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Eroica Fenice

Culturalmente

Castello di Sammezzano, il palazzo dai mille colori

Il Castello di Sammezzano, circondato dal suo omonimo e grandissimo parco, si trova nei pressi di Leccio, un paese nel comune di Reggello in provincia di Firenze. Fu Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona a realizzare il castello e il parco di Sammezzano. Egli trasformò e ampliò l’edificio preesistente nel periodo di tempo tra il 1843 e il 1889. Ferdinando era assolutamente affascinato dall’orientalismo, una corrente culturale che si diffuse in tutta Europa all’inizio dell’Ottocento. Un castello in stile orientale in un tipico paesaggio toscano. È proprio questa la singolarità dell’opera d’arte che è il castello di Sammezzano, un incanto orientaleggiante di grande valore artistico. Il castello dai mille colori I principali elementi moreschi del castello sono i mosaici in ceramica, le colorate decorazioni geometriche e vegetali, i bassorilievi e le cupole ad archi intrecciati. Le 65 scale di cui il castello dispone portano i visitatori da una meraviglia all’altra e permettono di viaggiare dall’Estremo Oriente alla Spagna. Ferdinando Panciatichi aveva pensato a ogni stanza come un viaggio in una terra straniera, immaginando terre che lui non ha realmente visitato ma che ha conosciuto attraverso i libri. Motti, frasi e citazioni in latino e italiano accompagnano il cammino del visitatore e legano due culture molto diverse tra loro in un insieme del tutto singolare. L’atrio delle colonne è il primo ambiente che si incontra non appena si varca il portone di accesso. Le colonne grigiastre che lo caratterizzano reggono una decoratissima volta a cassettoni blu. L’atrio conduce al salone di ingresso, decorato da mille colori, specchi e motivi geometrici. L’architettura orientale si mescola con quella occidentale con soffitti a cassettoni, decorazioni con gigli fiorentini e incisioni in carattere gotico. Troviamo poi molte sale concatenate tra loro e ognuna con le sue caratteristiche peculiari. Nella Sala delle Stelle le luci, i colori, le forme si avvicinano a quelle della Spagna meridionale, molto influenzata dalla cultura araba. Quasi tutte le volte sono a forma di stella e numerose sono le vetrate colorate che adornano lo spazio. La sala da ballo (o Sala Bianca) è interamente in stile moresco. Ventiquattro colonne con capitelli in stile islamico circondano la stanza ricca di motivi geometrici e floreali. In alto l’architettura della cupola rivestita in stucco bianco lascia spazio agli oculi che permettono alla luce di entrare e riflettersi sulle vetrate colorate delle porte che conducono alle altre stanze. La Sala delle Farfalle presenta una cupola realizzata interamente in muqarnas, soluzione tipica dell’architettura musulmana che prevede ornamenti con forme simili a quelle delle stalattiti. Ferdinando Panciatichi vi aveva inserito un elemento innovativo, degli specchi, per la dilatazione della luce del sole e delle candele che illuminavano la stanza rispettivamente di giorno e di notte. La Galleria delle Stalattiti è un viaggio nell’India. La Sala del Fumo presenta un sofisticato impianto di areazione molto innovativo per l’epoca. La Sala dei Gigli conduce invece in Cina, con le decorazioni a squame che sfumano dal rosa all’argento. Queste sono solo alcune delle meravigliose stanze del castello. Il Parco Storico di Sammezzano […]

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Culturalmente

Avere la coda di paglia: modi di dire italiani

Avere la cosiddetta “coda di paglia” significa non avere la coscienza pulita. Questa espressione indica la situazione di chi reagisce male a qualche affermazione e, cosciente di aver combinato qualcosa, ha paura di essere scoperto. Chi si discolpa senza essere accusato o reagisce con critiche o osservazioni impulsive ha proprio la coda di paglia! Insomma, la versione tradizionale del più recente “avere uno scheletro nell’armadio”. L’origine dell’espressione Avere “la coda di paglia” è un modo di dire italiano che risale probabilmente al Medioevo. In quegli anni era pratica comune umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia. I malcapitati dovevano girare per la città e farsi umiliare nel rischio che qualcuno gli incendiasse la coda. Come ogni modo di dire anche l’origine di questo detto non è certa. Un’altra possibile derivazione verrebbe da una favola di Esopo. Questa spiegazione molto conosciuta è stata data da Costantino Arlia (in Voci e maniere di lingua viva, Milano, C. Arlia, P. Carrara, 1895), tratta da Fanfani. Questa favola narra che una volpe, dopo aver perso la coda in una trappola, la sostituì con una finta coda in paglia, fatta così bene che non la si distingueva dall’originale. Quando però il gallo svelò ai contadini il segreto della volpe questi appiccarono dei fuochi per fargliela bruciare in modo da poter distrarre la volpe per rubare i polli. Da questa favola derivano anche il detto toscano “chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che la si bruci!” e l’espressione “chi ha la coda di paglia non si avvicini al fuoco”. Sembra comunque molto più convincente la ricostruzione proposta da Ottavio Lurati (Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001) che fa riferimento alla pratica medievale sopracitata. La coda rappresenterebbe un simbolo di degrado, il passaggio dallo status di persona a quello di animale. Consapevolezza, vergogna, diffidenza ma soprattutto paura di umiliazione: la sintomatologia del colpevole. L’espressione “avere la coda di paglia” è presente anche in molti dialetti italiani e trova corrispondenti nel tedesco nel francese. Altri modi per dire di “avere la coda di paglia” Excusatio non petita, accusatio manifesta: “chi si scusa si accusa”. È un po’ quello che succede a chi ha la coda di paglia! Si reagisce male ad affermazioni che magari non alludono ad alcun misfatto, eppure… È il tipico atteggiamento di chi “ha uno scheletro nell’armadio”. Questa macabra espressione contemporanea ha un equivalente inglese e una francese: “to have a skeleton in the closet” e “avoir un squelette dans le placard”. L’origine inglese di questo modo di dire risale agli anni antecedenti il 1832, anni in cui i medici della Gran Bretagna potevano effettuare autopsie per i loro studi solo su salme di criminali giustiziati, e, dato che non vi era una grande disponibilità di corpi, essi erano soliti conservare i cadaveri. I medici dunque non smaltivano gli scheletri dei cadaveri ma li custodivano in segreto perché non era un atto consentito. L’origine del detto francese è dovuta a Gabriel-Honoré de Riqueti, conte di […]

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Notizie curiose

Borse e borsette italiane: i marchi del Made in Italy

Borse e borsette italiane, accessori irrinunciabili ed elementi di stile per esprimere personalità. Il mondo delle borse è un universo immenso e ricco di modelli che variano per forma, materiale, dimensioni e utilizzi. L’Italia vanta una tradizione secolare per quanto riguarda la lavorazione della pelle e dei tessuti, che affonda le radici addirittura nelle botteghe medievali. Le marche di borse Made in Italy sono nate nei primi anni del ‘900 e hanno saputo compiere i primi passi nell’industria della moda fino ad arrivare ad esserne capisaldi indiscussi. Le marche più famose di borse e borsette italiane: Gucci Gucci è un colosso della moda italiana ed è molto famoso per la produzione, oltre che di abiti, proprio di accessori da pelletteria. Nel 1921 Guccio Gucci apre l’omonima e prima azienda a Firenze, proprio per la produzione di articoli da pelletteria. Qualità dei materiali, realizzazione, design; le cifre caratteristiche della moda italiana sono impersonate da questo marchio che, dagli anni ’50, ha visto sempre crescere la sua fama. Dalla prima apertura dello store a New York Gucci esso è diventato assolutamente internazionale ed è uno degli esempi più famosi di design e manifattura italiana nel settore dell’alta moda. Peccato che oggi la proprietà del marchio non sia più italiana! Infatti, fa parte del gruppo Kering con sede a Parigi che controlla altre industrie del lusso come Saint Laurent e Alexander McQueen. Ad ogni modo la sede principale è ancora a Firenze e il direttore creativo del marchio è italiano. L’azienda Gucci è famosa per la produzione di borse e borsette di ogni tipo ma alcune delle più caratteristiche sono quelle a bauletto in tela monogram, modello la cui esclusività è però attribuita alla francese Louis Vuitton. L’eleganza di Armani Giorgio Armani è uno stilista che con la sua unicità ed eleganza ha saputo conquistare negli anni fama mondiale. Il marchio Armani è stato fondato nel 1975 da Giorgio Armani e Sergio Galeotti a Milano. L’azienda da sempre produce abiti da uomo e donna ma è anche famosa per i suoi accessori. Fin da subito a caratterizzare l’azienda sono state le giacche flosce da uomo e donna, la morbidezza delle stoffe, i colori sfumati, la portabilità degli abiti. Nel 1980 Giorgio Armani vestì Richard Gere in “American gigolò”, il film che rese popolare lo stilista in tutto il mondo. Dal 1981 alla collezione principale di alta moda, Giorgio Armani affiancò la linea Emporio Armani, con collezioni meno costose e più accessibili. Eleganza, misura, design pulito, colori rilassanti e sofisticati. Armani è uno dei marchi che ha più contribuito al successo del Made in Italy. Le borse e borsette italiane con questo marchio sono divise in quelle più giovanili e trendy e quelle più classiche: le prime hanno colori vivaci e originali, materiali e finiture varie e prezzi che si aggirano su qualche centinaio di euro, le seconde invece risentono di uno stile più classico, con linee più eleganti e colori più austeri e prezzi che si aggirano sui mille euro. Il colosso Prada […]

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Notizie curiose

Foglia d’oro: tecniche e utilizzi di ieri e di oggi

La foglia d’oro è un sottilissimo strato d’oro disponibile in diversi carati, spessori e dimensioni. Una patina dorata che da sempre è stata utilizzata nei più svariati modi per arricchire, adornare e decorare le produzioni artistiche di ogni tipo. La sua storia è molto antica ma i suoi utilizzi sono più che attuali! Dorature decorative, cosmesi, food design sono solo alcuni dei campi di applicazione della pregiata foglia dorata. Tecniche di produzione della foglia d’oro, dall’antichità ai giorni nostri La produzione della foglia dorata è un processo molto antico che si ripete oggi con poche variazioni, nonostante la scoperta e l’invenzione delle nuove tecnologie. Al giorno d’oggi non sono molti gli artigiani che producono la foglia d’oro e che lo fanno utilizzando le stesse procedure che risalgono al Rinascimento. Le notizie sulla foglia d’oro risalgono a circa 5000 anni fa. Essa era molto utilizzata in Oriente, soprattutto in Cina e in Giappone. Il culmine del suo utilizzo si ritrova sicuramente nelle produzioni dell’arte bizantina e rinascimentale, quando veniva impiegata con scopi ornamentali nella produzione di dipinti su tavola di legno per raffigurare le aureole dei Santi, la luce del sole e tutto ciò che di immortale ed eterno poteva essere associato al nobile metallo. La foglia d’oro zecchino è da tempo utilizzata per i restauri delle opere d’arte ma oggi trova impiego nei più svariati campi e richiede quindi delle tecniche e miscele specifiche a seconda dell’utilizzo a cui è destinata. Le tecniche per la sua produzione sono i processi di deformazione a caldo e successiva battitura. Il processo avanza per gradi: dal lingotto si ricava una lamina di 6 cm che è progressivamente assottigliata fino a raggiungere i 0,3 mm. La lamina così ricavata è tagliata in quadrati che vengono impilati alternativamente a strati di carta. La pila è poi posizionata tra due strati di pelle animale e sottoposta a diversi cicli di battitura, a seconda dello spessore richiesto. Le foglie in commercio si distinguono in: Foglie libere, adatte per decorazioni di intarsi e per la doratura di superfici lisce, soprattutto nel settore del mobile di lusso Foglie a decalco, appoggiate su uno strato di carta velina che ne facilita la presa, adatte per la decorazione di superfici piane e in esterno Foglie a filo, tagliate a misura del libretto, utilizzate soprattutto nel mercato francese per la doratura a missione Foglie in rotolo, appoggiate su un rotolo di carta velina, per le grandi superfici. Gli svariati utilizzi della foglie dorate La foglia d’oro per la doratura è utilizzata sia a caldo che a freddo. Il processo di utilizzo a freddo è più versatile e si usa molto in legatoria o per decorare le superfici in metallo, legno e vetro. Questo tipo di applicazione necessita di ingredienti come colle, gessi, argilla, albume d’uovo che si sovrappongono seguendo le istruzioni tramandate dagli artigiani rinascimentali. La foglia deve riposare alcuni giorni ed è lucidata con attrezzi di agata e ricoperta di vernici trasparenti. Il processo a caldo è invece il più utilizzato […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La pizza è pizza – Quattro chiacchiere con Alessandro Condurro

La pizza è pizza! Dall’Antica Pizzeria di via Cesare Sersale di Napoli a Michele in the World. A firmare il racconto dell’internazionalizzazione della famosa pizzeria di Forcella è Davide Ippolito. Martedì 28 gennaio l’Antica Pizzeria da Michele Flaminio a Roma, prima filiale italiana della pizzeria di Forcella, ha ospitato la presentazione del nuovo libro-intervista che vede protagonista la famiglia Condurro. La pizza è pizza – Quattro chiacchiere con Alessandro Condurro Dopo la prima presentazione a Verona, il libro La pizza è pizza arriva da Michele Flaminio, nel cuore di Roma, con ambasciatori l’autore e il protagonista del libro, in un dialogo moderato dal giornalista Luciano Pignataro. In questo libro non si parla di storia, di tradizione e di cucina – il tema è stato già trattato, del resto, nel libro di Laura Condurro L’Antica Pizzeria da Michele. Dal 1870 la Pizza di Napoli – bensì dell’evoluzione del brand Da Michele e della sua espansione nel mondo. Il protagonista del nuovo libro è Alessandro Condurro (in copertina), pronipote di Michele e fondatore della MITW, la società che si occupa del brand della pizzeria e della sua internazionalizzazione, avvenuta tramite le sue filiali ormai sparse in tutto il mondo. «Il libro non parla di pizza ma è un saggio di marketing», questa la premessa di Alessandro Condurro che racconta della nascita di una società che in breve tempo ha dato vita a un brand internazionale. Compresa la casa madre a Napoli L’Antica Pizzeria Da Michele conta quattordici pizzerie nel mondo: Tokyo, Fukuoka e Yokohama in Giappone, Londra, Dubai, Los Angeles, Barcellona, Bologna, Milano, Verona, Firenze e due sedi a Roma. Le aperture previste del 2020 interesseranno la Spagna e finalmente ci sarà l’approdo anche in Germania mentre, per quanto riguarda l’talia, si prevede l’apertura della prima filiale nel Sud Italia, a Palermo. Un’espansione a macchia d’olio caratterizza la società Michele In The World ed è proprio questo che ha portato Daniele Ippolito a scrivere un libro sull’espansione del brand: qual è il suo segreto? Michele in The World: un brand firmato Condurro Edito da Book4Business, il libro è stato scritto da Davide Ippolito, CEO di Zwan e noto consulente di aziende e organizzazioni italiane, specializzato in Reputation Marketing. L’Antica Pizzeria Da Michele, come spiega Davide, è stato scritto per raccontare il case-study della costruzione di un brand di successo basato su radici secolari. L’episodio di nascita e sviluppo di MITW mette in risalto l’impatto che la reputazione, intesa come un insieme di fattori, ha sulla costruzione di un brand. Davide Ippolito ha scelto proprio Da Michele per l’esperienza che contraddistingue il brand sul mercato e per la sua strategia di marketing, iniziata dalla creazione di un mercato di nicchia basato sulla genuinità e l’unicità che contraddistingue la tradizionale pizzeria. Le quattro chiacchiere con Alessandro Condurro sono introdotte da un breve percorso storico sulla pizza e sulle cinque generazioni Condurro, presupposto necessario per comprendere lo sviluppo del brand e la sua espansione mondiale. Anche la presentazione del libro ha del resto visto il […]

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Notizie curiose

Criptozoologia: animali nascosti e dove trovarli

La criptozoologia è una branca della zoologia curiosa quanto il suo nome. Si tratta di una pseudoscienza che si interessa dello studio di animali la cui esistenza è solo ipotizzata, non certa. La criptozoologia si basa dunque sulle evidenze empiriche, in epoca passata e presente, della presenza di animali descritti da tradizioni orali e testimonianze oculari. Yeti, Chupacabra, Mostro di Loch Ness, Kraken ma molto altro ancora! Il mondo degli animali nascosti ha spesso dimostrato la presenza di molte specie animali che in seguito sono state universalmente riconosciute dalla comunità scientifica. Come e quando è nata la criptozoologia? Questo termine poco noto esiste in realtà da tempo. Nel 1959 apparve per la prima volta in letteratura ma fu nel 1965 che il termine venne utilizzato per indicare una vera e propria sottodisciplina e ciò avvenne ad opera dello zoologo franco belga Bernard Heuvelmans che si aggiudicò il titolo di padre di questi studi. Un’altra figura importante che coniò nello stesso periodo e in maniera indipendente il termine di criptozoologia fu il naturalista americano di origini scozzesi Ivan T. Sanderson (1911-1973), famoso per i suoi programmi radio e televisivi e per i suoi articoli che spaziavano dalla zoologia più tradizionale ai fenomeni paranormali. Per una differenza di interpretazione del termine, i primi dissidi nacquero proprio nella definizione del range di azione della sottodisciplina; Heuvelmans propose di separare la criptozoologia come da lui intesa, ossia la scienza degli animali nascosti, dalla cripto-zoologia, che non aveva nulla a che fare con gli animali in carne ed ossa ma che sfociava nel campo del paranormale. Nacquero le prime pubblicazioni e i primi volumi che, tradotti in varie lingue, diffusero questa branca della zoologia in tutto il mondo. Pian piano il mondo degli animali nascosti si diffuse dall’ambiente accademico all’ambiente quotidiano. Nel 1982 fu fondata la Società Internazionale di Criptozoologia (ISC). Animali nascosti e dove trovarli. Ecco di cosa si occupa questa disciplina La vera ed originale disciplina si basa dunque sugli animali nascosti la cui esistenza è sconosciuta alla scienza, ma non alle popolazioni locali che condividono con essi il territorio. Le prove dell’esistenza di un animale per la scienza non sono mai abbastanza fin quando non si dispone di un cadavere della sua specie. Al contrario nella criptozoologia le prove dell’esistenza di una specie animale “nascosta” sono fonti indirette come leggende, avvistamenti, impronte e così via. Il metodo criptozoologico consiste nell’ottenere il maggior numero possibile di informazioni attingendo alle fonti più svariate. In primis si traggono informazioni da mitologia, folklore, storia, archeologia; si raccolgono poi informazioni come testimonianze, impronte, frammenti di pelle o ciuffi di pelo, fotografie e filmati di cui è certa l’autenticità. Ecco che nasce così l’identikit dell’animale nascosto. È così che gli studi criptozoologici hanno condotto alla scoperta di specie poi riconosciute dalla comunità scientifiche. Il panda gigante, ufficialmente scoperto nel 1890, era descritto con il nome di bei-shung (orso bianco) in manoscritti cinesi risalenti al 621 d.C. Il celacanto africano, ufficialmente scoperto nel 1938, era già ben conosciuto con […]

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Cucina e Salute

Funghi mortali: i 10 più pericolosi in Italia

Quali sono i funghi mortali da cui dobbiamo stare alla larga e come possiamo riconoscerli? Vengono considerati velenosi quei funghi che sintetizzano sostanze tossiche per l’organismo umano, causando vari sintomi che vanno da lievi malesseri fino a provocare la morte di chi li ingerisce. L’identificazione di questi funghi non è semplice perché spesso le specie sono erroneamente confuse tra di loro e solo un occhio esperto può cogliere le sottili differenze tra un fungo velenoso e un suo parente commestibile. Molti funghi mortali sono tali in assoluto ma per varie specie la commestibilità dipende anche dai metodi di cottura utilizzati. I funghi velenosi sono anche protetti dalla legge italiana perché chiaramente utili e necessari alla vita dei boschi e all’ecosistema globale. Per questo ci si può imbattere in funghi velenosi in qualsiasi bosco italiano e i meno esperti potrebbero sottovalutare la pericolosità di molti esemplari. Ecco dunque una lista dei 10 funghi mortali più pericolosi dei boschi italiani. Specie Amanita: i funghi mortali e velenosi più noti e pericolosi Amanita Phalloides, meglio nota come Angelo della morte. Si tratta di un fungo mortale che cresce tra l’estate e l’autunno soprattutto sotto il nocciolo, il faggio e il castagno nei boschi frondosi. Il colore del cappello varia tra grigio-giallastro a verdastro ma ci sono esemplari di questo fungo che presentano colori diversi, come il bianco. È un fungo a lamelle fitte e bianche, mente il gambo bianco presenta un anello dello stesso colore, ampio e membranoso. L’Angelo della morte è il fungo mortale per eccellenza! Cinquanta grammi di questo fungo possono rivelarsi fatali. Ecco perché, nel dubbio, è meglio non consumarlo senza prima essere certi che non si tratti di questa specie. Amanita Verna, o Amanita di primavera. Questo esemplare di fungo primaverile ogni anno causa un alto numero di avvelenamenti perché è facilmente confuso con il Prataiolo. Cappello bianco, lamelle fitte, gambo alto e cilindrico ingrossato alla base. Le differenze con il suo gemello commestibile sono il fatto che questo fungo velenoso è completamente interrato e presenta un colore delle lamelle leggermente più scuro e la caratteristica volva. L’Amanita verna predilige i boschi di latifoglia, faggio, castagno, quercia. Amanita Muscaria, conosciuto come Ovolo malefico o come Fungo di Biancaneve. Di certo si tratta di un fungo assolutamente riconoscibile perché è proprio il classico fungo dei cartoni animati, rosso a puntini bianchi. Questo fungo non è propriamente mortale ma la sua assunzione causa la sindrome Panterica: capogiri, barcollamento, euforia, allucinazioni e tremendi disturbi gastrointestinali. Il fungo presenta delle fitte lamelle bianche e un gambo che può raggiungere anche i 25 cm d’altezza. Cresce in estate ed autunno in boschi di latifoglia e conifera. Amanita Virosa. È un fungo che cresce nei boschi di montagna umidi sotto abeti, betulle e faggi. Il gambo è di circa 10 cm di altezza e presenta un diametro che rimpicciolisce man mano che si avvicina al cappello. Quest’ultimo si chiude asimmetricamente sul gambo nascondendo le lamelle. Il fungo presenta anche una piccola volva e un cappello […]

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Notizie curiose

Rompicapo: i giochi enigmatici più famosi

Qual è il rompicapo più famoso al mondo? Impossibile dare questa risposta. Rompicapi e problemi matematici esistono fin dall’antichità e se ne trovano vari esempi in culture di ogni tipo. Sono enigmi che mettono alla prova l’ingegno attivando diverse forme di ragionamento e attitudini diverse per la loro risoluzione. La prima testimonianza di rompicapo si trova nel Papiro di Rhind che risale al 1850 a.C. «Sette case contengono sette gatti. Ogni gatto uccide sette topi. Ogni topo avrebbe mangiato sette spighe di grano. Ogni spiga di grano avrebbe prodotto sette misure di farina. Qual è il totale?» Indovinelli, paradossi, problemi logici di ogni tipo che vanno dai campi dell’enigmistica agli enigmi concretati sotto forma di giocattolo. Il mondo dei rompicapi è tanto vasto quanto intrigante. Enigmistica: i problemi di lettere, numeri e segni Il ragionamento deduttivo alla base della soluzione dei problemi verbali caratterizza anagrammi, rebus e parole crociate. Un anagramma è il risultato della commutazione delle lettere di una parola o di una frase che genera la formulazione di altre parole o frasi di senso compiuto. L’esperto di enigmistica Enrico Parodi – alias Snoopy – ha definito il gioco dell’anagramma come «Lo determini mercé l’esatto / rimescolamento di lettere», una frase di cui la prima metà è proprio l’anagramma della seconda. Ma il gioco più famoso di tutti in campo di enigmistica è senza dubbio quello delle parole crociate! Nella sua versione base, il gioco si svolge su una griglia quadrata o rettangolare di caselle bianche e nere da riempire con l’inserimento delle parole in orizzontale e verticale. Così come esistono parole crociate a diversi livelli di difficoltà, esistono anche sviluppi successivi al gioco tradizionale che prevedono schemi molto più complessi. Attribuiamo le prime parole crociate all’enigmista e giornalista italiano Giuseppe Airoldi che nel 1890 pubblicò sulla rivista Il Secolo Illustrato della Domenica uno schema 4 per 4 che chiamò Parole incrociate. Il nome di “cruciverba” gli fu attribuito circa trent’anni dopo.  Un altro celeberrimo gioco enigmistico che consiste nella risoluzione di parole e immagini è il rebus. Alternando lettere e parole costruire una frase può essere tanto divertente quanto difficile. La chiave di risoluzione è il diagramma numerico che indica la lunghezza delle parole. Il rebus è uno dei più antichi rompicapi; Leonardo Da Vinci ne ideò molti. Dall’enigma alfanumerico ai giocattoli-rompicapo 1 cubo, 6 facce, 43.252.003.274.489.856.000 combinazioni possibili, 1 soluzione. Senza dubbio il Cubo di Rubik è il rompicapo più famoso di sempre. Il cosiddetto Cubo Magico è stato inventato nel 1974 dal docente di architettura Ernö Rubik, nella città di Budapest. Il suo prototipo, pensato per scopi didattici, era monocolore, in legno e con gli angoli smussati. I matematici ungheresi se ne innamorarono subito! Ed ecco che il cubo fu trasformato in giocattolo. Oggi il Cubo di Rubik è il gioco più venduto al mondo. Di esso sono state ideate tantissime versioni: dal modello 2×2 fino a quello con 17 tasselli per lato! Come si risolve il Cubo di Rubik? Il più intuitivo metodo risolutivo è […]

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Culturalmente

Calcolo q.i., storia del calcolo dell’intelligenza

Può un valore numerico definire il livello di intelligenza di una persona? Il calcolo del q.i., il quoziente intellettivo, avviene attraverso la serie di quesiti che compongono il famoso “test d’intelligenza”. Le persone che rientrano nel range 85-115 sono considerate nella norma.; il non superamento di una certa soglia segna che la persona in questione è affetta da qualche deficit, mentre chi supera i valori di 150 è un genio. Calcolo q.i. – Come e quando ha avuto inizio? Il test di intelligenza non è unico. Le varie tipologie di test esistenti sono fondate sugli studi che i vari scienziati hanno condotto nel settore. In genere il format del test per il quoziente intellettivo è quello della risoluzione di un certo numero di problemi in un certo tempo a disposizione. La pratica del calcolo del q.i. ebbe inizio nel 1905, anno in cui lo psicologo francese Alfred Binet pubblicò il primo test di intelligenza moderno, sviluppato per identificare gli alunni che avevano bisogno di un particolare aiuto nell’apprendimento scolastico. Il test Binet-Simon misurava  dunque l’età mentale del bambino; il risultato sperato era che essa coincidesse con l’età biologica cosicché, per esempio, un bambino di 10 anni con q.i. 10 potesse risolvere un problema adatto a bambini della sua età. Fu William Louis Stern, dall’Università di Breslavia, a coniare il termine I.Q. – Intelligent Quotient – e a definirlo come il risultato della formula: Età mentale / Età biologica * 100 Con questa modalità il calcolo del q.i. da’ come risultato un numero che non è da interpretare in relazione all’età del bambino ma che lo colloca direttamente in una scala di valutazione generica per ogni età. Questo tipo di test è chiamato Stanford-Binet. Un altro famoso metodo di valutazione risale al 1939. In quest’anno David Wechsler pubblicò un test realizzato per adulti e pubblicò la cosiddetta Wechsler Adult Intelligence Scale – WAIS – poi estesa anche ai bambini. Il punteggio, basato su una distribuzione normale standardizzata, non era da interpretare in relazione all’età e, a differenza del test Binet, il test comprendeva non solo una parte di valutazione lessicale ma anche una di valutazione logico-sequenziale, visiva ecc. Il punteggio del q.i. sulla curva gaussiana doveva dare, con la scala Wechsler, un valore medio di 100 con permissione standard di 15. Come si calcola il quoziente intellettivo? Esistono quindi varie metodologie di calcolo del q.i. ma tutte sono basate sulla risoluzione di problemi ascritti a categorie come informazione, comprensione, ragionamento aritmetico, analogie, vocabolario, memoria di cifre, ordinamento di numeri e lettere, codificazione di cifre e simboli, completamento di immagini, block design, Matrici di Raven, riordinamento  di storie figurate, ricerca di simboli, assemblaggio di oggetti. Sulla base del risultato al test q.i. si è formata l’Associazione Internazionale Mensa, una “tavola rotonda” senza scopo di lucro, formata da circa 120000 persone che rientrano nel 2% della popolazione mondiale ossia hanno raggiunto o superato il 98° percentile della popolazione nel test proposto dal sito. Il test ha una durata di 20 minuti ed è […]

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Culturalmente

Homo sapiens sapiens: le qualità dell’uomo moderno

L’Homo sapiens sapiens o uomo moderno comparve circa 90.000 anni fa, quando prese il posto dell’uomo di Neanderthal sostituendosi ad esso nel processo evolutivo. L’Homo sapiens sapiens era in grado di lavorare ossa da cui si fabbricava aghi e arpioni per la pesca, necessari alla caccia. Egli aveva sviluppato un senso artistico testimoniato da numerosi ritrovamenti di pitture rupestri, statuette di animali e figure femminili che sono per noi le maggiori testimonianze di questa tappa dell’evoluzione umana. Addomesticava gli animali e aveva sviluppato un efficace sistema comunicativo. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le tappe salienti che hanno segnato l’evoluzione umana fino all’arrivo del cosiddetto “uomo moderno”. Le tappe salienti dell’evoluzione umana Ominazione è il termine con cui ci si riferisce all’insieme degli eventi attraverso cui si è compiuta l’evoluzione dell’umanità. La specie umana trae origine dall’Africa di 55 milioni di anni fa, quando dai mammiferi si svilupparono i primati, l’ordine a cui appartiene l’uomo. I primati erano animali arboricoli con mani e piedi prensili. Un’evoluzione lenta e progressiva li ha condotti a diventare diurni, a percepire il colore e a spostarsi da albero ad albero tenendosi sospesi con le braccia. L’intero apparato scheletrico ha dunque subito le modifiche che hanno progressivamente portato l’uomo all’acquisizione della posizione eretta. Risale a 7 miliardi di anni fa lo Sahelanthropus Tchadensis, scoperto in Ciad. Esso rappresenta la prima testimonianza di un ominide in grado di camminare su due gambe. A 4 milioni di anni fa sono datati gli australopitechi. Con i loro 130 cm di altezza, essi avevano un cervello di dimensioni pari al 35% di quelle del cervello dell’uomo moderno. Dentatura appiattita, arti anteriori lunghi quanto quelli posteriori, alimentazione vegetariana: queste sono le caratteristiche più note di questi ominidi. Il genere umano nasce ufficialmente con la specie dell’Homo habilis. Egli aveva una scatola cranica più sviluppata, era onnivoro, utilizzava gli strumenti in pietra necessari per la caccia. L’Homo erectus è invece il primo cacciatore-raccoglitore; il suo cervello è più grande e l’evoluzione è molto evidente. L’Homo erectus utilizza il fuoco e caccia con strumenti più sofisticati, ottenuti dalla sagomatura di pietra e osso. Comparve 500.000 anni fa l’Homo di Neanderthal, seguito dalla specie dell’Homo Sapiens, che risale a 200.000 anni fa. Le dimensioni del cranio umano sono aumentate notevolmente. Gli uomini hanno un sistema di comunicazione accertato, ci sono testimonianze di un commercio e si producono le prime testimonianze artistiche. Circa 90.000 anni fa l’Homo sapiens sapiens assimilò poco alla volta le popolazioni dell’uomo di Neanderthal fino a provocarne la scomparsa. Dall’Africa l’uomo anatomicamente moderno iniziò la sua espansione in tutto il mondo. Storia, sviluppo e diffusione dell’Homo sapiens sapiens  La diffusione dell’Homo sapiens sapiens viene generalmente collegata al Paleolitico Superiore. Fu proprio nell’età della pietra che, tra le costruzioni perfezionate di utensili in pietra, il sorgere del pensiero metafisico e del culto dei morti, il governo del fuoco e l’affermarsi delle prime forme d’arte, nacque l’uomo moderno. Come le altre specie di ominidi, anche l’Homo sapiens sapiens è originario del continente […]

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Culturalmente

Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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Cucina e Salute

Cioccolato bianco: i segreti della sua produzione

Burro di cacao, zucchero, derivati solidi del latte. Il pallido aspetto del cioccolato bianco è una conseguenza degli ingredienti che lo compongono e una caratteristica che lo rende inequivocabilmente diverso, per aspetto quanto per sapore, dal classico cioccolato fondente o al latte. La differenza sostanziale con gli altri tipi di cioccolato è l’assenza, nel cioccolato bianco, di un ingrediente fondamentale: la pasta di cacao. L’ingrediente principale dei suoi concorrenti bruni è quindi del tutto assente nel cioccolato bianco che, per questa ragione, non viene considerato un appartenente alla stessa famiglia in senso stretto. Eppure questo alimento, che esiste dal 1930, è entrato in tutti i supermarket come fratello minore del cioccolato tradizionale e si è meritato il posto d’onore al suo fianco. Il metodo di produzione, la distribuzione in tavolette, il confezionamento fanno sì che esso rientri tra gli alimenti derivati dal cacao, se non chimicamente almeno per analogia. I valori nutrizionali del cioccolato bianco Il cioccolato bianco è ottenuto dalla lavorazione di burro di cacao, saccarosio, latte vaccino o i suoi derivati (principalmente latte in polvere). Secondo una direttiva dell’anno 2000 esso, per essere considerato bianco, deve contenere non meno del 20% di burro di cacao e non meno del 14% di sostanza secca del latte – all’interno di questa inoltre i grassi del latte devono essere presenti in quantità non inferiore al 3,5%. Il burro di cacao è una sostanza grassa ottenuta dalla lavorazione dei semi di cacao. Il latte in polvere è un prodotto ricavato dalla disidratazione del latte vaccino. Il saccarosio è il semplice zucchero da tavola. Per la mancanza della pasta di cacao il cioccolato bianco, a differenza di quello fondente, non vanta di alcun potere antiossidante, né è caratterizzato dagli innumerevoli benefici che quest’ultimo apporterebbe all’organismo. L’aspetto positivo dell’assenza della pasta di cacao potrebbe tuttavia essere la conseguente assenza di molecole nervine stimolanti. Per questo motivo le tavolette bianche sono considerate più adatte per i bambini e per le persone sensibili alla caffeina. L’elevata quantità di zuccheri semplici e acidi grassi rendono il cioccolato bianco un alimento ad alto contenuto calorico. Infine esso non è adatto agli intolleranti al lattosio. Come si produce? Le fasi della lavorazione La prima barretta di cioccolato bianco è stata inventata in Svizzera nel 1930. Dal 1967 l’azienda Nestlé – dal nome di Henri Nestlé, che inserì il latte nella lavorazione del cioccolato – iniziò a commerciare il Galak, una barretta prodotta ancora oggi. Il cioccolato bianco per la sua produzione segue le stesse lavorazioni del cioccolato fondente, a partire dalla preparazione dell’impasto che viene passato dalle raffinatrici fino a quando è pronto per il concaggio. Durante questo passaggio, l’impasto è sottoposto a miscelazione perpetua a temperatura controllata fin quando si sarà ottenuta una massa liscia e omogenea. È il momento della tempra: l’impasto è raffreddato e riscaldato nuovamente affinché, controllando la temperatura e i tempi di posa, esso possa ottenere la cristallizzazione desiderata. Lo step successivo è quello della formatura del cioccolato fuso che assume la forma dello […]

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Cucina e Salute

Che cos’è il cioccolato fondente? Storia e lavorazione

Profumato, delizioso e ricco di caratteristiche nutrizionali ottime, il cioccolato fondente ha conquistato il cuore di tutti. Connubio perfetto tra il sapore irresistibile e l’attenzione verso la salute e il benessere, il cioccolato fondente è un derivato dei semi dell’albero di cacao. Secondo una legge del 2003 per essere definito “fondente” deve possedere i seguenti requisiti: almeno il 43% di cacao, burro di cacao non inferiore al 28% e pasta di cacao tra il 55% e il 70%. Il cioccolato fondente ha una storia molto antica e, prima di arrivare alle nostre labbra, attraversa una scrupolosa lavorazione sotto le direttive dei grandi maestri dell’arte del cioccolato. Per gli appassionati di questo alimento, ogni volta che ne si assaggia un pezzo si viaggia alla scoperta del gusto che lo contraddistingue. Alla scoperta del cioccolato fondente: tutto ebbe inizio con il cacao Theobroma cacao: è questo il nome scientifico del noto albero sempreverde dalle foglie ovali. Il segreto del cioccolato risiede nel frutto a forma di cedro, nella cui polpa asprigna si nasconde il seme di cacao. La pianta di cacao era presente nell’America Centrale già 6.000 anni fa. A spiegarne l’origine è un’antichissima leggenda azteca. Si narra che una principessa fu lasciata dal suo sposo, partito in guerra, a guardia di un immenso tesoro. Quando la principessa si rifiutò di rivelare ai nemici il nascondiglio fu uccisa. Dal suo sangue nacque la pianta del cacao, i cui semi sono amari come la sofferenza della donna ma forti ed eccitanti come la sua virtù. I Maya mischiavano al kakaw acqua calda e aromi di varia natura come chili, vaniglia, peperoncino e pepe, per ricavarne delle bevande. Questo popolo fu il primo coltivatore della pianta di cacao nella penisola dello Yucatan e sulla costa pacifica del Guatemala. Per i popoli precolombiani i chicchi di cacao erano così preziosi da essere usati come monete. Non tutti potevano assaporare la bevanda al cacao: sovrani, nobili e guerrieri ne erano gli unici beneficiari. Il cosiddetto “cibo degli dei” era poi utilizzato per i sacrifici religiosi. Le cose iniziarono a cambiare da quando Cristoforo Colombo provò il cacao durante il suo quarto viaggio in America. I primi chicchi arrivarono in Europa ma non ottennero molta attenzione per il loro gusto troppo amaro. Il cacao iniziò la sua emigrazione intorno alla metà del Cinquecento. Il cioccolato arriva in Europa e ne conquista i cuori (e il mercato) Il cioccolato fondente arrivò in Europa sotto forma di bevanda. Gli ordini monastici spagnoli, custodi di una lunga tradizione di miscele e infusi, cercarono di correggere il sapore amaro del cioccolato fondente aggiungendovi vaniglia e zucchero; tolsero invece dai tradizionali miscugli le spezie come il pepe e il peperoncino. Nel Seicento il cacao arrivò alla corte dei Medici in Toscana e si diramò progressivamente nel Nord Italia, specialmente a Torino e a Venezia, dove nel Settecento nascono le prime botteghe del caffè. Tra i migliori maestri cioccolatai attivi in Italia ricordiamo Gay-Odin a Napoli. Il cioccolato raggiunse presto la Francia, l’Inghilterra […]

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Culturalmente

L’eleganza dei particolari nella pittura di Hans Memling

Hans Memling, pittore del Quattrocento, è stato uno tra i principali maestri della seconda generazione della pittura fiamminga. Eleganza raffinata e malinconica sono le caratteristiche che meglio descrivono le opere da lui prodotte, ora conservate nei musei più importanti del mondo. Memling si pone come interprete della pittura fiamminga e la sua opera sembra riassumere l’intensa stagione artistica di Bruges, la città che egli adornò delle sue preziose opere. Chi era Hans Memling? La nascita e l’esordio del pittore fiammingo L’arte tardogotica del XV secolo è caratterizzata da fermenti di novità che si collocano in due aree geografiche ben precise: la Toscana e le Fiandre. Se da un lato l’arte rinascimentale si sviluppa alla corte dei Medici apportando delle rivoluzioni e delle innovazioni rispetto all’arte medievale, dall’altra la pittura fiamminga si manifesta come l’evoluzione della tecnica artistica precedente, ponendosi come obiettivo la conquista di un maggiore naturalismo. Proprio nelle Fiandre – area geografica che contiene buona parte degli attuali Belgio e Olanda – nasce e si sviluppa la figura di Memling. Molteplici furono gli artisti che segnarono questo periodo, primo tra tutti Jan Van Eyck, maggiore esponente della pittura fiamminga nonché inventore del genere. L’innovazione fiamminga nella pittura ad olio si verifica non tanto per la composizione del colore quanto che per la tecnica della velatura. Strato dopo strato la superficie della tela bianca viene coperta da una pellicola semitrasparente che consente una gamma di colori e sfumature incredibilmente vasta. La stratificazione dei colori ad olio consente l’egregia realizzazione dei panneggi della stoffa, dell’epidermide, del cielo e del paesaggio. È questo il presupposto per lo sviluppo della dote artistica di Hans Memling che fece tesoro del retroscena culturale, storico e artistico del luogo in cui operò per trarne la bellezza protagonista dei suoi quadri. Memling nasce in Baviera, per la precisione a Seligenstadt, in un anno vicino al 1435. Si tratta di un completo sconosciuto fin quando egli si trasferisce nelle Fiandre. Le sue cifre stilistiche lasciano ritenere che egli fu allievo a Bruxelles di Rogier van der Weyden, pittore ufficiale della città e destinatario di commissioni dei duchi di Borgogna e dei re di Castiglia. Dopo la morte del suo maestro, datata 1464, è certo che Memling si sia trasferito a Bruges. Si trattava del più importante centro commerciale e bancario dell’Europa nord-occidentale e di uno degli epicentri culturali delle Fiandre. La presenza di stranieri facoltosi, istituzioni religiose, ricche famiglie borghesi e membri della corte di Borgogna rese Bruges la città perfetta per Memling. Quando egli vi giunse, la seconda generazione della pittura fiamminga vedeva in quel periodo il declino del celeberrimo Petrus Christus, meglio noto come Pietro Ghirista, pittore fiammingo di fama mondiale. In questo panorama Memling iniziò ad aggiudicarsi commissioni importanti e, dopo aver aperto un laboratorio tra i più versatili e attivi della città, diede avvio ad una vasta produzione di dipinti devozionali, favorito dalla loro crescente domanda. L’ascesa dell’artista, da Bruges al mondo intero Il banchiere fiorentino Angelo Tani, direttore del Banco Medici a Bruges, […]

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Cucina e Salute

Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Culturalmente

I 50 anni dallo sbarco sulla Luna: gli eventi in Italia

20 luglio 1969: un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Quale frase più adatta per celebrare l’anniversario dello sbarco sulla Luna? Il 20 luglio 2019 sarà passato mezzo secolo dalla missione Apollo 11 e, per celebrare i 50 anni dalla famosa passeggiata, l’Italia intera ha in programma una serie di eventi per riportare alla memoria ciò che, solo mezzo secolo fa, ha permesso quell’enorme passo per l’umanità di cui parlava Neil Armstrong. Missione Apollo 11, i ricordi cinquant’anni dopo 20 luglio 1969. Quella sera persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11. 900 milioni di persone s’incollarono alla TV; oltre 20 milioni di italiani erano pronti a vedere la prima trasmissione televisiva delle immagini riprese dal gruppo di uomini che mai prima di allora avevano portato la lontana Luna così vicino. Nel clima teso della guerra fredda l’emozione di quel giorno sembrò annullare il conflitto tra Usa e Urss. Dal giorno del decollo, nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro: in quelle ore fu la Terra a girare intorno alla Luna. I negozi erano stati allestiti con vetrine rigorosamente a tema; l’esplosione mediatica fu impressionante. La Rai stimò che le fasi salienti della missione vennero seguite su 7 milioni di piccoli schermi. Perfino al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte. Sono passate 109 ore e 42 minuti dal lancio quando Neil Armstrong compie il suo primo passo: l’uomo ha ufficialmente messo piede sulla Luna. 20 luglio 2019: le iniziative organizzate in Italia per l’anniversario dello sbarco sulla Luna Il 20 luglio si festeggeranno i 50 anni dallo sbarco sulla Luna e le iniziative organizzate in Italia – e nel mondo – rendono giustizia a questo straordinario evento con serate a tema, osservazioni astronomiche, mostre, dibattiti e convegni dedicati alla Luna. L’Inaf – Istituto Nazionale di Astrofisica – e i tanti appassionati al tema dello spazio hanno messo a punto la maggior parte delle attività. Ospite speciale di tutte queste iniziative sarà la Luna stessa per cui è prevista un’eclissi parziale proprio nei giorni precedenti. Ecco i maggiori eventi organizzati in Campania e nella Capitale NAPOLI Il Consolato Generale di Napoli ha già celebrato questo anniversario con la proiezione del documentario “The Mars Generation”, diretto da Michael Barnett e selezionato come uno dei film d’apertura al Sundance Film Festival 2017. L’evento si è svolto il 13 luglio alla presenza di più di 260 studenti di scuole superiori e del regista stesso.  Martedì 16 luglio all’Osservatorio di Capodimonte ci sarà l’aperitivo sotto le stelle dal titolo “Stregati dalla Luna” a cui parteciperanno gli astronomi Patrizia Caraveo e Massimo Della Valle. Il tema della missione Apollo 11 tratterà le rievocazioni storiche dello sbarco sulla Luna ma soprattutto gli sviluppi tecnologici ottenuti dalla missione. Dopo quest’apertura ci saranno l’aperitivo e l’osservazione dell’eclisse. Giovedì 25 si terrà un ultimo appuntamento, a cura di […]

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Attualità

Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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