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Eroica Fenice

Culturalmente

Homo sapiens sapiens: le qualità dell’uomo moderno

L’Homo sapiens sapiens o uomo moderno comparve circa 90.000 anni fa, quando prese il posto dell’uomo di Neanderthal sostituendosi ad esso nel processo evolutivo. L’Homo sapiens sapiens era in grado di lavorare ossa da cui si fabbricava aghi e arpioni per la pesca, necessari alla caccia. Egli aveva sviluppato un senso artistico testimoniato da numerosi ritrovamenti di pitture rupestri, statuette di animali e figure femminili che sono per noi le maggiori testimonianze di questa tappa dell’evoluzione umana. Addomesticava gli animali e aveva sviluppato un efficace sistema comunicativo. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le tappe salienti che hanno segnato l’evoluzione umana fino all’arrivo del cosiddetto “uomo moderno”. Le tappe salienti dell’evoluzione umana Ominazione è il termine con cui ci si riferisce all’insieme degli eventi attraverso cui si è compiuta l’evoluzione dell’umanità. La specie umana trae origine dall’Africa di 55 milioni di anni fa, quando dai mammiferi si svilupparono i primati, l’ordine a cui appartiene l’uomo. I primati erano animali arboricoli con mani e piedi prensili. Un’evoluzione lenta e progressiva li ha condotti a diventare diurni, a percepire il colore e a spostarsi da albero ad albero tenendosi sospesi con le braccia. L’intero apparato scheletrico ha dunque subito le modifiche che hanno progressivamente portato l’uomo all’acquisizione della posizione eretta. Risale a 7 miliardi di anni fa lo Sahelanthropus Tchadensis, scoperto in Ciad. Esso rappresenta la prima testimonianza di un ominide in grado di camminare su due gambe. A 4 milioni di anni fa sono datati gli australopitechi. Con i loro 130 cm di altezza, essi avevano un cervello di dimensioni pari al 35% di quelle del cervello dell’uomo moderno. Dentatura appiattita, arti anteriori lunghi quanto quelli posteriori, alimentazione vegetariana: queste sono le caratteristiche più note di questi ominidi. Il genere umano nasce ufficialmente con la specie dell’Homo habilis. Egli aveva una scatola cranica più sviluppata, era onnivoro, utilizzava gli strumenti in pietra necessari per la caccia. L’Homo erectus è invece il primo cacciatore-raccoglitore; il suo cervello è più grande e l’evoluzione è molto evidente. L’Homo erectus utilizza il fuoco e caccia con strumenti più sofisticati, ottenuti dalla sagomatura di pietra e osso. Comparve 500.000 anni fa l’Homo di Neanderthal, seguito dalla specie dell’Homo Sapiens, che risale a 200.000 anni fa. Le dimensioni del cranio umano sono aumentate notevolmente. Gli uomini hanno un sistema di comunicazione accertato, ci sono testimonianze di un commercio e si producono le prime testimonianze artistiche. Circa 90.000 anni fa l’Homo sapiens sapiens assimilò poco alla volta le popolazioni dell’uomo di Neanderthal fino a provocarne la scomparsa. Dall’Africa l’uomo anatomicamente moderno iniziò la sua espansione in tutto il mondo. Storia, sviluppo e diffusione dell’Homo sapiens sapiens  La diffusione dell’Homo sapiens sapiens viene generalmente collegata al Paleolitico Superiore. Fu proprio nell’età della pietra che, tra le costruzioni perfezionate di utensili in pietra, il sorgere del pensiero metafisico e del culto dei morti, il governo del fuoco e l’affermarsi delle prime forme d’arte, nacque l’uomo moderno. Come le altre specie di ominidi, anche l’Homo sapiens sapiens è originario del continente […]

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Culturalmente

Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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Cucina e Salute

Cioccolato bianco: i segreti della sua produzione

Burro di cacao, zucchero, derivati solidi del latte. Il pallido aspetto del cioccolato bianco è una conseguenza degli ingredienti che lo compongono e una caratteristica che lo rende inequivocabilmente diverso, per aspetto quanto per sapore, dal classico cioccolato fondente o al latte. La differenza sostanziale con gli altri tipi di cioccolato è l’assenza, nel cioccolato bianco, di un ingrediente fondamentale: la pasta di cacao. L’ingrediente principale dei suoi concorrenti bruni è quindi del tutto assente nel cioccolato bianco che, per questa ragione, non viene considerato un appartenente alla stessa famiglia in senso stretto. Eppure questo alimento, che esiste dal 1930, è entrato in tutti i supermarket come fratello minore del cioccolato tradizionale e si è meritato il posto d’onore al suo fianco. Il metodo di produzione, la distribuzione in tavolette, il confezionamento fanno sì che esso rientri tra gli alimenti derivati dal cacao, se non chimicamente almeno per analogia. I valori nutrizionali del cioccolato bianco Il cioccolato bianco è ottenuto dalla lavorazione di burro di cacao, saccarosio, latte vaccino o i suoi derivati (principalmente latte in polvere). Secondo una direttiva dell’anno 2000 esso, per essere considerato bianco, deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca del latte – all’interno di questa inoltre i grassi del latte devono essere presenti in quantità non inferiore al 3,5%. Il burro di cacao è una sostanza grassa ottenuta dalla lavorazione dei semi di cacao. Il latte in polvere è un prodotto ricavato dalla disidratazione del latte vaccino. Il saccarosio è il semplice zucchero da tavola. Per la mancanza della pasta di cacao il cioccolato bianco, a differenza di quello fondente, non vanta di alcun potere antiossidante, né è caratterizzato dagli innumerevoli benefici che quest’ultimo apporterebbe all’organismo. L’aspetto positivo dell’assenza della pasta di cacao potrebbe tuttavia essere la conseguente assenza di molecole nervine stimolanti. Per questo motivo le tavolette bianche sono considerate più adatte per i bambini e per le persone sensibili alla caffeina. L’elevata quantità di zuccheri semplici e acidi grassi rendono il cioccolato bianco un alimento ad alto contenuto calorico. Infine esso non è adatto agli intolleranti al lattosio. Come si produce? Le fasi della lavorazione La prima barretta di cioccolato bianco è stata inventata in Svizzera nel 1930. Dal 1967 l’azienda Nestlé – dal nome di Henri Nestlé, che inserì il latte nella lavorazione del cioccolato – iniziò a commerciare il Galak, una barretta prodotta ancora oggi. Il cioccolato bianco per la sua produzione segue le stesse lavorazioni del cioccolato fondente, a partire dalla preparazione dell’impasto che viene passato dalle raffinatrici fino a quando è pronto per il concaggio. Durante questo passaggio, l’impasto è sottoposto a miscelazione perpetua a temperatura controllata fin quando si sarà ottenuta una massa liscia e omogenea. È il momento della tempra: l’impasto è raffreddato e riscaldato nuovamente affinché, controllando la temperatura e i tempi di posa, esso possa ottenere la cristallizzazione desiderata. Lo step successivo è quello della formatura del cioccolato fuso che assume la forma dello […]

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Cucina e Salute

Che cos’è il cioccolato fondente? Storia e lavorazione

Profumato, delizioso e ricco di caratteristiche nutrizionali ottime, il cioccolato fondente ha conquistato il cuore di tutti. Connubio perfetto tra il sapore irresistibile e l’attenzione verso la salute e il benessere, il cioccolato fondente è un derivato dei semi dell’albero di cacao. Secondo una legge del 2003 per essere definito “fondente” deve possedere i seguenti requisiti: almeno il 43% di cacao, burro di cacao non inferiore al 28% e pasta di cacao tra il 55% e il 70%. Il cioccolato fondente ha una storia molto antica e, prima di arrivare alle nostre labbra, attraversa una scrupolosa lavorazione sotto le direttive dei grandi maestri dell’arte del cioccolato. Per gli appassionati di questo alimento, ogni volta che ne si assaggia un pezzo si viaggia alla scoperta del gusto che lo contraddistingue. Alla scoperta del cioccolato fondente: tutto ebbe inizio con il cacao Theobroma cacao: è questo il nome scientifico del noto albero sempreverde dalle foglie ovali. Il segreto del cioccolato risiede nel frutto a forma di cedro, nella cui polpa asprigna si nasconde il seme di cacao. La pianta di cacao era presente nell’America Centrale già 6.000 anni fa. A spiegarne l’origine è un’antichissima leggenda azteca. Si narra che una principessa fu lasciata dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro. Quando la principessa si rifiutò di rivelare ai nemici il nascondiglio fu uccisa. Dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza della donna ma forti ed eccitanti come la sua virtù. I Maya mischiavano al kakaw acqua calda e aromi di varia natura come chili, vaniglia, peperoncino e pepe, per ricavarne delle bevande. Questo popolo fu il primo coltivatore della pianta di cacao nella penisola dello Yucatan e sulla costa pacifica del Guatemala. Per i popoli precolombiani i chicchi di cacao erano così preziosi da essere usati come monete. Non tutti potevano assaporare la bevanda al cacao: sovrani, nobili e guerrieri ne erano gli unici beneficiari. Il cosiddetto “cibo degli dei” era poi utilizzato per i sacrifici religiosi. Le cose iniziarono a cambiare da quando Cristoforo Colombo provò il cacao durante il suo quarto viaggio in America. I primi chicchi arrivarono in Europa ma non ottennero molta attenzione per il loro gusto troppo amaro. Il cacao iniziò la sua emigrazione intorno alla metà del Cinquecento. Il cioccolato arriva in Europa e ne conquista i cuori (e il mercato) Il cioccolato fondente arrivò in Europa sotto forma di bevanda. Gli ordini monastici spagnoli, custodi di una lunga tradizione di miscele e infusi, cercarono di correggere il sapore amaro del cioccolato fondente aggiungendovi vaniglia e zucchero; tolsero invece dai tradizionali miscugli le spezie come il pepe e il peperoncino. Nel Seicento il cacao arrivò alla corte dei Medici in Toscana e si diramò progressivamente nel Nord Italia, specialmente a Torino e a Venezia, dove nel Settecento nascono le prime botteghe del caffè. Tra i migliori maestri cioccolatai attivi in Italia ricordiamo Gay-Odin a Napoli. Il cioccolato raggiunse presto la Francia, l’Inghilterra […]

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Culturalmente

L’eleganza dei particolari nella pittura di Hans Memling

Hans Memling, pittore del Quattrocento, è stato uno tra i principali maestri della seconda generazione della pittura fiamminga. Eleganza raffinata e malinconica sono le caratteristiche che meglio descrivono le opere da lui prodotte, ora conservate nei musei più importanti del mondo. Memling si pone come interprete della pittura fiamminga e la sua opera sembra riassumere l’intensa stagione artistica di Bruges, la città che egli adornò delle sue preziose opere. Chi era Hans Memling? La nascita e l’esordio del pittore fiammingo L’arte tardogotica del XV secolo è caratterizzata da fermenti di novità che si collocano in due aree geografiche ben precise: la Toscana e le Fiandre. Se da un lato l’arte rinascimentale si sviluppa alla corte dei Medici apportando delle rivoluzioni e delle innovazioni rispetto all’arte medievale, dall’altra la pittura fiamminga si manifesta come l’evoluzione della tecnica artistica precedente, ponendosi come obiettivo la conquista di un maggiore naturalismo. Proprio nelle Fiandre – area geografica che contiene buona parte degli attuali Belgio e Olanda – nasce e si sviluppa la figura di Memling. Molteplici furono gli artisti che segnarono questo periodo, primo tra tutti Jan Van Eyck, maggiore esponente della pittura fiamminga nonché inventore del genere. L’innovazione fiamminga nella pittura ad olio si verifica non tanto per la composizione del colore quanto che per la tecnica della velatura. Strato dopo strato la superficie della tela bianca viene coperta da una pellicola semitrasparente che consente una gamma di colori e sfumature incredibilmente vasta. La stratificazione dei colori ad olio consente l’egregia realizzazione dei panneggi della stoffa, dell’epidermide, del cielo e del paesaggio. È questo il presupposto per lo sviluppo della dote artistica di Hans Memling che fece tesoro del retroscena culturale, storico e artistico del luogo in cui operò per trarne la bellezza protagonista dei suoi quadri. Memling nasce in Baviera, per la precisione a Seligenstadt, in un anno vicino al 1435. Si tratta di un completo sconosciuto fin quando egli si trasferisce nelle Fiandre. Le sue cifre stilistiche lasciano ritenere che egli fu allievo a Bruxelles di Rogier van der Weyden, pittore ufficiale della città e destinatario di commissioni dei duchi di Borgogna e dei re di Castiglia. Dopo la morte del suo maestro, datata 1464, è certo che Memling si sia trasferito a Bruges. Si trattava del più importante centro commerciale e bancario dell’Europa nord-occidentale e di uno degli epicentri culturali delle Fiandre. La presenza di stranieri facoltosi, istituzioni religiose, ricche famiglie borghesi e membri della corte di Borgogna rese Bruges la città perfetta per Memling. Quando egli vi giunse, la seconda generazione della pittura fiamminga vedeva in quel periodo il declino del celeberrimo Petrus Christus, meglio noto come Pietro Ghirista, pittore fiammingo di fama mondiale. In questo panorama Memling iniziò ad aggiudicarsi commissioni importanti e, dopo aver aperto un laboratorio tra i più versatili e attivi della città, diede avvio ad una vasta produzione di dipinti devozionali, favorito dalla loro crescente domanda. L’ascesa dell’artista, da Bruges al mondo intero Il banchiere fiorentino Angelo Tani, direttore del Banco Medici a Bruges, […]

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Cucina e Salute

Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Culturalmente

I 50 anni dallo sbarco sulla Luna: gli eventi in Italia

20 luglio 1969: un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Quale frase più adatta per celebrare l’anniversario dello sbarco sulla Luna? Il 20 luglio 2019 sarà passato mezzo secolo dalla missione Apollo 11 e, per celebrare i 50 anni dalla famosa passeggiata, l’Italia intera ha in programma una serie di eventi per riportare alla memoria ciò che, solo mezzo secolo fa, ha permesso quell’enorme passo per l’umanità di cui parlava Neil Armstrong. Missione Apollo 11, i ricordi cinquant’anni dopo 20 luglio 1969. Quella sera persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11. 900 milioni di persone s’incollarono alla TV; oltre 20 milioni di italiani erano pronti a vedere la prima trasmissione televisiva delle immagini riprese dal gruppo di uomini che mai prima di allora avevano portato la lontana Luna così vicino. Nel clima teso della guerra fredda l’emozione di quel giorno sembrò annullare il conflitto tra Usa e Urss. Dal giorno del decollo, nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro: in quelle ore fu la Terra a girare intorno alla Luna. I negozi erano stati allestiti con vetrine rigorosamente a tema; l’esplosione mediatica fu impressionante. La Rai stimò che le fasi salienti della missione vennero seguite su 7 milioni di piccoli schermi. Perfino al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte. Sono passate 109 ore e 42 minuti dal lancio quando Neil Armstrong compie il suo primo passo: l’uomo ha ufficialmente messo piede sulla Luna. 20 luglio 2019: le iniziative organizzate in Italia per l’anniversario dello sbarco sulla Luna Il 20 luglio si festeggeranno i 50 anni dallo sbarco sulla Luna e le iniziative organizzate in Italia – e nel mondo – rendono giustizia a questo straordinario evento con serate a tema, osservazioni astronomiche, mostre, dibattiti e convegni dedicati alla Luna. L’Inaf – Istituto Nazionale di Astrofisica – e i tanti appassionati al tema dello spazio hanno messo a punto la maggior parte delle attività. Ospite speciale di tutte queste iniziative sarà la Luna stessa per cui è prevista un’eclissi parziale proprio nei giorni precedenti. Ecco i maggiori eventi organizzati in Campania e nella Capitale NAPOLI Il Consolato Generale di Napoli ha già celebrato questo anniversario con la proiezione del documentario “The Mars Generation”, diretto da Michael Barnett e selezionato come uno dei film d’apertura al Sundance Film Festival 2017. L’evento si è svolto il 13 luglio alla presenza di più di 260 studenti di scuole superiori e del regista stesso.  Martedì 16 luglio all’Osservatorio di Capodimonte ci sarà l’aperitivo sotto le stelle dal titolo “Stregati dalla Luna” a cui parteciperanno gli astronomi Patrizia Caraveo e Massimo Della Valle. Il tema della missione Apollo 11 tratterà le rievocazioni storiche dello sbarco sulla Luna ma soprattutto gli sviluppi tecnologici ottenuti dalla missione. Dopo quest’apertura ci saranno l’aperitivo e l’osservazione dell’eclisse. Giovedì 25 si terrà un ultimo appuntamento, a cura di […]

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Attualità

Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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Culturalmente

Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Culturalmente

Edmond Dantes: chi è il Conte di Montecristo?

Edmond Dantes, il conte di Montecristo | Riflessioni Edmond Dantes, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, è un personaggio nato dalla penna dell’autore Alexandre Dumas nel diciannovesimo secolo. La sua vicenda è ambientata tra la Francia e l’Italia nella prima metà dell’Ottocento e comprende storie di viaggi, ricchezza, vendetta, giustizia, perdono e amore in una trama che intreccia tra loro personaggi e situazioni svariate. Pare che, per creare il personaggio di Edmond Dantes, Dumas si sarebbe ispirato al ciabattino di Nîmes, Pierre Picaud, che visse analoghe esperienze: le sue memorie furono rinvenute da Jacques Peuchet, la cui opera influenzò senza dubbio Dumas. Colpi di scena e intrighi ci fanno conoscere Edmond nelle sue sfaccettature e la sua parabola umana e il suo percorso di perdizione-redenzione ci permettono di immedesimarci nei suoi panni, siano essi quelli della vittima o quelli del vendicatore. Chi è Edmond Dantes? È un uomo caduto in disgrazia che, dopo innumerevoli peripezie, ottiene la sua vendetta verso coloro che gli avevano rovinato la vita. Appena diciannovenne, Edmond Dantes sta per ricevere la promozione a capitano della nave mercantile Pharaon ed è sul punto di sposare il suo grande amore, Mercedes. La sua vita è così perfetta che due uomini, invidiosi della sua carriera e della sua fidanzata, scelgono di rovinarla. Per fare questo denunciano anonimamente Edmond come agente bonapartista e gli causano la prigionia. È proprio nel carcere del castello d’If che Edmond stringe amicizia con l’abate Faria, che gli insegna le sue conoscenze e le arti che ha appreso nel corso della vita. I due scavano insieme un tunnel per la fuga ma Faria, vecchio e infermo, muore prima del grande giorno. Egli riesce tuttavia ad informare Edmond sulla posizione di un grande tesoro di cui è a conoscenza, un tesoro sepolto sull’isola di Montecristo. Dantes riesce a fuggire e arriva in Italia, sulle coste dell’isola di Montecristo, dove trova il tesoro e si crea un alter ego, quello del Conte di Montecristo. Dopo dieci anni Dantes non ha mai perdonato ciò che gli è stato fatto e decide così di attuare i suoi propositi di vendetta. Giunto a Parigi fa il suo ingresso in società e si conquista la fiducia dei suoi nemici. La sua lunga ed elaborata vendetta lo porta a realizzare il suo obiettivo fin quando egli si accorge che le conseguenze delle sue azioni vanno anche oltre i suoi propositi. Edmond Dantes riesce così a ritrovare la propria umanità grazie alla sua schiava greca Haydée e scopre il perdono per l’avversario e per se stesso. La trasformazione del Conte di Montecristo I dispiaceri di Edmond Dantes lo trasformano: se prima della prigionia era un giovane diciannovenne, uscito dal castello il suo fisico è più vigoroso e la sua figura alta e pallida è paragonabile a quella di un vampiro. Edmond è un uomo infelice che conduce una vita tra sfarzi e lussi, facendo ricorso a droghe e ossessionato dall’ormai suo unico obiettivo: la vendetta. Senza fretta egli elabora un piano perfetto […]

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Notizie curiose

Capitan Barbossa: l’ironico Hector dei Pirati dei Caraibi

Ecco il profilo si uno dei personaggi più famosi dei Pirati dei Caraibi: Capitan Barbossa. Non sono incline a ottemperare alla vostra richiesta… Vuol dire NO! (Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna). Hector Barbossa, meglio noto come Capitan Barbossa. Si tratta di uno dei personaggi principali della saga cinematografica dei Pirati Dei Caraibi, nonché uno dei più amati. Ad interpretarne il ruolo è l’attore Geoffrey Rush, pluripremiata star del cinema e premio Oscar australiano. Egli indossa nella saga le vesti di un antieroe, Capitan Barbossa, il lato oscuro di Jack Sparrow, occasionalmente suo alleato ma pur sempre rivale. Nei diversi episodi cinematografici – cinque in totale – si assiste a un’evoluzione di questo personaggio che lo porta ad assumere un ruolo sempre meno definito ma di maggiore rilevanza. Capitan Barbossa è il cattivo? Cosa si nasconde dietro la sua maschera? Chi è Capitan Barbossa? Perdersi è l’unico modo per trovare un posto che sia introvabile altrimenti tutti saprebbero dove trovarlo. (Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo). Hector è un pirata dagli occhi azzurri, i capelli castani e lunghi, un viso cosparso di rughe e una profonda cicatrice sullo zigomo destro. Il suo aspetto è proprio quello di un vero pirata: denti gialli, unghie nere, barba ispida e, solo da un certo punto della saga, una gamba di legno. Chi avrà conosciuto Capitan Barbossa parlerà di lui come un uomo persuasivo, astuto e spietato. È l’eterno amico e rivale di Jack Sparrow a cui è sempre legato da un rapporto che oscilla tra l’alleanza, il rispetto e la vendetta.; basti pensare che la scimmietta che accompagna sempre Capitan Barbossa si chiama Jack. Capitan Barbossa è cupo e temerario, sveglio e intelligente. I suoi consigli sono sempre i più saggi. È un uomo eloquente e sa di esserlo, motivo per cui usa quest’arma a suo favore ingannando e manipolando le persone. Una delle caratteristiche principali del suo personaggio è l’umorismo asciutto. Condottiero temutissimo e maestro della strategia navale, Barbossa è capace di battersi con la spada con grandissima maestria ed esperienza. Proprio come Jack Sparrow, anche Barbossa tiene molto alla Perla Nera e fa di tutto pur di sottrarla al rivale di turno. Evoluzione del personaggio: chi è davvero Hector Barbossa? Nel corso della saga il personaggio di Capitan Barbossa subisce diverse modifiche. Nel primo film assume chiaramente il ruolo di antagonista, uno spietato pirata che cerca solo di sciogliere la maledizione di cui è schiavo. Nel terzo film, dopo essere stato resuscitato, diventa una sorta di politico: lo vediamo infatti all’opera come pirata nobile del Mar Caspio, titolo di cui è insignito. Nel quarto film Barbossa diventa addirittura un corsaro della marina inglese per poi ritornare nelle vesti di pirata per vendicarsi contro Barbarossa. Nel capitolo finale della saga Barbossa, ricchissimo, si mostra disposto a tutto pur di salvare i suoi affari. Tuttavia, alla fine del film, Hector compie un atto eroico nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, figlia che aveva abbandonato da bambina dopo […]

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Notizie curiose

Gli scienziati famosi che non possiamo non conoscere

Quali sono gli scienziati famosi che hanno rivoluzionato il mondo? La lista sarebbe interminabile. Nonostante le poche attrezzature e le scarse risorse a loro disposizione, nonostante le credenze dell’epoca e le innumerevoli avversità, questi scienziati hanno dedicato la propria vita alla Ricerca. La loro determinazione ha fatto sì che passassero alla Storia e fossero ricordati oggi per aver posto le loro ricerche al servizio della collettività. Ecco alcuni dei nomi degli scienziati famosi che non possiamo non conoscere Galileo Galilei Sicuramente tra gli scienziati famosi non può non esserci il suo nome. Nato a Pisa nella seconda metà del 1500, egli testimonia la lunga battaglia tra Scienza e Fede che caratterizzò il suo periodo. Matematico, astronomo e fisico italiano, ha contribuito alla nascita della Fisica Moderna. Galilei è anche l’inventore di diversi attrezzi scientifici tra cui il telescopio, strumento con il quale confutò alcune delle teorie di Aristotele e con il quale scoprì i crateri della Luna. Inventò anche la cosiddetta “bilancetta”, strumento con cui poté calcolare la spinta che i corpi ricevevano corrispondente al peso del corpo spostato. Lo ricordiamo poi per l’introduzione del metodo scientifico e per il suo sostegno alle teorie sul sistema eliocentrico. Galileo Galilei è noto soprattutto per l’accusa di eresia: egli fu accusato infatti di voler sovvertire la filosofia aristotelica e le Sacre Scritture. Per sfuggire alla condanna del Sant’Uffizio egli abiurò le sue tesi per scampare alla morte. “E pur si muove!”: tradizione vuole che questa frase fu pronunciata dallo stesso Galilei al termine della sua abiura. Oggi essa è diventata un modo di dire per esprimere una certezza che resiste nonostante le intimidazioni dell’interlocutore. Nel 1992 Papa Giovanni Paolo II riconobbe gli “errori commessi” dalla Chiesa nei confronti di questo scienziato, ripulendo il suo nome dopo “soli” 359 anni. Isaac Newton Isaac Newton nacque nel 1642 e fu uno dei primi scienziati a studiare lo spettro visibile della luce. Fu un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese. Isaac Newton è particolarmente noto per i suoi contributi alla meccanica classica, di cui stabilì i fondamenti con le sue pubblicazioni sulla legge di gravitazione universale descritta attraverso le sue leggi del moto. Newton fu il primo a dimostrare che le medesime leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti. Dimostrò anche che la luce bianca è composta dalla somma (in frequenza) di tutti gli altri colori. Scompose la luce in diversi colori, grazie ad un prisma, e sostenne che ciascun colore fosse composto di particelle diverse che viaggiavano a diverse velocità. Stabilì i 7 colori dell’arcobaleno, anche se oggi tra gli scienziati c’è ancora un’insicurezza sulla distinzione che egli fece tra l’indaco ed i viola. Di lui si racconta che nel 1666 fosse seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe quando una mela gli cadde sulla testa; questo gli fece pensare alla gravitazione e al perché la Luna non cadesse sulla Terra come la mela. Albert Einstein “Solo due cose sono infinite, l’universo e […]

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Cucina e Salute

Dolci senza uova e latte: 3 ricette per tutti i gusti

Si possono preparare dolci senza uova e latte? Si tratta degli ingredienti base della maggior parte di ricette ma se questi mancano nessuno si accorgerà della differenza! Una torta può essere deliziosa, leggera e soffice anche senza proteine animali. I dolci senza uova e latte sono buoni proprio quanto quelli più tradizionali. Questo articolo è per gli intolleranti alle uova e al latte, per i vegani, per chi si sta preparando alla prova costume e per chi vuole preparare un dolce ma gli manca sempre qualche ingrediente! Dolci senza uova e latte: come fare un dolce senza questi ingredienti? Gli ingredienti secchi (farina, zucchero, cacao, lievito…) non devono essere mescolati necessariamente con latte o uova. Il trucco è trovare sempre la giusta proporzione tra polveri e parte liquida. Le alternative al latte possono essere latte vegetale (soia, mandorle, cocco…), olio, succo d’arancia o di limone. Le alternative alle uova sono farina di riso, amido di mais, fecola di patate o semi di lino che immersi in un liquido diventano molto gelatinosi, quasi quanto l’albume d’uovo. La consistenza finale che si otterrà non sarà molto diversa dalla classica torta con uova e latte. Preparare dolci senza uova e latte è possibile e come! Dolci senza uova e latte: torta all’acqua Ecco a voi il primo dolce, la prima ricetta con albume d’uovo –  Ingredienti: 330 g di acqua 300 g di farina 00 200 g di zucchero 90 g di olio di semi 1 bustina di lievito per dolci baccello di vaniglia (facoltativo) Iniziamo setacciando la farina e il lievito in una ciotola. In un altro recipiente versiamo lo zucchero e aggiungiamo l’acqua a temperatura ambiente, mescolando con una frusta affinché lo zucchero si sciolga e aggiungiamo i semini di un baccello di vaniglia. A questo punto all’impasto liquido va aggiunto anche l’olio di semi. Dopo aver mescolato aggiungiamo le polveri un cucchiaio alla volta e mescolando sempre per evitare la formazione dei grumi. L’impasto finale deve essere liscio e morbido. Uno stampo da 22 cm di diametro va rivestito di carta da forno o imburrato e infarinato (in alternativa al burro si può usare l’olio di semi). L’impasto va cotto in forno preriscaldato a 180° per 50 minuti circa. Il colore della torta all’acqua deve essere più chiaro rispetto al tipico dolce con le uova. Se la torta sembra che si colori troppo dopo la prima mezz’ora basta ricoprirla con un foglio di carta stagnola e continuare così la cottura. La particolarità di questa torta è il fatto che se ne possono realizzare tante varianti: al cioccolato, al caffè, al limone e così via… Torta alle banane Ingredienti: 3 banane mature 100 g di zucchero di canna 250 g di farina integrale 1 bustina di lievito per dolci 100 g di olio di semi 130 g di acqua noci e nocciole cannella (facoltativo) La prima cosa da fare è schiacciare la polpa delle banane mature con una forchetta. Quando queste avranno ottenuto la consistenza di una crema, ad esse vanno […]

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Attualità

Inventori italiani: 10 nomi da ricordare

Inventori italiani da ricordare: la nostra top 10!  L’Italia è sempre stato un paese guida nel campo delle invenzioni. Leonardo Da Vinci, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi sono solo alcuni dei nomi dei migliori inventori italiani di sempre. Alcuni di loro sono diventati vere e proprie celebrità, altri sono rimasti nell’ombra, regalando il proprio contributo al mondo da un angolo nascosto. L’Italia è sempre stata all’avanguardia in questo campo. Si pensi che perfino la prima idea di brevetto nacque in Italia. Dal motore a scoppio alla penicillina, gli inventori italiani hanno sempre dato un grande contributo all’umanità. I dieci inventori italiani che hanno fatto la storia Bartolomeo Cristopori Padovano, nato nel 1655, è l’inventore del “gravicembalo (o arpicembalo) che fa il piano e il forte”. Grazie a un sistema di martelletti che percuotevano le corde, piuttosto che pizzicarle, Cristopori diede vita all’antenato del pianoforte. Il nuovo strumento si diffuse in tutta Europa per la sua grande espressività, prima con il nome di forte piano, poi – dalla metà del ‘700 – come pianoforte. Alessandro Volta Egli, nel 1799, presentò un brevetto che illustrava come costruire il primo generatore statico di elettricità: la pila. Napoleone Bonaparte premiò Volta con una medaglia d’oro e, in suo onore, fu coniata una moneta, la 10.000 lire, in cui accanto al suo volto compare proprio una pila. Eugenio Barsanti e Felice Matteucci Si tratta degli inventori italiani del motore a combustione interna. Nel 1835 brevettarono questo motore che sarebbe stato migliorato qualche anno dopo, nel 1909, dall’ingegnere Giovanni Enrico per la Fiat. Francesco Antonio Broccu Quasi sconosciuto tra i nomi degli inventori italiani, fu l’ideatore della prima pistola. Appassionato fin da piccolo di meccanica, quando ideò il revolver a quattro colpi attrasse l’attenzione del re sabaudo Carlo Alberto che, incuriosito dall’arma, invitò più volte Broccu a Cagliari per tenere un corso sull’utilizzo della nuova pistola. Broccu rifiutò perché non voleva allontanarsi dal proprio paese. Tre anni dopo Samuel Colt brevettò la sua rivoltella e che ne fu riconosciuto l’assoluto inventore. Giuseppe Ravizza Il nome in questione appartiene all’inventore della macchina da scrivere. Ravizza, un novarese nato nel 1811, inventò una tastiera per scrivere a scopo filantropico: facilitare la scrittura ai non vedenti. La sua macchina da scrivere – o, come la chiamava lui, “cembalo scrivano” per somiglianza con i tasti del clavicembalo, fu progettata in 16 modelli. Le sue caratteristiche erano tastiera orizzontale, telaio mobile, nastro inchiostratore, campanello indicatore di fine riga. Il cembalo scrivano fu brevettato nel 1855. Nessuno dei modelli ebbe visibilità e Ravizza restò a molti uno sconosciuto. Intanto a New York la società Remington&Sons mise in commercio la prima macchina da scrivere che ebbe un enorme successo. Antonio Meucci Il fiorentino in questione inventò il telettrofono, l’antenato del moderno telefono. Emigrato a Cuba e poi negli Stati Uniti, Meucci aprì una fabbrica di candele che purtroppo – o per fortuna – dopo un successo iniziale chiuse per un incendio che la distrusse. La fortuna sta nel fatto che a Meucci allora non […]

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Curiosità sul caffè: come ordinarlo e dove comprarlo

Le curiosità sul caffè che non conoscevi. Vi è mai capitato ci provare un leggero imbarazzo quando chiedete un caffè in un bar e il cameriere resta lì a fissarvi aspettando un ordine più preciso? Ebbene sì, è possibile accompagnare con molti attributi il nome di questa bevanda… Come pochi sanno esistono circa cinquanta tipi diversi di caffè, senza annoverare nella cifra le innumerevoli combinazioni tra le molteplici varianti che caratterizzano il modo di servirlo. La prima variante è il metodo di preparazione del caffè… Il più ordinato è il tipico espresso, nella sua forma più semplice; abbiamo poi i vari tipi di decaffeinato, corto (o ristretto), che consiste anche in poche gocce di bevanda con poca caffeina e un aroma fortissimo, lungo (l’esatto opposto del ristretto), all’americana, che viene preparato utilizzando un filtro in carta riempito di polvere grossolanamente macinata, su cui si versa acqua calda. Ma non finisce qui! Non dobbiamo dimenticarci del caffè doppio, del caffè “in ghiaccio”, tipico nei paesi del Cilento, del caffè shakerato e di molti altri. Caffè macchiato e corretto consistono nell’aggiunta di altri ingredienti alla bevanda. Possiamo gustare un macchiato con panna, con latte (nelle varianti di caldo/freddo, con/senza schiuma), oppure con crema di nocciola, pistacchio e così via. Possiamo avere anche un caffè macchiato con gelato, generalmente alla crema, oppure un caffè marocchino, che si prepara versando nel bicchierino di vetro prima la schiuma del latte e poi il caffè, con facoltative aggiunte di cioccolato o cacao. La correzione invece consiste nell’aggiunta al caffè di liquore che varia da sambuca, grappa, anice, wisky, brandy, cognac e chi più ne ha più ne metta. Tra le altre varianti abbiamo la temperatura e il contenitore. La prima varia da freddo a caldo, senza dimenticare le sfumature di bollente, tiepido, e addirittura con acqua calda, o contrariamente ghiaccio, serviti a parte. Perfino il contenitore della bevanda può variare in dimensioni e materiale; dalla tazza, alla tazzina, al bicchierino in vetro, alla confezione da asporto… Ma nella nostra lista abbiamo tralasciato le bevande a base (o con aggiunta) di caffè tra cui il caffellatte, il cortado, il latte macchiato, il cappuccino e così via! Effetti, usi e curiosità sul caffè Esiste dunque una vera e propria cultura del caffè, che ormai è divenuto una bevanda tradizionale in tutto il mondo per il suo aroma irresistibile e per il suo effetto eccitante. C’è chi lo condanna e c’è chi addirittura lo consiglia per la prevenzione del cancro al colon e alla prostata; fatto sta che il caffè è stato protagonista della vita degli uomini da sempre. Una curiosità legata a questa bevanda è che nel 1771 il re Gustavo III di Svezia volle verificare scientificamente se il caffè giovasse o meno alla salute. Si servì di due gemelli detenuti per omicidio e, dopo avergli dato l’ergastolo, impose a uno di loro la consumazione di tre tazze di caffè al giorno, mentre all’altro quella di tre tazze di tè; il primo a morire fu il gemello che aveva […]

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Sonda spaziale Juno: caratteristiche e curiosità

La sonda spaziale Juno fa parte di una missione lanciata nel 2011 dalla NASA con lo scopo di studiare il campo magnetico di Giove. La sonda è stata lanciata dalla Cape Canaveral Air Force in Florida il 5 agosto 2011. Nel luglio 2016 è arrivata a destinazione. La sua missione è stata estesa ed se ne prevede la conclusione nel luglio 2021. Quali sono le sue caratteristiche le sue curiosità e i suoi aggiornamenti? I dettagli della missione della sonda spaziale Juno Juno è stata sviluppata nell’ambito del Programma New Frontiers, che prevede la realizzazione di missioni spaziali e a medio costo (non superiore a 700 milioni di dollari). Una sua caratteristica particolare è che la sonda è dotata di tre pannelli solari. Si tratta della prima missione su Giove in cui per una sonda vengono usati dei pannelli solari. Di solito, infatti, l’elettricità è data dai generatori termoelettrici a radioisotopi. Utilizzando energia solare, la NASA evita le proteste che negli anni passati hanno accompagnato il lancio di sonde accusato di essere rischioso per la salute pubblica. La sonda spaziale Juno è stata inviata su Giove per studiare il suo campo magnetico. Molte sono le notizie che si potrebbero ricavare con questa missione. Innanzitutto, attraverso la misurazione della massa e delle dimensioni del nucleo di Giove, dei suoi campi gravitazionale e magnetico, sarà possibile capire la struttura del pianeta. Tramite la sonda spaziale Juno sarà possibile misurare a fondo la composizione dell’atmosfera gioviana, il profilo termico, la velocità dei venti e l’opacità delle nubi. Tra gli obbiettivi della ricerca, c’è anche quella di stabilire la quantità di acqua sul pianeta, ed in base a questa misurazione si potrà capire se Giove è nato fuori o dentro il Sistema Solare. Profilo di missione di Juno Il lancio è avvenuto il 5 agosto 2011, a bordo di un razzo Atlas V. La fase di ascesa è stata di circa 10 minuti; poi la sonda è stata immessa su una traiettoria di fuga dalla Terra. A circa 54 minuti dal lancio, è avvenuta la separazione della sonda dal razzo Centaur e il dispiegamento dei pannelli solari. Nell’ottobre del 2013, come pianificato, la traiettoria della sonda spaziale Juno ha previsto un fly-by (sorvolo ravvicinato) della Terra affinché l’effetto fionda gravitazionale gli fornisse un incremento di velocità. Tuttavia, un inconveniente ha indotto la sonda a entrare in modalità di emergenza: essendo il fly-by avvenuto nell’ombra terrestre, i pannelli non ricevevano più segnali. Una batteria di bordo ha fatto sì che la sonda spegnesse tutto ciò che non era strettamente necessario e orientasse la sua antenna verso la Terra. Durante la fase di avvicinamento, la sonda ha scattato delle immagini della Luna. La sonda è arrivata 5 anni dopo il lancio, martedì 5 luglio 2016. La missione era da concludersi dopo il  completamento di 36 orbite attorno a Giove, il che doveva avvenire per il 2018, ma è stata estesa per ulteriori 41 mesi. Luglio 2021 è la nuova data di scadenza. Gli strumenti scientifici di cui […]

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Attualità

Rabdomante o stregone d’acqua: chi è e cosa fa

Chi è un rabdomante? Il termine rabdomanzia deriva dal greco ραβδόμαντεία ed è una parola composta da rhábdos, che indica la verga, e mantéia, ossia divinazione. La rabdomanzia è quindi la pratica che consiste nel tentativo di trovare acqua o filoni di metalli nel sottosuolo, tramite l’utilizzo di un bastone di legno. Questo bastone, nel più classico dei casi, è a forma di Y ed è una sorta di amplificatore dei movimenti del corpo generati dalle radiazioni emesse da ciò che si sta cercando.Il rabdomante, questo sconosciuto Per chi non abbia mai sentito parlare di queste pratiche, l’arte della rabdomanzia sembrerà sicuramente qualcosa di assurdo. Infatti va ben precisato che questa pratica non ha alcun riscontro scientifico. Eppure la rabdomanzia è una pratica antichissima, già usata nel III millennio a.C. in Cina e in Egitto. Alcuni rabdomanti sono anche chiamati “stregoni d’acqua“; qualcuno afferma di poter trovare l’acqua anche sono guardando una mappa, avendo sviluppato il suo intuito con una lunga pratica. L’esercizio della rabdomanzia è da sempre radicato nell’agricoltura; i rabdomanti, per esempio, vengono pagati per cercare l’acqua nei periodi di siccità. Il rabdomante si serve di uno strumento ligneo, di solito una bacchetta biforcuta. Egli tiene la bacchetta per le due estremità e, interpretando le vibrazioni in essa emanate, è in grado di individuare i luoghi e la profondità alla quale si trovano acqua e metalli. Barney Turner, capo dei rabdomanti della Nor Cal (Northern California Dowsers), ha rilasciato un’intervista per Motherboard in cui ha spiegato che cos’è la rabdomanzia. Alla domanda «Cos’è esattamente un rabdomante?» lui ha risposto: «È una persona che ha sviluppato un intuito che gli permette di entrare in sintonia con le vibrazioni dell’acqua. Utilizzando bacchette a L o canne, possono sfruttare tale intuizione come indicatore per dire loro quando entrare in sintonia con quella particolare vibrazione che li porta all’acqua». Nel caso specifico di Turner, egli si fa inviare da chi è interessato a trovare l’acqua una mappa della propria terra. Lui pratica la cosiddetta “rabdomanzia mappale“: scorre con la sua bacchetta sulla mappa e capisce non solo dove c’è la presenza di acqua ma anche a che profondità si trova e la velocità con cui si può attingere. A questo punto se il diretto interessato vuole proseguire Turner si reca sul posto e provvede a dettare il punto in cui perforare.  Cosa serve per diventare un rabdomante?  La parola d’ordine è pratica. Secondo l’opinione dei rabdomanti ci vogliono alcuni anni per imparare la tecnica. Non si tratta di un’arte innata ma piuttosto di tanto esercizio. Tutti possono diventare rabdomanti.  Fondamentalmente bisogna trovare qualche istruttore o leggere qualche libro che spieghi il funzionamento del pendolo e dei vari strumenti che servono per diventare un rabdomante. Per esempio il bastone a Y va impugnato per i rami laterali tenendo i pugni chiusi con i pollici verso l’esterno; quando il rabdomante trova l’acqua la terza estremità della bacchetta oscilla e può addirittura compiere rotazioni complete dall’alto verso il basso o al contrario. Invece nel caso della bacchetta a […]

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