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Eroica Fenice

La categoria Concerti contiene 167 articoli

Concerti

Mannarino, il re di Roma conquista l’Augusteo

Mercoledì all’Augusteo l’impero è caduto sotto scroscianti applausi. Non poteva che iniziare da “Roma”, inno malinconico dedicato alla sua amata città, il viaggio musicale in cui Alessandro Mannarino ha condotto gli spettatori del teatro partenopeo per due splendide serate. Arena dopo arena, sold-out dopo sold-out, il cantante romano torna a Napoli, città che ne ha visto crescere il talento con numerosi concerti nel corso degli ultimi anni. Ma quello che è salito ieri sul palco è sicuramente l’incarnazione più matura di un musicista che ha saputo reinventarsi e rimettere in discussione il suo modo di fare musica. Mannarino ora è un artista completo, un cantautore metropolitano eclettico e mai banale, in grado di dar voce, con la stessa grinta e la stessa ispirazione, alle sue due anime, quella più folk e danzereccia, che connotava i suoi primi lavori, e quella “blues” e politicamente impegnata che abbiamo potuto apprezzare nei suoi due ultimi dischi. Mannarino, tra catarsi e poesia La scaletta proposta ha visto vecchi successi e bravi nuovi riarrangiati per l’occasione in maniera egregia – soprattutto “Marilù”, “Rumba Magica” e “Malamor” – e coerente non solo alla location ma anche agli intenti narrativi. Arricchite da sonorità di “confine”, le storie raccontate si incastrano alla perfezione in un mosaico di degrado globale, di baracche, prigioni e totem da scardinare, a cui riesce a contrapporsi con efficacia soltanto la spinta vitalistica dell’amore. La catarsi è completa e funziona solo se condivisa, e allora dopo aver incantato la platea con le sue rime più crude, nell’ultima mezz’ora Alessandro sceglie di abbattere la quarta parete e di ballare, saltare e brindare insieme al suo pubblico intonando le sue strofe più gioiose. L’impero è già crollato L’evoluzione di Mannarino è tangibile ascoltando i suoi ultimi tre dischi in parallelo. In “Al Monte“, infatti, aveva lasciato i panni di stornellatore dei perduti amori di “Supersantos” per occuparsi di tematiche di forte rilievo politico e sociale. Canzoni come “Scendi giù”, ispirata alla vicenda di Stefano Cucchi, e “Gli animali”, in cui cita George Orwell, ne sono l’emblema. Nell’ultimo suo lavoro, “L’impero crollerà“ – che dà anche il nome al tour – continua su questa falsa riga per quanto concerne i contenuti mentre nel contempo prosegue spedito nella sua ricerca musicale. Lo ritroviamo, perciò, a scatenarsi nuovamente, ma in giacca, cravatta e sombrero. A differenza dei suoi colleghi che hanno iniziato quell’inevitabile quanto apparentemente necessario processo di omologazione verso i sound made in USA, Mannarino rivolge la chitarra più a meridione, contaminando il romanesco con le sonorità del Sud America. Il suo è un ritorno alle origini in tutti i sensi. I colori e i carnevali di quelle terre lontane, difatti, non sono che la eco delle danze a piedi nudi di quel ragazzo che correva sul lungomare di Ostia e sognava un giorno di fare della sua arte il suo lavoro. Un ragazzo che oggi si è fatto poeta e uno dei più amati cantori dalla sua generazione. “La notte è scura Ma io e te ci ripariamo”. Grazie Alessà! […]

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Musica

Shiver Folk: “Settembre” è l’ultimo disco dell’indie folk-band lecchese

“Settembre” è il titolo del nuovo Ep degli Shiver Folk, band nata nel 2013 in provincia di Lecco. Il disco, contenente quattro canzoni, è stato pubblicato a settembre 2017. Si tratta della quarta fatica discografica del gruppo, che ha già alle spalle due EP e un LP. “Settembre  – ha spiegato la band nel presentare il disco – parla di esperienze forti, di momenti vissuti con anima e corpo. Proprio per questo segna un netto stacco rispetto ai lavori precedenti, più ‘fanciulleschi’, sia a livello di musica che di testi. La ricerca per la scrittura è durata circa un anno e ha portato ad un lavoro che ci ha soddisfatto pienamente. ‘Settembre’ è il nostro punto di (ri)partenza verso il futuro”. La poesia e la passionalità dell’ultimo lavoro degli Shiver Folk Settembre è un disco breve, ma ricco, di suoni, parole ed emozioni. A metà strada tra indie–folk, sonorità rock e canzone d’autore, gli Shiver Folk raccontano storie in modo autentico e originale, affrontando tematiche importanti, quali la tossicodipendenza e l’ansia; quest’ultima definita come “uno dei  mali quotidiani del nostro tempo”, d’altronde, come dargli torto… Alzi la mano chi al giorno d’oggi non è ansioso! Tornando a parlare dell’EP nel suo complesso, gli Shiver Folk ci consegnano un disco maturo e omogeneo, nei testi e nelle sonorità. I suoni dolci e melodiosi del pianoforte, del violino e del contrabbasso si amalgamano ai ritmi incalzanti della batteria, del banjo e delle chitarre, sposandosi  perfettamente con i testi, a metà tra il poetico e il viscerale. Questo disco arriva dopo due EP ( “La Rotta“, composto da due brani inediti ed una cover di Johnny Cash; “Folkin’ Christmas“, una raccolta di cinque brani natalizi rivisitati in chiave folk, più un pezzo inedito), un disco lungo (“L’Equilibrista“, un album di undici brani) e diversi live su palchi importanti come Carroponte, Alcatraz e lo Stadio San Siro, dove nel 2017 hanno accompagnato il cantautore Davide Van de Sfroos. Quest’ultimo li aveva scelti già l’anno precedente come band per il suo tour italiano, il Folk Cooperatour. Settembre: track by track Ad aprire il disco è la ballata folk “Medicine per il morale”. Il brano, caratterizzato da un ritmo pressante, rappresenta una non troppo velata critica del mondo della discografia e si rivolge, dunque, a chi riduce la musica ad un mero mezzo per arricchirsi, sminuendone il valore artistico. Medicine per il morale racconta, in modo piuttosto diretto, delle delusioni a cui molto spesso vanno incontro i giovani musicisti quando entrano in contatto con il mondo discografico. “Qui c’è gente che ti dice hai vent’anni stai al tuo posto. Che ci si pulisce il culo coi tuoi sogni nel cassetto. Perché hanno comperato anche la tua scrivania, hanno messo le inferriate alle finestre della fantasia.” Così recita una strofa della canzone; un linguaggio vigoroso a sottolineare quanto troppo spesso la fantasia e l’originalità vengano sacrificate, in nome del mercato e del denaro. “Settembre”, brano che dà il titolo al disco, affronta invece in modo autentico un’importante tematica sociale: […]

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Musica

Rock e distopia in Karma degli Humana

Un futuro distopico, una ribellione per riscoprire la propria vita e il rock sono i temi principali dell’album Karma degli Humana. Il  secondo album del gruppo è uscito il 23 marzo per la DML – Digital Music Label. Il duo composto da Daniele Iudicone (voce, testi e melodie) e Lorenzo Sebastiani (registrazione, musiche e arrangiamenti), esordisce nel 2012 con l’album Humana e in questo nuovo album combina diversi stili di rock, dal più rabbioso di Kaos al confine con l’elettronica di Perfezione. Particolare la scelta di accompagnare l’album con delle tavole grafiche, per illustrare il mondo futuristico in cui è ambientata la storia narrata. Le tavole sono state realizzate da Umberto Stagni (Alias PastaVolante), autore assieme a Umberto Paganoni del videoclip del singolo Kaos. Karma degli Humana, track by track L’album si apre con Perfezione, titolo quasi ironico visto il mondo distopico descritto nel brano. Tonalità metalliche e suoni al limite dell’elettronica tratteggiano rapidamente l’ambientazione del brano: l’ascoltatore si trova catapultato in un universo popolato da cyborg senza emozioni, dediti solo al lavoro e al consumismo. In questo mondo l’omologazione rappresenta l’ideale di perfezione e chi si oppone è, secondo una voce metallica fuori campo, “da disattivare”. Questa “perfezione” inizia ad infrangersi con Karma, quando i protagonisti si imbattono nel karma, qui dipinto come relazione causa-effetto, iniziando a rendersi conto che c’è qualcosa oltre l’esistenza standardizzata che ha conquistato l’universo. Voglio stare qua mostra come in realtà questa società distopica non sia riuscita ad annientare tutte le emozioni degli umani: la vita ripetitiva e omologata porta ovviamente alla frustrazione, rappresentata da un crescendo di musica assordante con un ritmo oppressivo, periodico come una catena di montaggio. La frustrazione culmina nella voglia di evasione di Paura, emozione prevalente in tutte le persone coinvolte in questa società-ingranaggio, ma l’esempio di qualcuno che si è ribellato è sempre presente e alla fine porta le persone a superare i loro timori. Kaos è sicuramente il pezzo più rumoroso e movimentato dell’album: non poteva essere altrimenti dato che rappresenta il momento in cui la frustrazione e l’alienazione dei cyborg li portano a cercare sfogo in locali e club in cui “regna il caos” delle chitarre urlanti. Al Kaos segue poi Il vuoto, dato che il primo è solo uno sfogo temporaneo, in attesa di tornare nuovamente all’omologazione e all’assenza di rapporti personali. Un vuoto esistenziale che accompagna gli umani dal primo all’ultimo giorno e di cui ben pochi si rendono conto. La base di questa sensazione è una musica inizialmente “leggera”, senza eccessi, che parte in crescendo assieme al crescere della percezione di vuoto interiore. Humana e il Karma: dalla distopia alla ribellione Il ritmo sincopato con inserti elettronici di Invisibile avvolge chi ascolta nella descrizione della gabbia di convenzioni in cui sono rinchiusi tutti gli umani. Alcuni iniziano a rendersi conto di ciò ed escono dalla gabbia per iniziare a vivere dopo anni di tran-tran che ha ridotto la loro vita a mera sopravvivenza. Iniziano finalmente a provare emozioni e questo porta anche lati negativi come traumi […]

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Musica

Compilation Eroica #3, Enzo Savastano e Scarlet

Bentornati nella nostra rubrica dedicata ai brani selezionati tra il meglio della musica campana del momento per consolidare il nostro legame con il territorio. Una piccola compilation creata apposta per voi lettori, per consigliarvi e guidarvi nel panorama musicale in continua espansione della nostra terra. Questo mese vi presentiamo due singoli ricchi di energia e suadente passionalità, passando da Enzo Savastano, che ormai si sta consolidando come un idolo discusso del web, alla giovane e promettente Scarlet. Compilation che sanno di Enzo Savastano Come magari avrete già intuito dal titolo dell’articolo, questa volta, a prendersi la scena, è l’indiscusso maestro neomelodico Enzo Savastano, esperto possessore delle antiche tecniche del “gagaga” e “vavava”. Savastano ci regala una perla di inestimabile valore, una canzone pregna di viscerale passione, una storia strappa lacrime densa di malinconia. Il maestro ci racconta della sua travolgente relazione con l’eroina dei pomeriggi targati Canale 5: Barbara D’Urso. Attraverso il suo solito sound elegante e ricercato, impreziosito anche dal virtuoso assolo di chitarra di Alex, prende forma la cocente delusione di Enzo Savastano, abbandonato precocemente da Barbara, partita per Milano per inseguire il sogno di diventare una showgirl. È però un amore non ancora domo, la cui fiamma non smette di bruciare impetuosamente. Un amore che torna tutti i pomeriggi a bussare prepotentemente alle porte del cuore di Savastano che non l’hai mai dimenticata, nonostante il suo amore galeotto con Maria Teresa Aruta. “Voglio un cuore che sappia di cuore/ Un amore che sappia d’ amore/ Voglio un altro di quei pomeriggi che sanno di te” Compilation Eroica #3, Demon di Scarlet Dalle atmosfere allegre e spensierate di Enzo Savastano facciamo una decisione inversione di genere e passiamo al sound rock graffiante dell’artista campana Rossella Sicignano, in arte Scarlet. Demon, pubblicato il 4 Marzo, è un singolo che ha anticipato Wonder, il primo album (interamente in inglese) della rocker pubblicato il 26 Marzo dall’etichetta discografica salernitana Luma Records. Il brano si presenta come un sapiente connubio tra sonorità elettroniche e altre più prettamente “rock”. Inizia in sordina, crescendo lentamente per poi culminare nel ritornello con dei potenti riff di chitarra. È un brano avvolto da un fascinoso malessere, una solitudine che diventa un male difficilmente estirpabile. Opprimente ma, a volte, paradossalmente necessario per andare avanti. “you are my sweet death on a cold floor/ you are my fuckin’ drug, you’re my overdose/ you are a dirty lover to me/ you are my demon.”

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Interviste

Intervista a Gabriele Finotti, leader e fondatore dei Misfatto

Una storia lunga più di 30 anni fatta di sperimentazioni musicali, festival e libri. Di chi parliamo? Parliamo di Gabriele Finotti e della sua rock band Misfatto con la quale, lo scorso 19 Gennaio, ha pubblicato il suo ultimo album, L’uomo dalle 12 dita edito dall’etichetta discografica Orzorock Music. Per l’occasione abbiamo fatto quattro chiacchiere con lui ripercorrendo, tra le tante cose, la storia della sua band. Ecco a voi. L’intervista al leader della band hard rock i Misfatto Come nascono i Misfatto? Potresti raccontarci qualcosa di ogni vostro album ? I Misfatto sono nati nell’87, io trent’ anni fa avevo 15 anni. In una cantina dei sobborghi della provincia di Piacenza, a Gragnano Trebbiense, vicino al fiume Trebbia, il fiume caro a Hemingway. Io sono l’ultimo dei fondatori rimasto, gli altri non suonano più. L’ultimo è stato Alessandro Chiesa che ha smesso nel 2011. Tra il ‘90 e il ‘93 abbiamo fatto uscire tre demotape che erano a tutti gli effetti degli album, però, non sono inclusi nella discografia ufficiale perché, fondamentalmente, a quel tempo, fare l’album ufficiale significava far uscire o un CD, che era un miraggio, o un vinile. La spesa era veramente esagerata, serviva proprio un produttore: erano altri tempi. Arriviamo al ’97 con il primo disco ufficiale La fine del giorno (Audiar), un disco rock/hard rock in italiano. Sono presenti canzoni che tutt’ora eseguiamo dal vivo come Prima che ritorni il sole e Lentamente. Nell’originale fisico- non c’è sul web- era presente anche una prima bozza di Ossessione che è diventata ora Ossessione Baudelaire. Nel 2000 Misfatto che abbiamo registrato in un mese in un agriturismo di Arezzo. È un album che ha avuto una realizzazione di master non felicissima però ne andiamo comunque fieri. Nel 2005 abbiamo pubblicato Invisible e nel 2008 è uscito il libro cd Caos Duemila a mio nome. È stato il mio primo libro. Nel 2011 Undici Eroi Morti, un disco al quale tengo molto perché ha avuto la direzione artistica di Lorenzo Poli che, dal 2010 all’anno scorso, è stato il bassista ufficiale dell’orchestra di Sanremo e adesso è il bassista del trio Renga, Nek e Pezzali. Poi nel 2012 è uscito il nostro unico vinile in discografia ed è infatti un oggetto di culto tra i nostri non numerosi fan: Eleven Dead Heroes, la trasposizione in inglese del disco precedente. Nel 2014 esce Heleonor Rosencrutz e l’anno successivo Rosencrutz is dead. Sono due album che prendono spunto dal mio secondo libro La chiesa senza tetto- 35 sogni a Lisbona. Sono dei concept-album dove si delinea già quello che poi è lo stile al quale siamo arrivati con L’uomo dalle 12 dita. Ovvero un crossover di generi dal pop al rock, dal prog al grunge che però poi sfociano in quello che è il nostro stile: rock a due voci con delle chitarre pungenti e dell’elettronica che si avvicina all’era moderna. L’uomo dalle 12 dita è uscito quest’anno e ci ha occupato tutto il 2017. Ha avuto il mix finale […]

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Concerti

Festival MANN, Roberto Vecchioni canta al cuore dei suoi “ragazzi”

Il 22 sera Roberto Vecchioni ha tenuto un concerto nel Salone della Meridiana del Museo Archeologico Nazionale di Napoli. L’evento rientra tra quelli previsti dal FestivalMANN – Muse al Museo in 8 giorni dedicati alle più disparate espressioni artistiche e personalità d’eccezione. Il cantante durante questa edizione del Festival è stato anche nominato ambasciatore del Museo Archeologico dal Direttore del Museo Paolo Giulierini. Roberto Vecchioni è salito sul palco e l’evento ha assunto i connotati di una serata trascorsa tra vecchi amici che si rincontrano dopo tanto tempo. Un uomo tra gli uomini, non un mito, che ha portato con sé tutta la sua umanità, il suo carico di emozioni, mostrandosi senza maschere né difese sterili. Il peso dell’età, che pure avanza, non ha arrestato la sua marcia e sempre in groppa al suo Ronzinante lotta per la difesa dei sentimenti, dell’umanità, delle bellezze che l’uomo è capace di compiere, della poesia interna di tutti i suoi eterni “ragazzi”. Il professore rivolge uno sguardo gentile alla platea e non vede adulti – chi più, chi meno – seduti ad ascoltarlo, ma vede cuori senza età e con l’anima negli occhi pendere dalle sue labbra, in una magia di corrispondenze e commozioni. Festival MANN, Roberto Vecchioni canta il mito e l’animo umano Il concerto prosegue senza fretta, senza banali orpelli, senza spettacolarizzazioni e resta fedele allo stile essenziale del cantante. Tra le varie esibizioni dialoga con le persone sedute avanti a lui, scherza, racconta aneddoti di vita personale e ogni tanto sale in superficie l’attitudine da professore. Discorre del mito, che è l’essenzialità stessa delle cose, il racconto della scelta primordiale delle azioni e delle sensazioni che abbiamo tutti. Il mito è parola, nel momento in cui il suono invade il mondo, si propaga e da parola diventa storia. E quando nei suoi racconti raggiunge il climax dell’attenzione, quasi con incuranza, abbandona il discorso e si mette a cantare, con la leggerezza di un bambino nel cambiare gioco. La splendida Sala della Meridiana si riempie delle note e delle parole di Roberto Vecchioni e si mescola ai quadri, alle statue, alla storia, passato e presente. L’odore di marmo e bronzo ammoniscono che la storia non è morta ma è ancora viva, che noi siamo membri della razza umana e nutriamo gli stessi sentimenti e dubbi e paure e passioni degli antichi. Ed ecco che il professore torna a parlare dell’umanità, che nasce dai dubbi, dai problemi e dal volerli risolvere con la propria forza e il proprio senso della vita. Tra una canzone e una lezione si insinua la donna, tema caro a Vecchioni, sempre presente nelle sue canzoni e nelle sue riflessioni. Il suo conclamato amore per le donne gli ha portato, quasi per destino, solo nipotine e lui approfitta del concerto per omaggiarle ancora una volta. «Le donne hanno quel sentore di qualcosa di più alto – dice – di qualcosa che viene direttamente da Dio. L’amore di una donna è universale, è qualcosa che ti prende tutta perché tu […]

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Concerti

Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè: Le rondini e la Nina al Festival Mann

Con un evento all’insegna della grande musica d’autore, il Festival Mann 2018 ha ospitato, venerdì 23 marzo, un concerto dal titolo Le rondini e la Nina, una serata in onore di due delle personalità che più hanno segnato il panorama della musica italiana, Lucio Dalla e Fabrizio De Andrè. Da un’idea di Gaetano Curreri (voce e leader degli Stadio) e del trombettista Paolo Fresu, sulle note del sax di Raffaele Casarano e del pianoforte di Fabrizio Foschini, nasce Le rondini e la Nina, un concerto che porta insieme sulla scena due dei più grandi artisti italiani attraverso le loro più famose canzoni, rivisitate e riproposte al pubblico nella suggestiva cornice della sala della Meridiana del Museo Archeologico di Napoli. Due figure apparentemente lontane, eppure così vicine, rivivono attraverso le parole di Gaetano Curreri, il quale, tra una nota e l’altra, ricorda il suo straordinario rapporto con Lucio, «un amico, un maestro, un padre amato e odiato» e la sua ammirazione per Fabrizio, conosciuto soprattutto grazie ai racconti di Vasco. E così, attraverso un viaggio che ripercorre i racconti e le storie messe in musica dai due grandi autori, si passa dai sogni di Anna e Marco alle languide viole de La canzone dell’amore perduto, fino all’amore che scoglie ‘o sang’ dint’ e vene su quella terrazza del golfo di Sorrento descritta nella straordinaria Caruso. Volando con Le rondini e la Nina Segue poi il racconto di Curreri dell’esperienze a Sanremo con Lucio, un genio «intuitivo, brillante e sempre pieno di idee», anche severo ed esigente, ma da sempre un punto di riferimento. Un uomo semplice, attento alle piccole cose e capace di planare sulla vita dall’alto, come racconta ne Le rondini, alla quale fa da contraltare la Nina di De Andrè in Ho visto Nina volare, i due capolavori che hanno dato il titolo a questo evento e che meglio ne racchiudono  l’essenza. Ma la caratteristica che forse più avvicina Dalla e De Andrè è sicuramente la sensibilità unica con la quale i due cantautori hanno dato la parola agli umili e ai perdenti, raccontando storie di emarginazione con la naturalezza e la semplicità di cui solo loro erano capaci. Ed ecco che ci si trova a passeggiare per la Via del Campo di Fabrizio, tra figure di donne che si materializzano davanti ai nostri occhi e descrizioni impressionistiche che accompagnano lungo una strada che arriva fino a La sera dei miracoli di Lucio, per concludere con una delle ultime storie da raccontare, Una storia sbagliata, quella dedicata a Pier Paolo Pasolini, la cui morte segnò profondamente i cantautori del tempo ed in particolare De Andrè, «quasi come fosse mancato un parente stretto». Una serata del Festival Mann all’insegna della rivisitazione in chiave jazz di capolavori senza tempo, in accordo con uno dei desideri che Lucio ebbe nell’ultima parte della sua vita e che confessò a Gaetano Curreri: abbandonare il panorama attuale della musica leggera e ritornare al jazz.

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Interviste

Si vuole scappare, Eugenio Sournia racconta i Siberia

Si vuole scappare è il secondo album dei Siberia pubblicato il 23 Febbraio da Maciste Dischi. Dopo il buon successo riscosso nel 2016 con In sogno è la mia patria, la band livornese ritorna con il suo sound new wave raccontandoci, attraverso le loro canzoni, il senso di una realtà, quella attuale, precaria e instabile che si affaccia al futuro titubante, ancorata alle ormai fievoli certezze del passato. Per l’occasione abbiamo intervistato Eugenio Sournia, voce del gruppo, che, insieme a tante altre cose, ci ha raccontato della storia e del messaggio della loro musica. “Io penso che il dolore sia quel qualcosa che faccia scattare un po’ la molla a chiunque intraprenda un percorso creativo. Quando si crea qualcosa, c’è sempre un tentativo di combattere il nulla. Colui che scrive è sempre qualcuno che vuole aggiungere qualcosa, non vedo mai nelle mie canzoni, anche quelle più apparentemente negative, una volontà di ritrarre un fenomeno negativo. Le mie canzoni penso che abbiano sempre offerto un ‘seme’ per individuare una via di fuga”. Ecco a voi. Si vuole scappare, intervista a Eugenio Sournia Come nascono i Siberia? L’inizio è stato nel 2010 con il nucleo originario e la scelta del nome, ma direi che il progetto Siberia vero e proprio nasce nel 2014 con i tre quarti dei componenti attuali. Veniamo tutti da una città abbastanza piccola come Livorno di centocinquantamila abitanti, quindi alla fine chi suona finisce per conoscersi di persona. Semplicemente c’eravamo io e il mio batterista, amici fraterni, poi abbiamo coinvolto altre due persone che sembravano affini dal punto di vista musicale. La scelta del nome non ha a che vedere con i Diaframma ma a che fare con le atmosfere del libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin. Come riportate nella vostra musica queste atmosfere del libro? Mi correggo: è stato ispirato dalla lettura del romanzo di Nicolai Lilin. Al tempo stesso non vuole essere una trasposizione di quelle atmosfere o di quell’immaginario. Siberia evoca da una parte un immaginario freddo, riflessivo e introspettivo dall’altro, foneticamente, è una parola che tende a rimanere in mente. Tra l’altro ha il vantaggio di non evocare immediatamente una lingua di appartenenza perché, comunque, si dice più o meno allo stesso modo in francese, in italiano, in inglese… Ha un nome, come dire, che si spende bene in tutti contesti. Quando ci siamo accorti che esisteva un album dei Diaframma, uno dei più importanti della new wave italiana, da una parte siamo stati contenti che esistesse questo rimando, dall’altra meno. Diciamo che da allora siamo costantemente accusati di “derivatività”. Basta però ascoltare qualche canzone per capire che, sicuramente i Diaframma sono presenti fra i nostri ascolti, l’ambizione è fare qualcosa di diverso. Nel 2015 avete partecipato a Sanremo Giovani, cosa puoi raccontarci di quest’esperienza? Avete mai pensato di riprovarci? Sanremo è stata una cosa che è giunta un po’ come un fulmine a ciel sereno. Tra l’altro, all’epoca, l’etichetta Maciste Dischi, che è la nostra etichetta fin dall’esordio, non aveva ancora questa visibilità […]

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Musica

Reloaded, il sesto disco del cantautore Germano Bonaveri

Lo scorso 26 gennaio è uscito Reloaded, il nuovo album del cantautore bolognese Germano Bonaveri, prodotto da Maurizio Biancani per Fonoprint. Il disco, anticipato a novembre dal singolo Le piccole vite, è stato presentato dal vivo il 15 febbraio al Teatro Fanin di San Giovanni in Persiceto, in provincia di Bologna, e il 21 febbraio al Teatro Leonardo di Milano. Reloaded: i 14 anni di musica di Germano Bonaveri  Reloaded è il sesto album di Bonaveri e contiene 18 brani rivisitati che raccontano i 14 anni di carriera del cantautore. Un progetto che raccoglie tutti i pensieri dell’artista durante la sua quotidianità e rappresenta, come da lui spiegato, “la pausa del cammino, quella in cui reinterpreti le esperienze vissute, le riordini e ti rendi finalmente conto che hanno costituito l’essenza del tuo peregrinare”. Musicalmente parlando la bravura di Bonaveri è inconfutabile. L’artista bolognese, che incarna pienamente lo spirito dei grandi cantautori, ci consegna un album di grande spessore e ci ricorda che è ancora possibile produrre lavori di qualità. Ottimi gli arrangiamenti che restituiscono sonorità eleganti e raffinate, creando atmosfere sognanti e rilassanti. Non sono da meno i testi: profondi e mai banali, caratterizzati da un linguaggio colto e ricercato. La voce di Bonaveri rievoca a tratti Eugenio Finardi, a tratti Ivano Fossati, ma ha dentro anche un po’ di De Andrè e De Gregori. Reloaded  è un album molto intimo e curato nel dettaglio: rappresenta indubbiamente materiale  per pochi. Reloaded, track by track Il disco si apre con Magnifico, una canzone in cui Bonaveri racconta l’assoluta irrilevanza di tutto ciò che riteniamo importante a tal punto da permettergli di impedirci di vivere. Il cantautore descrive “l’inseguimento vano dell’effimero bisogno di sembrare sempre qualcosa di diverso da noi stessi, senza peraltro esserci mai davvero incontrati” Segue Le Piccole Vite, il brano uscito il 24 novembre 2017, scelto come singolo di lancio della sesta fatica del cantautore bolognese. Come raccontato dallo stesso autore, si tratta di una poesia scritta quattro anni fa per Topo, il gatto che lo ha accompagnato per 14 anni. “Ho voluto raccontare – ha spiegato – quello che sono certo mi avrebbe detto quando ho dovuto scegliere di ucciderlo per risparmiargli inutili sofferenze, e volevo condividerlo con il pubblico perché la canzoni qualche volta possono aiutarci a sentirci meno soli di fronte a certi dolori”. Torquemada è la terza traccia dell’album ed è ispirata alla figura di Tomás de Torquemada, un religioso spagnolo, primo Grande Inquisitore dell’Inquisizione spagnola. Bonaveri spiega così il significato di questo brano: “Mi sono chiesto cosa direbbe il Grande Inquisitore oggi, di fronte a un ipotetico creatore, in un ipotetico aldilà vedendo quali strumenti usi il potere oggi per limitare le persone, strumenti diversi nella forma ma non nell’intenzione dai metodi di un tempo. Cambiano i metodi ma, a ben guardare, le facce sono sempre le stesse” Un elegante e passionale tango è invece Scivola via, una canzone che parla d’amore: “quello sensuale, quello vissuto e quello immaginato”. Bonaveri definisce l’amore “la forza immaginifica […]

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Musica

Giacomo Scudellari: countdown per Lo Stretto Necessario

Metti un cantautore, che non vuole percorrere i soliti luoghi comuni del cantautorato incompreso, ma che vuole celebrare la realtà per quella che è attraverso tonalità maggiori e cuore aperto. Mettici le percussioni in stile africano, un ricordo dell’India, un pizzico degli arrangiamenti alla De Andrè e gli anni ’70 amarcord. Mescola il tutto e scoprirai Giacomo Scudellari, cantautore romagnolo, in uscita con il suo primo album “Lo Stretto Necessario”, anticipato dal singolo di lancio “Il cantico della sambuca”. L’album è stato prodotto da Francesco Gianpaoli (Sacri Cuori, Classica Orchestra Afrobeat) per la sua etichetta Brutture Moderne, registrato in una formazione orchestrale, composta da 8 membri. Le nove tracce che disegnano l’album hanno tutte arrangiamenti molto colorati, che mascherano bene una voce piuttosto monocorde. Questo tipo di vocalità però non è del tutto definibile come difetto, sono tanti ormai gli artisti, sopratutto nella nuova scena cantautorale e indie, a non disporre di una grande estensione vocale; puntando tutto sulla musicalità dei brani e sugli arrangiamenti impeccabili, risultano più che ascoltati e ricercati. Su questa scia si inserisce Scudellari, da premiare per la scelta stilistica di ogni brano, vestito sempre con gli giusti strumenti e pieno di sorprese, ma sopratutto per la semplicità con cui si racconta in ogni testo. Il singolo “Il cantico della sambuca” è accompagnato dal video ufficiale. Circa 4 minuti di illustrazioni animate, realizzate da Davide “Bart” Salvemini, che ritraggono un tronco alle prese con avventure fuori dall’ordinaria routine. Al centro, l’esigenza di rappresentare la consapevolezza ed il cambiamento. Una storia dalla profondità filosofica, vissuta con spirito allegro, proprio come l’intero album. La vicenda raccontata ne Il cantico della sambuca affonda le sue radici in un rituale romagnolo, “una specie di messa alcolica”: nel bicchiere pieno di sambuca, è necessario che ci sia un chicco di caffè, la cosiddetta mosca. Gioia, leggerezza, quotidianità, tradizione musicale, ingredienti indispensabili per Scudellari, che ribalta i soliti stereotipi del cantautore triste e desolato, ridefinendo la concezione cantautoriale. Tra le scelte che attuano questo cambiamento, sicuramente portante è quella di aver chiesto l’aiuto negli arrangiamenti a tanti musicisti, sotterrando così l’idea del cantautore chitarra e voce, poco movimento, nell’attesa di tanta emozione. Giacomo Scudellari si esibirà il 10 aprile, al Teatro Socjale di Piangipane (RA), per presentare il nuovo disco; con lui sul palco ci sarà anche la cantautrice francese Emmanuelle Sidal.

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