Seguici e condividi:

Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 582 articoli

Recensioni

Il cappellaio magico: omaggio a Rino Gaetano

Dal 7 al 10 dicembre è in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli lo spettacolo musicale Il cappellaio magico, scritto, diretto e interpretato da Giacomo Casaula, con la partecipazione musicale di Davide Trezza alle chitarre acustica ed elettrica, di Luca Massi al basso, di Ernesto Tortorella alle tastiere, di Ermanno Ferrara al sassofono, di Vincenzo Brigantino alla batteria, e di Luca Senatore alle percussioni e cori. Fonico e disegno luci Vincenzo Siani. Lo spettacolo musicale Il cappellaio magico «Il cappellaio magico è una storia, un viaggio, un percorso onirico e concretissimo verso la poesia e l’immaginario». Così, con queste parole dense di significato e appassionate, si può iniziare a descrivere lo spettacolo musicale pensato e messo in scena intorno alla figura artistica e musicale di Rino Gaetano. Figura musicale di artista, e quindi ancor prima di uomo, attento alla storia del suo tempo. Un percorso fatto di note e di ricordi, quello proposto ne Il cappellaio magico, tutto composto intorno alla figura di Rino Gaetano, autore di profondi e attenti testi musicali. Il cappellaio magico: musica e ricordo Nel suo spettacolo concerto, Giacomo Casaula, e i musicisti che con lui condividono il palcoscenico teatrale, ripercorre varie fasi della carriera musicale del cantautore Rino Gaetano. Fasi della carriera dell’artista ripercorse attraverso la riproposizione di varie delle sue composizioni. Berta filava, E io ci sto, Gianna, A mano a mano, queste solo alcune delle canzoni riproposte nello spettacolo musicale di Giacomo Casaula. Uno spettacolo musicale composito come complesso è il senso delle canzoni di Rino Gaetano. Una musica leggera, testi vicini allo stile del non sense, ma molto spesso solo in apparenza: denunce sociali, drammi e problemi di un’epoca, ingiustizie e storture di un tempo e di un mondo in cui Gaetano viveva e componeva i suoi brani. Questi i temi principali su cui si fondano molti dei testi del cantautore e attorno ai quali si intrecciano i ritmi e le sonorità che per contrasto “ravvivano”, eppure, ancora una volta, solo in apparenza, le forti e profonde tematiche che affrontano le parole delle canzoni dell’artista Rino Gaetano. E questo particolare senso emerge, e raggiunge lo spettatore, ne Il cappellaio magico. Uno spettacolo musicale, questo, tra l’altro molto particolare, in cui lo stesso Casaula oltre che reinterpretare i brani di Gaetano compie una mimesi teatrale col personaggio che interpreta a cui intercala brani poetici di vari autori. Il cappellaio magico: musica e poesia Poesia, musica, parole, sono completamente il motivo trainante di questo spettacolo musicale. Ed è così, allora, in questo senso che ne Il cappellaio magico si mescola atto teatrale in senso proprio del termine e reinterpretazione musicale. E una particola nota alla chiusa dello spettacolo con i pensieri dei musicisti che con Casaula condividono il palco: pensieri personali eppure universali, tristemente attuali eppure intravedibili come ombre già in molte delle canzoni di Rino Gaetano risposte ne Il cappellaio magico.

... continua la lettura
Recensioni

Il genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante

Il 7 Dicembre è andato in scena il processo di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante. In tempi in cui accuse, tabù sociali e violenze non cedono ancora il passo ai valori dell’accettazione, dell’inclusione e del rispetto reciproco, l’ironia dissacrante e lo spirito di Oscar Wilde rimarcano l’importanza della libertà e della salvaguardia dei diritti civili. Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, il processo Il primo di questi fu intentato da lui stesso ai danni del Marchese di Queensberry che, scoperta la relazione tra suo figlio Alfred e lo scrittore, l’aveva accusato di “posare a sodomita”. A causa delle notizie sulla sua vita privata emerse in questo primo processo, Oscar Wilde verrà  giudicato colpevole dei reati di “sodomia” e “gravi indecenze”e condannato a due anni di lavori forzati. I verbali dei processi non vennero mai resi pubblici perché ritenuti scabrosi e compromettenti. Solo nel 2000, l’eccezionale ritrovamento di un manoscritto presso la British Library consente oggi di rivivere, parola per parola, l’interrogatorio in cui Wilde diede prova del suo famigerato acume. Roberto Azzurro, in scena nel ruolo di Oscar Wilde, e Pietro Pignatelli in quello dell’avvocato Edward Carson, ripercorrono i momenti salienti di un interrogatorio in cui Wilde è costretto a rispondere dei suoi rapporti con omosessuali e ragazzi di vita; e lo fa di volta in volta negando, mentendo, scherzandoci sopra. In questo folle ma reale dialogo si intrecciano le note di Chopin, eseguite da Rebecca Lou Guerra, che accompagnano questo acrobatico battibecco come fosse una voce dell’anima dei personaggi e dello spettatore contemporaneamente. E diventa quasi un miracolo poter assistere al genio di Oscar Wilde al Ridotto del Mercadante, al genio dell’umorismo del poeta inglese, nelle vere risposte date al suo inquisitore, nell’espressione massima della grande ironia di un gigante della letteratura mondiale. Azzurro in questo spettacolo riesce a far sorridere quella giuria, composta dagli spettatori, che Wilde non riuscì a sensibilizzare ad inizio secolo. Un processo in cui le battute tra l’imputato e l’avvocato, condite dalla straordinaria ironia di un genio della letteratura, si rivelano come l’eterno scontro tra l’illuminato e il bigottismo che, mai come in quei tempi, aleggiava nelle aule dei tribunali. L’insieme degli eccessi che diventano un capolavoro Una libertà d’intenti che non poteva essere compresa e in cui, in uno straordinario monologo finale, Roberto Azzurro lascerà trasparire tutti i conflitti che l’autore britannico si portava dietro nella sua ossessiva, ma naturale, ricerca dell’eccesso a tutti i costi. I dialoghi del processo di Wilde, se ne volessimo fare un paragone meramente scolastico, riescono a racchiudere tutto il vocabolario della lingua, arricchendolo con l’uso impeccabile degli aggettivi, dei sinonimi e dei contrari: una vera e propria arma, tirata fuori con il ritmo impeccabile e la maestria di un personaggio che più parlava, più riusciva a rendersi accattivante agli occhi di chi lo ascoltava. Uno spettacolo che Roberto Azzurro è riuscito a portare in giro per l’Italia, dai teatri più defilati, fino ad arrivare a Parigi. Parigi. La città in cui Oscar Wilde, dopo due anni di prigionia […]

... continua la lettura
Teatro

Play Strindberg al Teatro Bellini dal 5 al 10 dicembre

Un buio netto, di quelli che tagliano l’atmosfera e coprono le palpebre di scuro e scintille. Un’atmosfera che sa di fiaba drammatica, di danza macabra e di tensioni stridenti come violini impazziti: Play Strindberg inizia così, con un titolo aspro che si frantuma in gola e che richiama qualche favola nordica o qualche danza dai contorni onirici, con una scenografia che sa di quadro fiammingo. Il perimetro della scena è recintato dal filo spinato di un ring familiare, che va a delineare i contorni di un microcosmo matrimoniale che sa di silenzi e sfoghi urlati a gran voce. A ogni atto, i protagonisti si avvicinano al ring, si pongono al cospetto del pubblico e scandiscono l’inizio di ogni sezione dello spettacolo: minimale e allucinata, la scenografia richiama, come già ribadito, quella di un quadro fiammingo. Play Strindberg, nata nel 1969 dalla penna dello svizzero-tedesco Friederich Dürrenmatt, in occasione della messinscena di “Danza Macabra” del drammaturgo svedese August Strindberg presso il Teatro di Basilea, si proponeva di essere una rielaborazione delle opere di quest’ultimo ed è poi divenuta, a sua volta, un classico sull’analisi spietata e sarcastica del microcosmo familiare. Play Strindberg: Franco Però dirige i magistrali Maria Paiato, Franco Castellano e Maurizio Donadoni Poltrone, divani, tavoli e pianoforte: non elementi di tappezzeria, ma veicoli su cui si annida il pulviscolo e la polverina dell’odio familiare, delle frasi urlate a gran voce da un marito e una moglie, che non si risparmiano nel vomitarsi copiosamente addosso le reciproche frustrazioni. La moglie Alice, capelli grigi ordinati in un geometrico caschetto e lungo vestito rosso di velluto, interpretata da una magistrale Maria Paiato, sembra uscita da una tela di Jan Van Eyck: minuziosa e tagliente nell’accusare suo marito, usa le sue dita affusolate non solo per tracciare a mezz’aria i fallimenti della propria vita coniugale, ma anche per pigiare furiosamente i tasti del pianoforte e modulare la sua Canzone di Solveig. Alice, attrice prima di sposarsi, accusa suo marito di averla rapita, di essersi mangiato la sua dote e averla catapultata in un inferno coniugale di infelicità chiaroscurale, così come suo marito Edgar,  austero, corpulento “scrittore di cose militari” ossessionato dal rigore guerresco e dalla disciplina, la accusa di non dargli più nemmeno uno spiraglio di affetto e di essersi inacidita e avvizzita come la tappezzeria della propria casa. Play Strindberg è il dramma della famiglia, del ping pong emotivo tra un’accusa che rimbalza di bocca in bocca: frequenti sono stati i momenti di tensione viscerale in cui i due coniugi si sono ritrovati a fronteggiarsi con rabbia millimetrica, l’uno di fronte alla bocca dell’altra, per sillabarsi vicendevolmente il proprio rivoltante disprezzo, vomitando l’uno nelle labbra dell’altro il torrente dell’infelicità coniugale, tra epiteti offensivi e scatti di ira pressoché incontrollabili. L’uomo, affetto da alcune crisi che lo portano a svenire e ad accasciarsi sulla sedia o sul divano come in catalessi nei momenti più inopportuni e imprevedibili, è tutto preso a simulare una parvenza di successo, salute, vigore e floridezza, in conformità al […]

... continua la lettura
Recensioni

Lo Strafaust di Massimo Maraviglia approda al teatro Tram di Napoli

Strafaust approda al Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli dal 30 novembre al 3 dicembre 2017 Strafaust: questo gioco di consonanti aspre e crude rimanda all’erede degenere di tutti i Faust della letteratura che si sono avvicendati prima di esso, alla sue tinte fosche e cupe. Rimanda al profilo del Dottor Faustus seicentesco di Christopher Marlowe e al monumentale Faust di Goethe, con echi e suggestioni de  Il Maestro e Margherita di Bulkagov: un calderone infernale, una miscela composita di echi demoniaci che danno vita alla parabola dell’intramontabile uomo che vende la propria anima al diavolo per travalicare i confini della conoscenza. Faust è un moderno Ulisse dantesco, che viene seppellito da litri d’acqua dopo aver provato a valicare i confini del mondo conosciuto. Un Ulisse che però non si affida ai remi del proprio ingegno multiforme ma a un patto demoniaco che lo porterà a penetrare i limina dell’intellegibile. Faust desidera ardentemente superare i confini della conoscenza per possedere nel palmo della propria mano tutto lo scibile umano, ma cosa accade nel momento in cui Faust ha già ottenuto tutto e non ha più nulla da rivendicare né a se stesso né al demonio? Il Faust di Massimo Maraviglia, portato in scena al TRAM (Teatro di Ricerca, Arte e Musica di Napoli) dal 30 novembre al 3 dicembre 2017, è un Faust che ha penetrato ogni confine materiale, che ha ottenuto qualsiasi cosa e non ha più bisogno di chiedere nulla, è straniero sia al demonio che a se stesso, è strafatto, stralunato, stravaccato, è un pallido simulacro che non ha da anelare nulla. Non un singulto fuoriesce dalla bocca di Faust, non una richiesta, non un sentore dal vago sapore desiderante. Strafaust: quando Faust non ha più nulla da desiderare Il Faust di Maraviglia è ridotto quasi a un’ombra, appiattito nel proprio barlume di indolenza, una sagoma biancheggiante e pallida che svetta tra le tinte fosche e rossastre che dipingono il palcoscenico; non un bianco che illumina col proprio pallore, ma il bianco sporco e smorto di chi non riesce neppure a farsi tentare dal demonio Mefisto. In Faust non vi è più appetito, non vi sono brame sessuali o smanie di potere e conoscenza: la libertà illimitata di cui è detentore è una trappola per topi che lo tiene saldamente nella sua morsa, prigioniero delle sue infinite possibilità e del suo sconfinato potere di scelta. Mefisto e Margherita, il diavolo e una ragazza che ha i tratti della fanciulla del romanzo russo, provano in ogni modo a tentarlo, a fare leva sulle sue debolezze e a salvarlo dalla stessa trama in cui è impelagato. Mefisto,  disturbante e macchiettistico, ha una verve quasi caricaturale, si aggira sul palco come afflitto dal morso di una tarantola, delirando nel tentativo di “salvare” Faust; nemmeno la procacità di Margherita riesce a sortire sul protagonista l’effetto sperato. L’elisir di lunga vita ha già fatto effetto, e a Faust non rimane che la landa desolata di un’eternità da riempire. Lo spettacolo è giocato […]

... continua la lettura
Recensioni

“La vita ferma” approda al Piccolo Bellini

La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo approda dal 28 novembre al 3 dicembre 2017 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli. La vita ferma. Una vita che rimane ferma e silenziosa come lo strato di terra che gettiamo addosso ai nostri morti, quando li copriamo di marmo e lapidi e non possono più sentirci. La vita ferma di chi rimane, di chi fissa la polvere della terra o un marmo glaciale, provando sulla propria pelle la spaccatura dell’incomunicabilità; la vita ferma e sospesa di chi si ritrova a partorire quel processo straziante che si chiama elaborazione del lutto, di chi deve elaborare la morte fisica di chi prima era così quotidiano, così caldo, così presente, così vivo. La vita rimane ferma, fissata, cristallizzata nella terra di mezzo tra la mancata accettazione e il ricordo bruciante di un volto, di un inarcarsi di sopracciglia e una piega di un labbro. La vita ferma: dramma sul dolore del ricordo, scritto e diretto da Lucia Calamaro, porta in scena la frequentazione interiore dei morti in tre atti; assistere a questo spettacolo non è un processo indolore per lo spettatore, è come passare un guanto ruvido su un’abrasione che non si è mai placata, nonostante il morso risolutore degli anni. La platea si ritrova orfana: ognuno degli spettatori si riscopre orfano del proprio papà, della propria madre, di un amico o di un parente, ognuno degli astanti scoperchia il proprio vaso di vulnerabilità e fissa immobilizzato il palco, respirando e mordendo il dolore più antico dell’uomo. La morte, la zona neutra in cui non ci si è più, in cui si smette di essere, la voragine buia e fredda che ci porterà a non respirare, a non sentir più fluire sangue nelle vene e a non avvertire più i rintocchi del cuore; la caverna umida e buia, che ha rapito i nostri cari e ci ha lasciati in una landa desolata a fissare una lastra di marmo col nome e il cognome delle persone che amiamo. La vita ferma di Simona, Riccardo e Alice Il dolore di non esserci più, che ci rende conchiglie senza suono e senza energia, come se un mare ci ricoprisse d’acqua nera e ci seppellisse con i suoi litri di silenzio; la morte, quella di Simona, moglie di Riccardo e madre di Alice, che non c’è più ma continua ad essere presenza fissa sul palco. L’assenza di Simona è presenza martellante nei ricordi di Riccardo e Alice: Simona stesa sul terrazzo al sole, Simona nei suoi bizzarri vestiti a fiori, Simona che continua a parlare con Riccardo e a chiedergli di scegliere il vestito adatto per quando morirà e verrà esposta ai visitatori durante la veglia funebre. Simona che continua a visitare la sua casa, a osservare Riccardo mentre ripone i suoi libri e i suoi oggetti negli scatoloni, suggerendogli cosa buttare e cosa tenere, Simona che chiede insistentemente a Riccardo di ricordarla, di non dimenticarla, e Riccardo che chiede un po’ di collaborazione alla moglie defunta. – “Se […]

... continua la lettura
Recensioni

“Quel gran pezzo della Desdemona” al Teatro Bellini

Desdemona tra Shakespeare e Lando Buzzanca. Accostare Shakespeare e la commedia sexy all’italiana non è proprio esercizio da tutti i giorni. Da un lato, il più grande drammaturgo della cultura occidentale. Dall’altro, più che un genere cinematografico, un sottogenere che ha accomunato registi e attori italiani durante gli anni settanta. Lino Banfi, Lando Buzzanca e Pippo Franco tra gli altri. Sarebbe dunque difficile anche solo lontanamente trovare un punto di contatto tra Shakespeare e le pellicole appena citate. Luoghi, tematiche e protagonisti profondamente diversi l’uno dall’altro. Apparentemente inconciliabili. Luciano Saltarelli però ha saputo coniugare la struttura narrativa del Bardo dell’Avon con il gusto trash della commedia sexy. È su questo gioco di contrasti che si poggia Quel gran pezzo della Desdemona, spettacolo di cui Saltarelli è regista e attore e che sarà in scena al Teatro Bellini fino al 3 dicembre. Prodotto da Napoli Teatro Festival, Quel gran pezzo della Desdemona è una rivisitazione dell’Otello di Shakespeare. Una versione va detto, estremamente licenziosa. Della tragedia del Bardo resta poco e niente: oltre che i nomi originali, rimangono le numerosi citazioni e i riferimenti disseminati qua e là nella messa in scena. L’operazione risulta però estremamente dilettevole e aiuta a riflettere su un periodo controverso della nostra storia recente. Gli anni di piombo. Quelli delle brigate rosse, dei neofascisti, degli anarchici e delle masse in cerca di lavoro. Desdemona: tragedia sexy all’italiana La vicenda è ambientata nella Milano degli anni settanta. Una Milano infiammata da lotte di classe e atti terroristici, che accoglie fiumi di meridionali in cerca di fortuna nelle fabbriche. In questo contesto agiscono i personaggi: maschere gaudenti, superficiali e sessuomani. Tutte accomunate da quel gusto trash di cui già si è detto. Tipico di una città vogliosa di emanciparsi da anni bui, ma ancora lontana dal diventare la Milano da bere del decennio successivo. Rebecca Furfaro è la bellissima e avvenente Desdemona. Una pin-up che potrebbe recitare tranquillamente accanto a Lando Buzzanca. Desdemona è la figlia di Brambilla, proprietario di una fabbrica di manichini. Nell’azienda del Cavaliere, interpretato dallo stesso Saltarelli, lavorano gli altri protagonisti della vicenda. Moro (Luca Sangiovanni) è un emigrato dal profondo sud. Operaio efficientissimo, un soldatino nella mani di Brambilla. Egli è muto, privo di voce da quando salvò la fabbrica da un incendio. Lo stesso Saltarelli e Giampiero Schiano sono Jago e Cassiolo, personaggi che agiscono spesso assieme nella messinscena. Cassiolo è un operaio romano, perdutamente innamorato di Desdemona. Per conquistare la bellissima figlia di Brambilla si serve degli stratagemmi di Jago: un “gentiluomo napoletano”, per sua stessa definizione, infimo e astuto che truffa continuamente lo sciocco Cassiolo. Metti un Bardo a Milano La contrapposizione tra i due dialetti, romano e napoletano, è davvero riuscita. Le scene con Cassiolo e Jago sono tra le più divertenti dello spettacolo. “Chistu è propeto strunz” afferma a più riprese Jago in riferimento al collega romano. Assiolo dovrà però lottare con Moro, di cui a sua volta è perdutamente innamorata Desdemona. Completano il quadro gli altri personaggi femminili della messinscena. Giovanna […]

... continua la lettura
Teatro

La Principessa Sissi al Palapartenope: il musical

La Principessa Sissi al Palapartenope: il musical. Il 25 e 26 novembre la Compagnia Corrado Abbati, in collaborazione con Alessandro Nidi, porta in scena il musical Principessa Sissi al Palapartenope di Napoli, incentrato sulla figura della ben nota principessa Sissi, Elisabetta di Baviera, sposa di Francesco Giuseppe d’Asburgo e Imperatrice d’Austria, che ha incantato il mondo intero e ispirato adattamenti teatrali e cinematografici, come i film con Romy Schneider, e finanche una serie animata. Il musical è una riscrittura della storia d’amore fra la giovane principessa e suo cugino Franz, imperatore d’Austria, e racconta le peripezie che condurranno la principessa bavarese sul trono. Melodie romantiche, arie a tratti liriche, danze tradizionali ed intermezzi comici si mescolano sul palco, a comporre uno spettacolo ricco e godibile, appassionante e divertente. La Principessa Sissi al Palapartenope: l’amore trionfa alla corte di Vienna La scena si apre in Baviera, dove il duca Max di Baviera (Corrado Abbati), uomo alla mano, semplice e cordiale, a dispetto di ciò che ci si aspetterebbe dal suo lignaggio, cresce le sue due figlie Elena, detta Nené (Antonietta Manfredi), ed Elisabetta, detta Sissi (Cristina Calisi), all’aria aperta, in armonia con la natura e abituate a seguire la legge del proprio cuore, più che la rigida etichetta di corte. Nel frattempo a Vienna l’arciduchessa Sofia (Lucia Antinori) s’impegna a trovare una degna sposa a suo figlio, il giovane Francesco Giuseppe (Francesco Bertoni), imperatore d’Austria. La scelta dell’austera regnante ricadrà sulla nipote bavarese Nené, figlia primogenita del duca Max, beneducata, mite ed assennata come si conviene ad un’imperatrice. L’arciduchessa organizzerà dunque un incontro tra suo figlio, la zia Louise (Antonella Degasperi) e le due belle cugine a Ischl, residenza estiva nella quale l’imperatore avrebbe festeggiato il suo compleanno, incontro finalizzato ad un fidanzamento ufficiale con la prima che, emozionata ed agitata all’idea di esser stata scelta per diventare sua sposa, è tesa all’idea dell’incontro col cugino che non incontra da anni, cugino che è ormai imperatore d’Austria. Tuttavia Franz, contrario alle mire materne e ben più propenso a scegliere da sé la propria sposa, s’innamora, ricambiato, della ben più spontanea ed esuberante Sissi, cugina minore, del tutto allergica alla rigida etichetta di corte e ben più a suo agio tra i boschi e in mezzo ai divertimenti semplici cui era abituata in Baviera, incontrandola un giorno nel bosco, senza conoscerne l’identità. Colpi di scena e forti passioni irrompono alla corte di Vienna quando Francesco Giuseppe scoprirà l’identità della bella fanciulla di cui è innamorato, dichiarazione d’amore che vedrà Sissi combattuta tra seguire il proprio cuore e lasciarsi trasportare dai propri sentimenti, obbedendo ciecamente all’amore che lei stessa prova per il cugino, e il timore d’infrangere il sogno dell’amata sorella, senza il sostegno della quale Sissi sa di non poter essere mai davvero felice, seppur riuscisse a coronare il suo sogno d’amore. Come in una favola -e, in effetti, la storia d’amore tra la principessa Sissi e Francesco Giuseppe è passata alla tradizione popolare come una favola- , l’intrigo si risolverà da sé, […]

... continua la lettura
Teatro

Serenvivity: lo swing incontra la tradizione

Dal 23 al 26 novembre è in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli lo spettacolo musicale Serenvivity, del duo musicale EbbaneSiS composto dalle cantanti Viviana Cangiano e Serena Pisa. Lo spettacolo musicale Serenvivity Due voci e prevalentemente una chitarra: pochi elementi con cui le due artiste del gruppo musicale EbbaneSis riescono a riempire la scena. Scena avvolta dalle calde voci del duo musicale che riarrangia pezzi classici su ritmi e motivi swing.Vicina l’una più alla tradizione classica napoletana, l’altra vicina più a sonorità moderne, Viviana Cangiano e Serena Pisa nel giugno di quest’anno hanno deciso di provare a mescolare le loro due inclinazioni fondendole in un linguaggio musicale unico: così è nato il duo EbbaneSis e l’esperimento, tenendo conto del plauso del pubblico numeroso, sembra aver ricevuto del tutto l’esito sperato dalle due artiste. Lo spettacolo musicale Serenvivity proposto al Nuovo Teatro Sancarluccio da Viviana Cangiano e Serena Pisa nasce da un progetto artistico e musicale che mescola innanzitutto tradizione a modernità. Mescolanze e alternanze fra registri musicali e sonori, contaminazioni e sperimentazioni, inarcature di testi su musiche di tempi e architetture musicali diverse rispetto alle partiture originali su cui quei testi erano pensati: su questo versante si rivolge in larga parte lo sperimentalismo dello spettacolo. Un grande crogiolo di sensazioni, in cui vengono distillate musiche, ritmi e parole in cui tempo e spazio si distorcono in una atemporalità, del resto spesso essenza prima della musica stessa. E così al fianco di riprese fedeli, si muovono influenze swing e, sembra, una certa dose di improvvisazione modulata, che vestono d’un abito alternativo le grandi musiche e le intense sonorità del patrimonio musicale della canzone della tradizione napoletana e italiana. Arrangiamenti con sonorità moderne, sul “canovaccio” della musica della tradizione partenopea, miscela sapiente di musica e spettacolo: Viviana Cangiano e Serena Pisa sul palco dimostrano una presenza scenica e artistica a tutto tondo. L’interpretazione musicale e l’estensione vocale prodotte dalle due artiste condivide la scena con uno schema teatrale fatto di recitativi. Condivisione di scena, si diceva: spettacolo e concerto, infatti, sono un tutt’uno in Serenvivity, di cui di spettacolo musicale propriamente detto è giusto parlare. Le coordinate temporali e spaziali anche se nella realtà delle cose appaiono irriducibilmente distanti tra loro, sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio prendono “fantasticamente” a incontrarsi, a intrecciarsi, in un vortice al cui centro vi è la musica. Contaminazione: è questa la parola che prende la scena a più riprese nello spettacolo musicale Serenvivity.

... continua la lettura
Recensioni

Le Baccanti, Andrea De Rosa rilegge in chiave rock Euripide

Le baccanti di Euripide. Gemiti. Danze. Sospiri primordiali di donne. Urla di dolore, rabbia e piacere si mescono in una sola onda sonora che accompagna i loro movimenti ferini. Erano di Tebe, ora appartengo a Dionisio. Erano donne, ora sono baccanti. Si apre così Le Baccanti, originale rilettura di una delle più note tragedie del greco Euripide, andata in scena ieri al Teatro Mercadante di Napoli.  Andrea De Rosa, regista e curatore dell’adattamento dell’opera, dopo la Fedra, Le Troiane e l’Agamennone, decide di mettere in scena un testo terribilmente complesso e ricco di contraddizioni e stridule dissonanze. E sceglie di farlo in chiave moderna, rivestendo Dioniso (Federica Rossellini), figlio di Zeus abbandonato dal padre tra i mortali, di una patina rock. Lo rende, se possibile, ancora più crudele e ingiusto. La sua vittima e interlocutore principale, il re di Tebe Penteo (Lino Musella), si presenta nelle fasi iniziali della piéce seduto su una poltroncina rossa, che dà le spalle al pubblico. Non curante dell’indovino Tiresia (Marco Cavicchioli) e del saggio nonno Cadmo (Ruggero Dondi) con presunzione continua a diffidare della sua divinità, motivazione per il quale Dioniso aveva punito il regno trasformando in baccanti tutte le donne – tra cui anche la madre Agave (Cristina Donadio). Questo scontro dialettico nasconde tra le righe un vasto ventaglio di possibilità interpretative. I due, infatti, si fanno portatori di significanti e significati antitetici. Dionisio – interpretato non a caso da una donna – può rappresentare sia la religiosità, il cui non rispetto porta caos e distruzione – sia la forza vitale della terra, alle cui radici, però, non siamo più degni di tornare. Dio è morto ma non è mai stato così vivo. Ne paga le spese Penteo, deriso, umiliato e infinite ucciso proprio da colei che lo aveva generato.  Andrea De Rosa, tra Nietzsche ed Euripide Tutte ne “Le Baccanti” di Andrea De Rosa ha funzionato alla perfezione. La scenografia di Simone Mannino e soprattutto l’originale comparto sonoro di G.U.P. Alcaro e Davide Tomat hanno enfatizzato il pathos e scandito con vigore i tempi narrativi. Per quanto concerne gli attori, il registra napoletano è andato sul sicuro con interpreti d’esperienza e consolidato talento quali Lino Musella, Cristina Donadio, Ruggero Dondi e Marco Cavicchioli. Sorpresa – ma non per gli addetti ai lavori – è stata la giovane Federica Rossellino, novella vincitrice dell’IMAE Talent Award,  che ha vestito gli androgini panni divini con eccezionale carisma. Dopo l’enorme successo Al Teatro Grande di Pompei, con conseguente sold out anche per il debutto di ieri al Teatro Mercadante di Napoli, Le Baccanti di Andrea De Rosa hanno stregato anche la platea napoletana, lasciando nei presenti un forte quanto amaro senso di inquietudine. Al nichilismo e l’olocausto emozionale di una vita privata di un Dio in senso nietzschiano, la risposta si può celare nella accettazione della nostra inadeguatezza, del nostro essere alla stregua di pupazzi gettati del caos. Ma una certezza a cui aggrapparci rimane. Non ci sono solo il vino, la danza, la musica e il sesso a poterci […]

... continua la lettura
Teatro

Teatro Bellini, in scena “Il nome della rosa”

Al Teatro Bellini è in programma Il nome della rosa: trasposizione dell’omonimo romanzo di Umberto Eco, che farà tappa a Napoli fino al 26 novembre per la regia di Leo Muscato, con Luca Lazzareschi e Luigi Diberti tra gli altri. Una parentesi, quella napoletana, prevista nel mezzo di una tournée che toccherà i teatri di tutta Italia, da Milano a Roma, passando per Firenze e Padova. Il nome della rosa è l’opera più famosa di Umberto Eco (1932-2016), intellettuale, semiologo e accademico tra i più importanti del Novecento italiano, la cui recente scomparsa è una ferita ancora aperta nel cuore di molti. Fu tra i pochi intellettuali capaci di unire più che di dividere; peculiare era la sua capacità di rendere fruibile la sua immensa sapienza anche a chi di cultura non ha mai vissuto direttamente. E il romanzo in questione è proprio uno dei maggiori esempi in tal senso. Vincitore del Premio Strega nel 1981, inserito tra i 100 libri del XX secolo da Le Monde: sono tanti i riconoscimenti di cui può fregiarsi Il nome della rosa. L’opera viene ricordata anche per la versione cinematografica del 1987 di Jean-Jacques Annaud, con un indimenticabile Sean Connery. Oggi il romanzo, che definire storico, giallo o filosofico è riduttivo, vive la sua prima trasposizione teatrale. Il nome della rosa diverte, commuove e fa riflettere Come in una sorta di dejavù veniamo proiettati in una fantomatica abbazia di ordine cluniacense dell’Italia settentrionale. Teatro di omicidi, veleni, intrighi e scoperte. Si viene catapultati agli inizi del XIV secolo, nel culmine della lotta tra Chiesa e Impero e riappaiono figure familiari quali Guglielmo da Baskerville e il suo giovane scudiero Adso da Melk. I due vengono incaricati dall’ansioso abate Abbone di far luce sull’omicidio del confratello Anselmo. Tornano Jorge Da Burgos, l’anziano frate cieco, e l’inquisitore Bernardo Gui. Per non dimenticare il celleraio Remigio da Varagine e l’anziano Alinardo da Grottaferrata. Personaggi entrati di prepotenza nell’immaginario collettivo, grazie al successo del libro e del film. Leo Muscato ha provato a reinterpretare in maniera personale queste maschere. Un rischio calcolato, quello del regista di Martina Franca. Prima che uno dei più apprezzati autori del panorama teatrale italiano, Muscato è stato infatti un appassionato lettore del romanzo di Eco. L’opera viene scomposta e analizzata minuziosamente in ogni sua parte. La versione teatrale si compone di undici quadri tematici che scandiscono lo spettacolo, segnati da continui cambi di spazio. Lo spettatore dimentica quanto già letto o visto in precedenza e viene immerso in nuove dimensioni percettive Un’operazione non facile, quella di ricreare uno spazio temporale e scenico credibile, soprattutto per le numerose citazioni e descrizioni presenti all’inizio di ogni capitolo del libro. La scenografia è solo apparentemente spoglia; in un ambiente così piccolo come quello teatrale sembrerebbe difficile ricreare i mille luoghi dell’abbazia. Grazie però a giochi di luce, proiezioni, interpretazioni entriamo man mano nell’erboristeria, nella biblioteca, nel cortile, nella chiesa. Quando Adso e Guglielmo approdano in abbazia siamo lì con loro, a patire il freddo sotto la neve. Nelle […]

... continua la lettura