Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Libri

Casa Mango, intervista ad Andrea Errico e Ruben Curto

Casa Mango è un fumetto ideato da Andrea Errico e Ruben Curto liberamente ispirato alle esperienze di convivenza dei due autori a Napoli. Un progetto autoprodotto e autofinanziato dall’etichetta Artsteady, fondata da Andrea Errico nel 2013, che verrà presentato in occasione del Napoli Comicon 2019 con il primo inedito numero. Gli autori hanno ideato congiuntamente il progetto, realizzandone la caratterizzazione e il mood generale. Le tavole sono state disegnate da Ruben Curto e rifinite a china da Andrea Errico. Il primo albo è previsto in anteprima per l’XXI Salone Internazionale del Fumetto di Napoli, dal 25/04 al 28/04. Di genere politicamente scorretto, con situazioni surreali che vanno a intrecciarsi a situazioni verosimili, Casa Mango narra delle storie comiche e strampalate di due coinquilini e un piccione. L’intento è quello di creare una serie leggera e divertente che si racconta attraverso episodi auto conclusivi, snocciolando volta per volta le difficoltà intrinseche di una generazione di millennial in un ambiente sempre permeato da caos, disordine, degrado e disagio. Ricco di riferimenti all’attualità, ben mescolati con un umorismo a tratti demenziale, pungente e sarcastico, Casa Mango prosegue la linea editoriale precedentemente segnata dal collettivo Artsteady, con progetti quali 47 Deadman Talking e Storie e Merd. Casa Mango, Andy, Josè e Piccione Chi ha vissuto o vive un’esperienza di convivenza con estranei, lo sa. La prima volta in cui vengono ad aprirti la porta di quella che sarà la tua futura casa per un determinato tempo X, non sai mai chi e cosa aspettarti. Allora pensi al peggio e inizi a fantasticare su creature improbabili, animali con tre teste e zombie, ma poi aprono alla porta e capisci che la realtà supera la fantasia. Impugni stretta la moneta da un centesimo trovata a terra l’attimo prima, dai una sfregatina al braccialetto dell’amicizia preso abilmente alle bancarelle insieme al tuo compagno di merende durante la gita di seconda media e ti fai il segno della croce, per pura scaramanzia. Entri e niente è più come prima. Lo zombie sei tu, come tutta la popolazione che si trova al di là della soglia di casa, le loro noiose conversazioni e ogni tipo di formalità. La nuova casa si fa rifugio e, come nell’ “Alba dei morti viventi”, ti muti anche tu col tempo in un sopravvissuto all’epidemia esterna nella tua nuova fonte di sostentamento, con i tuoi nuovi amici. Lo stesso vale per Andy, Josè e Piccione, i protagonisti del fumetto Casa Mango. Per loro la convivenza non è facile. Sarà perché sono costantemente squattrinati, sarà che campano alla giornata, sarà che le pentole sono sempre troppe da lavare e per una che pulisci ce ne saranno sempre dieci ad aspettarti. Sarà che le avventure non mancano mai, ma a fine giornata una costante resta: Casa Mango li accoglierà sempre. Per il Comicon verranno presentati due episodi di dodici pagine ciascuno. Nel primo episodio (scritto da Ruben Curto) vedremo i due don Giovanni confrontarsi con tecniche di approccio, adoperando improbabili metodi basati su strampalati criteri scientifico/sociologici. […]

... continua la lettura
Teatro

Saverio Raimondo, incontro del terzo tipo al Kestè

Come anticipato nella precedente intervista, Saverio Raimondo si è esibito al Kestè, domenica sera 17 marzo. L’umanità è sommersa da miriadi di dubbi e, probabilmente, molti di questi non li risolveremo mai. Allora ci armiamo di pazienza e facciamo filosofia e ci serviamo del potere dell’immaginazione e ricorriamo alla scienza o alla religione, ma molti sono i quesiti a cui non siamo riusciti a dare ancora una risposta: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Esistono gli extraterrestri? Sapete, con l’approdo di Saverio Raimondo a Napoli, alla luce di quanto assistito domenica al Kestè, sono pronta a fornirvi le prove di vita aliena nel cosmo. Agli scettici mi sento di dire:«Vi tengono nascosta una verità indicibile, le testimonianze dell’esistenza aliena sono inopinabili e dovreste seguire Saverio Raimondo per convincervene». Non ho ben capito da quali viaggi interstellari provenga questo straniero, ma certo è che lui non appartiene al pianeta Terra. Non è verde e non è dotato di navicella spaziale. Possiede ben tre occhi, di cui uno grandissimo, che è quello comico. È lungo di poco, ha una voce buffa ed è alquanto indisciplinato, ma la sociologia aliena è materia ancora tutta da esplorare e non sono riuscita a redigere una tesi psicosociale in merito per spiegare la genialità che si cela nella sua irriverente comicità. Saverio Raimondo e il suo spettacolo Ad aprire lo spettacolo del 17 marzo ci pensano Maristella Losacco, con la sua irriverente comicità al femminile e un’adolescenza travagliata alle spalle, e Vincenzo Comunale, un giovanissimo talento partenopeo della comicità che, con sguardo vigile nei confronti della realtà, riesce con maestria a scaldare il pubblico di Saverio Raimondo. Quella di Vincenzo è una personalità artistica luminosa, dall’anima zen e il senso dell’umorismo trascinante. La sua positività è contagiosa. A breve, tra l’altro, sarà in scena il suo primo spettacolo al Kestè. Saverio Raimondo si è presentato al pubblico coniugando i congiuntivi, a causa del suo timore di essere scambiato per Di Maio, considerata l’innegabile somiglianza. Stiamo parlando di un’eccellenza della satira odierna, ma prima ancora Saverio Raimondo è un ansioso, sin dalla nascita, grazie a una madre apprensiva. L’ansia è, praticamente, la sua forza. Saverio ha scritto un libro su di essa (dal titolo Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia) perché ritiene che l’ansia meriti di trionfare su una civiltà che vive un’epoca di deresponsabilizzazione collettiva. Così ha imparato a convivere e a scherzare su questo sentimento, che per lui rappresenta ormai la forza motrice che lo spinge a migliorarsi. Nel suo tipico stile americano e senza mai prendersi sul serio, in un cocktail di humour surreale, comicità demenziale e paradossi, il nostro satiro offre il suo punto di vista politicamente scorretto sulle contraddizioni più profonde della società. Ci parla di disabilità, di Chiesa, di donne, di sesso, di perversioni feticiste (e di cunningulus!) con uno spirito estremamente romantico e sentimentale, ma a questo punto mi limiterei a mostrarvi una foto, perché ogni mia parola non sarebbe abbastanza. La satira di […]

... continua la lettura
Teatro

Saverio Raimondo presto a Napoli (Intervista)

Previsto incontro del terzo tipo al Kestè, domenica sera 17 marzo: l’autore e attore comico-satirico Saverio Raimondo approda a Napoli. Goffo e spesso “marziano” rispetto al mondo che lo circonda, Saverio Raimondo proviene da non so dove. Sicuro è che appartiene a una razza aliena simpatica. Ergo, vorrei tranquillizzarvi, non ha intenzioni bellicose. Tutt’altro! Resterà tra noi giusto il tempo di strapparci qualche risata. Riccardo Staglianò lo ha definito “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, Aldo Grasso “il più bravo comico in circolazione”, Riccardo Bocca “il miglior satiro attualmente in Italia”. Eroica Fenice è onorata di annunciarvi che ha avuto l’immenso piacere di fare una chiacchierata con questo gigante della comicità italiana. Saverio Raimondo, l’intervista Saverio Raimondo si definisce un tipo ansioso e ha scritto un libro sull’ansia, “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, una sorta di guida all’ansia in cui viene illustrato il mondo di tale emozione e quest’ultima viene difesa, perché Saverio pensa che l’ansia faccia bene. Nonostante i tempi che corrono oggi, esistono ancora personalità “tranquille”, che affermano di non conoscere l’ansia. Dì loro qualcosa, per favore. Essere tranquilli al giorno d’oggi è impossibile, non c’è alcuna ragione per esserlo. Se non siete ansiosi, io fossi in voi mi preoccuperei: c’è qualcosa che non va. Fatevi controllare. La “Stand Up” non richiede maschere, è una forma d’arte che brilla di libertà, a partire da quella di essere se stessi. Un ansioso come può mai sentirsi libero di sprigionare la propria essenza? Se si crea la giusta intimità fra artista e pubblico, un ansioso non vede l’ora di condividere le proprie preoccupazioni con qualcuno, e contagiarlo a sua volta. Proviamo a ricordare la tua prima volta su un palco. Credo sia stato alle elementari! Qualche recita scolastica. Sicuramente feci Jafar in una trasposizione in inglese de “Il Re Leone”, in quarta elementare. La prima volta che ho fatto ridere su un palco, invece, è stato al concerto di Natale in terza media. Da allora non ho più smesso di far ridere; con le medie sì. Poi, sul palco come “stand up comedian”, la prima volta è stata dieci anni fa, con “Satiriasi”. Cosa rappresentano per te un palco, un’ambientazione scarna, un microfono, un nome e un cognome? La condizione ideale per fare comicità: quando fai ridere con te stesso e di te stesso non hai bisogno di altro. E la tv? Ha molte più potenzialità linguistiche, in tv mi piace ibridare i linguaggi e sfruttare più tecniche. Mi parleresti dell’esperienza lavorativa in tv di cui vai più fiero? Sicuramente “CCN”, il mio programma su “Comedy Central” giunto quest’anno alla quinta stagione, è l’opera televisiva che più mi rappresenta. Me lo sono cucito addosso, e ancora oggi mi permette di sperimentare con successo idee e registri comici. Come hai scovato il tuo lato comico? Allo specchio. È bastato guardarmi, e sentirmi parlare, per trovarmi ridicolo. Qual è la ricetta per una buona performance, secondo Saverio Raimondo? Il posto dove ti esibisci. […]

... continua la lettura
Libri

Marco Di Caprio e il suo Horror vacui (Recensione)

Marco Di Caprio, classe ’89, di Aversa, è l’autore del libro dal titolo Horror vacui, locuzione latina che letteralmente significa “paura del vuoto”, pubblicato da L’Erudita nel 2017. Di Caprio si laurea in Filologia all’Università “Roma Tre” e si occupa di narrativa, saggistica e critica musicale. Ha già pubblicato un romanzo, Il mistero dell’Isola di Pasqua (2008), e un saggio, Cromatismi nella lirica trobadorica (2013). Horror vacui, il libro psichedelico di Marco Di Caprio Horror vacui di Marco Di Caprio è il continuo gioco sinestetico, fatto di armonie visuali e di un indistinto fluire sonoro, della mente confusa, paranoica e nevrotica di un uomo, sospeso sempre fra il ruolo di vittima e quello di carnefice. Uno spirito baroccheggiante attraversa ogni pagina, che esala paura di morte, consapevolezza dell’inutilità della vita e disadattamento. Sono barocco nella mia scrittura e nella mia anima, ma che cos’è l’anima non lo so. Qual è la mia psyche? La mia tyche? Quali assiomi e quali teorie? Urla nevrotiche avvolgono la materia informe nel caos primordiale, e un’energia incolore frena la scomposizione della luce iridescente del prisma.  Si tratta di un libro psichedelico, che va letto con le cuffie nelle orecchie. Repentine accelerazioni, riff spaventosi, ritornelli ossessivi, tastiere cupe e assoli costituiscono l’atmosfera oscura e malata di questa surreale sinfonia, la sinfonia di un matto, “nata da frammenti e rottami vari”, che si capisce pagina dopo pagina essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico. L’uomo trova sollievo al suo malessere solo attraverso un rapporto totalizzante e una passione viscerale per il sesso e per la musica. Nel libro è palpabile il terrore del vuoto, che il protagonista è portato a riempire in modo compulsivo con i suoi pensieri e le sue meditazioni, pasticca di antidepressivo dopo pasticca, con la speranza che la morte lo separi dal suo corpo, presenza che gli risulta troppo molesta. L’atmosfera è sempre tesa. Il linguaggio di Horror vacui parla per immagini, che appaiono disordinate e senza senso, perché frutto di vacui ragionamenti. La sua scrittura richiede attenzione, per la ricchezza di sfumature, e tende a imprigionare il lettore nella malia del nostro eroe maledetto. Quest’ultimo non riesce a coltivare relazioni umane sane, al contrario, esse sono complicate, disperate, a partire da quelle con la sua famiglia. Egli, infatti, vede morire il padre, e la sua morte viene smaniosamente considerata e riconsiderata in tutto il libro, con grosse difficoltà di accettazione. L’assenza del padre strappa al protagonista i  suoi sogni, le sue speranze e ogni illusione che lo teneva in vita, prima di allora. Una volta che il padre spira, la sua mente non conosce più riposo e perde completamente l’ardore dei suoi interessi e la fiducia nel prossimo, intraprendendo  così una nuova vita in cui il tempo gli scorre davanti in un montaggio d’immagini informi e le parole sono vane, arcaiche e non parlano più a nessuno. Si delinea, poi, il profilo di una madre che l’autore demonizza: una donna che schiavizza il proprio uomo, una macchina di riproduzione del dolore che ha […]

... continua la lettura
Teatro

Luca Ravenna, tripudio di risate e applausi al Kestè

Sabato 16 febbraio, la comicità dello stand up comedian Luca Ravenna ha fatto tappa a Napoli, in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, al Kestè. La sala “Abbash” del locale del centro storico partenopeo, unico nel suo genere e dall’aria familiare e accogliente, si è riempita di un cospicuo numero di persone, avendo ospitato, ancora una volta, un genere di commedia che mira a distruggere luoghi comuni e certezze e che non ha nessun tipo di filtro e censura. Una tipologia di spettacolo che affonda le sue radici nel mondo anglosassone e che, da qualche tempo, è approdato in Italia, che fa ridere e fa riflettere e si basa sulla sola presenza di un comico che si esibisce stando in piedi di fronte al pubblico, trattando argomenti che vanno dal politico al sociale, alle introspezioni personali. Lo spettacolo di Luca Ravenna Ad abbattere le barriere del politically correct ci hanno pensato Stefano Viggiani, Dylan Selina e Daniele Tinti, i talentuosi comici ai quali è stata affidata l’apertura dello spettacolo di Luca Ravenna, che hanno offerto al pubblico un piccolo assaggio di Stand Up Comedy, conquistandolo, e preparando il terreno all’umorismo del comico milanese. Luca Ravenna ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Ha collaborato con il collettivo The Pills. È stato componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians. Luca è un comico dal gran carattere, oltre che un autore, uno sceneggiatore e un attore e si distingue per l’originalità del suo modo d’essere, le sue ineccepibili imitazioni, la leggerezza intrinseca della sua sfilza di battute e il suo sguardo comico spalancato sul mondo. La comicità di Luca Ravenna è un flusso di coscienza garbato, ma irriverente, privo di perbenismi e orpelli, che scava nelle sue personali esperienze e strappa la risata di un’intera platea. La sua mimica facciale, la sua ironia e geniale autoironia fanno della vita quotidiana una parodia e il suo occhio attento riesce a trovare dell’umorismo negli argomenti più disparati. Luca Ravenna porta sul palco il suo vissuto, mettendosi a nudo. Relazioni disastrose con soggetti che sono l’antisesso. La scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo. Il rapporto della madre con il tema della droga. Quello con un padre che parla come Dario Fo. Il fanatismo religioso. La banalità di un rito come la confessione per i cattolici. Il razzismo all’italiana. La vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici. La paura delle emozioni. Un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il desiderio di reincarnarsi in una marmotta. La sintesi di tutto questo è un tripudio di risate e applausi, che sanciscono quella di Luca Ravenna come una delle più perfide performance comiche, di quelle che provocano crampi alla mandibola e agli addominali degli spettatori, a fine spettacolo. Insomma, se pensi che la vita duri troppo poco. […]

... continua la lettura
Teatro

Luca Ravenna e la sua comicità: intervista “botta e risposta”

Luca Ravenna e la sua comicità. | Intervista  Luca Ravenna sarà a Napoli il 16 febbraio, sul palco del Kestè. Chi è Luca Ravenna? Luca Ravenna, prima di essere qualunque altra cosa, è. Far ridere è molto difficile: non basta essere spiritosi per fare di ciò un mestiere, prima di ogni altra cosa bisognerebbe essere. Luca Ravenna, oltre a essere, è un autore, uno sceneggiatore, un attore e un comico. Milanese. Si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, vive a Roma e lavora a Roma e a Milano. Sceneggiatore appassionato. Protagonista di due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central, oltre che della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Scrive per la televisione e ha collaborato con il collettivo The Pills. Componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians, Luca Ravenna è anche un talento bravo a stemperare con leggerezza difetti e paure e si contraddistingue per l’originalità e l’autoironia. Più di ogni altra cosa ama fare colazione, giocare a tennis e fumare sigarette. Eroica Fenice ha avuto modo d’intervistare Luca Ravenna, divertendosi insieme a lui con un “botta e risposta”. L’intervista a Luca Ravenna Luca Ravenna in un aggettivo “Pirlesco”- che non esiste come parola ma calza a pennello. Il pezzo che meglio ti rappresenta È un pezzo che farò sul palco del Kestè, che non ho sentito nemmeno io, perché sto finendo di scriverlo. Motivo per cui prendere una penna in mano? Perché se no è un casino firmare qualsiasi tipo di documento. E un microfono? Parlo a voce molto bassa di solito, spesso mangio addirittura le parole, quindi è abbastanza necessario. Comico/a preferito/a Louis C.K. Mantra Penso spesso al basilico quando sono in difficoltà, perché è il profumo più buono del mondo. Punto di forza L’amatriciana. Faccio un’amatriciana che manda fuori di testa. Motivo per cui ti abbatteresti? Se l’Inter dovesse andare in serie B. Ridere di sé. La ricetta? È una bellissima domanda a cui non so rispondere perché, come chiunque provi a far ridere di professione, sono molto permaloso se sono altri a prendermi in giro, però penso di essere abbastanza bravo a improvvisare, quindi è difficile accorgersene. Autore, sceneggiatore, attore, comico. In quali vesti ti diverti di più? Comico, senza ombra di dubbio. Anche se è più faticoso, la resa è migliore. Dieci sketch sulle paure…l’attuale più bastarda? Sempre e comunque la paura dei piccioni, anche se ‘sta cosetta del razzismo non è che mi faccia tanto più ridere. L’esperienza a Natural Born Comedians in una metafora Direi che la prima edizione è stata una delle esperienza più belle della mia vita. Era come stare alla gita delle elementari, però a ventisette anni. Quella di Stand Up Comedy su Comedy Central in un’altra Come la gita al liceo, c’erano anche persone meno simpatiche. Quelli che il calcio su Rai2 in tre parole Un sogno. Un lavoro. Uno spreco totale di risorse. The Pills. Più di centocinquanta caratteri The Pills per me […]

... continua la lettura
Teatro

Montanini: ruggiti e sterzate di fruste al Teatro Nuovo di Napoli

Incastonato nel cuore pulsante di Napoli, il Teatro Nuovo ieri sera ha ospitato l’ottavo monologo, dal titolo Quando stavo da nessuna parte, di un gigante della Stand up Comedy, Giorgio Montanini. Il palco si trasfigura in un posto vero e autentico, dove la recita paradossalmente non è recita rispetto a quella che noi spettatori, per un paio d’ore circa, ci lasciamo alle spalle, fuori, nella vita “reale”. Giorgio Montanini e il suo spettacolo “Quando stavo da nessuna parte” Giorgio Montanini si laurea in Scienze della Comunicazione di Impresa e Marketing. A ventisette anni lascia tutto e inizia a fare l’attore. Poi si annoia nuovamente, molla e si mette a fare il comico. Giorgio è uno spirito indomito. In apertura, il comico toscano Andrea Paone inizia a “fare amicizia” col pubblico con una carrellata di battute black humor, calandolo nel pieno spirito della comicità della Stand Up, per presentare uno dei più famosi e irriverenti stand-up comedian italiani, Giorgio Montanini. Giorgio entra in scena sorseggiando una Tennent’s e, di una cosa sono certa, c’è sempre da fidarsi di un uomo con la bocca piena di birra, “santa libagione di sincerità”, non a caso, il brusio della platea cala in men che non si dica. Montanini traccia un quadro inquietante della nostra società, una società in cui crediamo di essere liberi, ma non siamo che una massa informe di schiavi. Con ferocia, il comico accusa la banalità che avanza incontrastata, grazie a tutti i dopo-lavoristi senza talento che, illudendosi di non essere schiavi del proprio lavoro, hanno la pretesa di “fare arte”. Insomma, siamo tutti rumorosi, nessuno in grado di farsi notare. Siamo gli uni contro gli altri, divisi in circoli autoreferenziali ed elitari, dagli ambientalisti agli animalisti ai vegani e ai sindacalisti, eppure sbraitiamo contro lo stesso nemico. Leggi, convenzioni, impostazioni culturali e religione non ci aiutano. Crediamo senza capire e non ci evolviamo mai. Le parole di Montanini si mutano in bambine ribelli e dispettose, che sputano nelle orecchie del pubblico dormiente. Inizi a guardarti intorno e ti irriti, mentre un uragano ti trapassa la pelle, ti scompone e ti solletica. Storci il naso, ma poi sorridi, e ridi. Ridi perché Giorgio Montanini sembra indemoniato e con lo sguardo di uno spiritato punta il dito contro il pubblico cavernicolo. Perché, come nel mito platonico, noi viviamo in una caverna, seduti e incatenati, con lo sguardo rivolto verso la parete, che ha funzione di schermo. Su di essa la luce di un gran fuoco illumina e proietta le immagini di alcuni oggetti portati in testa dalle persone all’ingresso, ma noi scambiamo le ombre proiettate per verità e l’eco delle voci degli uomini per voci reali. Fuori, intanto, ci sono le stelle, la luna e il sole, ma noi non ce ne rendiamo conto. L’esibizione di Montanini è caratterizzata da una forte e sana irriverenza, che fa riflettere, oltre che ridere. Non una “risata di pancia”, bensì una “risata di testa” è l’unica finalità del comico marchigiano. È come se il teatro […]

... continua la lettura
Musica

Alessio Sollo e Claudio Domestico (Gnut), “L’orso ‘nnammurato” | Intervista

L’orso ‘nnammurato è un libro di poesie, ma anche un cd, nato dalla collaborazione (denominata “SolDo“) di Alessio Sollo e Claudio Domestico, in arte Gnut, pubblicato lo scorso gennaio da ad est dell’equatore. Questo meraviglioso lavoro si compone di sessantaquattro poesie di Alessio Sollo, di cui quattordici musicate, cantate e suonate da Gnut insieme ai musicisti della sua band (Marco Caligiuri, Valerio Mola, Luca Caligiuri, Gianluca Capurro, Michele Signore, “Mr. Coffee” Daniele Rossi) e ospiti speciali quali Ciro Riccardi, Brunella Selo, Dolores Melodia, Andrea Tartaglia, Monia Massa, Luca Rossi e Alexander Cerdà. Nel libro sono presenti, inoltre, le partiture musicali di queste canzoni. Un prodotto che ha molto da dire e lo fa senza fronzoli, poi «si capisce è buono, sinnò te futte!». Di seguito, la nostra intervista ai due cantautori napoletani. Buona lettura! L’intervista a Alessio Sollo e Gnut Alessio Sollo, definisci la tua amicizia con Claudio una “fratellanza umana e artistica” che rende la tua vita migliore. Ti va di parlarmene? La definizione più appropriata della nostra collaborazione potrebbe essere la storia di un’amicizia basata su una stima profondissima. Ed è su questa sintonia che abbiamo costruito le nostre canzoni. Il titolo L’orso ‘nnammurato mi rimanda a ‘O surdato ‘nnammurato, il partenopeo canto d’amore che condannava la trincea. Come questa celebre canzone, possiamo interpretare L’orso ‘nnammurato un inno d’amore universale e il grido di battaglia di tutti coloro che riescono a piangere per amore? Più che “quelli che piangono” ci piace pensare di rappresentare tutti quelli che hanno il coraggio di esternare a testa alta i propri sentimenti e le proprie debolezze. “So’sensibbile, mmocca a chi v’è mmuorto!” è il mantra dei SolDo, come si evince dal libro. “La sensibilità nei tempi moderni” è un tema che mi piacerebbe affrontare con Sollo e Gnut. È un’epoca di ostentazione di benessere e forza. Se la storia la scrivono i vincitori, la poesia è sicuramente opera dei perdenti. Siamo partiti da questo presupposto per raccontare e denudare le nostre sensibilità. Le vostre biografie mi hanno colpita profondamente. Trasudano originalità e sono d’impatto. Perché Sollo sceglie di rappresentarsi con I bambini che ammazzarono l’Italsider? Perché Gnut lo fa con la descrizione del suo migliore amico? Sollo: Ho scelto di raccontare semplicemente la mia infanzia e la mia adolescenza con quei versi; mi sembravano proprio quelli gli anni che maggiormente mi hanno influenzato come futuro artista e come uomo. Gnut: Non avrei trovato un modo migliore per parlare di me se non attraverso gli occhi e la straordinaria penna di chi mi vuole bene. Torniamo a quel pomeriggio di ottobre del 2015, quando Sollo venne folgorato dallo sguardo di una donna bellissima e sorridente che accompagnava suo marito devastato da un ictus presso la clinica di riabilitazione, dove il catautore era presente nelle vesti di vigilante. Per Sollo è stato il “giorno della consapevolezza”. Approfodiamo? Sollo: Estenderei quel giorno un po’ a tutto il periodo che mi ha visto lavorare presso una clinica di riabilitazione. Trovarsi a contatto tutti i giorni con persone che soffrono t’insegna a guardare la […]

... continua la lettura
Musica

Maldestro in concerto a Napoli, questa volta senza armatura

Ieri sera, 29 gennaio, Antonio Prestieri, in arte Maldestro, è tornato a “casa” per la seconda data del suo tour “Mia madre odia tutti gli uomini” ed è stato accolto dall’atmosfera suggestiva di un meraviglioso teatro partenopeo, il Teatro Sannazaro di Via Chiaia. Seduto su uno sgabello, occhiali scuri, una chitarra in braccio e a fianco un pianoforte, Maldestro ha cantato la sua disperata voglia di vivere, con energia e ironia, scavando a fondo nei sentimenti e nella fragilità umana. Oltre alle canzoni del nuovo e terzo album Mia madre odia tutti gli uomini, Maldestro ha celebrato il suo ritorno a Napoli con alcuni dei suoi incommensurabili successi precedenti, tra cui Dannato amore, Canzone per Federica e Sporco clandestino. Maldestro non ha risparmiato sorprese al suo pubblico, rendendo il concerto dinamico e coinvolgente. L’ingresso in scena di Dario Sansone dei Foja, con il quale ha cantato la difficile convivenza con la diversità, intonando la struggente canzone di Ivano Fossati Mio fratello che guardi il mondo, è stato uno dei momenti di maggiore commozione e dense emozioni. Dopo l’uscita di scena del cantautore e della sua band e il loro rientro per il bis, si sono seduti tutti sul ciglio del palcoscenico, per cantare insieme al pubblico Abbi cura di te, dell’album I muri di Berlino, creando un’atmosfera da falò sulla spiaggia, surreale e fuori da ogni tempo. Il terzo album di Maldestro “Mia madre odia tutti gli uomini” è il titolo del terzo album di Maldestro, che lo rappresenta pienamente, e viene ripreso e proseguito nel brano Come una canzone dalla frase “per colpa di mio padre”. Nato a Scampia, Antonio è figlio di Tommaso Prestieri, ex capoclan della camorra, e di “un eroe”, così lui definisce la sua mamma, che considera il vero padre. Stiamo parlando di una donna non vedente, una forza della natura, separata dal marito che sposò quando non era ancora un criminale, e che ha fornito a Maldestro tutti gli strumenti (letteralmente parlando) utili a fronteggiare una vita tutt’altro che facile, tra cui un pianoforte. “Maldestro” è il nome che si è dato Antonio, riponendo all’ombra ciò che gli è stato dato alla nascita. Un nome che è il frutto di una vita che non si è fatta schiacciare dal pregiudizio secondo il quale “un figlio dovesse essere per forza uguale al padre”, pur non rinnegando la sua storia. Un nome che lo racconta per quello che è, un imbranato. Uno che fa i “i danni” quando si muove. Un maldestro. Nella storica sala partenopea, dalle vesti magiche e raffinate, Maldestro ci consegna la sua anima costellata di sofferenze. Svariate contaminazioni sonore fanno da cornice alla sua voce graffiata e profonda, dal timbro particolare e riconoscibile in mezzo a un milione di altre voci. Il dolore prende voce sul palco. “Mia madre odia tutti gli uomini” è un disco estremamente autobiografico, in cui ritroviamo un uomo che non teme più la nudità e parte dal suo dolore per arrivare alla felicità. Ah, la felicità. Ma cos’ è […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pitture surrealiste: dove vederle e da chi sono state fatte

Vi propongo un’escursione nei meandri dell’essere, attraverso alcune fra le più celebri, seduttive e affascinanti pitture surrealiste. Surrealismo: la bellezza della forza visionaria A cavallo tra le due guerre mondiali, nella Francia degli anni Venti, nasce il surrealismo, una corrente organizzata che vede nella figura di Andrè Breton il suo fondatore e teorico, ma anche il prodotto di una mentalità del tempo. “Surrealismo” è ciò che si trova al di là della realtà. Oggetti deformati, contesti astrusi, paradosso di ogni forma, inconscio e subconscio su un piedistallo e ragione imputata. Il surrealismo persegue la libertà in ogni modo e con ogni mezzo, affinché l’uomo esprima la parte più autentica del suo essere. È nel sogno che le pulsioni dell’inconscio sgusciano dalla gabbia della razionalità, perciò il surrealismo lo muta in arte. Pitture surrealiste e artisti protagonisti La pittura surrealista è un modo di cogliere il reale, che mira a penetrare in maniera più profonda nell’essere, e fonda la sua ragion d’essere nella presenza di un “modello interiore”. Il suo scopo è quello di rendere visibile ciò che sfugge all’oggettività, attraverso l’arte. L’artista non si sottomette alla visione “civilizzata” del mondo, per cui rivaluta l’arte primitiva e l’arte dei folli, caratterizzate dalla vivida forza dell’immaginazione e dall’inosservanza delle regole sociali. Dal punto di vista tecnico, il surrealismo fa propria la spregiudicatezza dadaista. Anche le tecniche tradizionali vengono utilizzate perché si prestano maggiormente alla “scrittura automatica” e perché la banalità dell’immagine singola sottolinea l’assurdità dell’insieme. Max Ernst (1891-1976) Tra le sue pitture surrealiste: La Vergine sculaccia il Bambino Gesù davati a tre testimoni: Andrè Breton, Paul Eluard e lo stesso artista, 1926, olio su tela, cm. 196 x 130, Colonia, Museo Ludwig. Marx Ernst è il più surrealista fra tutti i pittori surrealisti e questa è sicuramente la sua opera più insolita, che succede alla miriade di “Madonne con Bambino” delle pagine precedenti della Storia dell’Arte. Quest’opera dissacrante e anticlericale, dall’evidente influsso dello stile di De Chirico, ha riscosso grande successo e suscitato svariate reazioni, tra la sorpresa e lo sconvolgimento. La Madonna appare autorevole, nel suo ruolo essenziale di madre. Non c’è sacralità, Maria e Gesù hanno carattere umano. Joan Mirò (1893-1983) Tra le sue pitture surrealiste: Il carnevale di Arlecchino, 1924-1925, olio su tela, 93×66 cm, Buffalo, USA, Albright Knox Art Gallery.  Il principio di Mirò non è il mondo organico, ma l’antitesi del razionale, l’antigeometrico. Il suo è un mondo chiaro, solare, senza implicazioni morbose. Nell’opera è utilizzata la tecnica dell’automatismo psichico che esprime il reale fuzionamento del pensiero, senza l’influenza della ragione. È rappresentato un momento di baccano che, nel calendario cristiano, si conclude il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri. Andrè Masson (1896-1987) Tra le sue pitture surrealiste: Uccello affascinato da un serpente, 1942, Guazzo su carta, 56, 5 x 75, 5, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. La scrittura automatica di Masson, nella fase surrealista, è diagrammatica, si astiene dal rendere esplicite le immagini, segue totalmente i percorsi tortuosi dell’inconscio. Masson è, probabilmente, il primo a rendersi conto dell’esistenza bio-psichica che si rivela […]

... continua la lettura
Napoli e Dintorni

Maldestro porta sul palco napoletano “Mia madre odia tutti gli uomini”

A distanza di un paio di anni dal successo riscosso a Sanremo, con il brano Canzone per Federica, e un cumulo di riconoscimenti ambiti, a poco più di un anno dalla pubblicazione de I Muri di Berlino, secondo album, con spartiacque nell’ Acoustic Solo, registrato live nel corso del tour 2018, il cantautore partenopeo Antonio Prestieri, in arte Maldestro, si racconta in prima persona. Lo farà nella sua città e in quella che è la sua dimensione, il suo rifugio: il teatro. A Napoli, il teatro Sannazaro vedrà protagonisti sul suo palco Maldestro, il suo nuovo album e la sua band, il 29 gennaio a partire dalle ore 21.00. L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo e video Spine, un naufragio tra le inquietudini, un inno della bellezza allo stato puro, quella che fa bramare, ma che spaventa, seguito dal secondo video estratto La Felicità, canzone con cui il cantautore apre le porte alla speranza. Tracklist: Il seme di AdamoSpine La felicità I poeti Fino a qui tutto bene Joe Come una canzone Fermati tutta la vita Come due pugili Lasciami qui  Formazione Live in tour Maldestro: voce, chitarra e piano Paolo del Vecchio: chitarre e plettri Niccolò Fornabaio: batteria e percussioni Luigi Pelosi: contrabbasso Sara Sgueglia: cori, synth e percussioni Fabio Renzullo: fiati “È stato naturale scrivere questo disco, sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, che avrei fermato da qualche parte un pezzo della mia vita. Nuda e cruda, tenera e violenta, persino dannata a volte. Averla vinta sul dolore non serve a niente se prima non lo comprendi, è solo un vuoto a perdere. Con il dolore bisogna cooperare, solo in questo modo la ricerca della felicità non porta stanchezza. Questo è un disco che mi toglie l’armatura e quindi, libero di amare.” Queste le parole dell’artista. La voce di Maldestro, graffiante e roca quanto basta, ha fermato un pezzo della sua vita in questo nuovo disco, uscito il 9 novembre 2018 per Arealive e distribuito da Warner Music Italia. Mia madre odia tutti gli uomini è il titolo che gli ha dato, dove “mia madre” è “una madre separata dal padre che aveva sposato quando faceva l’operaio, non il criminale”, una madre che è il vero padre, a cui Antonio fa gli auguri il 19 marzo. Maldestro è il figlio dell’ex capoclan della camorra Tommaso Prestieri e, oggi, si racconta senza riserve attraverso la sua arte. L’album vanta la produzione artistica del talentuoso Taketo Gohara, sound designer che ha firmato lavori di Vinicio Capossela, Brunori Sas, Marta sui Tubi, Negramaro, Motta, Ministri, Verdena, Mauro Pagani e molti altri artisti. Quella di Maldestro è una musica salvifica, che nasce in contrapposizione alla sua vita problematica e incarna la forza d’animo, una forza che strappa al male con vigore e potenza. La nudità che emerge dal disco trasforma il punto debole dell’artista nel suo principale punto di forza, dichiara Maldestro. Dieci sono le storie, nate in maniera del tutto naturale, che riportano alla luce il suo dolore, con il quale c’è da far […]

... continua la lettura
Cucina e Salute

PELLE D’OCA. Ah, si vivesse solo di inizi, di eccitazioni da prima volta…

Quella che volgarmente chiamiamo “pelle d’oca”, perché simile alla pelle di un’oca spennata, o più in generale di un volatile spennato, è la temporanea comparsa di piccoli rilievi sulla superficie cutanea, una sorta di mega erezione pelosa. È definita scientificamente “piloerezione”, “orripilazione” o “cute anserina” e potremmo dire che è un modo per far fluire fuori la nostra energia in eccesso. La pelle d’oca si deve a una contrazione involontaria dei muscoli erettori del pelo ed è causata da stimoli nervosi. Si tratta di un meccanismo che affonda le sue radici nell’antichità e che ha resistito ai processi evolutivi. Cause della piloerezione o, più comunemente, “pelle d’oca” La piloerezione può verificarsi quando il corpo percepisce un freddo intenso. I peli eretti trattengono uno strato d’aria che ostacola la dispersione del calore corporeo, processo più efficiente negli animali dotati di pelo lungo. Se, al contrario, si percepisce molto calore, i muscoli erettori dei peli si rilassano, consentendo alle ghiandole sudoripare di dilatarsi, eliminando in questo modo il calore in eccesso attraverso il sudore. Nelle situazioni in cui si è investiti da una forte emozione, è possibile che la pelle d’oca sia scatenata dal meccanismo “fight or flight” (“combatti o scappa” o “attacco o fuga”) per predisporre l’organismo a sostenerne lo sforzo tempestivo. Si tratta di una scarica generale del sistema nervoso simpatico ed è un tipo di risposta corrispondente a una zona del nostro cervello chiamata “ipotalamo” che, quando stimolato, inizia una sequenza di accensione delle cellule nervose. Si ha, così, un rilascio di sostanze chimiche che preparano il nostro corpo alla fuga o alla lotta. Il motivo per cui suoni tremendamente irritanti come un graffio alla lavagna possano causare la pelle d’oca rimane ancora inspiegabile. La pelle d’oca, talvolta, è anche un sintomo di alcune malattie oppure un effetto collaterale dell’infusione endovenosa di dobutamina. Generalmente, associamo la pelle d’oca ai brividi di freddo e a certi particolari stati emotivi che possono coinvolgerci quando ammiriamo uno spettacolo naturale o, ad esempio, durante l’ascolto della nostra canzone preferita, che sono esperienze sensoriali che attivano il “percorso di ricompensa“. Le strutture coinvolte in questo sistema si trovano lungo le principali vie della dopamina nel cervello, per cui vengono attivate le medesime aree cerebrali coinvolte nelle condizioni di eccitazione e dipendenza. Se la pelle d’oca è qualcosa che si palesa in caso di una forte emozione, ingenuamente, potremmo pensare che la pelle d’oca non menta. Eppure qualcuno riesce a controllarla, secondo i risultati di una ricerca della Northeastern University, pubblicata sulla rivista Peer J. Nella preistoria gli uomini, ancora ricoperti di una folta peluria, si servivano della pelle d’oca come strumento d’intimidazione, al pari degli animali che quando hanno paura drizzano il pelo per apparire più temibili. Una funzione che nel corso dei millenni ha perso di utilità. Ciò che affascina è che abitiamo pelli differenti per sentire e sperimentare gli stimoli esterni: le esperienze non sono emozionanti per tutti allo stesso modo. Può capitarci di cambiar pelle. Di provare sensazioni a pelle. Di […]

... continua la lettura
Teatro

Luigi Tenco al TRAM: un tavolo, una sedia, una voce e una sigaretta accesa

Dal 18 al 20 gennaio, la Compagnia Liberaimago porta sul palco del TRAM di Via Port’Alba lo spettacolo “LONTANO LONTANO Luigi Tenco. Il giorno dopo”. Protagnisti Francesco Luongo, cantante e attore diplomato al Centro Internazionale di Ricerca sull’Attore, Francesco Santagata, esecutore dal vivo di alcuni brani di Tenco riscritti da lui. Testo e regia di Roberto Ingenito, che ha al suo attivo collaborazioni con Nuccia Fumo, Gigi Savoia, Luigi De Filippo, Mario Santella, Ugo Gregoretti, Manlio Santanelli, Velia Magno, Ernesto Mahieux, Lello Serao e oggi lavora anche per il piccolo schermo, a “Un posto al Sole”, e costumi di Rosario Martone. “LONTANO LONTANO Luigi Tenco. Il giorno dopo” La rappresentazione della Compagnia Liberaimago prende il nome da uno dei brani più noti della produzione artistica di Luigi Tenco, “Lontano lontano”, una canzone che infrange le catene dello spazio e del tempo e conduce in una dimensione surreale. Lo spettacolo, proprio come il celebre pezzo, si fa vortice evanescente e risucchia lo spettatore in un racconto schizofrenico dell’artista che non viene decantato, bensì cantato attraverso un monologo in prima persona. Non c’è la pretesa di voler vestire i panni dell’artista. Sul palco, infatti, ci sono solamente un tavolo, una sedia, una voce, una sigaretta accesa e quelle domande a cui non s’è mai potuto o voluto dar voce. “Lontano lontano è anche, forse, il luogo dove crediamo sia giunto, troppo in fretta, dopo la sua morte. Un altrove in un “non tempo”, uno spazio bianco, pieno solo, probabilmente, di una dannata, straziante, illuminata poesia” – afferma il regista Roberto Ingenito. In un momento in cui la musica italiana ristagna nelle melodie sanremesi, Luigi Tenco è considerato uno degli esponenti della scuola genovese, il gruppo che stava rinnovando la musica leggera italiana negli anni ’60, di cui fa parte anche Fabrizio De André. Il suicidio di Tenco scuote l’opinione pubblica nel 1967 a Sanremo, durante il Festival della Canzone Italiana, dopo l’esclusione del suo brano a favore di canzoni ben più frivole e meno impegnate. Al TRAM s’ipotizza un immaginario seguito a questa serata, supponendo le sensazioni che si sarebbero agitate nella mente di Tenco e ripercorrendo alcune fasi importanti della sua vita, come la relazione con Dalida (fra le prime persone ad averlo trovato senza vita). Tra le altre canzoni in gara la fatidica sera, ci sono “Non pensare a me” di Claudio Villa e Iva Zanicchi, che vince (merito di una “folla festante e distratta”), “Bisogna saper perdere” di Lucio Dalla (tu guarda l’ironia della sorte), “Cuore matto” di Little Tony, “La musica è finita” di Ornella Vanoni e “Io tu e le rose” di Orietta Berti. A “Ciao amore ciao” di Tenco viene preferita “La rivoluzione” di Gianni Pettenati. Luigi Tenco, icona di una protesta verso l’industria musicale italiana, la corruzione e il pubblico “Adoro il poker, dovrebbero insegnarlo a scuola. Offre la rappresentazione di tutti i rapporti umani che i bambini ritroveranno più tardi nella vita.” Recita Francesco Luongo. Nel poker non basta il coraggio. È necessario l’autocontrollo. Perché, spesso, si perdono […]

... continua la lettura
Musica

Canzoni anni ’60, il viaggio verso il Paradiso di un qualsiasi Dante odierno

Ci fu un tempo in cui non esistevano i mezzi e gli effetti di cui si dispone oggi per realizzare i dischi, eppure fu un tempo che mise al mondo stelle che continuano ancora a brillare, illuminando intere generazioni. Perciò ti propongo un viaggio attraverso alcune canzoni anni ’60, all’altezza di sintetizzare l’atmosfera musicale seduttiva di allora. Vorrei sottrarti all’Inferno per qualche minuto. Ti porto in Paradiso. Sessantesima cantica della Storia del Novecento (viaggio dall’Inferno per il Paradiso) Anno 2019. Il vecchio Caronte ci fa imbarcare sulla sua barca e, disgustato alla nostra vista, rei di aver prodotto musica orribile, ci scatarra in volto, alternando l’intonazione di una comune canzone dei giorni nostri a una bestemmia, in una sorta di contrappasso. Nessun’intro. Sound povero e scarno. Zero assoli strumentali. Ritornello/scatarro – strofa /scatarro – ritornello /scatarro. Bestemmia. E ricomincia. Caronte non ha pietà. Il tratto insieme a lui è una tortura, ma t’invito a mantenere la calma amico/a mio/a, perché siamo arrivati! Salutiamo e ringraziamo il nostro traghettatore, anche perché finalmente gli è passato il raffreddore e i suoi sputacchi presto diventeranno un lontano ricordo. Siamo giunti a destinazione. Li vedi questi schemi rigidi imposti dall’alto? Ti stanno facendo scaldare? La senti questa voglia di lotta? T’invade il bisogno di rivoluzione? Siamo catapultati nell’epoca degli sconvolgimenti sociali, siamo negli anni ‘60. Tocca a me guidarti. Non immaginarmi “angelicata”, non sono spirituale, non voglio indurti al bene, né alla salvezza eterna. Ho occhi da cerbiatta, basco di lana, caschetto corto e lenti sfumate color oro rosa. Il mio sguardo è seducente. Dimentica il tuo cane. Dimentica il tuo micio. Il tuo nuovo animale domestico sarà un maialino in terracotta che si nutre di lire, gli anni ’60 gridano al miracolo economico italiano! E, mi raccomando, contraccettivi a portata di mano, gli anni ’60 sono anni di liberalizzazione sessuale. Ehi, qui s’inizia a parlare di “sesso occasionale”, e si fa sul serio! Mettiamo su un po’di musica dell’epoca. Tu ascolta e sniffa questo profumo di libertà. Le canzoni anni ’60 che hanno fatto la storia Parigi, 1969. ’69… …69. Il famosissimo brano “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg, Arthur Greenslade e Jane Birkin viene pubblicato (udite, udite!) nel ‘69. Messaggio subliminale? Il simbolo del sommo rito sessuale che sopravvive ai giorni nostri e campeggia nei più svariati trattati di ars amatoria, è antico quanto il mondo. La sua pratica viene in qualche modo reitarata mediante la persuasione ipnotica di questa eccezionale canzone pubblicata nel ’69, che ci accoglie con un amplesso culminante in sospiri suadenti. Lei afferma «Ti amo!» E lui risponde «Neanch’io.», come se la donna dicesse il vero, presa semplicemente da un palpito di sensualità. Si ha l’impressione di ascoltare una conversazione tra due persone che hanno un vero rapporto sessuale. Radio e tv bandiscono il capolavoro erotico e il Vaticano lo scomunica, ma vengono venduti ben cinque milioni di dischi. In Italia, la canzone s’intitolerà “Ti amo…ed io di più“, con testo a cura di Claudio Fontana, […]

... continua la lettura
Attualità

Mutilazione Genitale Femminile, quando il corpo diventa una prigione

La Mutilazione Genitale Femminile (MGF) è una barbarie che include pratiche tradizionali che vanno dall’asportazione parziale del clitoride, l’escissione dello stesso, l’infibulazione e interventi vari di modifica sui genitali femminili, per ragioni non mediche. La vera motivazione delle Mutilazioni Genitali Femminili non è ancora stata accertata. Si pensa che si tratti di un sistema per preservare la verginità prima del matrimonio e la fedeltà coniugale e che conferisca, quindi, un’elevata moralità. È una tradizione culturale profondamente radicata in molti paesi africani, ma non soltanto lì. Le conseguenze delle Mutilazioni Genitali Femminili sono una più grave dell’altra: rapporti sessuali difficoltosi e dolorosi, possibili cistiti, ritenzione urinaria, infezioni vaginali, problemi e complicanze durante il parto e disagi psicologici. Il forte dolore che deriva da queste operazioni, fatte in totale assenza di anestesia, può causare shock. La più comune e quasi inevitabile conseguenza è l’emorragia. Nei casi estremi, si arriva alla morte della vittima. Nel corso di queste cerimonie spesso sono le stesse persone care alle vittime che si fanno registe di un vero e proprio teatro dell’orrore, protagoniste di un’atrocità tanto disgustosa, che viola diritti fondamentali delle donne. Mutilazione genitale femminile: una pratica necessaria alla buona riuscita di un matrimonio! In molti Paesi africani, in alcuni asiatici, ma anche in Australia, Canada, Stati Uniti ed Europa (sì, non si tratta di un fenomeno così lontano da noi!) c’è chi mutila i genitali alle bambine e alle ragazzine per purificarle da non so cosa. La sessualità femminile è soggiogata o ridotta in nome del controllo dell’uomo, che deve gustarsi lo scarto del regalino di nozze con coltello o lama alla mano (alla maniera di un macellaio) per tagliare la cucitura della vulva infibulata e penetrarla per primo. Già, perché la vagina di chi subisce la mutilazione genitale può essere chiusa a metà circa delle grandi labbra, con un foro per l’urina e uno per il flusso mestruale. Si tratta della pratica che prende il nome di “infibulazione” e deriva dal latino “fibula”, che significa “spilla”, “fermaglio”. A essere agganciata è la carne, di modo che la donna non entri in contatto con la sua parte selvaggia e ancestrale. “Nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità”. Scriveva Simone de Beauvoir. Questa paura atavica dell’uomo di non essere sufficientemente virile e potente è un cancro in questo mondo e dovremmo prenderne atto per superare questa secolare, cronica incomprensione di genere. La Mutilazione Genitale Femminile inibisce nella donna desideri e tentazioni di rapporti prematrimoniali, ma soprattutto la preserva e la difende da violenze e stupri. La donna non è un corpo da violentare e straziare, mi sembra ovvio, ma se capiti nel posto sbagliato e la cultura di cui è intriso non te lo dice, potresti essere desiderosa di efferatezze del genere, per te stessa e per le tue figlie, perché le giovani che non sottostanno a questo genere di tradizioni sono considerate promiscue e sporche. Penseresti che “lavarsi dalla vergogna per sempre” sia cosa buona e giusta, perché […]

... continua la lettura
Riflessioni culturali

Albero del Bene e del Male (il punto di vista di un alieno) | Riflessioni

L‘Albero del Bene e del Male nelle riflessioni di un alieno. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male del libro della Genesi rappresenta la Conoscenza Universale riservata a Dio. Nell’Eden si distinguono due alberi: l’Albero della Vita e l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male. Il primo dona l’immortalità e il secondo viene posto da Dio per dare l’opportunità ad Adamo ed Eva di scegliere se obbedirgli o meno, dal momento in cui dice loro di non mangiare il suo frutto. Per essere davvero liberi, Adamo ed Eva devono fare una scelta. Questo racconto è alla base della vera natura della realtà, che è fatta di infinite possibilità. Tutto ciò che vediamo dipende da una coscienza in grado di concettualizzare. L’Albero della Conoscenza del Bene e del Male spiegato da un alieno  Aspetto vagamente umano, nessuna sporgenza in mezzo al volto, testa abnorme, orecchie a punta e pelle blu; vengo dallo spazio. Sono stordito dal tripudio di colori e forme di questo pianeta. Ho alle mie spalle scogliere di velluto verde e fiumi scintillanti, mentre osservo le cime delle montagne raschiare il cielo. Il tramonto è una cosa bella. Per qualche istante si fermano gli ingranaggi della Terra e i pensieri volano via insieme ai gabbiani. Sorrido nel seguire la discesa sfavillante del Sole verso la fine della sua corsa. Mi ricorda gli umani. Il mondo è una cosa bella. È che piove poco e i laghi si seccano. Un virus aggressivo invade la Terra e la distrugge di giorno in giorno. Lo chiamano “male”. Ho visto gli uomini ricoprirsi di stoffa per la vergogna di mostrare il proprio corpo. Li ho visti prendersi gioco dell’amore. Li ho visti litigare, perché non hanno tutti lo stesso colore della pelle. Li ho visti farsi la guerra per portare la pace. Ho visto truffe. Ingiustizie. Lucchetti. Grate. Prigioni. Una volta, degli esseri umani si presentarono a me come “cristiani” e mi raccontarono di un Dio e due alberi, l’Albero del Bene e del Male e l’Albero della Vita. C’erano anche un serpente e una coppia, Adamo ed Eva. Mi dissero che si trattava della “storia del peccato originale”. Dio il Signore ordinò all’uomo: «Mangia pure da ogni albero del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non ne mangiare; perché nel giorno che tu ne mangerai, certamente morirai». (Genesi 2:16-17) La donna osservò che l’albero era buono per nutrirsi, che era bello da vedere e che l’albero era desiderabile per acquistare conoscenza; prese del frutto, ne mangiò e ne diede anche a suo marito, che era con lei, ed egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi ad entrambi e s’accorsero che erano nudi; unirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. (Genesi 3:6-7) Adamo ed Eva scelsero di disobbedire a Dio e, da quel momento in poi, il male afflisse il mondo. Mi allontanai dai cristiani e colsi un’arancia. Aveva un colore caldo e intenso, la forma sferica e la buccia ruvida. L’assaggiai, […]

... continua la lettura
Teatro

Franco Califano al Tram, “Io francamente” di Ivano Bruner

Ieri sera, al TRAM, è stato inscenato “Io, francamente”, uno spettacolo su Franco Califano scritto e diretto da Ivano Bruner con Ivano Bruner e Anna De Dominicis, con la collaborazione di Eduardo De Dominicis e Anna De Dominicis. “Io, francamente” inaugura il tris di spettacoli che il Tram dedica, in questa stagione teatrale, al mondo della musica. Triade completata da “Lontano lontano” (dal 18 al 20 gennaio 2019), incentrato sulla vita di Luigi Tenco, e “Break on Trough” (dal 29 al 31 marzo 2019), che tratta la storia di Jim Morrison. Il racconto biografico del “Califfo” diventa pretesto per parlare di quest’artista dall’aria da conquistatore e la penna di chi sa andare in profondità a cogliere sentimenti universali e occasione per commemorare i suoi compromessi con un mondo difficile. Una vita costellata dal sesso, dagli eccessi, dalla disillusione e dal cinismo, che conosce alti e bassi e che diviene la poetica esistenziale di tutta la sua produzione artistica,  in cui l’amore viene sempre preso a calci dalla realtà. Un’esistenza che lui accetta, evitando qualunque scelta previdente di vita possa farlo sentire prigioniero. Franco Califano è stato un cantautore consacrato alla libertà più assoluta. “Io, francamente”, la vita bizzarra e controcorrente di Franco Califano al Tram Sabato sera, 8 dicembre. A Port’Alba, l’odore dei libri antichi, moderni e scolastici delle sue bancarelle diurne si dissolve in quello di una rosa putrefatta, fino a divenire aria fredda e pungente che ti entra nelle ossa. Ha l’aroma rancido della solitudine, della stanchezza e della miseria. La fragranza inconfondibile della tristezza. Il teatro Tram di via Port’Alba porta sul palco la vita di un uomo che aveva una chitarra per amica e con voce malandata cantava e suonava la sua libertà: il grandissimo talento, poeta del romanticismo romanesco, Franco Califano. L’uomo che è stato insignito della laurea honoris causa in Filosofia da parte dell’Università di New York per la vita vissuta, per aver scritto una delle più belle pagine della Canzone Italiana, facendo vincere la pratica sulla teoria. Una personalità oscura e splendente, dalla sensibilità straordinaria. Un artista scomodo affamato di vita, che ha vissuto senza mai lasciare spazio all’ipocrisia. Un poeta maledetto, che ha musicato il suo pensiero ed è stato capace di parlare con grande schiettezza dell’illusione romantica che l’ha spinto a cercare il vero amore e della disillusione per non averlo trovato mai. Un seduttore seriale di donne che ha vantato di averne avute per sé millecinquecento circa. Un concentrato d’irrequietezza e mediocrità, brutalmente autentico, che prende coscienza della sua profonda solitudine, causa della smaniosa ricerca di un’assoluta libertà. Raccontare in poche righe quest’uomo di successo, bello come pochi, vulcanico e sensibile e alla continua ricerca solitaria della passione sarebbe pura follia, ma Ivano Bruner è riuscito a restituirci l’intero universo di quest’artista militante, perennemente sull’orlo del precipizio, sempre a testa alta, in meno di un paio d’ore. Ambientazione scarna  e qualche luce soffusa. Rossetto rosso sulle labbra. Voce rauca e profonda. Linguaggio diretto e tagliente. Borotalco sul viso. Bruner si fa saltimbanco tra […]

... continua la lettura