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Eroica Fenice

Canzoni anni '60, il viaggio verso il Paradiso di un qualsiasi Dante odierno

Canzoni anni ’60, il viaggio verso il Paradiso di un qualsiasi Dante odierno

Ci fu un tempo in cui non esistevano i mezzi e gli effetti di cui si dispone oggi per realizzare i dischi, eppure fu un tempo che mise al mondo stelle che continuano ancora a brillare, illuminando intere generazioni. Perciò ti propongo un viaggio attraverso alcune canzoni anni ’60, all’altezza di sintetizzare l’atmosfera musicale seduttiva di allora.

Vorrei sottrarti all’Inferno per qualche minuto.

Ti porto in Paradiso.

Sessantesima cantica della Storia del Novecento (viaggio dall’Inferno per il Paradiso)

Anno 2019.

Il vecchio Caronte ci fa imbarcare sulla sua barca e, disgustato alla nostra vista, rei di aver prodotto musica orribile, ci scatarra in volto, alternando l’intonazione di una comune canzone dei giorni nostri a una bestemmia, in una sorta di contrappasso.

Nessun’intro.

Sound povero e scarno.

Zero assoli strumentali.

Ritornello/scatarro – strofa /scatarro – ritornello /scatarro.

Bestemmia.

E ricomincia.

Caronte non ha pietà.

Il tratto insieme a lui è una tortura, ma t’invito a mantenere la calma amico/a mio/a, perché siamo arrivati!

Salutiamo e ringraziamo il nostro traghettatore, anche perché finalmente gli è passato il raffreddore e i suoi sputacchi presto diventeranno un lontano ricordo.
Siamo giunti a destinazione.
Li vedi questi schemi rigidi imposti dall’alto? Ti stanno facendo scaldare?
La senti questa voglia di lotta?
T’invade il bisogno di rivoluzione?
Siamo catapultati nell’epoca degli sconvolgimenti sociali, siamo negli anni ‘60.

Tocca a me guidarti.

Non immaginarmi “angelicata”, non sono spirituale, non voglio indurti al bene, né alla salvezza eterna. Ho occhi da cerbiatta, basco di lana, caschetto corto e lenti sfumate color oro rosa. Il mio sguardo è seducente.

Dimentica il tuo cane. Dimentica il tuo micio. Il tuo nuovo animale domestico sarà un maialino in terracotta che si nutre di lire, gli anni ’60 gridano al miracolo economico italiano!
E, mi raccomando, contraccettivi a portata di mano, gli anni ’60 sono anni di liberalizzazione sessuale. Ehi, qui s’inizia a parlare di “sesso occasionale”, e si fa sul serio!
Mettiamo su un po’di musica dell’epoca.
Tu ascolta e sniffa questo profumo di libertà.

Le canzoni anni ’60 che hanno fatto la storia

Parigi, 1969.
’69…
…69.
Il famosissimo brano “Je t’aime… moi non plus” di Serge Gainsbourg, Arthur Greenslade e Jane Birkin viene pubblicato (udite, udite!) nel ‘69. Messaggio subliminale?
Il simbolo del sommo rito sessuale che sopravvive ai giorni nostri e campeggia nei più svariati trattati di ars amatoria, è antico quanto il mondo.

La sua pratica viene in qualche modo reitarata mediante la persuasione ipnotica di questa eccezionale canzone pubblicata nel ’69, che ci accoglie con un amplesso culminante in sospiri suadenti.

Lei afferma «Ti amo!» E lui risponde «Neanch’io.», come se la donna dicesse il vero, presa semplicemente da un palpito di sensualità. Si ha l’impressione di ascoltare una conversazione tra due persone che hanno un vero rapporto sessuale.

Radio e tv bandiscono il capolavoro erotico e il Vaticano lo scomunica, ma vengono venduti ben cinque milioni di dischi.
In Italia, la canzone s’intitolerà “Ti amo…ed io di più“, con testo a cura di Claudio Fontana, in arte Daiano, negando totalmente l’ambiguità concettuale dell’originale e concentrandosi su un labor limae imbarazzante.

A proposito di 1969 e di canzoni anni ’60, non possiamo non andare incontro ai Led Zeppelin, coloro che hanno introdotto definitivamente l’hard rock nella scena rock del tempo, popolata da gruppi dalla forte contaminazione jazz e blues.

Lo senti questo riff di chitarra insistente, urgente e vivo?

Ebbene, il 1969 è anche l’anno di “Whole lotta love”, prima hit mondiale della band e traccia di apertura dell’album “Led Zeppelin II”, che nasce nel corso di sei mesi di tour tra Londra, New York, Vancouver e Los Angeles.
L’atmosfera si surriscalda grazie alla potenza originale di questa pietra preziosa tra le canzoni anni ’60.
Il brano è un concentrato energico e contiene parole di sesso esplicite. Il suo testo irriverente diventa puro inno di libertà e piacere.
È aggressivo. È furioso. Ti stordisce.
Impossibile sottovalutare l’unicità di questa bomba.

8 gennaio, 1968.

Viene pubblicata una delle canzoni anni’60 più belle di sempre, “(Sittin’ on) The Dock of the Bay” del re del soul di Memphis, il talento fuori dal comune Otis Redding.

La sua voce inconfondibile è capace di commuoverci oggi come allora e fa male, perché Otis è stato strappato troppo presto alla vita, lasciando un grande vuoto nel mondo della musica.

Irresistibile e brillante nell’interpretazione di paure, gioie e sentimenti, Otis Redding è stato un vero e proprio gigante che non si è mai comportato da divo.

Il brano nasce d’impulso, su una barca nella Baia di Frisco, in California, in un momento in cui il cantante sta cambiando, ha bisogno di prendere nuove strade. Lo si nota dall’evidente evoluzione di uno stile narrativo, sempre ribelle e sui generis, passionale e ricco di sfumature, che trasuda un fortissimo desiderio (negato) di serenità.
Seduto sul pontile della baia, il re del soul ha fatto riposare le sue ossa, finché la sua “vita di me**a l’ha lasciato in pace”. Troppo, troppo presto.

Inghilterra, 15 aprile 1966.

Viene pubblicata “Paint It Black” dei Rolling Stones, che compare come traccia di apertura della versione USA dell’album “Aftermath”, ed è una delle più affascinanti canzoni anni’60.
Un brano che nasce da un’improvvisazione di Wyman all’organo, che Charlie Watts comincia ad accompagnare alla batteria e partorita man mano dall’intera band. Una melodia dal rock’n’roll ruvido e il ritmo ossessivo, trascinato dal sitar di Brian Jones e dalla voce di Jagger al primo posto in classifica.
La canzone vomita assenza di colore, rabbia, morte e depressione, con una potenza senza paragoni.

Il sound psichedelico e inquietante suggerisce che il cuore nero è una condizione da accettare. Se il cuore è avvolto dalle tenebre, ti viene voglia di dipingere tutto di nero, in modo da far coincidere le cose della vita con il tuo umore.

Il titolo scelto per la prima versione della canzone era “Paint it, Black”, ma si è preferito rimuovere la virgola per evitare che il brano assumesse un involontario connotato razzista.

La versione italiana del brano, “Tutto nero”, è stata adattata da Luciano Beretta e interpretata da Caterina Caselli.

Ma concediamoci anche un salto negli Stati Uniti.

10 marzo, 1964.

Contempliamo un cult della musica internazionale. Una poesia scritta da Paul Simon, inclusa nel suo primo album realizzato insieme ad Art Garfunkel, “Wednesday Morning 3 A.M”. Stiamo parlando di “The sound of Silence” (inizialmente “Sounds”).

È una canzone che parla di parole vuote e persone che esistono senza vivere, parla di profonda, disperata, estrema Solitudine, di un Silenzio che consuma gli uomini lentamente e inesorabilmente.
Godiamo di tre minuti di bellezza autentica che esordisce con il suo inconfondibile arpeggio ed esplode di rara dolcezza, in un mondo che fondamentalmente non è mai cambiato.

Facciamo un salto ancora più indietro.

Siamo nel 1962.

Concluderei il tour delle canzoni anni ’60 con quella che reputo la più bella canzone d’amore di tutti i tempi, un gioiello che spiega proprio come nasce l’amore, dal titolo “Mi sono innamorato di te“.

Mi sono innamorato di te, perché non avevo niente da fare, canta Luigi Tenco.

Frase che lui stesso spiega così in un’intervista:

In un paese come il nostro dove l’amore gronda convenzione in ogni sua descrizione ufficiale, l’affermazione è suonata come una bestemmia, ma se avessimo tutti un briciolo di coraggio, quanta verità scopriremmo in questa sincera dichiarazione.

L’amore nasce per caso, per un banale innato bisogno di compagnia, ci racconta il cantautore, e poi ci fa perdere il controllo.

E ora che avrei mille cose da fare, io sento i miei sogni svanire, ma non so più pensare a nient’altro che a te.

L’amore è dolce e bastardo, è maledettamente contradditorio, tant’è che la canzone culmina nel pentimento per averlo incontrato, sebbene di notte lo si vada sempre a cercare.

Il genio di quest’artista tocca le corde più intime di chi lo ascolta, perché riesce a elevare il sentimento umano nella sua crudezza, cogliendone le molteplici tonalità.

Luigi Tenco è stato una figura fondamentale della canzone italiana, un autore spietato, romantico e arrabbiato, una personalità dalla spiccata intelligenza e una grande sensibilità.

Eccolo lì. Morto. Con un colpo di pistola nella testa. In una stanza dell’Hotel Savoy di San Remo, durante lo svolgimento dell’omonimo Festival.

Non guardare amico/a, ora ti riporto a casa.

Come dici?

No. Non è che se ne vanno sempre i migliori!

Se ne vanno tutti.

Ma quando se ne vanno i migliori ci facciamo più caso.

E noi del 2000 lo sappiamo bene, perché artisticamente parlando abbiamo vuoti incolmabili e viviamo l’Inferno.

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Fonte immagine: https://pixabay.com/photo-487035/

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