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Eroica Fenice

La categoria Teatro contiene 620 articoli

Teatro

“Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi, dal 20 al 25 febbraio al Piccolo Bellini

Si è aperta ieri la settimana de Gli uccelli migratori, lo spettacolo scritto e diretto da Francesco Lagi, con Anna Bellato, Francesco Colella, Leonardo Maddalena e Mariano Pirrello, in scena dal 20 al 25 febbraio al Teatro Piccolo Bellini. Francesco Lagi, autore e regista, ha raccontato che uno degli spunti che nutre l’idea dello spettacolo si muove attorno a questo paradosso: il viaggio reale, visibile e aperto degli uccelli che attraversano chilometri di cielo. Gli uccelli migratori appaiono, dunque, come un viaggio nascosto che si propone di raccontare e scoprire, il viaggio di una donna che sta per mettere al mondo una persona. E in quella casa il tempo è sospeso in un’attesa. C’è una persona che sta per arrivare e delle persone che la stanno aspettando. Ci sono una tutina azzurra e l’invenzione di un’app. Una casa in mezzo a una pineta, dove una ragazza aspetta la nascita della propria figlia circondata da tre uomini: il fratello, uno scrittore inconcludente nonché programmatore fallito; il padre della nascitura (amante di una notte), per il quale la paternità rappresenta un’occasione per combinare qualcosa di buono nella vita; e un ornitologo, che parla con gli uccelli, preso dalla ricerca di Yoda, un uccello migratore sparito. Con il tipico linguaggio della compagnia, dall’incedere lieve e poetico, Teatrodilina ci insegna ad osservare la vita, la quale scorre attraverso una serie di personaggi che ne affrontano i cambiamenti e che, come dice lo stesso regista, “ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo. Cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne la loro identità”. “Gli uccelli migratori” di Francesco Lagi: uno spettacolo pieno di luce Un ricordo di bambini, Yoda che è sparito e non si trova più. L’arrivo di un padre, il linguaggio degli uccelli, una bussola rimasta in tasca. La paura di cambiare e la vita che prima bussa alla porta e poi improvvisante si rivela. I personaggi ruotano intorno a un centro, si affaticano distrattamente cercando di sintonizzarsi sulla frequenza del loro motivo di stare al mondo, cercando di trovare una grammatica emotiva, una lingua comune che possa svelarne loro un cambiamento. La pratica in Gli uccelli migratori è l’indagare su quel periodo misterioso che riguarda la fine di una gravidanza e l’inizio di un parto, quell’intercapedine di tempo nella quale, come dichiarato da Francesco Colella, si muovono tra le persone dei sentimenti speciali. 

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Recensioni

Battlefield: il Mahābhārata secondo Luca Delgado al Teatro Bellini

Battlefield, straordinario spettacolo tratto dal testo teatrale di Jean-Claude Carrière ed ispirato al Mahābhārata, è presentato al Teatro Bellini di Napoli dal 20 al 25 febbraio. L’opera è portata in scena con traduzione ed adattamento in italiano a cura di Luca Delgado. La rappresentazione, realizzata con la regia di Peter Brook e Marie Hélène Estienne, ha ad oggetto il Mahābhārata, che è l’opera fondamentale della letteratura Induista. Il testo, elaborato nel corso di otto secoli (tra il IV a.C ed il IV d.C), fu originariamente redatto in lingua sanscrita, ed è costituito da più di 100.000 versi. Esso si configura come una delle saghe più imponenti dell’intera letteratura mondiale. All’interno dell’opera è narrata la storia dell’antica e sanguinaria guerra per il potere combattuta dai due rami della discendenza del re Bharata. Al termine dello scontro, il campo di battaglia si presenta come una sterminata distesa di corpi. Milioni di morti giacciono ammassati l’uno sull’altro. Lo scenario è talmente atroce che vincitori e vinti cominceranno ad interrogarsi sulle proprie scelte… La guerra può essere evitata? Il sacrificio di vite umane può essere giustificato? Esiste il perdono per chi con i propri errori ha determinato la morte altrui? Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali la magnifica opera tenta di dare risposta. Battlefield: dopo trent’anni il capolavoro di Brook – riletto da Luca Delgado – torna in scena L’opera, ispirata al Mahābhārata, fece la sua prima apparizione sui palcoscenici nel 1985, quando il regista britannico Peter Brook ne portò in scena una monumentale versione teatrale della durata di 9 ore. Lo spettacolo venne presentato al Festival di Avignone,  e fu fin da subito definito come un vero capolavoro. La rappresentazione ebbe un successo enorme, e lo stesso Brook, anni dopo, si occupò di riadattarne il testo per una miniserie televisiva e per il grande schermo. Dopo trent’anni dalla “prima”, il grande maestro inglese, oggi novantenne, ha deciso di regalare al pubblico una nuova straordinaria rappresentazione del poema. Brook spiega che non si tratta di un mero omaggio al passato, ma di un lavoro volto a reinterpretare l’opera in chiave moderna, perché, come chiarisce il regista, i temi trattati sono più attuali che mai. Una guerra spaventosa che dilania una famiglia e milioni di vite sacrificate per acquisire il potere, questi sono gli elementi fondamentali su cui si regge il Mahābhārata, una storia senza tempo, che attraverso Battlefield descrive in modo disarmante i drammi della realtà contemporanea. Il testo, per nulla scontato, si caratterizza per l’enorme attenzione che viene riservata ai moti interiori dei protagonisti, i quali in seguito alla guerra saranno costretti a fare i conti con la propria coscienza. Nel corso della narrazione, anche attraverso l’utilizzo di significative metafore, gli attori cercheranno di trasmettere al pubblico l’enorme saggezza e le profonde riflessioni che caratterizzano l’ opera su cui si fonda il lavoro svolto. Lo spettacolo portato in scena, caratterizzato da una recitazione chiara ed essenziale, si pone come un attenta ed intelligente elaborazione del capolavoro della letteratura Induista. In soli 70 minuti […]

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Teatro

Roberto Capasso e il suo Pacchiello al TRAM di Napoli

Un alto carrello pieno di stracci. Un fantoccio disteso sulla parte oscura del palco guarda disincantato in avanti. Le luci si illuminano e Pacchiello, che fino a quel momento era stato immobile, prende vita. E comincia a raccontare, a raccontarsi. La sua storia è una tragedia moderna nella quale l’avidità e la ricerca spasmodica dei soldi e del potere sono protagoniste. Da usurario, da re incontrastato dei cravattari di Napoli, a venditore ambulante di taralli, l’uomo, affetto da una grave malformazione fisica, si erge nel suo monologo ad emblema di tutti coloro che una voce nella società non la hanno più. Roberto Capasso, regista e protagonista di questo spettacolo andato ieri sera in scena al teatro TRAM di Napoli, si cuce addosso per questo motivo diverse bambole di pezza con cui lui dialoga, si commuove e sfoga la sua frustrazione mentre aggiunge ricordi e dettagli al suo racconto. L’infanzia difficile, una omosessualità rimasta latente e le difficoltà di farsi largo nella Napoli delle sigarette di contrabbando sono tutti elementi che hanno giocato un ruolo chiave nel determinare le scelte, spesso sconsiderate, di quell’uomo fragile, la cui gobba non è che una spada di Damocle, il cui peso egli vuole decide di voler far sentire, di voler far espiare come fosse una colpa loro, a tutti quelli che lo circondano. Egli si è consacrato al male come forma di rivalsa e il suo essere un delinquente volgare, cinico e senza scrupoli, una difesa dalla sofferenza che la natura gli ha inflitto in prima istanza. Roberto Capasso interpreta un Pacchiello dalle sfumature shakespeariane La scenografia dello spettacolo, per quanto minimale, è ben curata ed assolutamente funzionale. Ci sono pochissimi elementi sul palco ma tutti giocano un ruolo, non sono orpelli scenici dal mero valore estetico. Con essi l’attore napoletano esalta il suo talento. Dal tragico al grottesco, passando per il comico, Roberto Capasso è un trionfo di voci di diversa tonalità. E la sua interpretazione  non fa che esaltare il testo di Pasquale Ferro che per questo spettacolo sembra rifarsi a Shakespeare nella costruzione della personalità complessa del personaggio – il debito con Riccardo III è palese –  e al miglior De Filippo nella scelta dell’ambientazione e del contesto sociale. Ma la famosa nottata per l’usuraio non è destino che passi. Il male non è destinato, almeno sulla scena, a vincere sempre. PACCHIELLO venditore ambulante di taralli caldi caldi e di guai neri neri di Pasquale Ferro diretto e interpretato da Roberto Capasso drammatizzazione Roberto Ingenito scene Luca Evangelista costumi Pina Sorrentino assistenti alla regia Maria Chiaravalle, Roberto Ingenito produzione Prospet — info e prenotazioni: cell: 342 1785930 (anche whatsapp) email: tram.biglietteria@gmail.com — biglietti: intero: € 12,00 ridotto (<26 >65): € 10,00 acquista on line a € 10,00: http://www.teatrotram.it/biglietti/tre-le-sorelle-prozorov/

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Teatro

Oscar W., si chiude in bellezza la rassegna “Vissi d’arte” del TRAM

Si chiude con Oscar W., spettacolo su Oscar Wilde, la rassegna teatrale “Vissi d’arte, il teatro racconta i pittori” che, dal 6 all’11 febbraio, si è svolto al Teatro Tram, via Port’Alba 30, Napoli. “Vissi d’Arte” propone delle rielaborazioni teatrali che offrano al pubblico degli approfondimenti sulla vita di individui che hanno dedicato la propria esistenza all’arte. In quest’ottica viene indagato lo stretto legame tra vicenda personale ed espressione artistica, che risulta imprescindibile e vincolante. I protagonisti scelti per questa nuova edizione invernale sono stati Frida Kahlo, Vincent Van Gogh, Leonardo Da Vinci (con lo spettacolo “La Gioconda chi?”) e Oscar Wilde. Domenica 11 febbraio, ore 18.00, una pièce di Andrea Onori e Mariagrazia Torbidoni, interpretato dalla Torbidoni, prodotto da “virgolatreperiodico” e con scenografia e disegno luci di Valeria Giannone ha raccontato la parabola dello scrittore irlandese. Oscar W. al TRAM Londra, fine Ottocento. Avere come ospite Oscar Wilde garantisce il successo della serata, l’humour leggero ed il suo wit incessante sono incomparabili. È il principe della conversazione, un affabulatore magnetico e irriverente. Le sue opere teatrali incantano, la critica del suo romanzo “Il ritratto di Dorian Grey” accresce la sua fama. Wilde, impersonando magnificamente l’estetismo che persegue e che celebra, suole dire di “aver posto tutto il suo genio nella sua vita ma nulla più che il suo talento nelle opere della sua arte”, si bea della sua eccentricità, e il “personaggio” da lui creato e incarnato nella società traspare inequivocabilmente nella tessitura dei drammi, dei racconti, dei versi che scrive. La perfetta corrispondenza tra Wilde autore e Wilde uomo è così viscerale che anche la vittoria della realtà sull’arte nel tragico epilogo della sua incarcerazione ed il conseguente declino appaiono ugualmente prodotti di una mente geniale. Partire da Wilde per mettere in scena Wilde Già il manifesto che accoglie il pubblico in sala al Tram, e che reca scritto “Vendesi tutta la mercanzia di un esteta che intende ritirarsi dagli affari”, sembra voler in qualche modo annunciare l’intenzione di dissacrare e sviscerare tutti i moti che hanno agitato l’animo inquieto dell’autore, seguendo la stessa dinamica che egli ha rispettato nell’arco di tutta la sua esistenza, combinando, cioè, realtà e finzione tanto da immergere lo spettatore in una dimensione tenuta viva solo dall’audace ed elegante battuta dello scrittore, perché “un artista non vede mai le cose come sono. Quando lo fa, cessa di essere un artista”. In Oscar W, ci si imbatte nei personaggi dell’autore, in aforismi ripresi dalle sue serate mondane e in scene chiave consacrate nei suoi successi letterari. Si ripercorrono  episodi della sua sua vita, come i dialoghi con Lord Alfred Douglas, figlio del Marchese di Queensberry, croce e delizia per lo scrittore dato che sarà proprio a causa della relazione che instaurerà con lui che Wilde sarà accusato e condannato per sodomia, e come i processi, il primo in cui un carismatico Wilde denuncia e accusa, l’ultimo, in cui egli diventa vittima della sua stessa irriverenza e sembra offrirsi docilmente quale capro espiatorio nella faida familiare tra Alfred e […]

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Teatro

La Divina Commedia, il musical al Palapartenope

Dopo il debutto nel 2007, la più grande opera della letteratura italiana e di tutti i tempi, la Divina Commedia, è in scena al Teatro Palapartenope di Napoli dall’8 all’11 febbraio, in una monumentale opera musicale curata dall’attenta, coraggiosa e curiosa regia di Andrea Ortis e con le musiche di Marco Frisina, vera autorità nel campo della celebrazione del Sacro in musica. Grazie ad un suggestivo gioco di luci che sfrutta le ultime tecniche di proiezione 3D, lo spettatore vive con Dante, in un’esperienza multimediale, il viaggio interiore che lo condurrà, attraverso i tre mondi ultraterreni, dalla sofferenza alla salvezza, in un percorso che è allegoria del percorso di ogni uomo e della fatica dell’espiazione del peccato, dalle bassezze del male alle profonde ed inenarrabili altezze del Divino. L’opera racconta in due atti il dramma tutto umano dell’essere scisso tra il terreno ed il celeste, tra corpo e spirito, essere fisico e metafisico insieme, attratto e trascinato dal basso, che lo seduce con i suoi effimeri piaceri, ma naturalmente tendente verso l’alto: “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.” (Inferno, XXVI) A distanza di secoli dalla sua composizione, ancora oggi la Divina Commedia non manca di colpire per la sua profonda umanità e attualità, la capacità di parlare, a distanza di secoli, allo stesso uomo divorato dalle stesse passioni e con lo stesso desiderio di riscatto, per il suo essere, nel cammino di un uomo solo, l’allegoria del cammino dell’umanità intera, opera riproposta attraverso un’opera musicale innovativa e suggestiva, che non tradisce la Commedia dantesca neppure negli usi linguistici (notevole l’uso del volgare nei dialoghi e nel canto e dei passi più belli e conosciuti della Divina Commedia, qui ripresi con fedeltà), ma che ricrea, a partire da questa, un’esperienza nuova e di forte impatto emotivo. La Divina Commedia: un viaggio musicale tra Inferno, Purgatorio e Paradiso Dante Alighieri (Antonello Angiolilli), giunto “nel mezzo del cammin di nostra vita”, ha smarrito sé stesso nella selva oscura del peccato, né più riesce a trovare la luce. A indicargli la via del perdono è il poeta latino Virgilio (Andrea Ortis), che accompagnerà Dante, unico uomo vivo a compiere questo cammino e poterlo raccontare, attraverso i due regni ultraterreni dell’Inferno e del Purgatorio: oltre, non gli sarà concesso proseguire, perché nato prima di Cristo e dunque impossibilitato ad accedere ai Regni Celesti, ma sarà sua guida verso il Paradiso la candida Beatrice (Myriam Somma e Noemi Bordi). Lo spettatore visiterà l’Inferno, a tinte fosche ed atmosfere lugubri, assieme a Dante e Virgilio e rivivrà con loro l’eterna dannazione delle anime prave, che giammai possono “isperar veder lo cielo”, perché cadute troppo in basso, irrimediabilmente lontane dalla luce. Un viaggio attraverso i vizi più perversi e le passioni più laceranti, passioni nelle quali, talvolta, è impossibile non immedesimarsi, come nel travolgente amore adultero di Paolo e Francesca, che ancor dopo la morte non li abbandona, o nella sete di conoscenza mai placata di Ulisse. “E quindi uscimmo […]

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Teatro

Donne che sognarono cavalli di Daniel Veronese al Piccolo Bellini

Donne che sognarono cavalli, lo spettacolo di Daniel Veronese su adattamento e regia di Roberto Rustioni, interpretato da Valeria Angelozzi, Maria Pilar Perez Aspa, Michela Atzeni, Paolo Faroni, Fabrizio Lombardo, Valentino Mannias e Federico Benvenuto, continua la sua settimana al Piccolo Bellini, che lo vedrà in scena fino a domenica 11 febbraio. Nato l’8 novembre del 1955 a Buenos Aires, Daniel Veronese è una delle figure di riferimento del teatro argentino nel periodo della post­‐dittatura. Donne che sognarono cavalli: storie di violenza in contesti familiari Mujeres soñaron caballos, uno dei testi più riusciti e rappresentativi dell’opera di Daniel Veronese, presenta una qualità di ambiguità e di mistero nella scrittura ed un andamento strutturale abbastanza particolare, tali da richiedere una breve esplicazione per facilitarne la lettura. Innanzitutto l’architettura dell’opera contiene uno sfasamento temporale: le scene o quadri sono cinque. Lucera, il personaggio più giovane, con i suoi monologhi che provano a ricostruire dolorosamente la sua memoria, aiuterà anche a ricostruire l’intera vicenda: è chiaramente una figlia di desaparecidos, una dei tanti figli di dissidenti tolti di mezzo durante la feroce dittatura militare che ha coinvolto l’Argentina tra il ’76 e l’83. Questa verità terribile è nascosta dietro ad una situazione ordinaria e familiare apparentemente normale: tre fratelli si ritrovano con le loro rispettive mogli per un improvvisato pranzo che li riunisce. Bugie, tradimenti, sospetti reciproci, competizioni continue e ridicole si alternano in un’atmosfera contemporaneamente torbida e tragicomica, fino ad arrivare ad un finale inaspettato e catartico. Un’opera teatrale inizia ad accadere sulla scena. Non succede nella testa dell’autore né in quella del regista e nemmeno in quella degli attori. Accade proprio lì, sulla scena. Il teatro è quello che succede, non quello che si dice Il teatro è accadimento. E noi non siamo abituati a vedere questo. Siamo abituati a vedere cose finte. La gente va a vedere delle falsità. Siamo abituati a essere molto comprensivi con il teatro. Non sto dicendo che sia facile o che io riesca ad ottenerlo, però la mia intenzione è riuscire a creare un tipo di realtà che ha a che fare con questo. Stando nell’aria in disequilibrio costante, a cosa ci esponiamo? Fino a che punto possiamo arrivare? Che cambiamenti profondi possiamo generare dentro di noi? C’è un nuovo tipo di violenza nell’aria, la si vede, la si sente dentro di noi e nelle persone che ci stanno accanto. “Mujeres” parla di diversi tipi di violenza che vivono dei personaggi facilmente riconoscibili all’interno di contesti familiari, in un’opera nella quale gli enigmi non vengono risolti e i nodi non sono mai sciolti. Del resto, ci sono risposte alla crudeltà? All’ineluttabilità della violenza? Nel mistero della vita forse ne troveremo qualcosa.

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Interviste

Un angelo tra le stelle: intervista a Claudio Zanfagna

Il 31 gennaio si è tenuta, presso il Circolo Nautico di Posillipo, la presentazione alla stampa della IV edizione della cena di solidarietà Un angelo tra le stelle, organizzata dall’Associazione Progetto Abbracci Onlus e in collaborazione con l’Associazione Si può dare di più Onlus. Il tutto inerente al progetto La Casa dei Mestieri, un progetto che mira ad avvicinare al mondo del lavoro i ragazzi affetti da disabilità cognitive. Eroica Fenice ha intervistato uno dei soci fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus, Claudio Zanfagna. Un angelo tra le stelle Lei è uno dei fondatori dell’Associazione Progetto Abbracci Onlus: vuole spiegarci di cosa si occupa? Come è documentato sul sito (progettoabbracci.org) io sono socio fondatore assieme a mio figlio, mia moglie ed ai migliori amici di mio figlio Andrea, al quale è dedicata l’Associazione Progetto Abbracci Onlus. Attualmente ne sono anche il presidente. Da quattro anni ci occupiamo dei più deboli, di chi vive ai margini della società sia in Italia che in Africa sostenendo progetti concreti. Quali sono i progetti a cui si è dedicata l’Associazione e quelli in corso? I progetti realizzati sono tantissimi e sono tutti visibili sul sito e sul profilo Facebook di Progetto Abbracci Onlus. Con la prima edizione di un Angelo tra le Stelle abbiamo donato una medicheria al reparto di oncologia pediatrica del Sun, con i fondi raccolti durante la seconda edizione abbiamo fornito una medicheria al reparto di pediatria diretta dal prof Paolo Siani al Santobono e con la terza una yurta (tenda mongola), per ospitare il punto di lettura per i bambini figli dei detenuti del carcere di Nisida. Inoltre abbiamo donato holter portatili ai Prof. Paolo Siani e Rodolfo Paladini del Santobono e una cucina ed un refettorio per l’ospitalità agli homeless presso la parrocchia di San Gennaro in via Bernini: la struttura funziona regolarmente tutti i sabato. E poi abbiamo donato strumenti all’orchestra dei bambini dei Quartieri Spagnoli. Insieme ai progetti che portiamo avanti a Napoli, il nostro impegno è forte anche in Africa dove abbiamo costruito tre scuole e quattro pozzi d’acqua in Tanzania, regolarmente completati e da me e mia moglie personalmente inaugurati. Sono appena iniziati i lavori della quarta scuola e, a breve, realizzeremo il quinto pozzo. Ci parla dell’iniziativa di Un angelo tra le stelle e del progetto La casa dei Mestieri? L’angelo ovviamente è mio figlio Andrea, che purtroppo è volato in cielo nel maggio 2014 a seguito di un incidente stradale in Grecia. Le stelle sono i cuochi, che da anni si prestano in maniera assolutamente gratuita per aiutarci a realizzare i progetti dell’associazione. Quest’anno, ad esempio, doneremo un forno a legna ed un bancone professionale ai ragazzi con disabilità cognitive, attualmente ospiti dei padri Dehoniani a Marechiaro. I ragazzi sono seguiti da uno staff di medici e di insegnanti professionisti, che li sostengono e li avviano concretamente ad un mestiere, consentendo a questi giovani uomini e donne di non essere più invisibili ed emarginati e prospettando loro un inserimento nel mondo del lavoro. Noi ci impegneremo per […]

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Recensioni

L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi al Teatro Mercadante

Commedia d’autore sul palco del Teatro Mercadante con L’anatra all’arancia, in scena dal 7 al 18 febbraio. Tratta da un’opera del drammaturgo scozzese William Douglas Home dal titolo The Secretary Bird, uno straordinario Luca Barbareschi, nel ruolo di regista e attore, porta in scena una traduzione dell’adattamento francese realizzato da Marc Gilbert Sauvajon, riproponendo, in chiave moderna, uno spettacolo cult del teatro comico. L’opera di Home, nata nella Scozia degli anni Settanta e riadattata per la Francia degli anni Ottanta (con il titolo di Le Canard à l’orange) da Sauvajon, è ripensata da Barbareschi per le quattro mura di una villa di San Vittore Olona, in provincia di Milano, dove prende forma l’intreccio rocambolesco che vede come protagonosta il matrimonio, ormai al capolinea, tra i coniugi Ferrari: Gilberto (Luca Barbareschi), uomo egocentrico ed incline al tradimento, e Lisa (Chiara Noschese), fragile vaso di Murano tra le mani di uomo egoista e bugiardo. Proprio a causa della difficile ed insoddisfacente vita coniugale, Lisa si innamora di Volodia Smirnov (Gerardo Maffei), un russo aristocratico dall’animo romantico, con il quale progetta una fuga amorosa a Parigi ed una vita idilliaca in Lucania, nei poderi della famiglia Smirnov. Ma dinanzi al disastro imminente, Gilberto non si arrende ed architetta un piano perfetto per riconquistare sua moglie: la geniale idea di un week-end a quattro, con la complicità di Chanel Pizziconi (Margerita Laterza), segretaria tanto sexy quanto stupida – seppure con rari picchi di assoluta genialità, che innesca una vorticosa spirale di equivoci ed imprevisti. L’anatra all’arancia di Luca Barbareschi: un piano geniale L’incontro tra personaggi così diversi, rinchiusi all’interno di un appartamento, dà vita ad una caotica situazione di tutti contro tutti che ricorda Le dieu du carnage di Yasmina Reza (noto anche nella versione cinematografica di Roman Polański, Carnage), ma la personalità poliedrica di Gilberto domina la scena e proprio il suo comportamento da clown – complice l’altare consacrato agli alcolici che la fa da protagonista – mette a nudo tutti i difetti di Livia dinanzi agli occhi di Volodia e, allo stesso tempo, risveglia la gelosia della moglie con la complicità della Pizziconi. Una comicità frizzante e sempre elegante, fatta di dialoghi divertenti e sapientemente conditi da un sottile cinismo, accompagna il susseguirsi concitato degli eventi, che, in due ore ricche di imprevisti e colpi di scena, portano al lieto fine e alla riconciliazione tra Gilberto e Livia, il tutto condito dalle improvvise apparizioni di un’anatra sulla scena, quella che Gennaro (Ernesto Mahieux), fedele domestico dai tratti caricaturali, ha il compito di cucinare per cena, ma che, di fatto, non verrà mai servita. Due universi a confronto: uomini e donne ne L’anatra all’arancia L’anatra all’arancia mette in scena l’universo femminile e quello maschile a confronto, in un incontro-scontro che lascia emergere tutte le nevrosi e gli equilibri precari che ne caratterizzano il rapporto. Con una scrittura che si avvale dell’apporto di «due grandi scienze, la psicologia e l’antropologia, studiando atteggiamenti, movimenti e nevrosi che caratterizzano le nostre abitudini», come spiega Luca Barbareschi, […]

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Recensioni

Regine sorelle al Nuovo Teatro Sancarluccio

Dal I al 4 febbraio è andato in scena, al Nuovo Teatro Sancarluccio di Napoli, lo spettacolo Regine sorelle, scritto e diretto da Mirko Di Martino e interpretato da Titti Nuzzolese. Lo spettacolo Regine sorelle Lo spettacolo ruota intorno alle figure di Maria Antonietta, moglie di re Luigi XVI di Francia, e di Maria Carolina d’Asburgo, moglie di re Ferdinando di Borbone di Napoli. La storia, narrata e portata in scena al Nuovo Teatro Sancarluccio dallo spettacolo Regine sorelle, rivolge uno sguardo sulle due donne, nel loro rapporto di sorelle, prima, e di regnanti e mogli di regnanti poi. Ma la scrittura di Di Martino non si sofferma solo sull’aspetto storico delle due regine: lo spettacolo, infatti, si propone di offrire uno sguardo interiore e intimo verso le due figure. Due sorelle che, come il testo scritto e proposto da Mirko Di Martino ricorda, sono state privatamente legate e che per vicende storiche e politiche si sono ritrovate allontanate. Due regine, diverse nei loro comportamenti, ma entrambe si opposero alla Rivoluzione francese: una direttamente, con la presa della Bastiglia e del potere da parte dei giacobini, l’altra in forma indiretta con le vicende legate alla Rivoluzione della Repubblica Partenopea del 1799. Lo spettacolo Regine sorelle non si presenta come uno spettacolo che ha intenzioni strettamente storiografiche. L’approccio è di tipo evenemenziale: i fatti storici non sono analizzati nel loro rapporto causa-effetto nel senso storico del termine, e i fatti narrati, su cui si svolge gran parte dello spettacolo, sono quelli paralleli alle circostanze intime delle due regine. Questo sguardo interiore che la scrittura di Mirko Di Martino ha voluto portare in scena, e che Titti Nuzzolese intensamente interpreta sul palcoscenico, si mescola ad uno stile e quindi ad una volontà di enfatizzare questo aspetto della dimensione privata delle due donne e il loro rapporto di sorelle. Si è finora parlato sempre di due figure distinte, per quanto unite, di due donne, ma sul palco del Nuovo Teatro Sancarluccio con Regine sorelle l’interprete di entrambe è una sola attrice, Titti Nuzzolese. E la stessa attrice ha anche interpretato altre figure profondamente legate alle due regine. Si pensi ai loro rispettivi consorti, o alle cameriere di Maria Carolina e alle dame di compagnia di Maria Antonietta, in cui è possibile rintracciare una corrispondenza fra i due mondi regali, quello napoletano e quello francese, evidenziando le differenze e i tratti d’unione fra i due regni. La scenografia, rievocando, nell’idea, un salotto di corte si divide tra i ritratti delle due regine alle quali peraltro corrispondono distinti temi luminosi volti a marcare la cesura fra le due intimità messe contemporaneamente in scena sul palco.

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Recensioni

Il Pirandello di Tato Russo arriva al Teatro Bellini con “La ragione degli altri”

Grande debutto al Teatro Bellini de La ragione degli altri, commedia di Pirandello in tre atti, riscritta, diretta e interpretata dal regista e attore Tato Russo, in scena dal 2 all’11 febbraio. Una lettura del tutto inedita de La ragione degli altri, titolo attuale della commedia nata dalla novella Il nido, poi diventata Il nibbio ed infine messa in scena nel 1915 come Se non così, è quella proposta da Tato Russo, il quale, filtrando il dramma pirandelliano attraverso la sua idea personale dell’autore, lascia emergere ‘la carne viva‘ dei personaggi, liberandoli dalle maschere borghesi e grottesche nelle quali essi sono intrappolati. La commedia racconta di Livia (Giulia Gallone), ricca donna borghese, che un giorno scopre la relazione che il marito Leonardo (Armando De Ceccon), giornalista squattrinato, ha avuto con Elena (Giorgia Guerra) e come da questo adulterio sia nata una figlia. Nonostante la dolorosa scoperta, tuttavia, la donna decide di perdonare il marito, mentre l’amante Elena, a sua volta, accetta il ritorno di Lorenzo dalla moglie. Ma il corso delle vicende è stato ormai irrimediabilmente compromesso: Lorenzo non sarà mai più solo il marito di Livia, ora che, diventato padre, una parte di lui sarà inevitabilmente legata a sua figlia, e dunque ad Elena. Le ragioni degli altri di Tato Russo: da Maschere nude a ‘Corpi nudi’ Le ragioni degli altri sono le vere protagoniste della commedia pirandelliana, in cui ciascuno dei personaggi, indossando una maschera necessaria per superare inganni ed egoismi reciproci, non è altro che una pedina del mondo retorico e filosofico creato dall’autore stesso. Ma è proprio tali maschere che la rilettura di Tato Russo intende strappare, lasciando emergere umanità, fragilità ed egoismi che dietro di esse si celano. «Più che rileggere in chiave critica o contestuale, metto in gioco la mia idea sull’autore, eliminando le sovrastrutture […] per far emergere, come dicevo, la carne viva dei personaggi.» Una rielaborazione, dunque, che mira alla dimensione concreta e reale dell’uomo, mediante un percorso che, partendo da Maschere nude (titolo della raccolta pirandelliana nella quale è confluita poi la commedia) mira a giungere a ‘Corpi nudi’. Tato Russo e ‘Pirandello contro Pirandello’ Attraverso la scomposizione della commedia con un procedimento metateatrale che, più che teatro nel teatro, si configura come teatro sul teatro, il primo atto mette lo spettatore dinanzi a una rappresentazione scenica in fieri, denudando gli ingranaggi della macchina treatrale e svelandone la lenta ed intricata gestazione, durante la quale gli attori, insofferenti alle maschere con le quali sono costretti a recitare, uno dopo l’altro se ne liberano, squarciando il velo della finzione scenica e rivelando la dimensione umana di ognuno dei personaggi in gioco. Tale umanità esplode finalmente sulla scena con un secondo atto dal forte pathos e coinvolgimento emotivo, nel quale avviene l’incontro tra Livia ed Elena, un momento cruciale in cui le due donne si scontrano faccia a faccia, ognuna portatrice delle proprie ragioni. Un finale inaspettato, tuttavia, suggella la definitiva trasformazione delle maschere pirandelliane in personaggi in carne ed ossa, abbandonati sulla scena […]

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