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Eroica Fenice

Notizie curiose

Legge di Murphy: se qualcosa può andar male, andrà male

La Legge di Murphy è un paradosso pseudo-scientifico a carattere ironico che suppone che le azioni che compiamo determinano il loro stesso successo – o, piuttosto, insuccesso. Queste leggi caricaturali sono regolate da vere e proprie gerarchie matematiche, applicate alla vita di tutti i giorni. Il filosofo Theodor Adorno diceva: “Quel che temiamo più di ogni cosa ha una proterva tendenza a succedere davvero“. E così la Legge di Murphy regola appunto la sfortuna, e si pone come spiegazione agli eventi che, effettivamente, ci capitano ogni giorno. Se qualcosa può andar male, andrà male Questo è il primo assioma, la vera e propria Legge di Murphy che ha dato poi nome a tutto il pensiero. Ecco coì una serie di considerazioni generate in seguito, che passano sotto il nome di corollari e postulati: Niente è facile come sembra Tutto richiede più tempo di quanto si pensi Se c’è una possibilità che varie cose vadano male, quella che può arrecare il danno maggiore sarà la prima a farlo Se si prevedono quattro possibili modi in cui qualcosa può andare male, e si prevengono, immediatamente se ne rivelerà un quinto; Lasciate a se stesse, le cose tendono ad andare di male in peggio Non ci si può mettere a far qualcosa senza che qualcos’altro non vada fatto prima Ogni soluzione genera nuovi problemi I cretini sono sempre più ingegnosi delle precauzioni che si prendono per impedir loro di nuocere Per quanto nascosta sia una pecca, la natura riuscirà sempre a scovarla Il primo postulatore di questa legge è stato lo scienziato Edward Aloysius Murphy, militare dell’United States Army Air Corps, ma l’attuale formulazione si riconosce al medico militare John Paul Stapp. Murphy, nel 1949, era un ingegnere coinvolto in alcuni esperimenti sulla tolleranza del corpo umano all’accelerazione di un razzo-su-rotaia. Un esperimento prevedeva il posizionamento di 16 accelerometri montati su diverse parti del corpo del soggetto. Erano possibili solo due modi in cui ciascun sensore poteva essere agganciato al suo supporto e, puntualmente, i tecnici li montavano tutti e 16 nella maniera sbagliata. Da qui, Murphy formulò la base della legge che prese il suo nome: se ci sono di o più modi di fare una cosa, e uno di questi condurrà a una catastrofe, allora qualcuno lo farà in questo modo. La frase arrivò ad una conferenza del maggiore medico John Paul Stapp e tutto ebbe inizio. La legge di Murphy si basa su verità matematiche? Tutto sommato la Legge di Murphy ha scopo umoristico e vuole deridere in qualche modo le piccole sfighe di ogni giorno. Negli esempi proposti, infatti, tutti i lettori riusciranno a ritrovarsi. Il modo con cui vengono scritte queste frasi è geniale proprio perché riconduce piccoli fatti della quotidianità a una presunta legge che regola l’universo. La legge di Murphy è una regola che fa più che altro leva sul nostro cervello, su ciò che abbiamo paura accada o su ciò che ci aspettiamo accada. Ma c’è da ammettere che in alcuni casi essa si fonda […]

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Culturalmente

Pareidolia: vedere ciò che non esiste

Si parla di pareidolia per indicare quell’illusione subcosciente che tende a ricondurre oggetti dalle forme casuali a immagini note. Perché vediamo nella casuale forma delle nuvole immagini di animali e oggetti già presenti nella nostra memoria? L’illusione della pareidolia La parola pareidolia viene dal greco eidon (=immagine) e parà (=vicino) ed è autoesplicativa: l’illusione porta l’uomo ad associare forme casuali a immagini già note e presenti nella nostra memoria. Quest’illusione altro non è che la tendenza istintiva a trovare delle strutture e forme ordinate in immagini caotiche. Ad esempio, uno degli episodi che si verificano più spesso nella vita di tutti i giorni è ricondurre una forma astratta ad un volto umano: basti pensare ad una macchia di caffè nel cappuccino che ci ricorda un fiore o alla forma di una foglia che ci ricorda un cuore. Ma la pareidolia non interessa solo le immagini casuali: un esempio di applicazione, seppure in maniera appositamente studiata, sono le emoticon. Queste faccine altro non sono che elementi grafici assemblati per trasmettere una reazione, un’emozione. L’essere umano non impiega più di un attimo a ricondurre alle emoticon il suo significato, proprio perché riconoscere il volto umano è per l’uomo un fenomeno quanto più istintivo possibile. Si ritiene inoltre che questa tendenza sia stata favorita dall’evoluzione, perché consente ad esempio di individuare una situazione di pericolo da pochi indizi; si tratta appunto di istinto. Questa capacità innata che avevano già i nostri antenati preistorici consentiva loro di riconoscere un predatore mimetizzato nella natura: oggi, tutto ciò, si tramuta in una naturale attitudine che l’uomo manifesta ogni giorno. Illusioni pareidolitiche nell’arte Nel corso della storia troviamo molti esempi di pareidolia nell’arte. Molti artisti si sono divertiti a nascondere, tra gli alberi o nelle nuvole, volti umani e significati vari. Ad esempio, nella Basilica di Assisi del XIII secolo è stato trovato nell’affresco di Giotto il volto di un demone, nascosto tra le nubi. Lo stesso episodio accade con ricorrenza in diverse opere di Andrea Mantegna, dove tra le nuvole possiamo scorgere dei volti umani o animali. Un altro brillante esempio di pareidolia è dato dal famosissimo Arcimboldo, che creava nel XVI secolo volti umani con zucchine, carote e cipolle. Nel suo dipinto L’Ortolano (1590) capovolgendo un cesto di verdure il significato dell’opera cambia completamente proponendoci il viso di un uomo: in questo caso il fenomeno ci mostra come, a seconda del punto di vista, l’uomo riconduce due significati diversi alla stessa composizione. Tante illusioni ottiche giocano proprio su questa tematica. Il maestro della pareidolia nell’arte è senza dubbio Salvador Dalì, che crea con accostamenti, ombre, profondità e distorsioni dei giochi ottici incredibili, per lo più in un periodo storico in cui la scoperta dell’inconscio è al centro della produzione artistica-letteraria e tutte le espressioni della mente assumono un certo valore e interesse. C’è poco da fare: i neuroni del cervello estraggono il significato delle cose anche nel caos. Nel quadro Madonna of the Birds (1943) di Dalì, uno stormo di uccelli compone il volto di […]

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Le piramidi in Italia: le ipotesi sulla loro costruzione

Le piramidi sono costruzioni architettoniche che accompagnano il percorso dell’uomo da sempre. Ogni terra, ogni epoca è rimasta affascinata da questo solido dalla forma ascendente, tanto da declinarlo in diversi modi e per le diverse occasioni. Nonostante le piramidi siano il simbolo egiziano per eccellenza, diverse popolazioni antiche e antichissime hanno lasciato queste costruzioni in tutto il mondo: dalla Cina all’America, dall’Antartide all’Italia. Ebbene sì, esistono delle piramidi in Italia che, declinate in altre forme, dimensioni e tecniche di produzione, costituiscono una parte di storia forse ancora non ben indagata. Le piramidi in Italia: da nord a sud dello stivale Le piramidi esistono nel mondo sotto forme diverse: forma tipica, a gradoni, romboidali, forma allungata, a cono. Tutte hanno però la forma piramidale che tende verso l’alto con sezione sempre stingente. Esse sono sempre ricondotte a delle funzioni religiose o astronomiche. Il monte, del resto, è sempre stato simbolo di trascendenza per la sua tendenza all’alto, un elemento comune per ogni popolo e cultura. Molte piramidi hanno anche tanti aspetti in comune: sono orientate come i punti cardinali o ad esempio seguono la posizione delle costellazioni più importanti a seconda delle divinità venerate dalle popolazioni che le hanno costruite. Ci sono diversi siti in cui sorgono delle vere e proprie piramidi in Italia, da nord a sud dello stivale. In Lombardia sono state trovate le tre Piramidi di Montevecchia, all’interno del Parco del Curone a Rovagnate, in provincia di Lecco. Nel 2001 tre colline piramidali sono state individuate nonostante per lungo tempo esse siano rimaste coperte dalla vegetazione. Le tre colline presentano caratteristiche alquanto bizzarre per essere opera della natura: hanno tutte misurazioni molto simili per la base, l’altezza e i gradi di pendenza. Le piramidi di Montevecchia sono della tipologia a gradoni e sembrano essere state modellate nella roccia. Anche il loro orientamento è stato paragonato alle piramidi d’Egitto, allineate con le tre stelle centrali della cintura di Orione. Non mancano altri casi nel Settentrione. In Emilia Romagna – precisamente in provincia di Reggio Emilia – è stata individuata la Piramide di Vessallo, scoperta nel 2009. La sua base è quadrata e quasi regolare con i lati all’incirca di 100 metri e un’altezza di 40 metri. Anche in Friuli sono state trovate tre colline piramidali che sembra abbiano lo stesso orientamento delle piramidi di Giza. Le piramidi di Cividale sorgono inoltre in una zona in cui sono presenti delle mura megalitiche e un ipogeo riconducibili alla popolazione celtica. In molti casi le ricerche non sono state molto approfondite e nella ricostruzione della storia di queste architetture ci sono ancora molte lacune. Il caso della piramide di Bomarzo a Viterbo Un’altra piramide è presente proprio nella capitale d’Italia. Che ci fa una piramide a Roma? Si tratta della Piramide Cestia, che sembra essere l’ultima sopravvissuta di altre tre costruzioni. Questo monumento, dall’altezza e dimensioni più ridotte delle consuete piramidi, è un monumento funerario fatto costruire da Caio Cestio Opulone all’incirca un decennio prima dell’anno zero. Per la sua intera altezza […]

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I grattacieli più alti al mondo: la top 5!

Quali sono i grattacieli più alti al mondo? Si tratta di giganti che tutti guardiamo con stupore, i cosiddetti “megagrattacieli”, che si ergono a centinaia di metri di altezza e che si sfidano nell’obiettivo di toccare il cielo, frutto di imprese architettoniche che, con le loro altezze vertiginose, hanno fatto la storia. La scalata verso il cielo Molti ritengono che il primo grattacielo al mondo – nel senso moderno del termine – sia stato l’Home Insurance Building, costruito nel 1885 e con soli 55 metri di altezza. Il primo ad aggiudicarsi un record vero è proprio è stato l’Empire State Building, costruito nel 1931 e rimasto per oltre 40 anni il grattacielo più alto del mondo. Oggi tuttavia i suoi 381 metri di altezza sono stati scavalcati, e di molto, da altri colossi, la cui costruzione è avvenuta proprio con l’obiettivo di superare delle vere e proprie sfide architettoniche. Oggi, scorrendo la classifica dei grattacieli più alti al mondo, troviamo tantissimi edifici situati in Cina e Medio Oriente, mentre gli Stati Uniti conservano comunque un posto molto alto in classifica con il One World Trade Center di New York – sesto nella classifica dei grattacieli più alti. Oggi i grattacieli nella top 10 più alti al mondo superano i 500 metri ma il primo posto è detenuto da un edificio che supera gli 800, staccandosi di ben 200 metri dai suoi competitors. Top 5 dei grattacieli più alti al mondo Innanzitutto la classifica tiene conto di diverse categorizzazioni per definire quale è l’altezza maggiore raggiunta. I grattacieli vengono definiti i più alti al mondo per altezza strutturale, ossia dalla base al punto architetturale più alto dell’edificio, comprendendo guglie, statue e altri componenti integrati nell’architettura. Ciò significa che antenne, pinnacoli e altri elementi classificati come non integrati non vengono considerati nel computo dell’altezza. Questo sistema di classificazione va a discapito di alcuni edifici, tra cui ad esempio la Sears Tower di Chicago, che viene molto penalizzata. Tuttavia sono esistenti anche tanti tipi di classificazioni minori che tengono in considerazione anche altri elementi.  Ecco quali sono i cinque grattacieli più alti al mondo: Lotte World Tower. Il più basso tra i cinque grattacieli più alti al mondo si trova a Seoul – Corea del Sud – è stato ultimato nel 2017. Si tratta di un palazzo con ben 123 piani che è situato vicino al fiume Han. Il suo profilo affusolato si contrappone alle vicine montagne del sito. Ping An Finance Centre. Il quarto grattacielo più alto al mondo si trova nella città di Shenzhen in Cina, nazione con ben tre posti occupati nella top 5. Con i suoi 599 metri e 115 piani è di certo un gigante dell’architettura. L’edificio, progettato dallo studio Kohn Pedersen Fox Associates, è il secondo grattacielo più alto della Cina. Il Ping An Finance Center era originariamente destinato a raggiungere i 660 metri di altezza grazie alla guglia, ma le restrizioni imposte dall’aviazione lo hanno ridotto. Abraj Al Bait. Questo grattacielo costruito nel 2012 si trova […]

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Le sette meraviglie del mondo naturale: la classifica

Le sette meraviglie del mondo naturale: scopriamole insieme. Il pianeta Terra è ricco di bellezze mozzafiato e tesori da proteggere. La natura ci ha regalato numerosi spettacoli ma, tra tutti, ne esistono alcuni che si sono aggiudicati un posto nella classifica delle sette meraviglie del mondo naturale. La classifica delle (nuove) meraviglie Anche in questo caso, come per le nuove sette meraviglie del mondo, la classifica è stata redatta a seguito di un concorso indetto a scopo di lucro dalla società svizzera Open World Corporation. Si parla di “nuove” meraviglie in analogia alla prima lista delle sette meraviglie del mondo (antico) redatta nel III secolo a.C. da Antipatro di Sidone e di cui fanno parte delle opere architettoniche oggi quasi del tutto scomparse. Nel 2007 la Open World Corporation aveva rilasciato la classifica finale delle nuove meraviglie architettoniche del mondo moderno. Il concorso ha avuto tantissimo successo ed è per questo che la società ne ha indetto un altro per decretare invece quali fossero i siti naturali più belli. Anche in questo caso, come nel precedente, sono stati gli utenti che hanno partecipato alle votazioni a decretare le vincitrici del concorso. Alla campagna hanno preso parte più di 220 Paesi, con un totale di 440 siti naturali proposti a concorrere. Le candidate italiane erano il monte Cervino, sulle Alpi Occidentali, e il Vesuvio, entrambe arrivate nella classifica dei 28 finalisti ed entrambe non sopravvissute ai round finali. La classifica, finalmente pubblicata nel 2011, due anni dopo il lancio del concorso, è stata risultato di ben 500 milioni di voti. Quali sono le sette meraviglie del mondo naturale? La Foresta Amazzonica. Come poteva mancare il Polmone della Terra? Si tratta del resto di un’area non nuova ai record mondiali. Essa si estende per ben 9 stati americani: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana Francese, Guyana, Perù, Venezuela e Suriname, raggiungendo una superficie totale di 4500 km quadrati. È senza dubbio la più grande foresta tropicale al mondo e, da sola, rappresenta la metà delle foreste pluviali esistenti. È anche la dimora del Rio delle Amazzoni, il corso d’acqua più grande al mondo. E infine la foresta ospita il maggior numero di specie animali e vegetali al mondo, conservando una biodiversità più unica che rara (solo tra gli insetti si contano più di 2,5 milioni di specie differenti!). La Baia di Ha Long in Vietnam, il luogo “dove il Drago scende in mare”. Questa baia è un’insenatura del Golfo di Tonchino caratterizzata da circa 3000 isolette calcaree. La leggenda vuole che la Baia si sia formata quando, durante uno scontro tra Cina e Vietnam, gli dei mandarono in soccorso questi ultimi dei draghi che crearono questa sorta di muraglia naturale sputando non lava ma enormi gioielli, che corrispondono agli isolotti. In effetti si tratta senza dubbio di gioielli; quasi tutte le isole sono aree incontaminate dall’uomo e l’intero sito è patrimonio dell’UNESCO dal 1994. Tra tutte le isole solo le due più grandi, Tuan Chau e Cat Bat, sono abitate e presentano delle […]

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Le (nuove) sette meraviglie del mondo moderno

Il 7 luglio 2007 a Lisbona sono state decretate le sette meraviglie del mondo moderno, vincitrici del concorso indetto dalla società svizzera New Open World Corporation. Le prime sette classificate in questa gara si sarebbero aggiudicate il titolo di “nuove” meraviglie del mondo, da aggiungere alla classifica di quelle antiche, selezionate per la prima volta nel III secolo a.C. da Antipatro di Sidone, oggi in maggior parte scomparse. In epoca classica, infatti, le sette meraviglie del mondo erano le opere architettoniche artistiche e storiche ritenute più importanti da Greci e Romani, capolavori come i Giardini pensili di Babilonia, il Colosso di Rodi e la Piramide di Giza. Al contrario, la scelta per le nuove meraviglie è stata decretata dal concorso ideato dal regista Bernard Weber e dal quale l’Unesco prese le distanze. In occasione delle Olimpiadi di Sidney del 2000, la società NOWC lanciò questo referendum via internet per stabilire, a distanza di due millenni e mezzo, quali fossero le nuove sette meraviglie del mondo moderno. L’iniziativa riscosse enorme successo; la lista è aumentata fino a superare il numero di 150 opere architettoniche e siti archeologici, tanto da posticipare sempre più la chiusura del sondaggio. A decretare le sette meraviglie del mondo moderno sono stati oltre 90 milioni di persone che hanno votato online tra circa 150 candidate e 21 finaliste. Dalla muraglia cinese a Petra, dal Colosseo alle rovine di Machu Picchu, ecco quali sono le sette meraviglie del mondo moderno. L’elenco delle sette meraviglie del mondo moderno La Grande Muraglia Cinese. Riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO dal 1987, la Grande Muraglia è stata realizzata nel 215 a.C. per volere dell’imperatore Qin Shi Huang con il compito di difendere il territorio cinese dalle invasioni dei Mongoli. Il tentativo fallì a causa delle numerose porte presenti lungo il perimetro che si rivelarono punti deboli. La grande muraglia oggi percorre 8.851,8 km, partendo dal golfo di Liao-Tung e toccando il passo di Kia-gu in Tibetma, ma si stima una lunghezza reale di circa 22.000 km. La manodopera di migliaia di lavoratori ha dato vita a questo grandioso progetto in pietra e mattoni, con circa 25.000 torri di guardia. Per tradizione la Grande Muraglia doveva essere visibile perfino dalla Luna – un mito tuttavia sfatato! Petra in Giordania (in foto). I primi insediamenti del sito archeologico di Petra risalgono al periodo tra VIII e VII secolo a.C., mentre i monumenti più antichi risalgono al 30 a.C. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un patrimonio dell’umanità stabilito dall’Unesco nel 1985. Il sito archeologico di Petra con le numerose facciate intagliate nella roccia e corrispondenti a sepolcri ha un fascino di certo unico. Si tratta di una città scolpita nella roccia che, sebbene abbia anni di storia, è stata rivelata all’Occidente solo nel 1812 ad opera dell’esploratore svizzero Johann Burckhardt. Le facciate dei sepolcri intagliati, la pietra, la sabbia, le sfumature calde che circondano il complesso rendono il tutto molto suggestivo. Non a caso Petra è stata scelta come set cinematografico per […]

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I 10 alberi più antichi al mondo

Quali sono gli alberi più antichi al mondo? Di sicuro le specie viventi più longeve in assoluto sono gli alberi centenari e millenari che da un tempo lunghissimo assistono alla nostra vita sulla Terra. Maestosi esemplari che hanno visto il trascorrere di epoche e si sono arricchiti anno dopo anno, secolo dopo secolo, di rughe e segni del tempo, senza però soccombergli. Per questo motivo gli alberi sono una fonte incredibile di informazioni sul nostro pianeta: conoscendo l’età di un albero possiamo ricavare notizie riguardo il clima terrestre nella nostra storia. Come calcolare l’età di un albero Definire l’età di un albero non è compito semplice, né universalmente riconosciuto perché esistono diverse tecniche parallele usate in diverse nazioni. Il metodo più conosciuto conta gli anelli presenti nella sezione del tronco: ogni anello equivale ad un anno di vita. Si tratta della cosiddetta dendrocronologia, il processo di datazione mediante l’uso di anelli degli alberi. I tronchi della maggior parte degli alberi hanno anelli che si riscontrano ogni anno, e il conteggio di questi anelli fornisce agli scienziati informazioni sull’età stimata dell’albero. Gli anelli si formano perché il legno che la pianta produce in primavera è chiaro mentre quello che produce in inverno è più scuro. I cerchi hanno anche diverse forme, dalle quali si deduce se la pianta era in buona salute o meno. Chiaramente questo metodo può essere utilizzato se è possibile ricavare la sezione dell’albero tagliandolo. In alternativa, se l’albero è in vita, di solito si misura la circonferenza del tronco, e si divide il numero per 2,5 per ottenere un’età approssimativa. Quali sono i 10 alberi ancora viventi più antichi al mondo? Oliveira De Santa Iria De Azòira è un albero di ben 2850 anni! Si trova a Loures, in Portogallo, ed è un esemplare di ulivo europeo dal grande effetto suggestivo. Non si tratta di una specie che si sviluppa in altezza ma, piuttosto, la maestosità del suo tronco ne indica l’età. Del resto, fin dalle Sacre Scritture, l’ulivo è indicato come un simbolo di fede e longevità e da sempre quest’albero rappresenta operosità e saggezza. Il Patriarca della Foresta: si tratta di un esemplare della specie di Cariniana, pianta legnosa che vive nelle zone tropicali di Brasile, Venezuela e Madagascar. Per la sua composizione naturale, questa specie viene sfruttata per ricavare materiale legnoso molto resistente. A causa della deforestazione è sempre più raro trovarne esemplari longevi. In particolare, il Patriarca della Foresta, con circa 3000 anni di età, si trova a Santa Rita do Passa Quatro, un comune del Brasile nello Stato di San Paolo. Castagno dei Cento Cavalli. I castagni sono tra le specie più antiche al mondo e tra i suoi esemplari troviamo un illustre millenario in Italia, precisamente a Sant’Alfio in provincia di Catania. Il Castagno dei Cento Cavalli vive da circa 3000 anni. Il suo nome ha origine da una leggenda secondo cui la regina Giovanna la Pazza, di passaggio per il paese, si riparò da un temporale sotto le sue fronde […]

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Fun e Tech

Crittografia e sicurezza informatica: come funziona?

La crittografia – letteralmente “scrittura nascosta” – è un sistema pensato per rendere illeggibile un messaggio per coloro che non possiedono la chiave per decodificarlo. I primi metodi crittografici tramandatici risalgono all’Antica Grecia perché fanno capo a un bisogno, quello della privacy, antico quanto l’uomo. La crittografia oggigiorno rappresenta uno strumento fondamentale nella lotta contro il cybercrime. Diversi sistemi sono infatti utilizzati per proteggere i nostri dati e per garantire la nostra privacy. Nel mondo dell’informatica, la crittografia indica dunque la conversione dei dati da un formato leggibile in un formato codificato, decodificabile solo con la chiave opportuna. L’approdo della crittografia nel campo informatico Uno dei primi metodi crittografici veri e propri e che si trova alla base della crittografia moderna è il Cifrario di Cesare, un sistema utilizzato da Giulio Cesare per cifrare i suoi messaggi sostituendo di tre posti la lettera del testo in chiaro con quella del testo cifrato. È ben immaginabile che, dall’epoca di Cesare, la crittografia ha avuto delle notevoli evoluzioni – basti pensare alla complessità dei cifrari di Vigenère – e ciò ha permesso il suo impiego in campi in cui il diritto alla privacy è irrinunciabile. Impiegata sia dai singoli utenti che dalle grandi aziende, la crittografia è oggi ampiamente utilizzata su Internet per tutelare le informazioni scambiate, che possono essere dati di pagamento o anche informazioni personali. La comunicazione ha acquisito un ruolo sempre più centrale nella vita degli uomini e, di pari passo, ha generato il bisogno di un sistema per tutelare la sua segretezza nella rete. La cifratura informatica è infatti un sistema in continua evoluzione che, anno dopo anno, deve essere aggiornato per far fronte a standard sempre più elevati. Il metodo crittografico nell’informatica è un sistema che, tramite l’utilizzo di un algoritmo matematico, agisce sulla sequenza di caratteri che vengono inviati, cifrandoli in base ad una chiave segreta, che corrisponde al parametro stesso della cifratura e decifratura. La validità del metodo si misura sulla sicurezza di questa chiave. La prima classificazione possibile in tale ambito di applicazione è proprio data dalla chiave, che può essere simmetrica o asimmetrica. Nel primo caso essa è unica e usata sia per criptare che per decriptare, mentre nel secondo caso è duplice: quest’ultimo metodo è anche detto “a chiave pubblica” perché si compone di una chiave pubblica per la cifratura e una privata per decifrare il messaggio. È chiaro che la crittografica simmetrica risulta molto più veloce, sebbene non altrettanto efficace. L’algoritmo più diffuso a chiave simmetrica è l’Advanced Encryption Standard (AES), sviluppato alla fine degli anni ’90 dai crittografi belgi Joean Daemen e Vincent Rijmen per il National Institute of Standards and Technology. Ma lo svantaggio della crittografia simmetrica è che le parti coinvolte devono scambiarsi la chiave per poter criptare e decriptare il messaggio e questa esigenza di distribuire un alto numero di chiavi implica la necessità di fare uso anche di altri tipi di cifratura. Al contrario, gli algoritmi asimmetrici, più complessi e più lenti, presentano una chiave pubblica […]

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Cifrario di Cesare e gli sviluppi della crittografia

Il cifrario di Cesare è uno dei più antichi algoritmi a noi pervenuti che permettono di criptare un messaggio. Si tratta di un cifrario a sostituzione monoalfabetica in cui ogni lettera del testo originale – cosiddetto “testo in chiaro” – è sostituita da un’altra lettera che si trova ad un numero stabilito di posizioni da essa. Si tratta di un algoritmo molto semplice ma che, se sapientemente usato e combinato con altri metodi, porta a risultati tanto interessanti alquanto complessi. Messaggi in codice: il cifrario di Cesare Questo tipo di cifrario è anche detto “a sostituzione” o “a scorrimento” ed è uno dei più antichi di cui si abbia traccia storica. Svetonio, nella Vita dei Cesari, racconta che Giulio Cesare era solito usare per le sue corrispondenze private un codice monoalfabetico che gli garantiva di mantenere le sue informazioni segrete qualora le lettere fossero intercettate dai nemici o lette da un’invadente. Il codice cifrario è di per sé molto semplice ma, all’epoca, non era così scontato saper leggere un testo nemmeno se in chiaro. Nel cifrario la lettera reale viene sostituita da quella che occupa tre posti avanti nell’alfabeto: la A diventa D, la B diventa E e così via. Arrivati alle ultime lettere dell’alfabeto, si procede circolarmente ricominciando dalla A. Ad esempio utilizzando il cifrario di Cesare EROICA FENICE diventa HURLFD IHQLFH. Più in generale oggi intendiamo per cifrario di Cesare un metodo che sposta la lettera in chiaro di una cifra stabilita, non necessariamente pari a tre. Sempre secondo Svetonio, Augusto utilizzava lo stesso cifrario spostando di un solo posto la lettera, per cui alla lettera A in chiaro corrispondeva la B e così via. Un’altra differenza era che, terminato l’alfabeto, Augusto non ripartiva ciclicamente dalla A ma piuttosto per indicare la Z utilizzava AA. Oggi il cifrario di Cesare è ad un livello basico di crittografia. Eppure lo ritroviamo in altri episodi storici. Mentre era in prigione la regina di Scozia Maria Stuarda usò il cifrario per inviare il messaggio che svelava il complotto per l’omicidio dell’allora  regnante Elisabetta I. In questo caso però la lettera fu decrittata proprio per la semplicità del metodo utilizzato e questo sbaglio le costò la testa. Il cifrario può anche essere complicato e applicato a più livelli. Il boss mafioso Bernardo Provenzano lo utilizzava per proteggere le sue informazioni segrete nei foglietti che inviava e riceveva nel periodo di latitanza. Egli aveva complicato il metodo crittografico: faceva corrispondere ad ogni lettera il suo numero corrispondente nell’alfabeto, oltre a spostarla di tre posti. La lettera A in chiaro corrispondeva non a D, ma a 4 nel testo cifrato, ed EROICA FENICE sarebbe stata letta come 82118126498171268. Come decrittare un cifrario di Cesare? Innanzitutto, sarebbe molto utile il disco cifrante di Leon Battista Alberti che fa scorrere due cerchi concentrici con due serie di lettere in modo che, scoperta la chiave, lo scorrimento sia molto semplice. Per capire quale è la chiave usata dal messaggio bisogna partire con l’osservazione della ripetizione delle lettere, tenendo […]

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Attualità

Georgia Guidestones: la Stonehenge americana

Nessuno conosce la loro storia, nessuno conosce il nome del loro ideatore. Le Georgia Guidestones sono un monumento in granito ricco di misteri e segreti, ma con tante cose da raccontare. Il monumento è stato costruito con lo scopo di fornire una guida per riedificare il mondo dopo l’Apocalisse. Si tratta di sei enormi blocchi di granito che forniscono le istruzioni in otto lingue diverse su come ricostruire una civiltà in seguito ad un eventuale fine del mondo. Allo stesso tempo questo monumento svolge le funzioni di bussola, calendario e orologio. Stonehenge americana: cosa si nasconde dietro questo monumento? L’opera in granito si trova in Georgia, nella contea di Elbert. Raggiunge i sei metri di altezza grazie alla sei lastre di granito con cui è realizzata e corrisponde ad un peso di 107 tonnellate. Un pilastro a sezione rettangolare è posto al centro, con quattro lastre equidistanti poste a forma di X distorta, mentre su tutte è posta una lastra rettangolare di copertura. Tutta la struttura è allineata astronomicamente. Su una lastra posta un po’ più distante ci sono le note con la storia, le dimensioni e lo scopo del monumento. Essendo posto su una cava in granito molto grande, questo monumento è stato costruito appositamente lì dove si supponeva che potesse resistere a terremoti e ad altri disastri naturali. Perché? Il Georgia Guidestones doveva resistere nelle epoche, nell’attesa della fine del mondo e della sua rinascita. Quel giorno, quel posto della Terra sarebbe stato il punto di partenza da cui ricostruire la nuova civiltà. Nessuno sa chi fu il suo vero ideatore. Nemmeno la proprietà del sito risulta essere chiara. Sui blocchi in granito sono incise dieci regole in inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo. Le incisioni recitano: Mantieni l’Umanità sotto i 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura. Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità. Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva. Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione. Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali. Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale. Evita leggi poco importanti e funzionari inutili. Bilancia i diritti personali con i doveri sociali. Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l’armonia con l’infinito. Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura. Su ogni lato, in cima, campeggia in quattro lingue antiche – babilonese, greco antico, sanscrito e geroglifici egiziani – la scritta “Lascia che queste pietre siano una guida per un’Era della Ragione”. Insomma, le regole per la costruzione di un mondo migliore. Sulla lapide esplicativa sono spiegati l’orientamento astronomico dell’opera, peso e dimensioni, la data di costruzione e altre informazioni simili. L’iscrizione parla anche del seppellimento di una capsula del tempo sotto la tavoletta ma la data del seppellimento e la presunta data in cui dovrebbe essere riportata alla luce sono lasciate in bianco. In questo messaggio possiamo trovare qualche errore di punteggiatura: sia esso […]

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Notizie curiose

La Befana vien di notte: come, quando e perché?

La Befana è uno dei protagonisti indiscussi del periodo natalizio ed è un personaggio che risale a tradizioni molto antiche e, per questo, molto radicate nella nostra cultura. La vecchietta dell’immaginario collettivo che la notte tra il 5 e il 6 gennaio porta ai bambini dolci e carbone è protagonista di storie e riti che affondano le loro radici in un’epoca precristiana. Come è nata la leggenda della Befana? Il termine Befana è in realtà l’alterazione lessicale di “Epifania” diffusa a partire dalle zone dell’antica Etruria. La figura della vecchietta che porta doni ai bambini al finire delle feste natalizie era un personaggio folcloristico tipico di alcune regioni italiane, conosciuto ormai in tutto il mondo. Secondo la tradizione questa vecchietta dall’umile aspetto, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, vola sui tetti, si cala dai camini e riempie le calze appese dei bambini. Coloro che si sono comportati bene durante l’anno riceveranno dolciumi e bontà, i cattivi solo carbone. La figura della Befana ha origini molto antiche e, contrariamente a quanto si pensi, antecedenti a quelle cristiane. L’origine è stata connessa ad un insieme di riti propiziatori pagani legati all’agricoltura. Già durante il VII-VI secolo a.C. si credeva che esistessero delle figure femminili che di notte volavano sui campi per propiziare il raccolto. Questa storia è di certo connessa ai cicli stagionali nell’agricoltura; con il passaggio di queste donne il raccolto dell’anno ormai trascorso era pronto per rinascere. Gli antichi romani ereditarono questi riti e li fecero propri, associandoli al loro calendario e celebrando il volo di queste donne durante il periodo tra la fine del solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus – divenuta poi il Natale Cristiano. In particolare, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava il momento di morte e rinascita della natura, così come nelle tradizioni antecedenti. Durante questi 12 giorni di passaggio si continuava a credere che delle figure femminili volassero sui campi coltivati, capitanati questa volta da Diana, dea della caccia e della vegetazione, oppure, per altri, da Abundia, dea dell’abbondanza. Secondo molte interpretazioni la figura della Befana come la conosciamo oggi potrebbe essersi rifatta alla figura celtica di Perchta, una personificazione della natura invernale rappresentata come una vecchia signora con la gobba e il naso adunco, capelli bianchi spettinati e piedi grandi, vestita con abiti e scarpe rotte. Anche lei, aleggiando di notte sui campi per renderli fertili, veniva festeggiata nello stesso periodo della Befana. La tradizione pagana assimilata dalla Chiesa Cattolica In quanto figura pagana, già dal IV secolo d.C. la Chiesa cominciò a ritenere questa credenza satanica. Nel Basso Medioevo la figura della Befana fu ripulita dalle accuse di satanismo e la Befana passò da strega a vecchietta affettuosa sulla scopa volante. Pian piano anche la figura della Befana fu quindi accettata dalla Chiesa. Con l’arrivo di questa vecchietta che “tutte le feste porta via” la Chiesa ha trovato una corrispondenza con il calendario liturgico, dal momento che l’Epifania corrisponde al periodo della fine del Natale […]

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Culturalmente

Giano Bifronte: uno sguardo al passato e uno al futuro

Giano rappresenta una delle più importanti divinità romane, il cui culto risale all’epoca arcaica. È il dio degli inizi, materiali e non ed è sempre raffigurato con due volti, motivo per cui si parla di “Giano Bifronte”. Il dio ha la capacità di guardare il passato ma anche il futuro, di proteggere i varchi e le nuove avventure. Il culto di Giano per gli antichi romani Macrobio e Cicerone facevano derivare il nome del dio dal verbo “ire”, andare. Per Macrobio questa derivazione indicava il costante proseguire, ma in una ciclicità insita nel naturale corso degli eventi. Gli studiosi moderni confermano questa relazione e fanno derivare il nome Giano da “ianua”, porta. La radice da cui proviene il termine ha a che fare ad ogni modo con l’idea di un passaggio, un cambiamento. La figura di Giano è prettamente romana; non esiste un parallelo del dio né nella cultura greca, né in quella etrusca. Date le poche informazioni che abbiamo non possiamo far risalire questa figura nemmeno al culto italico. Tuttavia esiste una relazione con il dio sumero Usmu, il dio dai due volti. Dio degli Dei, Giano creatore, Padre del mattino: sono questi alcuni degli epiteti con cui Giano veniva invocato e che testimoniano la sua importanza nel pantheon romano. In effetti Giano è una divinità spesso associata ed invocata insieme a Iuppiter, padre degli dei. Ciò avveniva perché il suo culto, antichissimo e risalente all’epoca arcaica, voleva che egli fosse stato un dio principale, presente da sempre e per sempre. Per i romani Giano non era figlio di altre divinità ma, definito anche padre degli dei, era sempre esistito. Come racconta Ovidio, egli era presente nei quattro elementi che si separarono tra di loro per dare forma ad ogni cosa. Come iniziatore del mondo Giano è anche appellato con il nome di Creatore. Giano Bifronte nelle rappresentazioni artistiche Uno sguardo al passato e uno al futuro. Giano Bifronte è sempre rappresentato come bicefalo. In epoca classica la sua figura era posta come simbolo sulle porte e sui portali come a custodirne l’entrata e l’uscita. Nella rappresentazione classica egli portava in mano, come i portinai, una chiave e un bastone, mentre le sue due facce erano rivolte nelle due direzioni opposte a sorvegliare entrata e uscita. Alcune rappresentazioni vedono anche un Giano Quadrifronte, con quattro facce rivolte verso i punti cardinali. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano lo Ianus Geminus, un passaggio coperto intitolato al dio da Numa Pompilio, situato nel Foro, e di cui non abbiamo resti – se non su qualche moneta – e lo Ianus Quadrifrons, un arco a quattro aperture nel Foro Boario. La presenza di Giano nella cultura romana ha lasciato diverse tracce. Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esiste un’area di Roma chiamata appunto Gianicolo, che affaccia su un lato del Tevere, dove è presente un passaggio naturale. Il dio Bifronte nel Medioevo venne assunto a simbolo di […]

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Giganti di Pietra: il mistero di Campana

Nel piccolo paese di Campana, in provincia di Cosenza, si trovano dei megaliti alquanto bizzarri che da tempo danno origine a diverse teorie riguardanti la loro nascita. Questi cosiddetti Giganti di pietra conservano un mistero molto importante: sono semplici pietre modellate dalla natura o forse dietro la loro costruzione c’è lo zampino dell’uomo? Se quest’ultima ipotesi fosse confermata, i Giganti potrebbero davvero riscrivere la storia. Le pietre dell’Incavallicata Ci troviamo in provincia di Cosenza. In questa zona il piccolo paese di Campana è molto famoso in quanto conserva una particolarità che lo rende più unico che raro. Appena fuori dal centro abitato si innalzano due megaliti che hanno dato origine a diverse teorie riguardo la loro origine. I Giganti di pietra di Campana si trovano in un sito immerso nel verde di un parco pubblico e posto a 600 metri di altezza. I due megaliti si trovano proprio lì, uno accanto all’altro, in cima al cosiddetto “Cozzo de li giganti”. La forma dei due megaliti è inequivocabile: uno di essi è l’elefante, l’altro è un uomo seduto di cui però si conserva solo la parte inferiore. Mentre del primo masso roccioso si colgono immediatamente le fattezze, del secondo sono chiaramente visibili solo i piedi.  La verità è che ancora oggi rimangono molti dubbi e misteri riguardo questi megaliti. Se da una parte alcuni sostengono che si tratti di semplici pietre, curiosamente modellate dagli agenti atmosferici, dall’altra troviamo la teoria secondo cui questi massi siano statue scolpite dall’uomo. Se la prima statua raffigura senza dubbio un elefante, la seconda potrebbe raffigurare la parte inferiore di un uomo assiso in trono. I due colossi hanno differenza di due metri; la prima è alta 5,5 metri, la seconda circa 7,50. Si è supposto che, immaginando l’altezza dell’intera statua dell’uomo in trono, è possibile che l’elefante abbia raggiunto la stessa quota portando un altro uomo sul dorso. Se si potesse dimostrare con certezza che queste pietre siano in realtà delle statue, si potrebbe riscoprire qualcosa risalente a tantissimi anni fa, forse perfino ad un’epoca preistorica. Ipotesi e teorie sui Giganti di Pietra Secondo le ricerche di Carmine Petrungaro, l’elefante potrebbe essere legato allo sbarco di Pirro in Calabria, avvenuto nel 281 a.C. Pare che in quell’anno il re fosse giunto nella zona proprio con una mandria di elefanti da guerra e quest’ipotesi è ampiamente avvalorata dai ritrovamenti di monete e reperti conservati oggi nel museo d Reggio Calabria. Un’altra teoria sembra collocare queste pietre alla Seconda Guerra Punica, verso la fine del III secolo a.C. A differenza di Pirro, si sa che Annibale soggiornò per lungo tempo nell’antica Calabria e anche a Sila, ma egli aveva con sé un solo elefante sopravvissuto alle Alpi. Durante la presenza di Annibale nel Sud Italia furono coniate molte monete; esse avevano come simbolo il cavallo, mentre l’elefante fu usato nelle zecche puniche africane e spagnole. In realtà l’ipotesi più affasciante e suggestiva colloca queste sculture in un’epoca ancora più antica: quella preistorica. In effetti l’elefante raffigurato presenta una […]

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Il Sarto Volante: la folle impresa di Franz Reichelt

Il Sarto Volante era un inventore austriaco di nome Franz Reichelt. Filmato dai giornalisti mentre si lanciava dal primo piano della Torre Eiffel con un paracadute di sua invenzione, fu il protagonista di una tragica morte che lo rese più famoso di quanto fece la sua invenzione. La storia del Sarto Volante Franz Reichelt nacque a Vienna nel 1878. Trasferitosi a Parigi venti anni dopo, aprì un elegante negozio di abbigliamento femminile che riscosse un discreto successo. Ma la seconda grande passione di Franz era l’aviazione. Dopo il primo volo dei fratelli Wright nel 1903, diversi pionieri, all’epoca, sognavano di poter volare con un equipaggiamento leggero e minimo. Nel 1910 Reichelt sviluppò la sua grande idea: una tuta paracadute. L’invenzione consisteva in un abito che, in caso di caduta, si apriva come un deltaplano, assicurando un impatto più lieve. Un’idea precedente riguardo un dispositivo simile era già stata sviluppata da un certo Lois-Sebastien Lenormand, che nel Settecento si era lanciato con successo dalla torre dell’osservatorio di Montpellier con un abito di sua invenzione in stoffa, collegato ad un telaio in legno. Questa sorta di antecedente del paracadute fu poi ripreso da Charles Broadwick, che inventò nel 1911 un paracadute simile all’attuale, azionabile tramite una cordicella. Dopo aver ideato la sua tuta-paracadute, Reichelt effettuò diversi lanci di prova per sperimentare la sua idea. Egli lanciò dal quinto piano di un palazzo diversi manichini con indosso la sua tuta e le prove, qualche volta, ebbero successo. Incoraggiato da questi piccoli iniziali successi, l’inventore cercò di creare una versione realmente funzionante per l’uomo. Come primo tentativo creò un dispositivo dal peso di 70kg e con una calotta frenante non abbastanza robusta. Imperterrito egli continuò le sue ricerche ma invano; tutte le prove risultavano fallimentari. Reichelt provò in prima persona la sua invenzione, lanciandosi da una distanza di circa 8-10 metri; fu un covone di fieno ad attutire la sua sua caduta. Per il concorso indetto dall’Aéro-Club de France, Reichelt realizzò un prototipo dal peso di 25kg e con un’apertura alare di 12 metri quadri. Siccome le sue prove davano ancora risultati fallimentari, egli pensò che questi risultati fossero dovuti all’altezza da cui i voli venivano effettuati. Per questo motivo chiese autorizzazione alle autorità competenti di poter testare la sua invenzione dalla Torre Eiffel. Il volo dalla Torre Eiffel Correva l’anno 1912 quando Reichelt comunicò ai giornali la sua idea di sperimentazione del paracadute dalla torre francese. L’appuntamento era fissato per il 4 febbraio. Reichelt si presentò con indosso la tuta, che ormai pesava 9kg e aveva raggiunto un’apertura alare di 30 metri quadri. Arrivato sul posto fu ben chiaro alla polizia e ai trenta spettatori presenti che l’inventore non avrebbe provato la sua invenzione utilizzando un manichino ma se stesso. Molti, tra cui un esperto di sicurezza, cercarono di fargli cambiare idea ma egli disse di voler tentare l’esperimento in prima persona “per dimostrare il valore della sua invenzione”. Nonostante una guardia tentò di fermare il disastro imminente, egli salì al primo livello […]

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Día de muertos: la festa dei morti che celebra la vita

“La morte è democratica, perché alla fine, la madre, la bruna, i ricchi o i poveri, tutte le persone finiscono per essere teschi” – José Guadalupe Posada.  Il Día de muertos, giorno dei morti, è una festa messicana dalle origini antichissime che si festeggia tra fine ottobre e inizio novembre, in concomitanza con la celebrazione cristiana dei defunti. Sacro e profano sembrano quasi mescolarsi in questa vera e propria festa che, più che celebrare la morte, sembra celebrare la vita. Esplosioni di colori, musica, danze, fiori, altari e travestimenti sono le caratteristiche salienti di questa celebrazione carnevalesca unica nel suo genere. Una tradizione precolombiana La festa del Día de muertos affonda le sue radici nella storia precolombiana ed ha quindi origini antichissime. Quella che viene festeggiata oggi è il risultato di un sincretismo avvenuto tra la cultura preispanica e il cattolicesimo importato dai colonizzatori europei. Il culto dei morti era importantissimo nella tradizione azteca. Nella religione precolombiana non esistevano Paradiso e Inferno e la direzione che il defunto poteva prendere dopo la morte non dipendeva dalla condotta sulla Terra ma dalla modalità con cui era avvenuto il trapasso. Le strade possibili erano tre. I morti in circostanze legate all’acqua (annegamento, edema, pustole…) raggiungevano Tlalocan. I morti in combattimento, i prigionieri sacrificati e le donne morte durante il parto avevano un posto riservato nel cosiddetto paradiso del sole. Mictlan era il posto per le morti naturali. Ai bambini morti, invece, era riservato un luogo speciale dove avrebbero aspettato la fine della razza umana, per essere poi rimandati sulla Terra per ripopolarla. Ancora oggi la celebrazione del Día de muertos avviene in più giorni: il 28 ottobre è dedicato a chi è morto per incidente o cause violente, il 29 ai morti per annegamento, il 30 alle anime solitarie o dimenticate, il 31 ai mai nati o morti prima del battesimo, il 1° novembre ai bambini morti, l’1 e il 2 novembre al ritorno dei defunti sulla terra. I morti nell’ antichità erano celebrati durante il mese di agosto. Quando gli spagnoli arrivarono in America nel XVI secolo, fusero i riti pagani con le nuove celebrazioni cristiane. È per questo che oggi il Día de muertos si celebra a novembre. La tradizione azteca di processioni, danze e altari è però stata mantenuta, nonostante le trasformazioni, ed è arrivata fino ad oggi. Come si commemorano i defunti In genere ai funerali precolombiani si portavano in offerta due tipi di oggetti: quelli che in vita erano stati utilizzati dal defunto e quelli che avrebbero potuto servirgli per il trapasso. Questa tradizione è stata mantenuta negli altari, il simbolo che commemora i defunti nel Día de muertos. Candele, fiori, pane, vino e piatti speciali preparati apposta per gli antenati, coperte e cuscini vengono portati sulle tombe dei defunti e preparati a casa. Qualcuno lascia il letto libero per il defunto durante la notte del 1 novembre. Il simbolo più importante è l’altare, che deve contenere i quattro elementi naturali. L’acqua, fonte di vita, mitiga la […]

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Cucina e Salute

Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Culturalmente

Madonna Litta: fascino e ambiguità del dipinto di Leonardo

Russia, Ermitage di San Pieroburgo, Palace Square numero 2. È in questo luogo meraviglioso che è conservato l’altrettanto straordinario dipinto noto con il nome di “Madonna Litta”. La paternità dell’opera è stata a lungo discussa ma oggi viene attribuita al grande maestro toscano Leonardo Da Vinci. Commissione e concezione del dipinto La datazione dell’opera varia dal 1481 al 1490. Durante questo periodo Leonardo si trovava presso la corte milanese di Ludovico il Modo per occuparsi della miglioria dei canali navigabili della città. La sua presenza nell’attuale capoluogo lombardo diede modo alla prestigiosa famiglia Visconti – allora appena imparentatasi con gli Sforza – di commissionare al genio toscano una Madonna con Bambino. La Madonna passò agli eredi Sforza e, nel 1780 ai Litta, nota famiglia di patrizi milanesi, prendendo così il loro nome. Nel 1865 Antonio Litta Visconti vendette il dipinto allo zar Alessandro II di Russia che, pur di averlo, pagò l’equivalente di 2 milioni e mezzo di euro. L’opera giunse dunque a Mosca e venne trasferita poi all’Ermitage di San Pietroburgo, dove fu esposta solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Madonna Litta: descrizione dell’opera Madonna Litta è un quadro realizzato su una tavola di dimensioni 42×33 cm. Il dipinto rappresenta Maria che allatta il Bambino sorreggendolo e dedicandogli il suo sguardo: la Vergine è ritratta in una posa naturale e disinvolta. La scena ha come sfondo un paesaggio montano che esalta la sacralità del momento. Il modo di vedere l’orizzonte nelle anonime catene montuose sono la firma di Leonardo. La Madonna Leonardesca presenta volto candido e capelli morbidamente intrecciati. Il copricapo con dettagli in foglia d’oro dona lucentezza alla chioma e la stacca dal buio della stanza. La mantella della Madonna riprende il colore del panorama e dona lucentezza al complesso. Il panneggio della veste è in velluto. Dalla veste rossa emerge lievemente e quasi senza protuberanza il seno sinistro, quasi a nascondere la femminilità della Donna; il seno destro, al contrario, è visibile e rigonfio di latte materno. Pudicizia e femminilità. Il Bambino è finemente rappresentato non come neonato ma all’età di circa un anno. Egli osserva un punto fuori dallo schermo, come distratto, mentre è sostenuto dalle mani stabili della Madre. Il corpo in torsione del Bambino è un altro elemento classico Leonardesco. All’altezza del ventre della vergine si nota anche un cardellino, volatile che nell’iconografia cristiana e pagana assume significato spirituale. Una leggenda cristiana narra che un cardellino si fosse poggiato sulla corona di Cristo morente e avesse iniziato ad estrarre le spine dal capo. Compiendo quest’azione il cardellino si sarebbe trafitto con una delle spine, macchiandosi il capo con il sangue di Gesù. Con questa macchia rossa, caratteristica del volatile, egli sarebbe volato verso il cielo, portando al Padre il messaggio della vicina morte di suo figlio. Leonardo inserisce il cardellino come legame indissolubile dell’amore tra madre e figlio. La controversia sulla paternità dell’opera La Madonna Litta deve gran parte della sua fama a quella dose di ambiguità e mistero che spesso contraddistingue i lavori […]

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