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Eroica Fenice

Recensioni

“Non avete idea” di Emanuele Pantano al Kestè (Recensione)

Il 17 novembre torna a Napoli, al Kestè, Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, la Stand Up Comedy, con il monologo di Emanuele Pantano: Non avete idea. La mamma dei creativi è sempre incinta. Di sé il comedian dice di essere “il miglior creativo che abbia mai conosciuto”, senza arroganza, né falsa modestia; la sua citazione preferita l’ha scritta da sé: A volte per raccontare la verità, bisogna inventare una storia. Non avete idea. di Emanuele Pantano, un monologo all’insegna della comicità e della leggerezza Ancora una volta, il Kestè non delude. Quando si ha voglia di liberarsi di tutto ciò che non serve, delle noie quotidiane, di quel superfluo che limita il respiro, this must be the place. Il Kestè declina la leggerezza attraverso la sua arte e il suo design in un contesto familiare, dove è possibile assaporare ottimi cocktail tradizionali e godere di buona compagnia. Nella vita la leggerezza è un lusso, perché ne sintetizza l’essenza e non può portare che benefici, bellezza e armonia. Emanuele Pantano si fa direttore d’orchestra di un equilibrio composto da un’eterogeneità di persone che decidono di sottostare, per questa sera, all’autorità della comicità e di questa leggerezza. La personalità vulcanica di Emanuele Pantano, sovrana dall’alto del suo piedistallo del Kestè Abbash, impone la sua presenza quasi ipnotizzando i presenti. Irriverente e sfacciato, riesce comunque a creare presto una grande empatia. Complici il suo carisma e la sua notevole capacità comunicativa, tipica di un grande narratore di storie, Pantano convince la platea con i suoi strambi punti di vista sulla creatività e sul modo di affrontare la vita. La sensazione è quella di dondolarsi in sospensione su un’amaca, al fresco, all’ombra di un grande albero, su uno strapiombo a trecento metri di altezza rispetto al letto di un fiume. Ci si sente pacati e tranquilli in mezzo al pubblico, quasi come bambini che vengono cullati, ma al contempo, si sa che non è concesso chiudere gli occhi, perché Non avete idea è un monologo che, quando meno te l’aspetti, scocca sarcastici e ben elaborati messaggi, come frecce, che rendono ancora più forti e liberatorie le risate di chi lo ascolta. E conviene restare vigili e in equilibrio. Non avete idea. di Emanuele Pantano, uno spettacolo creativo sulla creatività o ideale sulle idee Non avete idea. La mamma dei creativi è sempre incinta di Emanuele Pantano è uno spettacolo creativo sulla creatività o ideale sulle idee, che offre personalissime soluzioni a non pochi problemi della vita di tutti noi. Faccio un esempio: il razzismo. Sappiamo tutti che i razzisti non sono tutto questo gran portento culturale. E, infatti, il razzismo non è una questione culturale. Un razzista, almeno una volta nella vita, l’abbiamo incontrato tutti e nessuno può dire che aveva delle basi filosofiche. Il razzismo non nasce nemmeno da problemi economici o religiosi, niente di questo. Si tratta semplicemente della faccenda più elementare e basica del mondo: ai razzisti dà fastidio che i neri hanno il “pisello” più lungo del loro. Per i razzisti, il colore […]

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Musica

ArsMusic Point, il progetto nazionale di ArsMusic

ArsMusic (scuola di musica/studio discografico/agenzia di eventi, con sedi a Napoli, presso Via Emilio Scaglione, 312 e Via Chiaia, 66) diventa ArsMusic Point. Si tratta del grande progetto nazionale che unisce centri musicali di grande spessore affiliati, nei quali è possibile seguire uno stesso piano didattico formativo di alto livello, certificato da Conservatorio e Università Estere. Cos’è il progetto “ArsMusic Point”? Ci si avvicina alla musica per curiosità. Perché, magari, accettare la propria condizione arreca noia. Perché si è in cerca di un “altrove”. Perché si ha bisogno di un anestetizzante, se c’è qualcosa che non va. Ci si avvicina alla musica come il tossico si avvicina alla droga. La musica è una trappola che cattura chi ne resta incantato. Indipendentemente da un atto deliberato di volontà, tu la segui, la preservi, la custodisci. E non ne puoi fare più a meno. ArsMusic Point è il rifugio di questa tipologia di tossicomani. ArsMusic, scuola di musica ArsMusic è un Centro di Alta Formazione Musicale nato nel 2013 da una passione fortissima, quella di Gennaro Pedagno: professore di musica, musicista, cantante, attore e regista. ArsMusic organizza corsi pre-accademici, basati sui programmi ministeriali del MIUR e autorizzati dal Conservatorio di Musica, e offre l’opportunità di conseguire Diplomi in Canto e in Strumento Musicale, certificati da esaminatori di Università Estere. La scuola istituisce, inoltre, corsi di preparazione ai provini per i talent show televisivi e alle selezioni del mondo artistico. È prevista un’audizione a titolo gratuito e un colloquio tra il docente e l’aspirante allievo, prima d’intraprendere il percorso didattico più adatto alle proprie esigenze. ArsMusic, studio discografico Lo studio discografico di ArsMusic offre spazi disponibili per provare e registrare la propria musica. Permette di pubblicare e pubblicizzare i lavori tramite i più importanti Digital Store, come “iTunes”, “Google Play” e “Amazon”. Inoltre, si occupa della gestione dei social e della realizzazione di siti web, oltre che di quella di book fotografici e videoclip professionali. ArsMusic, agenzia di eventi  Avvalendosi di associati musicisti, artisti, conduttori, attori, servizi di allestimento e audio-luci, realizza eventi di notevole competenza e professionalità: concerti, spettacoli, rappresentazioni teatrali, serate di gala, feste private e di piazza, cene-spettacolo, ricevimenti e matrimoni. Forte dell’esperienza acquisita con il tempo e il costante aggiornamento, ArsMusic Eventi s’impegna a fornire le soluzioni migliori per ogni esigenza. “ArsMusic” diventa “ArsMusic Point” con una missione ben definita: quella di aggregare gli amanti della musica più disparati, per vivere di lei a trecentosessanta gradi.

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Teatro

Emanuele Pantano a Napoli il 17 novembre, l’intervista

Emanuele Pantano è un comedian, autore, sceneggiatore, grafico, documentarista e pubblicitario. Vive in un mondo in cui tutti si definiscono “creativi”, con scarsi risultati. Guardare l’universo al contrario, sovvertire e creare non può essere appannaggio di chiunque, eppure la mamma dei creativi è sempre incinta. Emanuele Pantano sostiene che a volte per raccontare la verità, bisogna inventare una storia. È uno a cui piace giocare con le parole e lui fa questo da sempre, praticamente. Sabato 17 novembre sarà a Napoli, al Kestè, a raccontarci le sue verità. In attesa dello spettacolo, abbiamo assaggiato un po’della comicità di Emanuele Pantano, che si è reso disponibile per un’intervista. Emanuele Pantano, l’intervista Presenta Emanuele Pantano con il pezzo che più lo rappresenta. Di solito, la mia apertura è – Sono Emanuele Pantano, comedian, autore e sceneggiatore, grafico, documentarista, pubblicitario, in una parola “freelance”, che è la versione 2.0 di “disoccupato”, però io preferisco “freelance” perché mia madre non conosce l’inglese e pensa che faccio un lavoro vero. – Sono uno, quindi, che nella vita fa il “creativo”. Da sempre. Nei fatti, fare il “creativo” vuol dire anche non avere una stabilità in termini contrattuali, dunque, scherzo su questo. Se Emanuele Pantano potesse rinascere, in quale comico si reincarnerebbe? Forse, se Emanuele Pantano potesse rinascere si reincarnerebbe in Francesco Scimemi. Tu dici -Chi è?-, giustamente. È un prestigiatore pazzo, che però io adoro. Se dovessi nominarti persone che ammiro tantissimo dal punto di vista teatrale, tra i miei preferiti, ce n’è uno napoletano, Francesco Paoloantoni. L’ho conosciuto personalmente e  ho avuto la possibilità di lavorarci un pochino insieme. Hai presente quando ti dicono che è meglio non conoscerli i propri miti? Sì. Bene. Lui, invece, conferma esattamente l’opinione che ti fai quando sei un fan. Riassumimi la vita di un comico in tre parole. Direi: “Osservazione”, “Sofferenza” e “Cattiveria”. Lavorare con le parole richiede responsabilità. Il lavoro del comico è, dunque, una cosa seria? Le parole non servono a niente. Se ci pensi realmente, ti rendi conto che le parole non cambiano proprio nulla in quanto dette. Nello spettacolo, ad un certo punto, dico -Se io ti chiamo “stronzo”, a te nei fatti non è cambiato niente. L’importante, nella vita, sono i fatti. Se io ti prendo, ti uccido, ti cucino, ti mangio e ti “caco”, diventi uno “stronzo” e ti ho cambiato la vita.- Per questo dico che con le parole si può giocare. Sempre. In continuazione. Le parole non hanno nessun valore. Nessuno. Secondo me, diamo tantissimo peso alle offese, quando in realtà sarebbe bellissimo se riuscissimo a farci offendere, ad esserne felici addirittura, perché quando offendi gli altri ti liberi, sei sereno. Se tutti ci potessimo offendere vivremmo in un mondo più pacifico, perché non accumuleremmo violenza e rabbia. Se invece smetti di offendere le persone, esplodi, perché gli “stronzi” sono “stronzi”. Non c’è niente da fare. Quindi, o glielo dici o prima o poi esploderai. La scrittura è una compagna inseparabile di Emanuele Pantano. Quando e com’è nata quest’amicizia? […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Il Merito di Napoli, presentazione Collana di libri

Il 12 novembre, al PAN– Palazzo delle Arti Napoli, viene presentato Il Merito di Napoli, un progetto editoriale della Rogiosi Editore in collaborazione con l’Associazione Culturale “Creativi Attivi”, che si è occupato di pubblicare le migliori tesi di laurea in ambito napoletano, di tema umanistico, tramutando i testi scritti da addetti al mestiere in testi divulgativi. «Un’impresa ardita, ma un’idea fondamentalmente semplice: premiare il merito, da cui il nome della collana, Il Merito di Napoli», spiega il coordinatore Gianpasquale Greco. Gli autori de Il Merito di Napoli Marina Diano, “Fabrizia Ramondino tra Napoli e il Mondo” Fabrizia Ramondino è da considerarsi “la scrittrice dei napoletani”. Un’autrice morta nel 2008, ancora poco conosciuta e indagata, nonostante abbia viaggiato tanto e fatto sentire la sua voce un po’ovunque. Un peccato, se consideriamo che proprio l’Italia, patria che lei sentiva così cara, purtroppo non le ha dato il merito che le era dovuto. La scrittrice che viene riesumata nelle pagine della tesi di Marina Diano è una donna che ha sperimentato ogni realtà possibile legata alla penna e alla cura del prossimo. Luigi Casaretta, “L’avvento dei Motori. L’automobilismo nella Napoli del primo Novecento” Un testo di carattere storico quello di Luigi Casaretta, che parla della breve stagione in cui Napoli ha avuto una centralità impensata nell’industria delle quattro ruote. Quest’opuscolo passa per il marketing, per la pubblicità, per le relazioni tra le aziende rivali, riportando ai lettori anche le preoccupazioni degli imprenditori e commentando criticamente le motivazioni delle sorti della breve avventura partenopea dell’automobilismo. Alessandra Trifari, “La fortuna di Caravaggio nell’Ottocento Napoletano” La tesi di Alessandra Trifari è una tesi concernente l’ambito di Archeologia e Storia dell’Arte. Si occupa della storia dell’arte moderna e, prevalentemente, della fortuna e dell’eredità di Caravaggio in un secolo nel quale l’artista era, a stento, conosciuto e compreso. L’autrice rilancia il “caravaggismo” e il rapporto di questo immenso artista con al città di Napoli. Rosaria Carlomagno, “Il sistema dell’arte contemporanea a Napoli: gallerie, fondazioni, musei” Rosaria Carlomagno analizza il versante “pratico” dell’arte a Napoli, dal secondo Novecento fino a oggi, tirando le somme sul senso, sulle attività e sugli indirizzi del mercato dell’arte. Si tratta di uno studio che dà una visione situata a metà tra la panoramica tout-court e la riflessione storica. Stefano Cortese, “Le mie stagioni” Quello di Stefano Cortese è il testo più sui generis della Collana, in quanto è un’edizione critica dell’autobiografia di un non-autore, Carmine Forgione. Un uomo del Sud, di estrazione contadina e di valori tradizionali, che si fa osservatore della propria vita allo specchio dei principali eventi del Novecento. Un testo che affonda le sue radici in quel genere di letteratura “semicolta”. Si tratta dell’autobiografia di una persona che, per sue condizioni personali, non ha mai avuto l’opportunità di accedere a degli studi, e che la propria istruzione se l’è creata da sé, per quell’ostinato, innato e, alle volte, disgraziato amore per la cultura, che se anche non ci fa diventare degli studiosi, ci tiene comunque in vita. Anna Rita Rossi, “L’arcipelago Imbriani” […]

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Food

AMPGOURMET, pizza di qualità e alta formazione

Giovedì 8 novembre, presso Palazzo Caracciolo, viene presentato il progetto voluto dal maestro pizzaiolo Giuseppe Vesi: AMPGOURMET, l’Accademia dei Maestri Pizzaioli Gourmet, composta da venti associati provenienti da tutta Italia, scelti in base a specifici criteri. La finalità dell’AMPGOURMET è quella di salvaguardare e promuovere il lavoro di pizzaioli e professionisti che ricercano esclusivamente il massimo della qualità, per i propri clienti. “Qualità”, “Dedizione” e “Passione” sono gli elementi chiave della formazione e filosofia di lavoro di quest’Accademia. AMPGOURMET, l’Accademia dei Maestri Pizzaioli Gourmet AMPGOURMET parte da Napoli per abbracciare tutti coloro che lavorano con lo scopo di fornire il massimo degli standard enogastronomici attualmente in circolazione. Si tratta di una sorta di albo dei Maestri Pizzaioli che lavorerà come organismo a difesa dei maestri pizzaioli, ma funzionerà anche come ente impegnato in alta formazione per la crescita costante. Giuseppe Vesi riporta la pizza agli antichi valori, quelli del Settecento, quando venivano utilizzate solo farine macinate a pietra naturale e ingredienti a chilometro zero, c’era il lievito madre che ogni pizzaiolo personalizzava a modo suo e l’impasto risultava digeribile senza sofisticazioni. A presentare il progetto: il presidente dell’Accademia Giuseppe Vesi, Giovanni Vesi, direttore del Marketing; Rosario Lopa, Portavoce Consulta Nazionale Agricoltura – Dipartimento Agroalimentare Ambiente Risorsa Acqua Ristorazione Turismo; Filippo Diasco, Direzione Generale per le Politiche Agricole, Alimentari e Forestali della Regione Campania; Elena Coccia, Delegata alla Promozione dello sviluppo economico attraverso la Cultura e il Turismo e Osservatorio Unesco della Città Metropolitana; Carlo Di Cristo, Università degli Studi del Sannio; Antonio Puzzi, Delegato alla Comunicazione Slow Food Campania. Moderatore: Roberto Esse. Si parla di storia, radici, sapori e ricerca. “Noi siamo quel che mangiamo”. E non lo dico io, random. Lo diceva Feuerbach, nel XIX secolo, raccontando una profonda verità attraverso la sua celebre massima. Niente più del cibo di cui ci nutriamo narra meglio di noi. La pizza è lo specchio delle origini partenopee. La pizza è una mentalità. Gustosa ed economica, mette d’accordo proprio tutti, dai più piccini agli adulti. La sua è la storia di un grande successo italiano. Nel 2017 l’arte del pizzaiolo napoletano è diventata Patrimonio dell’Unesco, rendendolo un vero e proprio artigiano del gusto, divenendo così l’inventore di una pietanza che, oggi, possiamo definire il simbolo della globalizzazione gastronomica. Presentate le linee guida dell’Accademia AMPGOURMET, si procede con uno show cooking  I pizzaioli mostrano le proprie specialità, dai sapori delicati e decisi. Pizze fumanti, dai condimenti disposti con cura e il sapore intenso e armonico prendono il posto delle parole. La conferenza si trasforma in una festa all’insegna dell’equilibrio e dell’alta professionalità. Il sobrio ed elegante chiostro del palazzo del XVI secolo, nel cuore di Napoli, avvolge l’evento in una calda atmosfera, dal gusto raffinato, arricchita ulteriormente dagli interventi musicali di Antonella de Pasquale al pianoforte e Francesco D’Acunzo al flauto, i quali, con maestria, scavano diligentemente un tunnel nell’animo dei presenti che, sotto i denti, scricchiolano la bella Napoli.

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Musica

Canzoni italiane anni ’80, 8 successi indimenticabili

Si può viaggiare nel tempo attraverso il potere evocativo della musica, perciò vi proponiamo un tuffo nel passato attraverso 8 canzoni italiane anni ’80.  Un’immersione avvenuta in un’apparentemente banale, piovosa, serata di ottobre. Canzoni italiane anni ’80 e i ricordi del passato “Telefonami tra Vent’anni” di Lucio Dalla –Telefonami tra Vent’anni. Proprio così gli sussurrai. Mi piaceva un sacco prendere appuntamento col futuro. Ne sono trascorsi quasi quaranta e, sì, ci sono arrivata con i miei mezzi. A pezzi. Su una vecchia bicicletta da corsa. Con gli occhiali da sole, e il cuore nella borsa. Non penso lui abbia imparato il mio numero a memoria, non l’avrà nemmeno riscritto sulla pelle. Lucio, io mi fidavo di te e ti citavo al momento opportuno. Alle porte dell’universo Un telefono suona ogni sera Sotto un cielo di tutte le stelle Di un’inquietante primavera. Era primavera. Inquietante, avevi ragione. “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi Per Loretta Goggi è addirittura “maledetta”, ma di lei non mi fido. La Goggi scambia il risveglio degli ormoni per quello delle farfalle, in questa stagione. Non mi sorprende che per innamorarsi, a lei, basti un’ora. Si fa presto a parlare di “Maledetta Primavera”, Lorè. Comunque, –Spietta che chiove, l’acqua te ‘nfonne e va, tanto l’aria s’adda cagnà. Te lo suggerisco in sottofondo di questo dolce arpeggio partito qualche minuto fa. “Quanno chiove” di Pino Daniele Una gemma tra le canzoni anni 80 italiane donataci da Pino Daniele, appena venticinquenne, in cui sembra raccontare la giornata di una prostituta, una ragazza che si sveglia al mattino, lavora e nun rire cchiù. La pioggia che alleggerisce l’aria e ripulisce le strade offre una sensazione di rinnovamento, la speranza di un futuro migliore. Un brano dal testo delicato, quasi poetico, arricchito dal seducente fascino dell’assolo al sax di Senese. Tornando a noi, Lorè, arriva sempre una nuova stagione. “Bella d’estate” di Mango Passa la primavera e passa l’estate. Maledetta come la primavera e maledetta come te, è maledetta pure lei, che ha portato via a Mango la bellezza di una storia raggiante, calda, intensa. Il tempo non lascia a mani vuote solo te, Lorè. Mango, la sua “Bella d’estate” continua ad amarla nei ricordi, in autunno, mentre le onde di notte ancora s’infrangono sulla spiaggia. Continua ad amarla nella sua musica che, abbinata al testo di questo brano scritto da Lucio Dalla, ha dato al mondo una canzone tanto struggente quanto incantevole. Che fretta c’era se fa male solo a me? Lorè, il tempo, come puoi vedere, non è sleale solo con te. Musica anni 80, altri 4 successi italiani “Il tempo se ne va” di Adriano Celentano Il tempo se ne va. Ne prende tragicamente coscienza un malinconico e apprensivo Adriano Celentano dinanzi alla figlia, quattordicenne o poco più, che indossa il vestito da sera nero della madre e, truccata, gioca a fare la donna. Ma il cantautore italiano capisce, quasi all’improvviso, che non è più solo un gioco. Le calze a rete han preso già il posto dei calzettoni. […]

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Attualità

Forum dei brutti: i “single non per scelta”

Il Forum dei brutti è la prima piattaforma italiana “incel” per numero di utenti. I termini “Involuntary” e “Celibate” si fondono nel neologismo anglosassone “Incel”: “single non per scelta”, che definisce persone (per la maggioranza di sesso maschile) vergini, o che lamentano l’assenza di un partner stabile. Il Forum dei brutti, il rifugio dei racchi Tutto ha inizio nel 2007 con la creazione di un blog, il cui fine è quello di trattare l’argomento della “bruttezza” per far crollare il tabù e per reclutare brutti che potessero confrontarsi e comprendersi, senza sentirsi giudicati. L’età media degli utenti si aggira intorno ai venti, trentacinque anni e le discussioni vertono sull’aspetto fisico, sui rapporti sociali e sulle esperienze di vita quotidiana. Gli iscritti al Forum dei brutti sono convinti di essere gli unici a vedere le cose per quelle che sono e, non a caso, sono esposte vere e proprie teorie sulla società. Si tratta di una subcultura, sviluppatasi col tempo nei meandri della rete, che basa le sue fondamenta sulla Teoria LMS (acronimo di Look, Money, Status) secondo la quale “l’attrattività di un uomo nei confronti dell’altro sesso è direttamente proporzionale al suo livello estetico e socioeconomico“. Preso atto del fatto che l’estetica è un elemento cruciale delle dinamiche sociali, il Forum si dedica a un vero e proprio culto della bellezza, ritenuta oggettiva e misurabile in una scala da 1 a 10. Buona parte degli utenti sono, praticamente, ossessionati nel voler classificare le persone in base al loro aspetto. Il prototipo del “maschio alpha”, dunque il bello, viene identificato come “Chad” ed è seguito dai diversi livelli di “maschio beta”. Gli “Incel” si trovano in fondo a questa classifica. Un altro pilastro di quella che è diventata una vera e propria filosofia è la “Red Pill Theory”, per cui i brutti sarebbero estromessi dalla catena riproduttiva a causa della rivoluzione sessuale che ha reso le donne libere dai vincoli della monogamia. Le donne non sono affatto persone, ma una specie diversa, molto più vicina alla definizione di automi. Questa una delle “simpatiche” citazioni, provenienti direttamente dal Forum, dedicate a quelle “cose” dotate di una vagina. Il Forum dei brutti nasce come qualcosa di simile a una comunità online dedicata all’auto-aiuto e all’auto-miglioramento, ma dismorfofobia (la preoccupazione ossessiva per i propri difetti, reali o immaginari che siano) e ansia sociale troneggiano in questo posto virtuale, che non ha gli strumenti utili a offrire il giusto supporto. Si tratta di uno spazio in cui capita che gente che sta male è portata a rafforzare le proprie convinzioni e a nutrire l’odio con ulteriore odio, puntando il dito contro il mondo esterno, sempre e solo ipocrita e crudele. La verità è che viviamo in un mondo di furibondi dietro a uno schermo. Tutti si scagliano contro tutto e tutti, e la gente è sempre più sola. La gente. Bella e brutta. Tutti parlano e nessuno ascolta. Forum dei brutti: la sofferenza di chi si sente a disagio dinanzi a uno specchio e al cospetto dello sguardo […]

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Teatro

AIDS e orgia per ricchi annoiati, parla Chiara Arrigoni

AIDS, un malato in incognita e un’orgia ai confini della morte per combattere la noia, questo lo scenario inquietante dello spettacolo “Audizione” di e con Chiara Arrigoni (con cui abbiamo avuto l’opportunità e il piacere di chiacchierare) con Massimo Leone e Andrea Ferrara, dalla regia di Francesco Toto, che li vede protagonisti al TRAM, dal 5 al 7 ottobre 2018. “Audizione” di Chiara Arrigoni, il premiatissimo spettacolo della compagnia teatrale indipendente “Le ore piccole” L’autodistruzione e il disprezzo per la vita di chi si eccita attraverso la paura della morte catapultano il pubblico di “Audizione” nella rabbia. Rabbia di chi viene guardato ai margini delle strade delle nostre città solo per sollazzarsi della propria rassicurante posizione di “non esclusi”. Rabbia di chi subisce le beffe del destino e cerca riscatto. Rabbia che viene istigata con sadismo da chi veste gli abiti della freddezza e della crudeltà più infima e cerca remunerazione. “Audizione” (2016) è il primo spettacolo scritto da Chiara Arrigoni, un giovane talento del teatro arrabbiato, che non ha voglia di impugnare armi, nè di sferrare pugni. Chiara ha voglia di andare avanti. Di sprigionare tutta la sua potenza creativa. Con la carica di una preda che vuole sopravvivere. Chiara Arrigoni, l’intervista 1) Chiara Arrigoni, qual è stata la prima volta che hai pensato d’intraprendere la carriera teatrale? Andando in ordine cronologico, la prima passione collegata a quello che sto facendo adesso che è nata in me è sicuramente quella della scrittura prima di quella per la recitazione. Fin da quando ero a scuola l’ambito della scrittura mi è sempre piaciuto, mi ha sempre divertito cimentarmi e sono sempre stata apprezzata. Questo è stato, dunque, il mio primo desiderio: scrivere. Quando ero al liceo classico ho amato alla follia il momento in cui abbiamo studiato il teatro greco e ricordo la mia intensa voglia di dedicarmi al teatro, ma studiavo molto e non avevo tempo per studiare recitazione, quindi rimase un sogno inespresso. Poi, all’università, ho scelto Lettere Classiche. C’è stato quindi un filo conduttore rispetto alla passione per il liceo classico, il mondo greco e latino, in modo particolare per la tragedia greca e qui ho iniziato a studiare recitazione seguendo un corso di alta formazione, che ai tempi godeva della direzione artistica di Albertazzi, dedicato proprio ai tempi antichi. Ho avuto, così, per la prima volta l’occasione di sperimentarmi nel campo della recitazione e di andare in scena con questi testi che amo e, come a volte succede in questa professione, si inizia così, quasi per gioco, per curiosità, e poi ho sviluppato gradualmente la presa di coscienza che non avrei potuto fare altro, non sarei riuscita ad abbandonare o a relegare questo desiderio che sentivo solo in ambito di hobby, come secondario. 2) Come nasce la compagnia teatrale indipendente “Le ore piccole”? Questa compagnia nasce nel settembre 2016. Quasi per caso, io avevo scritto il mio primo testo teatrale che appunto è “Audizione” e avevo molto praticamente bisogno di qualcuno con cui poterlo mettere in scena. […]

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Attualità

Cannabis e marijuana: la situazione italiana

Legalizzazione marijuana e cannabis, a che punto siamo in Italia? Cannabis e Marijuana? In Italia? No! Grazie. Un po’ come la famiglia di Mulino Bianco del famoso spot degli anni ’90, l’Italia si racconta e dà notizia al resto del mondo che da noi è tutto meraviglioso e VA TUTTO BENE. Noi stiamo bene così. Sì, perché ogni mattina facciamo colazione tutti insieme, sorridiamo e la vita va a gonfie vele, come sempre. Un’immagine consolatoria per i suoi consumatori, che nel frattempo devono fare i conti con la realtà in continua evoluzione. I media addomesticano le masse italiane praticando la bugia rassicurante che innesca un meccanismo deleterio nella gente: viene a mancare l’interesse a sondare l’ignoto, il coraggio di cambiare rotta e mettere in discussione il proprio castello di certezze fatte di sabbia. Se volgiamo lo sguardo al resto del mondo, possiamo constatare che da qualche tempo, a differenza dell’Italia, si è dato il via a una progressiva liberalizzazione della cannabis. Ma cos’è la cannabis? E la marijuana? La cannabis è una pianta contenente il principio attivo Thc. La differenza fra canapa e marijuana sta proprio nel grado di Thc. La coltivazione di marijuana in Italia è vietata perché ne contiene una percentuale più alta. La canapa è considerata una delle colture più antiche della civiltà umana e il suo uso si perde nella notte dei tempi, è infatti da sempre impiegata nella medicina naturale. La cannabis dunque non è altro che una sostanza naturale ed esiste un metro di giudizio nell’assimilarla. Come per ogni cosa, d’altronde. Ad esempio, abusare degli spinaci (tra gli alimenti considerati più sani e consigliati in una corretta dieta giornaliera) fa male ai reni perché contengono molti ossalati. In tutto ci vuole buon senso. Se siamo d’accordo su questo, varrebbe la pena confrontarsi. Nella Famiglia di Mulino Bianco, però, va TUTTO BENE, ci si ama sempre come il primo giorno e non c’è motivo di mettere in discussione le proprie certezze. Legalizzazione marijuana e cannabis in Italia: la fiera dei pregiudizi stagnanti Il binomio “marijuana Italia” e “cannabis italia” non s’ha da fare! Lo Stivale sembra avviarsi a cinque anni di divieti sul tema, dettati dalla convivenza fra la Lega e il taciturno M5S, le cui posizioni dichiarate in passato sarebbero state opposte. Emblema di questa situazione il titolo di un convegno tenutosi quest’estate, “L’erba della morte”, patrocinato dal Comune di centrodestra di Piacenza, con relatori a prevalenza leghisti, in cui si è parlato degli aspetti medici e legislativi della cannabis. Nell’arco di quest’anno, in Italia, sono stati aperti vari negozi di cannabis legale. La sua coltivazione della cannabis, però, è consentita con contenuto di Thc massimo pari allo 0.6 %, tale da limitare in maniera quasi totale le proprietà psicoattive. La legge 242 del 2016 proibisce le importazioni non rientranti nel catalogo europeo e approva la cannabis legale per la coltivazione e la commercializzazione degli alimenti, delle materie prime, dei cosmetici e dei semilavorati per svariati settori industriali o per la bioedilizia. La circolare emanata dal Ministero […]

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Napoli & Dintorni

Diodegradabile, Pietro Sparacino al Kestè

Ieri sera, al Kestè, il comedian Pietro Sparacino ha inaugurato la nuova stagione partenopea della Stand Up Comedy con il suo sesto monologo dal titolo Diodegradabile. Il potere logora chi ce l’ha. Il prologo della serata che ci apprestiamo a ripercorrere c’immerge in un cult della scena underground napoletana. La suggestiva piazzetta di fronte al Palazzo Giusso, sede dell’Università Orientale, è gremita di gente che sorseggia un’atmosfera goliardica intorno agli artistici tavolini di un punto di ritrovo all’insegna della creatività. Una comicità senza censure, né orpelli non poteva che irrompere al Kestè, un luogo essenziale, diretto, autentico, una vera istituzione del cuore partenopeo, propugnatrice di arte e cultura. Più precisamente, al suo piano sottostante, Abbash, una location dal fascino incontestabile. La sensazione è quella d’immergersi in una dimensione parallela in cui si fa a pugni con il senso comune. Nell’attesa di Sparacino, l’entusiasmo è palpabile nell’aria, condito da una carica energetica molto forte elargita dalla musica jazz in sottofondo. Per lo più giovanile, il pubblico è stato accolto con l’immancabile dedizione e ospitalità genuina dal cordiale e grintoso staff del Kestè. Vincenzo Comunale è il protagonista dell’apertura dello spettacolo di Pietro Sparacino e, in suo onore, ha inscenato un personale pezzo One liner, fatto di piccole battute staccate, recitate senza un filo logico. (Si ricordi che Pietro Sparacino è stato il primo comico in Italia a sperimentare la tecnica One liner in tv). Avevano suggerito a Sparacino di entrare sul palco col motorino senza casco, d’iniziare dicendo -Uagliù, sembra il San Paolo!-, di dire –Higuain, si ‘na lota!-, oppure –Io sono il vostro Cavani!-, ma il comico juventino ha esordito con un ben scandito -Juve merda!- e un rapidissimo –Tanto siamo primi in classifica, che ce ne frega!-. Diodegradabile di Pietro Sparacino. Il potere logora chi ce l’ha Pietro Sparacino al Kestè spiega di aver avuto problemi di natura pratica riguardo al titolo del suo pezzo, Diodegradabile. Questo “Dio” in prima linea avrebbe potuto richiamare un pubblico di soli cattolici che, solitamente permalosi, molte volte non leggono l’ironia dei monologhi perché sono abituati a pensare che tutte le storie inventate sono storie vere. Ma qual è il fil rouge di questo spettacolo? Il potere. Acquisire potere è un’ambizione generale e a farcelo notare sono proprio alcune celebrità che dopo averlo raggiunto hanno perso la testa. Gli uomini non sono infallibili e crollano sotto il peso delle responsabilità, motivo per cui Sparacino si chiede come mai al giorno d’oggi andare dallo psicologo viene ancora visto come un tabù. Anche se molte volte noi ci sentiamo Dio in terra, possiamo fallire ed è per questo che è più che normale che si chieda aiuto a un medico che si occupa di una parte del corpo così come fanno gli altri medici. Perché si può dire tranquillamente di essere stati dal proctologo e non dallo psicologo? Da quando in qua il cervello è diventato più imbarazzante del buco del “culo”? Questo il dilemma di Sparacino. Il comico siculo mostra la disperazione dell’uomo in […]

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Riflessioni culturali

Favole e racconti per bambini, la morale nascosta

Favole e racconti per bambini che nascondevano una morale o un finale oscuro. Ecco le nostre riletture da adulti. Dobbiamo tanto a chi ci ha raccontato le favole. Da piccoli le favole della buonanotte ci hanno fatto compagnia, ci hanno tranquillizzati, ci hanno allietato serate e sogni. Le favole e i racconti per bambini ci hanno resi più spigliati Le favole e i racconti per bambini sono popolati quasi sempre da animali umanizzati dal carattere semplice e chiaro: il coniglio simboleggia la paura, l’agnellino la timidezza, il cane la fedeltà, la volpe l’astuzia, il leone la forza, la formica la laboriosità e il serpente l’inaffidabilità. Scavare nella loro psiche ci ha aiutati a comprendere meglio le persone in carne ed ossa. Gli alter ego che incontriamo nel mondo immaginario dei racconti per bambini inscenano situazioni tipiche della vita quotidiana ed evidenziano l’ingiustizia, condannano i vizi, la vanità e la stupidità per premiare le virtù. Possiamo leggere tra le righe delle favole un modello di condotta di vita all’insegna della laboriosità, della prudenza e della coscienza dei propri limiti. Le favole richiedono, però, un’elaborazione personale degli eventi. Ci mettono in contatto con ogni possibilità nello scioglimento di un dilemma etico e ci ricordano che abbiamo tutti gli strumenti utili per sbrogliare la matassa. Perciò, sono importanti le favole. Racchiudono le nostre esperienze di crescita. Custodiscono preziose perle di saggezza popolare. Ma l’antica saggezza popolare è bipolare: questo sembrano rammentarci, le favole Mi tocca dirlo subito, perché chi ben comincia è a metà dell’opera.Portate pazienza, però, che la virtù sta nel mezzo. Il dolce è alla fine, eh! E si tenga a mente che chi va piano va sano e va lontano. La lepre si vantava della sua velocità, ma il traguardo fu tagliato dalla tartaruga. Quindi, chi ha tempo non aspetti tempo. Comunque non vi adagiate sugli allori perché chi tardi arriva male alloggia. Coloro che lasciano la strada vecchia per la nuova sanno quel che lasciano, ma non sanno quel che trovano. Tanto piove sempre sul bagnato, eppure, la fortuna è cieca. Che poi la fortuna aiuta i matti e i bambini. O forse no. La fortuna aiuta gli audaci! Dei tre porcellini solamente uno aveva costruito la casa con i mattoni, l’unica che, a differenza di quella di paglia e quella fatta di canne, riuscì a resistere alla tempesta d’aria provocata dal soffio del lupo. Ma sì! Finché c’è vita ci sarà pure speranza, però si badi bene: chi di speranza vive, disperato muore. Comunque, nella vita, tentar non nuoce. D’altronde, chi non risica non rosica. E poi la gatta al lardo ci lascia lo zampino. Sentite, chi si accontenta gode! Ma se oziate come la cicala, ahimè, vi ritroverete a morire di fame, mentre le formiche festeggeranno e mangeranno grano e frumento raccolto durante l’estate. E, se d’estate hai cantato, cara cicala, ora balla! Oh, chi troppo vuole nulla stringe… il troppo stroppia. Ma, a volte, capita anche che chi la dura la vince. Però, poi, non vi lamentate. […]

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Teatro

Pietro Sparacino e “Diodegradabile”, l’intervista

Per chi non lo conoscesse, Pietro Sparacino si definisce “uno Stand up comedian, comico, autore, attore, incline a ogni forma di dipendenza”. La serata del 29 settembre il comico siculo sarà a Napoli, armato di microfono e cose da dire senza censure, né filtri, per arrivare, oltre che alla pancia, alla testa di chi sarà presente. Il suo tour autunnale parte dal Kestè, al Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo sesto monologo satirico, intitolato “Diodegradabile”. Per l’occasione, Pietro Sparacino si è reso disponibile per un’intervista e abbiamo avuto modo di parlare con lui. Ho avuto il piacere di scandagliare varie tematiche insieme a Pietro Sparacino, che ha spaziato dal suo mestiere, alla sua carriera, al suo nuovo spettacolo sulla scia di ragionamenti importanti e corposi che sono sublimati deliziosamente in risate multiformi. Pietro Sparacino, l’intervista Innanzitutto, grazie per la disponibilità! Mettiti comodo, perché sono quindici le domande. Se permetti, però, inizierei subito con una domanda “scomoda”. Ti va? Che meraviglia.  Assolutamente sì! Sono comodissimo. Dai tuoi spettacoli si percepisce un tipo di comicità dal sapore agrodolce. Quanto Pietro Sparacino libera sul palco ciò che gli fa più male senza inibizioni? Metto in gioco tantissimo di me, sul palco. Proprio l’altro ieri facevo un workshop qui a Roma con dei ragazzi e parlavamo appunto di quanto ci si metta in gioco con la Stand Up Comedy. È importante che tutto ciò di cui ti liberi sul palco in qualche modo tu l’abbia già vissuto e ci abbia già fatto i conti nella vita, altrimenti diventa “psicodramma” e non Stand Up Comedy. Quindi, tutto quello di cui io parlo parte dal “dramma” (per usare un parolone), parte dal vissuto di ognuno di noi e non un vissuto che necessariamente fa ridere di per sé, ma un’esperienza nella quale poi  si trova un lato comico. Nel vecchio spettacolo facevo un pezzo sulla mia psoriasi e la pubblicizzavo come una malattia straordinaria. A me dispiace per chi non ha le malattie autoimmuni perché non è avvisato quando sta attraversando un periodo del cavolo. Quindi, ribaltando il concetto della malattia, ovviamente libero tantissimo sul palco e il messaggio più bello che abbia ricevuto in questi anni di carriera è stato quello di un ragazzo che mi ha scritto: Grazie al tuo monologo io adesso riesco a vedere la mia malattia in maniera diversa. E poi mi ha fatto un piccolo appunto. Nel pezzo in questione dico che non ho mai avuto la psoriasi sul “pisello” perché credo che il fallo sia auto – auto immune, e lui mi ha detto –No, non è vero, ti sbagli perché viene anche sul “pisello” e non sai quanto è doloroso!- Detto ciò, è il caso di fare la differenza fra i Cabaret e la Stand Up Comedy. Il cabaret ti chiede di spegnere il cervello e non pensare ai problemi, la Stand Up Comedy, invece, ti ricorda che ne hai un sacco, ma per fortuna non sei solo. Il senso dell’umorismo va a braccetto con la resilienza, perciò […]

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Teatro

Iene da palcoscenico, intervista ad Antonella Fortunato

“Iene da palcoscenico” è una compagnia teatrale di giovani che dallo scorso anno porta davanti ai riflettori la propria creatività, il proprio impegno e la propria crescita. Si tratta di ragazzi accesi dallo stesso ardore che hanno fatto squadra per recitare la loro parte. Le Iene porteranno in scena “Alice.” il 29 e il 30 settembre al teatro Il Piccolo di Napoli e, per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di chiacchierare con la sceneggiatrice di questa compagnia, Antonella Fortunato. Un’appassionata cacciatrice di anime mondane da ricamare addosso ai suoi amici attori. L’intervista alla sceneggiatrice di “Iene da palcoscenico”, Antonella Fortunato Un’ossessione viscerale per le parole è ciò che sicuramente ti distingue da ogni altra forma di vita sulla terra, tant’è che scrivi da sempre per conto tuo. Una sceneggiatura, invece, presuppone un lavoro di gruppo. Come hai vissuto questo passaggio alla coralità in quello che era il tuo solitario mondo della scrittura? La scrittura, per me, rappresenta da sempre un luogo più che una pratica, un’azione o una semplice forma d’arte.  È un rifugio entro il quale rintanarmi per mettere a fuoco idee, emozioni e situazioni. Una sorta di stanza di vetro che isola e (se necessario) protegge dal mondo, senza però interrompere con esso la comunicazione. Anzi, la potenzia. Chi si rifugia nella stanza-scrittura sa di poterne inchiostrare le pareti trasparenti con parole che dall’esterno saranno leggibili solo per chi verso quello spazio di vetro indirizzerà lo sguardo, interessato o semplicemente curioso. Condividere il mio posto speciale con altre venti persone è stata un’esperienza sicuramente forte, che ha segnato un profondo cambiamento nel modo stesso di approcciarmi a carta e penna. Scrivere un articolo di giornale, un racconto o un saggio implica il doversi rapportare a un lettore, che con il testo verrà in contatto in un secondo momento e, al massimo, finirà per maledire l’acquisto del giornale o del romanzo non gradito. Scrivere uno spettacolo teatrale, invece, vuol dire dover fare i conti con lo spettatore. Quest’ultimo si materializzerà davanti agli attori e potrà decidere se incoraggiarli con un applauso o metterli a disagio con un fischio. Uno sceneggiatore deve tenere sempre conto del suo esigente pubblico. Ha il compito di calibrare battute e scene per tenere sempre alta la sua attenzione e non annoiarlo mai. Io ho la fortuna di essere guidata nella stesura dei copioni dal regista della mia compagnia, Niko del Priore, che supervisiona ogni fase di elaborazione del testo. Perché il teatro è cooperazione, prima di tutto, e la scrittura deve sapersi vestire di presentabilità scenica. I suoi -Anto taglia corto, non stai scrivendo un romanzo!- sono stati una scialuppa di salvataggio contro la possibilità di beccarci qualche denuncia per sequestro di persona, a fine spettacolo.   In una compagnia teatrale, dunque, non si è da soli. Grazie alle “Iene da palcoscenico” ti sei ritrovata ad avere una seconda famiglia dalle personalità eterogenee, la cui progenitrice è la stessa identica passione. Quanto e perchè è importante mettersi alla prova in un contesto del genere? […]

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Musica

Musica anni ’70, le canzoni e gli artisti che hanno segnato un’epoca

Calendario dello smartphone alla mano: inizia il nostro viaggio nella musica anni ’70. Impostiamo l’anno al 1979 e immaginiamo di tornare a quel lunedì 31 dicembre di quattordicimilacentosedici giorni fa per intraprendere un incredibile tour nella canzone degli anni Settanta. Scanzonati, brilli, incoscienti, indossiamo camicie a fiori, jeans a zampa di elefante, minigonne strette, zeppe vertiginose o sandali rasoterra, con ornamenti artigianali che variano dalle piume, alle conchiglie, alle pietre. Stiamo viaggiando nella parte posteriore di un furgone aperto, sotto lo sguardo di Madre Natura. Abbiamo deciso di aspettare la mezzanotte in discoteca per lasciarci alle spalle i memorabili anni Settanta celebrandoli con le canzoni del decennio, le cui note saranno gocce di miele che addolciranno il sapore salato delle lacrime di commozione, inevitabili per l’occasione.  Stiamo appunto per salutare un’epoca che, oltre a vantare mode estreme, stravaganze notturne, provocazioni e conquiste, è costellata da nomi che sono entrati mirabilmente nella Storia della Musica. Dietro le lenti specchiate di occhiali che celano sopracciglia nere, folte e definite, il buttafuori ci lancia uno sguardo di assenso e noi, finalmente, accediamo al locale notturno. “Noi siamo figli delle stelle, senza storia, senza età, eroi di un sogno; noi stanotte figli delle stelle, ci incontriamo per poi perderci nel tempo”. Non possiamo fare a meno d’immaginare di essere accolti dall’intramontabile “Figli delle Stelle” di Alan Sorrenti che, con la sua carica d’energia, ci ricorda che siamo quelli che sognano di cambiare il mondo. Tutti polvere di stelle, senza se e senza ma. La canzone lascia poi spazio a un sovrapporsi di sintetizzatori e chitarre che improvvisano e discorrono fortemente distorti da effetti eco e di riverbero. Si tratta della breve traccia strumentale dei Pink Floyd, “Any Colour You Like” con la quale sembra che la band ci dica: “You are the master of your universe and your own destiny. Make it any colour you like”. Non è un caso, gli anni Settanta sono un simbolo della libertà. Siamo capitati, infatti, in un periodo che concede ancora spazio al sogno e all’amore. Canzoni anni ’70, non poteva mancare Lucio Battisti È il momento ora di una quelle canzoni anni ’70 che diventerà patrimonio musicale di tante generazioni. Noi che veniamo dal 2018 lo sappiamo bene, perché immancabilmente abbiamo sentito riecheggiare le sue parole laddove ci sia stato qualcuno a imbracciare una chitarra. Dal fiore, alle rocce, al mare verde, al prato, al mare nero, la “Canzone del Sole” evoca un passato e un’innocenza infantile ormai sfumati. Lucio Battisti ci fa ballare su note intrise di nostalgia, ma a ricreare un’atmosfera deliziosamente “freak” è l’allegria coinvolgente di un gruppo funk statunitense, che ha rivoluzionato la musica da ballo, pescando dalla tradizione funky e rhythm’n’blues. Stiamo parlando degli Chic. Ecco che la tipa col carrè dai perimetri lineari e geometrici si alza dalla poltroncina e ricomincia a saltellare e ballare, spinta dalle buone vibrazioni di “Le Freak”, che infonde uno spirito di leggerezza nell’aria. Quest’ultimo viene istantaneamente spezzato da un brano tagliente e pruriginoso, “Pazza Idea” di Patty Pravo, canzone […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Bibite Sanpellegrino: il Bar Meraviglia in tour a Napoli

Il “Bar Meraviglia in tour” di Bibite Sanpellegrino è una fornace di pietanze raffinate e gustose della tradizione italiana, condite di esperienze che coinvolgono i cinque sensi dei suoi ospiti, ai quali, in un certo senso, ricorda che mangiamo e beviamo tutti i giorni e non lo facciamo solo per sopravvivere. Mangiamo e beviamo innanzitutto per vivere Prendete il Golfo di Napoli nel momento in cui il tramonto ha già infuocato cielo e mare. Distendete un velo di auspicata tranquillità su questo paesaggio da cartolina. Metteteci suoni flebili e lasciate riecheggiare solo il dialetto locale. Ecco. In uno scenario del genere spicca uno scorcio variopinto, la Rotonda Diaz, trasformata dal “Bar Meraviglia in Tour” di Bibite Sanpellegrino in un quadro di acquerelli. Special Guest: Francesco Di Bella La serata esplode in una cascata di emozioni che arricchiscono la bellezza di una situazione tanto ammaliante. Il 3 settembre il “Bar Meraviglia in Tour” di Bibite Sanpellegrino ha dato inizio a una settimana imperdibile di eventi, che terminerà il 9 settembre, portando il gusto unico delle Bibite Sanpellegrino e gli assaggi della tradizione culinaria italiana in un luogo benedetto da un’atmosfera da favola. Si tratta di un’esperienza lanciata dal brand icona dello stile e della tradizione delle bibite italiane Bibite Sanpellegrino, inaugurata a Milano per la prima volta nel 2017 e divenuta ora itinerante. La “meraviglia” è il fil rouge dell’experience temporary bar di questo coloratissimo spazio all’aperto. Tavolini realizzati con le ceramiche di Caltagirone dai colori tutti mediterranei, un bancone ispirato alle cassette delle arance, cocktail alcolici e analcolici dello storico marchio di Bibite Sanpellegrino, degustazioni e buona musica conducono grandi e piccini ad assaporare la grandezza delle piccole cose. Il “Bar Meraviglia in tour” di Bibite Sanpellegrino ci regala un’esperienza intensa che ci fa respirare un’aria vibrante, viva, energica La musica di Francesco Di Bella, scelta accuratamente per l’apertura dell’evento, sublima intime riflessioni sulla nostra tradizione, che ha millenni di storia alle spalle, un sapore antico e un fascino esclusivo. Quello della “tradizione” è un tema che sta molto a cuore all’ex leader dei 24 Grana. Ci definisce tutti “nani sulle spalle dei giganti” e ribadisce, per l’occasione, l’importanza della conoscenza del passato che ci serve a non brancolare nel buio e a fondare il proprio pensiero su delle radici più concrete. Il cantautore imbastisce un’atmosfera ricca di sensazioni belle e appagamento, carica di ipnotizzante armonia. Le sue note cullano il gusto aspro e frizzante di una Limonata, quello incomparabile delle arance di Sicilia, il piacere della freschezza della frutta e tutti gli assaggi Made in Italy, trasformando ogni alimento in energia psicologica, una volta ingerito. “Gustare qualcosa con un po’ di musica può fare esplodere il gusto per la vita.”  Queste le parole di Francesco Di Bella. Il made in Italy si racconta e s’identifica attraverso le sue eccellenze culinarie, riconosciute come tali all’unanimità Se il condimento di queste si estende poi alla dimensione musicale, inevitabilmente, ogni nostro senso si fa parte integrante di uno scenario tanto incantevole, dove […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Note sensoriali e vista sul mare al Bar Meraviglia: intervista a Viviana Montanarella e Francesco Di Bella

Il Bar Meraviglia in tour di Sanpellegrino approda presso la Rotonda Diaz per coinvolgere ogni senso in una dimensione conviviale, che si nutre di tasting experience, del gusto delle Bibite Sanpellegrino e assaggi della tradizione culinaria italiana, del profumo del mare partenopeo, della vista del suo golfo e della musica di Francesco Di Bella. Tutto ciò rimanda al simposio greco e al convivio romano che già coniugavano il mero atto di nutrirsi e dissetarsi a un’attività sociale, che prevedeva anche la danza, la poesia, e persino l’eros. Abbiamo avuto modo di chiacchierare con Viviana Montanarella, Senior Brand Manager Bibite del Bar Meraviglia in tour di Sanpellegrino, e Francesco Di Bella, cantautore italiano.   Intervista a Viviana Montanarella, Senior Brand Manager Bibite del Bar Meraviglia   Viviana, come nasce l’idea di fondere i cinque sensi per conquistare le papille gustative della gente? Quali sono le finalità del Bar Meraviglia in tour di Sanpellegrino?   Con le Bibite Sanpellegrino stiamo cercando di fare un processo di riposizionamento. Nella mente delle persone l’aranciata Sanpellegrino era “l’aranciata per i bambini”, noi invece con questo progetto vogliamo far vedere ai consumatori che c’è un modo “adulto” per bere questo tipo di bibite. Non sono unicamente per i più piccoli, ma se servite con cura o messe in un’atmosfera del genere, in un ambiente che coinvolge tutti i sensi e offre ai consumatori un’esperienza, come un concerto, si può avere un modo “adulto” di consumare. Quindi, anche un consumatore adulto quando esce con gli amici può ordinare una bibita del genere. È nato con questo obiettivo il progetto del Bar Meraviglia. Quando abbiamo pensato al concerto abbiamo pensato a quello che è il nostro mondo. Le Bibite Sanpellegrino hanno un Dna mediterraneo perché sono fatte con ingredienti mediterranei, quindi le arance, i limoni e i chinotti di Sicilia. Volevamo che tutti i colori delle Bibite Sanpellegrino venissero portati in giro per mostrarli ai consumatori per dare quel tocco particolare, in modo che chi vive un ambiente del genere lo riconosce e si rende conto che quella non è una bibita qualsiasi, ma una bibita Sanpellegrino.   Dopo le tappe di Milano, Roma, Ortigia, Venezia e Napoli, quali saranno le prossime tappe del Bar Meraviglia?   Noi siamo partiti col progetto del Bar Meraviglia da Milano e abbiamo aperto per sei mesi un bar che aveva questi spazi, fatto in questo modo. È stato un esperimento che è piaciuto molto, tanta gente è venuta a visitarlo e l’anno dopo abbiamo pensato di raggiungere anche gli altri consumatori, quindi è diventato itinerante. Siamo partiti, appunto, da Roma, siamo stati in Sicilia, a Venezia e ora siamo a Napoli. Per quest’anno è l’ultima tappa, riguardo l’anno prossimo dobbiamo capire quale sarà l’evoluzione. È  in fase di studio.   Mi spiegheresti il motivo dell’attribuzione del nome “Meraviglia” al bar di Sanpellegrino?   Tutta la nostra comunicazione è basata sulla “meraviglia”. Dal 1932, anno in cui è stata prodotta la prima aranciata, racchiudiamo tutti quelli che sono gli ingredienti del Mediterraneo in quella […]

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Libri

“Colpa di chi muore”, il romanzo d’esordio di Gianluca Calvino | Recensione

“Colpa di chi muore” di Gianluca Calvino è un libro da maneggiare, che soddisfa un piacere irrinunciabile. Si lascia ascoltare perchè le sue pagine propongono una vera e propria playlist di canzoni. Si lascia degustare perchè è un percorso alla scoperta del sapore. Calici di buon vino e pinte di ottima birra donano essenza alla penna dell’autore creando un incrocio bello di sensazioni, come bello è tutto ciò che gravita intorno al caleidoscopico mondo dei personaggi risucchiati ognuno nella medesima torbida vicenda. È la città di Napoli il mondo delle individualità che prendono corpo nel testo. Un apparato scenico in cui non è difficile imbattersi in “quelli persi, andati, spiritati, fottuti. Quelli con l’anima in fiamme”. Quelli che, inerpicandosi per i suoi vicoli, magari ascoltano Pink. “Where there is desire, there is gonna be a flame Where there is a flame, someone’s bound to get burned” E sanno bene che dove c’è una fiamma qualcuno è destinato a bruciarsi, e che la vita va così. Si tratta del romanzo d’esordio di Gianluca Calvino, editor e consulente letterario. Il suo è un noir sui generis, che deve il suo sex appeal a un labirinto sfavillante di personaggi ben costruiti, intenti a provocare con costante irriverenza l’immaginario dei potenziali lettori. “La colpa è sempre di chi muore. Quando si indaga su un omicidio si dovrebbe tener presente questo assioma. Il morto dovrà pur aver fatto qualcosa per essere ucciso. No?” “È colpa di chi muore” suggerisce più di una volta la musica in filodiffusione sulle note de “La cattiva strada“ di De Andrè, al “Morrigan”. Mentre si legge il libro, si srotola nell’aria l’armonia ossessivamente ripetitiva di questa canzone, che quasi sembra tracciarla una strada, risucchiando il lettore e costringendolo a imboccarla e a incamminarsi, sebbene essa sia “cattiva”. È il commissario Marcello Orlando, affiancato da Egidio Conti, ad avere l’incarico di sbrogliare la matassa fittissima e sterminata di fili invisibili chd unisce un duplice omicidio. Un assassino ha ucciso due giovani insegnanti di lingua italiana per stranieri con un bastone. I due sono ex colleghi di Paolo Mancini, un insegnante solitario che divide il suo appartamento con un disegnatore di fumetti appassionato di manga giapponesi. Un tipo che conduce un’esistenza più virtuale che reale, ma pur sempre discreto, colto, simpatico e amante del buon vino. Si tratta di un noir sofisticato in cui gli indizi si accumulano pagina dopo pagina e scoperchiano un vero e proprio vaso di Pandora colmo di un inquietante retroscena criminoso, dinamiche psicologiche perverse e atmosfere poco rassicuranti, il cui filo conduttore è, sempre, l’ironia. Nel libro di Gianluca Calvino agisce l’umorismo, per cui i lettori seriosi-melodrammatici farebbero bene a tenersi a distanza Non sono tanto le azioni dei personaggi a caratterizzare questo romanzo, ma l’atteggiamento che hanno verso la vita e verso la morte. Freddo, cinico, impertinente. Un atteggiamento che accomuna il commissario Orlando all’insegnante Mancini, le cui irresistibili battute fanno da sfondo a tutta la trama che viene resa, in questo modo, innovativa, avvincente ed efficace. Nella […]

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