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Eroica Fenice

Fun e Tech

Do It Yourself: la logica del design fai da te

Conosciuto anche con l’abbreviazione DIY, il Do It Yourself design è la progettazione di un oggetto, in cui il cliente è parte attiva nel processo di realizzazione. Una sorta di ritorno alle origini, un invito al bricolage, a prendere in mano gli attrezzi e divertirsi, rendendosi parte fondamentale del processo creativo. La diffusione del Do It Youself è una costante conferma sul mercato e, per molte aziende, questa caratteristica è stata la chiave del successo. L’apprezzamento del DIY è dovuto ad aspetti progettuali che tengono conto del fattore educativo ed economico del prodotto realizzato. Un oggetto pensato nella logica del fai da te può essere assemblato dall’utente, non più semplice e passivo acquirente, e, allo stesso tempo, consente un più efficiente, economico e sostenibile processo di distribuzione del prodotto. L’evoluzione della logica Do It Yourself Il fai da te nasce ovviamente con l’uomo. Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le rovine di una struttura greca del VI secolo a.C. nell’Italia meridionale, che sembravano riportare istruzioni dettagliate per l’assemblaggio e che sono state chiamate gli “antichi edifici IKEA”. La frase “do it yourself” è diventata un’espressione di uso comune negli anni ’50, in riferimento alla tendenza delle persone ad applicare dei miglioramenti alla propria abitazione con piccoli progetti di bricolage creativi ed economici. Adesso il fai da te assume il significato di progettazione in cui il cliente è co-designer e può creare, personalizzare o riparare oggetti con semplici strumenti e senza una formazione specifica ma, ad esempio, con delle istruzioni semplici ed efficaci. Il fai da te assume rilievo anche quando gli artisti hanno iniziato a combattere contro la logica della produzione di massa standardizzata. Negli anni ’60 e ’70 iniziano a comparire libri e riviste sui metodi di costruzione e decorazione della casa in modalità DIY. Ma è con l’avvento del digitale che questo tipo di iniziative hanno visto un vero e proprio boom: oggi sono disponibili online tantissimi progetti fai da te sulle piattaforme più disparate. Legato a questo tema c’è la pratica dell’hand-made, il fatto a mano. Prendere scarti di materiali e di oggetti e dargli nuova vita è una vera e propria pratica etica. L’attenzione è rivolta ancora una volta all’ambiente e alla riduzione di sprechi, tematiche molto ricorrenti nel filone del design sostenibile. Uno dei campi applicativi in cui la logica del fai da te è considerata estremamente importante è il mondo del giocattolo. Si pensi per esempio alle costruzioni Lego: il progettista fornisce il materiale e le istruzioni per costruire una casa o un aeroplano ma sta al bambino realizzare il prodotto. Questo importante processo educativo che si svolge con la pratica del costruire permette al bambino di sprigionare anche la sua creatività e di modificare e, perché no, migliorare il progetto del designer. Applicazioni del DIY Il design fai da te può essere applicato in ogni ambito progettuale: dal settore moda al prodotto, dall’arredo all’allestimento. Internet è ricco di progetti, spesso pubblicati anche gratuitamente, in cui il designer fornisce le istruzioni per la […]

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Fun e Tech

Design sostenibile: la progettazione attenta all’ambiente

Uno dei principali topic del design contemporaneo è quello del design sostenibile, la progettazione intelligente di un prodotto o un sistema in perfetta armonia e rispetto per l’ambiente. L’obiettivo è quello di eliminare o ridurre sempre più l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente. Come? Progettando soluzioni innovative e sostenibili incentrate su temi di riduzione, riuso, riciclo, assemblaggio del prodotto, opportune scelte di materiali, utilizzo di energie rinnovabili e riduzione di emissioni nocive. Quando e come nasce il design sostenibile? Si inizia a parlare di sostenibilità contestualmente al processo di cambiamento climatico e inquinamento ambientale che da anni ormai è tema di attualità. Se da un lato sempre più persone combattono per i diritti dell’ambiente con scioperi climatici e manifestazioni attiviste, dall’altro i designer cercano soluzioni silenziose progettando nei laboratori e nei politecnici soluzioni pratiche e assolutamente determinanti. I problemi di salvaguardia della biodiversità, inquinamento, scioglimento delle acque, disastri ambientali, emissione di sostanze tossiche e così via hanno destato interesse a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di sostenibilità viene introdotto nella prima conferenza ONU sull’ambiente del 1972. Il suo significato esce dalla sfera ecologica per estendersi sull’economia e sul campo sociale. Dal tema della sostenibilità si sviluppa così l’idea di sviluppo sostenibile. Si sente parlare di questo concetto nel Brundtland report del 1987. Vengono definiti così degli obiettivi che prevedono un generale benessere costante e crescente e una salvaguardia della qualità della vita per le generazioni future. Si comprende che il significato di progresso umano significa in qualche modo cambiare strada e operare controcorrente. Entra così in gioco il design, culla da cui nascono tutte le idee progettate dall’uomo. Progettare un prodotto che rispetti l’ambiente produrrà benefici non solo sul territorio ma anche sul benessere e la salute dei suoi abitanti. Lo sviluppo sostenibile viene dunque progettato nei politecnici perché l’uomo ha il dovere e la responsabilità di trovare soluzioni pratiche ed effettive al grande problema di quest’epoca. Può il design salvare il mondo? Certo che sì. Utilizzo di materiali biodegradabili, progettazione dei processi di riciclaggio, ideazione di un prodotto con un lungo ciclo di vita, riutilizzo e minimizzazione degli scarti produttivi. Questi sono solo alcuni dei temi che interessano il designer oggi e che egli non può assolutamente non considerare. Tutto deve essere design sostenibile. Il pensare sostenibile è ideare l’innovazione che fa bene all’ambiente. Si tratta di un approccio basato sul rispetto per l’ambiente e le persone, con lo scopo di benessere collettivo. Non esiste alcun prodotto o servizio che oggi possa essere pensato senza tener conto di questi vincoli. Il design sostenibile per essere efficiente deve essere progettato in ogni minima parte nel rispetto dell’ambiente circostante. Risale al 2002 il libro-manifesto Cradle to Cradle: Remaking the way we make things scritto da Michael Braungart, chimico tedesco, e William McDonough, architetto americano. Il principio professato è quello di una progettazione che non sia più pensata “dalla culla alla tomba” ma “dalla culla alla culla”. Questo significa che è compito e dovere del designer progettare prodotti che, una volta […]

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Culturalmente

Sculture in legno: l’arte dell’intaglio

Una bella prova di creatività e un lavoro che richiede tempo e dedizione: quella delle sculture in legno è un’arte tanto antica quanto eterna. Che si tratti di un cucchiaio o di una casetta dell’albero, è un processo che richiede gli strumenti giusti e le giuste nozioni. Come nascono le sculture in legno? Le sculture in legno si ottengono tramite intaglio, una tecnica antica che consiste nella creazione dell’oggetto tramite sottrazione del materiale in eccesso da un blocco iniziale grezzo. Si tratta di una tecnica antichissima, forse la più antica tra quelle utilizzate dall’uomo per la creazione dei propri strumenti da caccia. Infatti, prima ancora di avere un intento artistico, l’intaglio del legno era utilizzato per fabbricare utensili per la vita di tutti i giorni: manici per strumenti in pietra, impugnature di oggetti di utilizzo comune, strumenti di ogni tipo. Pian piano con l’evoluzione dell’uomo anche gli impieghi dell’intaglio del legno si sono evoluti. Dalla sua natura utilitaristica e pratica, le sculture si sono evolute fino ad assumere valenza in campo artistico e creativo. Già i Greci e i Romani hanno prodotto sculture in legno di grande valore. Gli strumenti necessari per realizzare le sculture in legno Quali sono gli strumenti che consentono di esprimere quest’arte? Le mani dell’uomo hanno bisogno di una serie di utensili. La prima cosa da fare è sgrossare il legno ossia ridurre il materiale grezzo a una prima forma togliendo parti inutili o eccedenti. Lo strumento tradizionale per sgrossare era il saracco, la classica sega da legno. Oggi si utilizza per lo più l’elettrosega che consente di svolgere il tutto più velocemente e con meno fatica. Altri attrezzi usati sono l’ascia (un’accetta con la lama di traverso) e il coltello a due manici che si impiega sui pezzi posizionati orizzontalmente. Per tutti i lavori di sgrassatura serve poi la sgorbia, reperibile in diverse larghezze e misure; è un particolare tipo di scalpello con la lama a profilo rotondo o a V. Lo scalpello dritto invece segna la fine dei tagli e spiana le superfici. Per cavare il legno da punti particolarmente ostici si usano le cosiddette sgorbie a cucchiaio, dalla classica forma concava. Per la sgrossatura si utilizza anche la zappetta, una piccola zappa appunto, con tagliente dritto o curvo. Il taglio che ne deriva è molto pulito. Il coltellino da intaglio è invece uno strumento realizzato proprio per modellare il legno. Di solito questi coltellini hanno lame fisse e impugnature lunghe e ergonomiche. Il coltello da intaglio deve essere d’acciaio temperato (non inossidabile) e con lama non troppo lunga, ma saldamente conficcata nel manico. Sgorbia e scalpello Indispensabile durante l’intaglio è l’uso del mazzuolo, l’iconico “martello” utilizzato in falegnameria per battere sullo scalpello. Questo strumento è quindi necessario per controllare la profondità di azione dello scalpello e per evitare di imprimere troppa forza. Lo scalpello è invece il classico utensile che serve per asportare parti di materiale in forma di schegge. Di scalpelli ne esistono tanti e variano a seconda di materiali e forme. […]

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Cucina e Salute

Avena: proprietà e benefici del super cereale

L’avena è una pianta erbacea da cui si ricava un cereale in chicchi ricco di benefici e proprietà. Questo alimento è una fonte di carboidrati a lenta digestione; è ricco di fibre ed è una fonte energetica a lungo termine che non comporta picchi insulinici pericolosi. L’avena è un super cereale di utilizzo tanto antico quanto dimenticato; i popoli della Germania e della Scozia ci basavano la loro alimentazione. La pianta, infatti, risulta anche particolarmente adatta alla coltivazione nei paesi nordici perché riesce a superare i climi rigidi. I popoli scozzesi e tedeschi consumano ancora molto questo cereale – per esempio a colazione nel porridge o nel muesli. Noi italiani, invece, l’abbiamo riscoperto solo negli ultimi anni. Fiocchi, crusca e farina: le forme che assume l’avena  L’avena è consumata in diverse forme: come farina, molto usata nella preparazione di dolci, in fiocchi, utilizzati ad esempio per il muesli, oppure sotto forma di crusca. Questo cereale, anche lavorato, mantiene la crusca e il germe, che sono le parti del chicco in cui si trovano la maggior parte dei nutrienti e le sostanze cardioprotettive. Dalla pianta di avena è anche possibile ricavare un ottimo latte vegetale. L’avena è etichettata come il cibo per i purosangue – sia cavalli che atleti e sportivi – ma in realtà questo cereale ha dei benefici multipli e sempre più diete, anche ipocaloriche, lo vedono partecipe nella creazione dell’alimentazione corretta per l’uomo. Proprietà e benefici del super cereale Tra tutti i cereali l’avena è innanzitutto l’alimento più ricco di proteine e di sostanze grasse – tra cui l’acido linoleico. Il contenuto di fibre solubili rende poi l’avena un alimento molto saziante e le conferisce i poteri di regolarizzare la produzione intestinale e normalizzare il peso corporeo. Una delle prime proprietà riconosciutele deriva dalla presenza di betaglucano, che funziona come una spugna. Esso intrappola il colesterolo di provenienza alimentare in un gel che attraversa l’intestino fino ad essere espulso. L’avena favorisce dunque i livelli di colesterolo. Gli studiosi ne consigliano l’assunzione di 40 grammi al giorno sotto forma di crusca. L’avena è un ottimo alimento riequilibrante, anche per i vegetariani, perché contiene la proteina lisina, un amminoacido essenziale del frumento che, essendo contenuto in quantità ridotte rispetto agli altri, diviene limitante per la sintesi proteica. Il basso indice glicemico permette a questo cereale di entrare nell’alimentazione per i diabetici ed è anche utile nelle diete ipocaloriche, perché permette di controllare il senso di sazietà. L’avena ha proprietà diuretiche e lassative, stimolando l’intestino pigro. Siccome è molto digeribile, è indicata anche per chi soffre di gastrite, colite e altri disturbi digestivi. Per quanto riguarda invece gli aspetti psicologici, l’avena dà ottimi risultati in casi di depressione, nervosismo, insonnia ed esaurimento psicofisico. L’avenina, un alcaloide concentrato nella crusca di avena, è dotato di effetto tonificante, energetico e riequilibrante del sistema nervoso. L’avena è dunque consigliata per chiunque soffra di stress o cali di attenzione, per gli sportivi e le neo-mamme in fase di allattamento. Mangiare costantemente avena protegge le nostre […]

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Attualità

L’alta moda al servizio dell’Italia contro il Coronavirus

Anche l’alta moda è scesa in campo per la lotta al Coronavirus, non solo tramite le ricche donazioni dirette ai principali ospedali e centri di cura, ma anche con la realizzazione dei presidi sanitari tanto richiesti in questo momento. Da giorni ormai le case di alta moda stanno lavorando per dare il loro contributo per questa emergenza. Sono sempre di più le maisons di tutto il mondo che stanno rispondendo alla richiesta d’aiuto arrivata dalle istituzioni.  Coronavirus: la riconversione industriale per produrre camici e mascherine Le aziende che hanno dato il via a quest’iniziativa sono state Ermanno Scervino, Gucci, Valentino, Prada, Salvatore Ferragamo, Fendi e Miroglio. Queste maison hanno iniziato la produzione a titolo gratuito di materiale per gli ospedali, subito dopo aver ottenuto la certificazione necessaria. Da giorni ormai le sarte di Ermanno Scervino lavorano da casa e volontariamente per cucire mascherine, camici e cuffie per gli operatori sanitari. L’azienda Scervino si è organizzata a tal proposito per le nuove limitazioni che la situazione comporta: compra a Prato il tessuto-non tessuto per le mascherine e poi invia i corrieri a recapitarlo nelle case delle sarte che provvedono a cucire dalle proprie abitazioni. I camici e le cuffie prodotte non sono dirette solo agli ospedali ma anche alle case di cura per anziani e a chi ne ha necessità. All’appello della Regione Toscana hanno risposto anche Salvatore Ferragamo, Gucci, il brand Serapian di proprietà del gruppo Richemont, Celine, Prada e altri ancora. We Are All In This Together è lo slogan della campagna di crowdfunding lanciata da Gucci; tutti sono invitati a diventare ###GucciCommunity. Questo l’appello dell’azienda d’alta moda ai suoi 70 milioni di followers per combattere la pandemia tramite campagne di raccolta fondi che partono dalla somma di un milione di euro ciascuna stanziati dall’azienda. La prima è dedicata all’Italia, la seconda è a livello globale. L’obiettivo per entrambe è di arrivare alla cifra di 10 milioni di euro, cifra che Facebook si impegna a doppiare non appena il traguardo sarà raggiunto. L’azienda Gucci è ora impegnata nella produzione di mascherine e camici per gli ospedali italiani. Si prevede la produzione di oltre un milione di mascherine e almeno 50.000 camici. A titolo personale, Marco Bizzarri, presidente CEO di Gucci, ha anche devoluto 100 mila euro a favore dell’azienda sanitaria di Reggio Emilia, città dove il manager è nato. Anche Prada si è mossa per la causa Coronavirus. Su richiesta della Regione Toscana, il brand presieduto da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada, ha stimato la produzione, a partire dal 18 marzo, di 80.000 camici e 110.000 mascherine da destinare al personale sanitario toscano. La produzione è a tempi record: la data di consegna dei prodotti è stimata per il 6 aprile. Gli articoli sono prodotti internamente presso l’unico stabilimento del Gruppo in provincia di Perugia, stabilimento rimasto operativo a questo scopo. La produzione è poi sostenuta anche da una rete di fornitori esterni sul territorio italiano. Giorgio Armani ha il grande merito di aver capito subito la gravità della situazione; […]

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Cucina e Salute

Frutta di stagione: i prodotti della primavera

Il primo sole, i colori, i fiori di ciliegio.. è tutto pronto. La primavera è arrivata e ha portato con sé i suoi colori e la sua frutta di stagione, perfetta per dar vita a fantastiche macedonie, marmellate e ricette di ogni tipo. In primavera, come in tutti i periodi dell’anno, è importante consumare la frutta di stagione perché apporta dei grandi benefici all’organismo. L’alimentazione è più sana ed equilibrata se scegliamo frutta e verdura allineata con i ritmi naturali e, se possibile, a coltivazione diretta. Quale frutta di stagione scegliere in primavera? La primavera è il periodo dei frutti arancioni e rossi. Mentre nella prima parte di questa stagione gli alberi producono ancora arance, mandarini e kiwi pian piano, da maggio in poi, la primavera lascia il posto a fragole, ciliegie, albicocche e prugne. Da maggio – idealmente – troviamo l’adorata fragola, ricca di vitamina C, acido folico e minerali. Non si tratta solo di un frutto bello e buono ma anche versatile: esso è anche molto usato in cosmesi contro la ritenzione idrica e addirittura per ricette salate come il risotto alle fragole. Il mese di giugno è senza dubbio quello delle ciliegie, un frutto utilissimo per l’organismo e perfetto per preparare ottime marmellate fatte in casa. Le nespole rientrano nella categoria della “frutta arancione” e sono ricche di potassio, magnesio, calcio e ferro; nel sud Italia crescono spontaneamente su alberi che non hanno bisogno di troppe attenzioni e che sopravvivono anche in terreni aridi che si accontentano delle piogge stagionali. La primavera ci regala anche le prugne, che contengono un’altissima percentuale di acqua, fibre e pochissime calorie e le albicocche, molto preziose per la pelle e per gli occhi. A giugno iniziano anche le produzioni di angurie, mirtilli, meloni, pesche e susine e il testimone è ufficialmente passato alla stagione estiva. I big della primavera: la fragola C’è poco da fare, la fragola conquista proprio tutti. Può essere gustata in una fresca macedonia, accompagnata da panna e cioccolato, utilizzata come ingrediente per torte, creme e crostate o assaporata sotto forma di confetture, frullati, gelati e chi più ne ha più ne metta. Questo è uno dei frutti sazianti, ma poco calorici che la primavera ci regala. La fragola ha proprietà diuretiche, antiossidanti, anti-infiammatorie e depurative. Contiene ferro, fosforo, calcio, vitamina A, B1, B2 e C. Diversi studi dimostrano come questo frutto aiuti la regolazione degli zuccheri nel sangue, sia utile contro artriti e reumatismi e, infine, protegga i denti perché contiene xilitolo, una sostanza che aiuta a prevenire l’alitosi e la formazione di placca dentale. Chi non possiede un orto o un giardino non deve rinunciare alla coltivazione delle fragole, perché questo frutto può essere coltivato anche in un vaso in balcone. La ciliegia, protagonista di giugno Le ciliegie sono un vero e proprio pregio dell’Italia e sono disponibili da nord a sud in diverse varietà: dalle ciliegie di Vignola in provincia di Modena fino alle ciliegie di Conversano in provincia di Bari. Depurative, disintossicanti, diuretiche, antireumatiche: […]

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Culturalmente

Castello di Sammezzano, il palazzo dai mille colori

Il Castello di Sammezzano, circondato dal suo omonimo e grandissimo parco, si trova nei pressi di Leccio, un paese nel comune di Reggello in provincia di Firenze. Fu Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona a realizzare il castello e il parco di Sammezzano. Egli trasformò e ampliò l’edificio preesistente nel periodo di tempo tra il 1843 e il 1889. Ferdinando era assolutamente affascinato dall’orientalismo, una corrente culturale che si diffuse in tutta Europa all’inizio dell’Ottocento. Un castello in stile orientale in un tipico paesaggio toscano. È proprio questa la singolarità dell’opera d’arte che è il castello di Sammezzano, un incanto orientaleggiante di grande valore artistico. Il castello dai mille colori I principali elementi moreschi del castello sono i mosaici in ceramica, le colorate decorazioni geometriche e vegetali, i bassorilievi e le cupole ad archi intrecciati. Le 65 scale di cui il castello dispone portano i visitatori da una meraviglia all’altra e permettono di viaggiare dall’Estremo Oriente alla Spagna. Ferdinando Panciatichi aveva pensato a ogni stanza come un viaggio in una terra straniera, immaginando terre che lui non ha realmente visitato ma che ha conosciuto attraverso i libri. Motti, frasi e citazioni in latino e italiano accompagnano il cammino del visitatore e legano due culture molto diverse tra loro in un insieme del tutto singolare. L’atrio delle colonne è il primo ambiente che si incontra non appena si varca il portone di accesso. Le colonne grigiastre che lo caratterizzano reggono una decoratissima volta a cassettoni blu. L’atrio conduce al salone di ingresso, decorato da mille colori, specchi e motivi geometrici. L’architettura orientale si mescola con quella occidentale con soffitti a cassettoni, decorazioni con gigli fiorentini e incisioni in carattere gotico. Troviamo poi molte sale concatenate tra loro e ognuna con le sue caratteristiche peculiari. Nella Sala delle Stelle le luci, i colori, le forme si avvicinano a quelle della Spagna meridionale, molto influenzata dalla cultura araba. Quasi tutte le volte sono a forma di stella e numerose sono le vetrate colorate che adornano lo spazio. La sala da ballo (o Sala Bianca) è interamente in stile moresco. Ventiquattro colonne con capitelli in stile islamico circondano la stanza ricca di motivi geometrici e floreali. In alto l’architettura della cupola rivestita in stucco bianco lascia spazio agli oculi che permettono alla luce di entrare e riflettersi sulle vetrate colorate delle porte che conducono alle altre stanze. La Sala delle Farfalle presenta una cupola realizzata interamente in muqarnas, soluzione tipica dell’architettura musulmana che prevede ornamenti con forme simili a quelle delle stalattiti. Ferdinando Panciatichi vi aveva inserito un elemento innovativo, degli specchi, per la dilatazione della luce del sole e delle candele che illuminavano la stanza rispettivamente di giorno e di notte. La Galleria delle Stalattiti è un viaggio nell’India. La Sala del Fumo presenta un sofisticato impianto di areazione molto innovativo per l’epoca. La Sala dei Gigli conduce invece in Cina, con le decorazioni a squame che sfumano dal rosa all’argento. Queste sono solo alcune delle meravigliose stanze del castello. Il Parco Storico di Sammezzano […]

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Culturalmente

Avere la coda di paglia: modi di dire italiani

Avere la cosiddetta “coda di paglia” significa non avere la coscienza pulita. Questa espressione indica la situazione di chi reagisce male a qualche affermazione e, cosciente di aver combinato qualcosa, ha paura di essere scoperto. Chi si discolpa senza essere accusato o reagisce con critiche o osservazioni impulsive ha proprio la coda di paglia! Insomma, la versione tradizionale del più recente “avere uno scheletro nell’armadio”. L’origine dell’espressione Avere “la coda di paglia” è un modo di dire italiano che risale probabilmente al Medioevo. In quegli anni era pratica comune umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia. I malcapitati dovevano girare per la città e farsi umiliare nel rischio che qualcuno gli incendiasse la coda. Come ogni modo di dire anche l’origine di questo detto non è certa. Un’altra possibile derivazione verrebbe da una favola di Esopo. Questa spiegazione molto conosciuta è stata data da Costantino Arlia (in Voci e maniere di lingua viva, Milano, C. Arlia, P. Carrara, 1895), tratta da Fanfani. Questa favola narra che una volpe, dopo aver perso la coda in una trappola, la sostituì con una finta coda in paglia, fatta così bene che non la si distingueva dall’originale. Quando però il gallo svelò ai contadini il segreto della volpe questi appiccarono dei fuochi per fargliela bruciare in modo da poter distrarre la volpe per rubare i polli. Da questa favola derivano anche il detto toscano “chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che la si bruci!” e l’espressione “chi ha la coda di paglia non si avvicini al fuoco”. Sembra comunque molto più convincente la ricostruzione proposta da Ottavio Lurati (Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001) che fa riferimento alla pratica medievale sopracitata. La coda rappresenterebbe un simbolo di degrado, il passaggio dallo status di persona a quello di animale. Consapevolezza, vergogna, diffidenza ma soprattutto paura di umiliazione: la sintomatologia del colpevole. L’espressione “avere la coda di paglia” è presente anche in molti dialetti italiani e trova corrispondenti nel tedesco nel francese. Altri modi per dire di “avere la coda di paglia” Excusatio non petita, accusatio manifesta: “chi si scusa si accusa”. È un po’ quello che succede a chi ha la coda di paglia! Si reagisce male ad affermazioni che magari non alludono ad alcun misfatto, eppure… È il tipico atteggiamento di chi “ha uno scheletro nell’armadio”. Questa macabra espressione contemporanea ha un equivalente inglese e una francese: “to have a skeleton in the closet” e “avoir un squelette dans le placard”. L’origine inglese di questo modo di dire risale agli anni antecedenti il 1832, anni in cui i medici della Gran Bretagna potevano effettuare autopsie per i loro studi solo su salme di criminali giustiziati, e, dato che non vi era una grande disponibilità di corpi, essi erano soliti conservare i cadaveri. I medici dunque non smaltivano gli scheletri dei cadaveri ma li custodivano in segreto perché non era un atto consentito. L’origine del detto francese è dovuta a Gabriel-Honoré de Riqueti, conte di […]

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Notizie curiose

Borse e borsette italiane: i marchi del Made in Italy

Borse e borsette italiane, accessori irrinunciabili ed elementi di stile per esprimere personalità. Il mondo delle borse è un universo immenso e ricco di modelli che variano per forma, materiale, dimensioni e utilizzi. L’Italia vanta una tradizione secolare per quanto riguarda la lavorazione della pelle e dei tessuti, che affonda le radici addirittura nelle botteghe medievali. Le marche di borse Made in Italy sono nate nei primi anni del ‘900 e hanno saputo compiere i primi passi nell’industria della moda fino ad arrivare ad esserne capisaldi indiscussi. Le marche più famose di borse e borsette italiane: Gucci Gucci è un colosso della moda italiana ed è molto famoso per la produzione, oltre che di abiti, proprio di accessori da pelletteria. Nel 1921 Guccio Gucci apre l’omonima e prima azienda a Firenze, proprio per la produzione di articoli da pelletteria. Qualità dei materiali, realizzazione, design; le cifre caratteristiche della moda italiana sono impersonate da questo marchio che, dagli anni ’50, ha visto sempre crescere la sua fama. Dalla prima apertura dello store a New York Gucci esso è diventato assolutamente internazionale ed è uno degli esempi più famosi di design e manifattura italiana nel settore dell’alta moda. Peccato che oggi la proprietà del marchio non sia più italiana! Infatti, fa parte del gruppo Kering con sede a Parigi che controlla altre industrie del lusso come Saint Laurent e Alexander McQueen. Ad ogni modo la sede principale è ancora a Firenze e il direttore creativo del marchio è italiano. L’azienda Gucci è famosa per la produzione di borse e borsette di ogni tipo ma alcune delle più caratteristiche sono quelle a bauletto in tela monogram, modello la cui esclusività è però attribuita alla francese Louis Vuitton. L’eleganza di Armani Giorgio Armani è uno stilista che con la sua unicità ed eleganza ha saputo conquistare negli anni fama mondiale. Il marchio Armani è stato fondato nel 1975 da Giorgio Armani e Sergio Galeotti a Milano. L’azienda da sempre produce abiti da uomo e donna ma è anche famosa per i suoi accessori. Fin da subito a caratterizzare l’azienda sono state le giacche flosce da uomo e donna, la morbidezza delle stoffe, i colori sfumati, la portabilità degli abiti. Nel 1980 Giorgio Armani vestì Richard Gere in “American gigolò”, il film che rese popolare lo stilista in tutto il mondo. Dal 1981 alla collezione principale di alta moda, Giorgio Armani affiancò la linea Emporio Armani, con collezioni meno costose e più accessibili. Eleganza, misura, design pulito, colori rilassanti e sofisticati. Armani è uno dei marchi che ha più contribuito al successo del Made in Italy. Le borse e borsette italiane con questo marchio sono divise in quelle più giovanili e trendy e quelle più classiche: le prime hanno colori vivaci e originali, materiali e finiture varie e prezzi che si aggirano su qualche centinaio di euro, le seconde invece risentono di uno stile più classico, con linee più eleganti e colori più austeri e prezzi che si aggirano sui mille euro. Il colosso Prada […]

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Notizie curiose

Foglia d’oro: tecniche e utilizzi di ieri e di oggi

La foglia d’oro è un sottilissimo strato d’oro disponibile in diversi carati, spessori e dimensioni. Una patina dorata che da sempre è stata utilizzata nei più svariati modi per arricchire, adornare e decorare le produzioni artistiche di ogni tipo. La sua storia è molto antica ma i suoi utilizzi sono più che attuali! Dorature decorative, cosmesi, food design sono solo alcuni dei campi di applicazione della pregiata foglia dorata. Tecniche di produzione della foglia d’oro, dall’antichità ai giorni nostri La produzione della foglia dorata è un processo molto antico che si ripete oggi con poche variazioni, nonostante la scoperta e l’invenzione delle nuove tecnologie. Al giorno d’oggi non sono molti gli artigiani che producono la foglia d’oro e che lo fanno utilizzando le stesse procedure che risalgono al Rinascimento. Le notizie sulla foglia d’oro risalgono a circa 5000 anni fa. Essa era molto utilizzata in Oriente, soprattutto in Cina e in Giappone. Il culmine del suo utilizzo si ritrova sicuramente nelle produzioni dell’arte bizantina e rinascimentale, quando veniva impiegata con scopi ornamentali nella produzione di dipinti su tavola di legno per raffigurare le aureole dei Santi, la luce del sole e tutto ciò che di immortale ed eterno poteva essere associato al nobile metallo. La foglia d’oro zecchino è da tempo utilizzata per i restauri delle opere d’arte ma oggi trova impiego nei più svariati campi e richiede quindi delle tecniche e miscele specifiche a seconda dell’utilizzo a cui è destinata. Le tecniche per la sua produzione sono i processi di deformazione a caldo e successiva battitura. Il processo avanza per gradi: dal lingotto si ricava una lamina di 6 cm che è progressivamente assottigliata fino a raggiungere i 0,3 mm. La lamina così ricavata è tagliata in quadrati che vengono impilati alternativamente a strati di carta. La pila è poi posizionata tra due strati di pelle animale e sottoposta a diversi cicli di battitura, a seconda dello spessore richiesto. Le foglie in commercio si distinguono in: Foglie libere, adatte per decorazioni di intarsi e per la doratura di superfici lisce, soprattutto nel settore del mobile di lusso Foglie a decalco, appoggiate su uno strato di carta velina che ne facilita la presa, adatte per la decorazione di superfici piane e in esterno Foglie a filo, tagliate a misura del libretto, utilizzate soprattutto nel mercato francese per la doratura a missione Foglie in rotolo, appoggiate su un rotolo di carta velina, per le grandi superfici. Gli svariati utilizzi della foglie dorate La foglia d’oro per la doratura è utilizzata sia a caldo che a freddo. Il processo di utilizzo a freddo è più versatile e si usa molto in legatoria o per decorare le superfici in metallo, legno e vetro. Questo tipo di applicazione necessita di ingredienti come colle, gessi, argilla, albume d’uovo che si sovrappongono seguendo le istruzioni tramandate dagli artigiani rinascimentali. La foglia deve riposare alcuni giorni ed è lucidata con attrezzi di agata e ricoperta di vernici trasparenti. Il processo a caldo è invece il più utilizzato […]

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Eventi/Mostre/Convegni

La pizza è pizza – Quattro chiacchiere con Alessandro Condurro

La pizza è pizza! Dall’Antica Pizzeria di via Cesare Sersale di Napoli a Michele in the World. A firmare il racconto dell’internazionalizzazione della famosa pizzeria di Forcella è Davide Ippolito. Martedì 28 gennaio l’Antica Pizzeria da Michele Flaminio a Roma, prima filiale italiana della pizzeria di Forcella, ha ospitato la presentazione del nuovo libro-intervista che vede protagonista la famiglia Condurro. La pizza è pizza – Quattro chiacchiere con Alessandro Condurro Dopo la prima presentazione a Verona, il libro La pizza è pizza arriva da Michele Flaminio, nel cuore di Roma, con ambasciatori l’autore e il protagonista del libro, in un dialogo moderato dal giornalista Luciano Pignataro. In questo libro non si parla di storia, di tradizione e di cucina – il tema è stato già trattato, del resto, nel libro di Laura Condurro L’Antica Pizzeria da Michele. Dal 1870 la Pizza di Napoli – bensì dell’evoluzione del brand Da Michele e della sua espansione nel mondo. Il protagonista del nuovo libro è Alessandro Condurro (in copertina), pronipote di Michele e fondatore della MITW, la società che si occupa del brand della pizzeria e della sua internazionalizzazione, avvenuta tramite le sue filiali ormai sparse in tutto il mondo. «Il libro non parla di pizza ma è un saggio di marketing», questa la premessa di Alessandro Condurro che racconta della nascita di una società che in breve tempo ha dato vita a un brand internazionale. Compresa la casa madre a Napoli L’Antica Pizzeria Da Michele conta quattordici pizzerie nel mondo: Tokyo, Fukuoka e Yokohama in Giappone, Londra, Dubai, Los Angeles, Barcellona, Bologna, Milano, Verona, Firenze e due sedi a Roma. Le aperture previste del 2020 interesseranno la Spagna e finalmente ci sarà l’approdo anche in Germania mentre, per quanto riguarda l’talia, si prevede l’apertura della prima filiale nel Sud Italia, a Palermo. Un’espansione a macchia d’olio caratterizza la società Michele In The World ed è proprio questo che ha portato Daniele Ippolito a scrivere un libro sull’espansione del brand: qual è il suo segreto? Michele in The World: un brand firmato Condurro Edito da Book4Business, il libro è stato scritto da Davide Ippolito, CEO di Zwan e noto consulente di aziende e organizzazioni italiane, specializzato in Reputation Marketing. L’Antica Pizzeria Da Michele, come spiega Davide, è stato scritto per raccontare il case-study della costruzione di un brand di successo basato su radici secolari. L’episodio di nascita e sviluppo di MITW mette in risalto l’impatto che la reputazione, intesa come un insieme di fattori, ha sulla costruzione di un brand. Davide Ippolito ha scelto proprio Da Michele per l’esperienza che contraddistingue il brand sul mercato e per la sua strategia di marketing, iniziata dalla creazione di un mercato di nicchia basato sulla genuinità e l’unicità che contraddistingue la tradizionale pizzeria. Le quattro chiacchiere con Alessandro Condurro sono introdotte da un breve percorso storico sulla pizza e sulle cinque generazioni Condurro, presupposto necessario per comprendere lo sviluppo del brand e la sua espansione mondiale. Anche la presentazione del libro ha del resto visto il […]

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Notizie curiose

Criptozoologia: animali nascosti e dove trovarli

La criptozoologia è una branca della zoologia curiosa quanto il suo nome. Si tratta di una pseudoscienza che si interessa dello studio di animali la cui esistenza è solo ipotizzata, non certa. La criptozoologia si basa dunque sulle evidenze empiriche, in epoca passata e presente, della presenza di animali descritti da tradizioni orali e testimonianze oculari. Yeti, Chupacabra, Mostro di Loch Ness, Kraken ma molto altro ancora! Il mondo degli animali nascosti ha spesso dimostrato la presenza di molte specie animali che in seguito sono state universalmente riconosciute dalla comunità scientifica. Come e quando è nata la criptozoologia? Questo termine poco noto esiste in realtà da tempo. Nel 1959 apparve per la prima volta in letteratura ma fu nel 1965 che il termine venne utilizzato per indicare una vera e propria sottodisciplina e ciò avvenne ad opera dello zoologo franco belga Bernard Heuvelmans che si aggiudicò il titolo di padre di questi studi. Un’altra figura importante che coniò nello stesso periodo e in maniera indipendente il termine di criptozoologia fu il naturalista americano di origini scozzesi Ivan T. Sanderson (1911-1973), famoso per i suoi programmi radio e televisivi e per i suoi articoli che spaziavano dalla zoologia più tradizionale ai fenomeni paranormali. Per una differenza di interpretazione del termine, i primi dissidi nacquero proprio nella definizione del range di azione della sottodisciplina; Heuvelmans propose di separare la criptozoologia come da lui intesa, ossia la scienza degli animali nascosti, dalla cripto-zoologia, che non aveva nulla a che fare con gli animali in carne ed ossa ma che sfociava nel campo del paranormale. Nacquero le prime pubblicazioni e i primi volumi che, tradotti in varie lingue, diffusero questa branca della zoologia in tutto il mondo. Pian piano il mondo degli animali nascosti si diffuse dall’ambiente accademico all’ambiente quotidiano. Nel 1982 fu fondata la Società Internazionale di Criptozoologia (ISC). Animali nascosti e dove trovarli. Ecco di cosa si occupa questa disciplina La vera ed originale disciplina si basa dunque sugli animali nascosti la cui esistenza è sconosciuta alla scienza, ma non alle popolazioni locali che condividono con essi il territorio. Le prove dell’esistenza di un animale per la scienza non sono mai abbastanza fin quando non si dispone di un cadavere della sua specie. Al contrario nella criptozoologia le prove dell’esistenza di una specie animale “nascosta” sono fonti indirette come leggende, avvistamenti, impronte e così via. Il metodo criptozoologico consiste nell’ottenere il maggior numero possibile di informazioni attingendo alle fonti più svariate. In primis si traggono informazioni da mitologia, folklore, storia, archeologia; si raccolgono poi informazioni come testimonianze, impronte, frammenti di pelle o ciuffi di pelo, fotografie e filmati di cui è certa l’autenticità. Ecco che nasce così l’identikit dell’animale nascosto. È così che gli studi criptozoologici hanno condotto alla scoperta di specie poi riconosciute dalla comunità scientifiche. Il panda gigante, ufficialmente scoperto nel 1890, era descritto con il nome di bei-shung (orso bianco) in manoscritti cinesi risalenti al 621 d.C. Il celacanto africano, ufficialmente scoperto nel 1938, era già ben conosciuto con […]

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Cucina e Salute

Funghi mortali: i 10 più pericolosi in Italia

Quali sono i funghi mortali da cui dobbiamo stare alla larga e come possiamo riconoscerli? Vengono considerati velenosi quei funghi che sintetizzano sostanze tossiche per l’organismo umano, causando vari sintomi che vanno da lievi malesseri fino a provocare la morte di chi li ingerisce. L’identificazione di questi funghi non è semplice perché spesso le specie sono erroneamente confuse tra di loro e solo un occhio esperto può cogliere le sottili differenze tra un fungo velenoso e un suo parente commestibile. Molti funghi mortali sono tali in assoluto ma per varie specie la commestibilità dipende anche dai metodi di cottura utilizzati. I funghi velenosi sono anche protetti dalla legge italiana perché chiaramente utili e necessari alla vita dei boschi e all’ecosistema globale. Per questo ci si può imbattere in funghi velenosi in qualsiasi bosco italiano e i meno esperti potrebbero sottovalutare la pericolosità di molti esemplari. Ecco dunque una lista dei 10 funghi mortali più pericolosi dei boschi italiani. Specie Amanita: i funghi mortali e velenosi più noti e pericolosi Amanita Phalloides, meglio nota come Angelo della morte. Si tratta di un fungo mortale che cresce tra l’estate e l’autunno soprattutto sotto il nocciolo, il faggio e il castagno nei boschi frondosi. Il colore del cappello varia tra grigio-giallastro a verdastro ma ci sono esemplari di questo fungo che presentano colori diversi, come il bianco. È un fungo a lamelle fitte e bianche, mente il gambo bianco presenta un anello dello stesso colore, ampio e membranoso. L’Angelo della morte è il fungo mortale per eccellenza! Cinquanta grammi di questo fungo possono rivelarsi fatali. Ecco perché, nel dubbio, è meglio non consumarlo senza prima essere certi che non si tratti di questa specie. Amanita Verna, o Amanita di primavera. Questo esemplare di fungo primaverile ogni anno causa un alto numero di avvelenamenti perché è facilmente confuso con il Prataiolo. Cappello bianco, lamelle fitte, gambo alto e cilindrico ingrossato alla base. Le differenze con il suo gemello commestibile sono il fatto che questo fungo velenoso è completamente interrato e presenta un colore delle lamelle leggermente più scuro e la caratteristica volva. L’Amanita verna predilige i boschi di latifoglia, faggio, castagno, quercia. Amanita Muscaria, conosciuto come Ovolo malefico o come Fungo di Biancaneve. Di certo si tratta di un fungo assolutamente riconoscibile perché è proprio il classico fungo dei cartoni animati, rosso a puntini bianchi. Questo fungo non è propriamente mortale ma la sua assunzione causa la sindrome Panterica: capogiri, barcollamento, euforia, allucinazioni e tremendi disturbi gastrointestinali. Il fungo presenta delle fitte lamelle bianche e un gambo che può raggiungere anche i 25 cm d’altezza. Cresce in estate ed autunno in boschi di latifoglia e conifera. Amanita Virosa. È un fungo che cresce nei boschi di montagna umidi sotto abeti, betulle e faggi. Il gambo è di circa 10 cm di altezza e presenta un diametro che rimpicciolisce man mano che si avvicina al cappello. Quest’ultimo si chiude asimmetricamente sul gambo nascondendo le lamelle. Il fungo presenta anche una piccola volva e un cappello […]

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Notizie curiose

Rompicapo: i giochi enigmatici più famosi

Qual è il rompicapo più famoso al mondo? Impossibile dare questa risposta. Rompicapi e problemi matematici esistono fin dall’antichità e se ne trovano vari esempi in culture di ogni tipo. Sono enigmi che mettono alla prova l’ingegno attivando diverse forme di ragionamento e attitudini diverse per la loro risoluzione. La prima testimonianza di rompicapo si trova nel Papiro di Rhind che risale al 1850 a.C. «Sette case contengono sette gatti. Ogni gatto uccide sette topi. Ogni topo avrebbe mangiato sette spighe di grano. Ogni spiga di grano avrebbe prodotto sette misure di farina. Qual è il totale?» Indovinelli, paradossi, problemi logici di ogni tipo che vanno dai campi dell’enigmistica agli enigmi concretati sotto forma di giocattolo. Il mondo dei rompicapi è tanto vasto quanto intrigante. Enigmistica: i problemi di lettere, numeri e segni Il ragionamento deduttivo alla base della soluzione dei problemi verbali caratterizza anagrammi, rebus e parole crociate. Un anagramma è il risultato della commutazione delle lettere di una parola o di una frase che genera la formulazione di altre parole o frasi di senso compiuto. L’esperto di enigmistica Enrico Parodi – alias Snoopy – ha definito il gioco dell’anagramma come «Lo determini mercé l’esatto / rimescolamento di lettere», una frase di cui la prima metà è proprio l’anagramma della seconda. Ma il gioco più famoso di tutti in campo di enigmistica è senza dubbio quello delle parole crociate! Nella sua versione base, il gioco si svolge su una griglia quadrata o rettangolare di caselle bianche e nere da riempire con l’inserimento delle parole in orizzontale e verticale. Così come esistono parole crociate a diversi livelli di difficoltà, esistono anche sviluppi successivi al gioco tradizionale che prevedono schemi molto più complessi. Attribuiamo le prime parole crociate all’enigmista e giornalista italiano Giuseppe Airoldi che nel 1890 pubblicò sulla rivista Il Secolo Illustrato della Domenica uno schema 4 per 4 che chiamò Parole incrociate. Il nome di “cruciverba” gli fu attribuito circa trent’anni dopo.  Un altro celeberrimo gioco enigmistico che consiste nella risoluzione di parole e immagini è il rebus. Alternando lettere e parole costruire una frase può essere tanto divertente quanto difficile. La chiave di risoluzione è il diagramma numerico che indica la lunghezza delle parole. Il rebus è uno dei più antichi rompicapi; Leonardo Da Vinci ne ideò molti. Dall’enigma alfanumerico ai giocattoli-rompicapo 1 cubo, 6 facce, 43.252.003.274.489.856.000 combinazioni possibili, 1 soluzione. Senza dubbio il Cubo di Rubik è il rompicapo più famoso di sempre. Il cosiddetto Cubo Magico è stato inventato nel 1974 dal docente di architettura Ernö Rubik, nella città di Budapest. Il suo prototipo, pensato per scopi didattici, era monocolore, in legno e con gli angoli smussati. I matematici ungheresi se ne innamorarono subito! Ed ecco che il cubo fu trasformato in giocattolo. Oggi il Cubo di Rubik è il gioco più venduto al mondo. Di esso sono state ideate tantissime versioni: dal modello 2×2 fino a quello con 17 tasselli per lato! Come si risolve il Cubo di Rubik? Il più intuitivo metodo risolutivo è […]

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Culturalmente

Calcolo q.i., storia del calcolo dell’intelligenza

Può un valore numerico definire il livello di intelligenza di una persona? Il calcolo del q.i., il quoziente intellettivo, avviene attraverso la serie di quesiti che compongono il famoso “test d’intelligenza”. Le persone che rientrano nel range 85-115 sono considerate nella norma.; il non superamento di una certa soglia segna che la persona in questione è affetta da qualche deficit, mentre chi supera i valori di 150 è un genio. Calcolo q.i. – Come e quando ha avuto inizio? Il test di intelligenza non è unico. Le varie tipologie di test esistenti sono fondate sugli studi che i vari scienziati hanno condotto nel settore. In genere il format del test per il quoziente intellettivo è quello della risoluzione di un certo numero di problemi in un certo tempo a disposizione. La pratica del calcolo del q.i. ebbe inizio nel 1905, anno in cui lo psicologo francese Alfred Binet pubblicò il primo test di intelligenza moderno, sviluppato per identificare gli alunni che avevano bisogno di un particolare aiuto nell’apprendimento scolastico. Il test Binet-Simon misurava  dunque l’età mentale del bambino; il risultato sperato era che essa coincidesse con l’età biologica cosicché, per esempio, un bambino di 10 anni con q.i. 10 potesse risolvere un problema adatto a bambini della sua età. Fu William Louis Stern, dall’Università di Breslavia, a coniare il termine I.Q. – Intelligent Quotient – e a definirlo come il risultato della formula: Età mentale / Età biologica * 100 Con questa modalità il calcolo del q.i. da’ come risultato un numero che non è da interpretare in relazione all’età del bambino ma che lo colloca direttamente in una scala di valutazione generica per ogni età. Questo tipo di test è chiamato Stanford-Binet. Un altro famoso metodo di valutazione risale al 1939. In quest’anno David Wechsler pubblicò un test realizzato per adulti e pubblicò la cosiddetta Wechsler Adult Intelligence Scale – WAIS – poi estesa anche ai bambini. Il punteggio, basato su una distribuzione normale standardizzata, non era da interpretare in relazione all’età e, a differenza del test Binet, il test comprendeva non solo una parte di valutazione lessicale ma anche una di valutazione logico-sequenziale, visiva ecc. Il punteggio del q.i. sulla curva gaussiana doveva dare, con la scala Wechsler, un valore medio di 100 con permissione standard di 15. Come si calcola il quoziente intellettivo? Esistono quindi varie metodologie di calcolo del q.i. ma tutte sono basate sulla risoluzione di problemi ascritti a categorie come informazione, comprensione, ragionamento aritmetico, analogie, vocabolario, memoria di cifre, ordinamento di numeri e lettere, codificazione di cifre e simboli, completamento di immagini, block design, Matrici di Raven, riordinamento  di storie figurate, ricerca di simboli, assemblaggio di oggetti. Sulla base del risultato al test q.i. si è formata l’Associazione Internazionale Mensa, una “tavola rotonda” senza scopo di lucro, formata da circa 120000 persone che rientrano nel 2% della popolazione mondiale ossia hanno raggiunto o superato il 98° percentile della popolazione nel test proposto dal sito. Il test ha una durata di 20 minuti ed è […]

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Culturalmente

Homo sapiens sapiens: le qualità dell’uomo moderno

L’Homo sapiens sapiens o uomo moderno comparve circa 90.000 anni fa, quando prese il posto dell’uomo di Neanderthal sostituendosi ad esso nel processo evolutivo. L’Homo sapiens sapiens era in grado di lavorare ossa da cui si fabbricava aghi e arpioni per la pesca, necessari alla caccia. Egli aveva sviluppato un senso artistico testimoniato da numerosi ritrovamenti di pitture rupestri, statuette di animali e figure femminili che sono per noi le maggiori testimonianze di questa tappa dell’evoluzione umana. Addomesticava gli animali e aveva sviluppato un efficace sistema comunicativo. Ma facciamo un passo indietro e ricapitoliamo le tappe salienti che hanno segnato l’evoluzione umana fino all’arrivo del cosiddetto “uomo moderno”. Le tappe salienti dell’evoluzione umana Ominazione è il termine con cui ci si riferisce all’insieme degli eventi attraverso cui si è compiuta l’evoluzione dell’umanità. La specie umana trae origine dall’Africa di 55 milioni di anni fa, quando dai mammiferi si svilupparono i primati, l’ordine a cui appartiene l’uomo. I primati erano animali arboricoli con mani e piedi prensili. Un’evoluzione lenta e progressiva li ha condotti a diventare diurni, a percepire il colore e a spostarsi da albero ad albero tenendosi sospesi con le braccia. L’intero apparato scheletrico ha dunque subito le modifiche che hanno progressivamente portato l’uomo all’acquisizione della posizione eretta. Risale a 7 miliardi di anni fa lo Sahelanthropus Tchadensis, scoperto in Ciad. Esso rappresenta la prima testimonianza di un ominide in grado di camminare su due gambe. A 4 milioni di anni fa sono datati gli australopitechi. Con i loro 130 cm di altezza, essi avevano un cervello di dimensioni pari al 35% di quelle del cervello dell’uomo moderno. Dentatura appiattita, arti anteriori lunghi quanto quelli posteriori, alimentazione vegetariana: queste sono le caratteristiche più note di questi ominidi. Il genere umano nasce ufficialmente con la specie dell’Homo habilis. Egli aveva una scatola cranica più sviluppata, era onnivoro, utilizzava gli strumenti in pietra necessari per la caccia. L’Homo erectus è invece il primo cacciatore-raccoglitore; il suo cervello è più grande e l’evoluzione è molto evidente. L’Homo erectus utilizza il fuoco e caccia con strumenti più sofisticati, ottenuti dalla sagomatura di pietra e osso. Comparve 500.000 anni fa l’Homo di Neanderthal, seguito dalla specie dell’Homo Sapiens, che risale a 200.000 anni fa. Le dimensioni del cranio umano sono aumentate notevolmente. Gli uomini hanno un sistema di comunicazione accertato, ci sono testimonianze di un commercio e si producono le prime testimonianze artistiche. Circa 90.000 anni fa l’Homo sapiens sapiens assimilò poco alla volta le popolazioni dell’uomo di Neanderthal fino a provocarne la scomparsa. Dall’Africa l’uomo anatomicamente moderno iniziò la sua espansione in tutto il mondo. Storia, sviluppo e diffusione dell’Homo sapiens sapiens  La diffusione dell’Homo sapiens sapiens viene generalmente collegata al Paleolitico Superiore. Fu proprio nell’età della pietra che, tra le costruzioni perfezionate di utensili in pietra, il sorgere del pensiero metafisico e del culto dei morti, il governo del fuoco e l’affermarsi delle prime forme d’arte, nacque l’uomo moderno. Come le altre specie di ominidi, anche l’Homo sapiens sapiens è originario del continente […]

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Culturalmente

Superstizioni italiane: le origini e i significati

Le superstizioni italiane sono forse tra le più fantasiose al mondo ma hanno un loro perché. Alcune delle loro origini risalgono alla nobiltà dell’antica Roma, altre al popolo contadino del Dopoguerra. Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio. Così recitava Lino Banfi nell’omonimo film diretto da Sergio Martino. Tramandate di generazione in generazione le più forti superstizioni italiane sono arrivate fino ad oggi. C’è chi vi dà ascolto categoricamente e chi le schernisce senza pietà, chi le condanna come eresie e chi piuttosto si astiene con il classico “Non ci credo MA…”. Le superstizioni che raccontano l’anima del popolo italiano Secondo Cicerone i superstiziosi erano coloro che, attraverso preghiere, voti e sacrifici, si rivolgevano alle divinità per salvarsi. Queste credenze di natura irrazionale caratterizzano la vita dell’uomo da sempre, influendo sulla condotta delle persone in un modo o nell’altro. La credenza che gli eventi futuri siano correlati a una causa presente e la speranza che alcuni accorgimenti possano influenzare questi eventi porta le persone a credere in una superstizione piuttosto che arrendersi al caso. Nonostante queste credenze siano bandite e spesso schernite dalla cultura occidentale, la credenza in qualcosa di trascendente è alla portata di tutti i giorni. Che differenza c’è tra il portachiavi a forma di corno e l’oroscopo del post-telegiornale? La tradizione italiana è piena di scaramanzie, riti e simboli che raccontano l’anima del nostro paese tanto quanto una pagina di storia. Si pensi al gioco del lotto o al malocchio, la convinzione che il potere dello sguardo possa produrre effetti sulla persona osservata. E ancora alla credenza che dicendo qualcosa questa non si avvererà o all’abitudine di esprimere un desiderio quando si vede una stella cadente. Le 10 superstizioni italiane più diffuse Rompere uno specchio È una delle superstizioni più diffuse. Sette anni di sfortuna sono più che assicurati. Se lo specchio si crepa da solo il proprietario perderà un caro amico. Se lo specchio si trova rotto vicino il letto di qualcuno, questo potrebbe morire. Nessuna speranza quindi per lo specchio rotto. Pare che gli attori teatrali credano più degli altri in questa credenza; ancora oggi non si porta in scena uno specchio vero per paura che questo possa cadere e rompersi. Mai appoggiare il cappello sul letto! Non vorresti di certo attirare la cattiva sorte sulla casa in cui sei ospite. Un tempo questo gesto era compiuto dai medici o dai preti che, nell’urgenza di visitare i malati in punto di morte, appoggiavano il cappello ai piedi del letto. Ancora oggi questo gesto ricorda tristi eventi. A versare l’olio o il sale, porta male Quante volte capita di far cadere il sale sul tavolo? Un tempo il sale era un alimento preziosissimo e farne cadere i granelli equivaleva a perdere soldi. Ancora oggi quando cadono dei granelli di sale sul tavolo c’è chi cerca di scongiurare la maledizione facendosi il segno della croce o chi, più fantasioso, raccoglie i granelli e ne tira tre manciate alle sue spalle, facendo ricadere la sfortuna a chi invece pulirà il pavimento. E […]

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