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Eroica Fenice

Teatro

Storie d’Amore e Morte al Parco Virgiliano

Il 25 maggio si è tenuta la visita storica teatralizzata notturna del parco Virgiliano, dove gli spettri di donn’Anna Carafa e della regina Giovanna II hanno svelato le verità circa le loro storie d’Amore e Morte, lasciando agli spettatori, come da tradizione, i numeri legati alla loro apparizione. Una serata tenebrosa, in un posto solitario e suggestivo, dai contorni ridisegnati dal maltempo. In un luogo che ha assunto sembianze davvero oscure grazie alle narrazioni appassionate della storica Laura Miriello e alle talentuose interpretazioni dell’attrice Adelaide Oliano. A tu per tu con gli spiriti della collina maledetta di Posillipo: Storie d’Amore e Morte Napoli. Ci troviamo a strapiombo sul mare nella zona collinare di Posillipo, nome che deriva dal latino Pausillypon, “luogo di pace e di ritrovo”. (Certo, come no!) Siamo immersi in questa macchia mediterranea, mentre in cielo i colori si espandono, il sole viene inghiottito dal mare e, improvvisamente, comincia a piovere. Come a volerci avvisare di stringerci gli uni con gli altri sotto i nostri piccoli ombrelli. Come a volerci suggerire di stare più vicini tra noi lungo i viali del Parco Virgiliano, nel quale ci stiamo addentrando. Pare che di notte, infatti, dalle acque partenopee emerga, da secoli, una folla di spiriti inquieti con il loro bagaglio di storie d’Amore e Morte, per infestare il dedalo di sentieri di questo posto. Siamo, appunto, nel quartiere di Napoli in cui sono avvenuti più suicidi e più omicidi che non hanno una soluzione. È chiaro che c’è qualcosa che non va con il nome di “Pausillypon”, spiega Laura Miriello, dal momento che i luoghi meravigliosi di questa collina, anziché calmare l’anima, sembra che, in qualche maniera, occultassero da moltissimi secoli coloro che ci abitano in un alone di depressione e tristezza, tanto da spingerli persino a suicidarsi, dopo essere stati travolti da una valanga di sfortune e disastri personali. Il cantante napoletano Liberato, di questa situazione, ne ha fatto una canzone. “Gaiola Portafortuna”. Un canto d’amore moderno piuttosto coraggioso, che sembra sfidare la maledizione che aleggia nella misteriosa isola situata di fronte a Posillipo, al centro del Parco Sommerso, con lo scopo di spezzarne l’incantesimo. Leggende e miti a parte, è noto che la collina di Posillipo si crea attraverso l’ennesima eruzione tufacea e la cava, che si protende da Pozzuoli fino alla costa di Posillipo, ha quasi la forma di una sirena e, come una sirena o come una donna gravida (così la vedevano all’epoca gli antichi), raccoglie nel suo seno, un’area di forza geomagnetica. Quest’area è la Valle dei re del Parco Virgiliano. Moltissimi speleologi e studiosi hanno confermato che quest’unione tra fuoco, aria e acqua creerebbe una sorta di alchimia propria degli elementi naturali che spingerebbe, probabilmente, gli abitanti del luogo a vivere stati emotivi al limite. Prima che il parco fosse inaugurato, le genti di Posillipo arrivavano nella zona per pregare, meditare e passeggiare, ed è proprio nella Valle dei re che al tramonto vi è da sempre il maggior numero di apparizioni di figure […]

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Voli Pindarici

Reminiscenza di una fredda stagione infinita. Non aprire quel guardaroba!

Mentre frugo distrattamente nel mio guardaroba, vengo paralizzata da una reminiscenza della scorsa stagione. Fredda. Mai giunta al termine. Tra i cappotti sospesi si srotolano giornate scandite da un ritmo deforme, disteso, infinito. Il mio guardaroba si muta in una sorta di traforo nel tempo di una periodo psichedelico, fatto di linee sinuose e fluenti, disegni asimmetrici e colori freddi e contrastanti. Ho un guardaroba pieno di roba, ma non ho nulla da mettere, solo una vaga reminiscenza di roba. È una roba da matti aprire, di sera, ‘sto guardaroba non ancora riorganizzato. Tra gli appendiabiti fa capolino la reminiscenza di un’aria fredda e pungente, che non vuoi più respirare, per pietà di trachea e polmoni. Quegli indumenti non ancora abbastanza pesanti per poterli esiliare, eppure così esageratamente ingombranti, all’imbrunire vengono regolarmente inghiottiti da una dimensione onirica col suo velo sinistro di melanconia e tempesta. Il guardaroba non è il posto ottimale per le dimenticanze, lo si riempie di abiti che prendono le nostre sembianze, cuciti con la matassa di fili che è il nostro groviglio di esperienze, intenti a intrappolare per sempre le loro vaghe reminiscenze. Ricordi di sensazioni affievoliti dalla prepotenza del tempo, pensieri fioriti e appassiti con la stessa velocità di quelle viole che sbocciavano con le nostre parole «Non ci lasceremo mai, mai e poi mai». Un guardaroba non ripulito dai vecchi ricordi dà quasi l’impressione che esso respiri, e tu puoi giurarci. Ho un guardaroba in cui la mia anima riesce a specchiarsi, ma tra le varie indecenze, ripesca solo ricordi e reminiscenze. Le pallide tracce di un passato neanche troppo remoto svaniscono solo se colpite dai raggi di sole che finalmente s’infilano tra le ante, al mattino. Ho un guardaroba così pieno di roba che nemmeno la camicia bianca trovo più, quel capo perfetto che sta bene con tutto ed è sempre d’effetto. Riesco a scorgere solo la reminiscenza di una tazza di tè fumante e della gelida disciplina del cuore in inverno. Guarda, che roba! Tutto informe e ammucchiato, nulla ordinatamente piegato. Nel mio guardaroba s’intravedono una coperta con pezze a colori, tante quante sono le gaffe e gli errori di un’intera stagione, e poi un dolcevita a girocollo e uno a collo alto. Un collo per ogni occasione. Un collo per ogni ricordo. Un collo per ogni versione. Ho un guardaroba che è pieno di roba, che ci posso fare. Rincorro con lo sguardo una furente nostalgia che si perde tra i maglioni variopinti. I pois delle calzamaglie si mutano in cerchi e spirali, che prendono a incrociarsi e a riorganizzarsi. Le felpe, in primo piano nel mio guardaroba, conservano il proprio calore rassicurante e il loro cappuccio, che mi ha riparata da brezze inaspettate, sta lì a ricordarmi quanto non avesse neanche mai preteso il ferro da stiro. Volgo uno sguardo al mio guardaroba rigurgitante di roba, e tiro un sospiro. Ossa di scheletri che di corpi non ne sostengono più, sono ancora nascosti laggiù, in fondo a destra, e stanno […]

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Libri

Stiamo calmi. – Il libro geniale di Saverio Raimondo (Recensione)

Saverio Raimondo, l’autore del saggio umoristico “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, edito da Feltrinelli nel 2018, è un artista, attore e comico-satirico, cresciuto a pane e ansia da sua madre che, come un’infermiera malefica, gli ha affondato il suo siringone di apprensione in vena, sin da bambino, quando gli si metteva vicino e gli ripeteva ossessivamente «Mangia, che stai morendo». Inizio subito col dire che sconsiglio vivamente il libro di Saverio Raimondo. Quando si arriva alla sua terz’ultima pagina, s’impiega circa una settimana per prendere il coraggio necessario a terminarlo e, una volta finito di leggere, ci si sente soli anche in mezzo ad altre persone. Le giornate si trasformano in un tunnel buio e senza via d’uscita. È possibile che si sperimenti uno stato d’angoscia così forte, che le opere di Edvard Munch, a confronto, diventano cose allegre. La sensazione di quando si giunge all’ultima pagina di “Stiamo Calmi.” è quella che proverebbe una ragazzina super innamorata che viene di punto in bianco lasciata da quel ‘moroso sempre così premuroso e presente, abbandonandola crudelmente in uno stagno di dolore intollerabile. Sì, perché lui le faceva compagnia, strappandole puntualmente un sorriso o una grassa risata, in treno, in metro, in pausa-pranzo, sul lungomare quando voleva prendere una boccata d’aria fresca. Pure in bagno. Stiamo calmi di Saverio Raimondo, recensione Sagace e geniale. Voi, ci avete mai pensato a un’alleanza partitica tra depressi e ansiosi? Gli unici che potrebbero “dare vita a un nuovo Movimento Pessimista, in grado di ascoltare i rumori gastrici della Pancia del Paese e guidare l’Umanità verso il futuro?” Già, perché sarebbero gli unici a poter dare ancora alle persone qualcosa in cui credere: al peggio. Gli ottimisti, invece, non hanno più nulla da dire. Scommetto che no, non ci avevate pensato prima di Saverio Raimondo, il promotore di un mondo non più spaventoso, bensì spaventato, dove l’ansia e il senso di colpa (unico baluardo di civiltà rimastoci, a suo avviso) sarebbero le regine della sicurezza. In una società in preda al terrorismo globale, la crisi delle istituzioni, la rivoluzione digitale, la disoccupazione, il crollo del sistema economico, la Terza guerra mondiale, che non sappiamo quando è cominciata, dove si combatte, come, perché, né contro chi, Raimondo fornisce un punto di vista eccezionale su uno dei mali che maggiormente ci affligge: l’ansia. Questo gigante della risata ci consegna un cocktail rivoluzionario di argute provocazioni e speculazioni umoristiche sul tema dell’ansia. L’ansia, ad esempio, sarebbe un ottimo anticoncezionale. L’ansioso, che non reggerebbe lo stress di una relazione clandestina, oltre a temere le malattie, in una relazione monogamica, sarebbe il vero principe azzurro. Che è anche il colore dello Xanax. “Stiamo calmi” è corredato, inoltre, da un originalissimo glossario di parole, le cui definizioni sono state scritte direttamente dalla sua agitazione. Fra queste, i “problemi” risultano essere “ciò di cui è fatta la materia”. Quello di Saverio Raimondo è un meraviglioso elogio dell’ansia, perché se si è ansiosi vuol dire che si […]

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Teatro

Vincenzo Comunale, una ventata d’aria fresca al Kestè

Vincenzo Comunale al Kestè | Recensione Vincenzo Comunale, giovane talento comico, conquista il pubblico del Kestè in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, con il suo spettacolo di Stand Up Comedy “Titolo provvisorio”, la sera del 19 aprile. Il titolo del suo monologo rende bene un aspetto che è peculiare della situazione esistenziale generale odierna, la precarietà. Il ragazzo conferma le sue doti comiche e, con franca ironia e molta leggerezza, riesce a mettere in luce le contraddizioni e le distorsioni di una mentalità per certi versi gretta e ancora molto diffusa nella nostra società, dando luogo a un monologo frizzante e dinamico e tenendo alta l’attenzione del pubblico dall’inizio alla fine. Lo spettacolo di Vincenzo Comunale Vincenzo Comunale, napoletano, classe 1996, è tra i più giovani stand up comedians italiani. Si fa notare presto nei circuiti di Stand Up Comedy e in tv (come protagonista a Zelig) e ottiene importanti riconoscimenti, come il “Premio Massimo Troisi” in quanto “Miglior Comico” (per ben due anni consecutivi), il premio della giuria tecnica al “Festival Nazionale di Cabaret Re di Bronzo”, e arriva finalista alla XX edizione del “Festival Nazionale BravoGrazie – La Champions League della Comicità”. Il nostro comico dispone le carte sul tavolo e se le gioca con maestria, snocciolando temi come la pigrizia, l’attesa, l’ansia, la depressione causata dai ritmi frenetici, il difficile rapporto tra genitori e figli, quello con Dio, la politica, l’economia e il razzismo. Analizza a suon di battute ironiche e taglienti il fallimento della nostra società per approdare a una conclusione drammatica, ma colma di speranza. La verità è che siamo tutti delle m**de, ma “se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori”, diceva il buon Fabrizio De Andrè. Per questo è importante prenderne consapevolezza, secondo Vincenzo Comunale. La coscienza genera la volontà. La passione per la recitazione e la comicità ha bussato presto alla porta di questo ragazzo che, salito sul palco per la prima volta a dodici anni, non è voluto più scendere e il nostro augurio è quello che possa metterci le radici. Ascoltare Vincenzo Comunale su un palco significa avere l’impressione di essere seduti davanti a un bar insieme a un amico sincero che non sta lì ad autocelebrarsi o a leccarti il c**o, ma ride con te della vita e della tragicomicità che è insita in lei. Lo fa in maniera naturale e senza orpelli. Con maturità e senso critico. Soprattutto, c’è un’estrema sensibilità nelle sue parole, una sensibilità acuta e “diversa”. La sua comicità è una ventata d’aria fresca che speriamo possa farsi sempre più spazio nel nostro panorama artistico. “Titolo provvisorio” è una sorta di “best of” dei suoi due one man show precedenti (“Quasi Adulto” e “Sono confuso, ma ho le idee chiare”) che ha portato in tour in vari teatri e locali d’Italia. Ad aprire lo spettacolo è Gina Luongo, una bravissima comedian che ha parlato dell’amore ai tempi dello stalking, suscitando l’ilarità di tutti, nonostante l’argomento scottante. La complessità del tema scelto e […]

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Teatro

Vincenzo Comunale prestissimo sul palco del Kestè | Intervista

In questa difficile era dei social, dove molti ragazzi credono di far ridere i propri followers (senza riuscirci nemmeno per sbaglio), dove vanno forti i tormentoni e vige quel tipo di umorismo da pacche sulle spalle fondato su aberranti stereotipi, si accende una speranza: Vincenzo Comunale. Un monologhista napoletano di ventitré anni che, con determinazione e umiltà, ha sempre studiato e continua  a farlo per non profanare l’arte della comicità e alimentare i suoi talenti e le sue passioni. Abbiamo avuto il piacere di ascoltare un pezzo di Vincenzo Comunale al Kestè proprio di recente, e Napoli può ritenersi orgogliosa dei figli che mette al mondo. La comicità di Vincenzo, infatti, le somiglia: semplice, luminosa, alla portata di tutti e dall’ironia trascinante. Ma soprattutto matura, e in pieno stile Stand Up. In occasione del suo prossimo spettacolo, che si terrà venerdì 19 aprile al Kestè, ho scambiato due chiacchiere con lui. L’intervista a Vincenzo Comunale Se dovessi rappresentarti con un personaggio di una serie tv comica, quale sarebbe il primo a venirti in mente? Domanda difficile! Il primo che mi viene in mente è Chuck Burtowsky, della serie tv “Chuck” (action-comedy): un nerd che viene costretto dal “destino” a tirar fuori la parte migliore di sé. In realtà, credo ci sia un po’ di ognuno di noi anche nei vari personaggi di “How I Met Your Mother”: sognatori come Ted Mosby, determinati come Robin, innamorati e fedeli come Lily e Marshall… mi piacerebbe dire di essere anche Barney Stinson, ma l’unica cosa che condividiamo sono le cravatte orribili. Giovane e stracolmo di passione. Come hai trovato la tua strada? In maniera naturale, spontanea. È questo il bello delle passioni: non te le vai a cercare, sono loro che all’improvviso bussano alla tua porta e ti fanno capire che non puoi farne a meno per essere felice. Sono salito sul palco per la prima volta a dodici anni e non sono voluto più scendere. Ho scoperto nella Stand Up Comedy la forma d’arte a me più congeniale per esprimere ciò che avevo da dire e ho iniziato a scrivere i miei pezzi. Veicolare dei messaggi attraverso la risata è un lavoro difficile e soddisfacente. Non c’è niente di più bello di sentire la gente ridere (a meno che tu non sia nudo). Regista, sceneggiatore, attore, autore e comico. Quali sono i panni in cui ti senti più a tuo agio? D’istinto, mi verrebbe da dirti in quelli del “comico”, perché è il ruolo nel quale mi identifico meglio, che sento più “mio”. La comicità è una dimensione nella quale riesco a muovermi più agilmente; salire sul palco e fare il comico mi rende felice. In realtà, però, la cosa importante per me è esprimermi, mostrare il mio punto di vista, i miei contenuti; farlo tramite un monologo comico è ciò a cui sono più abituato, ma il cinema resta la “grande ambizione”; sento di poterci riuscire anche rivestendo il ruolo di regista e sceneggiatore (cosa che, anche se in piccolo, sperimento […]

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Napoli e Dintorni

Galleria Borbonica, tour in zattera nei meandri di Napoli

Galleria Borbonica di Napoli: visita guidata tra fascino e mistero | Opinioni Domenica 31 marzo, alle ore 19.30, la Galleria Borbonica di Napoli ha fornito una grande occasione per avventurarsi nel mondo della speleologia, in un percorso sotterraneo che trasuda storia, venuto alla luce grazie all’amore per la propria terra dei volontari dell’Associazione Culturale Borbonica Sotterranea. Armati di casco arancione e torcia, i partecipanti, dopo un gustoso e ospitale aperitivo, sono stati guidati in una meravigliosa visita in zattera sulla falda acquifera sotterranea che scorre sotto la galleria abbandonata della linea L. T. R. (Linea Tranviaria Rapida, mai completata) e in un percorso suggestivo, lungo l’intreccio di storie che la terra dei Napoli custodisce gelosamente nei suoi meandri. Galleria Borbonica: Napoli tra luci e ombre Napoli è una città in bilico tra luci e ombre. Lo si capisce volgendo uno sguardo oltre la foschia del cielo che domina il suo mare, per intravedere l’isola di Capri, o attraversando la luminosa Galleria Umberto I, per ritrovarsi catapultati in quartieri senza aria, dalle case lesionate dall’umidità. Basta passeggiare per le strade del suo centro storico per assorbire la passione, ma anche l’ansia che trasmette la grandiosità e la sofferenza di una storia che accomuna una popolazione unica nel suo genere. Napoli è immersa nella semioscurità. È un chiaroscuro di vicoli e piazze, di odori e sentimenti, di strati vecchi e strati nuovi e non ci si può fermare in superficie per godere della sua miriade di volti, perché il ventre di Napoli cela tesori ancor più affascinanti. Il sottosuolo di questa città chiassosa, infatti, ha inghiottito silenziosamente tesori, storie, cunicoli, pozzi, cisterne e gallerie. La Galleria Borbonica è un piccolo capolavoro d’ingegneria civile commissionata dal re Ferdinando II di Borbone (progettato da Enrico Alvino nel 1853), che voleva assicurarsi, in caso di sommosse, una via di fuga da Palazzo Reale verso il mare e garantire all’esercito la possibilità di un rapido spostamento dalle cisterne situate nell’odierna Piazza del Plebiscito. Si tratta di un lavoro mai portato a termine per le difficoltà incontrate durante gli scavi e per gli sconvolgimenti politici al tempo dei Borbone. Nel 1943 fu utilizzata come rifugio antiaereo e, successivamente, come deposito di veicoli sequestrati e affidati in custodia al Comune di Napoli. Lungo il percorso, infatti, è possibile ammirare auto e moto d’epoca. Ci sono persino i pezzi di un monumento scolpito in memoria di Aurelio Padovani, fondatore del fascio napoletano, smantellato e occultato alla caduta del regime. Attraverso un breve cunicolo è stato possibile ammirare lavorazioni idrauliche di eccezionale fattura e una piccola cisterna dove sono visibili le croci incise dai “pozzari”, utilizzate come strumento per tutelarsi dai pericoli legati al loro lavoro. Nel frattempo, è stato possibile godere della narrazione della guida della fascinosa leggenda del “Munaciello”, spiritello delle case, benevolo e dispettoso, identificato proprio con questi “pozzari”, che usavano le vie sotterranee e avevano libero accesso alle abitazioni, dove spesso solevano derubare i proprietari e “consolare” le signore sole, per poi sparire sotto il mantello […]

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Libri

Casa Mango, intervista ad Andrea Errico e Ruben Curto

Casa Mango è un fumetto ideato da Andrea Errico e Ruben Curto liberamente ispirato alle esperienze di convivenza dei due autori a Napoli. Un progetto autoprodotto e autofinanziato dall’etichetta Artsteady, fondata da Andrea Errico nel 2013, che verrà presentato in occasione del Napoli Comicon 2019 con il primo inedito numero. Gli autori hanno ideato congiuntamente il progetto, realizzandone la caratterizzazione e il mood generale. Le tavole sono state disegnate da Ruben Curto e rifinite a china da Andrea Errico. Il primo albo è previsto in anteprima per l’XXI Salone Internazionale del Fumetto di Napoli, dal 25/04 al 28/04. Di genere politicamente scorretto, con situazioni surreali che vanno a intrecciarsi a situazioni verosimili, Casa Mango narra delle storie comiche e strampalate di due coinquilini e un piccione. L’intento è quello di creare una serie leggera e divertente che si racconta attraverso episodi auto conclusivi, snocciolando volta per volta le difficoltà intrinseche di una generazione di millennial in un ambiente sempre permeato da caos, disordine, degrado e disagio. Ricco di riferimenti all’attualità, ben mescolati con un umorismo a tratti demenziale, pungente e sarcastico, Casa Mango prosegue la linea editoriale precedentemente segnata dal collettivo Artsteady, con progetti quali 47 Deadman Talking e Storie e Merd. Casa Mango, Andy, Josè e Piccione Chi ha vissuto o vive un’esperienza di convivenza con estranei, lo sa. La prima volta in cui vengono ad aprirti la porta di quella che sarà la tua futura casa per un determinato tempo X, non sai mai chi e cosa aspettarti. Allora pensi al peggio e inizi a fantasticare su creature improbabili, animali con tre teste e zombie, ma poi aprono alla porta e capisci che la realtà supera la fantasia. Impugni stretta la moneta da un centesimo trovata a terra l’attimo prima, dai una sfregatina al braccialetto dell’amicizia preso abilmente alle bancarelle insieme al tuo compagno di merende durante la gita di seconda media e ti fai il segno della croce, per pura scaramanzia. Entri e niente è più come prima. Lo zombie sei tu, come tutta la popolazione che si trova al di là della soglia di casa, le loro noiose conversazioni e ogni tipo di formalità. La nuova casa si fa rifugio e, come nell’ “Alba dei morti viventi”, ti muti anche tu col tempo in un sopravvissuto all’epidemia esterna nella tua nuova fonte di sostentamento, con i tuoi nuovi amici. Lo stesso vale per Andy, Josè e Piccione, i protagonisti del fumetto Casa Mango. Per loro la convivenza non è facile. Sarà perché sono costantemente squattrinati, sarà che campano alla giornata, sarà che le pentole sono sempre troppe da lavare e per una che pulisci ce ne saranno sempre dieci ad aspettarti. Sarà che le avventure non mancano mai, ma a fine giornata una costante resta: Casa Mango li accoglierà sempre. Per il Comicon verranno presentati due episodi di dodici pagine ciascuno. Nel primo episodio (scritto da Ruben Curto) vedremo i due don Giovanni confrontarsi con tecniche di approccio, adoperando improbabili metodi basati su strampalati criteri scientifico/sociologici. […]

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Teatro

Saverio Raimondo, incontro del terzo tipo al Kestè

Come anticipato nella precedente intervista, Saverio Raimondo si è esibito al Kestè, domenica sera 17 marzo. L’umanità è sommersa da miriadi di dubbi e, probabilmente, molti di questi non li risolveremo mai. Allora ci armiamo di pazienza e facciamo filosofia e ci serviamo del potere dell’immaginazione e ricorriamo alla scienza o alla religione, ma molti sono i quesiti a cui non siamo riusciti a dare ancora una risposta: da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Esistono gli extraterrestri? Sapete, con l’approdo di Saverio Raimondo a Napoli, alla luce di quanto assistito domenica al Kestè, sono pronta a fornirvi le prove di vita aliena nel cosmo. Agli scettici mi sento di dire:«Vi tengono nascosta una verità indicibile, le testimonianze dell’esistenza aliena sono inopinabili e dovreste seguire Saverio Raimondo per convincervene». Non ho ben capito da quali viaggi interstellari provenga questo straniero, ma certo è che lui non appartiene al pianeta Terra. Non è verde e non è dotato di navicella spaziale. Possiede ben tre occhi, di cui uno grandissimo, che è quello comico. È lungo di poco, ha una voce buffa ed è alquanto indisciplinato, ma la sociologia aliena è materia ancora tutta da esplorare e non sono riuscita a redigere una tesi psicosociale in merito per spiegare la genialità che si cela nella sua irriverente comicità. Saverio Raimondo e il suo spettacolo Ad aprire lo spettacolo del 17 marzo ci pensano Maristella Losacco, con la sua irriverente comicità al femminile e un’adolescenza travagliata alle spalle, e Vincenzo Comunale, un giovanissimo talento partenopeo della comicità che, con sguardo vigile nei confronti della realtà, riesce con maestria a scaldare il pubblico di Saverio Raimondo. Quella di Vincenzo è una personalità artistica luminosa, dall’anima zen e il senso dell’umorismo trascinante. La sua positività è contagiosa. A breve, tra l’altro, sarà in scena il suo primo spettacolo al Kestè. Saverio Raimondo si è presentato al pubblico coniugando i congiuntivi, a causa del suo timore di essere scambiato per Di Maio, considerata l’innegabile somiglianza. Stiamo parlando di un’eccellenza della satira odierna, ma prima ancora Saverio Raimondo è un ansioso, sin dalla nascita, grazie a una madre apprensiva. L’ansia è, praticamente, la sua forza. Saverio ha scritto un libro su di essa (dal titolo Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia) perché ritiene che l’ansia meriti di trionfare su una civiltà che vive un’epoca di deresponsabilizzazione collettiva. Così ha imparato a convivere e a scherzare su questo sentimento, che per lui rappresenta ormai la forza motrice che lo spinge a migliorarsi. Nel suo tipico stile americano e senza mai prendersi sul serio, in un cocktail di humour surreale, comicità demenziale e paradossi, il nostro satiro offre il suo punto di vista politicamente scorretto sulle contraddizioni più profonde della società. Ci parla di disabilità, di Chiesa, di donne, di sesso, di perversioni feticiste (e di cunningulus!) con uno spirito estremamente romantico e sentimentale, ma a questo punto mi limiterei a mostrarvi una foto, perché ogni mia parola non sarebbe abbastanza. La satira di […]

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Teatro

Saverio Raimondo presto a Napoli (Intervista)

Previsto incontro del terzo tipo al Kestè, domenica sera 17 marzo: l’autore e attore comico-satirico Saverio Raimondo approda a Napoli. Goffo e spesso “marziano” rispetto al mondo che lo circonda, Saverio Raimondo proviene da non so dove. Sicuro è che appartiene a una razza aliena simpatica. Ergo, vorrei tranquillizzarvi, non ha intenzioni bellicose. Tutt’altro! Resterà tra noi giusto il tempo di strapparci qualche risata. Riccardo Staglianò lo ha definito “l’unico stand up comedian italiano che sembra vero”, Aldo Grasso “il più bravo comico in circolazione”, Riccardo Bocca “il miglior satiro attualmente in Italia”. Eroica Fenice è onorata di annunciarvi che ha avuto l’immenso piacere di fare una chiacchierata con questo gigante della comicità italiana. Saverio Raimondo, l’intervista Saverio Raimondo si definisce un tipo ansioso e ha scritto un libro sull’ansia, “Stiamo calmi. Come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare l’ansia”, una sorta di guida all’ansia in cui viene illustrato il mondo di tale emozione e quest’ultima viene difesa, perché Saverio pensa che l’ansia faccia bene. Nonostante i tempi che corrono oggi, esistono ancora personalità “tranquille”, che affermano di non conoscere l’ansia. Dì loro qualcosa, per favore. Essere tranquilli al giorno d’oggi è impossibile, non c’è alcuna ragione per esserlo. Se non siete ansiosi, io fossi in voi mi preoccuperei: c’è qualcosa che non va. Fatevi controllare. La “Stand Up” non richiede maschere, è una forma d’arte che brilla di libertà, a partire da quella di essere se stessi. Un ansioso come può mai sentirsi libero di sprigionare la propria essenza? Se si crea la giusta intimità fra artista e pubblico, un ansioso non vede l’ora di condividere le proprie preoccupazioni con qualcuno, e contagiarlo a sua volta. Proviamo a ricordare la tua prima volta su un palco. Credo sia stato alle elementari! Qualche recita scolastica. Sicuramente feci Jafar in una trasposizione in inglese de “Il Re Leone”, in quarta elementare. La prima volta che ho fatto ridere su un palco, invece, è stato al concerto di Natale in terza media. Da allora non ho più smesso di far ridere; con le medie sì. Poi, sul palco come “stand up comedian”, la prima volta è stata dieci anni fa, con “Satiriasi”. Cosa rappresentano per te un palco, un’ambientazione scarna, un microfono, un nome e un cognome? La condizione ideale per fare comicità: quando fai ridere con te stesso e di te stesso non hai bisogno di altro. E la tv? Ha molte più potenzialità linguistiche, in tv mi piace ibridare i linguaggi e sfruttare più tecniche. Mi parleresti dell’esperienza lavorativa in tv di cui vai più fiero? Sicuramente “CCN”, il mio programma su “Comedy Central” giunto quest’anno alla quinta stagione, è l’opera televisiva che più mi rappresenta. Me lo sono cucito addosso, e ancora oggi mi permette di sperimentare con successo idee e registri comici. Come hai scovato il tuo lato comico? Allo specchio. È bastato guardarmi, e sentirmi parlare, per trovarmi ridicolo. Qual è la ricetta per una buona performance, secondo Saverio Raimondo? Il posto dove ti esibisci. […]

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Libri

Marco Di Caprio e il suo Horror vacui (Recensione)

Marco Di Caprio, classe ’89, di Aversa, è l’autore del libro dal titolo Horror vacui, locuzione latina che letteralmente significa “paura del vuoto”, pubblicato da L’Erudita nel 2017. Di Caprio si laurea in Filologia all’Università “Roma Tre” e si occupa di narrativa, saggistica e critica musicale. Ha già pubblicato un romanzo, Il mistero dell’Isola di Pasqua (2008), e un saggio, Cromatismi nella lirica trobadorica (2013). Horror vacui, il libro psichedelico di Marco Di Caprio Horror vacui di Marco Di Caprio è il continuo gioco sinestetico, fatto di armonie visuali e di un indistinto fluire sonoro, della mente confusa, paranoica e nevrotica di un uomo, sospeso sempre fra il ruolo di vittima e quello di carnefice. Uno spirito baroccheggiante attraversa ogni pagina, che esala paura di morte, consapevolezza dell’inutilità della vita e disadattamento. Sono barocco nella mia scrittura e nella mia anima, ma che cos’è l’anima non lo so. Qual è la mia psyche? La mia tyche? Quali assiomi e quali teorie? Urla nevrotiche avvolgono la materia informe nel caos primordiale, e un’energia incolore frena la scomposizione della luce iridescente del prisma.  Si tratta di un libro psichedelico, che va letto con le cuffie nelle orecchie. Repentine accelerazioni, riff spaventosi, ritornelli ossessivi, tastiere cupe e assoli costituiscono l’atmosfera oscura e malata di questa surreale sinfonia, la sinfonia di un matto, “nata da frammenti e rottami vari”, che si capisce pagina dopo pagina essere rinchiuso in un ospedale psichiatrico. L’uomo trova sollievo al suo malessere solo attraverso un rapporto totalizzante e una passione viscerale per il sesso e per la musica. Nel libro è palpabile il terrore del vuoto, che il protagonista è portato a riempire in modo compulsivo con i suoi pensieri e le sue meditazioni, pasticca di antidepressivo dopo pasticca, con la speranza che la morte lo separi dal suo corpo, presenza che gli risulta troppo molesta. L’atmosfera è sempre tesa. Il linguaggio di Horror vacui parla per immagini, che appaiono disordinate e senza senso, perché frutto di vacui ragionamenti. La sua scrittura richiede attenzione, per la ricchezza di sfumature, e tende a imprigionare il lettore nella malia del nostro eroe maledetto. Quest’ultimo non riesce a coltivare relazioni umane sane, al contrario, esse sono complicate, disperate, a partire da quelle con la sua famiglia. Egli, infatti, vede morire il padre, e la sua morte viene smaniosamente considerata e riconsiderata in tutto il libro, con grosse difficoltà di accettazione. L’assenza del padre strappa al protagonista i  suoi sogni, le sue speranze e ogni illusione che lo teneva in vita, prima di allora. Una volta che il padre spira, la sua mente non conosce più riposo e perde completamente l’ardore dei suoi interessi e la fiducia nel prossimo, intraprendendo  così una nuova vita in cui il tempo gli scorre davanti in un montaggio d’immagini informi e le parole sono vane, arcaiche e non parlano più a nessuno. Si delinea, poi, il profilo di una madre che l’autore demonizza: una donna che schiavizza il proprio uomo, una macchina di riproduzione del dolore che ha […]

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Teatro

Luca Ravenna, tripudio di risate e applausi al Kestè

Sabato 16 febbraio, la comicità dello stand up comedian Luca Ravenna ha fatto tappa a Napoli, in Largo San Giovanni Maggiore Pignatelli, al Kestè. La sala “Abbash” del locale del centro storico partenopeo, unico nel suo genere e dall’aria familiare e accogliente, si è riempita di un cospicuo numero di persone, avendo ospitato, ancora una volta, un genere di commedia che mira a distruggere luoghi comuni e certezze e che non ha nessun tipo di filtro e censura. Una tipologia di spettacolo che affonda le sue radici nel mondo anglosassone e che, da qualche tempo, è approdato in Italia, che fa ridere e fa riflettere e si basa sulla sola presenza di un comico che si esibisce stando in piedi di fronte al pubblico, trattando argomenti che vanno dal politico al sociale, alle introspezioni personali. Lo spettacolo di Luca Ravenna Ad abbattere le barriere del politically correct ci hanno pensato Stefano Viggiani, Dylan Selina e Daniele Tinti, i talentuosi comici ai quali è stata affidata l’apertura dello spettacolo di Luca Ravenna, che hanno offerto al pubblico un piccolo assaggio di Stand Up Comedy, conquistandolo, e preparando il terreno all’umorismo del comico milanese. Luca Ravenna ha partecipato a due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central. È stato protagonista della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Ha collaborato con il collettivo The Pills. È stato componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians. Luca è un comico dal gran carattere, oltre che un autore, uno sceneggiatore e un attore e si distingue per l’originalità del suo modo d’essere, le sue ineccepibili imitazioni, la leggerezza intrinseca della sua sfilza di battute e il suo sguardo comico spalancato sul mondo. La comicità di Luca Ravenna è un flusso di coscienza garbato, ma irriverente, privo di perbenismi e orpelli, che scava nelle sue personali esperienze e strappa la risata di un’intera platea. La sua mimica facciale, la sua ironia e geniale autoironia fanno della vita quotidiana una parodia e il suo occhio attento riesce a trovare dell’umorismo negli argomenti più disparati. Luca Ravenna porta sul palco il suo vissuto, mettendosi a nudo. Relazioni disastrose con soggetti che sono l’antisesso. La scoperta dell’amore nel letto di fianco al suo. Il rapporto della madre con il tema della droga. Quello con un padre che parla come Dario Fo. Il fanatismo religioso. La banalità di un rito come la confessione per i cattolici. Il razzismo all’italiana. La vita di un trentunenne che vede nascere i figli degli amici. La paura delle emozioni. Un’analisi piuttosto suggestiva sulle differenze di genere delle funzioni cerebrali degli uomini e delle donne. Il desiderio di reincarnarsi in una marmotta. La sintesi di tutto questo è un tripudio di risate e applausi, che sanciscono quella di Luca Ravenna come una delle più perfide performance comiche, di quelle che provocano crampi alla mandibola e agli addominali degli spettatori, a fine spettacolo. Insomma, se pensi che la vita duri troppo poco. […]

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Teatro

Luca Ravenna e la sua comicità: intervista “botta e risposta”

Luca Ravenna e la sua comicità. | Intervista  Luca Ravenna sarà a Napoli il 16 febbraio, sul palco del Kestè. Chi è Luca Ravenna? Luca Ravenna, prima di essere qualunque altra cosa, è. Far ridere è molto difficile: non basta essere spiritosi per fare di ciò un mestiere, prima di ogni altra cosa bisognerebbe essere. Luca Ravenna, oltre a essere, è un autore, uno sceneggiatore, un attore e un comico. Milanese. Si diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia, vive a Roma e lavora a Roma e a Milano. Sceneggiatore appassionato. Protagonista di due edizioni di Natural Born Comedians e due di Stand Up Comedy su Comedy Central, oltre che della web-serie Non c’è problema su Repubblica.it. Scrive per la televisione e ha collaborato con il collettivo The Pills. Componente del cast della trasmissione Quelli che il calcio e di quello di Natural Born Comedians, Luca Ravenna è anche un talento bravo a stemperare con leggerezza difetti e paure e si contraddistingue per l’originalità e l’autoironia. Più di ogni altra cosa ama fare colazione, giocare a tennis e fumare sigarette. Eroica Fenice ha avuto modo d’intervistare Luca Ravenna, divertendosi insieme a lui con un “botta e risposta”. L’intervista a Luca Ravenna Luca Ravenna in un aggettivo “Pirlesco”- che non esiste come parola ma calza a pennello. Il pezzo che meglio ti rappresenta È un pezzo che farò sul palco del Kestè, che non ho sentito nemmeno io, perché sto finendo di scriverlo. Motivo per cui prendere una penna in mano? Perché se no è un casino firmare qualsiasi tipo di documento. E un microfono? Parlo a voce molto bassa di solito, spesso mangio addirittura le parole, quindi è abbastanza necessario. Comico/a preferito/a Louis C.K. Mantra Penso spesso al basilico quando sono in difficoltà, perché è il profumo più buono del mondo. Punto di forza L’amatriciana. Faccio un’amatriciana che manda fuori di testa. Motivo per cui ti abbatteresti? Se l’Inter dovesse andare in serie B. Ridere di sé. La ricetta? È una bellissima domanda a cui non so rispondere perché, come chiunque provi a far ridere di professione, sono molto permaloso se sono altri a prendermi in giro, però penso di essere abbastanza bravo a improvvisare, quindi è difficile accorgersene. Autore, sceneggiatore, attore, comico. In quali vesti ti diverti di più? Comico, senza ombra di dubbio. Anche se è più faticoso, la resa è migliore. Dieci sketch sulle paure…l’attuale più bastarda? Sempre e comunque la paura dei piccioni, anche se ‘sta cosetta del razzismo non è che mi faccia tanto più ridere. L’esperienza a Natural Born Comedians in una metafora Direi che la prima edizione è stata una delle esperienza più belle della mia vita. Era come stare alla gita delle elementari, però a ventisette anni. Quella di Stand Up Comedy su Comedy Central in un’altra Come la gita al liceo, c’erano anche persone meno simpatiche. Quelli che il calcio su Rai2 in tre parole Un sogno. Un lavoro. Uno spreco totale di risorse. The Pills. Più di centocinquanta caratteri The Pills per me […]

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Teatro

Montanini: ruggiti e sterzate di fruste al Teatro Nuovo di Napoli

Incastonato nel cuore pulsante di Napoli, il Teatro Nuovo ieri sera ha ospitato l’ottavo monologo, dal titolo Quando stavo da nessuna parte, di un gigante della Stand up Comedy, Giorgio Montanini. Il palco si trasfigura in un posto vero e autentico, dove la recita paradossalmente non è recita rispetto a quella che noi spettatori, per un paio d’ore circa, ci lasciamo alle spalle, fuori, nella vita “reale”. Giorgio Montanini e il suo spettacolo “Quando stavo da nessuna parte” Giorgio Montanini si laurea in Scienze della Comunicazione di Impresa e Marketing. A ventisette anni lascia tutto e inizia a fare l’attore. Poi si annoia nuovamente, molla e si mette a fare il comico. Giorgio è uno spirito indomito. In apertura, il comico toscano Andrea Paone inizia a “fare amicizia” col pubblico con una carrellata di battute black humor, calandolo nel pieno spirito della comicità della Stand Up, per presentare uno dei più famosi e irriverenti stand-up comedian italiani, Giorgio Montanini. Giorgio entra in scena sorseggiando una Tennent’s e, di una cosa sono certa, c’è sempre da fidarsi di un uomo con la bocca piena di birra, “santa libagione di sincerità”, non a caso, il brusio della platea cala in men che non si dica. Montanini traccia un quadro inquietante della nostra società, una società in cui crediamo di essere liberi, ma non siamo che una massa informe di schiavi. Con ferocia, il comico accusa la banalità che avanza incontrastata, grazie a tutti i dopo-lavoristi senza talento che, illudendosi di non essere schiavi del proprio lavoro, hanno la pretesa di “fare arte”. Insomma, siamo tutti rumorosi, nessuno in grado di farsi notare. Siamo gli uni contro gli altri, divisi in circoli autoreferenziali ed elitari, dagli ambientalisti agli animalisti ai vegani e ai sindacalisti, eppure sbraitiamo contro lo stesso nemico. Leggi, convenzioni, impostazioni culturali e religione non ci aiutano. Crediamo senza capire e non ci evolviamo mai. Le parole di Montanini si mutano in bambine ribelli e dispettose, che sputano nelle orecchie del pubblico dormiente. Inizi a guardarti intorno e ti irriti, mentre un uragano ti trapassa la pelle, ti scompone e ti solletica. Storci il naso, ma poi sorridi, e ridi. Ridi perché Giorgio Montanini sembra indemoniato e con lo sguardo di uno spiritato punta il dito contro il pubblico cavernicolo. Perché, come nel mito platonico, noi viviamo in una caverna, seduti e incatenati, con lo sguardo rivolto verso la parete, che ha funzione di schermo. Su di essa la luce di un gran fuoco illumina e proietta le immagini di alcuni oggetti portati in testa dalle persone all’ingresso, ma noi scambiamo le ombre proiettate per verità e l’eco delle voci degli uomini per voci reali. Fuori, intanto, ci sono le stelle, la luna e il sole, ma noi non ce ne rendiamo conto. L’esibizione di Montanini è caratterizzata da una forte e sana irriverenza, che fa riflettere, oltre che ridere. Non una “risata di pancia”, bensì una “risata di testa” è l’unica finalità del comico marchigiano. È come se il teatro […]

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Musica

Alessio Sollo e Claudio Domestico (Gnut), “L’orso ‘nnammurato” | Intervista

L’orso ‘nnammurato è un libro di poesie, ma anche un cd, nato dalla collaborazione (denominata “SolDo“) di Alessio Sollo e Claudio Domestico, in arte Gnut, pubblicato lo scorso gennaio da ad est dell’equatore. Questo meraviglioso lavoro si compone di sessantaquattro poesie di Alessio Sollo, di cui quattordici musicate, cantate e suonate da Gnut insieme ai musicisti della sua band (Marco Caligiuri, Valerio Mola, Luca Caligiuri, Gianluca Capurro, Michele Signore, “Mr. Coffee” Daniele Rossi) e ospiti speciali quali Ciro Riccardi, Brunella Selo, Dolores Melodia, Andrea Tartaglia, Monia Massa, Luca Rossi e Alexander Cerdà. Nel libro sono presenti, inoltre, le partiture musicali di queste canzoni. Un prodotto che ha molto da dire e lo fa senza fronzoli, poi «si capisce è buono, sinnò te futte!». Di seguito, la nostra intervista ai due cantautori napoletani. Buona lettura! L’intervista a Alessio Sollo e Gnut Alessio Sollo, definisci la tua amicizia con Claudio una “fratellanza umana e artistica” che rende la tua vita migliore. Ti va di parlarmene? La definizione più appropriata della nostra collaborazione potrebbe essere la storia di un’amicizia basata su una stima profondissima. Ed è su questa sintonia che abbiamo costruito le nostre canzoni. Il titolo L’orso ‘nnammurato mi rimanda a ‘O surdato ‘nnammurato, il partenopeo canto d’amore che condannava la trincea. Come questa celebre canzone, possiamo interpretare L’orso ‘nnammurato un inno d’amore universale e il grido di battaglia di tutti coloro che riescono a piangere per amore? Più che “quelli che piangono” ci piace pensare di rappresentare tutti quelli che hanno il coraggio di esternare a testa alta i propri sentimenti e le proprie debolezze. “So’sensibbile, mmocca a chi v’è mmuorto!” è il mantra dei SolDo, come si evince dal libro. “La sensibilità nei tempi moderni” è un tema che mi piacerebbe affrontare con Sollo e Gnut. È un’epoca di ostentazione di benessere e forza. Se la storia la scrivono i vincitori, la poesia è sicuramente opera dei perdenti. Siamo partiti da questo presupposto per raccontare e denudare le nostre sensibilità. Le vostre biografie mi hanno colpita profondamente. Trasudano originalità e sono d’impatto. Perché Sollo sceglie di rappresentarsi con I bambini che ammazzarono l’Italsider? Perché Gnut lo fa con la descrizione del suo migliore amico? Sollo: Ho scelto di raccontare semplicemente la mia infanzia e la mia adolescenza con quei versi; mi sembravano proprio quelli gli anni che maggiormente mi hanno influenzato come futuro artista e come uomo. Gnut: Non avrei trovato un modo migliore per parlare di me se non attraverso gli occhi e la straordinaria penna di chi mi vuole bene. Torniamo a quel pomeriggio di ottobre del 2015, quando Sollo venne folgorato dallo sguardo di una donna bellissima e sorridente che accompagnava suo marito devastato da un ictus presso la clinica di riabilitazione, dove il catautore era presente nelle vesti di vigilante. Per Sollo è stato il “giorno della consapevolezza”. Approfodiamo? Sollo: Estenderei quel giorno un po’ a tutto il periodo che mi ha visto lavorare presso una clinica di riabilitazione. Trovarsi a contatto tutti i giorni con persone che soffrono t’insegna a guardare la […]

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Musica

Maldestro in concerto a Napoli, questa volta senza armatura

Ieri sera, 29 gennaio, Antonio Prestieri, in arte Maldestro, è tornato a “casa” per la seconda data del suo tour “Mia madre odia tutti gli uomini” ed è stato accolto dall’atmosfera suggestiva di un meraviglioso teatro partenopeo, il Teatro Sannazaro di Via Chiaia. Seduto su uno sgabello, occhiali scuri, una chitarra in braccio e a fianco un pianoforte, Maldestro ha cantato la sua disperata voglia di vivere, con energia e ironia, scavando a fondo nei sentimenti e nella fragilità umana. Oltre alle canzoni del nuovo e terzo album Mia madre odia tutti gli uomini, Maldestro ha celebrato il suo ritorno a Napoli con alcuni dei suoi incommensurabili successi precedenti, tra cui Dannato amore, Canzone per Federica e Sporco clandestino. Maldestro non ha risparmiato sorprese al suo pubblico, rendendo il concerto dinamico e coinvolgente. L’ingresso in scena di Dario Sansone dei Foja, con il quale ha cantato la difficile convivenza con la diversità, intonando la struggente canzone di Ivano Fossati Mio fratello che guardi il mondo, è stato uno dei momenti di maggiore commozione e dense emozioni. Dopo l’uscita di scena del cantautore e della sua band e il loro rientro per il bis, si sono seduti tutti sul ciglio del palcoscenico, per cantare insieme al pubblico Abbi cura di te, dell’album I muri di Berlino, creando un’atmosfera da falò sulla spiaggia, surreale e fuori da ogni tempo. Il terzo album di Maldestro “Mia madre odia tutti gli uomini” è il titolo del terzo album di Maldestro, che lo rappresenta pienamente, e viene ripreso e proseguito nel brano Come una canzone dalla frase “per colpa di mio padre”. Nato a Scampia, Antonio è figlio di Tommaso Prestieri, ex capoclan della camorra, e di “un eroe”, così lui definisce la sua mamma, che considera il vero padre. Stiamo parlando di una donna non vedente, una forza della natura, separata dal marito che sposò quando non era ancora un criminale, e che ha fornito a Maldestro tutti gli strumenti (letteralmente parlando) utili a fronteggiare una vita tutt’altro che facile, tra cui un pianoforte. “Maldestro” è il nome che si è dato Antonio, riponendo all’ombra ciò che gli è stato dato alla nascita. Un nome che è il frutto di una vita che non si è fatta schiacciare dal pregiudizio secondo il quale “un figlio dovesse essere per forza uguale al padre”, pur non rinnegando la sua storia. Un nome che lo racconta per quello che è, un imbranato. Uno che fa i “i danni” quando si muove. Un maldestro. Nella storica sala partenopea, dalle vesti magiche e raffinate, Maldestro ci consegna la sua anima costellata di sofferenze. Svariate contaminazioni sonore fanno da cornice alla sua voce graffiata e profonda, dal timbro particolare e riconoscibile in mezzo a un milione di altre voci. Il dolore prende voce sul palco. “Mia madre odia tutti gli uomini” è un disco estremamente autobiografico, in cui ritroviamo un uomo che non teme più la nudità e parte dal suo dolore per arrivare alla felicità. Ah, la felicità. Ma cos’ è […]

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Culturalmente

Pitture surrealiste: dove vederle e da chi sono state fatte

Vi propongo un’escursione nei meandri dell’essere, attraverso alcune fra le più celebri, seduttive e affascinanti pitture surrealiste. Surrealismo: la bellezza della forza visionaria A cavallo tra le due guerre mondiali, nella Francia degli anni Venti, nasce il surrealismo, una corrente organizzata che vede nella figura di Andrè Breton il suo fondatore e teorico, ma anche il prodotto di una mentalità del tempo. “Surrealismo” è ciò che si trova al di là della realtà. Oggetti deformati, contesti astrusi, paradosso di ogni forma, inconscio e subconscio su un piedistallo e ragione imputata. Il surrealismo persegue la libertà in ogni modo e con ogni mezzo, affinché l’uomo esprima la parte più autentica del suo essere. È nel sogno che le pulsioni dell’inconscio sgusciano dalla gabbia della razionalità, perciò il surrealismo lo muta in arte. Pitture surrealiste e artisti protagonisti La pittura surrealista è un modo di cogliere il reale, che mira a penetrare in maniera più profonda nell’essere, e fonda la sua ragion d’essere nella presenza di un “modello interiore”. Il suo scopo è quello di rendere visibile ciò che sfugge all’oggettività, attraverso l’arte. L’artista non si sottomette alla visione “civilizzata” del mondo, per cui rivaluta l’arte primitiva e l’arte dei folli, caratterizzate dalla vivida forza dell’immaginazione e dall’inosservanza delle regole sociali. Dal punto di vista tecnico, il surrealismo fa propria la spregiudicatezza dadaista. Anche le tecniche tradizionali vengono utilizzate perché si prestano maggiormente alla “scrittura automatica” e perché la banalità dell’immagine singola sottolinea l’assurdità dell’insieme. Max Ernst (1891-1976) Tra le sue pitture surrealiste: La Vergine sculaccia il Bambino Gesù davati a tre testimoni: Andrè Breton, Paul Eluard e lo stesso artista, 1926, olio su tela, cm. 196 x 130, Colonia, Museo Ludwig. Marx Ernst è il più surrealista fra tutti i pittori surrealisti e questa è sicuramente la sua opera più insolita, che succede alla miriade di “Madonne con Bambino” delle pagine precedenti della Storia dell’Arte. Quest’opera dissacrante e anticlericale, dall’evidente influsso dello stile di De Chirico, ha riscosso grande successo e suscitato svariate reazioni, tra la sorpresa e lo sconvolgimento. La Madonna appare autorevole, nel suo ruolo essenziale di madre. Non c’è sacralità, Maria e Gesù hanno carattere umano. Joan Mirò (1893-1983) Tra le sue pitture surrealiste: Il carnevale di Arlecchino, 1924-1925, olio su tela, 93×66 cm, Buffalo, USA, Albright Knox Art Gallery.  Il principio di Mirò non è il mondo organico, ma l’antitesi del razionale, l’antigeometrico. Il suo è un mondo chiaro, solare, senza implicazioni morbose. Nell’opera è utilizzata la tecnica dell’automatismo psichico che esprime il reale fuzionamento del pensiero, senza l’influenza della ragione. È rappresentato un momento di baccano che, nel calendario cristiano, si conclude il giorno prima del Mercoledì delle Ceneri. Andrè Masson (1896-1987) Tra le sue pitture surrealiste: Uccello affascinato da un serpente, 1942, Guazzo su carta, 56, 5 x 75, 5, Venezia, Collezione Peggy Guggenheim. La scrittura automatica di Masson, nella fase surrealista, è diagrammatica, si astiene dal rendere esplicite le immagini, segue totalmente i percorsi tortuosi dell’inconscio. Masson è, probabilmente, il primo a rendersi conto dell’esistenza bio-psichica che si rivela […]

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Napoli e Dintorni

Maldestro porta sul palco napoletano “Mia madre odia tutti gli uomini”

A distanza di un paio di anni dal successo riscosso a Sanremo, con il brano Canzone per Federica, e un cumulo di riconoscimenti ambiti, a poco più di un anno dalla pubblicazione de I Muri di Berlino, secondo album, con spartiacque nell’ Acoustic Solo, registrato live nel corso del tour 2018, il cantautore partenopeo Antonio Prestieri, in arte Maldestro, si racconta in prima persona. Lo farà nella sua città e in quella che è la sua dimensione, il suo rifugio: il teatro. A Napoli, il teatro Sannazaro vedrà protagonisti sul suo palco Maldestro, il suo nuovo album e la sua band, il 29 gennaio a partire dalle ore 21.00. L’album è stato anticipato dall’uscita del singolo e video Spine, un naufragio tra le inquietudini, un inno della bellezza allo stato puro, quella che fa bramare, ma che spaventa, seguito dal secondo video estratto La Felicità, canzone con cui il cantautore apre le porte alla speranza. Tracklist: Il seme di AdamoSpine La felicità I poeti Fino a qui tutto bene Joe Come una canzone Fermati tutta la vita Come due pugili Lasciami qui  Formazione Live in tour Maldestro: voce, chitarra e piano Paolo del Vecchio: chitarre e plettri Niccolò Fornabaio: batteria e percussioni Luigi Pelosi: contrabbasso Sara Sgueglia: cori, synth e percussioni Fabio Renzullo: fiati “È stato naturale scrivere questo disco, sapevo che prima o poi sarebbe accaduto, che avrei fermato da qualche parte un pezzo della mia vita. Nuda e cruda, tenera e violenta, persino dannata a volte. Averla vinta sul dolore non serve a niente se prima non lo comprendi, è solo un vuoto a perdere. Con il dolore bisogna cooperare, solo in questo modo la ricerca della felicità non porta stanchezza. Questo è un disco che mi toglie l’armatura e quindi, libero di amare.” Queste le parole dell’artista. La voce di Maldestro, graffiante e roca quanto basta, ha fermato un pezzo della sua vita in questo nuovo disco, uscito il 9 novembre 2018 per Arealive e distribuito da Warner Music Italia. Mia madre odia tutti gli uomini è il titolo che gli ha dato, dove “mia madre” è “una madre separata dal padre che aveva sposato quando faceva l’operaio, non il criminale”, una madre che è il vero padre, a cui Antonio fa gli auguri il 19 marzo. Maldestro è il figlio dell’ex capoclan della camorra Tommaso Prestieri e, oggi, si racconta senza riserve attraverso la sua arte. L’album vanta la produzione artistica del talentuoso Taketo Gohara, sound designer che ha firmato lavori di Vinicio Capossela, Brunori Sas, Marta sui Tubi, Negramaro, Motta, Ministri, Verdena, Mauro Pagani e molti altri artisti. Quella di Maldestro è una musica salvifica, che nasce in contrapposizione alla sua vita problematica e incarna la forza d’animo, una forza che strappa al male con vigore e potenza. La nudità che emerge dal disco trasforma il punto debole dell’artista nel suo principale punto di forza, dichiara Maldestro. Dieci sono le storie, nate in maniera del tutto naturale, che riportano alla luce il suo dolore, con il quale c’è da far […]

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