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Eroica Fenice

La categoria Recensioni contiene 556 articoli

Recensioni

“Uscita di emergenza”, in scena al Teatro San Ferdinando

Nell’interpretazione registica di Claudio Di Palma, Uscita di Emergenza di Manlio Santanelli (in scena al Teatro San Ferdinando dal 18 ottobre al 5 novembre 2017) risulta essere una commedia che riflette principalmente sulla frantumazione degli equilibri, sulla devastazione di un antico ordine armonico precipitato nel caos. Uscita di emergenza e il rumore delle parole Il senso di devastazione è percepibile fin da prima dell’apertura del sipario. Difatti nel canto di una solenne e antica Ave Maria prorompe il fragore di un boato che pare annientare l’ordine preesistente e lasciare aglio occhi del pubblico, una volta aperto il sipario, solo devastazione e desolazione. Ciò che si mostra è lo scenario che si può immaginare successivamente  alla venuta di un terremoto: un immenso lastrone che a schiacciato e frantumato l’antica Statua del Corpo di Napoli. La rete simbolica che cela dietro la complessità della suggestiva scenografia (realizzata da Luigi Ferrigno) si può spiegare alla luce delle leggi testuali e delle leggi interne della commedia. L’opera è frutto dello scontro fra l’ordine tradizione e il disordine del presente, il che si traduce nella battaglia tra un principio ideale e un principio di realtà. La commedia si apre con la frantumazione di un mondo idealizzato su cui sovrasta quello reale, più arido e muto. In questo mondo che sembra post-apocalittico (che, in senso traslato, nei riferimenti di Santanelli al teatro internazionale, pare rimandare al testo beckettiano di Finale di partita) si muovono due figure solitarie: l’ex sagrestano Pacebbene e l’ex suggeritore Cirillo, interpretati magistralmente (ma sarebbe inutile dirlo) da Claudio Di Palma e da Mariano Rigillo. Essi, quasi come due sopravvissuti alla Fine del mondo, passano i loro giorni inasprendosi a vicenda, gettandosi addosso parole vuote, ma taglienti, prive di significato e concretezza, talora bugie che sembrano confondersi con la realtà. Il dialogo non riesce ad instaurarsi tra i mancati interlocutori proprio a causa del linguaggio fittizio pronunciato dai due. Sono molti i passaggi in cui i due “non riescono a spiegarsi” o “non riescono a comunicare” a causa, sembra, di un collasso della parola avvenuto a monte. Il motivo della loro incomunicabilità è da ritrovarsi nella dissoluzione dei rispettivi mondi ideali in cui il punto di vista interno soccombe di fronte a quello esterno. Nel caso di Pacebbene il punto di rottura si scopre essere il riaffiorare di un suo carattere morboso che lo porta all’allontanamento dalla società, mentre per Cirillo il punto critico è costituito dalla morte della Grande Signora, diva della famosa compagnia per cui egli lavorava. In entrambi i casi cade in frammenti il loro particolare mondo ideale, cosa che, in senso universale, si riflette nella distruzione del Corpo di Napoli, figurazione di un mondo quasi arcadico. Un’altra particolarità della regia di Di Palma è anche il valore profetico del quale egli investe l’opera di Santanelli: Uscita di emergenza fu scritta nel 1978, e in essa si fa riferimento a un bradisismo che sconquassa le coscienze dei personaggi proiettandoli nella devastazione di un mondo esteriore, che corrisponde a una devastazione […]

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Teatro

Uscita di emergenza, Santanelli al San Ferdinando

Uscita di emergenza di Manlio Santanelli ritorna al Teatro San Ferdinando a più di trent’anni di distanza dalla sua prima rappresentazione nel 1980, interpretata da Bruno Cirno e Nello Mascia. Dal 18 ottobre al 5 novembre la commedia santanelliana calcherà ancora le assi del San Ferdinando, e sarà interpretata da Claudio Di Palma, che ne cura anche la regia, e Mariano Rigillo. L’allestimento si avvale delle scene di Luigi Ferrigno, dei costumi di Marta Crisolini Malatesta, delle luci di Gigi Saccomandi e delle musiche di Paolo Coletta. Uscita di emergenza, o la fuga delle parole Come Di Palma ha sottolineato durante la presentazione dello spettacolo tenutasi nel foyer del Teatro Mercadante, la sua interpretazione si basa su di un critico «svuotamento delle parole», il quale diviene riflesso del caos comunicativo in cui annega la società contemporanea. Oggi si dicono parole “ovvie” e parole “bastarde” (nel senso etimologico dei termini) che sono state svuotate dei loro significati primordiali profondi; esse da sentimenti divengono rumore, un rumore che testimonia una inevitabile e tragica dissoluzione di valori. Questo, anticipa Di Palma, si esplica nel momento in cui «un grande lastrone marmoreo, forse staccatosi dalla parete di un’antica chiesa, o teatro, schiaccia la statua del Corpo di Napoli». In questo senso si rappresenta simbolicamente la devastazione, quasi un’apocalisse, degli antichi equilibri che reggevano tradizioni, parole ed affetti. Si tratta di una rottura di equilibri che sembra essere ripresa dalla celeberrima scena eduardiana di Natale in casa Cupiello in cui Ninuccia distrugge il presepe di Lucariello sancendo l’annientamento dell’armonia familiare e per estensione della città ideale che esso rappresentava nella concezione di Luca Cupiello. Quello della rottura degli equilibri è un discorso che, come sottolinea Santanelli, è «vicino al binomio tra eros e tanathos». Amore e morte sono, nell’humus napoletano, due fratelli che camminano lungo un labile confine. Ecco, ancora, il senso drammatico e tragico della distruzione dei valori che si esprime nella potente battuta «non c’è più religione, non c’è più teatro, non c’è più città». La dissoluzione dei valori passa, dunque, per la dissoluzione del linguaggio in quanto lo sfogo dei due protagonisti, Cirillo (Claudio di Palma) e Pacebbene (Mariano Rigillo), come specifica Rigillo, si fonda soltanto sul rumore, che diviene sonno emotivo. I personaggi in questo modo tentano “un’uscita di emergenza” dalla dissoluzione attraverso le parole; tuttavia la distruzione del passato e dei suoi testimoni decreta in questo modo la sconfitta del dialogos e il trionfo del vuoto. Metafisiche al teatro Va inoltre segnalato che nell’ambito della nuova stagione si terranno incontri di preparazione al teatro che offriranno spunti di riflessione su determinati spettacoli presenti nel cartellone. Tali incontri (tutti a ingesso libero) saranno tenuti da Gianni Garrera, studioso fine, curatore, tra le varie cose, delle opere estetiche di Kierkegaard  per i Classici del pensiero BUR e dei suoi Diari per Marcellina. Garrera, peraltro drammaturgo e traduttore del Direttore del Teatro Stabile Napoli (Teatro Nazionale della Campania) propone così le sue intelligenti divagazioni con con lo scopo di preparare o arricchire il bagaglio culturale dello spettatore […]

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Recensioni

Romeo e Giulietta, una partita tra giovani infelici al Piccolo Bellini

Schiamazzi. Un pallone rimbalza con violenza sulla parete per poi finire di piede in piede. C’è l’aria tesa di un derby, piovono insulti e spintoni su quel palco che si è fatto per una sera campetto di periferia. A sfidarsi adolescenti di due celebri famiglie che, in quei panni, il pubblico stenta inizialmente a riconoscere. Vediamo contrapposti, infatti, Montecchi e Capuleti, le casate che hanno dato i natali ai due amanti nati sotto contraria stella. Si presenta così “Romeo e Giulietta, ovvero la perdita dei padri“, spettacolo inaugurale della nuova stagione del Piccolo Bellini di Napoli. L’impianto drammaturgico di Francesca Macrì e Andrea Trapani, come è evidente sin dalle prime battute, si propone come riscrittura coraggiosa ed originale di una delle tragedie più amate di William Shakespeare che viene destrutturata e rimodulata secondo dettami più moderni e di stampo filo – pasoliniano. C’è un profondo senso di incompiutezza, di insoddisfazione e solitudine che accompagna tutti i personaggi che si trovano ad essere numeri primi in una società che li considera già adulti. E come ogni ragazzo che cresce con le regole della strada, anche nei ragazzi delle due casate viene meno il concetto di autorità, eccezion fatta per il Principe (voce off di Federica Santoro) che può disporre di loro come un Deus ex machina. In questo contesto, in questa corsa di Pamplona adolescenziale, il puerile quanto smisurato amore tra Romeo e Giulietta è solo uno dei sintomi di un disagio più profondo, che parte dall’assenza di figure genitoriali forti, di modelli comportamentali a cui fare riferimento. Questo è ben evidenziato dalla regia di Francesca Macrì che pone i due padri in disparte, a fare da arbitri di una partita che, in fondo, non è neanche la loro. Romeo e Giulietta: calcio, adolescenti e violoncello La scenografia dello spettacolo è essenziale, non ci sono altri elementi di scena al di là delle due panchine e di due porte immaginarie, il compito di creare un contesto in cui inserire la narrazione è, perciò, affidato al disegno luci di Massimiliano Chinelli e al violoncello di Luca Tilli, che riesce con maestria ad accompagnare gli accenti poetici più alti dello spettacolo. Degne di nota, a questo riguardo, sono alcune scene – come quella della festa a casa Capuleti che si trasforma in una discoteca o quella della follia di Rosalina – che palesano l’intenzione di innestare nel corpus drammaturgico ulteriori sovra-letture, con un visibile quanto maniacale studio dei dettagli, soprattutto per quanto riguarda il lessico utilizzato dagli attori in scena. Attori che, seppur acerbi, sono risultati perfettamente non in ruolo. Ed è proprio questo, in realtà, uno dei pregi più grandi di uno spettacolo che non vuole scimmiottare né riproporre pedestremente – come troppo spesso è accaduto – il capolavoro dello scrittore inglese, ma attualizzare e,  perché no?, arricchirlo di nuove sfumature, di tematiche che erano solo latenti nel testo originale. Missione riuscita pienamente. ———————- Romeo e Giulietta ovvero la perdita dei Padri, prove di drammaturgia dello sport con gli adolescenti di William Shakespeare drammaturgiaFrancesca Macrì e Andrea Trapani drammaturgia musicale Luca Tilli regia FrancescaMacrì con AngeloRomagnoli e AndreaTrapani […]

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Teatro

Glob(e)al Shakespeare: “Giulio Cesare” ed “Una commedia di errori” al Teatro Bellini

Glob(e)al Shakespeare, è questo il nome dell’ambizioso progetto con il quale Gabriele Russo ha deciso di proporre al pubblico del Teatro Bellini una rappresentazione innovativa ed imprendibile di alcuni dei più grandi capolavori del drammaturgo inglese William Shakespeare. Per un mese, dal 3 al 26 ottobre, il Bellini sarà allestito e rivisitato in modo da ricordare il Globe Theatre di Londra, meraviglioso esempio di teatro elisabettiano seicentesco. Ogni sera, con un unico biglietto, sarà possibile assistere a due spettacoli. Per ogni giorno di programmazione, infatti, è prevista la messa in scena di due rappresentazioni shakespeariane, una tragedia e una commedia, così da regalare agli spettatori la possibilità di godere doppiamente delle magnifiche opere del poeta inglese. In particolare, dal 10 al 15 ottobre ed il 26 ottobre, andranno in scena gli spettacoli Giulio Cesare. Uccidere il tiranno ed Una commedia di errori. Glob(e)al Shakespeare: Giulio Cesare. Uccidere il tiranno Il Giulio Cesare, tragedia scritta da Shakespeare intorno al 1600, ha ad oggetto la storia dell’omicidio del grande dittatore romano. Come narrano le fonti storiche, Cesare, acquisito un enorme potere su Roma, iniziò ad essere considerato come minaccia da parte di molti uomini politici del tempo, i quali, per preservare la propria autorità, decisero di tradirlo. Durante una seduta del Senato il tiranno fu brutalmente ucciso a pugnalate, e l’omicidio fu giustificato come mezzo necessario per salvare Roma dalla dittatura. “Siamo eroi o macellai?” La famosa tragedia, messa in scena mediante un’interessante riscrittura ad opera di Fabrizio Sinisi e con la regia di Andrea De Rosa, cerca di offrire al pubblico un’analisi introspettiva di quelle che sono le ragioni che hanno spinto i cospiratori ad uccidere il tiranno. Gli attori, con straordinaria intensità, riescono a dar voce ai risvolti emotivi ed alle riflessioni che inevitabilmente travolgono gli animi degli assassini: Bruto, Cassio e Casca (Isacco Venturini, Daniele Russo e Nicola Ciaffoni). Essi si aggirano e si nascondono sul palco cercando di spiegare e giustificare le proprie azioni, cercando di convincere e convincersi della presunta nobiltà della propria scelta. In scena, accanto ai traditori, vi è però anche Antonio (Rosario Tedesco), il quale, estraneo alla congiura, darà della vicenda una propria essenziale interpretazione. Lo spettacolo, con grande intelligenza e forza, pone attenzione sul tema, attualissimo, della violenza e della guerra usati come strumento per perseguire i propri obiettivi. Fu giusto uccidere il tiranno per salvare Roma dalla dittatura? Nella tragedia Cesare viene ucciso perché visto come personificazione della minaccia alla democrazia, ma nella realtà la minaccia muore con il dittatore? O forse continua ad esistere insieme a tutti coloro che accettano ed acclamano la dittatura stessa? “Uccidere il tiranno può non bastare perché spesso il potere del tiranno risiede proprio nella comunità che lo subisce, che arriva a proteggerne e tutelarne il dominio”. Glob(e)al Shakespeare: Una commedia di errori Quest’opera di Shakespeare, ispirata ai Menecmi di Plauto, viene presentata con una riscrittura di Marina Dammacco, Emanuele Valenti e Gianni Vastarella. Lo spettacolo è portato in scena dalla compagnia Punta Corsara ed è […]

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Ferdinando al Nuovo, è cominciata un’altra stagione

Comincia la stagione teatrale 2017/2018 del Teatro Nuovo, affidando tale compito alla regista Nadia Baldi, intenta a mettere in scena una versione del capolavoro del drammaturgo stabiese Annibale Ruccello, Ferdinando. In scena, guidati dalla Baldi, gli attori Gea Martire, Chiara Baffi, Fulvio Cauteruccio e Francesco Roccasecca.  Ferdinando e la realtà del sogno La semplicità. L’assoluta, inimitabile bellezza della semplicità caratterizza con forza questa riproduzione scenica dell’opera magna di Annibale Ruccello, saggiamente condotta dalla regista Nadia Baldi. Ogni cosa in scena, dai tessuti che si intersecano nell’aria, generando la visione di un mondo disordinato, impolverato e chiuso su stesso, alle luci dorate, dedite a rimbalzare su dettagli altrettanto lucidi, non sono altro che la rappresentazione di quella candidezza e modestia in perfetto incontro e contrasto con le anime dei personaggi del dramma. La baronessa Clotilde e il suo Ferdinando sono specchio della nostra contemporaneità e, nel mentre, di una situazione di bisogno reciproco e desiderio da sempre presente nel quotidiano degli uomini. Tra tutte le particolarità che si rassomigliano tra il vero e il dramma scenico, c’è la forte presenza di una morale intermittente. La morale, d’altronde, non sempre è necessaria. Sia che essa sia intesa nel suo senso più “religiosamente etico” che nel suo, altrettanto importante, aspetto didattico proveniente da un racconto o da una novella. Viene naturale cercarla, istintivo, eppure il Ferdinando di Ruccello non lascia alcuna traccia di un tale “dono” bensì è forte nel testo del drammaturgo stabiese, ancora una volta, il desiderio imperante di lasciare allo spettatore la possibilità di decidere coi propri occhi, coi propri sensi, qual è la verità. In una villa della zona vesuviana, vive la Baronessa Clotilde, vedova, ipocondriaca e considerata da molti folle, in compagnia solo della sua cugina-serva Gesualda e del parroco del posto, Don Catellino: in fuga dal passato, dalle ipoteche e dalla formazione di un’Italia che non le piace, che disprezza, guardando nostalgicamente all’era Borbonica appena conclusa. In una semplice routine, fatta di incontri e piccoli trasgressioni, sarà travolta dall’arrivo del nipote Ferdinando, orfano di padre e madre. Cosa c’è di vero in questo racconto, che porta sì con sé fatti, nomi e date, eppure sembra spesso il realizzarsi di un sogno vivido e condiviso, della volontà comune di afferrare un po’ di vita lì dove sembra essersi spenta per sempre? Tutto è lecito, nulla è immorale e solo lo spettatore può scegliere se svegliarsi o meno.

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Exploding Plastic Warhol, ritratto di un mito controverso

«Se volete sapere tutto su di me dovete guardare in superficie, sotto non c’è niente» Pantaloni e occhiali neri, capelli argento, sguardo freddo e voce inespressiva, questo è l’Andy Warhol messo in scena al TRAM con Exploding Plastic Warhol, lo spettacolo scritto e diretto da Mirko Di Martino, con Orazio Cerino, Titti Nuzzolese, Angela Bertamino, Antonella Liguoro e Dario Tucci. Pittore, scultore, regista, sceneggiatore, produttore, Warhol è stato l’esponente di spicco della Pop art ed uno degli artisti più influenti del XX secolo, noto all’immaginario collettivo per aver dipinto i celebri ritratti a colori di Marylin Monroe, Liz Taylor, Mao Zedong, oltre ai famosi barattoli di zuppa Campbell e alle scatole Brillo, che nel complesso rendono la sua arte incomprensibile e controversa. Lo scopo di Warhol era proprio quello di far storcere il naso a chi osservava i prodotti del suo genio creativo, suscitando scandalo ed alimentando in questo modo il suo prestigio di fondatore della Factory, il suo studio con sede a New York. Ciò che traspare dalla magistrale interpretazione di Orazio Cerino è il ritratto di un artista in crisi d’ispirazione, apatico, con lo sguardo vuoto, vittima del suo stesso successo e della mercificazione dell’arte, che sacrifica la qualità delle sue opere per adeguarsi alle spietate leggi di mercato. La domanda sorge spontanea: «Dov’è il vero Andy Warhol?». Nascosto dietro alla maschera di mito osannato e incompreso, adulato e odiato, che ha costruito il suo successo sfruttando le persone e servendosi dei detriti della società in nome di un obiettivo supremo, l’arte. Exploding Plastic Warhol, successo e fallimento di un mito La voce della coscienza di Warhol è rappresentata dalla Marylin dei suoi famosi ritratti, interpretata con maestria dalla talentuosa Titti Nuzzolese, la quale incalza l’artista con domande pungenti e a tratti spietate, che lo portano a confessare il suo vero stato d’animo di persona vuota e nauseata dalla fama e dal denaro: «Io sento di non essere niente, di non desiderare niente. Cosa vede uno specchio se si guarda allo specchio? Il nulla». A “sfilare” sul palco disposto a T tra il pubblico sono le superstar della Factory: Edie Sedgwick, modella e attrice, la povera piccola ragazza ricca che rappresenta la voglia di libertà dei giovani, impersonata da Antonella Liguoro; il ballerino Freddy Herko, interpretato da Dario Tucci, le cui aspirazioni lo portano a lanciarsi dalla finestra sotto l’effetto di anfetamine, per godersi l’attimo in cui il corpo si libra leggero spiccando il volo verso il cielo; Valerie Solanas, interpretata da Angela Bertamino, l’attivista che fondò la “Società per l’eliminazione del maschio” e che sparò a Warhol senza tuttavia ucciderlo. I tre giovani sono accomunati dalle stesse caratteristiche: depressi, fragili, dediti alle droghe e con istinti suicidi, narcisisti che si lamentano per ottenere l’attenzione di papà e che vivono in un vortice di emozioni forti ed autodistruttive.  Ed è così che il cerchio si chiude, in un destino di gloria e declino, di ambizione e frustrazione, di successo e baratro che si inquadra perfettamente nell’universo piatto e senza emozioni, comandato dal consumo che era […]

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Teatro

Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018

La stagione 2017-2018 presentata al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli propone un cartellone ricco di spettacoli e attività. Nuovo Teatro Sancarluccio: la stagione 2017-2018 Il cartellone della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio si divide in tre sezioni: “I Teatri comici”, “Il Teatro in Musica” e “Il Teatro Rinnovato”. Alle sezioni si aggiungono una serie di letture interpretate da Massimo Andrei e intitolata “Gente di Napoli”. Ogni sezione si dedica ad un genere, come gli eloquenti titoli suggeriscono. Il cartellone della stagione del Nuovo Teatro Sancarluccio, fra l’altro, apre uno sguardo ai giovani: questo è stato uno dei punti su cui si è soffermata maggiormente l’attenzione durante la conferenza stampa. Anche in questo senso si sviluppano i laboratori teatrali proposti come attività ancillari rispetto alla stagione teatrale, la rassegna “Nuovi scenari” e le musiche della SoundFly night. Per quanto riguarda i laboratori, essi saranno Pensa Comico, diretto da Eduardo Cocciardo; Laboratorio Permanente di Formazione Teatrale, diretto da Ettore Massarese, e To play, diretto da Antonella Stefanucci, e suddiviso in tre sezioni per bambini, ragazzi e adulti. Per quanto riguarda la rassegna “Nuovi scenari”, saranno in scena la Compagnia Gli Ignoti con Variazioni enigmatiche, dal 6 al giorno 8 ottobre; la Compagnia La coperta di Zazà con Alla corte d’ ‘o rre piccerillo, dal 13 al 15 ottobre; la Compagnia Pipariello con Fatemi capire, il 26 ottobre; la Compagnia Il Sipario con Cornuti e contenti, dal 27 al 29 ottobre; e la Compagnia I Mastacanà con I figli di San Gennaro, dal 22 al 25 febbraio. Per i concerti della SoundFly night, i Diversamente rossi, il 21 dicembre; Marilù, il 25 gennaio; Romito, il 15 febbraio; Riccardo Ceres, il 15 marzo; e Rione Junno, il 12 aprile. Un’offerta teatrale, quella della stagione 2017-2018 del Nuovo Teatro Sancarluccio, così, varia e che si apre ad interessanti proposte. Di seguito gli spettacoli in cartellone: dal 2 novembre, Òmm… un napoletano in Tibet, scritto, diretto e interpretato da Ettore Massa (I Teatri comici); dal 9 novembre, Tre sull’altalena, scritto da Luigi Lunari, diretto da Roberto Negri, e interpretato da Stefania Benincaso, Arianna Gaudio, Stefania Aluzzi e Nicola Ciccariello (Il Teatro Rinnovato); dal 16 novembre, 06-05-38, scritto e diretto da Luca Pizzurro e interpretato da Gigliola De Feo e Andrea Fiorillo (Il Teatro Rinnovato); dal 23 novembre, Serenvivity, di e con Viviana Cangiano e Serena Pisa (Il Teatro in Musica); dal 30 novembre, Dietro la quinta dell’Universo, scritto e diretto da Enrico maria Falconi, e interpretato da Annalisa Amodio, Sara Giglio e Diletta Acanfora (Il Teatro Rinnovato); dal 7 dicembre, Il Cappellaio magico – dedicato a Rino Gaetano, scritto e diretto da Giacomo Casaula, e con i suoni di Davide Trezza, Vincenzo Gigantino, Luca Masi, Ernesto Tortorella, Ermanno Ferrara e Luca Senatore (Il Teatro in Musica); dal 14 dicembre, Il mio amico D. – “I migliori sogni sono due: giocare il mondiale ed essere il campione”, scritto da Pietro Tammaro, diretto da Luca Saccoia e interpretato dallo stesso Pietro Tammaro (Il Teatro Rinnovato); dal 22 dicembre, […]

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Teatro

El Romancero de Lazarillo e la transcultura tra passato e futuro

Un palco allestito sotto le stelle, un teatro all’aperto inscritto in un’atmosfera paesana in cui sorprendentemente si respira una festosa pluralità culturale, quella degli stand gastronomici di Intrecci, il Festival della cucina mediterranea, che offre la possibilità di degustare abitudini culinarie e tradizioni con cui vari popoli imbandiscono le loro tavole, devolvendo l’intero guadagno all’Associazione SOS Sostenitori Ospedale Santobono. È questo lo squisito scenario in cui, a Città della Scienza, ha avuto luogo lo spettacolo teatrale El Romancero de Lazarillo il 30 settembre 2017, curato dall’Associazione Teatrale Aisthesis e messo in scena dalla rassegna teatrale itinerante I viaggi di Capitan Matamoros. Una rivisitazione modernissima  e un tripudio di esperienze culturali Tutta l’energia di questo banchetto interculturale sembra fatalmente assorbita da Luca Gatta, protagonista indiscusso della scena; e non soltanto perché è l’unico personaggio a librarsi sul palco assumendo voci, facce, ruoli e comportamenti sempre nuovi, ma soprattutto per il connubio tra naturalezza e tragicità che riesce a realizzare con la propria performance. Prende possesso del palco con un’originalissima rivisitazione del cinquecentesco Lazarillo de Tormes, primo romanzo della tradizione occidentale moderna, che verte sulle vicissitudini del servo Lazarillo, che si racconta e si vive mentre vagabonda in cerca di fortuna per la Spagna. Dando prova di un’eccelsa padronanza linguistica ed esibendosi in capriole, giravolte e acrobazie varie (indice di notevoli abilità ginniche) sbandiera a tutti come il vero teatro sia sodalizio tra mente e corpo. Con grande eclettismo Luca Gatta frammenta il proprio io per essere voce di tutte le peripezie a cui il servo Lazarillo si deve sottoporre per ascendere alla dimensione borghese. Le sue disgrazie, il suo tormentato girovagare, il suo vendersi a padroni diversi (portando sulla scena molti topoi medievali) confluiscono in un’esibizione strabiliante, condotta nella totale assenza di quinte. L’attore si identifica in un giullare dal piglio drammatico e inquieto, con una tragicità sempre rispettosa del carattere narrativo dell’opera. Un trionfale ritorno alla commedia dell’arte che disseppellisce il gusto medievale, con quella particolare trasposizione del testo dalla prosa alle ottave. Un linguaggio ibrido, ponte tra modernità e antichità, che aiuta lo spettatore a calarsi nel passato inscenato ma con i piedi ben piantati nel proprio presente. Una commedia che, fedelissima al progresso e alla molteplicità culturale, resuscita la tradizione del romanzo e l’atmosfera medievale. L’attore veste i panni di un impeccabile cantastorie, in un sortilegio quasi inquietante, che lo fa rimanere Lazarillo per tutta la durante dello spettacolo ma lo trasforma anche in tutti i personaggi in cui egli si imbatte. Con pochi oggetti di scena e il suo retroscena culturale, l’esibizione vuole ricongiungere alle origini del teatro. A tu per tu con il protagonista de El Romancero de Lazarillo Alla fine dello spettacolo ho raggiunto la star della sera per congratularmi della sua notevole capacità di immedesimazione. Luca Gatta si dimostra piacevolissimo e professionale anche di persona. “Ho fatto quello che ha fatto Gauguin, che alla fine della sua vita ha ricominciato a dipingere il suo villaggio natale. Ho vissuto tra le montagne avellinesi, dopo ho […]

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Teatro

Dentro la tempesta per i Viaggi di Capitan Matamoros

Nato dal laboratorio L’altro nello sguardo dell’altro, condotto dall’Associazione Teatrale Aisthesis con le comunità migranti residenti sul territorio irpino, ieri 28 settembre (e oggi 29 settembre), presso la Sala delle Colonne dell’Annunziata, è andato in scena Dentro la tempesta, pièce teatrale che ha al centro La tempesta di Shakespeare, interpolata con la versione napoletana di Edoardo De Filippo e con le scritture e i racconti personali dei partecipanti al laboratorio;  diretto da Luca Gatta, direttore artistico de I viaggi di Capitan Matamoros. In una cornice maestosa, fatta di marmi e colonne e su una colorata scenografia, resa ancora più vivace dai costumi folkloristici degli attori, si è svolta la vicenda, ambientata su un’isola imprecisata del Mediterraneo, che ha per protagonista Prospero, il vero duca di Milano, che trama per riportare sua figlia Miranda al posto che le spetta, servendosi della magia.  Mentre suo fratello Antonio e il suo complice, il Re di Napoli Alonso, stanno navigando sul mare di ritorno da Cartagine, il mago invoca una tempesta e attraverso l’aiuto del suo servo Ariel, uno spirito dell’aria, riesce a riscattare il Re e a far innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando.  Dentro la tempesta, storia di migrazione e identità La tempesta è stata scelta per la grande densità tematica, infatti affronta temi attualissimi, quali il naufragio, l’esclusione, il rapporto con il diverso , il conflitto tra natura e conoscenza; e per il suo forte legame con il territorio campano grazie alla celebre riscrittura di Eduardo De Filippo, pur avendo una struttura drammaturgica diversa, manipolata attraverso le esperienze e le scritture dei partecipanti. Lo spettacolo porta in scena un intreccio linguistico, fatto di  italiano, inglese, francese, napoletano, bambara, mandingo, ewandu ed è  arricchito da canti africani.  Dentro la tempesta – L ‘altro nello sguardo dell’altro è, nelle intenzioni dei suoi ideatori, un progetto pilota avente come finalità l’inclusione scolastica e lavorativa di giovani migranti. Insomma, il primo atto di quella che, si spera, diventerà una vera e propria scuola di teatro per l’integrazione.  

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“Né serva né padrona”: le donne e la Commedia dell’Arte

Nella seconda settimana del Festival internazionale di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Storie di migranza, la sera di giovedì 21 settembre è tutta al femminile, con lo spettacolo Né serva né padrona, un vero e proprio One Woman Show all’interno della sagrestia della Basilica dello Spirito Santo, sede dell’Associazione Culturale Medea Art. Italia, Sedicesimo secolo: divieto per le donne di calcare le scene e severe condanne da parte della Chiesa verso le eretiche che osavano trasgredire e dedicarsi a quelle forme d’arte ‘scandalose’ e indegne. In tali temperie culturali, donne coraggiose e intraprendenti si distinsero per i loro meriti nell’arte oratoria, poetica, musicale e persino comica, come l’attrice padovana Isabella Andreini e la famosa cantante napoletana Adriana Basile.  Le personalità di queste brillanti figure femminili rivivono sulla scena con Claudia Contin Arlecchino, autrice, attrice, regista e artista figurativa, nonché prima donna ad interpretare il personaggio di Arlecchino, e grazie alle musiche di Luca Fantinutti. Claudia Contin Arlecchino, spogliandosi dei tradizionali panni della maschera del buffo Arlecchino, con i quali fa il suo ingresso sulla scena, svela al pubblico tutti i retroscena del mestiere di attrice, con grande autoironia e comicità, passando attraverso l’interpretazione dei diversi ruoli femminili della Commedia dell’Arte (dalla servetta, all’innamorata, alla cortigiana) e mostrando le movenze tipiche e la gestualità che contraddistingue tali figure, in un continuo coinvolgimento degli spettatori che crea un clima di ilarità ed improvvisazione. Donne e teatro: dalla Commedia dell’Arte al Terzo Millennio Dall’aperitivo a base di polenta, al ‘punzecchiamento’ giocoso degli uomini presenti nel pubblico, Claudia veste e sveste i panni dei suoi personaggi, con un viaggio attraverso i secoli, il cui trait d’union è l’emancipazione della figura femminile e la rivoluzione portata dall’ingresso della donna sulle scene. Attraverso due coraggiose donne del Cinquecento, Isabella Andreini ed Adriana Basile (baronessa per ‘meriti d’arte’), simboli di tale emancipazione, si arriva fino alle donne del Terzo Millennio, con la stessa Claudia. In una ‘confessione scritta’, l’attrice spiega le ragioni che si nascondono dietro la scelta della maschera di Arlecchino e la convivenza con questo personaggio, chiudendo la sua performance con una riflessione che si ricollega al titolo e all’essenza stessa di tale spettacolo: “Né serva né padrona, ma libera persona”.

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