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Eroica Fenice

Notizie curiose

Cifrario di Cesare e gli sviluppi della crittografia

Il cifrario di Cesare è uno dei più antichi algoritmi a noi pervenuti che permettono di criptare un messaggio. Si tratta di un cifrario a sostituzione monoalfabetica in cui ogni lettera del testo originale – cosiddetto “testo in chiaro” – è sostituita da un’altra lettera che si trova ad un numero stabilito di posizioni da essa. Si tratta di un algoritmo molto semplice ma che, se sapientemente usato e combinato con altri metodi, porta a risultati tanto interessanti alquanto complessi. Messaggi in codice: il cifrario di Cesare Questo tipo di cifrario è anche detto “a sostituzione” o “a scorrimento” ed è uno dei più antichi di cui si abbia traccia storica. Svetonio, nella Vita dei Cesari, racconta che Giulio Cesare era solito usare per le sue corrispondenze private un codice monoalfabetico che gli garantiva di mantenere le sue informazioni segrete qualora le lettere fossero intercettate dai nemici o lette da un’invadente. Il codice cifrario è di per sé molto semplice ma, all’epoca, non era così scontato saper leggere un testo nemmeno se in chiaro. Nel cifrario la lettera reale viene sostituita da quella che occupa tre posti avanti nell’alfabeto: la A diventa D, la B diventa E e così via. Arrivati alle ultime lettere dell’alfabeto, si procede circolarmente ricominciando dalla A. Ad esempio utilizzando il cifrario di Cesare EROICA FENICE diventa HURLFD IHQLFH. Più in generale oggi intendiamo per cifrario di Cesare un metodo che sposta la lettera in chiaro di una cifra stabilita, non necessariamente pari a tre. Sempre secondo Svetonio, Augusto utilizzava lo stesso cifrario spostando di un solo posto la lettera, per cui alla lettera A in chiaro corrispondeva la B e così via. Un’altra differenza era che, terminato l’alfabeto, Augusto non ripartiva ciclicamente dalla A ma piuttosto per indicare la Z utilizzava AA. Oggi il cifrario di Cesare è ad un livello basico di crittografia. Eppure lo ritroviamo in altri episodi storici. Mentre era in prigione la regina di Scozia Maria Stuarda usò il cifrario per inviare il messaggio che svelava il complotto per l’omicidio dell’allora  regnante Elisabetta I. In questo caso però la lettera fu decrittata proprio per la semplicità del metodo utilizzato e questo sbaglio le costò la testa. Il cifrario può anche essere complicato e applicato a più livelli. Il boss mafioso Bernardo Provenzano lo utilizzava per proteggere le sue informazioni segrete nei foglietti che inviava e riceveva nel periodo di latitanza. Egli aveva complicato il metodo crittografico: faceva corrispondere ad ogni lettera il suo numero corrispondente nell’alfabeto, oltre a spostarla di tre posti. La lettera A in chiaro corrispondeva non a D, ma a 4 nel testo cifrato, ed EROICA FENICE sarebbe stata letta come 82118126498171268. Come decrittare un cifrario di Cesare? Innanzitutto, sarebbe molto utile il disco cifrante di Leon Battista Alberti che fa scorrere due cerchi concentrici con due serie di lettere in modo che, scoperta la chiave, lo scorrimento sia molto semplice. Per capire quale è la chiave usata dal messaggio bisogna partire con l’osservazione della ripetizione delle lettere, tenendo […]

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Attualità

Georgia Guidestones: la Stonehenge americana

Nessuno conosce la loro storia, nessuno conosce il nome del loro ideatore. Le Georgia Guidestones sono un monumento in granito ricco di misteri e segreti, ma con tante cose da raccontare. Il monumento è stato costruito con lo scopo di fornire una guida per riedificare il mondo dopo l’Apocalisse. Si tratta di sei enormi blocchi di granito che forniscono le istruzioni in otto lingue diverse su come ricostruire una civiltà in seguito ad un eventuale fine del mondo. Allo stesso tempo questo monumento svolge le funzioni di bussola, calendario e orologio. Stonehenge americana: cosa si nasconde dietro questo monumento? L’opera in granito si trova in Georgia, nella contea di Elbert. Raggiunge i sei metri di altezza grazie alla sei lastre di granito con cui è realizzata e corrisponde ad un peso di 107 tonnellate. Un pilastro a sezione rettangolare è posto al centro, con quattro lastre equidistanti poste a forma di X distorta, mentre su tutte è posta una lastra rettangolare di copertura. Tutta la struttura è allineata astronomicamente. Su una lastra posta un po’ più distante ci sono le note con la storia, le dimensioni e lo scopo del monumento. Essendo posto su una cava in granito molto grande, questo monumento è stato costruito appositamente lì dove si supponeva che potesse resistere a terremoti e ad altri disastri naturali. Perché? Il Georgia Guidestones doveva resistere nelle epoche, nell’attesa della fine del mondo e della sua rinascita. Quel giorno, quel posto della Terra sarebbe stato il punto di partenza da cui ricostruire la nuova civiltà. Nessuno sa chi fu il suo vero ideatore. Nemmeno la proprietà del sito risulta essere chiara. Sui blocchi in granito sono incise dieci regole in inglese, spagnolo, swahili, hindi, ebraico, arabo, cinese e russo. Le incisioni recitano: Mantieni l’Umanità sotto i 500.000.000 in perenne equilibrio con la natura. Guida saggiamente la riproduzione, migliorando salute e diversità. Unisci l’Umanità con una nuova lingua viva. Domina passione, fede, tradizione e tutte le cose con la sobria ragione. Proteggi popoli e nazioni con giuste leggi e tribunali imparziali. Lascia che tutte le nazioni si governino internamente, e risolvi le dispute esterne in un tribunale mondiale. Evita leggi poco importanti e funzionari inutili. Bilancia i diritti personali con i doveri sociali. Apprezza verità, bellezza e amore, ricercando l’armonia con l’infinito. Non essere un cancro sulla terra, lascia spazio alla natura, lascia spazio alla natura. Su ogni lato, in cima, campeggia in quattro lingue antiche – babilonese, greco antico, sanscrito e geroglifici egiziani – la scritta “Lascia che queste pietre siano una guida per un’Era della Ragione”. Insomma, le regole per la costruzione di un mondo migliore. Sulla lapide esplicativa sono spiegati l’orientamento astronomico dell’opera, peso e dimensioni, la data di costruzione e altre informazioni simili. L’iscrizione parla anche del seppellimento di una capsula del tempo sotto la tavoletta ma la data del seppellimento e la presunta data in cui dovrebbe essere riportata alla luce sono lasciate in bianco. In questo messaggio possiamo trovare qualche errore di punteggiatura: sia esso […]

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Notizie curiose

La Befana vien di notte: come, quando e perché?

La Befana è uno dei protagonisti indiscussi del periodo natalizio ed è un personaggio che risale a tradizioni molto antiche e, per questo, molto radicate nella nostra cultura. La vecchietta dell’immaginario collettivo che la notte tra il 5 e il 6 gennaio porta ai bambini dolci e carbone è protagonista di storie e riti che affondano le loro radici in un’epoca precristiana. Come è nata la leggenda della Befana? Il termine Befana è in realtà l’alterazione lessicale di “Epifania” diffusa a partire dalle zone dell’antica Etruria. La figura della vecchietta che porta doni ai bambini al finire delle feste natalizie era un personaggio folcloristico tipico di alcune regioni italiane, conosciuto ormai in tutto il mondo. Secondo la tradizione questa vecchietta dall’umile aspetto, nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, vola sui tetti, si cala dai camini e riempie le calze appese dei bambini. Coloro che si sono comportati bene durante l’anno riceveranno dolciumi e bontà, i cattivi solo carbone. La figura della Befana ha origini molto antiche e, contrariamente a quanto si pensi, antecedenti a quelle cristiane. L’origine è stata connessa ad un insieme di riti propiziatori pagani legati all’agricoltura. Già durante il VII-VI secolo a.C. si credeva che esistessero delle figure femminili che di notte volavano sui campi per propiziare il raccolto. Questa storia è di certo connessa ai cicli stagionali nell’agricoltura; con il passaggio di queste donne il raccolto dell’anno ormai trascorso era pronto per rinascere. Gli antichi romani ereditarono questi riti e li fecero propri, associandoli al loro calendario e celebrando il volo di queste donne durante il periodo tra la fine del solstizio invernale e la ricorrenza del Sol Invictus – divenuta poi il Natale Cristiano. In particolare, la dodicesima notte dopo il solstizio invernale si celebrava il momento di morte e rinascita della natura, così come nelle tradizioni antecedenti. Durante questi 12 giorni di passaggio si continuava a credere che delle figure femminili volassero sui campi coltivati, capitanati questa volta da Diana, dea della caccia e della vegetazione, oppure, per altri, da Abundia, dea dell’abbondanza. Secondo molte interpretazioni la figura della Befana come la conosciamo oggi potrebbe essersi rifatta alla figura celtica di Perchta, una personificazione della natura invernale rappresentata come una vecchia signora con la gobba e il naso adunco, capelli bianchi spettinati e piedi grandi, vestita con abiti e scarpe rotte. Anche lei, aleggiando di notte sui campi per renderli fertili, veniva festeggiata nello stesso periodo della Befana. La tradizione pagana assimilata dalla Chiesa Cattolica In quanto figura pagana, già dal IV secolo d.C. la Chiesa cominciò a ritenere questa credenza satanica. Nel Basso Medioevo la figura della Befana fu ripulita dalle accuse di satanismo e la Befana passò da strega a vecchietta affettuosa sulla scopa volante. Pian piano anche la figura della Befana fu quindi accettata dalla Chiesa. Con l’arrivo di questa vecchietta che “tutte le feste porta via” la Chiesa ha trovato una corrispondenza con il calendario liturgico, dal momento che l’Epifania corrisponde al periodo della fine del Natale […]

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Culturalmente

Giano Bifronte: uno sguardo al passato e uno al futuro

Giano rappresenta una delle più importanti divinità romane, il cui culto risale all’epoca arcaica. È il dio degli inizi, materiali e non ed è sempre raffigurato con due volti, motivo per cui si parla di “Giano Bifronte”. Il dio ha la capacità di guardare il passato ma anche il futuro, di proteggere i varchi e le nuove avventure. Il culto di Giano per gli antichi romani Macrobio e Cicerone facevano derivare il nome del dio dal verbo “ire”, andare. Per Macrobio questa derivazione indicava il costante proseguire, ma in una ciclicità insita nel naturale corso degli eventi. Gli studiosi moderni confermano questa relazione e fanno derivare il nome Giano da “ianua”, porta. La radice da cui proviene il termine ha a che fare ad ogni modo con l’idea di un passaggio, un cambiamento. La figura di Giano è prettamente romana; non esiste un parallelo del dio né nella cultura greca, né in quella etrusca. Date le poche informazioni che abbiamo non possiamo far risalire questa figura nemmeno al culto italico. Tuttavia esiste una relazione con il dio sumero Usmu, il dio dai due volti. Dio degli Dei, Giano creatore, Padre del mattino: sono questi alcuni degli epiteti con cui Giano veniva invocato e che testimoniano la sua importanza nel pantheon romano. In effetti Giano è una divinità spesso associata ed invocata insieme a Iuppiter, padre degli dei. Ciò avveniva perché il suo culto, antichissimo e risalente all’epoca arcaica, voleva che egli fosse stato un dio principale, presente da sempre e per sempre. Per i romani Giano non era figlio di altre divinità ma, definito anche padre degli dei, era sempre esistito. Come racconta Ovidio, egli era presente nei quattro elementi che si separarono tra di loro per dare forma ad ogni cosa. Come iniziatore del mondo Giano è anche appellato con il nome di Creatore. Giano Bifronte nelle rappresentazioni artistiche Uno sguardo al passato e uno al futuro. Giano Bifronte è sempre rappresentato come bicefalo. In epoca classica la sua figura era posta come simbolo sulle porte e sui portali come a custodirne l’entrata e l’uscita. Nella rappresentazione classica egli portava in mano, come i portinai, una chiave e un bastone, mentre le sue due facce erano rivolte nelle due direzioni opposte a sorvegliare entrata e uscita. Alcune rappresentazioni vedono anche un Giano Quadrifronte, con quattro facce rivolte verso i punti cardinali. A Roma i principali luoghi consacrati a Giano erano lo Ianus Geminus, un passaggio coperto intitolato al dio da Numa Pompilio, situato nel Foro, e di cui non abbiamo resti – se non su qualche moneta – e lo Ianus Quadrifrons, un arco a quattro aperture nel Foro Boario. La presenza di Giano nella cultura romana ha lasciato diverse tracce. Secondo la leggenda, Giano fondò la città di Gianicola, e fu proprio lui ad accogliere Saturno nel Lazio. Esiste un’area di Roma chiamata appunto Gianicolo, che affaccia su un lato del Tevere, dove è presente un passaggio naturale. Il dio Bifronte nel Medioevo venne assunto a simbolo di […]

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Notizie curiose

Giganti di Pietra: il mistero di Campana

Nel piccolo paese di Campana, in provincia di Cosenza, si trovano dei megaliti alquanto bizzarri che da tempo danno origine a diverse teorie riguardanti la loro nascita. Questi cosiddetti Giganti di pietra conservano un mistero molto importante: sono semplici pietre modellate dalla natura o forse dietro la loro costruzione c’è lo zampino dell’uomo? Se quest’ultima ipotesi fosse confermata, i Giganti potrebbero davvero riscrivere la storia. Le pietre dell’Incavallicata Ci troviamo in provincia di Cosenza. In questa zona il piccolo paese di Campana è molto famoso in quanto conserva una particolarità che lo rende più unico che raro. Appena fuori dal centro abitato si innalzano due megaliti che hanno dato origine a diverse teorie riguardo la loro origine. I Giganti di pietra di Campana si trovano in un sito immerso nel verde di un parco pubblico e posto a 600 metri di altezza. I due megaliti si trovano proprio lì, uno accanto all’altro, in cima al cosiddetto “Cozzo de li giganti”. La forma dei due megaliti è inequivocabile: uno di essi è l’elefante, l’altro è un uomo seduto di cui però si conserva solo la parte inferiore. Mentre del primo masso roccioso si colgono immediatamente le fattezze, del secondo sono chiaramente visibili solo i piedi.  La verità è che ancora oggi rimangono molti dubbi e misteri riguardo questi megaliti. Se da una parte alcuni sostengono che si tratti di semplici pietre, curiosamente modellate dagli agenti atmosferici, dall’altra troviamo la teoria secondo cui questi massi siano statue scolpite dall’uomo. Se la prima statua raffigura senza dubbio un elefante, la seconda potrebbe raffigurare la parte inferiore di un uomo assiso in trono. I due colossi hanno differenza di due metri; la prima è alta 5,5 metri, la seconda circa 7,50. Si è supposto che, immaginando l’altezza dell’intera statua dell’uomo in trono, è possibile che l’elefante abbia raggiunto la stessa quota portando un altro uomo sul dorso. Se si potesse dimostrare con certezza che queste pietre siano in realtà delle statue, si potrebbe riscoprire qualcosa risalente a tantissimi anni fa, forse perfino ad un’epoca preistorica. Ipotesi e teorie sui Giganti di Pietra Secondo le ricerche di Carmine Petrungaro, l’elefante potrebbe essere legato allo sbarco di Pirro in Calabria, avvenuto nel 281 a.C. Pare che in quell’anno il re fosse giunto nella zona proprio con una mandria di elefanti da guerra e quest’ipotesi è ampiamente avvalorata dai ritrovamenti di monete e reperti conservati oggi nel museo d Reggio Calabria. Un’altra teoria sembra collocare queste pietre alla Seconda Guerra Punica, verso la fine del III secolo a.C. A differenza di Pirro, si sa che Annibale soggiornò per lungo tempo nell’antica Calabria e anche a Sila, ma egli aveva con sé un solo elefante sopravvissuto alle Alpi. Durante la presenza di Annibale nel Sud Italia furono coniate molte monete; esse avevano come simbolo il cavallo, mentre l’elefante fu usato nelle zecche puniche africane e spagnole. In realtà l’ipotesi più affasciante e suggestiva colloca queste sculture in un’epoca ancora più antica: quella preistorica. In effetti l’elefante raffigurato presenta una […]

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Notizie curiose

Il Sarto Volante: la folle impresa di Franz Reichelt

Il Sarto Volante era un inventore austriaco di nome Franz Reichelt. Filmato dai giornalisti mentre si lanciava dal primo piano della Torre Eiffel con un paracadute di sua invenzione, fu il protagonista di una tragica morte che lo rese più famoso di quanto fece la sua invenzione. La storia del Sarto Volante Franz Reichelt nacque a Vienna nel 1878. Trasferitosi a Parigi venti anni dopo, aprì un elegante negozio di abbigliamento femminile che riscosse un discreto successo. Ma la seconda grande passione di Franz era l’aviazione. Dopo il primo volo dei fratelli Wright nel 1903, diversi pionieri, all’epoca, sognavano di poter volare con un equipaggiamento leggero e minimo. Nel 1910 Reichelt sviluppò la sua grande idea: una tuta paracadute. L’invenzione consisteva in un abito che, in caso di caduta, si apriva come un deltaplano, assicurando un impatto più lieve. Un’idea precedente riguardo un dispositivo simile era già stata sviluppata da un certo Lois-Sebastien Lenormand, che nel Settecento si era lanciato con successo dalla torre dell’osservatorio di Montpellier con un abito di sua invenzione in stoffa, collegato ad un telaio in legno. Questa sorta di antecedente del paracadute fu poi ripreso da Charles Broadwick, che inventò nel 1911 un paracadute simile all’attuale, azionabile tramite una cordicella. Dopo aver ideato la sua tuta-paracadute, Reichelt effettuò diversi lanci di prova per sperimentare la sua idea. Egli lanciò dal quinto piano di un palazzo diversi manichini con indosso la sua tuta e le prove, qualche volta, ebbero successo. Incoraggiato da questi piccoli iniziali successi, l’inventore cercò di creare una versione realmente funzionante per l’uomo. Come primo tentativo creò un dispositivo dal peso di 70kg e con una calotta frenante non abbastanza robusta. Imperterrito egli continuò le sue ricerche ma invano; tutte le prove risultavano fallimentari. Reichelt provò in prima persona la sua invenzione, lanciandosi da una distanza di circa 8-10 metri; fu un covone di fieno ad attutire la sua sua caduta. Per il concorso indetto dall’Aéro-Club de France, Reichelt realizzò un prototipo dal peso di 25kg e con un’apertura alare di 12 metri quadri. Siccome le sue prove davano ancora risultati fallimentari, egli pensò che questi risultati fossero dovuti all’altezza da cui i voli venivano effettuati. Per questo motivo chiese autorizzazione alle autorità competenti di poter testare la sua invenzione dalla Torre Eiffel. Il volo dalla Torre Eiffel Correva l’anno 1912 quando Reichelt comunicò ai giornali la sua idea di sperimentazione del paracadute dalla torre francese. L’appuntamento era fissato per il 4 febbraio. Reichelt si presentò con indosso la tuta, che ormai pesava 9kg e aveva raggiunto un’apertura alare di 30 metri quadri. Arrivato sul posto fu ben chiaro alla polizia e ai trenta spettatori presenti che l’inventore non avrebbe provato la sua invenzione utilizzando un manichino ma se stesso. Molti, tra cui un esperto di sicurezza, cercarono di fargli cambiare idea ma egli disse di voler tentare l’esperimento in prima persona “per dimostrare il valore della sua invenzione”. Nonostante una guardia tentò di fermare il disastro imminente, egli salì al primo livello […]

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Notizie curiose

Día de muertos: la festa dei morti che celebra la vita

“La morte è democratica, perché alla fine, la madre, la bruna, i ricchi o i poveri, tutte le persone finiscono per essere teschi” – José Guadalupe Posada.  Il Día de muertos, giorno dei morti, è una festa messicana dalle origini antichissime che si festeggia tra fine ottobre e inizio novembre, in concomitanza con la celebrazione cristiana dei defunti. Sacro e profano sembrano quasi mescolarsi in questa vera e propria festa che, più che celebrare la morte, sembra celebrare la vita. Esplosioni di colori, musica, danze, fiori, altari e travestimenti sono le caratteristiche salienti di questa celebrazione carnevalesca unica nel suo genere. Una tradizione precolombiana La festa del Día de muertos affonda le sue radici nella storia precolombiana ed ha quindi origini antichissime. Quella che viene festeggiata oggi è il risultato di un sincretismo avvenuto tra la cultura preispanica e il cattolicesimo importato dai colonizzatori europei. Il culto dei morti era importantissimo nella tradizione azteca. Nella religione precolombiana non esistevano Paradiso e Inferno e la direzione che il defunto poteva prendere dopo la morte non dipendeva dalla condotta sulla Terra ma dalla modalità con cui era avvenuto il trapasso. Le strade possibili erano tre. I morti in circostanze legate all’acqua (annegamento, edema, pustole…) raggiungevano Tlalocan. I morti in combattimento, i prigionieri sacrificati e le donne morte durante il parto avevano un posto riservato nel cosiddetto paradiso del sole. Mictlan era il posto per le morti naturali. Ai bambini morti, invece, era riservato un luogo speciale dove avrebbero aspettato la fine della razza umana, per essere poi rimandati sulla Terra per ripopolarla. Ancora oggi la celebrazione del Día de muertos avviene in più giorni: il 28 ottobre è dedicato a chi è morto per incidente o cause violente, il 29 ai morti per annegamento, il 30 alle anime solitarie o dimenticate, il 31 ai mai nati o morti prima del battesimo, il 1° novembre ai bambini morti, l’1 e il 2 novembre al ritorno dei defunti sulla terra. I morti nell’ antichità erano celebrati durante il mese di agosto. Quando gli spagnoli arrivarono in America nel XVI secolo, fusero i riti pagani con le nuove celebrazioni cristiane. È per questo che oggi il Día de muertos si celebra a novembre. La tradizione azteca di processioni, danze e altari è però stata mantenuta, nonostante le trasformazioni, ed è arrivata fino ad oggi. Come si commemorano i defunti In genere ai funerali precolombiani si portavano in offerta due tipi di oggetti: quelli che in vita erano stati utilizzati dal defunto e quelli che avrebbero potuto servirgli per il trapasso. Questa tradizione è stata mantenuta negli altari, il simbolo che commemora i defunti nel Día de muertos. Candele, fiori, pane, vino e piatti speciali preparati apposta per gli antenati, coperte e cuscini vengono portati sulle tombe dei defunti e preparati a casa. Qualcuno lascia il letto libero per il defunto durante la notte del 1 novembre. Il simbolo più importante è l’altare, che deve contenere i quattro elementi naturali. L’acqua, fonte di vita, mitiga la […]

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Cucina e Salute

Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Culturalmente

Madonna Litta: fascino e ambiguità del dipinto di Leonardo

Russia, Ermitage di San Pieroburgo, Palace Square numero 2. È in questo luogo meraviglioso che è conservato l’altrettanto straordinario dipinto noto con il nome di “Madonna Litta”. La paternità dell’opera è stata a lungo discussa ma oggi viene attribuita al grande maestro toscano Leonardo Da Vinci. Commissione e concezione del dipinto La datazione dell’opera varia dal 1481 al 1490. Durante questo periodo Leonardo si trovava presso la corte milanese di Ludovico il Modo per occuparsi della miglioria dei canali navigabili della città. La sua presenza nell’attuale capoluogo lombardo diede modo alla prestigiosa famiglia Visconti – allora appena imparentatasi con gli Sforza – di commissionare al genio toscano una Madonna con Bambino. La Madonna passò agli eredi Sforza e, nel 1780 ai Litta, nota famiglia di patrizi milanesi, prendendo così il loro nome. Nel 1865 Antonio Litta Visconti vendette il dipinto allo zar Alessandro II di Russia che, pur di averlo, pagò l’equivalente di 2 milioni e mezzo di euro. L’opera giunse dunque a Mosca e venne trasferita poi all’Ermitage di San Pietroburgo, dove fu esposta solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Madonna Litta: descrizione dell’opera Madonna Litta è un quadro realizzato su una tavola di dimensioni 42×33 cm. Il dipinto rappresenta Maria che allatta il Bambino sorreggendolo e dedicandogli il suo sguardo: la Vergine è ritratta in una posa naturale e disinvolta. La scena ha come sfondo un paesaggio montano che esalta la sacralità del momento. Il modo di vedere l’orizzonte nelle anonime catene montuose sono la firma di Leonardo. La Madonna Leonardesca presenta volto candido e capelli morbidamente intrecciati. Il copricapo con dettagli in foglia d’oro dona lucentezza alla chioma e la stacca dal buio della stanza. La mantella della Madonna riprende il colore del panorama e dona lucentezza al complesso. Il panneggio della veste è in velluto. Dalla veste rossa emerge lievemente e quasi senza protuberanza il seno sinistro, quasi a nascondere la femminilità della Donna; il seno destro, al contrario, è visibile e rigonfio di latte materno. Pudicizia e femminilità. Il Bambino è finemente rappresentato non come neonato ma all’età di circa un anno. Egli osserva un punto fuori dallo schermo, come distratto, mentre è sostenuto dalle mani stabili della Madre. Il corpo in torsione del Bambino è un altro elemento classico Leonardesco. All’altezza del ventre della vergine si nota anche un cardellino, volatile che nell’iconografia cristiana e pagana assume significato spirituale. Una leggenda cristiana narra che un cardellino si fosse poggiato sulla corona di Cristo morente e avesse iniziato ad estrarre le spine dal capo. Compiendo quest’azione il cardellino si sarebbe trafitto con una delle spine, macchiandosi il capo con il sangue di Gesù. Con questa macchia rossa, caratteristica del volatile, egli sarebbe volato verso il cielo, portando al Padre il messaggio della vicina morte di suo figlio. Leonardo inserisce il cardellino come legame indissolubile dell’amore tra madre e figlio. La controversia sulla paternità dell’opera La Madonna Litta deve gran parte della sua fama a quella dose di ambiguità e mistero che spesso contraddistingue i lavori […]

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Attualità

Bioplastiche e plastiche biodegradabili

In un mondo sempre più attento al pianeta in cui una progettazione sostenibile è requisito necessario per ogni nuovo prodotto, le bioplastiche e le plastiche biodegradabili possono giocare un ruolo centrale. Nonostante si tratti di tentativi di miglioramento e non di soluzioni finali, questi nuovi materiali possono fare la differenza. Bioplastiche o plastiche biodegradabili? Spesso si parla di bioplastica come sinonimo della plastica biodegradabile. In realtà i due termini indicano due proprietà dei materiali differenti. La bioplastica intesa come “plastica vegetale” è un materiale interamente o parzialmente ricavato da biomassa vegetale ed è quindi di origine biologica. Ciò significa che, in quanto materiale bio-based, non sono inclusi al suo interno componenti di origine fossile come il carbone o il petrolio. Un materiale biodegradabile, invece, può essere degradato da microrganismi come funghi e batteri in acqua, gas naturali – anidride carbonica, metano – o in biomassa. La biodegradabilità dipende fortemente dalle condizioni ambientali come temperatura, presenza di microrganismi, ossigeno e acqua.  Bioplastica e plastica biodegradabile non sono quindi termini equivalenti e una proprietà non implica necessariamente l’altra. Il PLA – acido polilattico – è una bioplastica biodegradabile; il Bio Pet è ricavato da biomassa ma non si degrada biologicamente; il PBS proviene da fonte fossile ma è biodegradabile. Come distinguere dunque un prodotto bio-based da uno che si degrada in natura? La dicitura “biodegradabile” sull’etichetta deve essere legata ad una norma che specifica le condizioni e il tempo di biodegradazione. Un prodotto che soddisfa esplicitamente la norma EN 13432 può essere smaltito nella frazione umida, in quanto biodegradabile e compostabile. Un esempio di prodotto biodegradabile e compostabile è la shopper distribuita nei supermercati. Questi materiali non fanno male all’ambiente? Ci sono due principali vantaggi dei prodotti in plastica bio-based e biodegradabili rispetto alle loro versioni convenzionali: risparmio di risorse non rinnovabili e recupero alla fine della vita di un prodotto. L’utilizzo di risorse che si rigenerano naturalmente e la progettazione di un ciclo vita di un prodotto “dalla culla alla culla”, fanno sì che le plastiche bio siano di gran lunga preferite a quelle tradizionali. Nonostante gli importanti traguardi raggiunti e le sperimentazioni ancora in corso, è importante ricordare che anche le plastiche bio non sono innocue; hanno un impatto ambientale inferiore rispetto alla plastica tradizionale, ma non pari a zero. La produzione delle materie prime per le bioplastiche non è senza conseguenze. Eutrofizzazione e acidificazione del terreno per le coltivazioni della materia prima sono solo alcuni degli effetti collaterali del processo. Nel caso dei materiali biodegradabili si noti, invece, che il completo processo che porta alla degradazione del rifiuto non è immediato né rapido. Ogni rifiuto, di qualsiasi materiale esso sia, è pur sempre un rifiuto per l’ambiente. Ad ogni modo si tratta di soluzioni che rappresentano un aiuto per il pianeta e un passo in avanti per la società. Il punto che oggi gioca più a sfavore nella scelta di una plastica bio è il prezzo sul mercato. Mentre il costo delle materie polimeriche basate su risorse fossili dipende […]

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Notizie curiose

Rumore bianco: il muro di energia sonora

Il ticchettio della pioggia, lo scorrere di un fiume, il fruscio di una brezza, il suono di un asciugacapelli acceso, di un ventilatore, di una cappa da cucina. Sono tutti esempi del cosiddetto rumore bianco. Si tratta di un suono caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze. Statico, monotono, costante Rumore bianco è un suono caratterizzato da uno spettro costante. Il nome “bianco” deriva dalle proprietà dello specchio di luce bianca, costante perché formata dalla sovrapposizione delle onde elettromagnetiche di tutte le frequenze visibili e di intensità simile ad ogni frequenza. In realtà il rumore bianco vero e proprio, per definizione, è un’idealizzazione: nessun sistema è in grado di generare uno spettro uniforme per tutte le frequenze. Quando parliamo di rumore bianco nella vita di tutti i giorni ci riferiamo dunque ad un intervallo di frequenze. I rumori a spettro costante che ascoltiamo ogni giorno sono suoni che, con il loro basso flusso sonoro e volume contenuto, riescono a nascondere i rumori disturbanti e a indurre nell’uomo un naturale senso di rilassamento. Coprendo i rumori quotidiani con un qualsiasi tipo di rumore bianco, i primi risulteranno come ovattati. È una sorta di scudo dalle distrazioni sonore che risultano quindi camuffate da questo rumore statico, monotono, costante. Secondo le parole del neuroscienziato statunitense Seth Horowitz «Il rumore bianco è un muro di energia sonora, senza schemi». Come sono utilizzate le proprietà del rumore bianco? Questo tipo di rumore è utilizzato in alcune discipline come l’econometria o l’ingegneria, dove è impiegato per verificare la risposta in frequenza di sistemi acustici e sonori. Nella vita di tutti i giorni questi suoni sono usati per favorire il sonno di grandi e piccini. Si tratta infatti di un rumore cullante che rilassa i muscoli e concilia il sonno. Il rumore bianco è quindi molto utilizzato anche nella vita domestica e, in particolare, nel momento del riposo. Si tratta di tecniche di rilassamento pensate per far calmare i neonati ma che si sono rivelati una tecnica efficiente anche per gli adulti. Il rumore bianco, mascherando gli altri rumori, funge da sorta di ninna nanna per il cervello. A tal proposito, in commercio esistono molti apparecchi generatori di rumore bianco o, ancora più semplicemente, molte playlist e applicazioni destinate a questo scopo. Basta ascoltare il rumore della pioggia, lo scorrere dell’acqua, il suono del vento per sentirsi più rilassati. Allo stesso tempo però il rumore bianco è usato anche per scopi totalmente opposti. Esso è impiegato nelle strategie di sound masking per mascherare il suono indesiderato in determinati ambienti. Le tecniche di sound masking sono volte a coprire i rumori all’interno di ristoranti e uffici per aumentare il comfort e diminuire la distrazione. Si tratta di un controllo del suono cosiddetto “passivo” in quanto non si basa sulle tecniche di cancellazione del rumore ma, piuttosto, di camuffamento. Con questo scopo, oltre che i rumori bianchi, vengono adoperati anche i cosiddetti rumori rosa, in cui le componenti a bassa […]

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Attualità

Earth Overshoot Day: il giorno del debito ecologico

Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto, con ben tre settimane di ritardo rispetto al previsto. L’impatto sull’ambiente del Covid-19 ha rallentato il consumo delle risorse annuali prodotte dal pianeta e ha dimostrato che la differenza può essere fatta, eccome! L’Earth Overshoot Day è una stima del giorno in cui l’umanità consuma integralmente le risorse prodotte dal pianeta in un anno. Il giorno del debito ecologico indica quindi la data annuale in cui la domanda di risorse naturali dell’umanità supera la capacità di rigenerazione degli ecosistemi terrestri. In altre parole dal 22 agosto 2020 le risorse prodotte dal pianeta in quest’anno sono state esaurite e, da quel giorno, la popolazione mondiale consuma le risorse che sarebbero spettate alle generazioni future. Come si calcola il giorno del debito ecologico? A determinare il giorno del debito ecologico è la Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che si occupa di misurare la biocapacità della Terra e di metterla in relazione al consumo dell’umanità. La biocapacità del pianeta, ossia la quantità di risorse ecologiche che la Terra genera ogni anno, è divisa per l’impronta ecologica dell’umanità – ossia la domanda – nello stesso anno. Il risultato, moltiplicato per 365 è pari al numero di giorni in un anno in cui la Terra offre più risorse di quanto l’uomo ne consumi. Dunque l’Overshoot Day segna  il giorno in cui i due valori si eguagliano e, di conseguenza, il giorno dell’anno in cui entriamo in debito con la Terra e le generazioni future. È un calcolo che tiene conto delle entrate e delle spese. L’offerta globale è rappresentata dalle aree di terra e mare biologicamente produttive, comprese terre forestali, pascoli, terre coltivate, zone di pesca e terre edificate. La domanda è data dalla richiesta della popolazione di prodotti alimentari e fibre vegetali, bestiame e prodotti ittici, legname, spazio per infrastrutture urbane e così via. Se la domanda di risorse supera l’offerta, siamo in deficit ecologico. E questo accade ogni anno e, quasi ogni anno, prima dell’anno precedente. Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto La prima campagna globale a sensibilizzazione del tema fu lanciata nel 2006. Il WWF, la più grande organizzazione di conservazione del mondo, partecipa all’Earth Overshoot Day dal 2007. Dal 2006 il giorno del deficit si era anticipato sempre più, con poche e lievi eccezioni. È dunque la prima volta dopo 14 anni che l’umanità riesce a posticipare di tre settimane la data dell’Overshoot Day – di certo non per merito suo. Per calcolare il giorno del deficit in questo particolare 2020, il Global Footprint Network ha tenuto conto degli impatti della pandemia da Covid-19 e ha formulato ipotesi più ragionevoli sul rapporto offerta-domanda. Le variazioni di emissioni di carbonio, prodotti forestali, domanda alimentare e così via hanno modificato la situazione. Il team di ricerca ha registrato una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica globale rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’Earth Overshoot Day è stato fissato dunque al 22 agosto, tre settimane prima della data inizialmente […]

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Culturalmente

Design giapponese: le caratteristiche dello stile nipponico

Quali sono le principali caratteristiche del design giapponese e cosa lo rende così affascinante agli occhi della cultura occidentale? Si tratta di una lontana cultura in cui possiamo riconoscere innovazione tecnologica, simbiosi con la natura, ricerca di un’armonia formale data da uno stile sobrio e dall’elevata qualità tecnica dei prodotti. Estetica raffinata, organizzazione razionale dello spazio, miniaturizzazione, design pieghevole e modulare. Ecco quali sono le principali caratteristiche dello stile nipponico. Il design giapponese e il suo legame con l’Occidente Il design giapponese affonda le sue radici nella religione scintoista. Secondo il credo dei suoi fedeli non vi è un dio che ha creato la natura ma dio stesso nasce con l’universo ed è immesso in esso. Questa credenza ha determinato un forte rapporto con il concetto di estetica, intesa come armonia compresa nella natura. Il design giapponese non nasce, come in Occidente, dall’idea etica del miglioramento della qualità di un prodotto ma, piuttosto, nella ricerca dell’armonia ritrova anche l’etica. Il design giapponese ha iniziato un periodo di modernizzazione con la salita al trono del principe Mutsuhito e l’inizio dell’Era Meiji (l’epoca illuminata, dal 1868 al 1912). In questo periodo il Giappone si è aperto al mondo occidentale e ha avuto inizio un crescente e reciproco scambio tra culture. Un esempio è dato dalla produzione del designer Christopher Dresser che viaggiò in Giappone per apprendere da esso la grande cultura nell’uso della materia. Lo stesso avvenne nel 1905 con l’architetto Frank Lloyd Wright che rimase colpito dal legame della casa giapponese con la natura; è da questi viaggi che egli sviluppò la sua concezione di architettura organica fusa con l’esterno. Nel primo decennio del Novecento si assiste in Giappone alla nascita e allo sviluppo di alcune grandi industrie elettriche, dando il via a quella produzione che oggi rende la nazione una grande potenza mondiale. Nel 1926 fu fondata in Giappone l’Associazione per l’arte popolare il cui intento era quello di riscoprire la bellezza, l’essenzialità e la razionalità degli antichi oggetti d’uso quotidiano giapponesi, costruiti da artigiani anonimi. L’arte popolare e l’antica tradizione giapponese sono al centro dello stile di questa nazione. Sobrietà e qualità: le parole chiave dello stile giapponese Le caratteristiche del design giapponese si trovano in tutti i campi della progettazione. Nell’architettura troviamo un senso di diffusa leggerezza, data dalla disposizione degli arredi che dal centro della stanza si estendono verso l’esterno. Un altro topic dell’architettura giapponese è la modularità: gli elementi sono separati e assemblati assieme a seconda delle esigenze. In questo contesto notiamo un forte interesse per l’oggetto pieghevole, strettamente legato alla cultura nipponica per il richiamo all’arte del piegare, l’origami. Anche spostandoci sulla categoria degli oggetti d’uso, notiamo che una delle caratteristiche maggiori del design giapponese è la tendenza al prodotto leggero, piccolo e, ancora una volta, modulare. Questa tendenza fa sì che i prodotti giapponesi – spesso anche oggetti anonimi – siano molto curati. Il principale materiale utilizzato in ogni campo della progettazione e ad ogni scala è il legno, spesso di bambù, sandalo o […]

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Attualità

Design italiano: le tappe salienti del Made in Italy

Quando parliamo di design italiano facciamo riferimento a tutte le forme di disegno industriale, realizzate in Italia in ogni settore della progettazione e che hanno reso la produzione italiana riconoscibile agli occhi del mondo. Arredi, progettazione urbana, fashion e prodotti Made in Italy hanno posto le basi per un modo di progettare “all’italiana” caratterizzato da un processo di innovazione industriale e tecnologica capace di coniugare la tradizione con la modernità. La nascita del design italiano Tutto ha inizio con la Rivoluzione Industriale, avvenuta in Italia in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dopo l’Unità d’Italia, nonostante il lento consolidamento dell’industria cotoniera e degli opifici, soprattutto al nord, non si poteva ancora parlare di industrializzazione. Dal 1880 iniziarono a svolgersi in Italia fiere ed esposizioni di settore e iniziò a crearsi una certa cultura del design industriale tramite le prime forme di educazione all’argomento. Nel 1863 viene fondato il Politecnico di Milano. Intorno al 1910 la ricerca e la sperimentazione italiana sull’asse dell’autovettura e dell’aereo diventano centrali. È in questo periodo che nascono la FIAT (1899), la Lancia (1908) e l’A.L.F.A. (1910). L’Italia diventa subito famosa per questa declinazione del disegno industriale. La Ricostruzione Futurista dell’Universo estese le istanze di rinnovamento al mondo dell’arredo, che si caratterizza per la linea che esprime velocità e per il colore. Nasce il concetto di abitare svelto, creato con tecniche costruttive veloci e semplici, aiutate dagli impieghi successivi del tubo di metallo curvato che permette la creazione di arredi molto industriali. Negli anni ’30 il modello del Taylorismo di concretizzò nella produzione della Fiat Topolino, progettata da Dante Giacosa. Nel campo meccanico la Olivetti – soprattutto sotto la direzione dell’illuminato erede Adriano – ebbe notevole sviluppo nel settore delle macchine da scrivere, la Necchi in quello delle macchine per cucire. Le date convenzionali scelte per ricordare la nascita del disegno industriale vero e proprio in Italia sono quelle della fondazione della Biennale di Monza del 1930 e della Triennale di Milano nel 1933. Si tratta del periodo del primo elettrotreno, dei primi elicotteri e, dopo la seconda guerra mondiale, dell’aumento esponenziale della produzione di massa. In questo periodo la popolazione italiana inizia a familiarizzare appieno con i prodotti di massa grazie all’immissione sul mercato di articoli di arredamento prodotti in serie. Gli anni d’oro per il design Made in Italy Il 1947 vede la consacrazione internazionale del design italiano con la VIII Triennale di Milano; è da quest’anno che il made in Italy comincia a conoscere il suo successo a livello internazionale. Proprio un anno prima veniva brevettata la Vespa della Piaggio, dell’ingegnere Corradino D’Ascanio, che sancisce l’inizio del successo dello scooter, un nuovo mezzo di trasporto per gli spostamenti di breve distanza. È invece del 1947 la sua eterna rivale, ovvero la Lambretta della Innocenti, disegnata da Cesare Pallavicino. Si tratta di invenzioni iconiche per il mondo del design mondiale e di veri e propri oggetti che hanno cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone. Fu durante gli anni ’50 che […]

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Notizie curiose

Oggetti anonimi: il mondo del No Name Design

Gli oggetti anonimi sono prodotti e oggetti che usiamo ogni giorno e di cui non conosciamo il progettista né, spesso, l’azienda produttrice. Il mondo degli oggetti anonimi è un universo di prodotti sconosciuti, ma con tante intelligenti componenti di progettazione; si tratta ad esempio di tools per l’utilizzo quotidiano, strumenti semplici ed efficaci in cui, osservandoli, possiamo riconoscere valore. Come riconoscere gli oggetti anonimi? In un momento storico in cui la firma è tutto e il brand di un prodotto indica uno status symbol, gli oggetti anonimi si collocano controcorrente. Essi sono prodotti che spesso passano inosservati ma allo stesso tempo sono dei veri e propri evergreen, perché risolvono un problema reale in maniera semplice ed efficiente. Le virtù del design anonimo sono viste come un modello dai designer per l’intelligente progettazione che ha reso i prodotti indispensabili nelle attività quotidiane. La Moka Bialetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il cappello Borsalino, la pentola a pressione, il gelato “La coppa del nonno”, la bottiglietta del Campari Soda, la puntina da disegno, il coltellino svizzero, la cerniera Zip, la sdraio da spiaggia, i contenitori Tupperware, il Walkman, molti modelli di orologio Swatch e di occhiali Persol. Questa è la piccola lista di oggetti anonimi proposta dall’associazione disegno industriale italiana ADI. In tutti questi casi il designer di prodotto non è noto e spesso ciò avviene anche per la prima ditta produttrice. Piuttosto è possibile considerare questi oggetti come il risultato di un progetto nato innanzitutto da un’esigenza funzionale. Gli oggetti anonimi risolvono un problema, svolgono il loro lavoro. Nella loro progettazione sono stati considerati gli aspetti economici, di produzione, distribuzione, comunicazione e commercializzazione. La forma data allo strumento è assolutamente adatta allo scopo: semplice, ergonomica al punto giusto, essenziale. Mostre e pubblicazioni sul No Name Design Per quanto anonimi, gli oggetti di questo tipo destano molta curiosità da parte dei designer ma anche dei consumatori. Molte mostre e pubblicazioni sono state dedicate a questi artefatti, ripercorrendo la loro storia ed evoluzione dall’età pre-industriale – e quindi precedente al design industriale – fino ai giorni nostri. Il più famoso collezionista di oggetti anonimi è stato Achille Castiglioni, uno dei più famosi designer di sempre. Nel suo studio egli collezionava gli oggetti anonimi raccolti durante il corso della sua vita. Per celebrare il suo centesimo compleanno, la Fondazione Achille Castiglioni ha organizzato una mostra curata da Chiara Alessi e Domitilla Dardi incentrata proprio sul tema degli oggetti anonimi. Per questo evento è stato chiesto a cento designer italiani e internazionali di donare un loro oggetto anonimo per il maestro Castiglioni. L’evento, chiamato “100×100”, ha raccolto questi oggetti che avrebbero sicuramente destato curiosità nel collezionista, quella curiosità che lo spingeva ad indagare tali artefatti per trovare ispirazione dalla loro funzionalità. Un altro noto nome di collezionista di oggetti anonimi è Franco Clivio, designer e insegnante, in particolare alla Hochschule für Gestaltung di Zurigo. Egli ha raccolto per decenni tutti quegli oggetti di uso quotidiano spesso considerati insignificanti e ha creato una collezione personale […]

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Fun e Tech

Do It Yourself: la logica del design fai da te

Conosciuto anche con l’abbreviazione DIY, il Do It Yourself design è la progettazione di un oggetto, in cui il cliente è parte attiva nel processo di realizzazione. Una sorta di ritorno alle origini, un invito al bricolage, a prendere in mano gli attrezzi e divertirsi, rendendosi parte fondamentale del processo creativo. La diffusione del Do It Youself è una costante conferma sul mercato e, per molte aziende, questa caratteristica è stata la chiave del successo. L’apprezzamento del DIY è dovuto ad aspetti progettuali che tengono conto del fattore educativo ed economico del prodotto realizzato. Un oggetto pensato nella logica del fai da te può essere assemblato dall’utente, non più semplice e passivo acquirente, e, allo stesso tempo, consente un più efficiente, economico e sostenibile processo di distribuzione del prodotto. L’evoluzione della logica Do It Yourself Il fai da te nasce ovviamente con l’uomo. Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le rovine di una struttura greca del VI secolo a.C. nell’Italia meridionale, che sembravano riportare istruzioni dettagliate per l’assemblaggio e che sono state chiamate gli “antichi edifici IKEA”. La frase “do it yourself” è diventata un’espressione di uso comune negli anni ’50, in riferimento alla tendenza delle persone ad applicare dei miglioramenti alla propria abitazione con piccoli progetti di bricolage creativi ed economici. Adesso il fai da te assume il significato di progettazione in cui il cliente è co-designer e può creare, personalizzare o riparare oggetti con semplici strumenti e senza una formazione specifica ma, ad esempio, con delle istruzioni semplici ed efficaci. Il fai da te assume rilievo anche quando gli artisti hanno iniziato a combattere contro la logica della produzione di massa standardizzata. Negli anni ’60 e ’70 iniziano a comparire libri e riviste sui metodi di costruzione e decorazione della casa in modalità DIY. Ma è con l’avvento del digitale che questo tipo di iniziative hanno visto un vero e proprio boom: oggi sono disponibili online tantissimi progetti fai da te sulle piattaforme più disparate. Legato a questo tema c’è la pratica dell’hand-made, il fatto a mano. Prendere scarti di materiali e di oggetti e dargli nuova vita è una vera e propria pratica etica. L’attenzione è rivolta ancora una volta all’ambiente e alla riduzione di sprechi, tematiche molto ricorrenti nel filone del design sostenibile. Uno dei campi applicativi in cui la logica del fai da te è considerata estremamente importante è il mondo del giocattolo. Si pensi per esempio alle costruzioni Lego: il progettista fornisce il materiale e le istruzioni per costruire una casa o un aeroplano ma sta al bambino realizzare il prodotto. Questo importante processo educativo che si svolge con la pratica del costruire permette al bambino di sprigionare anche la sua creatività e di modificare e, perché no, migliorare il progetto del designer. Applicazioni del DIY Il design fai da te può essere applicato in ogni ambito progettuale: dal settore moda al prodotto, dall’arredo all’allestimento. Internet è ricco di progetti, spesso pubblicati anche gratuitamente, in cui il designer fornisce le istruzioni per la […]

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Fun e Tech

Design sostenibile: la progettazione attenta all’ambiente

Uno dei principali topic del design contemporaneo è quello del design sostenibile, la progettazione intelligente di un prodotto o un sistema in perfetta armonia e rispetto per l’ambiente. L’obiettivo è quello di eliminare o ridurre sempre più l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente. Come? Progettando soluzioni innovative e sostenibili incentrate su temi di riduzione, riuso, riciclo, assemblaggio del prodotto, opportune scelte di materiali, utilizzo di energie rinnovabili e riduzione di emissioni nocive. Quando e come nasce il design sostenibile? Si inizia a parlare di sostenibilità contestualmente al processo di cambiamento climatico e inquinamento ambientale che da anni ormai è tema di attualità. Se da un lato sempre più persone combattono per i diritti dell’ambiente con scioperi climatici e manifestazioni attiviste, dall’altro i designer cercano soluzioni silenziose progettando nei laboratori e nei politecnici soluzioni pratiche e assolutamente determinanti. I problemi di salvaguardia della biodiversità, inquinamento, scioglimento delle acque, disastri ambientali, emissione di sostanze tossiche e così via hanno destato interesse a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di sostenibilità viene introdotto nella prima conferenza ONU sull’ambiente del 1972. Il suo significato esce dalla sfera ecologica per estendersi sull’economia e sul campo sociale. Dal tema della sostenibilità si sviluppa così l’idea di sviluppo sostenibile. Si sente parlare di questo concetto nel Brundtland report del 1987. Vengono definiti così degli obiettivi che prevedono un generale benessere costante e crescente e una salvaguardia della qualità della vita per le generazioni future. Si comprende che il significato di progresso umano significa in qualche modo cambiare strada e operare controcorrente. Entra così in gioco il design, culla da cui nascono tutte le idee progettate dall’uomo. Progettare un prodotto che rispetti l’ambiente produrrà benefici non solo sul territorio ma anche sul benessere e la salute dei suoi abitanti. Lo sviluppo sostenibile viene dunque progettato nei politecnici perché l’uomo ha il dovere e la responsabilità di trovare soluzioni pratiche ed effettive al grande problema di quest’epoca. Può il design salvare il mondo? Certo che sì. Utilizzo di materiali biodegradabili, progettazione dei processi di riciclaggio, ideazione di un prodotto con un lungo ciclo di vita, riutilizzo e minimizzazione degli scarti produttivi. Questi sono solo alcuni dei temi che interessano il designer oggi e che egli non può assolutamente non considerare. Tutto deve essere design sostenibile. Il pensare sostenibile è ideare l’innovazione che fa bene all’ambiente. Si tratta di un approccio basato sul rispetto per l’ambiente e le persone, con lo scopo di benessere collettivo. Non esiste alcun prodotto o servizio che oggi possa essere pensato senza tener conto di questi vincoli. Il design sostenibile per essere efficiente deve essere progettato in ogni minima parte nel rispetto dell’ambiente circostante. Risale al 2002 il libro-manifesto Cradle to Cradle: Remaking the way we make things scritto da Michael Braungart, chimico tedesco, e William McDonough, architetto americano. Il principio professato è quello di una progettazione che non sia più pensata “dalla culla alla tomba” ma “dalla culla alla culla”. Questo significa che è compito e dovere del designer progettare prodotti che, una volta […]

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