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Eroica Fenice

Attualità

My Dream di Giuseppe Rapicano alla Galleria Mediterranea

Il 16 Marzo, nella storica Galleria Mediterranea di Saverio Ammendola, è stata inaugurata la mostra di Giuseppe Rapicano dal titolo My Dream. Le opere resteranno esposte fino al 4 Aprile negli spazi della Galleria in Via Carlo De Cesare, 60 Napoli. Il progetto espositivo indaga il fenomeno dell’immigrazione attraverso l’osservazione dei suoi drammi e di come essi si manifestino attraverso il dolore di chi li vive. Giuseppe Rapicano, nella sua ricerca artistica, passa dalla scultura all’incisione, maturando da architetto le prime esperienze di disegnatore. Giuseppe Rapicano: disegni d’architettura alla Mediterranea Giuseppe, artista affabile, ci ha concesso una breve intervista. Quanto ha contribuito la tua formazione d’ architetto nella tua produzione? Bella domanda, la mia vita professionale ha sicuramente influito sulla mia produzione artistica. Sono arrivato ad un punto di rottura per ragioni personali nell’esercizio della mia attività e ho deciso di dedicarmi solo all’ arte. L’eredità che ho ricevuto dalla professione è l’amore per il disegno. L’immigrazione è uno dei fenomeni sociali mondiali più problematici e controversi, dal punto di vista delle cause e delle conseguenze. Qual’ è il tuo approccio al fenomeno? È una problematica che mi dà pensiero. Sono partito dal dramma che divide molte madri dai loro figli in partenza per nazioni sviluppate. La mia produzione è semplicemente una testimonianza di quelle donne “indignate” per il fatto che nonostante i sacrifici non siano riuscite a tenere la famiglia unita. Da poco si è chiuso il Giubileo della Misericordia. Come hai vissuto questo evento straordinario? Con straordinarietà e con una riflessione sulla vita. Quando Dio crede in noi stessi, anche noi siamo chiamati ad infondere speranza ed opportunità agli altri. Anche se si chiude la Porta Santa, rimane sempre spalancata quella della Misericordia. La mostra è intitolata My Dream perché? I sogni, a volte, si avverano. Sognavo da bambino di riempire le bianche pareti di una Galleria importante come quella di Saverio Ammendola. Grazie all’opportunità che mi è stata offerta, oggi sto toccando con mano quel sogno.

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Attualità

Living in a box: la mostra di Stefania Sabatino alla Galleria Mediterranea

  Il 10 Marzo, nella storica Galleria Mediterranea di Saverio Ammendola, è stata inaugurata la mostra di Stefania Sabatino dal titolo Living in a box. Le opere rimarranno esposte fino al 3 Aprile negli spazi della Galleria in Via Carlo De Cesare, 60 Napoli. Il progetto espositivo indaga l’ essere umano attraverso l’ osservazione delle sue emozioni e di come esse si manifestino attraverso le movenze del corpo e le sue colorazioni. Stafania Sabatino, nella sua ricerca artistica, passa dal figurativo astratto alle installazioni, maturando negli ultimi tempi un’apertura ai video e alle performance. Saverio Ammendola, gallerista esperto e Stafania Sabatino, giovane artista, ci hanno concesso un’ intervista. Perchè ha scelto Stefania Sabatino per la sua Galleria? Ho puntato su Stefania perché è un ‘ artista di qualità. La mia Galleria ha sempre scommesso sui giovani, e aggiungo italiani. Una sua riflessione sulla mostra? I nuovi lavori di Stefania esaltano il concetto introspettivo dell’ anima. Racchiusi in un cubo di plexiglass ritroviamo i sensi, le esperienze e le passionalità del vissuto. Una mostra dal significato autobiografico. Stefania Sabatino, quando e come è nata l’ idea di questo progetto? L’ idea è nata tempo fa; il tutto è iniziato dal lavoro dei cubi. I cubi sono dei contenitori dell’ anima. I contenitori dell’ anima precisamente che cosa rappresentano? I contenitori sono le convenzioni – che io mal digerisco – alle quali siamo tanto assuefatti da non vederle neppure più; ecco perché le scatole sono trasparenti. In sala ci sono lavori tra di loro diversi. Perché? Ho mosso i primi passi con la grafica, poi sono passata alla pittura, sperimentando e mescolando i vari linguaggi artistici. Sento il bisogno di una produzione di cose diverse ma parallele. I cubi sono contenitori dell’ anima sul piano concettuale ma, come puoi vedere, i materiali sposano il gesto pittorico. I lavori alle pareti sono invece come libri aperti. Romanzi da leggere. Anche la scelta dei materiali segue percorsi diversi. Perchè? Mi piace sperimentare l’ effetto dei colori su materiali diversi: legno, tela, tessuto. Come mai il tuo progetto artistico indaga il corpo umano? Mi piace indagare le posizioni, le evoluzioni, i colori. La mia indagine inizia dal classico, la mia formazione è accademica, poi con la maturità mi sono ritagliata un mio stile. I soggetti principali delle tue opere sono le mani, perché? Le mani di un uomo sono, a mio avviso, più espressive del volto. Il viso, a volte, lo escludo dai miei lavori. Preferisco soffermarmi sui particolari anatomici. Un punto di partenza in evoluzione verso altro, “il corpo si smaterializza verso l’ astratto.” Senza alcuna intenzione di volerla etichettare, se volessimo proprio dare una definizione alla tua arte? Nuova figurazione. Non ci tengo però ad essere etichettata ed inserita in un filone. Quali sono state le influenze artistiche? Gustav Klimt e l’ età dell’ oro. L’ oro rappresenta l’ infinito, la luce. Qual’ è il messaggio che vuoi lanciare con la forza dei colori? “Il mondo è un bel posto e vale la […]

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Attualità

Homologia: al Piccolo Bellini un eterno silenzio scandito dall’abitudine

L’8 Marzo sono sbarcati sul palcoscenico del Piccolo Bellini gli attori Riccardo Reina e Rocco Manfredi, protagonisti dello spettacolo Homologia di Rocco Manfredi, Riccardo Reina, Alessandra Ventrella per la regia di Alessandra Ventrella, produzione Dispensa Barzotti. Lo spettacolo sarà in scena fino al 12 Marzo 2017. Un uomo anziano, solo, seduto in poltrona, chiuso in uno spazio scandito dall’abitudine e dal silenzio aspetta la sua fine, quando dall’ombra un altro se stesso appare sulla scena, risvegliando un corpo intorpidito dal sonno. Gesti meccanici, automatismi senili in un tempo piccolo ma eterno sono interrotti dalla luce che irrompe sul palco, da una radio che suona e da un pacco regalo per un ultimo compleanno. Un’atrofia muscolare e dei sensi che viene sollecitata dall’immaginazione o dalla follia, un teatro di figura quello di Dispensa Barzotti, che alla parola preferisce il silenzio. Le emozioni, le immagini e il dolore si sostituiscono a pieno titolo alle parole per rendere partecipe un pubblico inaspettatamente coinvolto da una riflessione sulla fugacità della vita e sull’importanza dei rapporti umani. Il protagonista potrebbe essere uno dei tanti nonni nel mondo, lasciati soli in una stanza dai figli con la consolazione ipocrita che il nonno stia bene e quindi si possa star tranquilli senza pensarlo più – come fosse un problema. Homologia: la solitudine del Contemporaneo Capelli bianchi, occhi annacquati dalla vita, mani come radici che trovano sollievo in una busta di caramelle, ultima dolcezza di un vuoto esistenziale. Lo stato di dormiveglia nel quale l’anziano versa presto sarà pace eterna. Un ultimo viaggio, un ultimo giro di bevute offerto dall’altro se stesso, un’ultima candelina da spegnere su una torta regalo. Un teatro della solitudine dove per protagonista c’è “il sonno della ragione” che genera mostri. Mostri forse seduti anche nella poltroncina del teatro. Uomini e donne che hanno lavato la propria coscienza lasciando il padre, il nonno, a giocare con la mente ed i suoi tarli. La fine sorprende l’uomo in poltrona, la fine non è mai così dolce, i tempi mai così precisi, gli uomini davanti alla morte mai così simili, il teatro mai così casa.

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Napoli e Dintorni

Daniel Davies, Cloud Illusions alla Galleria Acappella

Il 3 marzo, nella preziosa Galleria Acappella di Corrado Folinea, è stata inaugurata la mostra di Daniel Davies dal titolo Cloud Illusions. Le opere rimarranno esposte fino al 25 aprile negli spazi della Galleria in Via Cappella Vecchia. Il progetto espositivo rivendica l’immaginazione come strumento della mente. Daniel Davies, nella sua ricerca artistica, si sofferma sull’interpretazione dell’ immagine offrendo al fruitore delle sue opere la possibilità di trasformare, con la fantasia, le nuvole bianche dipinte su tela. L’osservatore sensibile torna, per incanto, ad essere bambino e le opere di Daniel si trasformano in un gioco immaginifico. La mente elabora ricordi d’infanzia. Le bianche pareti della galleria si tramutano prodigiosamente nel soffitto della nostra cameretta. Chi di noi, infatti, prima di abbandonarsi al sonno, non ha trasfigurato una semplice macchia d’ umidità del parato, in figure animate e pensanti? L’artista usa la realtà come materia, barattoli di latta, strofinacci, invitando l’ osservatore a “lavorarli” con la fantasia. Fa dell’osservatore un artista dell’immaginazione. Le nuvole di Davies sono molto più che olio su tela, sono una metafora; un invito, quello dell’ artista inglese, a riflettere sui tempi moderni, dove, a discapito della creatività, si consumano informazioni visive ad alta velocità. Daniel Davies: nuvole bianche L’affabile gallerista Corrado Folinea ci ha concesso una breve intervista. Tra tanti giovani artisti perché hai scelto Daniel Davies? Prima di essere un gallerista sono un collezionista di talenti. Daniel, con la sua ricerca, si avvicina molto al mio gusto. Lui sarà il futuro Christopher Wool. Quali sono state le influenze che Daniel ha ricevuto nella sua formazione? Le influenze sono molteplici, da René Magritte ad Andy Warhol se vogliamo pensare solo all’arte moderna. Tra i contemporanei, invece, Henning Strassburger è l’artista che più me lo ricorda. Quanto di Andy Warhol c’è in Daniel? Bella domanda. L’influenza di Andy Warhol è ravvisabile nella ripetizione quasi catatonica degli oggetti di uso popolare, come un barattolo, senza però che si sconfini nella Pop art. Daniel Davies rimane un pittore astratto. L’arte di Daniel è muscolare: i suoi lavori hanno la forza di un pugno sferrato nello stomaco. Perché scegliere un’artista straniero? Ho scelto un pittore inglese perché il mercato italiano è sempre più esterofilo; ho voluto offrire a questo giovane nel quale credo, per la sua prima personale, una possibilità. L’arte astratta di Daniel Davies nasconde un messaggio. Quale? Si tratta di un messaggio di speranza, sicuramente positivo. Un invito ad “alzare la testa!” Grazie!

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Napoli e Dintorni

Ana Gloria Salvia in mostra con Signos Sinérgicos

Il 2 marzo, nella splendida DAFNA Home Gallery di Danilo Ambrosino, è stata inaugurata la mostra fotografica di Ana Gloria Salvia dal titolo Signos Sinérgicos. Le opere rimarranno esposte fino al 3 aprile negli spazi della galleria in Via Santa Teresa degli Scalzi 76. Il progetto espositivo dell’artista rivendica la fotografia come scrittura, dove ogni singolo frammento dell’opera diviene parola ed enigma per il fruitore. Quest’ultimo è invitato a fare un viaggio nel mondo dei segni, dove “l‘analisi dettagliata degli elementi che compongono il ritmo nel poema rivela una matematica sottilissima, un’architettura di coincidenze perfette della quale il poeta non è cosciente.“ Ana Gloria Salvia ci pone un indovinello dove la risposta non è mai univoca. “Risposta che può nascere solo dall’anima e da una buona dose d’intelligenza“. Ana Gloria Salvia: dialogo sinergico L’artista franco-cubana, in un buon italiano, ci ha concesso una breve intervista. Come nasce questo progetto? L’idea dei “Segni Sinergici” nasce dalle mie esperienze. Ho studiato alla Sorbona di Parigi dove ho conseguito una laurea in Filologia Romanza, poi ho continuato gli studi con un dottorato in Storia. La conoscenza dell’evoluzione storica comparata delle lingue neolatine è servita anche come riflessione sul tema del rapporto del singolo-moltitudine, individuo-comunità. Qual è il valore simbolico dei “ Segni Sinergici?” Questa mostra ha un alto valore simbolico ed i “Segni Sinergici” hanno la capacità di valorizzare il tratteggio casuale; che sia un fiore, un corpo, una sagoma o una ripetizione numerica non importa. Il tutto è organizzato in una griglia ordinata, dove, in uno spazio ben definito, i soggetti instaurano fra loro un dialogo sinergico. L’ordine simbolico che si viene a creare fra i segni è il risultato della combinazione di taluni elementi con altri, offrendo all’osservatore la possibilità di soffermarsi, necessariamente, sulla totalità del processo creativo. È possibile con uno sforzo trovare una risposta univoca davanti all’enigma? Non credo proprio, “sarebbe innocente cercare una risposta univoca”. Ben augurante è immaginare che il fruitore dell’ opera, andando via, trovi le risposte nella sua anima.

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Napoli e Dintorni

Spatula Strokes di Conny Liotti al Castel dell’Ovo

Il 25 Febbraio, nella splendida cornice del Castel dell’ Ovo, è stata inaugurata la mostra d’ arte contemporanea dal titolo Spatula Strokes a cura di Marta Di Meglio che sarà possibile visitare fino al 5 marzo. La personale è realizzata in collaborazione con l’ Assessorato alla Cultura e Turismo di Napoli. Spatula Strokes è un progetto itinerante, che porterà la produzione artistica di Conny Liotti in giro per l’ Italia e non solo. Marta Di Meglio ha curato l’ allestimento nelle Sale delle Terrazze di Castel dell’ Ovo, dove le bianche pareti hanno assunto colore grazie ai lavori della giovane artista. Le opere di Conny sono un manifesto della sua personalità “rock”: il carattere forte della Liotti ha trovato materializzazione nei suoi lavori, colore su colore a colpi di spatola. Una pittura d’ azione, quella di Conny: la tela è un ‘ arena all’ interno della quale venire a patti con l’ atto creativo. L’ artista “agisce “ come in un rituale estatico ed il dipinto diviene la manifestazione fisica del processo creativo. Spatula Strokes: la pittura a colpi di rock di Conny Liotti Abbiamo intervistato l’ estroversa artista Conny Liotti. Qual è l’ idea che è alla base di questo progetto? L’idea è di portare in giro per l’ Italia e per l’ Europa le mie opere; un progetto itinerante. Ho esposto già a Roma in una location esclusiva e presto le mie opere viaggeranno prima verso Madrid e poi per Berlino. La tua produzione artistica ha subito qualche tipo d’ influenza? La mia produzione, volutamente, non ha subito alcun tipo d’ influenza. Ho evitato che ciò accadesse affinché il mio lavoro fosse autentico e simile solo a se stesso. Qual è la tecnica usata per la realizzazione delle tue opere? La tecnica è molto istintiva. Per dipingere uso le mani e le spatole. Ho necessità del contatto con i colori, e la tela è il mio campo di battaglia dove combatto con il mio dolore. La tela, quindi, è la destinataria del tuo sfogo emozionale? Si, d’impulso mi libero di una tensione accumulata e riesco ad esprimere tutto il mio malessere. C’ è della riflessione nei tuoi lavori astratti? Il mio fare su carta o su tela ha un valore meditativo a tratti terapeutico. La tela è la mia cura, dove ritrovo la mia spiritualità e anche me stessa. Grazie, Conny Liotti!

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Napoli e Dintorni

Junk love: Anna Gramaccia e Simone Zaccagnini

Il 23 febbraio, nella splendida Galleria di Francesco Annarumma, sita a via del Parco Margherita 43, è stata inaugurata la mostra d’arte contemporanea dal titolo Junk love; sarà possibile visitarla fino al 23 Marzo. La doppia personale vede come protagonisti due giovani artisti: Anna Gramaccia e Simone Zaccagnini. La Galleria Annarumma è nota per aver preferito in passato artisti stranieri di qualità, e la scelta coraggiosa di proporre oggi due artisti italiani – Anna e Simone – è determinata dal desiderio di vincere una scommessa con un mercato ormai esterofilo. Il titolo della mostra “Junk love” è stato scelto dall’intellettuale Scott Elliot, amico di Anna e Simone; il suo pensiero, che fa da accompagnamento al testo, si trova sul retro del comunicato stampa, che va ad interpretare al meglio il sentire dei due giovani. Junk Love: arte made in Italy Francesco Annarumma, gallerista esperto, con professionalità e cordialità ci ha concesso un’intervista sulla mostra Junk love Qual è l’ idea alla base della produzione artistica di Simone e di Anna? I due artisti sono vicini sentimentalmente, ma sul piano del lavoro non potrebbero essere più lontani. Simone Zaccagnini realizza dei lavori estroflessi sia sul piano materiale – perché le sue sono delle sculture bidimensionali – sia sul piano ideale; lavori estrusi, imbottiti di gommapiuma. Le opere si risolvono in delle t-shirt colorate di marca “FuBu”, degli anni ’90, in patches, jeans vintage, espressione di una cultura americana Pop. Opere elaborate e personalizzate con maestria tese a superare i confini del tradizionale linguaggio pittorico per approdare ad una dimensione plastica di stampo industriale. Anna Gramaccia, invece, fa l’operazione inversa. I suoi lavori sono introflessi, cercando nella materia le potenzialità che la materia stessa può esprimere. L’ artista usa pochi materiali essenziali, come fogli di carta sovrapposti, che colora a pennarello. Il procedimento di lavorazione è semplice. Si parte dalla materia finita, la carta, per arrivare alla polpa di cellulosa. Pettina con lamette e taglierini il foglio di carta, che una volta sfibrata acquista un volume morbido come batuffoli di cotone. Batuffoli che, senza soluzione di continuità, ripiegati su se stessi vanno a riempire lo spazio di un’intelaiatura. Il tutto poi è fissato con uno spray plastico che dona alla superficie una granulosità, un senso di pulviscolo. Nei lavori di Anna c’ è uno scavare sotto la superficie delle cose? Il lavoro di Anna è molto introspettivo, uno scavare dentro. C’è una meditazione, un lavoro quasi da amanuense benedettino. Volendolo cercare, c’è un punto d’incontro sul piano concettuale tra i due artisti? Non credo che ci sia, ed il fatto che i due giovani si siano sottratti per ragioni di riservatezza ad un’intervista dice molto del loro carattere. Se di incontro si vuol parlare, allora il loro è stato un incontro d’anime.

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Napoli e Dintorni

Lello Bavenni: Resistenza ad oltranza

Nella suggestiva Sala delle Carceri del Castel dell’ Ovo si svolgerà fino al 26 Febbraio la mostra di Lello Bavenni, dal titolo “Resistenza ad oltranza.” Il titolo della mostra è un manifesto del percorso creativo e di vita di Lello Bavenni. Lello è figlio del suo secolo, il’900. Sul piano artistico sente l’influenza del movimento d’Avanguardia. La produzione artistica, presente in sala, è perfettamente in linea con il movimento che pone gli artisti “avanti” rispetto ai contemporanei. Da buon neo-avanguardista incarna il fenomeno e produce lavori che sono il frutto di tecnica mista tra scienza e applicazioni tecnologiche. Lello Bavenni: Resistenza Bavenni, uomo canuto e dallo sguardo intenso, ci ha concesso una breve intervista. Quando nasce l’idea di questa mostra? Qualche tempo fa sono ritornato su un vecchio progetto a specchi. Le tele con delle giustapposizioni coloristiche, realizzate anche con dei moderni dispositivi di creazione digitale che una volta riflesse su specchi consentono al fruitore di ammirare un gioco di immagini in uno spazio bidimensionale dal risultato bizzarro. Le luci della sala fanno, poi, il resto. Quali sono state le influenze artistiche del passato? Sicuramente l’arte d’ Avanguardia, pur essendo nato e cresciuto in una casa dove alle pareti erano presenti solo pittori dell”800 napoletano. La mia, forse, è stata una reazione al passato e ho seguito l’istinto. Ho subito da giovane il fascino di Paul Klee e di tutta quella corrente artistica. Ho metabolizzato la produzione di quegli anni ed ho elaborato, infine, un mio stile. Oggi, dopo circa quarant’anni di attività, mi è semplice sintetizzare quelle nozioni e portare in sala una mostra all’“Avanguardia.” Perchè intitolare un’esposizione “Resistenza ad oltranza?” In considerazione del fatto che abbiamo parlato anche dei movimenti d’Avanguardia, volevo recuperare dal linguaggio militare il termine “ Resistenza”, la sua etimologia richiama subito alla memoria l’azione contrastante il nemico o quanto meno un piano difensivo. Ho combattuto nella mia vita per affermarmi nel contesto artistico. Il messaggio concettuale che si vuol lanciare con questa mostra? Quando la vita colpisce duramente, impara a resistere ad oltranza!  

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Napoli e Dintorni

Alessandro Ciambrone: Napul’è mille culure

Il 17 febbraio scorso è stata inaugurata, nella splendida cornice di Salotto Calabritto, la mostra di Alessandro Ciambrone a cura di Francesca Frendo e Carla Travierso. In occasione dell’opening è stato presentato il prototipo in seta “San Leucio Silk”, del quadro “Esplosioni di colori”, realizzato dalla “Silk and Beyond”. Il Salotto Calabritto ospiterà le opere dell’artista dal 17 al 21 Febbraio 2017. Quando la storia si fa ad arte, Ciambrone ci mette del suo e non perde l’occasione per rivelare, attraverso i suoi lavori, l’idea positiva che lo “straniero” ha di Napoli e dei luoghi di interesse storico. Per mano dell’artista, Partenope è trasfigurata in un carnevale di paesaggi urbani ancora intonsi. Il colore è il solo protagonista dei lavori di Alessandro, non dieci, non cento, ma mille colori, “tirati” su tela come fili di seta di San Leucio. Alessandro Ciambrone: la ricerca della bellezza Alessandro, architetto ed artista, uomo schivo di lodi ci regala una breve intervista: Quando è nata l’ idea di questa mostra? L’idea di questa mostra è nata il primo gennaio, alle nove del mattino, passeggiando sul lungomare il panorama mi ha ispirato per la realizzazione di una tela di cinque metri che voglio donare alla città, perché tutti ne possano fruire. La tua professione di architetto quanto ha influenzato la tua produzione artistica? Nel 2007 sono stato uno dei cinque vincitori al mondo della Unesco Vocation Patrimoine fellowship per un progetto sulla valorizzazione dei siti Unesco in Campania, progetto che ho sviluppato sia come dottorato di ricerca internazionale sia come docente universitario. L’idea che è alla base dell’opera nasce, quindi, dalla mia indagine scientifica che una volta divenuta applicazione è già elemento di promozione della Campania nel mondo. Qual è il futuro dell’ arte e degli artisti nell’epoca della sua riproducibilità tecnica? Come docente universitario di architettura sento la responsabilità di trasmettere ai miei allievi l’importanza del disegno a mano, prerogativa di pochi, oggi giorno. Gli studenti che usano solo il computer hanno smarrito il senso della proporzione e della dimensione, perdendo di fatto tecnicamente l’armonia e la bellezza. Il risultato anche etico è recuperabile solo con un ritorno al passato e con la ricerca della verità che è insita nell’arte. La bellezza salverà il mondo? Sì, ma solo ad un patto: “che gli uomini combattano per salvare la bellezza!”

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Culturalmente

Il teatro della solitudine: storie da Edward Hopper

Nighthawks, 1942 (Nottambuli) Ore 4.00 a. m. Abbiamo fatto l’amore per ben tre volte questa sera, un caffè e poi le pago un taxi. Cosa potrà volere da me, una che conosco da due giorni. È il tipo di donna che dopo una settimana mi lascia l’accappatoio nel bagno, ne sono sicuro. Certe donne di Manhattan nascono così, ti succhiano prima il cervello e poi il conto in banca. Mani da pianista e testa da segretaria. Ha avuto una storia con il suo capo, mi ha detto a cena. Thelma, questo è il suo nome, ha un profumo italiano e si capisce dal colore del suo vestito che è in vena di conquiste. Domani cambio numero di telefono, la signorina dev’esserci abituata, alla seconda telefonata capirà che deve girare i tacchi. “Hey, Tom hai del fuoco?” Tom è il ragazzo del bar, per vivere fa due lavori e uno di questi è il turno di notte in questo bar della city. Dice che per lui questo è un lavoretto momentaneo, eppure sono già tre anni che serve caffè nero ai tavoli. E poi c’è lui, il tenebroso. Ogni notte, nel suo doppio petto grigio, chiede a Tom di bere un whisky liscio. Ha l’aria dell’impiegato di banca che è stato lasciato dalla sua donna, che beve per dimenticare. Gli impiegati di banca li riconosco dalla tesa del cappello. Stringo una Marlboro tra le dita: “Tom del fuoco?”. Sta lavando un bicchiere e mi guarda storto. Ha voglia di chiudere tutto e di andar via. “Mister non ho i fiammiferi”. Niente mancia, ma questo già lo sa. Thelma mi sfiora con le dita la mano sinistra; è un gesto automatico, il suo, mentre osserva lo smalto rosso sbeccato dell’altra mano. Il tenebroso non alza mai lo sguardo dal bicchiere, poggiato sul bancone. Ha sentito che ho voglia di fumare ma non dice nulla, ma di sottecchi guarda la mia lei. Avrà notato i suoi capelli rossi e l’aria sfatta da ragazza facile; forse gli dà coraggio. Gli sarà venuta voglia di portarsela a letto. “Prego signori chiudiamo”. Tra poche ore in questo bar ci sarà più luce e tutti saranno tornati alle proprie vite. Thelma sarà più sola di prima aspettando il trillo di un telefono che non suonerà. Il tenebroso troverà un bar aperto per un altro giro di bevute. Tom aprirà i suoi libri di medicina sognando un’altra vita; io tornerò nel mio appartamento e seduto alla scrivania batterò a macchina un’altra storia. “Per molti l’ alba è l’inizio del giorno, per me è la fine della notte”. La solitudine del contemporaneo Automat, 1927 Ecco, ci sono cascata di nuovo. Mi ha scaricato. Ho creduto alle sue promesse; che l’avrebbe lasciata, la moglie. Ed io, come una cretina, ho pensato che fosse vero. Ora mi ritrovo da sola, seduta dentro un freddo bar di Ny, davanti ad un caffè caldo preso da una stupida macchinetta automatica, e sono qui ad aspettare che lui mi chiami e mi riprenda come l’ultima volta. […]

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Napoli e Dintorni

AND project: giovani artisti al quadrato

Quando un gruppo di giovani artisti, vestendo i panni di curatori, realizzano insieme un progetto c’è la forte possibilità che venga fuori qualcosa di nuovo: &ndproject  (AND project). Benvenuti a Napoli, dove si è tenuto, il 10 febbraio scorso, “FIVE Ws”, il primo di un ciclo di cinque eventi artistici, in un appartamento storico del centro. Protagonisti dell’ opening sono quattro artisti: Antonio Maestà, Marta Orlando, Vittoria Piscitelli, Anna Sobczak. Il progetto &nd (AND), curato da Federica Romano, Fabrizio Monsellato, Nicola Piscopo e Salvatore Ricci, si basa sull’ idea di realizzare una piattaforma mobile, in spazi pubblici e privati, finalizzata alla promozione di giovani artisti. “Who?”, la prima delle “Five ws”, è una delle domande che i curatori pongono al fruitore dell’opera da promuovere, rivelando le risposte ad ognuno dei cinque incontri che saranno proposti. Attenzione nel salire le scale strette del civico 143 di Via Santa Lucia, potreste ritrovarvi a fare un salto nel futuro ed essere catapultati in un evento senza precedenti. Una doppia intervista, una al curatore e l’altra ad un’ artista ci offrono la possibilità di comprendere come da un’idea innovativa nasce un progetto vincente. AND project: identità rivelate da giovani artisti Nicola Piscopo, artista e curatore, ci svela l’ identità del progetto &nd: Quando e come nasce &nd (AND project) ? Il progetto è nato diversi mesi fa, con l’ intento di creare una rete con altri artisti e con la volontà di realizzare l’ identità di &nd attraverso un concept che segue la regola cognitiva delle “Five Ws”: “Who?”, “What?”, “When?”, “Where?”, “ Why?”, mettendo in risalto i punti critici che una ricerca comporta, analizzandoli singolarmente. Qual è il filo che lega gli artisti di questo primo ciclo? Il filo conduttore è la casa, intesa sia come luogo in cui si consumano le dinamiche familiari e identitarie del trascorrere del tempo in chiave soggettiva, attraverso l’ avvicendamento delle generazioni, sia come rifugio illusorio dal caos della città e dai rapporti economici tra gli individui. La casa diventa un unico blocco sintetizzato ed al contempo scomposto in una reazione a catena di significati politici ed esistenziali, che accoglie i mutamenti del nostro paese. L’ ospite della casa, fruitore delle opere, dove può trovare risposta alla prima domanda del ciclo di eventi per l’ appunto,Who? Le risposta è facile da trovare se si interrogano gli artisti presenti ogni sera, sulle opere da loro prodotte. Vittoria Piscitelli, artista napoletana, di rara intelligenza e di indiscutibile bellezza, ci apre con un’ intervista le porte del suo universo artistico, offrendoci la possibilità di raccogliere più di una risposta. Come sono stati scelti i tuoi lavori per &nd? (AND project) I miei lavori per questa prima collettiva sono stati scelti in quanto concepiti in un’ idea d’ intimità domestica. Le indagini iconografiche dei miei lavori o il formato, sono sempre stati una ricerca sui rapporti affettivi nella famiglia. Tra i lavori presenti in sala, tre sono di tua produzione. Oltre l’ opera cosa c’ è? Si, infatti, per anni ho lavorato con la carta realizzando collage, […]

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Napoli e Dintorni

Teresa Cervo: storie di carta e d’amore

Al Grand Hotel Parker’s si è tenuto il 9 febbraio il vernissage di Teresa Cervo, a cura della Dipunto studio. Le pareti del sesto piano dell’hotel – per quanto apparentemente impossibile – sono state valorizzate dalle opere dell’artista, che ha inaugurato la sua mostra in una cornice d’eccezione. I lavori resteranno in mostra fino all’8 marzo, dove le “piccole donne” di Teresa saranno protagoniste del breakfast in rosa, per quella data, aperto a tutte le donne. Sono “storie di carta e d’amore”, le storie di Teresa, ma sono soprattutto storie di donne. L’universo femminile è plasmato dalle mani dell’artista con amore, con fil di ferro e cartapesta; materiali poveri per figure leggere e ricercate nelle forme, un’arte “proletaria”, fatta di un artigianato che profuma veramente di bottega. La sensibilità della donna, prima ancora che dell’artista, la si riscontra nelle sculture, nei quadri bidimensionali in ferro e ne “gli Altrove”, vale a dire i mezzibusti in cartapesta di donne senza occhi. Donne dal collo lungo come la Madonna del Parmigianino, forse un richiamo al Manierismo ed alle figurine di Modigliani. Arte classica e moderna si fondono per farsi contemporanea. Storie di carta: di Teresa Cervo Teresa, donna schietta e dai modi affabili, ci ha concesso un’intervista. Quando hai iniziato la tua produzione? Ho iniziato negli anni ’70, con materiali poveri come il cuoio, poi ho esplorato ed ho lavorato con altri materiali, come la carta ed il fil di ferro. I lavori presenti in sala, sul piano concettuale sono la sintesi degli ultimi trent’anni, anche se di recente produzione. Nelle tue opere ci sono molteplici influenze artistiche, dal Manierismo alla Pop art passando per il dadaismo. Qual è il valore concettuale dei tuoi lavori? Sì, infatti, è vero, vi sono più richiami al passato ed il valore concettuale è nella mia capacità di riuscire a trasmettere con un’opera materica la concretizzazione di sogni e di idee al femminile in uno spazio bidimensionale. Spazio bidimensionale che crea, con il gioco di luci e di ombre, personaggi che si moltiplicano nel quadro, e questo effetto offre la possibilità al fruitore di leggere l’ opera in più chiavi, creando, come in un romanzo, una narrazione “solida”. Gli Altrove sono sculture senza occhi, perché? Sono donne prive di occhi perché si trovano in una dimensione diversa, infatti sono altrove; non è una fuga dalla realtà né una mutilazione, bensì un vedere oltre che è un concetto diverso dal guardare. Tutti i grandi artisti attraversano periodi diversi e lasciano ai critici la possibilità di definire la loro arte. È un tentativo fattibile anche per un artista definire se stesso e la sua arte? No, credo non sia possibile per me. Sono libera da etichette; non diversamente dai fili di ferro che modello, prendo la forma e la bidimensionalità dei miei personaggi femminili. Agli altri lascio l’ interpretazione. La sala si riempe di gente e la musica del pianoforte avvolge, come una coperta di cashmere, gli invitati. I miei occhi fissano “Gli Altrove” di Teresa Cervo ancora una volta ed […]

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Napoli e Dintorni

Paesaggi Urbani disegni e dipinti al Blu di Prussia

  Al Blu di Prussia, in Via Gaetano Filangieri, è stata inaugurata, il 3 febbraio, la mostra Paesaggi Urbani disegni & dipinti di architettura a cura di Mario Pellegrino. Regina della serata è stata la gallerista milanese Antonia Jannone, che ha iniziato il suo percorso nel 1979 concentrandosi su di una espressione artistica fino a quel momento relegata nell’ambito delle professioni, l’ architettura. Ieri come oggi, a Milano come a Napoli, Antonia Jannone porta in mostra lavori di architetti del calibro di Mario Bacciocchi, Mario Botta, Piero Bottoni, Andrea Branzi, Alessandro Busci, Michele Delucchi, Vittorio Gregotti, Franco Raggi, Alessandro Mendini, Aldo Rossi, Ettore Sottsass, Velasco Vitali. Pensieri e parole, Paesaggi Urbani La gallerista che ha curato la mostra Paesaggi Urbani disegni e dipinti di architettura, donna di rara gentilezza, ci ha concesso un’ intervista: Come è nata in lei l’idea – semplice ma geniale, direi – di proporre i disegni ed i dipinti degli architetti come opere d’arte? L’ idea di una mostra non è mia, ma dell’Ordine degli architetti di Milano; il cui Vicepresidente, Franco Raggi, ha voluto riconoscermi – pur dandomi della matta incauta – il merito di essere stata la prima e per ora anche l’ unica gallerista ad essersi interessata ai disegni degli architetti come espressione di vera e propria arte. Ha voluto esaltare questa mia “specializzazione” di nicchia facendomi mostrare all’ Ordine, dove, grazie ad una carrellata lunga quanto i miei anni, ho raccolto più disegni di quelli presenti in sala. L’esperimento ha avuto successo e ho deciso, così, di riproporlo in galleria in termini di vera e propria mostra d’arte per coloro che non avevano avuto la possibilità di conoscerlo all’Ordine; infine, Mario Pellegrino – professionista adorabile, per il quale nutro una enorme stima – mi ha chiesto di portarlo a Napoli. Ho fatto una selezione delle opere raccolte negli ultimi 40 anni ed ho scelto quelle che a mio avviso sono le più interessanti. Fra esse ci sono quelle di Ettore Sottsass, di cui si festeggia quest’ anno il centenario della nascita; di Aldo Rossi, sempre “sulla cresta dell’ onda” per le sue architetture e i suoi libri, e poi i disegni di architetti famosi e seguiti nel periodo fascista. Dispongo di bellissimi disegni e dipinti ed ho voluto mostrarli Al Blu di Prussia. Bacciocchi, che è stato un grande, ha disegnato e realizzato tantissimo nella sua vita, lasciando, peraltro, dei favolosi progetti. Infine ho messo insieme le opere degli architetti più attuali. A Napoli ho voluto integrare questa mia ricerca – questa mia passione per i disegni d’architettura – con artisti che, come me, hanno subito il fascino della città. Sul piano concettuale esiste un filo conduttore che lega questi artisti? Sicuramente l’ amore per il disegno, che ogni artista ha coniugato come meglio riteneva. La sala si riempie di gente che si guarda intorno come in una affascinante città sconosciuta; Angelo Marra l’immortala nei suoi scatti facendone la folla di strade immaginarie ed alle pareti i disegni diventano parole, quelle di […]

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Teatro

“Minetti” di Marco Sciaccaluga al Mercadante: un elogio della follia

Fuori nevica e la hall diviene rifugio-palcoscenico per l’attore, che evoca frammenti della sua vita, ora reale, ora immaginaria, rivolgendosi al personale dell’hotel, a una bizzarra signora che non va mai a letto se non ha bevuto prima almeno due bottiglie di champagne ed infine ad ragazza in attesa del suo fidanzato. Minetti e il rifiuto della logica secondo  Gli avventori dell’hotel sono sospesi in uno spazio surreale, in un ambiente isolato dalla neve, dove protagonista è l’attesa. In fin dei conti la vita non è altro che un susseguirsi di attese. Attesa che fa ancora più bella la ragazza. Ecco: tutto, è il contrario di tutto; anche la logica del tempo. Allora, sola una cosa può legare il vecchio e la giovane, il presente e il passato: la musica.

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Napoli e Dintorni

Caravaggio parla napoletano

Un uomo fugge, è febbricitante e spaventato a morte. Più volte condannato e più volte imprigionato. Assassinato, il suo cadavere viene ritrovato vicino ad una spiaggia al nord di Roma, al pari di Pasolini, sembrerebbe. Si tratta di un noto pittore morto a trentanove anni: Michelangelo Merisi, conosciuto solo come il Caravaggio. Ripercorriamo gli ultimi anni della sua breve ma straordinaria ed unica vita. Siamo a Campo Marzio, è una fresca serata di maggio del 1606. Un gruppo di giovani sta giocando a pallacorda, tra questi c’è anche il pittore. Ha una fisicità robusta, capelli neri e occhi scuri come la pece. Le sue mani sono callose e ruvide. È una testa calda, filo-francese, ed ha molti nemici nel suo ambiente, ma anche amici potenti come il cardinal del Monte. A pallacorda, quella sera, gioca anche un altro giovane, si chiama Ranuccio Tommasoni: è alto, magro e biondo. È un filo-spagnolo ed ha una passione per le donne e per le carte. I due giovani hanno qualcosa che li lega l’uno all’altro: una donna, Fillide Melandroni. Una ragazza conosciuta in tutta Roma. Il gioco si fa duro, il risentimento e la gelosia spingono Ranuccio a far fallo nel gioco al suo rivale in amore. Volano insulti e scoppia la rissa. Michelangelo ha la peggio, prende allora un coltello dallo stivale e colpisce a morte Tommasoni. La fa grossa questa volta, i suoi protettori non possono salvarlo da una condanna alla decapitazione. Deve darsi alla fuga e anche in fretta. La permanenza in città non è più possibile, si sente braccato e chiede aiuto al principe Filippo I Colonna che lo ospita nei suoi feudi laziali e poi copre la sua fuga per Napoli. Caravaggio trova un’accoglienza calorosa nell’ambiente artistico napoletano, anche la nobiltà locale è ansiosa di acquistare prestigio attraverso il possesso di un’opera di Michelangelo Merisi. È il 6 ottobre del 1606, fa ancora molto caldo a Napoli quando sette nobili di una età compresa tra i venti e i trent’anni chiedono a Caravaggio di realizzare la pala d’altare del Pio Monte della Misericordia. Una sua opera avrebbe di sicuro dato lustro alla casata dei suoi membri e prestigio all’Istituzione sorta nel 1601. Michelangelo, per la realizzazione dell’opera, viene pagato 400 ducati. Ha soldi in tasca per vivere e nuovi protettori, ma il suo sonno è disturbato dagli incubi. Lavora incessantemente alla tela: Le Sette opere della Misericordia. L’opera s’inquadra nello spirito controriformistico, in opposizione alla dottrina protestante, in quanto ricorda l’importanza delle buone azioni per la salvezza dell’anima. L’artista combina insieme i soggetti della Madonna della Misericordia e quelli delle sette opere della misericordia corporale in modo originale, non considerando le prescrizioni dello statuto del Pio Monte; come un buon regista gioca con le luci e con le ombre, con la realtà, con i personaggi che sembrano usciti da un presepio napoletano. L’opera è un autentico concentrato di genio e sregolatezza: un successo. Nell’ambiente artistico non si fa altro che parlare di lui, c’è già chi lo prende […]

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Napoli e Dintorni

Ernesto Tatafiore: Gene dell’arte e della medicina

Nella suggestiva cornice del Museo Archeologico Nazionale di Napoli è stata inaugurata, il 21 gennaio 2017, la mostra di Ernesto Tatafiore “Ritorno a Itaca”, a cura di Marco De Gemmis e Patrizia Di Maggio. Il maestro, in occasione della sua mostra al MAAN, propone un inedito ciclo di opere interamente dedicate ad Ulisse, che dopo mille peripezie ed un viaggio decennale ritorna, finalmente, nella sua amata Itaca. Ernesto Tatafiore – un uomo dallo sguardo tanto profondo che gli occhiali e le falde del cappello non riescono a mitigare – ci accoglie con un bicchiere di vino tra le mani ed un sorriso beffardo incorniciato – come un’opera d’arte – da grandi baffi grigi. Maestro può concedermi un po’ del suo tempo? Scrivo per l’Eroica Fenice. “Speravo si trattasse dell’Erotica felice; peccato!” Sonora risata dei presenti; e di rimando: «Se così fosse, le visualizzazioni del giornale sarebbero di gran lunga superiori a quelle di qualsiasi articolo di seria cronaca». Nel dire questo, il mio sguardo si posa su di un’opera del maestro di inequivoca attinenza con la sua sagace battuta. Possiamo iniziare l’intervista? Prego prego. Lei, come Alberto Burri, ha studiato medicina. Sarei curioso di sapere se e quanto la sua formazione accademica ha influenzato la produzione artistica. Ho fatto medicina, mi sono specializzato in psichiatria e successivamente in psicoanalisi. In merito alla sua domanda le dico che sono figlio di un pediatra che, a sua volta, era figlio di un pittore. Mio zio era un pittore ed insegnava all’ Accademia. Quindi non posso dire che sono stato costretto a dipingere, ma di sicuro l’ arte la si respirava in casa. Direbbe Giorgio Gaber – per fortuna o purtroppo lo sono. Si, direi più per fortuna, anche se purtroppo fa pensare. Anche Gaber, alla fine, credo la pensasse così. Achille Bonito Oliva alla sua prima personale definì la sua arte “neo illuminista” questa etichetta è ancora valida? Tutti noi siamo debitori dell’ illuminismo e della rivoluzione francese. Nel senso che l’ illuminismo, attraverso la rivoluzione francese, ha determinato dei profondi cambiamenti culturali; si pensi al divorzio, alla leva militare obbligatoria e tante altre cose che non sto ora ad elencare. Comunque sì, la definizione della mia arte come neo illuminista mi sta bene. Questa mostra è intitolata ritorno ad Itaca. Lei come uomo e come artista si sente in qualche modo vicino al suo percorso di vita, al viaggio di Ulisse? Il personaggio di Ulisse è una metafora della vita, nell’ attraversarla c’è bisogno di incontrare sia le sirene che i mostri. Personalmente spero di incontrare più sirene che mostri. Una domanda che può suonare provocatoria ma non lo è per nulla. Il significato del nome Ulisse è inquietante: può voler dire “colui che è odiato” o “colui che odia”; c’è qualche artista contemporaneo che in qualche modo “la odia” o, attualizzando il concetto, semplicemente la invidia; e viceversa? La parola odio può sembrare brutta, ma non lo è. Le posso fare un esempio. Quando mi chiedono di Napoli penso a Catullo e […]

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Napoli e Dintorni

Anime del Purgatorio: spoglie mortali, testimonianza unica di vite sconosciute

Nella suggestiva cornice del Complesso Museale di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, la Galleria Umberto Di Marino ha presentato – giovedì 19 gennaio 2017 – l’ evento di Luca Francesconi “Senza titolo_ Anime del Purgatorio”, a cura di Marianna Agliottone. Nella storia infinita, e infinitamente ricca, della nostra città, la Chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ha un posto speciale, che affascina soprattutto gli etnologi: il culto dei defunti, il rapporto con la morte, quello di una “celeste corrispondenza di amorosi sensi”, che a Napoli assume forme decisamente suggestive. Luca Francesconi è un artista di rara intelligenza, uomo mite ma dalla mente costantemente in viaggio. La sua formazione segue un percorso antico, che parte dall’artigianato per giungere all’arte pura. Con un’autorevolezza garbata e una voce profonda ci ha concesso un’ intervista: Come si inserisce il tuo lavoro in questo luogo sacro, pieno di richiami simbolici? Si inserisce con continuità rispetto a tutti gli altri interventi, in quanto più che un’opera d’arte è un ex voto; un intervento uguale a quello di altre migliaia di persone che prima di me e dopo di me continueranno ad omaggiare le Anime del Purgatorio. Si può affermare che l’installazione della tua opera si fonde con l’ arte sacra? Se per arte sacra si intende uno strumento per pregare non credo; se per arte sacra, invece, si intende qualcosa che sia espressione di una singola spiritualità che si apre verso gli altri allora certamente è possibile. L’arte spesso è spirituale, questo luogo sacro è un invito alla spiritualità. La tua espressione artistica è spirituale? Certamente si! Le chiavi di lettura del tuo lavoro quali sono? Quelle di qualsiasi altra opera d’ arte. All’origine dell’arte credo vi siano due soggetti: l’artista e l’osservatore. Nel momento in cui l’opera del primo determina l’interesse del secondo, si può parlare di arte. Qualsiasi gesto può essere interpretato in senso artistico. Questa nuova installazione va considerata un tentativo, più o meno consapevole, di rinsaldare la relazione tra arte e simbolo? No, perché l’ unico simbolo che in questo luogo esiste è la croce, la passione di Cristo. Tutto il resto è culto, preghiera. Quindi il tuo è un invito alla preghiera? Magari, speriamo! Alla luce di quanto detto si può dire che la tua si avvicina all’arte religiosa più che a quella sacra? Sì, credo sia un ottimo punto di vista, anche perché l’ unica cosa veramente sacra è Dio e chiunque dovesse ergersi in questo senso sbaglierebbe. A Napoli ogni evento, anche la morte, ha una promessa scritta in inchiostro indelebile che, per quanto stampata in piccolo, assicura: la storia continua.

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