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Eroica Fenice

La categoria Musica contiene 109 articoli

Musica

Sedici, Elisabetta Serio: intervista e recensione dell’album

Nove tracce, riflettori puntati su un pianoforte suonato da una donna con una grande espressione comunicativa e un background musicale che affonda le sue radici in ogni parte del mondo: la somma di tutto questo è Sedici. Se dici Sedici, dici Elisabetta Serio, sì perché è questo il titolo del suo nuovo album pubblicato lo scorso settembre per l’etichetta Via Veneto Jazz con il supporto di BirrJazz. Secondo disco per l’artista, cresciuta pane e musica, che vanta numerose collaborazioni, prima fra tutte quella con l’indimenticabile Pino Daniele  ma anche con artisti come  Noa e Z-Star. Accompagnata in questo viaggio dal contrabbasso di Marco De Tilla e dalla batteria di Leonardo di Lorenzo, la Serio propone un sound che si ispira al jazz nordeuropeo ma ricorda le atmosfere americane e approda al linguaggio bebop attraverso una scelta precisa di suoni e strumenti. Il tutto è  impreziosito da Fulvio Sigurtà alla tromba e da Jerry Popolo al sax tenore, presenti in alcuni brani del disco. Sedici, il disco Sedici è un titolo dai molteplici significati: dal fortunato numero della smorfia napoletana alla numerologia karmica, per la quale rappresenta il cambiamento. Un numero caro alla pianista che lo ha presentato come un simbolo legato a circostanze speciali della sua vita. Il valore assoluto di Sedici è dato dalla presenza di piccoli, grandi elementi che, come tessere di un puzzle, si intersecano tra di loro. A partire da Afrika, unico brano cantato del disco, in cui la voce di Sarah Jane Morris si incastra perfettamente con il ritmo ipnotico, e  proseguendo con Rumors, lo stile bebop dà forma all’idea del chiacchiericcio. All’idea della parola che corre di bocca in bocca. Rinvii, omaggi, riprese, un bagaglio di vita e di ascolti trasposto in note. È  il caso di Freedom, omaggio a Billie Holiday, che nella sua Stange Fruit, racchiude l’immagine degli uomini impiccati dal Ku Kux Klan. Lo sono Mr P. e Brad, due brani diversi tra loro, ma con una matrice comune: entrambi delineano due figure salienti nella vita della pianista, Pino Daniele con cui la Serio ha condiviso il palco negli ultimi tour e Brad Meldhau, pianista statunitense. Si definisce timida e riservata con le parole ma è un talento autentico, un’interessante compositrice con il super potere di trasmettere, senza filtri, stati d’animo ed emozioni. Sedici, l’intervista a Elisabetta Serio  Quando nasce Sedici? C’è un fil rouge che lega i brani di questo disco? E’ il frutto di un lavoro che è durato tre-quattro anni, è stato registrato in due momenti diversi della mia vita professionale: una parte durante la collaborazione con Pino Daniele, poi interrotta nel momento in cui siamo stati in America; un’altra dopo la sua morte, quindi questo disco ha anche due momenti emotivi diversi. C’è una scelta precisa di ogni elemento del disco: a partire dallo studio in cui è stato registrato, Elios di Castellammare, continuando con i musicisti che hanno preso parte a questo progetto; fondamentale la scelta del fonico Fabrizio Romagnoli, per il mastering e mixering ed anche la grafica del CD […]

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Musica

Willie Peyote ha un cuore, anche lui

Willie Peyote ci aveva lasciato poco più di un anno fa con quella piccola perla, irriverente e dissacrante, di Educazione Sabauda e ora è ritornato con un nuovo album Sindrome di Tôret ( Etichetta 451 Records, Distribuzione Artist First). Anticipato e pubblicizzato tramite due singoli ( I Cani e Ottima Scusa) e attraverso dei brevi video riguardanti il “making of” del lavoro, l’album nasce sulla scia lasciata dal precedente disco e si pone senza soluzione di continuità con esso, sia dal punto di vista tematico che musicale. Infatti, il titolo era già contenuto nella copertina di Educazione Sabauda, come svelato dallo stesso autore su Facebook. È un titolo eloquente, Sindrome di Tôret, nato da un gioco di parole tra la parola “Tourette”, sindrome neurologica a causa della quale chi ne è affetto non è in grado di controllare ciò che dice, e “Tôret” nome delle tipiche fontanelle di Torino a forma di toro. Un indizio, di facile intuizione, sulla natura oculatamente critica dei temi toccati ed emblema del legame viscerale tra Willie e la sua città, la conditio sine qua non la sua musica probabilmente neanche esisterebbe. Quella di Willie è una critica acuta e irriverente nata dall’insofferenza verso ogni forma di pensiero conforme a pregiudizi e stereotipi. Un’insofferenza verso l’esigenza cronica – tipica dei nostri giorni- di dover mettere bocca su tutto e di vomitare ininterrottamente giudizi e sentenze. Il buon Peyote lascia, però, anche spazio a un po’ di sana autocritica e introspezione. Scopriamolo insieme ! Willie Peyote, il nuovo album Si parte subito in quarta con la linea di basso arrabbiata e sincopata di Avanvera per poi passare al riff “blueseggiante” e dissacrante de I Cani. Un cazzotto in pieno viso all’ipocrisia e a molte spiacevoli contraddizioni del nostro paese: “L’analfabetismo è funzionale nel senso che serve a chi comanda.Qua hanno tutti una risposta,però qual è la domanda?”. La carica aggressiva viene smorzata dalle atmosfere “smooth” di un’ Ottima Scusa e elettroniche di Metti che domani. Meno aggressive ma non per questo con meno verve ironica e sarcastica. La caccia alla pedanteria, però, non conosce tregua nemmeno tra i due brani, intervallati da un featuring C’hai ragione tu con Dutch Nazari, l’amico di tante collaborazioni. La sesta traccia Chiavi nella borsa, altro featuring con Dutch, costituisce però un punto di rottura, da questo brano in poi tutto l’album acquisirà un tono maggiormente introspettivo. Disteso, a tratti rassegnato. Una scelta decisamente saggia. Sul tavolo degli imputati non ci sono più gli altri perché altrimenti avrebbe rischiato di incorrere nello stesso errore di chi precedentemente ha criticato. C’è lui e questa, in fondo, insensata aggressività della quale molte volte incappiamo inconsapevolmente. “ […]Lei mi guarda negli occhi come se stesse cercando qualcosa di corsa e sparge tutto sul tavolo come quando non trova le chiavi in borsa. E secondo me cerca qualcosa che neanche c’è”. Ci affanniamo molte volte inseguendo fantasmi, illusioni nocive per la nostra serenità accumulando rabbia e rancori immotivati. Willie ci invita a prendere un respiro […]

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Libri

Tè Verde, J.S. Le Fanu: viaggio in una mente instabile

Tè Verde è indubbiamente riconosciuto come uno dei migliori racconti del mistero scritti dall’irlandese Joseph Sheridan Le Fanu (1814-1873). Pubblicato per la prima volta nel 1869, e riedito oggi dalla Marsilio Editori,  il romanzo si muove tra il giallo psicologico e i racconti di fantasmi e spiriti tanto in voga nell’Ottocento. Non si tratta, come farebbe pensare il titolo, di un saggio sulle virtù della bevanda orientale, ma di un racconto a cavallo tra ambientazioni gotiche e riflessioni psichiatriche. Voce narrante del romanzo è Martin Hesselius, “dottore psichico” con una passione per il sovrannaturale. Precursore di Van Helsing, altro famoso medico della letteratura gotica ottocentesca, Hesselius è una sorta di psicanalista prima che la psicanalisi venisse inventata, ma anche anticipatore dei tanti investigatori e Ghost-finder della letteratura anglosasone di primo ‘900, da Sherlock Holmes in poi. Te’ verde si configura quindi come il resoconto degli studi compiuti da questo singolare medico sullo “strano caso” del reverendo Jennings. Sin dalle prime pagine si percepisce la sfuggevolezza di questo parroco all’apparenza così cortese con tutti i suoi fedeli ma che nasconde un oscuro segreto. L’incontro tra i due avviene in casa dell’amica comune Lady Mary Heyduke e sin da subito l’autore, attraverso le riflessioni di Jennings, mette in evidenza il comportamento singolare del reverendo, con il suo “modo inconfondibile di guardare in tralice, come se stesse seguendo con la coda dell’occhio qualcosa lungo la bordatura del tappeto”. Nel corso del romanzo i due stringeranno un’amicizia basata sul reciproco rispetto e, da parte del reverendo, sulla speranza che Hesselius fosse in grado di guarire la sua psiche malata.  Veniamo così a conoscenza che il parroco  è costantemente turbato dalla demoniaca presenza di una scimmia parlante, che lo spinge a “compiere azioni malvagie”, incitandolo persino al suicidio. Ecco dunque che la missione di Marin Hesselius diviene quella di salvare la vita del tormentato amico. Tè Verde e il pensiero involontario.  Ciò che salta subito all’occhio di questo romanzo è la sua modernità: Le Fanu si fa precursore di tendenze letterarie e di pensiero che, assolutamente all’avanguardia per i suoi tempi, diverranno punto di partenza per riflessioni ben più mature. La ricerca psichica e il lavorio di una mente in confusione sono il fulcro di Tè Verde, in cui largo spazio è lasciato alla descrizione dello stato psicologico in cui versa il reverendo Jennings. L’elemento onirico-fantastico è preponderante, nonostante Le Fanu cerchi di attribuire una spiegazione scietifico-medica allo stato metale del suo paziente, ricollegando lo stato di confusione e malessere proprio all’abuso di Tè fatto dal reverendo. Simbolo della precarietà psicologica dell’uomo è la diabolica scimmietta, che appare, quindi, il frutto di un’attività allucinatoria e paranoica di una mente malata. Presentata come un “demone”,la scimmia è la rappresentazione visibile di un malessere interiore di un uomo profondamente debole, il tentativo di razionalizzare paure inconsce esternandole e facendole diventare altro da sé. La scimmietta è l’incarnazione degli impulsi autodistruttivi di Jennings ma anche, in qualche modo, l’espressione dei suoi desideri rimossi. Probabilmente, tale malessere è connesso all’inconciliabilità tra il ruolo […]

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Musica

Alessandro Ragazzo, fuori l’album New York

Alessandro Ragazzo nasce a Venezia nel 1994 ed è un cantautore di pop alternative, al suo terzo album da solista. New York è il titolo del suo ultimo disco che racchiude quattro brani, in cui il pop cantautoriale si fonde insieme al rock old school ed armonie alternative. Il nuovo EP è stato registrato nei Flux Studios, a New York, con una strumentazione sia vintage che elettronica, che ha reso il prodotto discografico più interessante ed innovativo. Prima di New York, Alessandro ne ha fatta di strada: membro dell’Industria Onirica, con cui ha inciso un album prodotto da Lele Battista; musicista ne La Febbre del Venerdì 13, Dan’s Apartment, The Rodriguez e Are You Real?, esordisce con il primo ep, Venice, grazie al quale ha la possibilità di suonare in numerosi live, in una situazione musicale unplugged: chitarra e loop station. Ad oggi il sound di Alessandro Ragazzo è rivoluzionato rispetto a quello del suo passato, non solo per la presenza di più strumenti, ma anche per una ricerca di suono che si muove su generi differenti, forse frutto di una crescita maturata nel corso dei live e di nuovi ascolti, divenuti d’influenza per la sua musica. NEW YORK Di nome e di fatto, non soltanto perché è stato registrato nella Grande Mela e perché New York è il titolo dell’album, ma perché ascoltando New York sembra di vivere l’atmosfera musicale che si respira in quella città. Un’atmosfera che si ascolta in tutti i brani, un sound che è propriamente americano, malinconico quanto basta, più retrò in alcuni brani, più digitale in altri: due facce di una stessa medaglia. Il primo singolo è Freckels, musica dai toni minori, nostalgica, cantata con gran sobrietà: ci si aspetta una forza espressiva forte, un’esplosione di grinta, che viene appena tratteggiata nel bridge finale. Una rock ballad, piacevole all’ascolto. Grande lavoro di ricerca dei suoni per The king came, secondo estratto dall’album. Una voce quasi sussurrata, accompagnata da una percussione, da un riff di chitarra evocativo ed alcuni effetti elettronici. Un brano che al primo ascolto sembra un eterno loop, ma che conquista dopo averlo masticato un po’. Cellar door, brano più ritmato, più fresco, che permette alla voce di Alessandro Ragazzo di esprimersi al meglio e dimostrare un timbro di voce interessante, che a tratti ricorda Paolo Nutini. Alone, espressivo e toccante, un brano dal sound americano, con percussioni presenti, che creano quel movimento incessante in grado di catturare l’attenzione. Non manca l’effetto elettronico, chitarra onnipresente ed una serie di cori precursori di un assolo liberatorio in coda.

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Fun & Tech

Valeria Angione, intervista alla web star tra ansia e teatro

Valeria ha rapito la moltitudine di studenti col grido di “mai una gioia” ed ha divertito con la sua pura ironia, da ottima compagna di banco che rende la vita scolastica un poco meno pesante. Una ragazza dal grande talento che con la leggerezza dei suoi molteplici filmati evidenzia un carattere da artista, un’abilità nel descrivere la vita quotidiana di ogni studente in crisi per le sessioni d’esame e che si ritrova ad affrontare giornate cariche di studio, ma soprattutto di ansia. Abbiamo scambiato due chiacchiere con la stella del web che da alcuni anni diverte con i suoi “macchiettistici” video sulla rete: Valeria Angione, 22 anni, studentessa di Economia e Commercio ed un’unica grande passione, il teatro e… forse anche gli evidenziatori Valeria quando non sei una studentessa disperata chi sei?  Sono una ragazza molto semplice, così come mi vedete. La studentessa disperata è il mio personaggio ora, ma fino all’anno scorso era la mia vita vera. In generale mi divido tra teatro e video su Facebook, poiché tutto ad un tratto è diventato un lavoro. Sembra strano ma è così e non posso desiderare di meglio. Amo la mia community, sono straordinari. Mi danno un supporto enorme, mi fanno sentire bene. Oltre a continuare con i video mi sto concentrando per realizzare il mio sogno più grande: diventare un’attrice. Come e quando hai avuto l’intuizione di produrre la tua comicità con i video che tutti conosciamo? Faccio teatro da 10 anni, ma avevo bisogno di un posto tutto mio in cui poter esprimermi senza limiti. Un posto dove io ero padrona di me stessa e della mia creatività. Volevo un posto dove potessi combinare la mia passione per la recitazione e la voglia di mettermi in gioco. Non credevo di riuscirci, è solo da poco tempo che sto cominciando ad avere più stima e fiducia in me stessa, e lo devo al supporto di coloro che ogni giorno seguono i miei post e i miei video. Sei un’appassionata di teatro e lo pratichi, ritieni che questa tua predisposizione ti abbia aiutata nel tuo progetto? Come ho detto prima, il teatro è stata la mia arma. Mi ha dato quel qualcosa in più, ma soprattutto mi ha dato il coraggio di creare una pagina ed espormi così tanto, senza avere vergogna. A volte è proprio questo che manca a qualcuno con del talento, la sfacciataggine. Non è facile pubblicare un video, all’inizio hai sempre paura di cosa può dire la gente, degli insulti che magari puoi ricevere dai “leoni da tastiera”, ma io non ho badato a tutto questo, dopo un po’ di paura iniziale e grazie al supporto dei miei amici ho preso coraggio. Ma devo dire che ho preso coraggio proprio grazie al teatro, che mi ha insegnato a non ascoltare nessuno se non me stessa.  Valeria è stata anche produttrice di un video musicale dal titolo Lo do a settembre ma anche di una simpatica parodia di “Perdono” di Tiziano Ferro, il suo cantante preferito Cosa […]

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Interviste

Nel mondo di Emanuele Montesano, tra vita, musica e origini

Emanuele Montesano: nell’universo di un cantautore cilentano che ha scelto di rimanere a fare musica nella sua terra Origine, Cilento, musica, terra, mare e tramonti. Rimanere a far musica in Cilento è una scommessa, un atto d’amore estremo e liberatorio verso una terra dai risvolti amari. Basta immaginare un tramonto per entrare nell’universo di Emanuele Montesano, tra le sonorità della sua musica e il cielo di Sapri, il suo paese natio. Emanuele, classe ’87, dapprima militante in vari gruppi e infine solista, racconta e si racconta, dalle sue radici fino al suo lavoro “Origine”, guidandoci alla volta di un viaggio tra le note del microcosmo cilentano.   Innanzitutto, come ti presenteresti e come ti descriveresti se ora fossimo seduti davanti a un tramonto di Sapri? Chi è Emanuele Montesano e cosa cerca da dire attraverso la sua musica? Beh, sono un ragazzo semplice ma con un forte carattere. Il fatto che stiamo parlando davanti ad un tramonto descrive in pieno il mio esser molto riflessivo. Attraverso la mia musica cerco di esprimere i miei stati d’animo, quello che penso e che mi succede attorno, storie quotidiane, personali e non. .   Quali sono state le tue influenze e le tue radici? I tuoi padri da amare e da uccidere? Le mie influenze musicali sono variate nel corso degli anni: da piccolissimo con Ramazzotti, poi quando ho iniziato a studiare musica sono passato a Mango e agli  Afterhours per gli italiani e  agli Oasis e i  Pink Floyd come stranieri. Attualmente sto sperimentando sia come ascolto che come inediti propri.   Che rapporto hai con il Cilento, la tua terra d’origine? È davvero così tutto da buttare o c’è qualche spiraglio di speranza? Sono tanti i musicisti in Cilento, cosa ne pensi della scena musicale cilentana? Il Cilento è meraviglioso e potrebbe esserlo ancor di più se, chi dovrebbe, facesse il suo. Amo il Cilento, ecco perché quando mi chiedono come mai non tenti fuori mi sento triste, se ce ne andiamo tutti morirà questa terra. Quello che dico io mi viene sempre criticato fortemente, e “la difficoltà maggiore è rimanere,non prendere tutto e tentare la città”. La musica cilentana nel corso degli anni è cresciuta parecchio (naturalmente non mi ci metto in questo gruppo eh, io sono solo una “goccia che cade in uno stagno”) ed anche lo spazio che le viene dato è aumentato.    Origine è anche il nome del tuo lavoro. Cosa è che ti fa risalire all’origine e ai primordi delle cose?  ”Origine” perché dopo aver avuto tante band con cui ho realizzato anche degli album, ho deciso di cambiare rotta e dar libero sfogo al mio “estro” senza condizionamenti. Ecco, questo per me è ritornare alle “origini”.   Che consiglio daresti a un giovane che decide di intraprendere la carriera musicale in Italia? E quali sono i tuoi progetti futuri? Consiglierei di credere sempre in ciò che fa, in qualsiasi campo. Voler diventare famoso con la musica è la premessa sbagliata per entrarci, mentre sentirsi […]

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Musica

Plagi musicali, quando copiare non è un reato

“I buoni artisti copiano, i grandi rubano” diceva il buon Picasso. Pare che non tutti abbiano però condiviso la massima del vecchio Pablo: soprattutto in ambito musicale, questi “prestiti” artistici sono stati spesso oggetti di dispute giudiziarie. C’è un termine specifico per indicarli: plagi. Plagi musicali for dummies: come si definisce un plagio? Stando alle legge sul diritto d’autore, il plagio è “l’appropriazione, totale o parziale, della paternità di un’opera creata dall’ingegno altrui”. Apparentemente una definizione in grado di fugare ogni dubbio ma che in realtà, insieme all’intera legge sul diritto d’autore, non è in grado di stabilire parametri precisi per il riconoscimento certo di un plagio. Tutt’oggi, infatti, i plagi sono materia di studio per gli esperti di diritto e giurisprudenza. Plagi musicali, perché è così difficile riconoscerli? Si è soliti considerare che sia sufficiente un ascolto comparativo oppure un’uguaglianza compresa tra le quattro e le otto battute per definire un plagio, ma questi potrebbero essere soltanto criteri utili per poter parlare di un’ipotesi di plagio. Innanzitutto, un plagio potrebbe essere casuale. Ebbene sì, come molti sapranno, le combinazioni possibili tra le note musicali non sono infinite e quindi la possibilità, seppur ultra infinitesimale, di un’identità fortuita tra due canzoni può esistere. Vi è la possibilità che un autore componga e plagi involontariamente una canzone a lui completamente sconosciuta. Anche la riproduzione esatta di una melodia potrebbe però non bastare. Potrebbe infatti essere inserita in un altro contesto, di diverso ritmo o di diverso timbro, tale da suscitare nell’ascoltatore un’impressione diversa dal brano originale. È quindi necessario lo studio di ogni singolo caso. Plagi musicali, l’opinione di Ennio Morricone È nella musica leggera che riscontriamo il maggior numero di plagi, spesso non riconosciuti giuridicamente. A tal proposito Ennio Morricone, in un intervento raccolto nel libro “Anche Mozart copiava” di Michele Bovi, afferma: “La musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta, già proposta alla gente. Se non fosse stata udita non avrebbe successo. Se un autore vuole davvero creare qualcosa di originale deve attingere a parametri inadatti alla musica leggera il cui prodotto è una canzonetta, a volte dilettantesca, a volte infantile, sempre destinata ad un successo stagionale. La mia posizione morale e musicale è che chi ha coscienza di questa professione, pertanto della orecchiabilità forzata di queste canzoni che hanno vita breve, dovrebbe astenersi dal fare cause e controcause per plagi indimostrabili e disturbare i giudici per queste cose”. Chiaro, dunque, che l’identità o anche solo la somiglianza di due brani -stando alla buona fede agli artisti- può essere semplicemente frutto di un comune background musicale e tematico. Spirit e Al Bano, quando il plagio non sussiste Due dei più famosi processi su presunti plagi, vinti dagli imputati per motivi simili a quelli sopra elencati, sono stati quello degli Spirit contro i Led Zeppelin e di Al Bano contro Michael Jackson. Il primo fu indetto nel 2014 perché Michael Skidmore, curatore del patrimonio del defunto chitarrista degli Spirit Randy Wolfe, accusò i Led Zeppelin di […]

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Musica

“Concrete And Gold” il nuovo album dei Foo Fighters

L’attesa è terminata: i Foo Fighters sono tornati con il loro nono album in studio “Concrete And Gold”. Prodotta da Greg Kurstin (lo stesso che ha lavorato all’esordio solista di Liam Gallagher, per intenderci), l’ultima fatica della band di Seattle si compone di undici tracce; l’ultima in elenco, “Concrete And Gold”, dà il nome all’album. «I have an engine made of gold Something so beautiful The world will never know Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow Our roots are stronger than you know Up through the concrete we will grow» (Concrete And Gold) Dopo tre anni di intensi tour, apparizioni televisive e progetti (e anche una gamba rotta), la band è tornata in studio e, ad anticipare l’uscita, ci sono due brani, ormai da settimane top trend su internet: “Run” e “The Sky Is A Neighborhood“. I numeri parlano chiaro: insieme, i due lavori hanno già conquistato 25 milioni di visualizzazioni e oltre, rendendo alte le aspettative del pubblico adorante e della critica feroce. Nonostante il penultimo album sia risultato un po’ fiacco, questo si è presentato abbastanza bene, facendo sperare che “Concrete And Gold” avrebbe potuto in qualche modo quanto meno equiparare i primi lavori della ultra ventennale band. “Concrete And Gold”, annunciato su tutti i canali dei Foo Fighters nel mese di giugno, è uscito il 15 settembre Le undici canzoni sono sistemate in un crescendo, quasi come a voler costruire un racconto: curiose sono le collaborazioni che, se non fossero note, passerebbero un po’ in sordina: il coro di “Make It Right”? Justin Timberlake che si è proposto a Dave Grohl per un featuring. La batteria di “Sunday Rain” è quella di Sir Paul McCartney, che di certo qui non ha bisogno di presentazioni, e poi Alison Mosshart (The Kills), Shawn Stockman (Boyz II Men) e il sax di Dave Koz. Tornando ai primi due singoli lanciati, la trovata è stata strategicamente geniale. In “Run” si osserva una grinta speciale, una leggera rottura con il passato; un alternarsi di melodico e heavy, che rimbomba nelle casse della macchina quando la radio lo trasmette. Poi c’è “The Sky is A Neighborhood”, anche questa grintosa, ma soprattutto evocativa. Un testo non proprio innovativo, ma del quale non si può trascurare una certa bellezza. Leggermente ripetitivo ma davanti a un Dave Grohl e compagni dagli occhi stellari che battono i piedi su un tetto non si può dire nulla di negativo. “Concrete And Gold”: cemento e oro Le restanti canzoni, a parte la parentesi di “Sunday Rain” dove Taylor Hawkins è la voce solista (non succedeva in studio dal 2005 con “Cold Day In The Sun”) cullata dalla chitarra di Grohl e, come già anticipato prima, dalle bacchette tamburellanti di Paul McCartney, scorrono tranquille, senza scatenare emozioni eccessive; un disco consigliabile per un viaggio in auto con un caro amico ma, di certo, non da eleggere come miglior album dell’anno. Tirando le somme, dell’animo grunge di Mr. Grohl sono rimasti solo i capelli […]

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Recensioni

Il cantautore Luca Bash si racconta “Oltre le quinte”

«Di notte silenziosamente la mia penna va controcorrente». Recita così Controtempo, uno dei quindici brani del nuovo album del cantautore Luca Bash, Oltre le quinte. Silenziosamente il flusso musicale gli scorreva nelle vene, quando non era in grado di esprimerlo. Lo aveva avvertito già prima, più precisamente all’inizio degli anni ’90, alla scuola di musica dove aveva fatto un patto con il suo violino, per poi spingersi alla poligamia sposando la chitarra che ancora lo accompagna. Per consolidare questo legame si iscrive all’UM, l’Università della Musica di Roma. Da lì la ricerca fluisce spasmodica, verso il suo singolo Dear John  (il primo a essere reso pubblico) e la band BASH. L’attenzione che il cantautore ripone nei suoi amici nasce da qui. Dalla sensazione di star creando qualcosa insieme, di poter gioire e fallire insieme. Ma i giovani sognatori presto sono adulti: le difficoltà della vita, le necessità lavorative, e tutto ciò che ha il sapore di futuro dividono Luca Bash dal resto della band, ogni componente costretto a viaggiare. Ma il nostro cantautore ricorda quel periodo come una cesura ancora più netta. Nel 2013 Luca Bash subisce un duro colpo, un incidente che lo costringe a cinque giorni di coma e a molti mesi di debilitazione. La possibilità che la ripresa gli ha dato è ciò che più conta però: potrà riabbracciare presto la sua chitarra, e ricominciare a sognare. Non che avesse mai smesso! Quello che ha provato sulla sua pelle, l’impatto con la motocicletta, il dolore della perdita, il pensiero di non poter più tornare a suonare. Tutte queste le molle che lo fanno arrivare più in alto, che non tradiscono la limpidità della sua voce, ma la lasciano fluire. E oggi come da allora, continua a votare la sua vita alla musica, e a dedicare la sua musica alla vita. Oltre le quinte è un progetto discografico multiforme, prodotto in due lingue (inglese e italiano) e dal doppio titolo. Oltre le quinte in italiano, mentre Keys of mine in inglese. L’artista ha spiegato così la sua scelta: «“Keys of mine” è un gioco di parole: i mie amici in inglese si dice “Friends of mine”, ma loro sono le chiavi di questo disco, dedicato a loro. Da qui il titolo. In italiano invece questo gioco di parole non era possibile, e il titolo sta semplicemente ad indicare che “oltre le quinte” del teatro di tutti i giorni che mi vede attore e spettatore esiste tutto ciò che si può trovare ascoltando questo LP». Ma multiforme è anche il suo interesse musicale, che sguazza nell’indie spaziando da una base funk del singolo Giorni così, alla ballata rock di Candide bugie, fino alla nostalgica Il tuo domani che lo vede in duetto con una decisa voce femminile. Decisa è anche la sua voce, che anche quando esprime rabbia come in Per non dire no, resta salda nella sua limpidità. Il suo essere cantautore imprime sui testi una densità di parole e significato che rispecchiano efficacemente il suo intento, quello […]

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Musica

“Non ascoltare in caso d’incendio”: la trilogia di Davide Buzzi

“Non ascoltare in caso d’incendio” è l’ultimo album di Davide Buzzi, in uscita il 1° ottobre. È il suo quarto disco, primo della serie che si intitolerà “La trilogia”, con uscita prevista tra il 2017 ed il 2019. I testi sono opera di Buzzi stesso, tranne in “Canzone d’addio”, inedito del milanese Massimo Priviero e “A muso duro” di Pierangelo Bertoli. Gli arrangiamenti sono del chitarrista Alex Cambise, anche produttore dell’album, al quale hanno collaborato anche Massimo Priviero Dario Gay e Jason Kemp. Davide Buzzi: non solo rock Il rock è il genere principale dell’album con il suo suono aggressivo e “cattivo”: è il caso di “Te ne vai”, traccia di apertura del cd che parla di responsabilità nell’affrontare la vita. Ma molti dei brani hanno un ritmo più lento, dovuto anche ai testi più riflessivi, meno arrabbiati, basati su storie di vita. Per rendersene conto basta ascoltare “Alice e le ali”, storia di una donna e dei suoi sogni infranti da una vita dura oppure “Salvatore Fiumara”, storia di un trombettiere del 121° fanteria, al fronte nella I Guerra Mondiale. Suo malgrado il trombettiere diventa simbolo dei tanti giovani coinvolti in una guerra inutile, delle loro vite, emozioni e soprattutto tragedie. Notevole anche la ballata “In dra vita d’un omm”, ballata con un ritmo suggestivo dato dal testo in dialetto di Aquila, piccolo villaggio ticinese: una riflessione sulla piccolezza dell’uomo rispetto all’universo. Struggente nonostante l’utilizzo del dialetto stretto la renda di difficile comprensione. “Non ascoltare in caso d’incendio” risente anche di influenze country, in “On the road”, versione italiana (ad opera di Davide Buzzi) di un brano inedito dell’australiano Jason Kemp su di un viaggio on the road di padre e figlio. Un’esperienza fondamentale per l’autore, tale da ricordarla vividamente a distanza di anni. Con “Aspetterò” si ritorna infine al rock aggressivo, sfondo ideale per un testo basato sulle esperienze di una vita, su attese, fiducia, amicizia e rese di conti con il passato. In ordine sparso queste sono solo alcune delle canzoni dell’ultimo album di Davide Buzzi: ognuna delle mancanti meriterebbe un capitolo a sé. “Non ascoltare in caso d’incendio” è il lavoro di un artista maturo (venticinque anni di carriera): il prodotto finale è un album di 11 tracce da quattro minuti circa (cui va aggiunta la versione radio di “Te ne vai”) coinvolgenti e profonde. Un buon inizio per un progetto impegnativo come quello di una trilogia. Francesco Di Nucci

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