state il frutto di una vostra scelta ma l’inizio di un copione scritto da un burattinaio. Movimenti e parole si mescolano senza che voi possiate fare nulla, poi il corpo si affloscia e torna vostro. Questo è quello che è successo a Daniela Giannoni, in arte Ashley, su Instagram: pl4ntmom_. Ecco la storia della ragazza genovese affetta da sindrome di Tourette, i cui fili della sua vita sembrano essere mossi da un burattinaio che non conosce. Cos’è la Sindrome di Tourette La sindrome di Gilles de la Tourette è un disturbo del neurosviluppo che causa essenzialmente tic motori e fonici involontari. Esso insorge durante l’infanzia o l’adolescenza ma può anche essere scatenato da momenti traumatici specifici. I tic scaturiti dalla sindrome sono del tutto involontari e di difficile controllo e non hanno alcuno scopo specifico. Talvolta, gli scatti che avvengono durante l’infanzia potrebbero essere scambiati come le prime avvisaglie di tale sindrome ma questi ultimi sono di tutt’altro genere. I tic della sindrome di Tourette, infatti, sono gesti o parole ripetuti in maniera convulsiva in diversi momenti della giornata. Nella maggior parte delle casistiche, si attenuano col passaggio dall’età infantile/adolescenziale a quell’adulta. Tutt’altra storia la questione della sindrome che scompare in età adulta perchè, di fatto, essa potrebbe perdurare per sempre. Essa è più comune di quanto si pensi: basti pensare che essa si manifesta in un bambino su 162, spesso di sesso maschile. Tuttavia, ad oggi, sono molti i casi non diagnosticati.  Quali sono le cause? Non è possibile ad oggi ricondurre la causa della sindrome di Tourette ad un solo evento, tuttavia, essa sembra sia legata a fattori genetici, neurologici e ambientali. Per quanto riguarda i fattori genetici, infatti, sembra che molti pazienti affetti da Tourette abbiano almeno una persona in famiglia con la medesima sindrome. Sono molti gli studiosi a pensare che sia un gene la causa scatenante ma ad oggi tale ipotesi non ha risvolti scientifici rilevanti. Per quanto riguarda i fattori neurologici, pare si tratti di disfunzioni celebrali. In particolare, si è fatta attenzione ad una sostanza, chiamata dopamina. C’è da ricordare che la dopamina, sostanza di neurotrasmissione presente nel cervello, si occupa di numerose funzioni, tra cui l’azione sul comportamento, sul movimento, sul sonno e sull’umore. Le disfunzioni celebrali riguardano il sistema dopaminergico, le aree limbiche, i gangli della base e la corteccia prefrontale all’interno del cervello. I fattori ambientali, infine, sottolineano di come la Tourette sia […]

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Mal di schiena: quali cause? I rimedi per alleviare il dolore

Le cause che possono indurre il mal di schiena possono essere davvero tante. Non a caso, secondo recenti studi, il mal di schiena è un disturbo talmente diffuso che risulta essere la terza causa di assenza dal lavoro. Ne soffrono circa il 25% dei lavoratori e negli individui con più di 50 anni la percentuale di chi ha dolori alla schiena si alza molto, oscillando tra il 60 e l’80%. Si tratta di un problema piuttosto comune che spesso può essere risolto semplicemente ricorrendo ad una gamma di prodotti antinfiammatori per dolori alla schiena.   Le possibili cause Il mal di schiena, come detto, può avere matrici diverse. Può essere generato ad esempio da un trauma a seguito di un infortunio o un movimento sbagliato. In questo caso è semplice individuare la causa perché il paziente si accorge del momento in cui succede. In questi casi il dolore è molto intenso e localizzato, si sentono delle fitte alla schiena e si ha difficoltà a stare seduti o in piedi (posizioni in carico).   Diverso invece è il mal di schiena cronico che limita molto il paziente nella vita di tutti giorni e influisce negativamente sul suo umore. Un mal di schiena cronico può derivare da abitudini posturali scorrette al lavoro, a casa o in macchina, se si guida tanto; la sedentarietà, perché viene meno l’elasticità della colonna. Anche l’attività sportiva svolta male, perché si carica in modo sbagliato la colonna vertebrale.   Esistono però anche cause viscerali come la frequente colite, o il colon irritabile. Ricordiamo che l’intestino è avvolto dal peritoneo, il quale ha rapporti con la colonna vertebrale.   Anche la predisposizione purtroppo è una causa di dolore alla schiena. C’è chi è più propenso “all’usura” delle vertebre o dei dischi intervertebrali. Senza dimenticare le patologie che influiscono sulla schiena come l’ernia del disco. L’ernia discale si ha quando la porzione più esterna del disco (anello fibroso o anulus) compreso tra due vertebre si fessura e ne fuoriesce del materiale discale (nucleo polposo). Se questo materiale comprime dei nervi, oltre al forte dolore si possono avere altri sintomi come il formicolio o sintomi più gravi. In alcuni casi si può arrivare al temuto deficit di forza (“paresi periferica”) di un movimento specifico. Ad esempio, l’impossibilità di camminare sulle punte dei piedi oppure sui talloni.   I rimedi I rimedi, come le cause, possono essere diversi. Se il dolore è tutto sommato sopportabile si possono utilizzare prodotti antinfiammatori, mentre se il dolore fosse molto acuto potrebbero essere necessarie terapie strumentali come la Laserterapia o la Tecarterapia che aiutano a ridurre l’infiammazione e il dolore. Per l’ernia del disco si può ricorrere all’Ozonoterapia che spesso da buoni risultati dopo 3-4 settimane. Superata la fase acuta diventano fondamentali una idonea terapia manuale e/o un trattamento osteopatico, per migliorare le contratture muscolari ed i rapporti articolari. La terza e altrettanto importante fase è quella del rinforzo muscolare, con esercizi per il mal di schiena specifici e guidati dal fisioterapista.

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La Pastiera: la bontà ed il gusto della variante ischitana

La Pastiera, dolce tipico napoletano, tra i più apprezzati non solo in Campania, è stata riconosciuta come “Prodotto Agroalimentare Tradizionale”. Così come per ogni dolce, ne esistono molte varianti, ognuna con caratteristiche organolettiche diverse, in grado di catturare anche i palati più sopraffini. Rispetto alla ricetta napoletana, probabilmente in molti avranno assaggiato o sentito citare la variante ischitana, diversa da quella tradizionale. Pastiera ischitana e Pastiera napoletana: quali sono le differenze Gli ingredienti propri della ricetta tradizionale sono: la frolla, lo strutto (che spesso viene sostituito dal burro, soprattutto da chi sceglie una dieta vegetariana) e la crema col grano. Per quanto riguarda questo ingrediente, è stato attestato che storicamente veniva preparato esclusivamente in casa, quindi con tempi di ammollo e cottura molto lunghi. Etimologicamente, sembrerebbe che il nome ‘Pastiera’, derivi molto probabilmente dall’abitudine che un tempo prevedeva l’utilizzo della pasta cotta al posto del grano. Ad Ischia, conversando con le donne di un tempo, si scopre che in realtà non esiste una vera e propria ricetta standard, ma che ogni famiglia realizza la pastiera rifacendosi a vecchie tradizioni tramandate da generazioni.  Ed è così che ad ogni cucchiaio di grano si associa una buona dose di fantasia, storia e passione e anche qualche segreto, uniti a dolci ricordi.  La ricetta della Pastiera ischitana prevede una preparazione molto lunga, nella quale si annovera tra gli ingredienti, la crema pasticciera, aromatizzata con bucce d’arancia o di limone. Come abbiamo detto, il ripieno tradizionale napoletano, non prevede la crema pasticciera, ma, aggiungendola si otterrà un composto più omogeneo e ricco di sapore. Oltre alla realizzazione della crema pasticciera, che in tanti frullano per evitare grumi (soprattutto perché la consistenza del grano non piace a tutti) esistono alcuni alcuni accorgimenti sui quali ancora si dibatte. Qualcuno spennella sulla superficie della pastiera, il tuorlo dell’uovo, per renderla più lucida. Ad Ischia, così come dolcemente raccontano le tante persone che vivono sull’isola verde, questa tradizione è considerata una vera e propria eresia. Non si aggiunge né uovo, né zucchero a velo, e nemmeno la cannella, soprattutto perché in questo caso il dolce tipico pasquale rischierebbe di scurirsi e presentare un brutto aspetto. Sull’isola d’Ischia, e ovviamente in Campania, così come nel resto dell’Italia meridionale, mangiare è un momento importante, che va oltre la semplice necessità di nutrirsi. Indipendentemente dal culto religioso che si abbraccia, la Pastiera è un dolce che rappresenta una vera e propria “istituzione culinaria”. Il grano, le uova, la ricotta, la pasta frolla, le essenze, sono tutti elementi che s’intrecciano tra loro, creando un mix perfetto di storia, cultura e tradizione. Storia e tradizione in un dolce amato da tutti Storicamente, è noto che la ricetta originale della tradizione napoletana, prevede che la Pastiera sia nata in un convento, a San Gregorio Armeno: tutto grazie a una suora che, nel Settecento pensò di abbinare gli ingredienti simbolo della Pasqua cristiana alla ricotta e ad altri ingredienti da poco arrivati dall’Oriente, come la cannella. Inoltre, si narra che la Pastiera fece sorridere Maria Teresa […]

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Satanismo razionalista. Caratteristiche e fondamenti

Si è parlato spesso di satanismo e delle pratiche occulte e liturgiche ad esso connesse. Meno forse di “satanismo razionalista”. Ma procediamo per grado. Col termine “satanismo” si intende un atteggiamento di ribellione a Dio, alla Chiesa e ai suoi dogmi, tradotto nell’adorazione della figura dell’Anticristo per eccellenza: Satana. Tale venerazione viene praticata da piccoli gruppi organizzati in forma di movimenti (conosciuti spesso come “sette”), attraverso pratiche culturali e cerimoniali, in netta opposizione all’osservanza dei precetti cattolici, che pertanto non vengono seguiti, commettendo i peccati che Dio maledice. Ma esistono diverse tipologie di satanismo, tutte accomunate dal medesimo rifiuto del controllo della propria vita da parte di terzi, abbracciando invece la concezione di una vita vissuta in maniera responsabile e autonoma, mirando alla realizzazione e alla libertà. Ciò che invece differenzia sostanzialmente le tipologie di satanismo è il diverso modo di concepire la figura di Satana. Per il “Satanismo occultista” è un’entità spirituale preternaturale, protagonista della corrente più “nera” del satanismo. La tendenza comune è quella di venerare Satana compiendo rituali magici finalizzati ad ottenere il suo aiuto e la sua protezione. Viene considerato invece come una divinità a tutti gli effetti nel “Satanismo spirituale”, che simpatizza per le religioni pagane, in particolare quelle sumero-babilonesi, rifiutando quelle ebraica e cristiana. Viene qui esaltata la meditazione, la cartomanzia, la numerologia, l’utilizzo dell’ouija e la pratica voodoo, propedeutiche per l’unificazione a Satana. Ancora, questi viene considerato come archetipo di uno stato di coscienza superiore dell’uomo nel “Satanismo gnostico”. Qui Satana è concepito come una divinità che ha dato all’uomo la capacità di evolversi, tornando al suo stato divino originario. E l’ignoranza, dunque, intesa come assenza di conoscenza, è concepita come peccato, condizione da cui l’uomo ha il dovere di riscattarsi, mediante lo studio approfondito e facendo tesoro delle esperienze di vita. E alcuni di tali princìpi risultano molto simili a quelli predicati e propugnati dal “Satanismo razionalista”, secondo la cui visione Satana non rappresenta una reale divinità da adorare e servire, ma il simbolo di autodeterminazione personale. Andiamo ad approfondire il concetto. Satanismo razionalista. Definizione e caratteristiche Il satanismo razionalista, meglio noto come “Satanismo di LaVey” o “Satanismo laveyano”, è una particolare visione del mondo e della vita, ufficialmente praticata dalla Chiesa di Satana, fondata dal teorizzatore esoterista, scrittore e musicista statunitense Anton Szandor Artur LaVey, vero nome Howard Stanton Levey, da cui il movimento trae nome. A capo dell’organizzazione c’è un “sommo sacerdote”, assistito dalla “gran sacerdotessa” legatagli sentimentalmente, e il sacerdote fu ovviamente LaVey dal 1966 al 1997. Attualmente è Peter Howard Gilmore, insieme alla moglie Peggy Nadramia. Tale Chiesa di Satana non fa affatto mistero della propria esistenza, tanto che il 6 giugno 2006 ha tenuto il suo primo rituale pubblico a Los Angeles. Il satanismo razionalista è ateo e concepito in chiave materialista, edonista, anticristiana e umanista. Si concentra sulla conoscenza, sull’esperienza diretta, sulla fiducia e sul sostegno delle scienze empiriche, sul libero pensiero, sulla creatività e la libertà personale, insieme alla crescita autonoma dell’individuo. Ma la differenza […]

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Guerra e pace di Lev Tolstoj: la storia che si affianca alla realtà

Guerra e pace è un romanzo di Lev Tolstoj, scritto tra il 1863 e il 1869, considerato da molti il più grande romanzo storico dell’Ottocento. Lev Tolstoj è uno dei più grandi autori di tutti i tempi, sicuramente tra i più celebri scrittori russi. L’autore, sul quale ancora oggi si dibatte, provò a convincere nelle ultime pagine di Guerra e Pace, uno dei suoi capolavori, che i cosiddetti “grandi uomini, in realtà non contano niente”. Guerra e pace: un romanzo che oltrepassò i confini Lev Tolstoj iniziò a scrivere il suo romanzo molto presto, a trentacinque anni. La personalità, già perfettamente delineata, e quell’ideologia che ammaliò i lettori dell’illustre romanzo, nascono dalla capacità dello scrittore di infondere nel proprio romanzo una forte maturità, accostata ad una altrettanto forte capacità d’introspezione psicologica. Guerra e Pace s’inserisce in un contesto storico importantissimo, tant’è che l’opera diventò una vera e propria epopea caratterizzata da due concetti chiave (utili a comprendere meglio il fitto tessuto narrativo del romanzo). Uno degli aspetti primari, notevolmente importante, è basato sulla convinzione che “La storia non è fatta dai grandi condottieri (tra i quali Napoleone, descritto con parole non propriamente floride) ma da gruppi di individui, ossia il popolo, ma anche i ricchi, i nobili, gli umili, i generosi, i sognatori“. Le prime edizioni di Guerra e pace, furono pubblicate a partire dal 1865, sulla rivista Il Messaggero russo, ma due anni dopo, l’opera, immensa in bellezza e testo, aveva già rotto gli argini, oltrepassando i confini letterari, diventando qualcosa di grande ed ambizioso. Sicuramente con Guerra e Pace si delinea la grandezza di Lev Tolstoj, che si contrappone per certi versi alla grandezza ideologica che lo caratterizzava, sulla quale ancora oggi gli storici si soffermano. L’intento dello scrittore russo apparve subito chiaro: sconfessare l’ideologia romantica della guerra, stravolgendo le gerarchie ideali esistenti, fornendo una versione caricaturata dei personaggi. Napoleone Bonaparte: secondo Tolstoj un condottiero vanitoso e stratega Tra i vari personaggi storici presenti nell’opera, grande rilievo (non propriamente in chiave positiva) fu data a Napoleone Bonaparte, colpevole di credere d’essere l’artefice del proprio destino, descritto come un bambino che sopra ad una carrozza si crede il conducente. Ricordiamo che il condottiero venne ritratto sul campo di battaglia di Borodino, in Russia. In quell’occasione, nonostante la vittoria, l’esercito francese subì gravissime perdite. Nel romanzo, ogni aspetto di relativo a Napoleone Bonaparte, è annotato da commenti di vari autori: tra questi Nikolaevich che sottolineò il contrasto tra la nullità dell’imperatore e la sua autostima sopravvalutata. All’interno del romanzo, si configura l’immagine del popolo russo, ben distinto dalle personalità storiche, che si muove all’unisono, senza pianificazione, strategie, con una visione funzionale che gli consente di trasformare la guerra in un evento glorioso. Il popolo russo e Napoleone Bonaparte, sono due aspetti rilevanti del romanzo, poiché permettono di distinguere tra personaggi storici e personaggi umani, ben delineati da Tolstoj. Il mondo storico permette di dare una configurazione storica alla trama, mentre il popolo sottolinea l’agire umano, la verità, senza artefatti, e dunque la morale. […]

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Pareidolia: vedere ciò che non esiste

Si parla di pareidolia per indicare quell’illusione subcosciente che tende a ricondurre oggetti dalle forme casuali a immagini note. Perché vediamo nella casuale forma delle nuvole immagini di animali e oggetti già presenti nella nostra memoria? L’illusione della pareidolia La parola pareidolia viene dal greco eidon (=immagine) e parà (=vicino) ed è autoesplicativa: l’illusione porta l’uomo ad associare forme casuali a immagini già note e presenti nella nostra memoria. Quest’illusione altro non è che la tendenza istintiva a trovare delle strutture e forme ordinate in immagini caotiche. Ad esempio, uno degli episodi che si verificano più spesso nella vita di tutti i giorni è ricondurre una forma astratta ad un volto umano: basti pensare ad una macchia di caffè nel cappuccino che ci ricorda un fiore o alla forma di una foglia che ci ricorda un cuore. Ma la pareidolia non interessa solo le immagini casuali: un esempio di applicazione, seppure in maniera appositamente studiata, sono le emoticon. Queste faccine altro non sono che elementi grafici assemblati per trasmettere una reazione, un’emozione. L’essere umano non impiega più di un attimo a ricondurre alle emoticon il suo significato, proprio perché riconoscere il volto umano è per l’uomo un fenomeno quanto più istintivo possibile. Si ritiene inoltre che questa tendenza sia stata favorita dall’evoluzione, perché consente ad esempio di individuare una situazione di pericolo da pochi indizi; si tratta appunto di istinto. Questa capacità innata che avevano già i nostri antenati preistorici consentiva loro di riconoscere un predatore mimetizzato nella natura: oggi, tutto ciò, si tramuta in una naturale attitudine che l’uomo manifesta ogni giorno. Illusioni pareidolitiche nell’arte Nel corso della storia troviamo molti esempi di pareidolia nell’arte. Molti artisti si sono divertiti a nascondere, tra gli alberi o nelle nuvole, volti umani e significati vari. Ad esempio, nella Basilica di Assisi del XIII secolo è stato trovato nell’affresco di Giotto il volto di un demone, nascosto tra le nubi. Lo stesso episodio accade con ricorrenza in diverse opere di Andrea Mantegna, dove tra le nuvole possiamo scorgere dei volti umani o animali. Un altro brillante esempio di pareidolia è dato dal famosissimo Arcimboldo, che creava nel XVI secolo volti umani con zucchine, carote e cipolle. Nel suo dipinto L’Ortolano (1590) capovolgendo un cesto di verdure il significato dell’opera cambia completamente proponendoci il viso di un uomo: in questo caso il fenomeno ci mostra come, a seconda del punto di vista, l’uomo riconduce due significati diversi alla stessa composizione. Tante illusioni ottiche giocano proprio su questa tematica. Il maestro della pareidolia nell’arte è senza dubbio Salvador Dalì, che crea con accostamenti, ombre, profondità e distorsioni dei giochi ottici incredibili, per lo più in un periodo storico in cui la scoperta dell’inconscio è al centro della produzione artistica-letteraria e tutte le espressioni della mente assumono un certo valore e interesse. C’è poco da fare: i neuroni del cervello estraggono il significato delle cose anche nel caos. Nel quadro Madonna of the Birds (1943) di Dalì, uno stormo di uccelli compone il volto di […]

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Tafofobia. La paura dell’essere sepolti vivi

Le paure che ci angosciano sono tante e ognuno di noi vi reagisce in modo diverso. C’è chi ha paura dei ragni, chi degli spazi stretti e chi dei clown. Ma nessuna di queste potrebbe competere per livelli di angoscia e di terrore con la paura di essere seppelliti vivi: la tafofobia. Il terrore di ritrovarsi chiusi all’interno di una bara e seppelliti sotto cumuli e cumuli di terra in stato di coscienza ha sfiorato più di una volta i nostri pensieri e ha stimolato l’immaginario culturale e popolare. Basti pensare a La sepoltura prematura, racconto di Edgar Allan Poe del 1844 in cui vengono elencati esempi di uomini e donne sepolti ancora vivi e creduti morti. Chi ricorda poi Uma Thurman seppellita sotto metri di terra e chiusa in una bara che riesce a sfondare tramite una serie di pugni in Kill Bill: Volume 2? Ci sarà inoltre capitato di leggere sui giornali i tragicomici racconti di persone che si sono ritrovate in uno stato di morte apparente e che si sono svegliate durante il loro funerale, con tanto di parenti e amici affranti che si spaventano per lo stupore e l’incredulità. Tafofobia, invenzioni per contrastare la “morte apparente” Per evitare questi episodi spiacevoli fin dal diciannovesimo secolo sono state brevettate una serie di bare di sicurezza, dette anche safety coffin. La prima risale al 1790 e fu inventata per il duca Ferdinando di Brunswick. Era provvista di una finestra verso l’esterno, dalla quale passava la luce, e di un tubo per respirare. Venivano poi inserite due chiavi, una per la bara e l’altra per la tomba, nella tasca del sepolto. Nel 1822 Adolf Gutsmuth, medico tedesco, inventò una bara di sicurezza e decise di testarla su sé stesso, facendosi seppellire per un numero importante di ore. Essa era prevista di un condotto dal quale riceveva del cibo dall’esterno, riuscendo così a sopravvivere. Sette anni dopo il dottor Johann Gottfried Taberger brevettò un modello in cui mani, piedi e testa del defunto venivano legati a un sistema di corde, a sua volta collegato con un sistema di campane all’esterno che si sarebbero messe a suonare nel caso della presenza di una persona viva all’interno della tomba. Tuttavia l’invenzione si rivelò inutile, poiché la decomposizione naturale dei cadaveri provocava l’azionamento delle campane. Anche il medico statunitense Timothy Clark Smith si interessò all’argomento, essendo proprio affetto da tafofobia. A lui si deve l’invenzione di una cripta dal gusto decisamente “macabro”: la testa del defunto veniva lasciata verso l’esterno ed era coperta soltanto da una finestrella di vetro, in modo che il sepolto potesse avvisare i passanti della sua presenza. Curiosamente il dottor Smith, morto nel 1893, fu interrato proprio all’interno della sua invenzione visibile ancora oggi all’Evergreen Cemetery di New Heaven, nel Vermont. Sempre nell’800 il ciambellano russo Michel de Karnice inventò una tomba che porta il suo nome, la “Karnice”. Una sfera di vetro veniva collegata a una molla posizionata sul petto del sepolto e questa, a sua volta, era […]

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Cosa regalare ai nonni per Natale?

Cosa regalare ai nonni a Natale? L’idea è scegliere qualcosa che unisca originalità, estetica e utilità. Dopo tutto, i nonni sono le persone più speciali della nostra vita e il loro amore e la loro dedizione vanno assolutamente ripagati. Ecco perché è importante optare per qualcosa di bello e al contempo speciale, che dimostri tutto l’affetto che proviamo nei loro confronti. Di seguito qualche idea regalo di Natale che si addica ai gusti e alle esigenze dei nonni. Macchinetta per il caffè e il cappuccino Si tratta di uno degli oggetti più utilizzati in assoluto da chiunque ami sorseggiare un buon caffè al mattino, appena sveglio. Il profumo del caffè è una delle gioie della vita e una macchinetta pratica e funzionale che ne faccia uno paragonabile a quello del bar farebbe contento chiunque, compresi i nonni. Un dispositivo di questo tipo farà sicuramente la loro gioia e renderà più semplici (e golose) le loro colazioni. Coperta da divano Qualsiasi nonno ama trascorrere le proprie serate sul divano a guardare la TV o a leggere un buon libro, soprattutto durante la stagione invernale. E allora perché non regalare loro qualcosa che renda ancora più comodo e piacevole il post-cena? Una morbidissima coperta da divano può essere un’idea regalo di Natale molto apprezzata. Ve ne sono di tante tipologie diverse, da quelle classiche con motivo a quadrettoni a quelle con dedica personale stampata. Grembiule da cucina Le nonne ai fornelli sono davvero imbattibili. E quanti di noi avrebbero patito la fame se non ci fosse stata la nonna a viziarci con i suoi straordinari manicaretti? Allora perché non optare per un’idea regalo di Natale che unisca l’utile al dilettevole e che consacri una volta per tutte il talento delle nonne in cucina? Un simpatico grembiule recante la scritta “nonna chef” potrebbe essere un regalo molto apprezzato per una nonna che ama cucinare! Fiori da tè Probabilmente, molti di voi non ne hanno mai sentito parlare, ma quella dei fiori da tè potrebbe essere un’idea regalo apprezzatissima dalle nonne che amano il tè. Si tratta di bouquet di fiori secchi mescolati con foglie di tè. Provengono dalla tradizione cinese e sono in grado di stupire chiunque, nonché di dare un tocco d’eleganza alla tavola. Basta versarvi dell’acqua calda sopra e pian piano i fiori sbocciano nella tazza, rilasciando il proprio infuso! La tradizione vuole che i primi bouquet di fiori da tè fossero destinati all’imperatore cinese, in virtù della loro bellezza e raffinatezza. Orologio portafoto da parete Chi desidera fare un regalo di Natale personalizzato ai propri nonni deve assolutamente prendere in considerazione gli orologi portafoto da parete. Ve ne sono di tantissime tipologie differenti, affinché ognuna possa adattarsi a un diverso stile di arredamento. Negli spazi riservati alle foto è possibile inserirvi una o più fotografie di tutta la famiglia. I modelli più appariscenti dispongono di dodici riquadri in sostituzione delle ore.  

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Regali personalizzati per amici o per clienti: a ciascuno il suo

Si sa, il miglior regalo è quello che ti fai da solo. Oppure, se vogliamo essere meno pragmatici e più romantici, il miglior regalo è quello fatto da una persona cara, che ti conosce bene e sa cosa apprezzi. A questo proposito, un’ottima risorsa, decisamente originale, possono essere i regali personalizzati: oggetti personalizzati con foto o testo, o entrambi, scelti dal committente, doni perfetti per celebrare un momento speciale, come un anniversario, una laurea, un compleanno o una promozione a lavoro, o anche senza un particolare motivo o ricorrenza, soltanto per ricordare a qualcuno che gli vuoi bene.  Ma un gadget personalizzato può rivelarsi anche un efficace strumento per chi fa impresa: un oggetto utile e di utilizzo quotidiano che, attraverso l’esposizione del marchio e del logo della propria attività, contribuisce a fidelizzare il cliente ed attrarne, potenzialmente, di nuovi. Regali personalizzati: come stupire le persone che ami Dove trovare regali personalizzati che siano originali e di qualità ad un prezzo contenuto, innanzitutto? Un’ottima risorsa sono i negozi di souvenir, negozi non soltanto fisici, come se ne trovano in tutte le località turistiche, ma anche online. L’e-commerce può venirci incontro, oggi più che mai, per soddisfare l’esigenza di originalità a prezzi contenuti nella ricerca del perfetto regalo personalizzato. Dai più classici dei classici (ma sempre apprezzati) come una t-shirt personalizzata con una scritta divertente o l’immagine di un film o una serie tv, una tazza o una cornice con una bella foto, una cover per cellulare, articoli per la casa o finanche dei grembiuli personalizzati economici, per gli amici amanti della cucina o per il proprio ristorante, con il logo ed il nome del locale: ce n’è per tutti i gusti, per tutte le tasche e per tutte le esigenze! La personalizzazione renderà l’oggetto originale ed unico, a misura di chi lo riceverà e non potrà fare a meno di apprezzarlo. Non soltanto per festeggiare una ricorrenza: i gadget personalizzati sono un ottimo alleato della propria attività economica Ma non si tratta soltanto di semplici regali: i regali personalizzati possono essere un’ottima risorsa, per chi fa impresa, per fidelizzare il cliente attraverso utili gadget, veri e propri omaggi promozionali come la classica penna, un portachiavi, una shopping bag in tela o un block notes che presentano il marchio della propria attività e/o il proprio slogan, contribuendo a pubblicizzarlo e, dunque, ad attirare altri potenziali clienti. Al titolare di un’impresa converrà sfruttare le potenzialità del web e servirsi di negozi di souvenir online per ordinare all’ingrosso un ampio numero di gadget da distribuire ai propri clienti, consegnati in tempi brevi e a basso costo. I gadget personalizzati sono un’attenzione gentile nei confronti del cliente, soprattutto quando questi si rivelano oggetti utili e di utilizzo quotidiano, e hanno il vantaggio ulteriore di apportare al proprio marchio pubblicità ad un prezzo davvero contenuto. Il merchandising personalizzato si rivela, dunque, un’abile strategia per fidelizzare il cliente ed aumentare le proprie possibilità di vendita, specie se associato ad un logo ed un nome originale e […]

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Fun e Tech

Le tappe fondamentali dell’evoluzione del coding

Se è possibile pensare all’informatica come a uno dei pilastri del mondo lavorativo moderno, viene spontaneo fare riferimento al coding come lo strumento utile per plasmarlo e per espanderlo, in grado di accrescere continuamente le opportunità, dandoci la possibilità di migliorare le nostre vite. Il coding ci permette di vivere e lavorare nella maniera più efficiente possibile, e di aggiungere un grado sempre maggiore di flessibilità alle nostre esistenze. E non è un caso che la programmazione sia una delle professioni che ha riscontrato il tasso di crescita maggiore negli ultimi 10 anni. La comunità di coder è sempre più folta e nutrita e la richiesta per i prossimi anni è destinata a crescere ancora. In questo contesto il corso Hackademy organizzato da aulab – una full immersion intensiva con una formazione attenta sulle tecnologie più moderne utilizzate nello sviluppo web –  rappresenta sia un modo per costruire le proprie competenze per essere in grado di inserirsi in questo contesto lavorativo, ma anche per aggiornare le competenze di chi ha già delle basi della programmazione, grazie a un metodo di lavoro innovativo e strutturato in grado di migliorare la propria produttività e diversificare l’approccio con questo tipo di attività.   Abbiamo parlato della rilevanza attuale a futura del coding, ma quali sono le tappe fondamentali che hanno reso la programmazione quello che è al giorno d’oggi? Ada Lovelace e gli albori della programmazione La matematica inglese, nata a Londra nel 1815, è indicata da più parti come la prima vera programmatrice della storia. Dopo l’incontro con Charles Babbage – l’inventore della macchina analitica – la scienziata rimase letteralmente folgorata, tanto da impegnarsi anima e corpo sullo studio di quello che rappresenterà di fatto il primo algoritmo pensato per essere processato da una macchina. Alan Turing  vs Enigma Un altro contributo fondamentale al mondo del coding è stato offerto da un altro matematico britannico, Alan Turing. Nel 1923 l’esercito tedesco aveva creato una macchina in grado di comunicare in maniera segreta usando messaggi in codice: l’Enigma. Turing riuscì a violare questi codici, dando un contributo decisivo per abbreviare la durata dello scontro bellico, salvando quindi tantissime vite umane. Il concetto venne poi sviluppato dallo stesso scienziato con la creazione di macchina in grado di compiere più di un task, grazie alla sua capacità di leggere istruzioni multiple all’interno di un sistema binario. L’unico vero inconveniente del sistema era che questo era in grado di leggere le istruzioni tramite enormi bobine cartacee, una modalità particolarmente scomoda che venne risolta da alcuni ricercatori della Manchester University, con l’introduzione della prima memoria elettronica. La macchina creata dai ricercatori inglesi aveva una capacità di 128 byte ed aveva delle dimensioni esagerate, tali da riempire una stanza. Anni ’50 e ‘60: linguaggi di programmazione e altre invenzioni fondamentali La fine degli anni ’50 è contrassegnata dall’invenzione di linguaggi di programmazione in parta ancora usati ai giorni nostri, come COBOL, LISP e FORTRAN.  Negli anni ’60 nasce il primo mouse, viene sviluppato il primo concetto di gaming tramite […]

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Fun e Tech

Cosa fare quando si riceve una casa in eredità

Decidere di vendere una casa ricevuta in eredità può essere difficile e richiedere tanto impegno e pazienza, ma si tratta probabilmente della scelta più saggia, soprattutto se si ha già un’abitazione di proprietà. Si tratta di un piccolo tesoro, magari arrivato inaspettatamente, che deve essere valorizzato il più possibile. Per fare ciò è meglio scegliere la migliore agenzia immobiliare della vostra zona per avere un supporto continuo da parte di professionisti che sappiano muoversi e dare consigli utili in ogni step del processo di vendita. Ecco però alcuni aspetti da non sottovalutare prima di mettere la casa sul mercato. Luci accese Una delle cose da fare dopo che la casa è entrata nella nostra disponibilità è fare dei passi che tutelino il bene. Prima di tutto la casa deve sembrare occupata per non attirare le attenzioni di ladri e malintenzionati in genere. Lasciare delle luci accese può essere un’ottima soluzione. Per fare ciò sarà opportuno dare un’occhiata allo stato dei contratti di luce, acqua e gas, eliminando quelli che si ritengono non necessario. Il primo è decisamente più importante degli altri due se non si ha l’intenzione di abitare nella casa. Attenzione anche alle eventuali rate del mutuo e alle tasse comunali.   Mantenimento delle condizioni Una delle cose che risultano essere più seccanti è la pulizia di una casa in cui non si vive, come se non bastasse quella giornaliera degli ambienti in cui abitiamo regolarmente. Si tratta di un aspetto fondamentale per mantenere inalterato il valore dell’immobile, e che anzi, con qualche piccolo lavoretto extra, potrebbe portare anche un guadagno superiore alle attese. In maniera analoga, riuscire a trovare una sistemazione a tutte le cose presenti all’interno della casa può non essere semplice.  Una strada potrebbe essere quella di invitare qualche parente dandogli la possibilità di portarsi via quello che vuole. In alternativa esistono dei mercatini dell’usato che possono mettere in vendita mobili e accessori tenendoli in esposizione in spazi propri, dietro il pagamento di una percentuale a vendita conclusa. In certi casi liberarsi delle cose appartenenti al defunto può essere doloroso, ma evitare di farlo non potrà che diventare un peso che si trascinerà fino alla concretizzazione della vendita della casa.   Alternative alla vendita Se invece non si ha intenzione di vendere l’immobile ereditato esistono altre due strade, ognuna delle quali comporta dei pro e dei contro. Usare la casa come nuova abitazione Se si sceglie di utilizzare l’immobile ereditato come nuova casa sarà necessario effettuare prima di tutto una ricognizione delle condizioni dello stesso in modo da accertarsi che si tutto nella norma e che quindi non siano necessari lavori di manutenzione extra e riparazioni. In caso di comunione ereditaria bisognerà mettersi d’accordo con i comproprietari, sincerandosi che il trasferimento sia ben accetto, evitando quindi la nascita di problemi fastidiosi. C’è sempre la possibilità di optare per una compravendita delle quote ereditarie per acquisire l’intera proprietà della casa, ma questo spesso richiede somme di denaro ingenti.   Optare per la locazione per generare reddito Se […]

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Pausa caffè con gatti: il nuovo romanzo di Charlie Jonas

Pausa caffè con gatti è il nuovo romanzo di Charlie Jonas edito da Garzanti. L’autore tedesco Charlie Jonas, nella stesura del suo amabile romanzo, si è ispirato a qualcosa che realmente esiste; in una libreria del Canada, è infatti possibile comprare libri e adottare gatti. Qualcosa di estremamente dolce e tenero al tempo stesso; cultura e amore insieme. Trama e curiosità “Si aggirano furtivi tra i tavolini, dormono sugli scaffali, usurpano le sedie più comode. Sono loro i veri padroni della caffetteria più famosa della città: i gatti, come la dolce Mimi. Sarà forse per questo che proprio lì, in quel luogo, si susseguono avvenimenti straordinari. Ascoltando il suono delle fusa, dolce melodia, tutto sembra più facile, ogni scelta meno difficile, ogni errore meno irrimediabile. Perché tutti hanno ostacoli da superare e scuse da fare, ma i gatti possono aiutare a trovare il coraggio di cambiare”. La narrazione inizia con la vicenda di Susan, una signora che ha sempre vissuto in Germania e che dopo la morte del marito ha preferito non viaggiare più. Un delicato intervento chirurgico al quale dovrà sottoporsi si tramuta in occasione di viaggio. La donna sceglie Ischia, isola del Golfo di Napoli, come destinazione della propria vacanza. La ben nota “ isola verde “è descritta con qualche stereotipo che probabilmente non tutti condivideranno, possiamo dire che l’autore ne sottolinea le sembianze “all’italiana”, ma ciò è solo un dettaglio e non influirà sulla storia vera e propria. Tuttavia, la digressione sul viaggio di una delle protagoniste, permetterà evadere dall’immagine standardizzata dell’ambientazione unica che spesso contraddistingue tanti romanzi, e si configura come una nota di freschezza per Pausa caffè con gatti. La Signora Susan decide dunque di viaggiare, inizialmente per poco tempo, e poi dilatando sempre più i giorni di vacanza. Decisa più che mai, l’unico “problema” è Mimì, il suo gatto, dalla quale non si è mai allontanata. Il gatto, che diventerà il fulcro dello splendido romanzo, sarà affidato alle amorevoli cure di Leonie, proprietaria di una caffetteria. Grazie alla presenza di Mimì, alle fusa che dispensa a tutti, senza pensarci troppo, alla tenerezza del suo sguardo, alla morbidezza del manto che avvolge il suo corpo, la caffetteria diventerà un luogo magico, amato e ben voluto da tutti. Un luogo dove nell’aria si respira amore, all’interno del quale ogni cosa si tinge di semplicità. Mimì diventa, pagina dopo pagina, il gatto di tutti, e la sua presenza stravolgerà la vita delle tre protagoniste del romanzo. Pausa caffè con gatti: amare incondizionatamente il proprio amico a quattro zampe Charlie Jonas sottolinea l’importanza di avere con sé un animale, in questo caso un gatto, che dona amore incondizionatamente. Convivere con un animale non è semplice, occorre assumersi delle responsabilità, che saranno poi ripagate incommensurabilmente, grazie al rapporto speciale che si crea con i propri amici a quattro zampe. Proprio su ciò verte il romanzo intitolato Pausa caffè con gatti. Le protagoniste, grazie ad uno stile scorrevole e semplice, senza artefatti, vivono la quotidianità con tutto ciò che essa […]

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Il saggio di Jonathan Rowson sul senso degli scacchi: La mossa giusta

“La mossa giusta” è l’interessante saggio di Jonathan Rowson sugli scacchi, edito da Garzanti editore, tradotto sapientemente da Giuliana Mancuso La trama «Gli scacchi illuminano la vita nel suo insieme, riportandoci a domande eterne: qual è il mio posto nel mondo? Cosa sto cercando di ottenere dalla vita? Quale sarà la mia prossima mossa?». Perfezionati lungo millecinquecento anni di storia, gli scacchi sono stati a lungo la palestra ideale di tattica e strategia militare. Ma questo gioco è molto più di una guerra in miniatura: da una partita può trasformarsi in un imprevedibile enigma da risolvere, una storia da inventare o una sfida che richiede attenzione e creatività. In pagine caleidoscopiche e appassionanti, il filosofo e grande maestro Jonathan Rowson va oltre l’idea che per vincere serva solo la logica e rivela la saggezza profonda e senza tempo degli scacchi, dimostrando come in quelle sessantaquattro caselle bianche e nere sia in realtà racchiusa tutta la nostra esistenza: dall’importanza di imparare ad amare – e sfruttare al meglio – i nostri errori ai misteri dell’essere genitori. Fin da subito si comprende che lo scritto di Rowson non intende essere il mero esercizio di tattiche e racconti gloriosi del passato. L’autore tende, infatti, a sottolineare come le dinamiche del gioco si intreccino di continuo con quelle della vita vera, rendendo di fatto le mosse “sulle caselle bianche e nere” quelle che in realtà si configurano nella vita di tutti i giorni. Rowson ci parla in maniera efficace di come gli scacchi imitino la vitae di come la vita sembri fare lo stesso, in uno scambio di ruoli, dove l’uno si confonde con l’altro, in una scacchiera fatta di pezzi e persone, senza replica alcuna. Il saggio non manca di storia: in moltissimi punti, infatti, si racconta di come il gioco degli scacchi si sia evoluto nel tempo. In particolare, ci si sofferma su come esso sia stato condizionato da influenze sociali e geografiche, passando da mano a mano, da terra in terra, toccando luoghi persiani, arabi ed europei. Rowson non tralascia l’aspetto personale, restituendo al saggio oltre che un valore formativo ed informativo, anche un aspetto sostanzialmente umano. Nelle sue pagine, ritroviamo un ragazzino interessato solo agli scacchi guardando da vicino le difficoltà scolastiche, il riscatto, il cambio frenetico delle figure di riferimento, che rende il futuro Roswon profondamente incentrato su un gioco che ha regole e schemi precisi. Questo attaccamento morboso al gioco a tratti sembra voler essere l’altra faccia della medaglia, laddove un ragazzino, non trovando un punto stabile nella sua vita, si aggrappa a qualcosa che in realtà esiste ed esisterà, come appunto gli scacchi. Si racconta di come nella sua vita l’attaccamento a suo nonno e la presenza del gioco degli scacchi siano stati elementi salvifici per lo sviluppo della sua persona e per una conduzione tranquilla della sua esistenza. Da qui parte il racconto emozionante di insegnamenti, sconfitte, vittorie e soprattutto scoperte. Le metafore di Rowson sul gioco degli scacchi Sono molte le metafore che l’autore intreccia […]

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Il cigno nero di Parigi: il nuovo romanzo di Karen Robards

Il cigno nero di Parigi è il l’ultimo romanzo di Karen Robards, pubblicato da Newton Compton Editori nel febbraio del 2021, tradotto da Francesca Berardi. Karen Robards, nata a Louisville il 24 Agosto 1954, è autrice di oltre cinquanta romanzi. Dopo aver ottenuto per la prima volta il riconoscimento per i suoi romanzi storici, Robards divenne una delle prime romanziere romantiche storiche a passare con successo alla suspense romantica contemporanea. Il suo lavoro è stato tradotto in diciassette lingue e ha vinto diversi premi. Il cigno nero di Parigi, trama del romanzo Il romanzo è ambientato nella Parigi del 1944, durante la seconda guerra mondiale, periodo in cui si svolge la storia di Geneviève Dumont, una bellissima e giovanissima cantante francese, soprannominata il Cigno Nero per il costume che spesso indossa durante i suoi spettacoli: un aderente body nero sorretto da un bustier senza spalline e tutto lavorato in paillettes con una gonna fatta di piume di struzzo tinte di nero e con in testa un copricapo formato da tre grandi piume nere sempre di struzzo. Dal 1940, dopo essere rimasta intrappolata in Marocco a Casablanca per sfuggire all’invasione tedesca in Francia, la ragazza ha la fortuna di unirsi ad una troupe di musicisti e ballerini. Da quel momento la vita di Geneviève cambia in meglio, anche se spesso sente di dover fare i conti con la propria coscienza. Infatti, nel suo ruolo di diva e osannata interprete di diverse tournés internazionali, ha la possibilità di spostarsi per tutta l’Europa, nonostante l’invasione nazista avanzi sempre di più. Solo agli artisti più affermati veniva concesso di viaggiare muniti di lasciapassare tra i paesi conquistati e frequentare gli ufficiali di livello superiore. In un drammatico periodo storico, caratterizzato per tutti dalla paura, dalla fame e da un numero di morti su scala globale mai visto prima, Geneviève sa di essere una privilegiata e spesso viene scambiata da alcuni suoi connazionali come una collaborazionista, motivo di grande sofferenza per lei, che cerca anche di dimenticare come può la persona che è stata in passato. Lavora nella troupe artistica diretta dal suo pianista e impresario, Max Bonet, un francese costretto a camminare appoggiato a un bastone in seguito ad un incidente che lo ha reso invalido. Ma in realtà Max Bonet è il maggiore Max Ryan, SOE: un ex ufficiale della RAF, sopravvissuto all’abbattimento del suo aereo e che ora come agente britannico dirige un’importante rete di spionaggio collegata alla Resistenza. Geneviève e Max si sono conosciuti in Marocco e da quel momento Max aveva inserito Geneviève nella sua rete di spionaggio per poter sfruttare la sua fama, rendendola il volto pubblico di ogni operazione, il cavallo di Troia che gli inglesi usavano per introdursi tra i nemici, il mezzo per trasmettere informazioni preziose e salvare vite. Nonostante il coprifuoco, i continui bombardamenti e le voci su un imminente attacco degli alleati, a Parigi lo spettacolo continua per Geneviève e la sua troupe ma le cose si complicano quando una sera, dopo la fine […]

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Purgatorio di Dante in graphic novel. Recensione

Chiaredizioni pubblica Purgatorio di Dante in Graphic Novel, opera di Zuccarini e Carbonetti, a 700 anni dalla scomparsa del sommo poeta. I dubbi sull’importanza di Dante Alighieri per la nostra cultura non dovrebbero esistere. Il poeta e padre della lingua italiana ha ispirato generazioni di letterati e artisti rimasti affascinati da quel caleidoscopio di immagini che è la Commedia, soprattutto se parliamo della più amata delle tre cantiche che è L’Inferno. Pensando solo alla pittura si potrebbero citare i nomi di Sandro Botticelli, Gustave Doré e Salvador Dalì ma sono tanti altri i media che ne hanno subito il fascino: il rapper Murubutu con l’album Infernum, la Eletronic Arts con il videogioco Dante’s Inferno e i fumetti con L’inferno di Topolino, storia a puntate scritta da Guido Martina e Angelo Bioletto tra il 1949 e il 1950. Tuttavia, benché siano in pochi ad ammetterlo, anche la cantica del Purgatorio ha il suo fascino. Lo sanno benissimo Cristiano Zuccarini ed Ernesto Carbonetti che in occasione dei settecento anni dalla scomparsa del sommo poeta pubblicano Purgatorio di Dante in graphic novel. Una graphic novel, per l’appunto, sulla seconda cantica del poema. Biografia degli autori Docente di italiano, latino, greco e storia alle scuole superiore, Cristiano Zuccarini si è predisposto la missione di rendere i classici della letteratura italiana accessibili a un pubblico di giovani il cui rapporto con i libri, è un dato di fatto, non è tra i più idilliaci. Per farlo si avvale dell’aiuto di Ernesto Carbonetti, illustratore formatosi all’Accademia Disney di Milano che ha collaborato con la Maximus Studios e la Mirò Edizioni. La loro collaborazione ha portato alla pubblicazione dell’Inferno di Dante in graphic novel nel 2019. Purgatorio di Dante in graphic novel, struttura dell’opera Nel loro Purgatorio i due autori hanno scelto di soffermarsi su pochi ma significativi canti, che rispecchiano i momenti più alti della cantica: Il primo, il terzo, il quinto e il sesto dell’Antipurgatorio, il nono e i successivi tre in cui viene descritta la cornice dei Superbi. Ciò che colpisce è sicuramente la fedeltà all’opera di partenza. Zuccarini sceglie di riportare per intero i versi danteschi, seppur concedendosi la libertà di parafrasarne alcuni che magari possono risultare oscuri a chi non ha dimestichezza con il poema. Ma quando si parla di graphic novel la sceneggiatura non può essere l’unico valore da tenere in considerazione. Carbonetti ci regala infatti delle tavole suggestive, simili ad acquerelli intensi che restituiscono l’atmosfera di speranza e dolcezza che costituisce la cantica dedicata al regno “dove l’umano spirito si purga/ e di salire al ciel diventa degno”. Gli incontri con Catone l’Uticense, Manfredi, Pia de’ Tolomei, Sordello e l’angelo guardiano della porta del Purgatorio sono resi magistralmente, restituendoci una dimensione di umana religiosità. Il Purgatorio di Dante in graphic novel, assieme a tante altre operazioni non solo cartacee, è uno dei modi migliori per continuare a festeggiare i fasti del sommo poeta a settecento anni dalla sua scomparsa e a distanza di giorni dal Dantedì. Chi vuole avvicinarsi alla seconda […]

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Napoli e Dintorni

Napoli e Dintorni

Torre del Greco: città simbolo di distruzione e rinascita

Tra le rigogliose pendici del Vesuvio ed il golfo napoletano si staglia la città di Torre del Greco, anticamente chiamata Turris Octava poiché distante otto miglia romane dalla città di Napoli, un nome modificato in seguito per la peculiare produzione di vino ricavato da un tipo di uva greca. Una città che nel corso dei secoli è divenuta simbolo di rinascita, fragile ma al contempo indistruttibile, capace di rialzare sempre la testa dopo avversità di ogni genere e che con la sua invidiabile bellezza ha sedotto e accolto uno dei poeti più importanti della letteratura italiana: Giacomo Leopardi. Torre del Greco nasce nel calore dell’abbraccio di uno dei vulcani più pericolosi al mondo, lo “Sterminator Vesevo“, come cita il poeta nel suo celeberrimo componimento “La Ginestra” scritto nel 1836 presso Villa Ferrigni (attualmente chiamata Villa delle Ginestre), esaltando la semplicità ed il buon profumo del “fiore del deserto”, che senza opporre resistenza china il capo sotto il peso della distruzione, ma sempre pronta a germogliare invincibile nella sua delicatezza. Sebbene le innumerevoli eruzioni del Vesuvio abbiano di volta in volta annientato il suolo, i Torresi con forte fede non hanno mai preso in considerazione l’idea di spostarsi altrove ed abbandonare la propria terra in cambio di un’altra ubicazione: si rimboccano le maniche e ricostruiscono la loro città attribuendole il motto della fenice, uccello sacro agli antichi Egizi, “Post fata resurgo” (”Dopo la morte risorgo”). Le date che hanno segnato Torre del Greco Due sono le date delle eruzioni più importanti che hanno segnato il destino della città di Torre, quella avvenuta nel 1794 che troncò la cima del Vesuvio a causa della violenza eruttiva, e quella del 1861, anno che lega i Torresi ad una delle tradizioni più importanti, rimasta in vigore ancora oggi. Nel giugno del 1794 violente scosse di terremoto, seguite da un boato assordante, diedero inizio ad una delle eruzioni più devastanti per la città: sul versante occidentale del cono si formarono nuove fessure: alcune sputavano fuoco, altre invece pietre incandescenti e altro materiale piroclastico, mentre sui fianchi del vulcano scendeva lenta la lava viscosa che imponente si faceva spazio, annientando tutto ciò che trovava sul suo cammino per poi inghiottire lentamente la città nascosta sotto ad una nube densa di cenere. Arrivata al centro storico nel giro di sette ore, la lava vulcanica seppellì sotto di essa gran parte della città, eccetto il campanile della basilica di Santa Croce, che fu sotterrato dalla lava per 14 metri. Successivamente fu presa dai Torresi superstiti (circa 15000 riuscirono a mettersi in salvo con la fuga) e dall’allora vice parroco Vincenzo Romano (attualmente Santo) l’iniziativa di ricostruire la basilica e di innalzare il nuovo campanile partendo dai resti di quello precedente. Ancora oggi il vecchio campanile che per un terzo fu inghiottito dalla colata lavica è conservato all’interno di quello attuale, con l’orologio fermo alle tre del mattino, l’ora che segnò l’inizio di un incubo che finì dopo nove interminabili giorni. Anche quella del 1861 fu un’intensa eruzione distruttiva, […]

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Il tour solidale di Cenando sotto un cielo diverso

Giunge alla seconda edizione il tour solidale di “Cenando sotto umn cielo diverso”, organizzato dall’associazione Tra cielo e mare in collaborazione con il circuito delle mense sociali della provincia partenopea. L’idea nasce in un momento delicato in cui è più forte la necessità di trovare nuove sinergie per la solidarietà e punta a canalizzare le energie di chef ed imprenditori locali verso il mondo delle mense sociali, accendendo i riflettori sul silenzioso ma incessante lavoro di volontari e associazioni. Il tour solidale si svolgerà nei giorni 26, 28 e 30 aprile rispettivamente a Torre del Greco (mensa della parrocchia di S. Antonio di Padova), Ercolano (centro Don Orione) e Napoli (centro polifunzionale Binario della solidarietà). All’iniziativa parteciperanno gli chef Domenico Iavarone, Michele De Leo e Peppe Aversa e il pasticcere Vincenzo Mennella. Ad introdurci nello spirito dell’iniziativa l’ideatrice Alfonsina Longobardi, che ha condiviso con noi opinioni e curiosità sull’evento. Il tour solidale di “Cenando sotto un cielo diverso” è alla sua seconda edizione ma come nasce l’idea? Il Tour di Cenando sotto un cielo diverso si rifà all’omonima manifestazione, ormai giunta alla 13° edizione e in programma per il prossimo settembre. L’idea è nata lo scorso anno durante il lockdown: stanca di stare a casa e vedere tante situazioni di indigenza, ho deciso di attivarmi per le persone in difficoltà. Cosi ho fatto un giro di telefonate a chef, produttori e vip, ai quali va il mio ringraziamento per la disponibilità dimostrata ed ecco creato il TOUR. Quali realtà associative partecipano all’organizzazione dell’iniziativa “Cenando sotto un cielo diverso”? L’associazione che organizza il tour solidale è “Tra cielo e Mare “ e ci colleghiamo alle realtà parrocchiali e alle mense sociali. L’iniziativa di quest’anno coinvolgerà gli chef Iavarone, De Leo e Aversa e prevede la collaborazione di Vincenzo Mennella. Come si articolerà il tour e come si svolgerà la serata? Gli chef, persone eccezionali e di gran cuore, andranno a sostituire i volontari che tutti i giorni collaborano in queste realtà; il pranzo ovviamente sarà d’asporto. La distribuzione dei pasti verrà svolta da 2 vincitori di Mister Italia, Ciro Torlo e Giuseppe Moscarella, due ragazzi gentili e disponibili ad aiutare. In un momento complesso come quello che stiamo vivendo dove ogni iniziativa solidale deve rispettare rigorosi protocolli sanitari, quanto è stato difficile organizzare l’evento affinchè tutto si svolga in sicurezza? Volere è potere, rispettare il protocollo sanitario ad oggi non è cosi difficile. Lo abbiamo già fatto lo scorso anno quindi siamo preparati a rispettare tutte le norme perché le conosciamo bene. Quale è il messaggio che questa iniziativa vuole trasmettere e che riscontro sta trovando nelle comunità vicine ai luoghi dove si è svolto e si svolgerà il tour? Il messaggio che vogliamo trasmettere è l’aiuto comune, chi può deve aiutare chi è meno fortunato; sono convinta che siano necessari molti gesti di solidarietà, perché il 2021 è un anno ancora più difficile di quello appena trascorso. Infine un pensiero al difficile momento che stiamo vivendo: quanto sono importanti iniziative […]

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La Tomba di Agrippina torna ad accogliere i visitatori

La Tomba di Agrippina, da sempre meta dei viaggiatori del Grand Tour In un primo momento pensò al veleno, ma dopo l’avvelenamento di Britannico la sua morte non sarebbe apparsa accidentale […] Gli offrì un’idea ingegnosa il liberto Aniceto, capo della flotta di stanza al capo Miseno e precettore di Nerone fanciullo, odioso ad Agrippina, che era da lui ricambiata di pari odio. Costui informò il principe che si poteva costruire una nave, una parte della quale, in alto mare, si sarebbe aperta per un apposito congegno ed avrebbe fatto affogare Agrippina, colta di sorpresa. Nulla più del mare offriva possibilità di disgrazie accidentali e se Agrippina fosse stata portata via da un naufragio, chi sarebbe mai stato tanto iniquo da attribuire ad un delitto ciò che i venti e le onde avevano compiuto? […] Nerone, sulla spiaggia mosse incontro a lei che veniva dalla sua villa di Anzio ed avendola presa per mano l’abbracciò e la condusse a Bauli. Questo è il nome di una villa che è lambita dal mare, nell’arco del lido tra il promontorio Miseno e l’insenatura di Baia. […] In attesa della notizia che il delitto era stato consumato, apprese, invece, che Agrippina si era salvata con una lieve ferita. […] I sicari circondarono il letto e primo il triarca la colpì con un bastone sul capo. Al centurione che brandiva il pugnale per ferirla, protendendo il grembo gridò: <<Colpisci al ventre>> e cadde trafitta da molte ferite.  Con queste parole Tacito, storico di età imperiale, negli Annales (14, 2-10), racconta le dinamiche con cui si consumò l’uccisione della persona a Nerone più vicina: sua madre Agrippina.  Da un’erronea lettura e interpretazioni delle fonti, il luogo di sepoltura di cui parla lo scrittore è stato identificato con un teatro-ninfeo che affaccia sul mare di Bacoli. Si tratta, in realtà, della parte di una villa di epoca romana quasi completamente distrutta e costretta, dalla mancanza di fondi, ad uno stato di abbandono da più di vent’anni. Qualunque sia la reale locazione della Tomba di Agrippina, grazie al finanziamento di un privato, Antonio Del Prete, imprenditore di Frattamaggiore, sarà finalmente riaperta al pubblico.  Una notizia bellissima data dal sindaco Josi Gerardo della Ragione che parla di un atto di mecenatismo, frutto della sinergia tra il Parco Archeologico dei Campi Flegrei, il Comune di Bacoli ed il gruppo Mecdab, dei fratelli Rocco, Antonio, Carmela e Benito Del Prete. Presto, quindi, i resti presenti nella Marina Grande di Bacoli, saranno sottoposti a un lavoro di riqualifica e illumineranno anche di notte il piccolo borgo, accrescendo il fascino che da sempre caratterizza l’area flegrea tutta, in cui labile è il confine tra storia e mito. Un’iniziativa che lascia ben sperare in un, seppure lento, recupero dei tanti echi di antichità di cui porta traccia ogni pietra della cittadina flegrea. Un’iniziativa che si spera sia solo, appunto, un inizio. Se ne sente davvero il bisogno.  Fonte foto: Napoli-turistica.com  

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Attualità

La Mostra d’Oltremare compie 81 anni

La Mostra d’Oltremare, il più grande centro congressi e di espansioni di Napoli, compie 81 anni. La prima realizzazione risale al 1939 secondo la planimetria dell’ architetto Chiaromonte. Il Padiglione fu danneggiato dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Nel 1952 fu denominato il Padiglione della Marina Mercantile. Fino agli anni 2000 è stato la sede dell’ Istituto Superiore di Eduzione Fisica. La Mostra d’ Oltremare al suo interno possiede 54 edifici ed un’altissima Torre del Partito di circa 40 metri. Durante le riprese dell’ inaugurazione nel 1940 dalla torre del Partito era possibile vedere l’attuale teatro Mediterraneo, le fontane, la piscina ed anche elementi che oggi non sono presenti come la statua della Vittoria e la riproduzione a grandezza naturale di una nave della battaglia di Lepanto.  Dal 2012 la Mostra d’Oltremare ha ristrutturato l’intera struttura per adibirla ad attività congressuali. Il Palacongressi è articolato su una superficie complessiva calpestabile di circa 6000 mq e vanta 9 sale convegni e numerosi espositori per le aree sponsor. La Mostra d’Oltremare è il più grande spazio espositivo di Napoli, in cui cittadini e turisti possono fruire di una struttura del ‘900, del parco naturale e di spazi espositivi per il tempo libero, la cultura e lo sport. La Mostra d’Oltremare compie 81 anni – Importanti fiere e manifestazioni  Numerose e molto celebri sono le fiere che la Mostra d’Oltremare ha ospitato con successo di ingressi. Presentiamo le più importanti: NauticSud Si tratta del Salone Internazionale della Nautica da diporto ospitato dalla Mostra d’ Oltremare in cui yacht, gommoni, motori marini, accessori per la nautica, vela, canoe, moto d’acqua sono esposti. Nel 2003 il Presidente della Mostra d’Oltremare Cercola decise di aggiungere un’ulteriore area espositiva situata presso il “Molo di Sopraflutto Sannazzaro” con un sistema temporaneo di pontili galleggianti. Grande innovazione é rappresentata dalla possibilità di provare in acqua le imbarcazioni esposte. Non esiste un unico obiettivo a questa iniziativa: oltre alla compravendita vi é anche il continuo tentativo di sviluppare la portualità turistica. Questo Salone espositivo risulta essere un punto di riferimento per la nautica del Centro e del Sud dell’Italia. Fiera della Casa Una tra le fiere della Mostra d’ Oltremare più apprezzate é la Fiera della Casa. Accoglie numerosissimi stand di arredamento, arredo giardino, antiquariato, casalinghi, oggettistica, prodotti tipici, sapori, tempo libero. enogastronomia, prodotto tipici locali. Viene considerata una fiera-evento consumer, rivolta al grande pubblico, che rappresenta un appuntamento di particolare aggregazione per i napoletani da oltre 60 anni ed é una delle Fiere più longeve del Sud Italia. Dieci giorni da vivere intensamente per campani e turisti che possono partecipare a questa festa della città, tutti i giorni ad ingresso gratuito. Napoli Bike Festival Questo festival è stato ospitato dall’ enorme spazio e parco verde della Mostra D’Oltremare. Appuntamento di rilevanza nazionale dedicato alla promozione della cultura della bicicletta con numerose aree expo, permette ai partecipanti del concorso Bike Designers di godere di svariati spettacoli musicali, prevede un’ area kids e soprattutto diverse tipologie di Bike Tours per 10 […]

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Musica

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A Brave Introduction to Electronica: Aphex Twin

Ciao. Sono Brave.   Questo mese di maggio ti voglio far tornare alle origini di quella che noi chiamiamo elettronica. Occhio, non è roba per tutti, non la puoi mettere in macchina con gli amici il sabato sera. Se non ti piacerà, sarà comprensibile. Se ti piacerà, ancora più comprensibile. I brani come al solito li trovi sulla playlist ufficiale di questa rubrica. https://open.spotify.com/playlist/3EPCXkLM9rjY2LUO6JQHwJ?si=yPWEs94iRhCPDI1Ri_C0Dg Iniziamo.   Brano n. 1: Xtal https://open.spotify.com/track/4z0oGEB1pZUvY6F6ee2ruu?si=322de07c54ae4426 https://www.youtube.com/watch?v=2tOutF8B3f8 I veri maestri li riconosci perché hanno fatto scuola. Inaugurato strade che a vent’anni di distanza sono ancora percorse. Qui gli anni sono quasi trenta, e quella musica che oggi si scrive ambient in realtà si legge primi due dischi di aphex twin. Bon voyage. Brano n. 2: Ventolin https://open.spotify.com/track/4cwDC2Yk2zqOp6NMX6v750?si=vc1rpqOfTvyOpO2lSxED2Q https://www.youtube.com/watch?v=KFeUBOJgaLU La prima volta che ho ascoltato questo brano mi è mancata l’aria. Non è solo perché sono asmatico: piuttosto immagino che l’autore sia riuscito nel suo intento di affogare i pensieri nelle persone e indurre la peggiore claustrofobia possibile, quella che ti fa skippare appena riesci a ragionare. Quando vuoi suscitare un’emozione, e sai come fare. Il brano, decisamente ostile alle orecchie umane, è parte della produzione di Aphex Twin, quella dura da digerire. Bisogna che tu la ascolti per una introduzione onesta a questo artista. Brano n. 3: 4 https://open.spotify.com/track/00wT7HAtqZ2BnemrR34vbO?si=06a5ae39c18a4939 https://www.youtube.com/watch?v=y8YGRvnvENU Il mio album preferito di Aphex Twin. Questo è il vero Aphex Twin (ma perché esiste un falso?). Qui subentrano melodie e armonie estranee al disco dell’anno prima, ma soprattutto i beat in 64esimi che saranno il suo marchio di fabbrica – riconoscibili anche a orecchio nudo.     Brano n. 4: Bbydhyonchord https://open.spotify.com/track/35GYDmixAiE0d36qSPqfuO?si=8e52a4b95038459c https://www.youtube.com/watch?v=HCKzsxN0h50 In un disco dai titoli impronunciabili ci si diverte a mischiare brani estremi a dolcissime melodie di pianoforte (come la famosissima Avril 14th troppo spu***nata per far parte della mia lista). Ma anche vie di mezzo, come il brano bofdshfiufhdiufh che ti ho allegato qui sopra.   Brano n. 5: XMAS_EVET10 [120] https://open.spotify.com/track/6CUxhtTkH0fSwfmsiOKPNV?si=7fa70f322e884e2c https://www.youtube.com/watch?v=eEO56WG0p48 Ultimo album del maestro. Il quale però si è divertito a rilasciare miriadi di EP che trovi sulla sua pagina spotify e da cui sono tratti brani assurdi (vedi Windowlicker). Il nostro amico inglese – eh sì, siamo alle solite – ha una parabola evolutiva che lo ha reso sempre più avanti di tutti. Le trame degli ultimi tessuti sonori, anche in rmx, sono di una complessità e di una densità fuori dal comune e anche dal non comune. – Oggi ti ho regalato un po’ di storia. La prossima volta che vai a ballare ricordatelo di quanta ricerca, quanta sperimentazione, quante emozioni e quanti anni si nascondono dietro a quella musica che senti.   Brave

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Gianfranco Mauto: come far rivivere Piero Ciampi

Gianfranco Mauto ci regala una doppietta di pubblicazioni interessanti. Un disco realizzato in studio dal titolo Il tempo migliore che di recente si arricchisce di un suo duplicato ma in versione acustica. Esce Il tempo migliore – Acustico dove, va sottolineato, gli stessi brani sono realizzati rigorosamente dal vivo con solo pianoforte e voce. La chicca è inoltre racchiusa in questo nuovo brano che non troviamo nel primo disco: si intitola Nero bianco e blu, uno scritto inedito del grande Piero Ciampi che Mauto musica su richiesta di una grandissima come Miranda Martino. Non contenti, in questa release acustica, i due duettano anche assieme per restituire una vita nuova alla penna di un riferimento assoluto della canzone d’autore italiana, mai troppo illuminato come forse meriterebbe. Il pop d’autore di Gianfranco Mauto si fa dunque suono di dettaglio pregiato nel tempo e nella bella saggezza. L’amore e il quotidiano incontrano la storia. Intervista a Gianfranco Mauto Un disco che si divide in due ed è quella la prima curiosità. Dopo la versione in studio, di Il tempo migliore esce la versione acustica di solo piano e voce. Perché? Le canzoni nascono in modi diversi, spesso in modo casuale, semplice, con un solo strumento o una melodia nella testa, e solo successivamente si colorano di arrangiamenti più o meno ricercati; ma nel momento in cui nascono così “nude” che conservano secondo me la loro forza, la loro “verità”, per questo ho voluto fermarle così, pianoforte e voce dal vivo, proprio per fermare nel tempo la loro ragione di essere. Una versione ricca della featuring di Miranda Martino che canta con te un testo inedito scritto da Piero Ciampi… Come nasce tutto questo? Ho conosciuto Miranda e siamo subito entrati in empatia. Lei è una donna ed una artista  eccezionale, piena di energia e sentimento, mi ha sempre raccontato con passione la sua vita ricchissima di esperienze ed incontri ed uno di questi con Piero Ciampi, suo amico, che, frequentando la sua casa romana negli anni ’70 decise, come gesto d’affetto, di regalarle una poesia. Un giorno Miranda mi ha chiesto di musicarla, da lì è nato tutto… Come hai trovato la musica giusta per questo brano? Mi sono avvicinato in punta di piedi a quelle parole scritte nel ’77 da questo grandissimo artista. Ho lasciato che quell’emozione provata nel leggerle la prima volta arrivasse sui tasti del pianoforte: quando l’ho fatta sentire a Miranda e lei si è commossa come me ho capito di aver forse interpretato nel modo migliore che potessi quelle sensazioni. Ad ascoltare i tuoi suoni, il mondo cantautorale di Ciampi come di tanta parte di quella scuola, è assai lontano da te. Come hai vissuto questo accostamento? Nonostante il grande onore che mi è stato concesso ho vissuto questa esperienza come un grande onere ed ho fatto l’unica cosa che potevo fare: rimanere me stesso, con il mio mondo musicale, cercando di rendere attuali quelle frasi e moderno il loro grande messaggio. Delle due anime, di quella in […]

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La Colpa è Tutta Tua: il nuovo singolo di Ragazzino

Alessio Lucchese, in arte Ragazzino, pubblica un nuovo singolo dal titolo La Colpa è Tutta Tua, un brano incentrato sui piccoli dettagli presenti nelle relazioni. Prodotto da Molla, La colpa è tutta tua presenta gli stilemi del pop cantautoriale odierno, arricchito da una voce presente, vocalmente intonata e chiara, che lascia il giusto spazio e respiro a musica e testo, in un balance che cattura l’attenzione e lascia scorrere la canzone dall’inizio alla fine. Com’è nata questa canzone? A livello musicale, come si è delineato il percorso sonoro di La Colpa è tutta tua? Questa canzone è partita dalla mia chitarrina, tutto il percorso musicale è stato dettato da me, ed il mio produttore ha fornito al brano un abito idoneo, sia per quanto riguarda il tema, sia per quanto riguarda la modernità del suono. C’è stata da subito un’intesa tra me e Molla, produttore del brano, in quanto siamo simili dal punto di vista umano, quindi è stata naturale l’intesa musicale. La colpa è tutta tua parla di piccoli dettagli, piccoli momenti di una relazione. È un brano autobiografico? Di solito scrivi di te o ti lasci ispirare dal mondo che ti circonda? Ho voluto risaltare le connotazioni positive che sono presenti in una relazione, più che altro mi sono concentrato sulle piccole cose, i piccoli dettagli. Io scrivo in base a ciò che mi succede: credo che una situazione la si debba vivere, così da far arrivare la verità alle persone che poi ascoltano.  Qual è la caratteristica necessaria per un cantautore? L’autenticità è il primo passo da muovere se uno vuole intraprendere questo percorso artistico. La scena musicale è scarna di verità; solitamente in contesti come quello che stiamo vivendo, la musica è una catena di montaggio, un fiume che passa, passa e passa, senza lasciare davvero qualcosa. Quindi metterei l’autenticità al primo posto, solo così si può arrivare ad una connessione tra chi canta e chi ascolta. Raccontaci della tua esperienza di busker… L’estate duemilaventi a causa del Covid-19, mi sono dato al busking. Una sera ho incontrato un busker e ho parlato con lui fino alle tre di notte: dopo quella chiacchierata, mi ha invitato a suonare ad Ostuni per dividersi la piazza. Da quella volta, ho suonato in strada, in giro per la Puglia ed è stata un’esperienza molto interessante: il live ti forma, gestisci pubblico, capisci come usare la voce… è una bella scuola. Qual è stata l’esperienza live che porti nel cuore? Quando ho suonato in strada a Polignano a Mare, la mia prima esperienza da solista come busker: ricordo si creò un blocco di gente per ascoltarmi; mi sentivo come se fossi ad un concerto vero, mancava solo il palco, il pubblico cantava insieme. Poi, io sono abituato a suonare ad occhi chiusi, in questo modo mi calo nella canzone, ma durante quella sera, li aprii e vidi tutte le persone disposte a ferro di cavallo con le torce accese: una cosa assurda. La Colpa è tutta tua ha avuto un […]

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Giacomo EVA presenta il suo primo Ep: Sincero

Giacomo EVA, cantautore italiano, presenta il suo primo Ep intitolato “Sincero”, già disponibile in tutti gli store digitali. L’ artista ha partecipato a programmi di fama nazionale come XFactor e AMICI, è autore, tra gli altri, di Dear Jack e per Francesco Renga nel 2019 firma “Aspetto che torni” in gara al Festival di Sanremo. Tra i brani che compongono l’Ep, “Azzurro scontato”, in cui suoni melodiosi accompagnano la canzone, mentre la voce dell’artista, quasi come se stesse sussurrano, dà forma concreta a tutto, armonicamente. Voce e pianoforte si alternano in un “abbraccio forte e stretto” così come canta Giacomo EVA; un abbraccio musicale che arriva dritto al cuore con semplicità, grazie a parole che lasciano il segno e teneramente parlano d’amore. Un amore sognato, che si palesa attraverso le parole che compongono il testo di “Azzurro scontato”. Squarci di realtà, parole brevi e perfettamente collimanti, brandelli di vita, esistenza, pezzi di sè, dolore, paura, invincibile voglia di cure e silenzi: tutto converge verso un amore sognato. L’ amore sopra tutto e tutti; al di là di ogni possibile insufficienza quotidiana, lontano da tutte le tessere di un’esistenza a tratti difficili, logorante ma al contempo bella per altri aspetti. A chi non capita di vivere un momento di ansia, anche solo per una banalità che causa preoccupazione in noi? L’ansia, purtroppo oggigiorno è una costante e riguarda un po’ tutti. “Cara ansia”, altro singolo contenuto nell’Ep, è un brano che emoziona ad ogni nota. Giacomo EVA canta l’irrefrenabile voglia di vivere semplicemente, senza ricordi inquinati dall’ansia, che a volte toglie il fiato. Uno stato d’animo, una lettera rivolta a sé stesso. L’autore e cantate Giacomo EVA rivela di non aver timore a parlare del modo in cui combatte contro quel mostro chiamato “ansia” attraverso le proprie canzoni. “Solo che vorrei un pò di giorni senza che poi tu ritorni” riassume l’essenza del brano, meravigliosamente vero e tristemente realistico, che sembra accomunare tante… tantissime persone.  “I miei regali” è un brano che rappresenta un vero e proprio atto di sincerità da parte del celebre artista. Una canzone intrisa di sinfonie perfettamente accordate tra loro; nota dopo nota tutto si trasforma in emozione, scuotendo l’anima di chi ascolta. Giacomo EVA, autore che si identifica e che si contraddistingue per le varie sfaccettature che caratterizzano la sua musica, ha scritto un testo all’interno del quale un amore precario si fa spazio contro ogni uragano, trionfando grazie alla bellezza dei sentimenti. Sicuramente il timbro e la voce soave del cantautore aiutano a lasciarsi travolgere dalla melodia dei suoi brani. Due elementi fortemente caratterizzanti, che confluiscono in canzoni nelle quali è possibile riconoscersi. “Sincero”, oltre ad essere il titolo dell’Ep, è anche un brano ivi contenuto; ascoltando la canzone, ci si accorge che voce e pianoforte si alternano in una commistione perfetta. Il brano, dal sapore retorico e metaforico, così come gli altri, è un modo attraverso il quale Giacomo EVA racconta come un amore potrebbe guarire una malattia d’amore. Non è un gioco di parole, può sembrarlo, ma in realtà […]

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Teatro

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Raccontami Shakespeare: una rivoluzione teatrale

Raccontami Shakespeare, spettacolo di debutto della compagnia teatrale campana Cercamond, semifinalista del Roma Fringe Festival e messo in scena il 22 Aprile sulla piattaforma streaming teatro.it. Il nucleo della compagnia Cercamond è costituito da Sara Guardascione e Andrea Cioffi, nonché protagonisti della pièce teatrale Raccontami Shakespeare, interpretando rispettivamente i fratelli Mary e Charles Lamb. Recensione di Raccontami Shakespeare Siamo nel primo decennio del 1800 a Londra, Charles e Mary presentano ad un editore il loro coraggioso progetto: una riscrittura delle opere di  Shakespeare in forma narrativa, con l’intento di far appassionare i giovani ai personaggi e alle storie che hanno reso tanto famoso il teatro inglese. Un progetto innovativo ma anche rischioso, in quanto mette in discussione lo stesso sistema scolastico del tempo ed è quindi un oggetto facile a critiche e rifiuti. Il progetto editoriale sarà anche un pretesto per raccontare il singolare rapporto di stima e affetto tra i fratelli Lamb. Charles e Mary filtrano il mondo che li circonda con una sensibilità precorritrice, mettendoli inevitabilmente in contrasto con le etichette sociali e morali. Mary Lamb è una donna molto intelligente ed emancipata. Tra i suoi progetti per il futuro non compare la ricerca di un marito e questo la porterà ad avere delle accese discussioni con la madre, che è tutto fuorché affettuosa, incarnando il simbolo di un femminile oppresso e incattivito dalla società.   Anche Charles Lamb è vittima dell’epoca in cui è nato che lo relega nella sola funzione di capo di famiglia, in cui i sentimenti di fragilità e malinconia non sono ammessi. Mostrando la sua sensibilità, che materialmente si esprime anche nella sua balbuzie, egli verrà costretto ad un anno in manicomio, per sanare il suo spirito troppo vagabondo. A seguito di eventi traumatici, i fratelli Lamb si avvicineranno ancora di più con la volontà di proteggere l’un l’altro dalle barbarie di un sistema che vuole appiattire e semplificare l’animo delle persone. La loro promessa riecheggerà in sala molte volte: “fino all’ultimo istante”. Questa promessa che porta conforto, ma diventa anche condanna, prende forma ed espressione  nella narrazione che i fratelli Lamb fanno delle opere di Shakespeare. In quei frangenti, i fasci di luce colpiscono i personaggi dall’alto, inombrando il viso e dando spazio unicamente alle parole. Lo stesso Charles Lamb non balbetta più quando declama e recita le opere di Shakespeare, e la sorella lo segue e lo accompagna nell’interpretazione, facendo proprie e intime le immagini di un teatro che sembra perduto, un teatro vero in cui le fragilità della carne e i voli pindarici dello spirito erano ammessi. Raccontami Shakespeare è uno spettacolo che racchiude in sé molte riflessioni, mettendo a nudo il precario equilibrio in cui gli uomini e le donne si giostrano per sopravvivere e rimanere fedeli al proprio io nel tessuto sociale, utilizzando lo strumento del teatro e della narrativa come generatore primario di realtà e bellezza.   Fonte Immagine: Ufficio Stampa 

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Teatro Patologico e Odissea: un viaggio nel viaggio

Alla scoperta del Teatro Patologico, fondato nel 1992 da Dario D’Ambrosi Gli uomini non nascono tutti uguali. Una profonda diversità li caratterizza fin dalla nascita, purtroppo o per fortuna. Per fortuna, la diversità è ricchezza. Purtroppo, è più spesso intesa come mancanza.  Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale […] È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana: così recita l’art. 3 della nostra Costituzione. In teoria belle parole, nei fatti solo parole.  Correva l’anno 1978 quando la legge Basaglia imponeva la chiusura dei manicomi e il recupero della dignità dei malati in essi reclusi. L’obiettivo era ridare valore alla singola persona, porla al centro di un processo maieutico capace di tirar fuori da ognuno il meglio, spesso annichilito dai farmaci e, ancor più spesso, dal pregiudizio della diagnosi. Prima della legge 180, venivano internate nei manicomi le persone affette per qualunque causa da alienazione mentale. Tra i soggetti deviati non solo i malati di mente, ma anche le prostitute, i delinquenti, i sovversivi e gli omosessuali. Soggetti considerati pericolosi, da legare, sedare, emarginare. Rivoluzionario dunque l’approccio di Basaglia che vedeva, non nella reclusione, ma nella relazione con il mondo esterno possibilità di cura, possibilità di ritrovare il filo perduto dell’esistenza.  Tanta strada è stata fatta in cinquant’anni, ma, sebbene si parli sempre più di inclusione, del valore della diversità, tanta ancora resta da farne. La disabilità fisica e mentale, ancora oggi, è un ostacolo spesso invalicabile, ma capita, a volte, che alle mancanze delle istituzioni si sostituisca quanto di più prezioso oggi ci resta: la solidarietà umana.  E proprio nella solidarietà umana, nella filantropia, affonda le sue radici una realtà incredibile nata, a Roma, grazie a Dario D’Ambrosi: il Teatro Patologico. E, in effetti, quale luogo migliore delle tavole di un palcoscenico, per uscire dall’isolamento e annullare la distanza tra sé e l’altro? Il teatro diventa allora viaggio, terapia, senso del vivere. Venerdì 2 aprile, la Rai ha acceso i riflettori sull’encomiabile lavoro che nelle mura del Teatro Patologico getta, ostinato, un ponte tra la disabilità e l’avventurosa ricerca di quella normalità negata. Con grande delicatezza, Domenico Iannacone racconta la storia di una rappresentazione teatrale: l’Odissea. Un metaviaggio: il doloroso nostos di Odisseo verso la sua Itaca come specchio della quotidiana sfida della malattia mentale, i versi omerici fanno eco alle vite di chi li ha messi in scena. E allora, con quella magia di cui il Teatro è maestro, la finzione si fonde con la realtà, facendo crollare il castello di carta, quel sottilissimo confine tra sanità e follia.  Impossibile non emozionarsi entrando nel mondo di Paolo, Fabio, Claudia, Marina, Andrea, che hanno trovato nel teatro uno scopo, che è sempre importante avere, che è vitale quando si ha una fragilità mentale, e non solo. Il Teatro Patologico ha assunto per loro le fattezze di Itaca, il porto sicuro in cui tornare e riconoscersi. Un film-documentario (visibile su […]

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Teatro

Pompeii Theatrum Mundi: quest’anno s’ha da fare

Presentazione della Conferenza Stampa del Pompeii Theatrum Mundi Mai come questa volta tornare a teatro segna un possibile ritorno alla vita. Mai come adesso il teatro è il luogo cui è delegata la possibilità di raccontare le mutazioni di cui non siamo ancora consapevoli, e Pompei è lì, a testimoniare, emblematicamente, in ogni sua singola pietra, l’istinto cruciale, il prima e il dopo della nostra storia di uomini.  Venerdì 26 marzo, in modalità online, si è tenuta la conferenza stampa di presentazione del Pompeii Theatrum Mundi, rassegna che, dal 2017, riempie la cavea del Teatro Grande di Pompei.  Presenti il Direttore del Teatro Stabile di Napoli Roberto Andò, il Direttore Generale dei Musei Massimo Osanna, il Direttore Generale del Parco Archeologico di Pompei Gabriel Zuchtriegel, il Direttore del Campania Teatro Festival Ruggero Cappuccio, il Direttore Generale per le Politiche Culturali e il Turismo Regione Campania Rosanna Romano. Presenti anche gli artisti che prenderanno parte alla rassegna.  Una grande festa i cui fili conduttori, prima ancora che la presentazione degli spettacoli in cartellone, sono stati l’emozione dei partecipanti, l’entusiasmo, la consapevolezza dell’impossibilità, la speranza. Una grande festa resa possibile dalla sinergia delle Istituzioni della Regione Campania che hanno voluto fortemente questo ritorno, finanziando e investendo nella cultura.  A fare da apripista per la riapertura dei teatri in autunno, cinque spettacoli. Il programma di quest’anno non si ferma al classico antico, come ha affermato Roberto Andò: «Quest’anno tentiamo l’esperimento di ospitare testi non legati alla classicità antica, credendo nel valore prezioso degli autori viventi. I cinque titoli hanno un fil rouge, quello che unisce l’idea di catastrofe con quella di resurrezione, mai tanto attuale». Un programma quindi che, dal 24 giugno al 25 luglio, porterà in scena il nuovo, cinque prime teatrali, con titoli inediti, adattamenti e riscritture di grande interesse.  «Vogliamo affrontare con “l’ottimismo della volontà” – dichiara il Presidente Filippo Patroni Griffi – la sfida della quarta edizione di Pompeii Theatrum Mundi, confidando che da giugno vi sia l’inizio di una nuova stagione per il nostro Paese che possa coincidere con la ripresa di tutte le attività in presenza.» Aprirà la rassegna lo spettacolo Resurrexit Cassandra, testo di Ruggero Cappuccio, regia  e scenografia di Jan Fabre. Seguiranno Il purgatorio. La notte lava la mente di Mario Luzi, con la regia di Federico Tiezzi;  Pupo di Zucchero di Emma Dante e, ancora, Quinta stagione di Franco Marcoaldi. Infine, grande chiusura con Le cerisaie/Il giardino dei ciliegi di Anton Checov, con la regia di Tiago Rodrigues.  Grandi registi e grandi interpreti per cinque prime nazionali: noi siamo pronti!  Fonte foto: Napoli Magazine

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Teatro

27 marzo, Giornata Mondiale del Teatro

Oggi, 27 marzo 2021, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro Teatro s. m. [dal lat. theatrum, e questo dal gr. ϑέατρον, der. del tema di ϑεάομαι «guardare, essere spettatore»; la parola greca indicava, oltre che l’edificio per le rappresentazioni drammatiche, anche quello per assemblee e per pronunciare orazioni]. Alla lettera T, dell’enciclopedia Treccani, c’è il lemma teatro, parola che risale al VI secolo a. C., parola che sembra essere assente nei vocabolari della nostra classe dirigente, da un anno a questa parte.  Eppure ad Atene la classe politica pagava i cittadini per andare a teatro: il teatro era così importante che lo Stato, pur di permettere a tutti di parteciparvi, istituì un fondo statale, il theorikòn. Sì, in altre parole un sussidio. Anche oggi lo Stato ha istituito un sussidio, ma per tenerlo chiuso il Teatro. Quella nobile arte, considerata un tempo imprescindibile strumento di educazione, veicolo di idee politiche, religiose e sociali, oggi è costretta ad elemosinare ristori, a reinventarsi in pallide copie di sé attraverso lo streaming. Il motivo? Considerata “bene non essenziale”. Che fare Teatro fosse cosa non semplice nel nostro bel paese, più che in altri, era risaputo. Meno risaputo era che fare Teatro sarebbe diventata cosa impossibile, nel nostro bel paese, più che in altri, in barba a ogni tentativo di sopravvivenza con le dovute restrizioni imposte da uno sconosciuto virus. Perché la domenica nei centri commerciali sì, in platea distanziati e con mascherina no. Perché in fila per ricevere il corpo di Cristo sì, disposti a scacchiera per nutrirsi di cultura no. Perché ammassati in metro sì, in pochi nei palchetti no. Oggi, 27 marzo, mentre Medea, Antigone, Edipo, Amleto si girano i pollici in attesa di tornare a emozionare ancora, a scuotere animi intorpiditi, a riempire quegli occhi oggi ciechi dinanzi alla cultura, si celebra la Giornata Mondiale del Teatro. Istituita a Vienna nel 1961, ha un sapore particolarmente amaro oggi questa ricorrenza, che cerca di dare lustro a quello che Eduardo De Filippo definiva il disperato sforzo dell’uomo di dare un senso alla vita. E mai come in questo momento in cui le nostre esistenze sembrano sospese, in cui si è smesso di vivere per continuare a vivere, l’uomo ha bisogno dell’uomo, di guardarsi quando si alza il sipario, e di porsi domande e cercare risposte quando questo si cala. Mai come in questo momento, l’uomo ha bisogno del Teatro.   Fonte immagine: Pixabay.

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Voli Pindarici

Voli Pindarici

TRESY G. – episodio 2: Amici, amici…e po’t’fott’n la bici!

“Tresy Gambacorta”, la rubrica narrativa seriale lucana ambientata a Tito. Tresy Gambacorta, Episodio 2 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. È alla Spinosa, nella casa in campagna della sorella Felina, che la Manilunga aveva deciso di festeggiare il battesimo della figlia. L’organizzazione meticolosa del banchetto avrebbe fatto impallidire persino gli alti dignitari di corte che, in passato, partecipavano ai party delle più illustri dinastie. Mariannina aveva trascorso mesi a confezionare bomboniere, a scegliere il menu del celebre giorno e gli allestimenti fioriti per la chiesa. Era stata così impegnata che quasi non faceva più caso alla perenne assenza di mastu Cicciu. Ma ciò che le aveva praticamente tolto il sonno fu la scelta “d’ li cumbari”. Ci teneva che fosse Felina a far da madrina a Tresy, ma si sa, il comparatico è quasi più importante della parentela, va oltre il rapporto di sangue, è una specie di alleanza, una cosa sacra. Talmente sacra che quando la scelta ricadde sull’amica d’infanzia, Carmelina, quest’ultima pensò bene di suggellare ‘sto legame speciale invitando un po’più spesso mastu Cicciu da lei. Suo marito Tonino stava ormai con un piede sulla Terra e un altro nell’oltretomba, considerato il suo stato di salute sempre più cagionevole. C’era da decidere se prenotare una lapide in granito o una lapide in marmo, per omaggiare il futuro defunto. Ed è così che si fa tra compari, ci si promettono a vicenda favori e disponibilità, motivo per cui mastu Cicciu prese davvero a cuore l’immagine di Tonino che avrebbero lasciato ai posteri. In onore d’ “lu cumbariziu”, assunse persino l’abitudine di non rincasare più: del sepolcro c’era da studiare la forma, e poi il colore, e le incisioni, e le decorazioni, e le immagini…non erano assolutamente scelte facili, quelle. Ma tutto questo pareva non tangere Mariannina, presa com’era con i preparativi della cerimonia che avrebbe inflitto il nome di Teresa alla sua piccina a forza di getti d’acqua benedetta sul capo. Il gran giorno – quando il prete tracciò il segno della croce sulla fronte di Tresy – Carmelina, incredibilmente emozionata, sbattette le sue ciglia, e un paio di lacrime rigarono il suo trucco alla Moira Orfei. La bocca di mastu Cicciu si aprì come una caverna per liberare uno sbadiglio, nell’impresa titanica di reagire allo stato di torpore nel quale era sprofondato, e Mariannina – in preda a palpitazioni improvvise, vertigini e dolori al petto – urlò, esausta ed esaurita. Le corna che aveva in testa iniziavano a farsi pesanti e, inaspettatamente, il suo corpo decise di non riuscire a reggerle più. Il prete aveva appena finito di dire: «CARA TERESA, CON GRANDE GIOIA LA NOSTRA COMUNITÀ CRISTIANA TI ACCOGLIE!» e Sant’ Antonio da Padova – dall’alto del suo altare policromo tardo barocco nella navata laterale del Convento – parve inarcare le sopracciglia e mettersi le mani nei capelli.   Fonte immagine: Maria Giosa

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La libertà di essere: anticonformismo e nudità

La libertà di essere Così sovente ci si proclama tolleranti, aperti e disposti ad accogliere la verità. Ma tolleranti per chi? Per cosa? Aperti a chi? A cosa? Probabilmente si finge o si crede d’essere “giusti”, “superpartes”, addirittura empatici. Ma davvero si è in grado di comprendere ciò che c’è lì fuori, di fronte a sé o dentro sé? Ecco, piuttosto che ergersi a giudici o filosofi di chissà poi quale astrusa ed ermetica verità, non sarebbe più opportuno scendere dal piedistallo dell’onniscienza, per provare, guardare e sentire davvero, sulla propria pelle, con gli occhi e il cuore, ciò che si crede di sentire e conoscere? Piuttosto che proclamarsi tolleranti, non sarebbe forse più opportuno diffondere il desiderio di libertà d’essere, urlando a gran voce lo slogan: “anticonformismo e nudità”? Sì, perché c’è sete di libertà, lungi da pregiudizi e giudizi. Ma cos’è questa tanto osannata libertà, così tanto vagheggiata e bramata? Ebbene, la libertà è nudità. Significa spogliarsi del perbenismo, dell’eccessiva prudenza, dell’inibizione. La libertà è un volto, quel volto che con orgoglio e coraggio si strappa via la maschera, quella spesso indossata per condurre un’esistenza appartata, nascosta dietro paure e fragilità, falsamente mostrate come sicurezza e forza. La libertà è donna, uomo, bambino, bambina, essere umano, persona. Non è attore sul palcoscenico della vita. Perché la vita è essa stessa teatralità e disinibizione, ma solo per vomitare fuori tutta l’arte e il talento raggomitolati quotidianamente nell’anima. E il trucco deve fungere da accessorio, vanto anche, ma mai seconda pelle, così da consentire ad una timida lacrima di poterlo anche sciogliere, quando dentro il cuore è spezzato ma un sorriso urla ancora desiderio di rinascita. Dunque cos’è la libertà, se non la capacità e la bellezza di saper essere due lati della stessa medaglia o tutte le sfumature, non solo dell’arcobaleno, ma di quanti pigmenti siano possibili in natura? Peccato e assoluzione. Oscurità e luce. Esagerazione e morigeratezza. Caos e logica. Logica del caos! Mente e cuore. Hulk e Heidi. Strega Salamandra e Fata Lina. Morgana e San Francesco. Demone e angelo. Rock e lirica. Passione e amore. Sesso e amore. Forza e fragilità. La libertà sta nella possibilità di poter decidere e scegliere chi e cosa essere anche ogni giorno, non rinunciando mai a capire prima chi si è, chi c’è dietro quei sacrifici e quella noiosa routine. La libertà è l’incarnazione degli opposti in grado di convivere e coesistere, attraverso la scintilla del possibile, dell’incredibile e del genio. La libertà risiede nella voglia di mostrare la propria psiche, gli angoli più reconditi dell’universo interiore, senza vergognarsene e solo a coloro che sanno scorgerli e comprenderli davvero, amarli, cullarli e accarezzarli. Ma la libertà o nudità sta anche nella voglia di rompere gli schemi, di infrangere le regole, di lanciarsi da una scogliera mirando non a precipitare, bensì a spiccare il volo. La nudità si sposa con la trasgressione, che impugna la bandiera di un erotismo e di una sessualità che esigono sempre nuova sperimentazione, il desiderio di […]

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Voli Pindarici

Agnelli di sogni: vittime e prede di sogni inizialmente puri

Agnelli di sogni. Ladri di sogni. Divoratori di sogni. Prede di sogni. Assassini di sogni. Loro vittime. Vittime dei propri sogni! I sogni elevano l’animo umano, lanciandolo nell’iperuranio del possibile che spodesta l’impossibile. I sogni aprono i cuori, nutrono menti e felicità, proiettando l’anima all’immortalità. I sogni hanno a che fare con la parte più intima, fanciulla ed innocente del proprio io. La parte più vera e coraggiosa, quella testarda e un po’ capricciosa. Senza sogni non ci sarebbero conquiste, né ambizioni sane e mature, né speranza. La sfera più pura e trasgressiva insieme, che alimenta i caratteri e nutre la creatività. Che dono meraviglioso i sogni! Ma c’è chi non è in grado di saperli educare e domare quando occorre. C’è chi ne fa sconfitta, più che vittoria. C’è chi vi soccombe, esasperando quei sogni, in nome dei quali si lotta per afferrare e condividere qualcosa di migliore, in una vita troppo spesso crudele e razionale ai limiti dell’indecenza. C’è chi non è fatto per i sogni, pur ergendosi a seguace e paladino di essi. Ci sono gli agnelli di sogni, le vittime, quelli che perdono a un certo punto di vista la realtà, confondendo e mescolando i confini tra innocenza e perversione, tra il sogno e la realtà, tra un’anima pura e una abietta. Semplicemente ci sono coloro impreparati, quelli che non sono pronti a sognare, facendo convergere la propria indole verso la distruzione, più che verso la costruzione. Ma chi o cosa può essere un agnello di sogni? Agnelli di sogni Parigi 1968. Fleur Colette è una giovane universitaria appassionata ed emotiva, come suggerisce il significato dei due nomi che la identificano. È un animo eclettico: ora fortemente rivoluzionario e trasgressivo, ora succube dell’indistruttibile legame fisico-psicologico con suo fratello gemello. Dove va lui, arriva lei. In un istante si ammazzerebbero, ma l’istante successivo l’una prescinde dall’altro e viceversa, come fossero due amanti. Fleur condivide fortemente con suo fratello la passione rivoluzionaria che serpeggia in quegli anni nella capitale francese, fino ad esplodere in uno dei più famosi movimenti sociali del XX secolo. È il cosiddetto “Maggio francese”, una vasta rivolta spontanea di natura sociale, politica, culturale e filosofica, in nome di un’insofferenza contro il tradizionalismo, il capitalismo e l’imperialismo imperanti. Fleur è protagonista di quelle lotte giovanili, insieme a suo fratello e alla miriade di tanti giovani che come loro sognano la liberalizzazione dei costumi, una nuova era che denigra la società dei consumi e la maggior parte dei valori tradizionali. E nell’aria si respira appunto questa frenesia, che man mano raggiunge ogni luogo, città, Paese. La frenesia di un sogno da difendere e da diffondere. Un sogno ampiamente dibattuto in assemblee, comizi e riunioni informali, svolti in strada, nei teatri, nelle università e nei luoghi di cultura. Fleur unisce a questa fede, nella possibilità di una radicale trasformazione della vita, una viscerale passione per il cinema, che intenso, vero e audace riesce a creare una realtà altra, distante dalla corruzione e dal perbenismo, una realtà priva […]

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TRESY GAMBACORTA – episodio 1: Che travagliu!

“TRESY GAMBACORTA” è il nome della rubrica narrativa seriale che – tramite la finzione – andrà a indagare prototipi umani, difetti, pregi e particolarità di un territorio specifico, “lu Titu”. Tito è un piccolo centro, un borgo montano lucano, sito in provincia di Potenza. Un lucano fuori regione si ritrova sempre a puntualizzare: Ma che hai capito?! Non vengo da Lugano… Non sono un “basilichese”! Ma nooo, neanche un “basilico”!!! La Basilicata è, di fatto, una terra ancora tutta da scoprire. Poco si conosce del suo popolo, della sua genuina cultura contadina, delle sue tradizioni, delle sue suggestive lande desertiche e altri paesaggi che si presentano, tutt’oggi, nudi e crudi ai nostri occhi. Tresy Gambacorta, Episodio 1 Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale. Nome: Teresa. Per gli amici: Trёsina. Quelli stretti: Tresy. Cognome: Gambacorta. Età: psicologica. Occhi: azzurri. Pelle: cerea. Pel: di carota. Insofferenza: al pettine. Tresy è stata partorita in casa da Mariannina “la manilunga”, in una notte di febbraio alle 3.00 in punto, mentre fuori scrosciava un acquazzone impetuoso. Il sonno tranquillo de “la manilunga” fu rotto dalle prime contrazioni. Era sola. Era sempre sola quando aveva bisogno di qualcuno, e rubava per questo quando andava a far la spesa, perché in cuor suo si era sedimentata l’idea che il mondo le doveva qualcosa. Aveva sposato un buon uomo, Mariannina; lei ci credeva fermamente. Il problema di mastu Cicciu era il bar della piazza, tutto qui. Quando usciva, beveva sempre abbondantemente e con smisurato piacere, poi tornava a casa e lei non lo riconosceva più, perché diventava un altro: attaccabrighe, arrogante, spavaldo. Si autoproclamava “lu rrè” e iniziava a tiraneggiare senza porsi alcun limite, come se – puntualmente – quella messa in scena nella vita gli servisse per consolarsi un po’, e per ricaricarsi. Mastu Cicciu era conosciuto da tutti come “lu beccamortu” e la morte altrui era per lui fonte di reddito, fonte di vita. Al suo cospetto, i maschietti venivano sempre sopraffatti da un incontrollabile prurito nelle mutande e le fanciulle non facevano altro che molestarsi la tetta sinistra. Nessuno gli dava corda, erano tutti molto freddi con lui. Più freddi del gelo del marmo dei tavoli nei sotterranei dell’ospedale di Potenza, dove il sole “lu beccamortu” non lo aveva mai visto. Mariannina era sola nel letto, quella notte. Come sempre, quando aveva bisogno di qualcuno. Non aveva un telefono fisso, non potevano permetterselo lei e suo marito, e al suo cellulare mancava il credito. Allora si alzò, si rimboccò le maniche e sterilizzò un paio di forbici da cucina. Riempì la vasca da bagno con acqua tiepida e prese due asciugamani – uno da mordere e uno per avvolgere il neonato – e, quando le contrazioni si fecero più fitte, iniziò a spingere. Sapeva benissimo come comportarsi perché la sorella Felina, Internet, ce l’aveva! E quando andava a trovarla ai Calangoni, trascorreva ore ed ore su YouTube a guardare parti, perché aveva sempre sognato di essere mamma, ma il Signore pareva non […]

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