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Eroica Fenice

Notizie curiose

Ankara: la biblioteca dei libri abbandonati

Nasce ad Ankara una biblioteca formata dai libri salvati dalle discariche. Nel cuore della Turchia, i netturbini hanno dato vita a una biblioteca di libri abbandonati per strada dai cittadini. I seimila volumi collezionati sono ora al servizio della comunità stessa che ringrazia e ammira l’opera di salvataggio di questi netturbini, orgoglio della città. La biblioteca dei libri abbandonati: Ankara, un esempio per il mondo Ci troviamo ad Ankara, capitale turca. Un gruppo di netturbini ha avuto l’idea di salvare dalle discariche tutti quei libri che venivano gettati dai cittadini. E così, cercando nei rifiuti, nei cassonetti e tra le strade, questo gruppo di piccoli eroi ha dato vita a una biblioteca interamente costituita da libri abbandonati. Il lavoro dei netturbini è stato del tutto spontaneo e non retribuito. Eppure con questo gesto essi hanno compiuto un atto di grande valore. Hanno ridato vita a quei libri e quelle storie abbandonate e dimenticate e li hanno posti a servizio della comunità intera, assicurandogli un futuro. Il lavoro dei netturbini è andato avanti per mesi. Con il diffondersi della notizia la persone hanno iniziato a donare i libri direttamente e questo ha contribuito molto allo sviluppo della biblioteca. Libri a servizio della comunità Inizialmente i libri raccolti erano messi a disposizione solo dei dipendenti e delle loro famiglie ma, con l’ampliarsi della biblioteca, la possibilità di prendere i libri in prestito è stata estesa a tutta la comunità. I libri possono essere presi in prestito per due settimane ed è possibile posticipare la restituzione, proprio come in una vera e propria biblioteca. La biblioteca è ospitata lì dove sorgeva una fabbrica di mattoni inutilizzata, presso la sede del dipartimento di igiene. Contraddistinta da una facciata in mattoni invecchiati e lunghi corridoi interni, la fabbrica si è prestata perfettamente per l’utilizzo odierno. Anche la collocazione dell biblioteca dei libri abbandonati in una fabbrica inutilizzata è un ottimo esempio di recupero e un ulteriore modo per dare vita a qualcosa di dimenticato. “Abbiamo iniziato a discutere l’idea di creare una biblioteca da questi libri e quando tutti hanno sostenuto l’idea, abbiamo fatto partire il progetto”, ha detto Alper Tasdelen, il sindaco di Çankaya Alper Tasdelen alla CNN. Ad oggi nella biblioteca si possono contare oltre seimila libri, catalogati in ogni sorta di gruppo. Dalla saggistica ai classici, dai gialli ai fantasy. Alcune delle sezioni che riscuotono più successo sono quella per i bambini, in cui sono raccolti molti fumetti, e quella per i ragazzi, dove è disponibile un’intera sezione sulla ricerca scientifica. Inoltre sono disponibili libri in lingua straniera (inglese e francese). “Prima speravo di avere una biblioteca in casa mia, ora ho una biblioteca qui”, ha detto Serhat Baytemur, uno degli spazzini protagonisti della raccolta. Enorme successo per la biblioteca dei libri dimenticati La collezione è attualmente tanto grande che alla biblioteca vengono richiesti prestiti dalle scuole e dalle prigioni. C’è stata una richiesta tale da indurre il governo locale ad assumere dei dipendenti che si occupino della biblioteca a tempo pieno. La […]

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Cucina & Salute

Ricette vegane veloci per l’estate: prepara una prelibata cenetta vegana!

Vuoi stupire i tuoi amici con una cenetta vegana? Ecco a te un menù che prevede 4 ricette vegane veloci e semplici da preparare! Finalmente estate! Sole, mare e… caldo. Nonostante i nostri pronostici di stare sdraiati al sole a rilassarci, la triste realtà è che le lunghe giornate calde non saranno facili da sopportare.  Un rimedio semplice ed efficiente è un piatto fresco e facile che allevii questa fatica.  Ecco perché proponiamo una serie di ricette vegane veloci adatte anche ai meno esperti. Dagli antipasti al dessert, queste piccole ricette salutari saranno il rimedio ideale al caldo e un’ottima scusa per invitare qualche amico per una cene vegana. Ricette vegane veloci, le nostre proposte estive ANTIPASTO – Tartine di pera e formaggio vegetale con frutta secca Iniziamo la nostra cenetta vegana con i colori brillanti di queste tartine che sono belle da vedere e altrettanto buone da mangiare.  Ingredienti:  3 pere 250 grammi di yogurt non dolcificato 2 cucchiai di olio extra vergine di olivia 2 cucchiai di succo di limone 2 cucchiai di pistacchi 2 cucchiai di mirtilli rossi 2 cucchiai di noci 1 cucchiaio di semi di papavero sale e pepe Rivestiamo un colino a maglie fitte con un telo bianco e una garza e versiamoci lo yogurt. Facciamo colare il liquido dello yogurt in una ciotola per un’intera notte ponendo il tutto in frigorifero. La mattina seguente versiamo lo yogurt colato in una ciotola e lo condiamo con l’olio extravergine di oliva, succo di limone, sale e pepe. Il formaggio vegetale è anche aromatizzabile con erba cipollina o prezzemolo. Laviamo le pere e affettiamole in modo tale da ottenere dei dischi. Spalmiamo su ogni fettina un po’ di formaggio vegetale e decoriamo a piacere con la frutta secca da noi scelta – e precedentemente tritata – o con i semi di papavero. Le tartine possono essere conservate in frigo per un giorno. Il formaggio vegetale deve essere consumato in tre giorni. PRIMO PIATTO – Pasta fredda con edamame, pomodorini e olive Tra le varie ricette vegane questo è un piatto perfetto anche da portare a lavoro perché va consumato freddo o tiepido. Ingredienti: 360 grammi di penne integrali 100 grammi di edamame 150 grammi di pomodorini 70 grammi di olive nere 1 zucchina 1 mazzetto di basilico 30 grammi di noci 25 grammi di mandorle 1 spicchio d’aglio Sale e pepe Dopo aver cotto le penne integrali al dente, in una padella scaldiamo un filo d’olio con lo spicchio d’aglio, aggiungiamo gli edamame con un pizzico di sale e pepe e facciamo cuocere per cinque minuti. Per la crema alle zucchine basta frullare o tritare insieme la zucchina tagliata a tronchetti, mandorle, sale, olio e un goccio d’acqua. Il risultato da ottenere è una crema morbida. Laviamo e tagliamo in spicchi i pomodorini, tritiamo grossolanamente con il coltello le noci. Condiamo infine la pasta scolata con crema di zucchine, edamame, pomodorini, olive e noci. Questa pasta si conserva in frigo per due o tre giorni. SECONDO PIATTO – Panino con […]

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Cucina & Salute

Punture di zanzara: tutti i metodi per evitare di essere morsi

Estate: sole, mare… zanzare! Uno dei peggiori difetti della bella stagione è proprio la presenza di questi terribili insetti. Superando gli scarafaggi, i ragni e le mosche, le zanzare si aggiudicano il primo posto tra gli insetti più fastidiosi. Rossore, gonfiore e prurito sono solo i più banali effetti delle loro punture. Le sostanze che alleviano il fastidio delle punture di zanzara sono molte. Tuttavia la miglior cura per i morsi di zanzara è la prevenzione. Esistono molti modi per evitare le punture di zanzara: sostanze naturali, repellenti biologici o piccoli stratagemmi fai da te. Eccone alcuni utili a proteggere soprattutto i più piccoli. Punture di zanzara e come evitarle: trappole Il metodo più comune – e più efficiente – per evitare di farsi pungere dalla zanzare è tenerle lontano con una semplice zanzariera. Poiché anche questo metodo non è infallibile e non può essere applicato ad ogni ambiente, spesso si ricorre all’utilizzo di vere e proprie trappole. Le trappole per zanzare simulano la presenza umana sfruttando calore e anidride carbonica. Una volta attratte, le zanzare vengono uccise, intrappolate o aspirate. Nonostante questi metodi riescano a coprire anche grandi superfici non lo fanno nel migliore dei modi. Poiché le zanzare depongono le uova nei piccoli ristagni d’acqua, una soluzione potrebbe essere offrire loro un luogo dove  poter deporre, negandogli però la possibilità di sfarfallare. Si può quindi costruire quella che è nota come ovitrappola. Basta porre nel terreno un bicchiere di plastica nero, riempito per metà di acqua, e svuotarlo dopo non più di cinque giorni nel terreno stesso. Senza acqua le zanzare moriranno. Poiché le zanzare si riproducono nei ristagni d’acqua è utile utilizzare per i tombini delle zanzariere a saracinesca che, azionate da un contrappeso, si aprono e richiudono per permettere il passaggio di acqua e detriti. Rimedi naturali contro le zanzare Una pianta antizanzare è la Catambra. Il raggio d’azione di questa pianta è pari al doppio della larghezza della chioma. Per proteggere balconi e terrazzi, la Catambra è anche disponibile in formato siepe. Gli integratori del gruppo vitaminico B sono l’ideale come profilassi per le punture di zanzara perché rendono l’odore della pelle e del sudore sgradevoli alle zanzare. Un altro rimedio antizanzare  naturale molto noto, che sfrutta la stessa azione repellente, è quello del rosmarino selvatico. Molti esperti consigliano di assumerlo per via orale prima del periodo di tormento delle zanzare. Ovviamente l’odore sgradevole sarà avvertito solo dalle zanzare. Le zanzare possono essere tenute alla larga anche con gli oli essenziali di geranio, eucalipto, noce moscata, citronella e limone. Questi oli possono essere applicati direttamente sulla pelle o emanate dai diffusori per ambienti. Applicati sulla pelle questi oli hanno una durata di circa tre ore. Per rendere il prodotto meno volatile si può mischiare l’olio scelto con l’olio di cocco. Come allontanare le zanzare, ultimi consigli In commercio esistono molti prodotti a base di principi attivi naturali come candele, zampironi, salviette o addirittura bracciali antizanzare.  Un rimedio poco noto riguarda i tessuti che repellono le zanzare. Questi tessuti sono usati […]

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Culturalmente

Aforismi dall’antica Grecia: le 10 frasi greche più famose

Dopo le 24 frasi latine più famose, passiamo alle 10 frasi greche più note. La civiltà greca ha lasciato in eredità al mondo moderno un enorme bagaglio culturale. Frasi celebri, massime e sentenze sono il segno di un mondo non dimenticato, un mondo che corrisponde alle radici della nostra umanità. Gli antichi greci, padri della filosofia, ci hanno lasciato lezioni riguardo felicità, amore, morte e giustizia. Il fascino forte e magnetico del greco, dovuto in parte ai suoi caratteri arcaici, conserva dentro di sé l’acme della filosofia, dell’arte e della letteratura del mondo antico. Filosofi tutt’oggi inconfutabili, pillole di saggezza ancora valide. Quando si parla degli antichi greci non si fa che sottilinearne l’attualità. Ecco le nostre 10 frasi greche preferite. Aforismi dall’antica Elláda: le 10 frasi greche più famose Conosci te stesso (in antico greco γνῶθι σεαυτόν, gnōthi seautón). Questa massima religiosa scritta nel tempio di Apollo a Delfi è una delle più note frasi greche. Probabilmente voleva ammonire gli uomini ed esortarli a riconoscere la loro inferiorità rispetto agli dei. L’equivalente latino di questa frase è nosce te ipsum. In molte filosofie greche c’era l’idea che l’anima provenisse dal Tutto; conoscere se stessi era quindi il primo modo per arrivare alla conoscenza di Dio. Sant’Agostino, secoli dopo, dirà di cercare la Verità non nel mondo, ma nel proprio io. Tutto scorre (nella versione della Grecia antica πάντα ῥεῖ, pánta rheî). Questo aforisma è attribuito al filosofo Eraclito ma in realtà da lui non fu mai scritta. Tutto scorre è la frase che meglio riassume il pensiero di Eraclito sul divenire. Il filosofo pensava che non ci si potesse bagnare due volte nello stesso fiume perché seppure a distanza di pochi attimi ogni elemento naturale muta, sottoposto a una legge inesorabile. So di non sapere (in greco Έτσι, δεν γνωρίζω, estì den gnōthizo). La celebre frase in greco di Socrate è tutt’oggi un grande esempio di saggezza. Dopo che la sacerdotessa dell’oracolo di Delfi rivelò che Socrate era l’uomo più saggio di tutti egli non poté accettarlo. Decise di dialogare con coloro che si consideravano i migliori oratori del tempo ma capì che in loro c’erano solo arroganza e presunzione. Socrate dunque ammise di essere il più sapiente di tutti per un solo motivo: lui sapeva di non sapere, ammetteva la sua ignoranza. Ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza. Vivi nascosto (aforisma in greco λάθε βιώσας, láthe biósas). Epicuro con questa frase contesta l’identificazione dell’uomo con il cittadino, anche se riconosce l’utilità per la società delle leggi.  Per lui la politica era «un inutile affanno» e l’uomo doveva essere contento del vivere appartato. A causa di queste affermazioni l’epicureismo, al suo tempo, godeva di una concezione alquanto distorta e non era visto di buon occhio. Simile a un dio mi sembra quell’uomo (frase in greco Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν ἔμμεν’ ὤνη, fainetai moi kenos isos theoisin emmen’oner). In questi famosissimi versi la poetessa Saffo paragona l’uomo amato ad un dio, in una poesia che ha esercitato il suo fascino su molti. Molte […]

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Cucina & Salute

I ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018

L’estate si avvicina e non possiamo farci trovare impreparati di fronte al torrido caldo di cui avvertiamo già le tracce. Ecco perché ci serve una ricetta facile su come fare i ghiaccioli alcolici: il cocktail dell’estate 2018. Sono il cocktail di questa estate. Semplici e deliziosi non necessitano di strumenti complicati né di molto tempo. Possono essere comodamente preparati e serviti a casa. Sono la soluzione ideale per il caldo estivo e un motivo in più per invitare i vostri amici a casa per un drink. Ghiaccioli alcolici: il trend dell’estate 2018 Mojito, Sangria, Piña Colada, Caipirinha e molti altri.Sono solo alcuni esempi di cocktail ghiacciati.  Quest’anno la società inglese POP ha lanciato sul mercato ghiaccioli alcolici ai gusti di Prosecco, Bellini e Moscow Mule. Dopo il grande successo ha proseguito con Champagne, Rosé & Raspberry e Watermelon Martini. Poiché non ci sono rivenditori in Italia di questi ghiaccioli, proponiamo qualche ricetta per preparare degli ottimi cocktail-ghiacciati da fare a casa! Ricordiamo che l’alcool etilico puro ghiaccia a -114° C. Quindi, per poter congelare l’alcool bisogna aggiungere una parte di acqua e di zucchero e proprio per questo i ghiaccioli di qualunque tipo hanno sempre una base di sciroppo zuccherato. I ghiaccioli alcolici sono perfetti per un aperitivo, da accompagnare a tartine, focacce, sandwich e stuzzichini di ogni genere. Questi ghiaccioli sono anche perfetti per un dopocena, per esempio serviti con della frutta tagliata. Come fare i ghiaccioli alcolici: ecco la ricetta per 4 persone 1 cetriolo 2 limoni 16 cl di gin 40 cl di acqua tonica 8 gocce di Angostura 8 cl di sciroppo liquido Spremete i limoni per ottenerne il succo che deve essere filtrato. Tagliate i cetrioli, sia a fette che a cubetti In una caraffa mescolate tutti gli ingredienti e versate il composto nello stampo per ghiaccioli. Lasciare riposare in freezer per almeno 12 ore e, infine, servite! Zenzero, frutti di bosco, polpa di pompelmo, pesca, anguria, salvia… Ogni ingrediente può essere aggiunto alla ricetta a seconda dei gusti personali di ognuno. Continua a leggere per sapere come fare i ghiaccioli alcolici al prosecco Ecco invece la ricetta dei ghiaccioli al prosecco  50 ml di acqua 40 g di zucchero 300 ml di prosecco Prima di tutto bisogna preparare uno sciroppo a base di acqua e zucchero. Dopo aver messo questi ingredienti in un pentolino lasciate che lo zucchero si sciolga nell’acqua a fuoco basso. Fate raffreddare tutto e aggiungete il prosecco. I cocktail saranno pronti dopo che saranno rimasti in freezer per qualche ora. Potete aggiungere alla base di prosecco e sciroppo anche dei pezzi di frutta o della frutta frullata. Potete anche mixare più frutti e aggiungere delle foglioline di erbe aromatiche come menta, basilico e lavanda per dare colore e profumo ai vostri ghiaccioli. Come fare i ghiaccioli, qualche utensile

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Attualità

Smartphone: la dipendenza dalle notifiche come dall’oppio

«La dipendenza dall’uso di smartphone inizia a formare connessioni neurologiche nel cervello in modo simile a quelle che si sviluppano in coloro che acquisiscono una dipendenza da farmaci oppioidi per alleviare il dolore». Queste le parole di Erik Peper, professore di educazione alla salute presso l’università di San Francisco e autore dello studio condotto su questo tema. I risultati di sondaggi e statistiche, pubblicati dal giornale NeuroRegulation, fanno suonare il campanello d’allarme… di nuovo! Le notifiche dello smartphone creano dipendenza proprio come l’oppio Uso o abuso? Uno dei temi più ricorrenti della nostra società è legato proprio ai pro e i contro dell’utilizzo delle nuove tecnologie. Per ogni fattore positivo la questione ne ha uno negativo e il risvolto del progresso tecnologico, in  questo caso, è legato alla dipendenza. A evidenziare come l’abuso di smartphone sia simile a quello di sostanze stupefacenti è NeuroRegulation, giornale ufficiale dell’ International Society of Neurofeedback and researches. Erik Peper – primo autore di questo studio – ha condotto un sondaggio su 135 studenti prima di giungere a delle conclusioni piuttosto radicali. Di questi 135 studenti, quelli che usavano continuamente il cellulare avevano livelli più elevati di senso di isolamento, depressione e ansia. Inoltre, mentre compivano attività abituali come mangiare e studiare, guardavano sempre lo smartphone, distraendosi e ottenendo un rendimento dimezzato per entrambe le occupazioni. Causa di questo comportamento sarebbe l’arrivo di push e notifiche che ci fanno sentire come se fossimo obbligati a guardarle. Il nostro cervello, stimolato dagli impulsi delle notifiche del cellulare , avverte il messaggio di pericolo imminente. L’SOS però, in questo caso, ci avvisa delle cose più banali e, come ha affermato Erik Peper, ci dirotta. Sfruttando così i nostri recettori di pericolo, usiamo nel modo sbagliato quello che prima era sfruttato per la sopravvivenza. Non a caso il sondaggio condotto in questo ambito dimostra che la maggior parte di persone che hanno questo comportamento soffrono d’ansia. Phoneliness: la solitudine da smartphone Gli smartphone ormai sono parte integrante della nostra vita, basti pensare che guardare lo schermo del nostro cellulare è probabilmente l’ultima cosa che facciamo prima di addormentaci e la prima al risveglio. Il risultato degli ultimi studi dimostra che la dipendenza creata da queste nuove tecnologie rende queste ultime una vera  propria droga e quindi, quella che finora era pronunciata come sentenza apocalittica, adesso ha anche una base scientifica. Lo studio dà rilievo ad un’importante patologia sviluppatasi di pari passo alla diffusione degli smartphone  ovvero la cosiddetta phoneliness.  La “phone-loneliness” è però curabile. Non possiamo aspettarci che il mercato faccia qualcosa: del resto i segnali neurologici che il nostro cervello ci invia quando arriva una notifica sono pilotati proprio da chi ha la possibilità di farci leva per guadagnare. Dunque il primo passo per disintossicarci sarà riconoscere le nostre potenzialità e capire che, così come possiamo smettere di fumare, possiamo anche disattivare le notifiche sul nostro smartphone e controllarle quando più opportuno.

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Napoli & Dintorni

Il nuovo BOOK & BED di Napoli: dormire circondati da libri

B&B ovvero Book & Bed. È l’ultima novità napoletana che sostituisce il tradizionale Bed & Breakfast con un “hotel letterario” sui generis. Il Book & Bed è infatti il luogo perfetto per gli amanti della lettura che, a breve, potranno trascorrere le loro notti circondati da opere e volumi di ogni tipo! La possibilità, più unica che rara, sarà data dalla nuova libreria Mondadori di Napoli. Bed & Book: una notte tra i libri Dormire tra il profumo dei libri, circondati da migliaia di storie. È questa la possibilità offerta dal nuovo servizio B&B della nuova libreria partenopea. Terzo piano del Mooks Palace di Napoli, nel secondo store Mondadori del Vomero: è lì che tra mensole e scaffali colmi di libri saranno ritagliati degli spazi per posti letto immersi nei volumi.  La libreria, sita in via Luca Giordano, nei locali una volta occupati dalla pasticceria Bellavia, è stata inaugurata il 16 marzo. Strutturata su due piani e articolata in sezioni catalogative, essa non accoglie ancora il B&B che, a quanto pare, si farà attendere ancora qualche settimana. Tra le sezioni di critica, antropologia, storia, sociologia, teatro, poesia e molto altro, lo store Mondadori sta completando i lavori per gli spazi da adibire a camere. I lavori, ancora in corso, saranno completati – secondo quanto rilasciato – a breve. I responsabili Alfredo Cozzolino e Francesco Wurzburger spiegano: «Siamo parte di un quartiere affamato di cultura, abbiamo dato ascolto, voce e realtà a un’esigenza che ben si coniugava con il nostro progetto. E allora quest’apertura vuole essere la tappa importante di un percorso aziendale in divenire. Ma rappresenta prima di tutto, ieri come oggi, la manifestazione concreta di una scelta, quella di voler essere per questa città un centro di aggregazione culturale, una fucina di idee, una libreria di prossimità, una libreria di catalogo e di proposta. Siamo artigiani del libro e ogni spazio che occupa dentro e fuori lo store è frutto di uno scambio vivo e incessante con i lettori». L’idea del Book & Bed arriva dal Giappone… Lasciare che i lettori più appassionati trascorrano la notte tra le pagine dei libri che tanto amano è una fresca novità. Tuttavia il Book & Bed di Napoli non è il primo hotel letterario. Il format è infatti di origine nipponica. Il primo B&B nasce a Tokyo nel 2016. Questo però dovrebbe essere un po’ diverso da quello che ci aspettiamo di vedere a Napoli, perché in stile prettamente tradizionale. La mobilia di una camera nella libreria di Tokyo è estremamente essenziale. Mensole e scaffali colmi di libri e, solo marginalmente, lo spazio per un posto letto che sia il tradizionale letto giapponese. Lo spazio per il posto letto, concepito come una capsula, fa sì che questo B&B consenta ai lettori di dormire letteralmente circondati da libri. Questo primo Book and Bed, progettato da Suppose Design Office, ha ricevuto ottime recensioni. I turisti che hanno usufruito di questo servizio gli hanno assegnato valutazioni molto alte. Ma anche in Italia si è già pensato ad un progetto […]

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Notizie curiose

Interstizio: l’organo da aggiungere ai libri di anatomia

Interstizio, un organo tutto da scoprire La scienza non smette mai di stupirci e l’interstizio questa volta ne è la prova. Si tratta di una scoperta in campo anatomico. L’interstizio è un organo, tra i più grandi del corpo umano. È diffuso in tutto l’organismo, sotto la pelle e in diversi tessuti ed è rimasto ignoto per molto tempo… almeno fino ad oggi! Interstizio: dove si trova e a cosa serve Questo nuovo organo si nascondeva sotto la pelle e nei tessuti di rivestimento dell’apparato digerente, dei polmoni, dei vasi sanguigni e dei muscoli. Per anni è stato chiamato come semplice tessuto connettivo. I metodi finora usati per esaminarlo a microscopio lo facevano apparire denso e compatto. Al contrario l’interstizio ha dimostrato di avere una ben differente complessità di struttura. È formato da cavità piene di liquido connesse tra di loro. Queste sono sostenute da fibre di collagene ed elastina. La funzione che riveste nel nostro corpo è quella di ammortizzare. La scoperta in realtà implica un enorme estensione degli orizzonti per la biologia. Diffusione dei tumori, invecchiamento della pelle, agopuntura, malattie infiammatorie degenerative e molto altro sono i campi in cui la scoperta dell’interstizio potrebbe essere determinante. Interstizio, un’importante scoperta per l’anatomia La notizia è stata resa nota dalla rivista Scientific Reports dall’Università di New York e dal Mount Sinai Beth Israel Medical Centre. L’interstizio è stato scoperto grazie ad una tecnica avanzata: un’endomicroscopia confocale laser. In questo modo i tessuti possono essere visti direttamente dentro il corpo e non devono essere prima prelevati e visti su vetrino. La tecnica è utilizzata su alcuni pazienti malati di tumore che dovevano subire un’operazione chirurgica per rimuovere pancreas e dotto biliare. In questo modo si è potuto scoprire la complessa struttura dell’interstizio. È da quì che si è scoperto che, in realtà, l’interstizio è presente in tutte le parti del corpo che sono interessate nella motricità e nelle aree sottoposte a pressione. Cosa comporta questa scoperta? Il fatto che l’interstizio sia pieno di fluido potrebbe portare ad interessanti scoperte. Il movimento del fluido potrebbe infatti portare delle delucidazioni in ambito oncologico. I tumori che invadono l’interstizio, infatti, si diffondono nelle altre parti del corpo più velocemente. Sappiamo che questo nuovo organo, drenato dal sistema linfatico, è il sito in cui nasce la linfa. Nelle cellule interstiziali interconnesse si trova quindi una sostanza vitale per il funzionamento delle cellule immunitarie che generano l’infiammazione. Ma non è finita. Anche in campo estetico potrebbero esserci entusiasmanti scoperte. Infatti le cellule che si trovano nell’interstizio e le fibre di collagene che le sostengono potrebbero dare importanti informazioni riguardo la formazione di rughe. Ancora, sempre riguardo il collagene, potrebbero esserci scoperte per l’irrigidimento delle articolazioni, le malattie infiammatorie legate a fibrosi e sclerosi. Per l’agopuntura invece ad essere coinvolto è il reticolato di proteine che sostiene l’interstizio, che potrebbe generare correnti elettriche quando le cellule si piegano seguendo il movimento di organi e muscoli. “Questa scoperta ha il potenziale per determinare grandi progressi in medicina, inclusa […]

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Fun & Tech

Instagram: arriva in Italia la funzione shopping

Instagram lancia la funzione shopping anche in Italia. Il social network di fama mondiale, nato per la condivisione di foto e video, aggiunge all’applicazione una nuova funzione che lo rende più vicino al mondo degli acquisti online. Attraverso la funzione shopping gli utenti potranno acquistare prodotti in modo molto più veloce. La funzione shopping di Instagram L’obiettivo di questo cambiamento è quello di rendere più facili e rapidi gli acquisti degli utenti e, al contempo, aumentare gli incassi dei brand che utilizzeranno l’applicazione in questo modo. La sperimentazione di questa nuova possibilità di acquisti virtuali ha avuto inizio negli Stati Uniti. Adesso sarà disponibile per altri otto paesi: Canada, Brasile, Regno Unito, Germania,Francia, Spagna, Australia e… Italia! La novità consiste nel poter inserire su una foto un tag che rimanda ad un sito ecommerce. La funzione è gratuita e, per ora, può essere utilizzata solo da aziende e profili business. Ecco come funziona lo shopping su Instagram Quando l’utente vede una foto su cui è stata usata questa funzione, è avvisato dalla presenza di un pulsante interattivo con la scritta “shopping”. Con un semplice click si aprirà un pop-up con il prezzo del prodotto mostrato in foto. Nel pop-up, oltre che il prezzo, ci sarà un collegamento al profilo Instagram del brand in questione e, infine, il pulsante “acquista ora”. Basta un tocco per essere quindi indirizzati alla pagina del prodotto visualizzata sul sito internet del marchio. Il prodotto è pronto per essere acquistato. Secondo le ultime notizie ci sarebbe una volontà da parte di Instagram di rendere a pagamento la funzione per aggiungere un ulteriore vantaggio per i brand. Essi potranno far sì che il pop-up con il prezzo e i link possa essere visualizzato anche dagli utenti che non seguono il profilo aziendale in questione. Semplice, intuitivo e veloce: il nuovo modo di fare shopping su Instagram Jim Squire, direttore delle operazioni marketing di Instagram, ha rilasciato interviste in cui spiega il perché di questa funzione. A suo parere è stato opportuno inserirla proprio perché ogni giorno le persone utilizzano Instagram per avere spunti e idee per acquisti imminenti oppure per avere a disposizione una sorta di volantino dei vari prodotti a cui sono interessate. Per questo motivo, dunque, fare shopping su Instagram è il passo immediatamente successivo a ciò che avviene già sul social, che si trova ormai ad essere al centro di tutte le strategie pubblicitarie delle aziende. Negli Stati Uniti questa novità ha portato ad un incremento delle vendite aziendali e un aumento delle richieste di influencer. Non resta che aspettare per vedere che effetto avrà in Italia.

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Notizie curiose

Dynamic architecture: il primo grattacielo girevole

La dynamic architecture è la nuova frontiera dell’architettura e Dubai, città innovativa per eccellenza, accoglierà probabilmente uno dei suoi frutti: il primo grattacielo mobile della storia. Il progetto prevede la costruzione di un edificio alto quattrocento metri per l’anno 2020. La particolarità? Il grattacielo potrà cambiare forma a seconda della scelta degli abitanti. Che cos’è la dynamic architecture? La nuova frontiera dell’edilizia ha fatto vacillare – letteralmente – la più banale immagine di edificio. La dynamic architecture permette di pensare a un edificio che non sia immobile ma possa muoversi, per cambiare a seconda del vento o seguendo la posizione del sole e così via. Nel 2001, a Curitiba, in Brasile è stato inaugurato Suite Vollard, un palazzo composto da quindici piani circolari, di cui undici in grado di ruotare su se stesso di 360 gradi in un’ora. Abbiamo un primissimo esempio di dynamic architecture anche in Italia, a Mercellise, vicino Verona. Villa Girasole, una delle prime case rotanti, è stata costruita tra il 1929 e il 1935 dall’ingegner Angelo Invernizzi e dall’architetto Ettore Fagiuoli. La costruzione, a forma di V, ruotava attorno alla torretta centrale lungo binari d’acciaio che descrivono una circonferenza con diametro di 44 metri. L’edificio, che poteva muoversi di 4 mm al secondo – una rotazione completa richiedeva 9 ore circa – è da qualche anno immobile, a causa di un cedimento del terreno che ha deformato le rotaie. L’architetto italo-israeliano David Fisher è un esperto di dynamic architecture e il suo nuovo progetto è quello di costruire a Dubai un grattacielo di cui gli abitanti possano scegliere la forma. Il risultato è una scultura mobile e mutaforme. Il primo grattacielo mobile a Dubai Il suo nome sarà Dyamic Tower. Il progetto prevede la costruzione di un edificio di quattrocento metri ripartiti in ottanta piani capaci di ruotare indipendentemente l’uno dall’altro di 360 gradi. Tecnologie innovative saranno necessarie per la costruzione di moduli prefabbricati che andranno a costituire le unità strutturali di ogni piano. I piani, prodotti con processi industriali, saranno preventivamente personalizzati dai futuri abitanti. Ognuno di essi sarà portato sul luogo della costruzione del grattacielo con suddivisione di spazi e impianti già realizzati. Più che di una costruzione si tratterà di un assemblaggio sul luogo. I moduli saranno sovrapposti l’uno all’altro e agganciati alla struttura portante in cemento armato, che ospiterà tutti i meccanismi necessari alla rotazione e gli impianti centrali. Alluminio, acciaio e fibra di carbonio: saranno questi materiali a conferire alla struttura la necessaria combinazione tra leggerezza e resistenza. Il risultato prevede buona resistenza sismica, poca manodopera, tempi di costruzione inferiori del 30%; il tutto coronato da un vantaggio economico. La somma orientativamente si aggirerebbe sui 700 milioni di dollari. Ultima ma importante caratteristica è la presenza in ogni piano di turbine eoliche posizionate orizzontalmente e di tetti solari che garantiranno ad ogni piano la totale autonomia energetica. Il progetto, già proposto nel 2014, potrebbe essere realizzato in occasione dell’Expo 2020. Edifici del futuro: pro e contro della dynamic architecture Non è […]

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Notizie curiose

Torture medievali: gli strumenti del dolore

Torture medievali, cos’erano e quando venivano usate  Le Torture medievali vengono ricordate come la punizione più terribile che la razza umana abbia inflitto.  Collocata tra la legge del taglione e l’abolizione della pena di morte, quella delle torture è stata una vera e propria epoca. Così come le istituzioni e i costumi della società segnano il progresso – o meno – di un popolo, anche il modo di punire gli uomini è indice di civiltà. E nel Medioevo gli infedeli, le streghe o i debitori avevano una sorte peggiore della morte. Strumenti di tortura o metodi spaventosi erano costruiti o inventati con uno scopo ben preciso: infliggere il maggior dolore possibile. Le torture medievali: dalle più note alle peggiori   Le torture medievali, usate in quel periodo per uccidere o durante gli interrogatori, hanno avuto un ruolo fondamentale soprattutto nel periodo dell’Inquisizione. Nel 1252 Papa Innocenzo IV ne autorizzò ufficialmente l’uso nei processi contro gli eretici. L’eretico che avesse confessato avrebbe dovuto pentirsi e pronunciare in pubblico l’atto di fede. Per i casi più gravi c’era il famosissimo rogo. Il corpo della vittima, se bruciato, non sarebbe risorto dopo il giudizio universale. Le torture più tradizionali erano anche le più utilizzate. Con la corda si sollevava al suolo il sospettato legato per i polsi e lo si faceva precipitare da diverse altezze, con la stanghetta se ne comprimeva la caviglia tra due pezzi di metallo, con le tenaglie roventi se ne strappavano le carni. Ma c’erano strumenti di tortura medievali anche molto più articolati.  È il caso della fanciulla di ferro nota anche come Vergine di Norimberga, un contenitore di forma umana atto a raccogliere il corpo della vittima da vivo. Il suo interno era ricoperto di lame che non colpivano appositamente gli organi vitali ma fegato, occhi, reni. Il malcapitato, insomma, rimaneva cosciente fino alla fine. Molto note erano la tavola e la ruota. Con la tavola la vittima era attaccata a una tavola di legno tramite funi che, collegate a rulli,  legavano mani e piedi. Quando le funi erano tirate, le ossa erano portate al punto di slogatura e poi di rottura. Nel caso della ruota, invece, il malcapitato era legato alla ruota di un carro, braccia e gambe venivano spezzate da un boia. Il corpo martoriato era esposto al pubblico fino al punto di morte. I più terribili strumenti di tortura Tra le peggiori torture c’è sicuramente la sega, che prevedeva il segamento del condannato lungo l’asse longitudinale del suo corpo. Il peccatore era appeso a testa in giù e tagliato a metà. Il sangue, fluendo verso la testa, teneva in vita il più a lungo. Sempre lungo l’asse del corpo era altrimenti infilato un palo. Il cosiddetto impalamento era altrettanto atroce. La tortura medievale per le donne era lo strappaseno: letteralmente strappava il seno alle adultere e alle donne che avevano abortito. La pinza con tanto di uncini era usata anche sulle streghe. Lo spaccaginocchia funzionava invece come una morsa per falegnami. Era particolarmente usata come tortura dall’Inquisizione spagnola. Con tanto di […]

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Fun & Tech

Google Arts&Culture: l’arte che ti somiglia

Google inventa il modo per farci diventare letteralmente un’opera d’arte! La nuova applicazione di Google Arts&Culture permette di trovare il nostro sosia nelle opere d’arte: basta scattarsi un selfie e un algoritmo cerca il nostro volto nelle opere di oltre 1200 musei, gallerie e istituzioni italiane. La funzione selfie di Google Arts&Culture L’applicazione, nata in realtà nel 2016, è stata rilanciata nelle ultime settimane negli Stati Uniti, dove ha riscosso subito enorme successo. Il motivo per cui si trova in testa negli app store è la sua nuova funzione chiamata “C’è un tuo ritratto in un museo?”. Prima di questo apporto, l’applicazione offriva una possibilità di avvicinamento all’arte attraverso foto, informazioni, storie e tour virtuali dei principali musei di tutto il mondo. Eppure la nuova funzione sembra essere molto più apprezzata. «Il software – commentano da Google – è un archivio di milioni di manufatti e opere d’arte, dalla preistoria a oggi, da musei di tutto il mondo. Esplorare tutta quell’arte è un’impresa impossibile, così abbiamo inventato una soluzione divertente: collegare le persone all’arte attraverso la ricerca di se stessi… in questo caso, dei selfie. Abbiamo avviato un esperimento che, negli ultimi giorni, ha prodotto qualcosa come 30 milioni di selfie». Come funziona l’applicazione? È necessario che la foto caricata sia un selfie scattato al momento e non un’immagine in galleria. Non possiamo applicare filtri o modifiche al nostro ritratto. L’unico modo per barare è fotografare una foto da un altro dispositivo. Ad ogni modo, dopo il click, passeranno pochi secondi prima che Google Arts&Culture ci mostri il nostro sosia scovato in un ampio database di immagini. I criteri non sono chiarissimi e il sistema non è immune a errori: donne vengono accostate a uomini barbuti o viceversa. Insomma l’intelligenza artificiale in questo caso non è infallibile ma funziona nella maggior parte dei casi. A testimoniarlo sono le migliaia di utenti che condividono i risultati ottenuti e che rendono l’applicazione virale, tanto che da tutti i paesi sta arrivando la richiesta di rendere l’app disponibile su tutti gli store. Al momento la funzione non è disponibile in Italia ma, dato il successo riscosso, sembra che ci siano già progetti per estenderla. Un’applicazione simpatica che, sfruttando le tecnologie per il riconoscimento facciale, permette anche ai più giovani di avvicinarsi al mondo dell’arte. La Gioconda, la ragazza con l’orecchino di perla, Van Gogh e così via… I risultati possono essere sorprendenti. Google Arts&Culture – che può essere scaricato dal sito  di Google Play– è il modo per diventare vere e proprie opere d’arte!

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Attualità

Bill Marler e la lista dei sei alimenti tossici da evitare

Avete mai sentito parlare di un certo Bill Marler? Si tratta di un avvocato americano specializzato in lesioni personali. Il genere di cause di cui si interessa riguardano la sicurezza alimentare: nella sua vita ha avuto modo di imparare molto sul cibo e che ha deciso di condividere alcuni dei suoi segreti alimentari. Ha redatto quindi una lista di “alimenti tossici” per il corpo che ha rivelato aver rimosso dalla sua dieta personale. I sei alimenti tossici da evitare nella lista di Bill Marler Ecco la lista che ha attirato molta attenzione sul web: Ostriche crude. Bill Marler rivela di aver incontrato tantissimi casi di avvelenamento per l’ingerimento di crostacei crudi e che la maggior parte di questi si sono verificati negli ultimi cinque anni della sua carriera. La causa per lui è senza dubbio il riscaldamento delle acque del mare. Questo fenomeno avrebbe portato alla formazione di specifici microbi che attaccano i crostacei; per ucciderli basterebbe cuocere gli alimenti. Verdura che viene venduta già lavata e tagliata. Qui Bill Marler è chiarissimo e afferma che l’aumento delle intossicazioni alimentari è direttamente proporzionale al numero delle persone che hanno toccato il cibo prima che fosse da noi ingerito. Bisogna evitare dunque la verdura in confezioni che viene venduta già tagliata e lavata: il tempo impiegato per queste operazioni sarà guadagnato in salute! Radici crude. Marler elenca trenta casi di infezioni batteriche – tra cui Salmonella, Escherichia Coli – contratte proprio mangiando germogli crudi di ortaggi e legumi. Carne cotta al sangue. L”avvocato americano afferma che, per essere sicuri di aver ucciso tutti i batteri presenti nella carne, bisogna cuocerla almeno a 160 gradi. Inoltre la carne non andrebbe mangiata “al sangue” ma bisognerebbe aspettare almeno la cottura media. Uova crude o poco cotte. Nonostante i rischi che nelle uova ci sia la salmonella siano diminuiti di molto negli anni, Bill Marler non dimentica l’epidemia della fine degli anni ’80. È per questo che preferisce accertarsi che le uova siano ben cotte. Latte non pastorizzato e succhi confezionati. Schierandosi contro i sostenitori del latte crudo e non pastorizzato, Marler afferma che consumare i latte in questo modo può essere un pericolo. Possono infatti risiedervi virus, batteri e parassiti che, con la cottura, sarebbero sterminati. Inoltre Marler ritiene che i processi di sterilizzazione e conservazione non facciano perdere al latte le sue proprietà, anzi le lascino inalterate. Anche cuocendolo, il latte sarà nutriente allo stesso modo. Riguardo ai succhi, Bill Marler afferma che “Non c’è alcun beneficio abbastanza grande da togliere il rischio di bere prodotti che possono essere resi sicuri dalla pastorizzazione“. Meglio prevenire che curare… I consigli di Marler sono chiari: mangiare alimenti che hanno provenienza più nota possibile e cuocerli rigorosamente per evitare un’ intossicazione per virus o batteri. Non tutti possono permettersi un prodotto che vada dal produttore al consumatore senza prima passare per un tramite ma, se proprio non possiamo fare a meno di questo tramite, c’è bisogno che sia il migliore possibile. Pochi di questi accorgimenti possono ridurre molti rischi.

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Fun & Tech

SKY Q, il nuovo modo di guardare la TV

“Dimenticatevi la parola decoder, da oggi nasce un nuovo modo di guardare la televisione, un modo che tiene conto delle diverse esigenze, del tempo libero che uno ha a disposizione e che è uno dei nostri beni più prezioso“. Risuonano interessanti le parole di Andrea Zappia, amministratore delegato di Sky Italia. Alla recente presentazione di Sky Q egli ha esposto le potenzialità del nuovo non-decoder. Sky Q: addio al decoder A quanto pare si tratta di una piattaforma tecnologica che consente di guardare i programmi, lineari, on demand e registrati, su tv e device e senza cavi. Zappia lo ha definito “un sets box che in realtà è un piccolo computer“. Il gioiello di Sky Q sarà Sky Q Platinum, il pezzo principale del nuovo metodo di trasmissione dati. Esso sarà collegato alla parabola e alla rete internet come tutti gli altri decoder Sky. La novità sta nel fatto che può essere collegato anche ad altri televisori – massimo cinque – attraverso dei piccoli box, gli Sky Q Mini. Le potenzialità si estendono: su ogni televisore si potrà guardare un programma diverso e lo stesso sarà per smartphone e tablet. Il vantaggio di questa rete – oltre l’assenza dei numerosi fastidiosissimi cavi – sta nel fatto che tutte le informazioni saranno condivise su questa piattaforma: si potrà scegliere per esempio di interrompere un programma su uno schermo e riprenderlo dallo stesso punto su un altro. La memoria di Sky Q Platinum è pari a 2 terabyte. Questo vuol dire che si potrà registrare qualsiasi programma fino a mille ore di contenuti. Inoltre sarà possibile registrare quattro canali contemporaneamente, mentre se ne vede un quinto. Il collegamento – anche da smartphone e tablet – può avvenire fuori casa con Sky Go Q. Il tutto coronato da un design elegante e moderno. Verso il futuro… “Tutto questo consentirà un modo di guardare la televisione fino ad oggi impossibile, con una tecnologia che entra nella quotidianità – ha detto Zappia –. Per noi è un momento di straordinario entusiasmo come quanto abbiamo cominciato questa avventura 14 anni fa“. Correva infatti l’anno 2003 quando Sky presentò il suo primo decoder che, da allora, ha compiuto molti passi in avanti. L’installazione dell’ecosistema Sky – con box Platinum e di uno Sky mini – costa 199 euro. Per gli Sky mini aggiuntivi il costo sarà di 69 euro a testa. Sky ha già pensato a promozioni e pacchetti speciali per i nuovi clienti. “Investire in innovazione e tecnologia è stato sempre uno dei nostri punti di forza” ha detto Zappia. Secondo l’amministratore delegato la nascita di Sky Q dovrebbe aprire la strada ad altri servizi che potranno essere presentati nei prossimi mesi. Ha parlato di 4K hadr, uno standard di definizione più evoluto, di Sky Soudbox per una visione a 360 gradi, di Voice Contro, per il controllo vocale e di un misterioso Sky Q Black.

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Notizie curiose

Veleno e veleni, le sostanze letali dall’antichità ai giorni nostri

Veleni mortali e non, sostanze letali che dall’antichità uccidono silenziosamente. Conosciamole meglio. Protagonista delle più folli procedure politiche, degli intrighi del potere e delle tragedie di Shakespeare, il veleno è una delle armi letali più utilizzate nel corso dei millenni. Il suo successo è dovuto alla morte invisibile e spesso impunita che esso determina. Soluzione ottimale per un omicidio perfetto, il veleno ha una lunga storia. Basti pensare che le prime tracce del suo utilizzo da parte dell’uomo risalgono a diecimila anni fa. Ma le tecniche e le procedure del veneficio sono tanto atroci quanto affascinanti. Veleno: dagli albori all’antichità classica Fin dall’ultimo periodo del Paleolitico l’uomo ha usato il veleno per cacciare. A scoprirlo è stato il paleontologo Alfred Fontan che, nella seconda metà dell’Ottocento, ritrovò in alcune grotte frecce ricavate dalle ossa di animali caratterizzate da particolari scanalature. In Asia, Africa, Amazzonia questa pratica era molto diffusa. In effetti il termine tossico potrebbe proprio derivare dal termine greco toxon(freccia). Veleno viene direttamente dal latino venènum, collegato dagli etimologisti con Venus, Venere, dea della bellezza e dell’amore. A sua volta Venus è collegato a uenenum, ossia la pozione magica e, per successiva estensione, al “filtro d’amore“. Dunque in origine ciò che indicava venènum era “ogni materia specialmente liquida, capace per la sua forza penetrante di mutare la proprietà naturale di una cosa“. Nell’antica Grecia il termine pharmakon aveva un duplice significato: rimedio e veleno. È questo il periodo in cui si prende coscienza del fatto che un veleno non può essere definito solo come sostanza capace di mutare le proprietà delle cose. Infatti in latino il venenum è distinto dal malum venenum, per indicare la nocività di quest’ultimo e per distinguerlo dai medicinali – anche se molti veleni sono usati in campo medico. Ciò che rende il veleno una sostanza letale, quindi, la quantità somministrata e l’effetto che ha sul soggetto, effetto che varia da uomo a uomo. Come diceva Lucrezio “ciò che per uno è cibo, per altri è amaro veleno”. Le sostanze venefiche più diffuse per la cacciagione erano di origine vegetale: i Galli usavano l’elleboro bianco, i Celti il Ficus Toxicaria. Il veleno più utilizzato era, però, il siero di vipera. Gli esseri umani infatti, a differenza di alcuni animali, non sono dotati dell’arma del veleno. Molti animali possiedono ghiandole che secernono sostanze letali di tipo venefiche di cui si servono per paralizzare o uccidere le prede prima di cibarsene oppure per difendersi. Esempio ne sono gli scorpioni, le api, le vespe, ma anche molti animali marini. Ben presto il veleno animale e vegetale diventò un’arma usata dall’uomo per uccidere l’uomo. Tipico era l’uso di veleni vegetali come cicuta, aconito, belladonna e assenzio e animali come cantaridina, sangue fermentato di toro, polveri ricavati da crostacei e salamandre. Notizie di avvelenamenti sono molto frequenti nella storia dell”Impero Romano. L’imperatore Augusto fu avvelenato dalla moglie Livia, Claudio da sua moglie Agrippina e Britannico per mano di Nerone. Fondamentale per l’arte dei veleni mortali fatti in casa fu l’arsenico. Somministrato in piccole dosi progressive, questo provoca una destabilizzazione che conduce pian piano alla morte. Il quadro clinico di un paziente avvelenato in questo modo non è chiaro e il motivo della morte resta ignoto. Questo fino al 1836, anno in […]

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Attualità

Camera d’ambra: un tesoro ritrovato?

Camera d’ambra: cos’è e quali misteri nasconde La Camera d’ambra costituisce uno dei più intriganti misteri della seconda guerra mondiale. Era il tesoro più prezioso dello zar e per la sua bellezza fu definita l’ottava meraviglia del mondo. Da pochi giorni un trio di cacciatori di tesori ha informato le autorità di aver scoperto il suo nascondiglio… o quasi. I tre uomini sono certi di aver individuato il posto in cui l’Eldorado europeo dovrebbe essere nascosta. Si tratta di una scoperta che potrebbe riportare alla luce un tesoro del valore di milioni di dollari oltre che una delle più vistose e ricche opere dell’arte barocca. Camera d’ambra: il tesoro della Russia La stanza d’ambra si trovava nel palazzo di  Caterina a Carskoe Selo, un complesso di residenze della famiglia imperiale russa a ventisei chilometri da San Pietroburgo. Era una stanza rivestita  da centosette pannelli di ambra. Proprio la presenza di questa resina la rendeva il tesoro più prezioso della Russia, inequivocabile simbolo del potere dell’impero e dello zar. Durante l’assedio fascista a Leningrado – l’attuale San Pietroburgo – la residenza fu trafugata e la camera d’ambra fu portata via. Come? Correva l’anno 1943: l’Armata russa passò alla controffensiva. In questa circostanza la camera fu smantellata e impacchettata in ventisette casse d’acciaio. Le casse furono trasportate nel palazzo di Königsberg – l’attuale Kaliningrad – capoluogo dell’exclave russa. Da questo momento non ci sono più notizie.  Centomila pezzi di resina del Mare del Nord dal peso maggiore di sei tonnellate. La Camera d’ambra era un regalo del re di Prussia Federico Guglielmo I all’alleato Pietro il Grande, zar di Russia. Fu concepita per il castello di Charlottemburg a Berlino – che allora si trovava in Prussia – dall’architetto Andrea Schluter e fu cesellata dal danese Gottfried Wolffram in sette anni di lavoro. In capolavoro d’arte barocca fu poi donato nel 1716 e fu per anni il più grande tesoro dei Romanov. Più di cinquecento candele illuminavano la camera tanto da sembrare che avesse imprigionato il sole. È per questo che fu soprannominata ottava meraviglia del mondo. Si stima che il suo valore attuale vada da 170 a 300 milioni di euro. Camera d’ambra: dov’è finita? Secondo le teorie più affermate la Camera d’ambra sarebbe stata distrutta dall’artiglieria russa durante il bombardamento di Königsberg nel 1945. Non sono della stessa idea Gunter Eckard, medico sessantasettenne, Peter Lohr, esperto di georadar, e Leonhard Blume, omeopata settantatreenne. Sono questi i nomi dei cacciatori di tesori secondo cui il nascondiglio si troverebbe nei cunicoli della Sassonia, al confine con la Repubblica Ceca e la Polonia, tra Lipsia e Dresda. I tre cacciatori hanno trovato le corde d’acciaio con cui erano state issate le casse e, con l’aiuto di potenti georadar, avrebbero individuato un bunker tra le gallerie, circondato da trappole esplosive. Secondo le notizie raccolte dai tre esploratori, nell’aprile del 1945 si fermò in questi cunicoli un treno proveniente da Königsberg. Dopo aver informato le autorità di questa potenziale scoperta il prossimo step è raccogliere i fondi necessari per […]

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Cucina & Salute

La ricetta della prelibatezza: i marron glacé

Come fare i marron glacé, una spiegazione passo passo   I marron glacé sono un tipico dolce francese e piemontese dal sapore e l’aspetto inequivocabile. Castagne, zucchero, acqua, vaniglia e pazienza: questi sono gli unici ingredienti necessari per prepararlo. Eppure il costo di questi particolari dolci dice il contrario. A renderli così prelibati è la loro particolare lavorazione in cui la castagna – necessariamente di qualità marrone – viene progressivamente sciroppata. Si penserà che l’origine di questa ricetta è da cercare senza dubbio in Francia. In effetti la città di Lione rivendica questo tipico dolce ma questa non è l’unica teoria. Molto più probabilmente le marron glacé sono nate nei dintorni di Cuneo. È proprio nella città piemontese che nel Cinquecento aveva luogo il più grande mercato di castagne e ancora oggi la zona è un importante punto di esportazione di questo frutto. Ai marron glacé è anche associato una figura: il cuoco del duca di Savoia Carlo Emanuele I. La ricetta compare nel trattato Confetturiere Piemontese e risale all’anno 1790. Come si preparano le marron glacé? Gli INGREDIENTI necessari sono: 1kg di marroni 500g di zucchero 1 bacca di vaniglia La particolarità del dolce richiede una particolare preparazione, che deve essere preparato a più riprese e necessita di un bel po’ di giorni. Innanzitutto – secondo la tradizione – le castagne devono essere lasciate in acqua per nove giorni al fine di facilitare la pelatura. Dopo la cosiddetta novena bisogna praticare un taglio a croce sulla buccia delle castagne e sottoporle ad un gesto di vapore o, in alternativa, pelarle a mano. A questo punto bisogna bollire le castagne in acqua. Non appena l’acqua giunge ad ebollizione bisogna lasciarvi le castagne a sobbollire per dieci minuti. Trascorso questo tempo, avendo cura di non farle sciupare, si deve estrarre i marroni con un mestolo forato. Non resta che preparare lo sciroppo con 300g d’acqua, lo zucchero e la stecca di vaniglia. Il composto deve bollire per cinque minuti, dopo di che possiamo incorporare le castagne e aspettare il bollore prima di spegnere il fuoco. Il tutto deve essere coperto con coperchio per 24 ore. Il giorno seguente e i due giorni successivi bisogna portare nuovamente a bollore lo sciroppo contenente i marroni e, sempre, dopo il bollore, spegnere la fiamma e coprire il composto per 24 ore. In alcune ricette è aggiunto in pentola progressivamente lo zucchero e si aspetta il raggiungimento di una temperatura sempre più alta giorno dopo giorno. Arrivati al quinto giorno i marroni devono essere scolati e posti ad asciugare su una griglia. Su di essi va versato lo sciroppo restante che, nel frattempo, deve essere portato a bollore. Ponendo le castagne ricoperte dalla glassa in un luogo asciutto – il forno andrà benissimo – essa avrà il tempo di solidificarsi. Ed ecco che i nostri marron glacé sono pronti! Possiamo scegliere di servirli in pirottini di carta e tenerli in frigo per due settimane oppure conservarli per alcuni mesi in contenitori di vetro ricoperti dal loro sciroppo […]

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