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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 132 articoli

Musica

Buon compleanno, Sofar Sounds Naples!

Una ragazza con una cartellina tra le mani ad indicarti la strada, un percorso di luci discrete, gruppi di persone che parlano e si salutano come fanno i vecchi amici e una lavagnetta luminosa che ti conferma che sei nel posto giusto. Sofar Sounds Naples si presenta così: accogliente, delicato, imprevisto. Prendi posto su un divano, o a terra su un cuscino colorato, sorseggi del vino, stringi mani nuove. Poi l’evento richiesto. Pochi giorni prima sarà rivelato il luogo del concerto, la lineup, invece, resterà sconosciuta fino al momento dell’artista e al silenzio attento. Suggestione è il Sofar Sounds, quando la musica dialoga col paesaggio e si apre dinanzi a un tramonto. Ciascun evento è gratuito. Non c

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Interviste

L’esordio de LeVacanze: intervista al duo sannita

LeVacanze sono due giovani musicisti: Giuseppe Fuccio e Giovanni Preziosa, che lo scorso anno hanno dato vita al loro progetto musicale, un duo pop con influenze elettroniche. I due musicisti si sono conosciuti al Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento, entrambi diplomati in Chitarra. LeVacanze è il loro album d’esordio, prodotto dall’etichetta discografica Apogeo Records, un ep di cinque brani con testi in italiano e un sound elettro, molto british, più attuale che mai. Come nasce il progetto LeVacanze? È un progetto che parte da lontano. Entrambi facevamo parte di un gruppo pop-rock che dopo circa 2 anni di attività è cessato di esistere; nonostante tutto io e Giovanni, avevamo molta voglia di fare musica, di provare a dire qualcosa che fosse più vicino alla nostra concezione di espressività. Così abbiamo continuato da soli credendo nella realizzazione delle nostre idee e dopo un periodo di intensa produzione abbiamo esordito con il primo lavoro discografico. Il vostro sound ha come carattere dominante l’elettronico. Dietro questa scelta, che ricerca di suoni c’è? Questa è la parte di noi più strana ed interessante! Sia io (Giuseppe) che Giovanni siamo diplomati in chitarra classica, ma quando non vestivamo i panni dei “musicisti classici” l’interesse verso l’elettronica, i sintetizzatori e le drum machine, era ed è rimasto impetuoso. Sono stati fondamentali tutti gli ascolti effettuati prima e durante il periodo di pre-produzione, che ci hanno dato la possibilità di focalizzare al meglio la direzione da prendere. Ascolti che vanno dai “Neon indian” ai “Tame impala” ma sarebbe impossibile citarli tutti. Penelope è un brano dal ritmo coinvolgente e dal testo intrigante. Chi è Penelope e come è nato questo brano? Nel brano “Penelope” abbiamo composto, come spesso ci capita, prima la parte musicale e poi il testo. Come dici tu siamo arrivati al risultato finale caratterizzato da un ritmo incalzante che rimane per certi versi fluido e scorrevole. Per quanto riguarda il testo forse “Penelope” è stato l’ultimo dei brani dell’EP a ricevere la parte testuale e ricordo che avevamo la forte necessità di raccontare in una delle canzoni, la fisionomia caratteriale di una persona: di una donna. Penelope è l’immagine di una ragazza ideale, sognatrice, libera, amante della vita e delle cose belle che essa ci offre ogni giorno; una tipologia di persona che ognuno di noi vorrebbe accanto. Vivere di musica porta ad accumulare un bagaglio di esperienze e di emozioni forti e disarmanti. Qual è stato il ricordo più bello nella registrazione di questo primo lavoro artistico? Sinceramente ogni giorno che abbiamo passato in studio è stato entusiasmante e man mano che i brani prendevano vita l’emozione cresceva. Forse la fase più intrigante è stata quella relativa al missaggio e al mastering, una su tutte quando abbiamo incontrato Giacomo Fiorenza per consegnargli le tracce di “Settembre Fun Club”. Abbiamo apprezzato molto il lavoro di Giacomo in questi anni e poter collaborare con lui è stata una fantastica emozione. Quali sono i vostri progetti futuri? A breve sui nostri contatti Social comunicheremo tutte le […]

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Musica

Scary Allan Crow, quando lo scratch è horror

Rimozioni mentali,allucinazioni, detti popolari, citazioni celebri, splatter, esoterismo, vendette, riti occulti, crimini irrisolti, indagini di polizia… Lorenzo Palloni ha saputo mescolare sapientemente tutti questi elementi nella sua Graphic Novel horror, Scary Allan Crow. Pubblicata per Edizioni Inkiostro e presentata ufficialmente al Lucca Comics & Games 2017, l’opera è accompagnata da una colonna sonora di grandissima fattura realizzata da uno dei più importanti esponenti del turntablism italiano: Dj Aladyn ( Aldino Di Chiano). Scary Allan Crow, quando un semplice divertimento si tramuta in una spirale di violenza Inizia con Jakob, Lucio, Malik, Katrina, Magdalena, Amalia e Svafa la nostra storia. Sette universitari, annoiati dalla loro quotidianità, che cercano svago e divertimento in un casolare di campagna abbandonato. Durante questa piccola “escursione” conosceranno una bizzarra pianta che li catapulterà in un’inaudita spirale di violenza che si prolungherà ininterrotta fino al sorprendente e ambiguo finale. Scary Allan Crow, quando lo scratch incontra il disegno A dirigere i fili di questa angosciante vicenda l’incredibile colonna sonora, pubblicata lo scorso 31 Ottobre in formato vinile 180 gr in limited edition (Kappa Distribution) realizzata da Dj Aladyn, che ha anche contribuito all’ideazione della graphic novel. Così come Palloni mescola nelle sue tavole tantissimi elementi diversi tra loro, allo stesso modo il disc jokey, da buon maestro del turntablism, manipola e distorce magistralmente suoni per creare atmosfere lugubri e inquietanti. Non a caso il turntablism è- Wikipedia può venire in nostro aiuto- “l’arte di manipolare suoni e creare musica mediante il giradischi e il mixer da Dj”. Quindi, se state pensando a “I Dj non fanno altro che mettere play”, no, non è questo il caso. Sei tracce, una per ogni capitolo, si susseguono intervallate da alcuni interludi. Poche inquietanti note al piano, introducono il tutto preparando il lettore- e ascoltatore in questo caso- alle atmosfere di pura malvagità nelle quali sarà immerso. C’è poi una breve pausa con una musichetta molto simile a quelle delle giostre- a dirla tutta neanche così rassicurante- che sfuma in una cupa sequenza di bassi. Ed è proprio qui che Aladyn mette in mostra tutta la sua abilità nello scratch. Le pagine scorreranno davanti ai vostri occhi a ritmi frenetici, quasi da togliere il fiato; altre volte lenti, sommessi, ma pronti ad esplodere in cruenti colpi di scena. Aladyn sarà il demiurgo di questa esperienza audio-visiva, accompagnato non solo dalla matita di Lorenzo Pallone ma anche dalla chitarra di Marco Trentacoste e dal pianoforte di Roberto Pace. Quel pianoforte dal quale, anche nell’ultima traccia, risuoneranno minacciose le stesse note che avevano introdotto l’album. Come se la vicenda di orrenda malvagità, capitata ai sette protagonisti, trovasse in questa sua “circolarità” una coerente conclusione o,forse, l’inizio di una nuova spirale di violenza destinata continuamente a ripetersi.

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Interviste vip

Intervista a Davide Shorty: l’esigenza di fare musica

Ha lasciato l’Italia alla volta di Londra, innamorato perso della musica, deciso a voler coltivare questo talento. Ad X-Factor, grazie al suo timbro esplosivo, si è aggiudicato un posto in finale. Nel febbraio 2017 è uscito Straniero, un album di 11 tracce, in italiano, che portano la firma di un giovane soul-man: Davide Shorty. Siciliano d’origine, Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, è un cantautore eclettico, in grado di coniugare nelle sue canzoni, numerose influenze musicali: dal funk al rap, dal jazz al R’n’b, proponendo un progetto artistico innovativo, lontano dai soliti schemi. Alle sue spalle la Macro Beats, una delle più importanti etichette indipendenti italiane, nel suo album diverse collaborazioni: Daniele Silvestri, in Fenomeno; ThrowBack in Tutto scorre; il rapper Tormento in Fare a meno; Johnny Marsiglia in Dentro Te. Noi di Eroica Fenice gli abbiamo fatto alcune domande. Straniero è il titolo del tuo album. Molteplici i significati di questa parola: dalla diversità all’estraneità. Quando ti sei sentito straniero? Mi sento anche adesso straniero. In terra straniera, ti senti straniero perché cerchi qualcosa di nuovo, perché vuoi essere accettato. A Londra, non conoscevo la lingua, dovevo reinventarmi. Poi in Italia, dopo essere stato tanto fuori, tornato a casa mi seno sentito strano, non più abituato. La parola diversità qui non è accettata, è denigrata, viene considerata il primo dei mali, basti pensare all’immigrazione. Straniero però, ha anche un’accezione salutare: essere outsider, viaggiatore, e quando sei viaggiatore devi contaminarti, abbracciare ciò che è diverso da te. Nessuno mi sente, settima traccia del tuo album. Colpisce la semplicità della frase “Grido, ma nessuno mi sente”. Comunicare per un’artista è alla base del suo progetto. Nella tua musica, qual è l’esigenza da comunicare? La mia esigenza di comunicare nasce dal fatto che non potrei far altro, per me è come bere, mangiare. La mia fortuna è stata di capirlo in tempo: quando hai una predisposizione, è un dovere coltivarla. La giusta comunicazione nasce nel momento in cui trovi un equilibrio tra la vita e l’autocompiacimento, il combattere per i tuoi gusti. Alla base, la mia esigenza è quella di un messaggio d’amore, perché la musica è uno scrigno gigantesco, può racchiudere di tutto e per farla devi essere vero, devi rispecchiare i tempi. Davide Shorty: X-Factor, la musica e le collaborazioni artistiche Nell’album c’è un brano, Fenomeno, scritto con Daniele Silvestri. Come è nata questa collaborazione, come è stato confrontarti con questo cantautore? Ci siamo conosciuti a Palermo, abbiamo un amico in comune, e questo amico è Niccolò Fabi, a cui aprii i concerti poco più che diciottenne. Daniele era a Palermo, io avevo ascoltato il suo ultimo album, Acrobati, avevo una gran voglia di collaborare con lui, di imparare da lui, da cantautore a cantautore. Ci siamo incontrati al soundcheck prima del concerto, mi ha detto che aveva seguito il mio percorso ad X-Factor e sono andato poi nel suo studio. Abbiamo subito steso il brano, attraverso una jam, suonata con gli stessi musicisti con cui Daniele ha inciso Acrobati. In dieci […]

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Musica

Amore che torni, l’album “fenice” dei Negramaro

Il 17 novembre 2017 la Sugar Music pubblica il nuovo album dei Negramaro Amore che torni. Settimo dei precedenti album, che hanno reso celebre la band salentina, viene presentato nel Planetario di Pino Torinese, location in tema con la copertina, che rende l’idea di una costellazione atta ad incorniciare un volto stilizzato, probabilmente quello della nipotina del frontman Giuliano, Maria Sole Sangiorgi, prestavoce di due brani. Amore che torni ha un sapore nuovo. Un album diverso da quelli pubblicati in precedenza. I 12 brani inediti sembrano creare toni altalenanti, muovendosi tra inquietudine, paure e speranza.  Amore che torni, la crisi La scintilla che funge da motore per Amore che torni è data da una crisi, mai dichiarata pubblicamente, che aveva provocato un momentaneo scioglimento della band. Nel novembre 2016, dopo una serie di litigi e malintesi, Giuliano Sangiorgi e il tastierista e programmatore Andrea Mariano si mandano letteralmente a quel paese. Sangiorgi vive un periodo di riflessione a New York, dove sperimenta un’acuta e gelida solitudine, resa ancor più incalzante in quel periodo dall’innalzamento delle frontiere americane contro l’immigrazione, attuato dal Presidente Trump. Dopo due mesi circa, Giuliano torna a casa. Decide di mettere da parte l’orgoglio contattando Andrea e scoprendo, dopo avergli fatto ascoltare uno dei testi scritti a New York, che il tastierista sarebbe diventato padre. Con un abbraccio sanciscono la rinascita del gruppo, proprio come una fenice rinasce dalle proprie ceneri. All’inquietante inverno segue il sole della speranza e della serenità. FINO ALL’IMBRUNIRE E IL SIGNIFICATO DELL’ALBUM “Oggi possiamo raccontarvi di un amore che non è finito e anzi vive un nuovo inizio”. Così parla il frontman Giuliano durante la presentazione dell’album. E aggiunge “Questo disco ha una luce incredibile proprio perché viene dal buio, da un buco nero”. Non a caso Amore che torni si apre con il singolo che ne ha già preceduto la pubblicazione Fino all’imbrunire. Un brano che comunica subito il concetto di buio, paura e travaglio, per poi raggiungere in volo la luce della speranza. Emblematica la scelta del cantautore di servirsi della voce della nipotina (simbolo della fresca genuinità della vita), che così recita all’interno del brano, creando uno straordinario featuring con lo zio: «Torneranno anche gli uccelli. Ci diranno come volare. Per raggiungere orizzonti più lontani al di là del mare». Intertesto che racchiude simbolicamente tutto il significato dell’intero album. Compare appunto quel binomio dialettico buio-luce, che alla fine si realizza in un’aspettativa positiva, una vittoria su quel tunnel negativo in cui Giuliano e gli altri componenti della band stavano precipitando. Amore che torni, un focus sui testi  Non è un caso che l’album si apra con la parola “Torneranno” e si chiuda con le tre “un nuovo inizio”. Un pendolo che oscilla tra il turbamento e la felicità. Ma l’altalena sembra fermarsi infine proprio sul terreno della rivalsa e della rinascita. Il cambiamento e il desiderio di speranza sembrano percorrere l’album, con il genere rock elettronico che ricorda a volte il vecchio album dei Negramaro Casa 69. È simbolica e […]

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Concerti

Labrano e Dragotto aprono la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini

Labrano e Dragotto inaugurano la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini Buio. Impreziosito da luci che affiorano colpendo volti e svelando silenzi, tra la penombra e il chiaroscuro. Il piccolo corpo vibrante e raccolto della platea sussulta, diventa un’unica cosa con l’evanescenza del palco, la tappezzeria ricamata, le locandine storiche che costellano l’ambiente e il rosso delle sedie. Il buio e i giochi di luce disegnano punti luminosi sul piccolo corpo della platea del Piccolo Bellini, che respira quasi dallo stesso stomaco degli artisti, così vicini alla pelle del pubblico da poterla sfiorare. Il 23 novembre sono stati due gli artisti che hanno giocato con le penombre e i chiaroscuri dell’animo del pubblico, Nicola Dragotto e Luciano Labrano, che hanno inaugurato la rassegna del Be Quiet al Piccolo Bellini. Labrano e Dragotto, che cos’è il Be Quiet ?  Ingabbiare un concetto nei codici retorici o nelle gabbie della parola è un’operazione ardua, specie se si tenta di incapsulare un’idea nelle strette maglie dei nostri codici linguistici: Be Quiet è un agglomerato di sinapsi, processi creativi e condivisione partecipativa. Un movimento sorto nel 2012 dal magma della scena underground napoletana da un’idea dell’artista Giovanni Block, che, tra i tanti riconoscimenti di cui si fregia, ha ricevuto la Targa Siae/Club Tenco del Premio Tenco come miglior autore emergente e il primo premio assoluto del Festival Musicultura, nonché un premio speciale dall’Università delle Marche per il miglior testo, oltre a tanti altri premi, progetti e iniziative che lo rendono un componente davvero prezioso della scena musicale odierna. Be Quiet è un circuito che ingloba e raccoglie una rete di pubblico, appassionati, addetti ai lavori, musicisti e cultori della musica d’autore e ha trovato, da due anni a questa parte, la propria casa di penombre, luce e chiaroscuri al Piccolo Bellini. Il corpo fremente e musicale che ribolle nelle nudità di Napoli viene così sviscerato, portato alla ribalta e messo in diretta comunicazione col pubblico, giacché ognuno di loro, a rotazione e nel corso della rassegna, calcherà il palco per esternare se stesso e le proprie contraddizioni. Labrano e Dragotto, lo spettacolo Giovedì 23 novembre, Nicola Dragotto è stato il primo artista a salire sul palco: trovarsi a diretto contatto con un artista del genere è come fronteggiare una di quelle personalità che sembrano nate dalle scintille dei migliori personaggi goldoniani, con una spruzzata di fascino brillante alla Paolo Conte. Figura  senz’altro carismatica, quella di Dragotto, che è salito sul palco tenendo in pugno il pubblico senza far calare mai l’attenzione: si è svelato e denudato, pur rimanendo in pantaloni, camicia, maglia e scarpe, spogliandosi del proprio mestiere di avvocato, stracciando le vesti dell’inquadramento sociale e mostrando la sua carne pura, in una sorta di processo di disvelamento pirandelliano. Dragotto canta le tracce del suo album L’Ultima Causa (lo sentite anche qui il pirandellismo?), e porta al Piccolo Bellini una ventata di resistenza, perché resistere è l’imperativo categorico del cantautore, che ha parlato al pubblico di fuga (ma dove si va? dove si […]

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Musica

Francesco Di Bella alla Federico II: guardare la città dando le spalle al mare

Francesco di Bella alla Federico II: dai 24 Grana alla Nuova Gianturco. Cosa è cambiato? Magrolino, piccolo e con un timbro rauco, graffiato e inconfondibile. L’andatura sempre uguale, del resto lui non è mai cresciuto, come cantava in Vesto sempre uguale. La risata fresca da eterno guaglione del centro storico napoletano e di Piazza San Domenico: Francesco Di Bella, ex leader dei 24 Grana, si porta addosso, come un aroma delicato, una napoletanità malinconica e ombrosa, con negli occhi i fasti e la distruzione di un’epoca che non tornerà più, che si è consumata tra i vicoli, le notti sudate e le note dissonanti di un centro storico che non è stato mai tanto fertile e fecondo come in quegli anni lì. Il ventre del centro storico. Se quelle piazze potessero parlare, racconterebbero la storia dei 24 Grana, degli anni d’oro di Metaversus, Ghostwriters, del K Album, di quella musica che attingeva a piene mani dal ventre della città  senza toccarne gli organi interni: sì, perché Di Bella e soci hanno sfiorato la pelle della musica napoletana rifondandola e sovvertendola, creando-senza esserne consapevoli- una sorta di Neapolitan Power che è stato, paradossalmente, riscoperto dopo anni nella sua piena portata storica. Di tutto ciò ce ne ha parlato lo stesso Francesco Di Bella, il pomeriggio del 22 novembre all’incontro presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II: l’appuntamento con l’ex leader dei 24 Grana è stato il primo del ciclo di incontri e dei dibattiti con le voci che hanno caratterizzato il sound napoletano dagli anni ’60 fino ad oggi, e si spera possano seguirne altri altrettanto soddisfacenti e proficui, come ha puntualizzato il professor Enrico Careri, docente di Musicologia presso l’ateneo federiciano. Una chiacchierata intima e confidenziale: ecco cosa è stato l’incontro di Francesco Di Bella con gli studenti della Federico II; non sono mancati i momenti di confessione e neppure quelli in cui ha imbracciato la chitarra per suonare alcuni dei classici dei 24 Grana e del suo album da solista, Nuova Gianturco. Anni di fermento controculturale: la Napoli dell’Officina 99 La Napoli di Di Bella sputa fumo, dub, postpunk e sonorità scheggiate: non è la Napoli tinta di mille colori di Pino Daniele, non è la Napoli che sa del sugo delle pizze a portafoglio mangiate sulle gradinate, e non è neppure la Napoli delle sirene e dei miti. È  una Napoli che sa di tumulti intestini, dell’aria della notte del centro antico e di officine dove -senza saperlo- si stava creando un serbatoio di controcultura (dal quale si sarebbe abbeverata più di una generazione di gruppi musicali, cantautori, menestrelli o aspiranti tali). I maestri di Di Bella non sono canonici, come ci ha raccontato: per lui molto preziose sono state le sonorità del gruppo operaio di Pomigliano D’Arco E’ Zezi, rispetto a quelle di Pino Daniele.  Allo stesso modo il cantautorato classico italiano non ha impresso la sua influenza in lui in modo rivelante. Molto più importanti per Di Bella sono stati Lou Reed e la sua inquietudine […]

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Libri

La tenebrosa realtà di Wilkie Collins: Uomo e donna

Voci misteriose, scricchiolii molesti, passi martellanti, sempre più vicini. Pane quotidiano di Wilkie Collins, uno dei massimi narratori di storie di fantasmi. Pane, «una cosa piccola ma buona» alla maniera di Raymond Carver, condiviso come un’eucarestia con il compagno e rivale di sempre, Charles Dickens, la voce degli indigenti. Lui che ha fatto emozionare con la scena del «Please sir, I want some more» di Oliver Twist, un bambino che di pane ne avrà in abbondanza solo alla fine di un tunnel apparentemente senza via d’uscita. Due scrittori inglesi a contatto, perché Oliver, o Pip, o perfino Scrooge hanno tanto da condividere con i fantasmi. Romanzo poco noto del nostro Collins è Uomo e donna, pubblicato dalla Fazi Editore per la collana Le strade. Scelta oculata quella della Fazi Editore. Un romanzo apparentemente inusuale per l’autore che può considerarsi padre fondatore del poliziesco, tessitore di misteri resi intricati dalla sua abilità di cucire nella trama falsi indizi. Wilkie Collins in Uomo e donna consegna la parte di sé più vicina al compagno inseparabile Dickens: l’attenzione al sociale. Il mistero non è cancellato però dalla sua abilità narrativa, la stessa che lo aveva portato alla stesura del primo fair-play La pietra di Luna, un romanzo che è un intreccio di enigmi che il lettore a mano a mano è portato a risolvere, non senza le grandi difficoltà dovute ai trabocchetti dell’autore. Wilkie Collins in Uomo e donna dà voce a chi è costretto al silenzio Fin dalle prime impressioni, la figura femminile di Mrs Vanborough è piena di vita, ma di una vita stroncata sul nascere da un marito severo che «non guardava mai, nemmeno di sfuggita, verso la moglie». La ricerca dell’espressione nella dicotomia marito-moglie sarà una tematica in gran voga agli albori dell’isteria dilagante. L’isteria: quel grande contenitore, una categoria ripostiglio alla quale appellarsi in qualsiasi caso di psicosi femminile. L’impossibilità della comunicazione è infatti protagonista delle pagine de La mite di Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nelle quali a mano a mano il silenzio si fa arma di distruzione, lasciando spazio a un’afasica edificazione del Giudizio Universale. Questa prima figura femminile del romanzo di Wilkie Collins ci ricorda proprio quelle parole stroncate a mano a mano da una violenza inaudita, prima di tutto psicologica. Questa è una delle ragioni addotte dall’autore per motivare la sua decisione di raccontare questa storia. «Si prospetta finalmente la possibilità di stabilire legalmente il diritto di una donna sposata a disporre del proprio patrimonio e ad essere padrona dei propri guadagni». In questo clima di speranza, però, «il teppista con la pelle pulita e la giacca buona è facilmente rintracciabile in ogni grado della società inglese, nel ceto medio e nell’alto». Wilkie Collins osserva un reale tenebroso, linfa della sua ispirazione di scrittore criptico ed enigmatico, grande autore tanto di incalzanti azioni quanto di ardenti emozioni. Così, alla tenera scena delle piccole Anne e Blanche si accosta il sorriso beffardo di un legale in carriera, Mr Delamayn, che con il suo sguardo sembra affermare «Ho […]

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Interviste

Fil Bo Riva, intervista al musicista dei Milky Chance

Fil Bo Riva (qui il sito ufficiale), nome d’arte di Filippo Bonamici, è un musicista di origini italiane, vissuto tra l’Irlanda e la Germania. Da poche settimane ha intrapreso il tour con la sua band, i Milky Chance, e il 3 dicembre farà tappa a Milano. Il 7 novembre scorso è uscito il singolo Head Sonata, inserito nella compilation di Spotify “Italians Do It Better” (dedicata agli artisti italiani che cantano in inglese) e il 2018 vedrà l’uscita del suo primo album. Fil Bo Riva ha concesso un’intervista a Eroica Fenice Il 7 novembre hai iniziato il tour con i Milky Chance e il mese prossimo, per la prima volta dopo molti anni, tornerai in Italia. È difficile dirlo, ma il motivo perché me ne sono andato era perché sapevo che i miei sogni da musicista erano internazionali. Quindi direi che probabilmente non ce l’avrei fatta perché mi sarebbe mancata la motivazione giusta. Il fatto è che tornare è sempre facile, ma andarsene e riuscire a raggiungere qualcosa è la cosa difficile. Si vedrà nel futuro se l’Italia accetterà la mia musica. Il prossimo sarà un anno molto ricco e impegnativo, intanto hai già in mente i progetti futuri da realizzare?

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Interviste

Passaporto di Mario Riso: “un lungo viaggio a ritmo di musica”

È uscito lo scorso 20 ottobre Passaporto, il primo album da solista del batterista Mario Riso, distribuito dall’etichetta Self. A cinquant’anni Riso si rimette in gioco con una raccolta di diciotto tracce scritte nel corso di periodi diversi della sua lunga carriera da batterista, prestando per la prima volta anche la propria voce in un brano, Un temporale, realizzato con Danti dei Two Fingerz e scelto come singolo di lancio del lavoro. Il Passaporto di Mario Riso: un disco dalle anime differenti Anticipato dal brano Un temporale, in rotazione radiofonica dal 13 ottobre, Passaporto è un disco in cui Riso racconta, attraverso diversi stili, la sua storia musicale, fatta di oltre 30 anni di esperienza. Dopo aver suonato in numerosi album di grandi artisti, il batterista, compositore, produttore, nonchè autore e presentatore televisivo monzese ha voluto intraprendere quello che lui stesso ha definito “un viaggio a ritmo di musica”. “Un viaggio lungo – ha aggiunto – che porterà lontano, e come in ogni viaggio che si rispetti è necessario il passaporto!”. Il risultato è un album dalle sonorità più disparate, in cui convergono generi anche molto distanti tra loro: Mario Riso si muove con disinvoltura tra ritmi rock (a lui congeniali) – prevalenti nella maggior parte dei brani -, latini (come la travolgente Ay que le pasa al mayoral), pop e hip pop, mostrando tutta la sua poliedricità. 18 tracce dalle anime differenti che testimoniano una vita dedita completamente alla musica. Inoltre, come detto in precedenza, per la prima volta Riso canta anche, nel singolo “Un temporale”, un brano che si pone come una metafora della vita: non sempre il cielo è sereno, spesso bisogna attraversare burrasche, ma “un temporale dura soltanto un momento” e “un altro sole tornerà”, perché il sole torna sempre a splendere. “Il primo album solista della mia vita, la prima volta che canto e utilizzo la mia voce su una registrazione ufficiale – ha spiegato Riso – C’è sempre una prima volta per quasi tutto… ma questa per me rappresenta una grandissima emozione artistica. Grazie Danti per averla impreziosita col tuo contributo!”. Ad arricchire il progetto solista del musicista lombardo hanno contribuito numerosi altri artisti oltre al già citato Danti dei Two Fingerz; tra di essi Rise, Cristina Scabbia dei Lacuna Coil, Caparezza, Tullio De Piscopo, Giuliano Sangiorgi, movida e Rezophonic (progetto musicale benefico da lui fondato nel 2006). Mario Riso: una vita per la musica Tra i più famosi batteristi rock in Italia, Mario Riso, classe 1967,  ha mosso i suoi primi passi nel mondo della musica quando aveva poco più di 16 anni, mostrando da subito il suo talento da batterista. In 30 anni e passa di carriera ha suonato in più di 150 dischi italiani e si è esibito in oltre 2000 eventi tra concerti live e performance televisive. Oltre ad essere musicista e produttore, Riso ha un ruolo attivo anche nel mondo della televisione, è infatti autore e presentatore tv, nonché fondatore dei canali satellitare Rock Tv (Sky 718) ed Hip […]

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