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Eroica Fenice

Notizie curiose

Criptozoologia: animali nascosti e dove trovarli

La criptozoologia è una branca della zoologia curiosa quanto il suo nome. Si tratta di una pseudoscienza che si interessa dello studio di animali la cui esistenza è solo ipotizzata, non certa. La criptozoologia si basa dunque sulle evidenze empiriche, in epoca passata e presente, della presenza di animali descritti da tradizioni orali e testimonianze oculari. Yeti, Chupacabra, Mostro di Loch Ness, Kraken ma molto altro ancora! Il mondo degli animali nascosti ha spesso dimostrato la presenza di molte specie animali che in seguito sono state universalmente riconosciute dalla comunità scientifica. Come e quando è nata la criptozoologia? Questo termine poco noto esiste in realtà da tempo. Nel 1959 apparve per la prima volta in letteratura ma fu nel 1965 che il termine venne utilizzato per indicare una vera e propria sottodisciplina e ciò avvenne ad opera dello zoologo franco belga Bernard Heuvelmans che si aggiudicò il titolo di padre di questi studi. Un’altra figura importante che coniò nello stesso periodo e in maniera indipendente il termine di criptozoologia fu il naturalista americano di origini scozzesi Ivan T. Sanderson (1911-1973), famoso per i suoi programmi radio e televisivi e per i suoi articoli che spaziavano dalla zoologia più tradizionale ai fenomeni paranormali. Per una differenza di interpretazione del termine, i primi dissidi nacquero proprio nella definizione del range di azione della sottodisciplina; Heuvelmans propose di separare la criptozoologia come da lui intesa, ossia la scienza degli animali nascosti, dalla cripto-zoologia, che non aveva nulla a che fare con gli animali in carne ed ossa ma che sfociava nel campo del paranormale. Nacquero le prime pubblicazioni e i primi volumi che, tradotti in varie lingue, diffusero questa branca della zoologia in tutto il mondo. Pian piano il mondo degli animali nascosti si diffuse dall’ambiente accademico all’ambiente quotidiano. Nel 1982 fu fondata la Società Internazionale di Criptozoologia (ISC). Animali nascosti e dove trovarli. Ecco di cosa si occupa questa disciplina La vera ed originale disciplina si basa dunque sugli animali nascosti la cui esistenza è sconosciuta alla scienza, ma non alle popolazioni locali che condividono con essi il territorio. Le prove dell’esistenza di un animale per la scienza non sono mai abbastanza fin quando non si dispone di un cadavere della sua specie. Al contrario nella criptozoologia le prove dell’esistenza di una specie animale “nascosta” sono fonti indirette come leggende, avvistamenti, impronte e così via. Il metodo criptozoologico consiste nell’ottenere il maggior numero possibile di informazioni attingendo alle fonti più svariate. In primis si traggono informazioni da mitologia, folklore, storia, archeologia; si raccolgono poi informazioni come testimonianze, impronte, frammenti di pelle o ciuffi di pelo, fotografie e filmati di cui è certa l’autenticità. Ecco che nasce così l’identikit dell’animale nascosto. È così che gli studi criptozoologici hanno condotto alla scoperta di specie poi riconosciute dalla comunità scientifiche. Il panda gigante, ufficialmente scoperto nel 1890, era descritto con il nome di bei-shung (orso bianco) in manoscritti cinesi risalenti al 621 d.C. Il celacanto africano, ufficialmente scoperto nel 1938, era già ben conosciuto con […]

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Cucina e Salute

Funghi mortali: i 10 più pericolosi in Italia

Quali sono i funghi mortali da cui dobbiamo stare alla larga e come possiamo riconoscerli? Vengono considerati velenosi quei funghi che sintetizzano sostanze tossiche per l’organismo umano, causando vari sintomi che vanno da lievi malesseri fino a provocare la morte di chi li ingerisce. L’identificazione di questi funghi non è semplice perché spesso le specie sono erroneamente confuse tra di loro e solo un occhio esperto può cogliere le sottili differenze tra un fungo velenoso e un suo parente commestibile. Molti funghi mortali sono tali in assoluto ma per varie specie la commestibilità dipende anche dai metodi di cottura utilizzati. I funghi velenosi sono anche protetti dalla legge italiana perché chiaramente utili e necessari alla vita dei boschi e all’ecosistema globale. Per questo ci si può imbattere in funghi velenosi in qualsiasi bosco italiano e i meno esperti potrebbero sottovalutare la pericolosità di molti esemplari. Ecco dunque una lista dei 10 funghi mortali più pericolosi dei boschi italiani. Specie Amanita: i funghi mortali e velenosi più noti e pericolosi Amanita Phalloides, meglio nota come Angelo della morte. Si tratta di un fungo mortale che cresce tra l’estate e l’autunno soprattutto sotto il nocciolo, il faggio e il castagno nei boschi frondosi. Il colore del cappello varia tra grigio-giallastro a verdastro ma ci sono esemplari di questo fungo che presentano colori diversi, come il bianco. È un fungo a lamelle fitte e bianche, mente il gambo bianco presenta un anello dello stesso colore, ampio e membranoso. L’Angelo della morte è il fungo mortale per eccellenza! Cinquanta grammi di questo fungo possono rivelarsi fatali. Ecco perché, nel dubbio, è meglio non consumarlo senza prima essere certi che non si tratti di questa specie. Amanita Verna, o Amanita di primavera. Questo esemplare di fungo primaverile ogni anno causa un alto numero di avvelenamenti perché è facilmente confuso con il Prataiolo. Cappello bianco, lamelle fitte, gambo alto e cilindrico ingrossato alla base. Le differenze con il suo gemello commestibile sono il fatto che questo fungo velenoso è completamente interrato e presenta un colore delle lamelle leggermente più scuro e la caratteristica volva. L’Amanita verna predilige i boschi di latifoglia, faggio, castagno, quercia. Amanita Muscaria, conosciuto come Ovolo malefico o come Fungo di Biancaneve. Di certo si tratta di un fungo assolutamente riconoscibile perché è proprio il classico fungo dei cartoni animati, rosso a puntini bianchi. Questo fungo non è propriamente mortale ma la sua assunzione causa la sindrome Panterica: capogiri, barcollamento, euforia, allucinazioni e tremendi disturbi gastrointestinali. Il fungo presenta delle fitte lamelle bianche e un gambo che può raggiungere anche i 25 cm d’altezza. Cresce in estate ed autunno in boschi di latifoglia e conifera. Amanita Virosa. È un fungo che cresce nei boschi di montagna umidi sotto abeti, betulle e faggi. Il gambo è di circa 10 cm di altezza e presenta un diametro che rimpicciolisce man mano che si avvicina al cappello. Quest’ultimo si chiude asimmetricamente sul gambo nascondendo le lamelle. Il fungo presenta anche una piccola volva e un cappello […]

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Notizie curiose

Rompicapo: i giochi enigmatici più famosi

Qual è il rompicapo più famoso al mondo? Impossibile dare questa risposta. Rompicapi e problemi matematici esistono fin dall’antichità e se ne trovano vari esempi in culture di ogni tipo. Sono enigmi che mettono alla prova l’ingegno attivando diverse forme di ragionamento e attitudini diverse per la loro risoluzione. La prima testimonianza di rompicapo si trova nel Papiro di Rhind che risale al 1850 a.C. «Sette case contengono sette gatti. Ogni gatto uccide sette topi. Ogni topo avrebbe mangiato sette spighe di grano. Ogni spiga di grano avrebbe prodotto sette misure di farina. Qual è il totale?» Indovinelli, paradossi, problemi logici di ogni tipo che vanno dai campi dell’enigmistica agli enigmi concretati sotto forma di giocattolo. Il mondo dei rompicapi è tanto vasto quanto intrigante. Enigmistica: i problemi di lettere, numeri e segni Il ragionamento deduttivo alla base della soluzione dei problemi verbali caratterizza anagrammi, rebus e parole crociate. Un anagramma è il risultato della commutazione delle lettere di una parola o di una frase che genera la formulazione di altre parole o frasi di senso compiuto. L’esperto di enigmistica Enrico Parodi – alias Snoopy – ha definito il gioco dell’anagramma come «Lo determini mercé l’esatto / rimescolamento di lettere», una frase di cui la prima metà è proprio l’anagramma della seconda. Ma il gioco più famoso di tutti in campo di enigmistica è senza dubbio quello delle parole crociate! Nella sua versione base, il gioco si svolge su una griglia quadrata o rettangolare di caselle bianche e nere da riempire con l’inserimento delle parole in orizzontale e verticale. Così come esistono parole crociate a diversi livelli di difficoltà, esistono anche sviluppi successivi al gioco tradizionale che prevedono schemi molto più complessi. Attribuiamo le prime parole crociate all’enigmista e giornalista italiano Giuseppe Airoldi che nel 1890 pubblicò sulla rivista Il Secolo Illustrato della Domenica uno schema 4 per 4 che chiamò Parole incrociate. Il nome di “cruciverba” gli fu attribuito circa trent’anni dopo.  Un altro celeberrimo gioco enigmistico che consiste nella risoluzione di parole e immagini è il rebus. Alternando lettere e parole costruire una frase può essere tanto divertente quanto difficile. La chiave di risoluzione è il diagramma numerico che indica la lunghezza delle parole. Il rebus è uno dei più antichi rompicapi; Leonardo Da Vinci ne ideò molti. Dall’enigma alfanumerico ai giocattoli-rompicapo 1 cubo, 6 facce, 43.252.003.274.489.856.000 combinazioni possibili, 1 soluzione. Senza dubbio il Cubo di Rubik è il rompicapo più famoso di sempre. Il cosiddetto Cubo Magico è stato inventato nel 1974 dal docente di architettura Ernö Rubik, nella città di Budapest. Il suo prototipo, pensato per scopi didattici, era monocolore, in legno e con gli angoli smussati. I matematici ungheresi se ne innamorarono subito! Ed ecco che il cubo fu trasformato in giocattolo. Oggi il Cubo di Rubik è il gioco più venduto al mondo. Di esso sono state ideate tantissime versioni: dal modello 2×2 fino a quello con 17 tasselli per lato! Come si risolve il Cubo di Rubik? Il più intuitivo metodo risolutivo è […]

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Culturalmente

Calcolo q.i., storia del calcolo dell’intelligenza

Può un valore numerico definire il livello di intelligenza di una persona? Il calcolo del q.i., il quoziente intellettivo, avviene attraverso la serie di quesiti che compongono il famoso “test d’intelligenza”. Le persone che rientrano nel range 85-115 sono considerate nella norma.; il non superamento di una certa soglia segna che la persona in questione è affetta da qualche deficit, mentre chi supera i valori di 150 è un genio. Calcolo q.i. – Come e quando ha avuto inizio? Il test di intelligenza non è unico. Le varie tipologie di test esistenti sono fondate sugli studi che i vari scienziati hanno condotto nel settore. In genere il format del test per il quoziente intellettivo è quello della risoluzione di un certo numero di problemi in un certo tempo a disposizione. La pratica del calcolo del q.i. ebbe inizio nel 1905, anno in cui lo psicologo francese Alfred Binet pubblicò il primo test di intelligenza moderno, sviluppato per identificare gli alunni che avevano bisogno di un particolare aiuto nell’apprendimento scolastico. Il test Binet-Simon misurava  dunque l’età mentale del bambino; il risultato sperato era che essa coincidesse con l’età biologica cosicché, per esempio, un bambino di 10 anni con q.i. 10 potesse risolvere un problema adatto a bambini della sua età. Fu William Louis Stern, dall’Università di Breslavia, a coniare il termine I.Q. – Intelligent Quotient – e a definirlo come il risultato della formula: Età mentale / Età biologica * 100 Con questa modalità il calcolo del q.i. da’ come risultato un numero che non è da interpretare in relazione all’età del bambino ma che lo colloca direttamente in una scala di valutazione generica per ogni età. Questo tipo di test è chiamato Stanford-Binet. Un altro famoso metodo di valutazione risale al 1939. In quest’anno David Wechsler pubblicò un test realizzato per adulti e pubblicò la cosiddetta Wechsler Adult Intelligence Scale – WAIS – poi estesa anche ai bambini. Il punteggio, basato su una distribuzione normale standardizzata, non era da interpretare in relazione all’età e, a differenza del test Binet, il test comprendeva non solo una parte di valutazione lessicale ma anche una di valutazione logico-sequenziale, visiva ecc. Il punteggio del q.i. sulla curva gaussiana doveva dare, con la scala Wechsler, un valore medio di 100 con permissione standard di 15. Come si calcola il quoziente intellettivo? Esistono quindi varie metodologie di calcolo del q.i. ma tutte sono basate sulla risoluzione di problemi ascritti a categorie come informazione, comprensione, ragionamento aritmetico, analogie, vocabolario, memoria di cifre, ordinamento di numeri e lettere, codificazione di cifre e simboli, completamento di immagini, block design, Matrici di Raven, riordinamento  di storie figurate, ricerca di simboli, assemblaggio di oggetti. Sulla base del risultato al test q.i. si è formata l’Associazione Internazionale Mensa, una “tavola rotonda” senza scopo di lucro, formata da circa 120000 persone che rientrano nel 2% della popolazione mondiale ossia hanno raggiunto o superato il 98° percentile della popolazione nel test proposto dal sito. Il test ha una durata di 20 minuti ed è […]

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Culturalmente

Homo sapiens sapiens: le qualità dell’uomo moderno

L’Homo sapiens sapiens o uomo moderno comparve circa 90.000 anni fa, quando prese il posto dell’uomo di Neanderthal sostituendosi ad esso nel processo evolutivo. L’Homo sapiens sapiens era in grado di lavorare ossa da cui si fabbricava aghi e arpioni per la pesca, necessari alla caccia. Egli aveva sviluppato un senso artistico testimoniato da numerosi ritrovamenti di pitture rupestri, statuette di animali e figure femminili che sono per noi le maggiori testimonianze di questa tappa dell’evoluzione umana. Addomesticava gli animali e aveva sviluppato un efficace sistema comunicativo. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le tappe salienti che hanno segnato l’evoluzione umana fino all’arrivo del cosiddetto “uomo moderno”. Le tappe salienti dell’evoluzione umana Ominazione è il termine con cui ci si riferisce all’insieme degli eventi attraverso cui si è compiuta l’evoluzione dell’umanità. La specie umana trae origine dall’Africa di 55 milioni di anni fa, quando dai mammiferi si svilupparono i primati, l’ordine a cui appartiene l’uomo. I primati erano animali arboricoli con mani e piedi prensili. Un’evoluzione lenta e progressiva li ha condotti a diventare diurni, a percepire il colore e a spostarsi da albero ad albero tenendosi sospesi con le braccia. L’intero apparato scheletrico ha dunque subito le modifiche che hanno progressivamente portato l’uomo all’acquisizione della posizione eretta. Risale a 7 miliardi di anni fa lo Sahelanthropus Tchadensis, scoperto in Ciad. Esso rappresenta la prima testimonianza di un ominide in grado di camminare su due gambe. A 4 milioni di anni fa sono datati gli australopitechi. Con i loro 130 cm di altezza, essi avevano un cervello di dimensioni pari al 35% di quelle del cervello dell’uomo moderno. Dentatura appiattita, arti anteriori lunghi quanto quelli posteriori, alimentazione vegetariana: queste sono le caratteristiche più note di questi ominidi. Il genere umano nasce ufficialmente con la specie dell’Homo habilis. Egli aveva una scatola cranica più sviluppata, era onnivoro, utilizzava gli strumenti in pietra necessari per la caccia. L’Homo erectus è invece il primo cacciatore-raccoglitore; il suo cervello è più grande e l’evoluzione è molto evidente. L’Homo erectus utilizza il fuoco e caccia con strumenti più sofisticati, ottenuti dalla sagomatura di pietra e osso. Comparve 500.000 anni fa l’Homo di Neanderthal, seguito dalla specie dell’Homo Sapiens, che risale a 200.000 anni fa. Le dimensioni del cranio umano sono aumentate notevolmente. Gli uomini hanno un sistema di comunicazione accertato, ci sono testimonianze di un commercio e si producono le prime testimonianze artistiche. Circa 90.000 anni fa l’Homo sapiens sapiens assimilò poco alla volta le popolazioni dell’uomo di Neanderthal fino a provocarne la scomparsa. Dall’Africa l’uomo anatomicamente moderno iniziò la sua espansione in tutto il mondo. Storia, sviluppo e diffusione dell’Homo sapiens sapiens  La diffusione dell’Homo sapiens sapiens viene generalmente collegata al Paleolitico Superiore. Fu proprio nell’età della pietra che, tra le costruzioni perfezionate di utensili in pietra, il sorgere del pensiero metafisico e del culto dei morti, il governo del fuoco e l’affermarsi delle prime forme d’arte, nacque l’uomo moderno. Come le altre specie di ominidi, anche l’Homo sapiens sapiens è originario del continente […]

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Culturalmente

Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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Cucina e Salute

Cioccolato bianco: i segreti della sua produzione

Burro di cacao, zucchero, derivati solidi del latte. Il pallido aspetto del cioccolato bianco è una conseguenza degli ingredienti che lo compongono e una caratteristica che lo rende inequivocabilmente diverso, per aspetto quanto per sapore, dal classico cioccolato fondente o al latte. La differenza sostanziale con gli altri tipi di cioccolato è l’assenza, nel cioccolato bianco, di un ingrediente fondamentale: la pasta di cacao. L’ingrediente principale dei suoi concorrenti bruni è quindi del tutto assente nel cioccolato bianco che, per questa ragione, non viene considerato un appartenente alla stessa famiglia in senso stretto. Eppure questo alimento, che esiste dal 1930, è entrato in tutti i supermarket come fratello minore del cioccolato tradizionale e si è meritato il posto d’onore al suo fianco. Il metodo di produzione, la distribuzione in tavolette, il confezionamento fanno sì che esso rientri tra gli alimenti derivati dal cacao, se non chimicamente almeno per analogia. I valori nutrizionali del cioccolato bianco Il cioccolato bianco è ottenuto dalla lavorazione di burro di cacao, saccarosio, latte vaccino o i suoi derivati (principalmente latte in polvere). Secondo una direttiva dell’anno 2000 esso, per essere considerato bianco, deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca del latte – all’interno di questa inoltre i grassi del latte devono essere presenti in quantità non inferiore al 3,5%. Il burro di cacao è una sostanza grassa ottenuta dalla lavorazione dei semi di cacao. Il latte in polvere è un prodotto ricavato dalla disidratazione del latte vaccino. Il saccarosio è il semplice zucchero da tavola. Per la mancanza della pasta di cacao il cioccolato bianco, a differenza di quello fondente, non vanta di alcun potere antiossidante, né è caratterizzato dagli innumerevoli benefici che quest’ultimo apporterebbe all’organismo. L’aspetto positivo dell’assenza della pasta di cacao potrebbe tuttavia essere la conseguente assenza di molecole nervine stimolanti. Per questo motivo le tavolette bianche sono considerate più adatte per i bambini e per le persone sensibili alla caffeina. L’elevata quantità di zuccheri semplici e acidi grassi rendono il cioccolato bianco un alimento ad alto contenuto calorico. Infine esso non è adatto agli intolleranti al lattosio. Come si produce? Le fasi della lavorazione La prima barretta di cioccolato bianco è stata inventata in Svizzera nel 1930. Dal 1967 l’azienda Nestlé – dal nome di Henri Nestlé, che inserì il latte nella lavorazione del cioccolato – iniziò a commerciare il Galak, una barretta prodotta ancora oggi. Il cioccolato bianco per la sua produzione segue le stesse lavorazioni del cioccolato fondente, a partire dalla preparazione dell’impasto che viene passato dalle raffinatrici fino a quando è pronto per il concaggio. Durante questo passaggio, l’impasto è sottoposto a miscelazione perpetua a temperatura controllata fin quando si sarà ottenuta una massa liscia e omogenea. È il momento della tempra: l’impasto è raffreddato e riscaldato nuovamente affinché, controllando la temperatura e i tempi di posa, esso possa ottenere la cristallizzazione desiderata. Lo step successivo è quello della formatura del cioccolato fuso che assume la forma dello […]

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Cucina e Salute

Che cos’è il cioccolato fondente? Storia e lavorazione

Profumato, delizioso e ricco di caratteristiche nutrizionali ottime, il cioccolato fondente ha conquistato il cuore di tutti. Connubio perfetto tra il sapore irresistibile e l’attenzione verso la salute e il benessere, il cioccolato fondente è un derivato dei semi dell’albero di cacao. Secondo una legge del 2003 per essere definito “fondente” deve possedere i seguenti requisiti: almeno il 43% di cacao, burro di cacao non inferiore al 28% e pasta di cacao tra il 55% e il 70%. Il cioccolato fondente ha una storia molto antica e, prima di arrivare alle nostre labbra, attraversa una scrupolosa lavorazione sotto le direttive dei grandi maestri dell’arte del cioccolato. Per gli appassionati di questo alimento, ogni volta che ne si assaggia un pezzo si viaggia alla scoperta del gusto che lo contraddistingue. Alla scoperta del cioccolato fondente: tutto ebbe inizio con il cacao Theobroma cacao: è questo il nome scientifico del noto albero sempreverde dalle foglie ovali. Il segreto del cioccolato risiede nel frutto a forma di cedro, nella cui polpa asprigna si nasconde il seme di cacao. La pianta di cacao era presente nell’America Centrale già 6.000 anni fa. A spiegarne l’origine è un’antichissima leggenda azteca. Si narra che una principessa fu lasciata dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro. Quando la principessa si rifiutò di rivelare ai nemici il nascondiglio fu uccisa. Dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza della donna ma forti ed eccitanti come la sua virtù. I Maya mischiavano al kakaw acqua calda e aromi di varia natura come chili, vaniglia, peperoncino e pepe, per ricavarne delle bevande. Questo popolo fu il primo coltivatore della pianta di cacao nella penisola dello Yucatan e sulla costa pacifica del Guatemala. Per i popoli precolombiani i chicchi di cacao erano così preziosi da essere usati come monete. Non tutti potevano assaporare la bevanda al cacao: sovrani, nobili e guerrieri ne erano gli unici beneficiari. Il cosiddetto “cibo degli dei” era poi utilizzato per i sacrifici religiosi. Le cose iniziarono a cambiare da quando Cristoforo Colombo provò il cacao durante il suo quarto viaggio in America. I primi chicchi arrivarono in Europa ma non ottennero molta attenzione per il loro gusto troppo amaro. Il cacao iniziò la sua emigrazione intorno alla metà del Cinquecento. Il cioccolato arriva in Europa e ne conquista i cuori (e il mercato) Il cioccolato fondente arrivò in Europa sotto forma di bevanda. Gli ordini monastici spagnoli, custodi di una lunga tradizione di miscele e infusi, cercarono di correggere il sapore amaro del cioccolato fondente aggiungendovi vaniglia e zucchero; tolsero invece dai tradizionali miscugli le spezie come il pepe e il peperoncino. Nel Seicento il cacao arrivò alla corte dei Medici in Toscana e si diramò progressivamente nel Nord Italia, specialmente a Torino e a Venezia, dove nel Settecento nascono le prime botteghe del caffè. Tra i migliori maestri cioccolatai attivi in Italia ricordiamo Gay-Odin a Napoli. Il cioccolato raggiunse presto la Francia, l’Inghilterra […]

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Culturalmente

L’eleganza dei particolari nella pittura di Hans Memling

Hans Memling, pittore del Quattrocento, è stato uno tra i principali maestri della seconda generazione della pittura fiamminga. Eleganza raffinata e malinconica sono le caratteristiche che meglio descrivono le opere da lui prodotte, ora conservate nei musei più importanti del mondo. Memling si pone come interprete della pittura fiamminga e la sua opera sembra riassumere l’intensa stagione artistica di Bruges, la città che egli adornò delle sue preziose opere. Chi era Hans Memling? La nascita e l’esordio del pittore fiammingo L’arte tardogotica del XV secolo è caratterizzata da fermenti di novità che si collocano in due aree geografiche ben precise: la Toscana e le Fiandre. Se da un lato l’arte rinascimentale si sviluppa alla corte dei Medici apportando delle rivoluzioni e delle innovazioni rispetto all’arte medievale, dall’altra la pittura fiamminga si manifesta come l’evoluzione della tecnica artistica precedente, ponendosi come obiettivo la conquista di un maggiore naturalismo. Proprio nelle Fiandre – area geografica che contiene buona parte degli attuali Belgio e Olanda – nasce e si sviluppa la figura di Memling. Molteplici furono gli artisti che segnarono questo periodo, primo tra tutti Jan Van Eyck, maggiore esponente della pittura fiamminga nonché inventore del genere. L’innovazione fiamminga nella pittura ad olio si verifica non tanto per la composizione del colore quanto che per la tecnica della velatura. Strato dopo strato la superficie della tela bianca viene coperta da una pellicola semitrasparente che consente una gamma di colori e sfumature incredibilmente vasta. La stratificazione dei colori ad olio consente l’egregia realizzazione dei panneggi della stoffa, dell’epidermide, del cielo e del paesaggio. È questo il presupposto per lo sviluppo della dote artistica di Hans Memling che fece tesoro del retroscena culturale, storico e artistico del luogo in cui operò per trarne la bellezza protagonista dei suoi quadri. Memling nasce in Baviera, per la precisione a Seligenstadt, in un anno vicino al 1435. Si tratta di un completo sconosciuto fin quando egli si trasferisce nelle Fiandre. Le sue cifre stilistiche lasciano ritenere che egli fu allievo a Bruxelles di Rogier van der Weyden, pittore ufficiale della città e destinatario di commissioni dei duchi di Borgogna e dei re di Castiglia. Dopo la morte del suo maestro, datata 1464, è certo che Memling si sia trasferito a Bruges. Si trattava del più importante centro commerciale e bancario dell’Europa nord-occidentale e di uno degli epicentri culturali delle Fiandre. La presenza di stranieri facoltosi, istituzioni religiose, ricche famiglie borghesi e membri della corte di Borgogna rese Bruges la città perfetta per Memling. Quando egli vi giunse, la seconda generazione della pittura fiamminga vedeva in quel periodo il declino del celeberrimo Petrus Christus, meglio noto come Pietro Ghirista, pittore fiammingo di fama mondiale. In questo panorama Memling iniziò ad aggiudicarsi commissioni importanti e, dopo aver aperto un laboratorio tra i più versatili e attivi della città, diede avvio ad una vasta produzione di dipinti devozionali, favorito dalla loro crescente domanda. L’ascesa dell’artista, da Bruges al mondo intero Il banchiere fiorentino Angelo Tani, direttore del Banco Medici a Bruges, […]

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Cucina e Salute

Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Culturalmente

I 50 anni dallo sbarco sulla Luna: gli eventi in Italia

20 luglio 1969: un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Quale frase più adatta per celebrare l’anniversario dello sbarco sulla Luna? Il 20 luglio 2019 sarà passato mezzo secolo dalla missione Apollo 11 e, per celebrare i 50 anni dalla famosa passeggiata, l’Italia intera ha in programma una serie di eventi per riportare alla memoria ciò che, solo mezzo secolo fa, ha permesso quell’enorme passo per l’umanità di cui parlava Neil Armstrong. Missione Apollo 11, i ricordi cinquant’anni dopo 20 luglio 1969. Quella sera persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11. 900 milioni di persone s’incollarono alla TV; oltre 20 milioni di italiani erano pronti a vedere la prima trasmissione televisiva delle immagini riprese dal gruppo di uomini che mai prima di allora avevano portato la lontana Luna così vicino. Nel clima teso della guerra fredda l’emozione di quel giorno sembrò annullare il conflitto tra Usa e Urss. Dal giorno del decollo, nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro: in quelle ore fu la Terra a girare intorno alla Luna. I negozi erano stati allestiti con vetrine rigorosamente a tema; l’esplosione mediatica fu impressionante. La Rai stimò che le fasi salienti della missione vennero seguite su 7 milioni di piccoli schermi. Perfino al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte. Sono passate 109 ore e 42 minuti dal lancio quando Neil Armstrong compie il suo primo passo: l’uomo ha ufficialmente messo piede sulla Luna. 20 luglio 2019: le iniziative organizzate in Italia per l’anniversario dello sbarco sulla Luna Il 20 luglio si festeggeranno i 50 anni dallo sbarco sulla Luna e le iniziative organizzate in Italia – e nel mondo – rendono giustizia a questo straordinario evento con serate a tema, osservazioni astronomiche, mostre, dibattiti e convegni dedicati alla Luna. L’Inaf – Istituto Nazionale di Astrofisica – e i tanti appassionati al tema dello spazio hanno messo a punto la maggior parte delle attività. Ospite speciale di tutte queste iniziative sarà la Luna stessa per cui è prevista un’eclissi parziale proprio nei giorni precedenti. Ecco i maggiori eventi organizzati in Campania e nella Capitale NAPOLI Il Consolato Generale di Napoli ha già celebrato questo anniversario con la proiezione del documentario “The Mars Generation”, diretto da Michael Barnett e selezionato come uno dei film d’apertura al Sundance Film Festival 2017. L’evento si è svolto il 13 luglio alla presenza di più di 260 studenti di scuole superiori e del regista stesso.  Martedì 16 luglio all’Osservatorio di Capodimonte ci sarà l’aperitivo sotto le stelle dal titolo “Stregati dalla Luna” a cui parteciperanno gli astronomi Patrizia Caraveo e Massimo Della Valle. Il tema della missione Apollo 11 tratterà le rievocazioni storiche dello sbarco sulla Luna ma soprattutto gli sviluppi tecnologici ottenuti dalla missione. Dopo quest’apertura ci saranno l’aperitivo e l’osservazione dell’eclisse. Giovedì 25 si terrà un ultimo appuntamento, a cura di […]

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Attualità

Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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Culturalmente

Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Culturalmente

Edmond Dantes: chi è il Conte di Montecristo?

Edmond Dantes, il conte di Montecristo | Riflessioni Edmond Dantes, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, è un personaggio nato dalla penna dell’autore Alexandre Dumas nel diciannovesimo secolo. La sua vicenda è ambientata tra la Francia e l’Italia nella prima metà dell’Ottocento e comprende storie di viaggi, ricchezza, vendetta, giustizia, perdono e amore in una trama che intreccia tra loro personaggi e situazioni svariate. Pare che, per creare il personaggio di Edmond Dantes, Dumas si sarebbe ispirato al ciabattino di Nîmes, Pierre Picaud, che visse analoghe esperienze: le sue memorie furono rinvenute da Jacques Peuchet, la cui opera influenzò senza dubbio Dumas. Colpi di scena e intrighi ci fanno conoscere Edmond nelle sue sfaccettature e la sua parabola umana e il suo percorso di perdizione-redenzione ci permettono di immedesimarci nei suoi panni, siano essi quelli della vittima o quelli del vendicatore. Chi è Edmond Dantes? È un uomo caduto in disgrazia che, dopo innumerevoli peripezie, ottiene la sua vendetta verso coloro che gli avevano rovinato la vita. Appena diciannovenne, Edmond Dantes sta per ricevere la promozione a capitano della nave mercantile Pharaon ed è sul punto di sposare il suo grande amore, Mercedes. La sua vita è così perfetta che due uomini, invidiosi della sua carriera e della sua fidanzata, scelgono di rovinarla. Per fare questo denunciano anonimamente Edmond come agente bonapartista e gli causano la prigionia. È proprio nel carcere del castello d’If che Edmond stringe amicizia con l’abate Faria, che gli insegna le sue conoscenze e le arti che ha appreso nel corso della vita. I due scavano insieme un tunnel per la fuga ma Faria, vecchio e infermo, muore prima del grande giorno. Egli riesce tuttavia ad informare Edmond sulla posizione di un grande tesoro di cui è a conoscenza, un tesoro sepolto sull’isola di Montecristo. Dantes riesce a fuggire e arriva in Italia, sulle coste dell’isola di Montecristo, dove trova il tesoro e si crea un alter ego, quello del Conte di Montecristo. Dopo dieci anni Dantes non ha mai perdonato ciò che gli è stato fatto e decide così di attuare i suoi propositi di vendetta. Giunto a Parigi fa il suo ingresso in società e si conquista la fiducia dei suoi nemici. La sua lunga ed elaborata vendetta lo porta a realizzare il suo obiettivo fin quando egli si accorge che le conseguenze delle sue azioni vanno anche oltre i suoi propositi. Edmond Dantes riesce così a ritrovare la propria umanità grazie alla sua schiava greca Haydée e scopre il perdono per l’avversario e per se stesso. La trasformazione del Conte di Montecristo I dispiaceri di Edmond Dantes lo trasformano: se prima della prigionia era un giovane diciannovenne, uscito dal castello il suo fisico è più vigoroso e la sua figura alta e pallida è paragonabile a quella di un vampiro. Edmond è un uomo infelice che conduce una vita tra sfarzi e lussi, facendo ricorso a droghe e ossessionato dall’ormai suo unico obiettivo: la vendetta. Senza fretta egli elabora un piano perfetto […]

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Notizie curiose

Capitan Barbossa: l’ironico Hector dei Pirati dei Caraibi

Ecco il profilo si uno dei personaggi più famosi dei Pirati dei Caraibi: Capitan Barbossa. Non sono incline a ottemperare alla vostra richiesta… Vuol dire NO! (Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna). Hector Barbossa, meglio noto come Capitan Barbossa. Si tratta di uno dei personaggi principali della saga cinematografica dei Pirati Dei Caraibi, nonché uno dei più amati. Ad interpretarne il ruolo è l’attore Geoffrey Rush, pluripremiata star del cinema e premio Oscar australiano. Egli indossa nella saga le vesti di un antieroe, Capitan Barbossa, il lato oscuro di Jack Sparrow, occasionalmente suo alleato ma pur sempre rivale. Nei diversi episodi cinematografici – cinque in totale – si assiste a un’evoluzione di questo personaggio che lo porta ad assumere un ruolo sempre meno definito ma di maggiore rilevanza. Capitan Barbossa è il cattivo? Cosa si nasconde dietro la sua maschera? Chi è Capitan Barbossa? Perdersi è l’unico modo per trovare un posto che sia introvabile altrimenti tutti saprebbero dove trovarlo. (Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo). Hector è un pirata dagli occhi azzurri, i capelli castani e lunghi, un viso cosparso di rughe e una profonda cicatrice sullo zigomo destro. Il suo aspetto è proprio quello di un vero pirata: denti gialli, unghie nere, barba ispida e, solo da un certo punto della saga, una gamba di legno. Chi avrà conosciuto Capitan Barbossa parlerà di lui come un uomo persuasivo, astuto e spietato. È l’eterno amico e rivale di Jack Sparrow a cui è sempre legato da un rapporto che oscilla tra l’alleanza, il rispetto e la vendetta.; basti pensare che la scimmietta che accompagna sempre Capitan Barbossa si chiama Jack. Capitan Barbossa è cupo e temerario, sveglio e intelligente. I suoi consigli sono sempre i più saggi. È un uomo eloquente e sa di esserlo, motivo per cui usa quest’arma a suo favore ingannando e manipolando le persone. Una delle caratteristiche principali del suo personaggio è l’umorismo asciutto. Condottiero temutissimo e maestro della strategia navale, Barbossa è capace di battersi con la spada con grandissima maestria ed esperienza. Proprio come Jack Sparrow, anche Barbossa tiene molto alla Perla Nera e fa di tutto pur di sottrarla al rivale di turno. Evoluzione del personaggio: chi è davvero Hector Barbossa? Nel corso della saga il personaggio di Capitan Barbossa subisce diverse modifiche. Nel primo film assume chiaramente il ruolo di antagonista, uno spietato pirata che cerca solo di sciogliere la maledizione di cui è schiavo. Nel terzo film, dopo essere stato resuscitato, diventa una sorta di politico: lo vediamo infatti all’opera come pirata nobile del Mar Caspio, titolo di cui è insignito. Nel quarto film Barbossa diventa addirittura un corsaro della marina inglese per poi ritornare nelle vesti di pirata per vendicarsi contro Barbarossa. Nel capitolo finale della saga Barbossa, ricchissimo, si mostra disposto a tutto pur di salvare i suoi affari. Tuttavia, alla fine del film, Hector compie un atto eroico nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, figlia che aveva abbandonato da bambina dopo […]

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Notizie curiose

Gli scienziati famosi che non possiamo non conoscere

Quali sono gli scienziati famosi che hanno rivoluzionato il mondo? La lista sarebbe interminabile. Nonostante le poche attrezzature e le scarse risorse a loro disposizione, nonostante le credenze dell’epoca e le innumerevoli avversità, questi scienziati hanno dedicato la propria vita alla Ricerca. La loro determinazione ha fatto sì che passassero alla Storia e fossero ricordati oggi per aver posto le loro ricerche al servizio della collettività. Ecco alcuni dei nomi degli scienziati famosi che non possiamo non conoscere Galileo Galilei Sicuramente tra gli scienziati famosi non può non esserci il suo nome. Nato a Pisa nella seconda metà del 1500, egli testimonia la lunga battaglia tra Scienza e Fede che caratterizzò il suo periodo. Matematico, astronomo e fisico italiano, ha contribuito alla nascita della Fisica Moderna. Galilei è anche l’inventore di diversi attrezzi scientifici tra cui il telescopio, strumento con il quale confutò alcune delle teorie di Aristotele e con il quale scoprì i crateri della Luna. Inventò anche la cosiddetta “bilancetta”, strumento con cui poté calcolare la spinta che i corpi ricevevano corrispondente al peso del corpo spostato. Lo ricordiamo poi per l’introduzione del metodo scientifico e per il suo sostegno alle teorie sul sistema eliocentrico. Galileo Galilei è noto soprattutto per l’accusa di eresia: egli fu accusato infatti di voler sovvertire la filosofia aristotelica e le Sacre Scritture. Per sfuggire alla condanna del Sant’Uffizio egli abiurò le sue tesi per scampare alla morte. “E pur si muove!”: tradizione vuole che questa frase fu pronunciata dallo stesso Galilei al termine della sua abiura. Oggi essa è diventata un modo di dire per esprimere una certezza che resiste nonostante le intimidazioni dell’interlocutore. Nel 1992 Papa Giovanni Paolo II riconobbe gli “errori commessi” dalla Chiesa nei confronti di questo scienziato, ripulendo il suo nome dopo “soli” 359 anni. Isaac Newton Isaac Newton nacque nel 1642 e fu uno dei primi scienziati a studiare lo spettro visibile della luce. Fu un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese. Isaac Newton è particolarmente noto per i suoi contributi alla meccanica classica, di cui stabilì i fondamenti con le sue pubblicazioni sulla legge di gravitazione universale descritta attraverso le sue leggi del moto. Newton fu il primo a dimostrare che le medesime leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti. Dimostrò anche che la luce bianca è composta dalla somma (in frequenza) di tutti gli altri colori. Scompose la luce in diversi colori, grazie ad un prisma, e sostenne che ciascun colore fosse composto di particelle diverse che viaggiavano a diverse velocità. Stabilì i 7 colori dell’arcobaleno, anche se oggi tra gli scienziati c’è ancora un’insicurezza sulla distinzione che egli fece tra l’indaco ed i viola. Di lui si racconta che nel 1666 fosse seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe quando una mela gli cadde sulla testa; questo gli fece pensare alla gravitazione e al perché la Luna non cadesse sulla Terra come la mela. Albert Einstein “Solo due cose sono infinite, l’universo e […]

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Cucina e Salute

Dolci senza uova e latte: 3 ricette per tutti i gusti

Si possono preparare dolci senza uova e latte? Si tratta degli ingredienti base della maggior parte di ricette ma se questi mancano nessuno si accorgerà della differenza! Una torta può essere deliziosa, leggera e soffice anche senza proteine animali. I dolci senza uova e latte sono buoni proprio quanto quelli più tradizionali. Questo articolo è per gli intolleranti alle uova e al latte, per i vegani, per chi si sta preparando alla prova costume e per chi vuole preparare un dolce ma gli manca sempre qualche ingrediente! Dolci senza uova e latte: come fare un dolce senza questi ingredienti? Gli ingredienti secchi (farina, zucchero, cacao, lievito…) non devono essere mescolati necessariamente con latte o uova. Il trucco è trovare sempre la giusta proporzione tra polveri e parte liquida. Le alternative al latte possono essere latte vegetale (soia, mandorle, cocco…), olio, succo d’arancia o di limone. Le alternative alle uova sono farina di riso, amido di mais, fecola di patate o semi di lino che immersi in un liquido diventano molto gelatinosi, quasi quanto l’albume d’uovo. La consistenza finale che si otterrà non sarà molto diversa dalla classica torta con uova e latte. Preparare dolci senza uova e latte è possibile e come! Dolci senza uova e latte: torta all’acqua Ecco a voi il primo dolce, la prima ricetta con albume d’uovo –  Ingredienti: 330 g di acqua 300 g di farina 00 200 g di zucchero 90 g di olio di semi 1 bustina di lievito per dolci baccello di vaniglia (facoltativo) Iniziamo setacciando la farina e il lievito in una ciotola. In un altro recipiente versiamo lo zucchero e aggiungiamo l’acqua a temperatura ambiente, mescolando con una frusta affinché lo zucchero si sciolga e aggiungiamo i semini di un baccello di vaniglia. A questo punto all’impasto liquido va aggiunto anche l’olio di semi. Dopo aver mescolato aggiungiamo le polveri un cucchiaio alla volta e mescolando sempre per evitare la formazione dei grumi. L’impasto finale deve essere liscio e morbido. Uno stampo da 22 cm di diametro va rivestito di carta da forno o imburrato e infarinato (in alternativa al burro si può usare l’olio di semi). L’impasto va cotto in forno preriscaldato a 180° per 50 minuti circa. Il colore della torta all’acqua deve essere più chiaro rispetto al tipico dolce con le uova. Se la torta sembra che si colori troppo dopo la prima mezz’ora basta ricoprirla con un foglio di carta stagnola e continuare così la cottura. La particolarità di questa torta è il fatto che se ne possono realizzare tante varianti: al cioccolato, al caffè, al limone e così via… Torta alle banane Ingredienti: 3 banane mature 100 g di zucchero di canna 250 g di farina integrale 1 bustina di lievito per dolci 100 g di olio di semi 130 g di acqua noci e nocciole cannella (facoltativo) La prima cosa da fare è schiacciare la polpa delle banane mature con una forchetta. Quando queste avranno ottenuto la consistenza di una crema, ad esse vanno […]

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