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Eroica Fenice

Notizie curiose

Día de muertos: la festa dei morti che celebra la vita

“La morte è democratica, perché alla fine, la madre, la bruna, i ricchi o i poveri, tutte le persone finiscono per essere teschi” – José Guadalupe Posada.  Il Día de muertos, giorno dei morti, è una festa messicana dalle origini antichissime che si festeggia tra fine ottobre e inizio novembre, in concomitanza con la celebrazione cristiana dei defunti. Sacro e profano sembrano quasi mescolarsi in questa vera e propria festa che, più che celebrare la morte, sembra celebrare la vita. Esplosioni di colori, musica, danze, fiori, altari e travestimenti sono le caratteristiche salienti di questa celebrazione carnevalesca unica nel suo genere. Una tradizione precolombiana La festa del Día de muertos affonda le sue radici nella storia precolombiana ed ha quindi origini antichissime. Quella che viene festeggiata oggi è il risultato di un sincretismo avvenuto tra la cultura preispanica e il cattolicesimo importato dai colonizzatori europei. Il culto dei morti era importantissimo nella tradizione azteca. Nella religione precolombiana non esistevano Paradiso e Inferno e la direzione che il defunto poteva prendere dopo la morte non dipendeva dalla condotta sulla Terra ma dalla modalità con cui era avvenuto il trapasso. Le strade possibili erano tre. I morti in circostanze legate all’acqua (annegamento, edema, pustole…) raggiungevano Tlalocan. I morti in combattimento, i prigionieri sacrificati e le donne morte durante il parto avevano un posto riservato nel cosiddetto paradiso del sole. Mictlan era il posto per le morti naturali. Ai bambini morti, invece, era riservato un luogo speciale dove avrebbero aspettato la fine della razza umana, per essere poi rimandati sulla Terra per ripopolarla. Ancora oggi la celebrazione del Día de muertos avviene in più giorni: il 28 ottobre è dedicato a chi è morto per incidente o cause violente, il 29 ai morti per annegamento, il 30 alle anime solitarie o dimenticate, il 31 ai mai nati o morti prima del battesimo, il 1° novembre ai bambini morti, l’1 e il 2 novembre al ritorno dei defunti sulla terra. I morti nell’ antichità erano celebrati durante il mese di agosto. Quando gli spagnoli arrivarono in America nel XVI secolo, fusero i riti pagani con le nuove celebrazioni cristiane. È per questo che oggi il Día de muertos si celebra a novembre. La tradizione azteca di processioni, danze e altari è però stata mantenuta, nonostante le trasformazioni, ed è arrivata fino ad oggi. Come si commemorano i defunti In genere ai funerali precolombiani si portavano in offerta due tipi di oggetti: quelli che in vita erano stati utilizzati dal defunto e quelli che avrebbero potuto servirgli per il trapasso. Questa tradizione è stata mantenuta negli altari, il simbolo che commemora i defunti nel Día de muertos. Candele, fiori, pane, vino e piatti speciali preparati apposta per gli antenati, coperte e cuscini vengono portati sulle tombe dei defunti e preparati a casa. Qualcuno lascia il letto libero per il defunto durante la notte del 1 novembre. Il simbolo più importante è l’altare, che deve contenere i quattro elementi naturali. L’acqua, fonte di vita, mitiga la […]

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Cucina e Salute

Cosmetici naturali: acquisti consapevoli e prodotti fai da te

Cosa sappiamo dei cosmetici naturali? Come riconoscere acquistare un prodotto (davvero) biologico? In questo articolo tutte le informazioni necessarie per una giusta scelta e consigli e ricette per qualche cosmetico naturale fai da te. Che differenza c’è tra naturale e biologico? Come leggere l’INCI di un prodotto Innanzitutto occorre chiarire che differenza intercorre tra prodotti considerati naturali e quelli biologici. La parola “naturale” non è strettamente regolata da normative: qualsiasi azienda può affermare che il proprio prodotto sia naturale. I cosmetici biologici hanno invece una definizione rigorosa, regolata da normative ben precise. AIAB (Associazione Italiana Agricoltura Biologica) in Italia, CFDA (Food and Drug Administration) negli USA, sono alcuni dei certificatori più comuni. L’ente certificatore più utilizzato in Europa è COSMOS, che definisce un prodotto biologico basandosi su elementi che vanno dall’origine e lavorazione degli ingredienti, fino a stoccaggio, imballaggio, etichettatura. Per definire un prodotto biologico, OSMOS e AIAB richiedono che il 95% dei suoi ingredienti debba essere di origine naturale; FI-Natura vuole che il restante 5% sia composto da ingredienti approvati per cosmetici naturali. In generale, tra gli ingredienti non possono esserci elementi geneticamente modificati, sostanze controverse, parabeni e ftalati, colori o profumi sintetici. In realtà, definire un prodotto più o meno naturale non dipende solo dalla certificazione. Si pensi che la maggior parte degli ingredienti per la cura della pelle è a base d’acqua; l’acqua è ritenuta naturale ma non organica e quindi non biologica. Di conseguenza un prodotto biologico all’85% e composto da acqua per la restante parte potrebbe essere migliore di uno con una percentuale di ingredienti biologici maggiore. La chiave sta nella lettura degli ingredienti del prodotto, ossia l’indice INCI – International Nomenclature of Cosmetic Ingredients. Questo acronimo viene utilizzato per indicare gli ingredienti di un prodotto per la cosmesi, elencati in ordine decrescente, tenendo conto della loro concentrazione. La prima regola da seguire è quindi trovare un INCI che abbia al primo posto ingredienti naturali, meglio ancora se con certificazione biologica. Gli ingredienti biologici certificati provengono da agricoltura biologica e quindi non sono stati prodotti con l’utilizzo di pesticidi, fertilizzanti o protezioni chimiche. Gli ingredienti naturali sono i materiali non sintetizzati in laboratorio: acqua, sale, argilla, erbe selvatiche, bacche, anche non coltivate biologicamente. Anche cera d’api e miele sono naturali ma non biologici. Nel caso in cui si cerchi un prodotto vegano bisognerà fare attenzione anche a questo aspetto. Alcuni dei migliori brand produttori di cosmetici naturali Sicuramente una delle marche più famose oggi per i suoi “Fresh Handmade Cosmetics” è Lush, un brand che punta sull’aspetto green del prodotto, non utilizza packaging, ingredienti animali né testati su animali. Negli INCI di prodotto, consultabili sul sito in tutta trasparenza, le sostanze vegetali sono scritte in verde mentre in nero quelle sintetizzate. Queste ultime tuttavia, a loro parere sicure, sono spesso coloranti e tensioattivi sintetici, parabeni e allergeni. A prestare più attenzione a questo aspetto sono marche meno commerciali e meno famose che allo stesso tempo mantengono un onesto rapporto qualità-prezzo. Vovees è un perfetto esempio […]

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Culturalmente

Madonna Litta: fascino e ambiguità del dipinto di Leonardo

Russia, Ermitage di San Pieroburgo, Palace Square numero 2. È in questo luogo meraviglioso che è conservato l’altrettanto straordinario dipinto noto con il nome di “Madonna Litta”. La paternità dell’opera è stata a lungo discussa ma oggi viene attribuita al grande maestro toscano Leonardo Da Vinci. Commissione e concezione del dipinto La datazione dell’opera varia dal 1481 al 1490. Durante questo periodo Leonardo si trovava presso la corte milanese di Ludovico il Modo per occuparsi della miglioria dei canali navigabili della città. La sua presenza nell’attuale capoluogo lombardo diede modo alla prestigiosa famiglia Visconti – allora appena imparentatasi con gli Sforza – di commissionare al genio toscano una Madonna con Bambino. La Madonna passò agli eredi Sforza e, nel 1780 ai Litta, nota famiglia di patrizi milanesi, prendendo così il loro nome. Nel 1865 Antonio Litta Visconti vendette il dipinto allo zar Alessandro II di Russia che, pur di averlo, pagò l’equivalente di 2 milioni e mezzo di euro. L’opera giunse dunque a Mosca e venne trasferita poi all’Ermitage di San Pietroburgo, dove fu esposta solo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Madonna Litta: descrizione dell’opera Madonna Litta è un quadro realizzato su una tavola di dimensioni 42×33 cm. Il dipinto rappresenta Maria che allatta il Bambino sorreggendolo e dedicandogli il suo sguardo: la Vergine è ritratta in una posa naturale e disinvolta. La scena ha come sfondo un paesaggio montano che esalta la sacralità del momento. Il modo di vedere l’orizzonte nelle anonime catene montuose sono la firma di Leonardo. La Madonna Leonardesca presenta volto candido e capelli morbidamente intrecciati. Il copricapo con dettagli in foglia d’oro dona lucentezza alla chioma e la stacca dal buio della stanza. La mantella della Madonna riprende il colore del panorama e dona lucentezza al complesso. Il panneggio della veste è in velluto. Dalla veste rossa emerge lievemente e quasi senza protuberanza il seno sinistro, quasi a nascondere la femminilità della Donna; il seno destro, al contrario, è visibile e rigonfio di latte materno. Pudicizia e femminilità. Il Bambino è finemente rappresentato non come neonato ma all’età di circa un anno. Egli osserva un punto fuori dallo schermo, come distratto, mentre è sostenuto dalle mani stabili della Madre. Il corpo in torsione del Bambino è un altro elemento classico Leonardesco. All’altezza del ventre della vergine si nota anche un cardellino, volatile che nell’iconografia cristiana e pagana assume significato spirituale. Una leggenda cristiana narra che un cardellino si fosse poggiato sulla corona di Cristo morente e avesse iniziato ad estrarre le spine dal capo. Compiendo quest’azione il cardellino si sarebbe trafitto con una delle spine, macchiandosi il capo con il sangue di Gesù. Con questa macchia rossa, caratteristica del volatile, egli sarebbe volato verso il cielo, portando al Padre il messaggio della vicina morte di suo figlio. Leonardo inserisce il cardellino come legame indissolubile dell’amore tra madre e figlio. La controversia sulla paternità dell’opera La Madonna Litta deve gran parte della sua fama a quella dose di ambiguità e mistero che spesso contraddistingue i lavori […]

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Attualità

Bioplastiche e plastiche biodegradabili

In un mondo sempre più attento al pianeta in cui una progettazione sostenibile è requisito necessario per ogni nuovo prodotto, le bioplastiche e le plastiche biodegradabili possono giocare un ruolo centrale. Nonostante si tratti di tentativi di miglioramento e non di soluzioni finali, questi nuovi materiali possono fare la differenza. Bioplastiche o plastiche biodegradabili? Spesso si parla di bioplastica come sinonimo della plastica biodegradabile. In realtà i due termini indicano due proprietà dei materiali differenti. La bioplastica intesa come “plastica vegetale” è un materiale interamente o parzialmente ricavato da biomassa vegetale ed è quindi di origine biologica. Ciò significa che, in quanto materiale bio-based, non sono inclusi al suo interno componenti di origine fossile come il carbone o il petrolio. Un materiale biodegradabile, invece, può essere degradato da microrganismi come funghi e batteri in acqua, gas naturali – anidride carbonica, metano – o in biomassa. La biodegradabilità dipende fortemente dalle condizioni ambientali come temperatura, presenza di microrganismi, ossigeno e acqua.  Bioplastica e plastica biodegradabile non sono quindi termini equivalenti e una proprietà non implica necessariamente l’altra. Il PLA – acido polilattico – è una bioplastica biodegradabile; il Bio Pet è ricavato da biomassa ma non si degrada biologicamente; il PBS proviene da fonte fossile ma è biodegradabile. Come distinguere dunque un prodotto bio-based da uno che si degrada in natura? La dicitura “biodegradabile” sull’etichetta deve essere legata ad una norma che specifica le condizioni e il tempo di biodegradazione. Un prodotto che soddisfa esplicitamente la norma EN 13432 può essere smaltito nella frazione umida, in quanto biodegradabile e compostabile. Un esempio di prodotto biodegradabile e compostabile è la shopper distribuita nei supermercati. Questi materiali non fanno male all’ambiente? Ci sono due principali vantaggi dei prodotti in plastica bio-based e biodegradabili rispetto alle loro versioni convenzionali: risparmio di risorse non rinnovabili e recupero alla fine della vita di un prodotto. L’utilizzo di risorse che si rigenerano naturalmente e la progettazione di un ciclo vita di un prodotto “dalla culla alla culla”, fanno sì che le plastiche bio siano di gran lunga preferite a quelle tradizionali. Nonostante gli importanti traguardi raggiunti e le sperimentazioni ancora in corso, è importante ricordare che anche le plastiche bio non sono innocue; hanno un impatto ambientale inferiore rispetto alla plastica tradizionale, ma non pari a zero. La produzione delle materie prime per le bioplastiche non è senza conseguenze. Eutrofizzazione e acidificazione del terreno per le coltivazioni della materia prima sono solo alcuni degli effetti collaterali del processo. Nel caso dei materiali biodegradabili si noti, invece, che il completo processo che porta alla degradazione del rifiuto non è immediato né rapido. Ogni rifiuto, di qualsiasi materiale esso sia, è pur sempre un rifiuto per l’ambiente. Ad ogni modo si tratta di soluzioni che rappresentano un aiuto per il pianeta e un passo in avanti per la società. Il punto che oggi gioca più a sfavore nella scelta di una plastica bio è il prezzo sul mercato. Mentre il costo delle materie polimeriche basate su risorse fossili dipende […]

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Notizie curiose

Rumore bianco: il muro di energia sonora

Il ticchettio della pioggia, lo scorrere di un fiume, il fruscio di una brezza, il suono di un asciugacapelli acceso, di un ventilatore, di una cappa da cucina. Sono tutti esempi del cosiddetto rumore bianco. Si tratta di un suono caratterizzato dall’assenza di periodicità nel tempo e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze. Statico, monotono, costante Rumore bianco è un suono caratterizzato da uno spettro costante. Il nome “bianco” deriva dalle proprietà dello specchio di luce bianca, costante perché formata dalla sovrapposizione delle onde elettromagnetiche di tutte le frequenze visibili e di intensità simile ad ogni frequenza. In realtà il rumore bianco vero e proprio, per definizione, è un’idealizzazione: nessun sistema è in grado di generare uno spettro uniforme per tutte le frequenze. Quando parliamo di rumore bianco nella vita di tutti i giorni ci riferiamo dunque ad un intervallo di frequenze. I rumori a spettro costante che ascoltiamo ogni giorno sono suoni che, con il loro basso flusso sonoro e volume contenuto, riescono a nascondere i rumori disturbanti e a indurre nell’uomo un naturale senso di rilassamento. Coprendo i rumori quotidiani con un qualsiasi tipo di rumore bianco, i primi risulteranno come ovattati. È una sorta di scudo dalle distrazioni sonore che risultano quindi camuffate da questo rumore statico, monotono, costante. Secondo le parole del neuroscienziato statunitense Seth Horowitz «Il rumore bianco è un muro di energia sonora, senza schemi». Come sono utilizzate le proprietà del rumore bianco? Questo tipo di rumore è utilizzato in alcune discipline come l’econometria o l’ingegneria, dove è impiegato per verificare la risposta in frequenza di sistemi acustici e sonori. Nella vita di tutti i giorni questi suoni sono usati per favorire il sonno di grandi e piccini. Si tratta infatti di un rumore cullante che rilassa i muscoli e concilia il sonno. Il rumore bianco è quindi molto utilizzato anche nella vita domestica e, in particolare, nel momento del riposo. Si tratta di tecniche di rilassamento pensate per far calmare i neonati ma che si sono rivelati una tecnica efficiente anche per gli adulti. Il rumore bianco, mascherando gli altri rumori, funge da sorta di ninna nanna per il cervello. A tal proposito, in commercio esistono molti apparecchi generatori di rumore bianco o, ancora più semplicemente, molte playlist e applicazioni destinate a questo scopo. Basta ascoltare il rumore della pioggia, lo scorrere dell’acqua, il suono del vento per sentirsi più rilassati. Allo stesso tempo però il rumore bianco è usato anche per scopi totalmente opposti. Esso è impiegato nelle strategie di sound masking per mascherare il suono indesiderato in determinati ambienti. Le tecniche di sound masking sono volte a coprire i rumori all’interno di ristoranti e uffici per aumentare il comfort e diminuire la distrazione. Si tratta di un controllo del suono cosiddetto “passivo” in quanto non si basa sulle tecniche di cancellazione del rumore ma, piuttosto, di camuffamento. Con questo scopo, oltre che i rumori bianchi, vengono adoperati anche i cosiddetti rumori rosa, in cui le componenti a bassa […]

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Attualità

Earth Overshoot Day: il giorno del debito ecologico

Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto, con ben tre settimane di ritardo rispetto al previsto. L’impatto sull’ambiente del Covid-19 ha rallentato il consumo delle risorse annuali prodotte dal pianeta e ha dimostrato che la differenza può essere fatta, eccome! L’Earth Overshoot Day è una stima del giorno in cui l’umanità consuma integralmente le risorse prodotte dal pianeta in un anno. Il giorno del debito ecologico indica quindi la data annuale in cui la domanda di risorse naturali dell’umanità supera la capacità di rigenerazione degli ecosistemi terrestri. In altre parole dal 22 agosto 2020 le risorse prodotte dal pianeta in quest’anno sono state esaurite e, da quel giorno, la popolazione mondiale consuma le risorse che sarebbero spettate alle generazioni future. Come si calcola il giorno del debito ecologico? A determinare il giorno del debito ecologico è la Global Footprint Network, un’organizzazione di ricerca internazionale che si occupa di misurare la biocapacità della Terra e di metterla in relazione al consumo dell’umanità. La biocapacità del pianeta, ossia la quantità di risorse ecologiche che la Terra genera ogni anno, è divisa per l’impronta ecologica dell’umanità – ossia la domanda – nello stesso anno. Il risultato, moltiplicato per 365 è pari al numero di giorni in un anno in cui la Terra offre più risorse di quanto l’uomo ne consumi. Dunque l’Overshoot Day segna  il giorno in cui i due valori si eguagliano e, di conseguenza, il giorno dell’anno in cui entriamo in debito con la Terra e le generazioni future. È un calcolo che tiene conto delle entrate e delle spese. L’offerta globale è rappresentata dalle aree di terra e mare biologicamente produttive, comprese terre forestali, pascoli, terre coltivate, zone di pesca e terre edificate. La domanda è data dalla richiesta della popolazione di prodotti alimentari e fibre vegetali, bestiame e prodotti ittici, legname, spazio per infrastrutture urbane e così via. Se la domanda di risorse supera l’offerta, siamo in deficit ecologico. E questo accade ogni anno e, quasi ogni anno, prima dell’anno precedente. Quest’anno l’Earth Overshoot Day è caduto il giorno 22 agosto La prima campagna globale a sensibilizzazione del tema fu lanciata nel 2006. Il WWF, la più grande organizzazione di conservazione del mondo, partecipa all’Earth Overshoot Day dal 2007. Dal 2006 il giorno del deficit si era anticipato sempre più, con poche e lievi eccezioni. È dunque la prima volta dopo 14 anni che l’umanità riesce a posticipare di tre settimane la data dell’Overshoot Day – di certo non per merito suo. Per calcolare il giorno del deficit in questo particolare 2020, il Global Footprint Network ha tenuto conto degli impatti della pandemia da Covid-19 e ha formulato ipotesi più ragionevoli sul rapporto offerta-domanda. Le variazioni di emissioni di carbonio, prodotti forestali, domanda alimentare e così via hanno modificato la situazione. Il team di ricerca ha registrato una riduzione del 9,3% dell’impronta ecologica globale rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’Earth Overshoot Day è stato fissato dunque al 22 agosto, tre settimane prima della data inizialmente […]

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Culturalmente

Design giapponese: le caratteristiche dello stile nipponico

Quali sono le principali caratteristiche del design giapponese e cosa lo rende così affascinante agli occhi della cultura occidentale? Si tratta di una lontana cultura in cui possiamo riconoscere innovazione tecnologica, simbiosi con la natura, ricerca di un’armonia formale data da uno stile sobrio e dall’elevata qualità tecnica dei prodotti. Estetica raffinata, organizzazione razionale dello spazio, miniaturizzazione, design pieghevole e modulare. Ecco quali sono le principali caratteristiche dello stile nipponico. Il design giapponese e il suo legame con l’Occidente Il design giapponese affonda le sue radici nella religione scintoista. Secondo il credo dei suoi fedeli non vi è un dio che ha creato la natura ma dio stesso nasce con l’universo ed è immesso in esso. Questa credenza ha determinato un forte rapporto con il concetto di estetica, intesa come armonia compresa nella natura. Il design giapponese non nasce, come in Occidente, dall’idea etica del miglioramento della qualità di un prodotto ma, piuttosto, nella ricerca dell’armonia ritrova anche l’etica. Il design giapponese ha iniziato un periodo di modernizzazione con la salita al trono del principe Mutsuhito e l’inizio dell’Era Meiji (l’epoca illuminata, dal 1868 al 1912). In questo periodo il Giappone si è aperto al mondo occidentale e ha avuto inizio un crescente e reciproco scambio tra culture. Un esempio è dato dalla produzione del designer Christopher Dresser che viaggiò in Giappone per apprendere da esso la grande cultura nell’uso della materia. Lo stesso avvenne nel 1905 con l’architetto Frank Lloyd Wright che rimase colpito dal legame della casa giapponese con la natura; è da questi viaggi che egli sviluppò la sua concezione di architettura organica fusa con l’esterno. Nel primo decennio del Novecento si assiste in Giappone alla nascita e allo sviluppo di alcune grandi industrie elettriche, dando il via a quella produzione che oggi rende la nazione una grande potenza mondiale. Nel 1926 fu fondata in Giappone l’Associazione per l’arte popolare il cui intento era quello di riscoprire la bellezza, l’essenzialità e la razionalità degli antichi oggetti d’uso quotidiano giapponesi, costruiti da artigiani anonimi. L’arte popolare e l’antica tradizione giapponese sono al centro dello stile di questa nazione. Sobrietà e qualità: le parole chiave dello stile giapponese Le caratteristiche del design giapponese si trovano in tutti i campi della progettazione. Nell’architettura troviamo un senso di diffusa leggerezza, data dalla disposizione degli arredi che dal centro della stanza si estendono verso l’esterno. Un altro topic dell’architettura giapponese è la modularità: gli elementi sono separati e assemblati assieme a seconda delle esigenze. In questo contesto notiamo un forte interesse per l’oggetto pieghevole, strettamente legato alla cultura nipponica per il richiamo all’arte del piegare, l’origami. Anche spostandoci sulla categoria degli oggetti d’uso, notiamo che una delle caratteristiche maggiori del design giapponese è la tendenza al prodotto leggero, piccolo e, ancora una volta, modulare. Questa tendenza fa sì che i prodotti giapponesi – spesso anche oggetti anonimi – siano molto curati. Il principale materiale utilizzato in ogni campo della progettazione e ad ogni scala è il legno, spesso di bambù, sandalo o […]

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Attualità

Design italiano: le tappe salienti del Made in Italy

Quando parliamo di design italiano facciamo riferimento a tutte le forme di disegno industriale, realizzate in Italia in ogni settore della progettazione e che hanno reso la produzione italiana riconoscibile agli occhi del mondo. Arredi, progettazione urbana, fashion e prodotti Made in Italy hanno posto le basi per un modo di progettare “all’italiana” caratterizzato da un processo di innovazione industriale e tecnologica capace di coniugare la tradizione con la modernità. La nascita del design italiano Tutto ha inizio con la Rivoluzione Industriale, avvenuta in Italia in ritardo rispetto agli altri paesi europei. Dopo l’Unità d’Italia, nonostante il lento consolidamento dell’industria cotoniera e degli opifici, soprattutto al nord, non si poteva ancora parlare di industrializzazione. Dal 1880 iniziarono a svolgersi in Italia fiere ed esposizioni di settore e iniziò a crearsi una certa cultura del design industriale tramite le prime forme di educazione all’argomento. Nel 1863 viene fondato il Politecnico di Milano. Intorno al 1910 la ricerca e la sperimentazione italiana sull’asse dell’autovettura e dell’aereo diventano centrali. È in questo periodo che nascono la FIAT (1899), la Lancia (1908) e l’A.L.F.A. (1910). L’Italia diventa subito famosa per questa declinazione del disegno industriale. La Ricostruzione Futurista dell’Universo estese le istanze di rinnovamento al mondo dell’arredo, che si caratterizza per la linea che esprime velocità e per il colore. Nasce il concetto di abitare svelto, creato con tecniche costruttive veloci e semplici, aiutate dagli impieghi successivi del tubo di metallo curvato che permette la creazione di arredi molto industriali. Negli anni ’30 il modello del Taylorismo di concretizzò nella produzione della Fiat Topolino, progettata da Dante Giacosa. Nel campo meccanico la Olivetti – soprattutto sotto la direzione dell’illuminato erede Adriano – ebbe notevole sviluppo nel settore delle macchine da scrivere, la Necchi in quello delle macchine per cucire. Le date convenzionali scelte per ricordare la nascita del disegno industriale vero e proprio in Italia sono quelle della fondazione della Biennale di Monza del 1930 e della Triennale di Milano nel 1933. Si tratta del periodo del primo elettrotreno, dei primi elicotteri e, dopo la seconda guerra mondiale, dell’aumento esponenziale della produzione di massa. In questo periodo la popolazione italiana inizia a familiarizzare appieno con i prodotti di massa grazie all’immissione sul mercato di articoli di arredamento prodotti in serie. Gli anni d’oro per il design Made in Italy Il 1947 vede la consacrazione internazionale del design italiano con la VIII Triennale di Milano; è da quest’anno che il made in Italy comincia a conoscere il suo successo a livello internazionale. Proprio un anno prima veniva brevettata la Vespa della Piaggio, dell’ingegnere Corradino D’Ascanio, che sancisce l’inizio del successo dello scooter, un nuovo mezzo di trasporto per gli spostamenti di breve distanza. È invece del 1947 la sua eterna rivale, ovvero la Lambretta della Innocenti, disegnata da Cesare Pallavicino. Si tratta di invenzioni iconiche per il mondo del design mondiale e di veri e propri oggetti che hanno cambiato il modo di vivere e di pensare delle persone. Fu durante gli anni ’50 che […]

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Notizie curiose

Oggetti anonimi: il mondo del No Name Design

Gli oggetti anonimi sono prodotti e oggetti che usiamo ogni giorno e di cui non conosciamo il progettista né, spesso, l’azienda produttrice. Il mondo degli oggetti anonimi è un universo di prodotti sconosciuti, ma con tante intelligenti componenti di progettazione; si tratta ad esempio di tools per l’utilizzo quotidiano, strumenti semplici ed efficaci in cui, osservandoli, possiamo riconoscere valore. Come riconoscere gli oggetti anonimi? In un momento storico in cui la firma è tutto e il brand di un prodotto indica uno status symbol, gli oggetti anonimi si collocano controcorrente. Essi sono prodotti che spesso passano inosservati ma allo stesso tempo sono dei veri e propri evergreen, perché risolvono un problema reale in maniera semplice ed efficiente. Le virtù del design anonimo sono viste come un modello dai designer per l’intelligente progettazione che ha reso i prodotti indispensabili nelle attività quotidiane. La Moka Bialetti, l’Ape Piaggio, le sedie di Chiavari, il cappello Borsalino, la pentola a pressione, il gelato “La coppa del nonno”, la bottiglietta del Campari Soda, la puntina da disegno, il coltellino svizzero, la cerniera Zip, la sdraio da spiaggia, i contenitori Tupperware, il Walkman, molti modelli di orologio Swatch e di occhiali Persol. Questa è la piccola lista di oggetti anonimi proposta dall’associazione disegno industriale italiana ADI. In tutti questi casi il designer di prodotto non è noto e spesso ciò avviene anche per la prima ditta produttrice. Piuttosto è possibile considerare questi oggetti come il risultato di un progetto nato innanzitutto da un’esigenza funzionale. Gli oggetti anonimi risolvono un problema, svolgono il loro lavoro. Nella loro progettazione sono stati considerati gli aspetti economici, di produzione, distribuzione, comunicazione e commercializzazione. La forma data allo strumento è assolutamente adatta allo scopo: semplice, ergonomica al punto giusto, essenziale. Mostre e pubblicazioni sul No Name Design Per quanto anonimi, gli oggetti di questo tipo destano molta curiosità da parte dei designer ma anche dei consumatori. Molte mostre e pubblicazioni sono state dedicate a questi artefatti, ripercorrendo la loro storia ed evoluzione dall’età pre-industriale – e quindi precedente al design industriale – fino ai giorni nostri. Il più famoso collezionista di oggetti anonimi è stato Achille Castiglioni, uno dei più famosi designer di sempre. Nel suo studio egli collezionava gli oggetti anonimi raccolti durante il corso della sua vita. Per celebrare il suo centesimo compleanno, la Fondazione Achille Castiglioni ha organizzato una mostra curata da Chiara Alessi e Domitilla Dardi incentrata proprio sul tema degli oggetti anonimi. Per questo evento è stato chiesto a cento designer italiani e internazionali di donare un loro oggetto anonimo per il maestro Castiglioni. L’evento, chiamato “100×100”, ha raccolto questi oggetti che avrebbero sicuramente destato curiosità nel collezionista, quella curiosità che lo spingeva ad indagare tali artefatti per trovare ispirazione dalla loro funzionalità. Un altro noto nome di collezionista di oggetti anonimi è Franco Clivio, designer e insegnante, in particolare alla Hochschule für Gestaltung di Zurigo. Egli ha raccolto per decenni tutti quegli oggetti di uso quotidiano spesso considerati insignificanti e ha creato una collezione personale […]

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Fun e Tech

Do It Yourself: la logica del design fai da te

Conosciuto anche con l’abbreviazione DIY, il Do It Yourself design è la progettazione di un oggetto, in cui il cliente è parte attiva nel processo di realizzazione. Una sorta di ritorno alle origini, un invito al bricolage, a prendere in mano gli attrezzi e divertirsi, rendendosi parte fondamentale del processo creativo. La diffusione del Do It Youself è una costante conferma sul mercato e, per molte aziende, questa caratteristica è stata la chiave del successo. L’apprezzamento del DIY è dovuto ad aspetti progettuali che tengono conto del fattore educativo ed economico del prodotto realizzato. Un oggetto pensato nella logica del fai da te può essere assemblato dall’utente, non più semplice e passivo acquirente, e, allo stesso tempo, consente un più efficiente, economico e sostenibile processo di distribuzione del prodotto. L’evoluzione della logica Do It Yourself Il fai da te nasce ovviamente con l’uomo. Gli archeologi italiani hanno portato alla luce le rovine di una struttura greca del VI secolo a.C. nell’Italia meridionale, che sembravano riportare istruzioni dettagliate per l’assemblaggio e che sono state chiamate gli “antichi edifici IKEA”. La frase “do it yourself” è diventata un’espressione di uso comune negli anni ’50, in riferimento alla tendenza delle persone ad applicare dei miglioramenti alla propria abitazione con piccoli progetti di bricolage creativi ed economici. Adesso il fai da te assume il significato di progettazione in cui il cliente è co-designer e può creare, personalizzare o riparare oggetti con semplici strumenti e senza una formazione specifica ma, ad esempio, con delle istruzioni semplici ed efficaci. Il fai da te assume rilievo anche quando gli artisti hanno iniziato a combattere contro la logica della produzione di massa standardizzata. Negli anni ’60 e ’70 iniziano a comparire libri e riviste sui metodi di costruzione e decorazione della casa in modalità DIY. Ma è con l’avvento del digitale che questo tipo di iniziative hanno visto un vero e proprio boom: oggi sono disponibili online tantissimi progetti fai da te sulle piattaforme più disparate. Legato a questo tema c’è la pratica dell’hand-made, il fatto a mano. Prendere scarti di materiali e di oggetti e dargli nuova vita è una vera e propria pratica etica. L’attenzione è rivolta ancora una volta all’ambiente e alla riduzione di sprechi, tematiche molto ricorrenti nel filone del design sostenibile. Uno dei campi applicativi in cui la logica del fai da te è considerata estremamente importante è il mondo del giocattolo. Si pensi per esempio alle costruzioni Lego: il progettista fornisce il materiale e le istruzioni per costruire una casa o un aeroplano ma sta al bambino realizzare il prodotto. Questo importante processo educativo che si svolge con la pratica del costruire permette al bambino di sprigionare anche la sua creatività e di modificare e, perché no, migliorare il progetto del designer. Applicazioni del DIY Il design fai da te può essere applicato in ogni ambito progettuale: dal settore moda al prodotto, dall’arredo all’allestimento. Internet è ricco di progetti, spesso pubblicati anche gratuitamente, in cui il designer fornisce le istruzioni per la […]

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Fun e Tech

Design sostenibile: la progettazione attenta all’ambiente

Uno dei principali topic del design contemporaneo è quello del design sostenibile, la progettazione intelligente di un prodotto o un sistema in perfetta armonia e rispetto per l’ambiente. L’obiettivo è quello di eliminare o ridurre sempre più l’impatto negativo delle attività umane sull’ambiente. Come? Progettando soluzioni innovative e sostenibili incentrate su temi di riduzione, riuso, riciclo, assemblaggio del prodotto, opportune scelte di materiali, utilizzo di energie rinnovabili e riduzione di emissioni nocive. Quando e come nasce il design sostenibile? Si inizia a parlare di sostenibilità contestualmente al processo di cambiamento climatico e inquinamento ambientale che da anni ormai è tema di attualità. Se da un lato sempre più persone combattono per i diritti dell’ambiente con scioperi climatici e manifestazioni attiviste, dall’altro i designer cercano soluzioni silenziose progettando nei laboratori e nei politecnici soluzioni pratiche e assolutamente determinanti. I problemi di salvaguardia della biodiversità, inquinamento, scioglimento delle acque, disastri ambientali, emissione di sostanze tossiche e così via hanno destato interesse a partire dagli anni Sessanta. Il concetto di sostenibilità viene introdotto nella prima conferenza ONU sull’ambiente del 1972. Il suo significato esce dalla sfera ecologica per estendersi sull’economia e sul campo sociale. Dal tema della sostenibilità si sviluppa così l’idea di sviluppo sostenibile. Si sente parlare di questo concetto nel Brundtland report del 1987. Vengono definiti così degli obiettivi che prevedono un generale benessere costante e crescente e una salvaguardia della qualità della vita per le generazioni future. Si comprende che il significato di progresso umano significa in qualche modo cambiare strada e operare controcorrente. Entra così in gioco il design, culla da cui nascono tutte le idee progettate dall’uomo. Progettare un prodotto che rispetti l’ambiente produrrà benefici non solo sul territorio ma anche sul benessere e la salute dei suoi abitanti. Lo sviluppo sostenibile viene dunque progettato nei politecnici perché l’uomo ha il dovere e la responsabilità di trovare soluzioni pratiche ed effettive al grande problema di quest’epoca. Può il design salvare il mondo? Certo che sì. Utilizzo di materiali biodegradabili, progettazione dei processi di riciclaggio, ideazione di un prodotto con un lungo ciclo di vita, riutilizzo e minimizzazione degli scarti produttivi. Questi sono solo alcuni dei temi che interessano il designer oggi e che egli non può assolutamente non considerare. Tutto deve essere design sostenibile. Il pensare sostenibile è ideare l’innovazione che fa bene all’ambiente. Si tratta di un approccio basato sul rispetto per l’ambiente e le persone, con lo scopo di benessere collettivo. Non esiste alcun prodotto o servizio che oggi possa essere pensato senza tener conto di questi vincoli. Il design sostenibile per essere efficiente deve essere progettato in ogni minima parte nel rispetto dell’ambiente circostante. Risale al 2002 il libro-manifesto Cradle to Cradle: Remaking the way we make things scritto da Michael Braungart, chimico tedesco, e William McDonough, architetto americano. Il principio professato è quello di una progettazione che non sia più pensata “dalla culla alla tomba” ma “dalla culla alla culla”. Questo significa che è compito e dovere del designer progettare prodotti che, una volta […]

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Culturalmente

Sculture in legno: l’arte dell’intaglio

Una bella prova di creatività e un lavoro che richiede tempo e dedizione: quella delle sculture in legno è un’arte tanto antica quanto eterna. Che si tratti di un cucchiaio o di una casetta dell’albero, è un processo che richiede gli strumenti giusti e le giuste nozioni. Come nascono le sculture in legno? Le sculture in legno si ottengono tramite intaglio, una tecnica antica che consiste nella creazione dell’oggetto tramite sottrazione del materiale in eccesso da un blocco iniziale grezzo. Si tratta di una tecnica antichissima, forse la più antica tra quelle utilizzate dall’uomo per la creazione dei propri strumenti da caccia. Infatti, prima ancora di avere un intento artistico, l’intaglio del legno era utilizzato per fabbricare utensili per la vita di tutti i giorni: manici per strumenti in pietra, impugnature di oggetti di utilizzo comune, strumenti di ogni tipo. Pian piano con l’evoluzione dell’uomo anche gli impieghi dell’intaglio del legno si sono evoluti. Dalla sua natura utilitaristica e pratica, le sculture si sono evolute fino ad assumere valenza in campo artistico e creativo. Già i Greci e i Romani hanno prodotto sculture in legno di grande valore. Gli strumenti necessari per realizzare le sculture in legno Quali sono gli strumenti che consentono di esprimere quest’arte? Le mani dell’uomo hanno bisogno di una serie di utensili. La prima cosa da fare è sgrossare il legno ossia ridurre il materiale grezzo a una prima forma togliendo parti inutili o eccedenti. Lo strumento tradizionale per sgrossare era il saracco, la classica sega da legno. Oggi si utilizza per lo più l’elettrosega che consente di svolgere il tutto più velocemente e con meno fatica. Altri attrezzi usati sono l’ascia (un’accetta con la lama di traverso) e il coltello a due manici che si impiega sui pezzi posizionati orizzontalmente. Per tutti i lavori di sgrassatura serve poi la sgorbia, reperibile in diverse larghezze e misure; è un particolare tipo di scalpello con la lama a profilo rotondo o a V. Lo scalpello dritto invece segna la fine dei tagli e spiana le superfici. Per cavare il legno da punti particolarmente ostici si usano le cosiddette sgorbie a cucchiaio, dalla classica forma concava. Per la sgrossatura si utilizza anche la zappetta, una piccola zappa appunto, con tagliente dritto o curvo. Il taglio che ne deriva è molto pulito. Il coltellino da intaglio è invece uno strumento realizzato proprio per modellare il legno. Di solito questi coltellini hanno lame fisse e impugnature lunghe e ergonomiche. Il coltello da intaglio deve essere d’acciaio temperato (non inossidabile) e con lama non troppo lunga, ma saldamente conficcata nel manico. Sgorbia e scalpello Indispensabile durante l’intaglio è l’uso del mazzuolo, l’iconico “martello” utilizzato in falegnameria per battere sullo scalpello. Questo strumento è quindi necessario per controllare la profondità di azione dello scalpello e per evitare di imprimere troppa forza. Lo scalpello è invece il classico utensile che serve per asportare parti di materiale in forma di schegge. Di scalpelli ne esistono tanti e variano a seconda di materiali e forme. […]

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Cucina e Salute

Avena: proprietà e benefici del super cereale

L’avena è una pianta erbacea da cui si ricava un cereale in chicchi ricco di benefici e proprietà. Questo alimento è una fonte di carboidrati a lenta digestione; è ricco di fibre ed è una fonte energetica a lungo termine che non comporta picchi insulinici pericolosi. L’avena è un super cereale di utilizzo tanto antico quanto dimenticato; i popoli della Germania e della Scozia ci basavano la loro alimentazione. La pianta, infatti, risulta anche particolarmente adatta alla coltivazione nei paesi nordici perché riesce a superare i climi rigidi. I popoli scozzesi e tedeschi consumano ancora molto questo cereale – per esempio a colazione nel porridge o nel muesli. Noi italiani, invece, l’abbiamo riscoperto solo negli ultimi anni. Fiocchi, crusca e farina: le forme che assume l’avena  L’avena è consumata in diverse forme: come farina, molto usata nella preparazione di dolci, in fiocchi, utilizzati ad esempio per il muesli, oppure sotto forma di crusca. Questo cereale, anche lavorato, mantiene la crusca e il germe, che sono le parti del chicco in cui si trovano la maggior parte dei nutrienti e le sostanze cardioprotettive. Dalla pianta di avena è anche possibile ricavare un ottimo latte vegetale. L’avena è etichettata come il cibo per i purosangue – sia cavalli che atleti e sportivi – ma in realtà questo cereale ha dei benefici multipli e sempre più diete, anche ipocaloriche, lo vedono partecipe nella creazione dell’alimentazione corretta per l’uomo. Proprietà e benefici del super cereale Tra tutti i cereali l’avena è innanzitutto l’alimento più ricco di proteine e di sostanze grasse – tra cui l’acido linoleico. Il contenuto di fibre solubili rende poi l’avena un alimento molto saziante e le conferisce i poteri di regolarizzare la produzione intestinale e normalizzare il peso corporeo. Una delle prime proprietà riconosciutele deriva dalla presenza di betaglucano, che funziona come una spugna. Esso intrappola il colesterolo di provenienza alimentare in un gel che attraversa l’intestino fino ad essere espulso. L’avena favorisce dunque i livelli di colesterolo. Gli studiosi ne consigliano l’assunzione di 40 grammi al giorno sotto forma di crusca. L’avena è un ottimo alimento riequilibrante, anche per i vegetariani, perché contiene la proteina lisina, un amminoacido essenziale del frumento che, essendo contenuto in quantità ridotte rispetto agli altri, diviene limitante per la sintesi proteica. Il basso indice glicemico permette a questo cereale di entrare nell’alimentazione per i diabetici ed è anche utile nelle diete ipocaloriche, perché permette di controllare il senso di sazietà. L’avena ha proprietà diuretiche e lassative, stimolando l’intestino pigro. Siccome è molto digeribile, è indicata anche per chi soffre di gastrite, colite e altri disturbi digestivi. Per quanto riguarda invece gli aspetti psicologici, l’avena dà ottimi risultati in casi di depressione, nervosismo, insonnia ed esaurimento psicofisico. L’avenina, un alcaloide concentrato nella crusca di avena, è dotato di effetto tonificante, energetico e riequilibrante del sistema nervoso. L’avena è dunque consigliata per chiunque soffra di stress o cali di attenzione, per gli sportivi e le neo-mamme in fase di allattamento. Mangiare costantemente avena protegge le nostre […]

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Attualità

L’alta moda al servizio dell’Italia contro il Coronavirus

Anche l’alta moda è scesa in campo per la lotta al Coronavirus, non solo tramite le ricche donazioni dirette ai principali ospedali e centri di cura, ma anche con la realizzazione dei presidi sanitari tanto richiesti in questo momento. Da giorni ormai le case di alta moda stanno lavorando per dare il loro contributo per questa emergenza. Sono sempre di più le maisons di tutto il mondo che stanno rispondendo alla richiesta d’aiuto arrivata dalle istituzioni.  Coronavirus: la riconversione industriale per produrre camici e mascherine Le aziende che hanno dato il via a quest’iniziativa sono state Ermanno Scervino, Gucci, Valentino, Prada, Salvatore Ferragamo, Fendi e Miroglio. Queste maison hanno iniziato la produzione a titolo gratuito di materiale per gli ospedali, subito dopo aver ottenuto la certificazione necessaria. Da giorni ormai le sarte di Ermanno Scervino lavorano da casa e volontariamente per cucire mascherine, camici e cuffie per gli operatori sanitari. L’azienda Scervino si è organizzata a tal proposito per le nuove limitazioni che la situazione comporta: compra a Prato il tessuto-non tessuto per le mascherine e poi invia i corrieri a recapitarlo nelle case delle sarte che provvedono a cucire dalle proprie abitazioni. I camici e le cuffie prodotte non sono dirette solo agli ospedali ma anche alle case di cura per anziani e a chi ne ha necessità. All’appello della Regione Toscana hanno risposto anche Salvatore Ferragamo, Gucci, il brand Serapian di proprietà del gruppo Richemont, Celine, Prada e altri ancora. We Are All In This Together è lo slogan della campagna di crowdfunding lanciata da Gucci; tutti sono invitati a diventare ###GucciCommunity. Questo l’appello dell’azienda d’alta moda ai suoi 70 milioni di followers per combattere la pandemia tramite campagne di raccolta fondi che partono dalla somma di un milione di euro ciascuna stanziati dall’azienda. La prima è dedicata all’Italia, la seconda è a livello globale. L’obiettivo per entrambe è di arrivare alla cifra di 10 milioni di euro, cifra che Facebook si impegna a doppiare non appena il traguardo sarà raggiunto. L’azienda Gucci è ora impegnata nella produzione di mascherine e camici per gli ospedali italiani. Si prevede la produzione di oltre un milione di mascherine e almeno 50.000 camici. A titolo personale, Marco Bizzarri, presidente CEO di Gucci, ha anche devoluto 100 mila euro a favore dell’azienda sanitaria di Reggio Emilia, città dove il manager è nato. Anche Prada si è mossa per la causa Coronavirus. Su richiesta della Regione Toscana, il brand presieduto da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada, ha stimato la produzione, a partire dal 18 marzo, di 80.000 camici e 110.000 mascherine da destinare al personale sanitario toscano. La produzione è a tempi record: la data di consegna dei prodotti è stimata per il 6 aprile. Gli articoli sono prodotti internamente presso l’unico stabilimento del Gruppo in provincia di Perugia, stabilimento rimasto operativo a questo scopo. La produzione è poi sostenuta anche da una rete di fornitori esterni sul territorio italiano. Giorgio Armani ha il grande merito di aver capito subito la gravità della situazione; […]

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Cucina e Salute

Frutta di stagione: i prodotti della primavera

Il primo sole, i colori, i fiori di ciliegio.. è tutto pronto. La primavera è arrivata e ha portato con sé i suoi colori e la sua frutta di stagione, perfetta per dar vita a fantastiche macedonie, marmellate e ricette di ogni tipo. In primavera, come in tutti i periodi dell’anno, è importante consumare la frutta di stagione perché apporta dei grandi benefici all’organismo. L’alimentazione è più sana ed equilibrata se scegliamo frutta e verdura allineata con i ritmi naturali e, se possibile, a coltivazione diretta. Quale frutta di stagione scegliere in primavera? La primavera è il periodo dei frutti arancioni e rossi. Mentre nella prima parte di questa stagione gli alberi producono ancora arance, mandarini e kiwi pian piano, da maggio in poi, la primavera lascia il posto a fragole, ciliegie, albicocche e prugne. Da maggio – idealmente – troviamo l’adorata fragola, ricca di vitamina C, acido folico e minerali. Non si tratta solo di un frutto bello e buono ma anche versatile: esso è anche molto usato in cosmesi contro la ritenzione idrica e addirittura per ricette salate come il risotto alle fragole. Il mese di giugno è senza dubbio quello delle ciliegie, un frutto utilissimo per l’organismo e perfetto per preparare ottime marmellate fatte in casa. Le nespole rientrano nella categoria della “frutta arancione” e sono ricche di potassio, magnesio, calcio e ferro; nel sud Italia crescono spontaneamente su alberi che non hanno bisogno di troppe attenzioni e che sopravvivono anche in terreni aridi che si accontentano delle piogge stagionali. La primavera ci regala anche le prugne, che contengono un’altissima percentuale di acqua, fibre e pochissime calorie e le albicocche, molto preziose per la pelle e per gli occhi. A giugno iniziano anche le produzioni di angurie, mirtilli, meloni, pesche e susine e il testimone è ufficialmente passato alla stagione estiva. I big della primavera: la fragola C’è poco da fare, la fragola conquista proprio tutti. Può essere gustata in una fresca macedonia, accompagnata da panna e cioccolato, utilizzata come ingrediente per torte, creme e crostate o assaporata sotto forma di confetture, frullati, gelati e chi più ne ha più ne metta. Questo è uno dei frutti sazianti, ma poco calorici che la primavera ci regala. La fragola ha proprietà diuretiche, antiossidanti, anti-infiammatorie e depurative. Contiene ferro, fosforo, calcio, vitamina A, B1, B2 e C. Diversi studi dimostrano come questo frutto aiuti la regolazione degli zuccheri nel sangue, sia utile contro artriti e reumatismi e, infine, protegga i denti perché contiene xilitolo, una sostanza che aiuta a prevenire l’alitosi e la formazione di placca dentale. Chi non possiede un orto o un giardino non deve rinunciare alla coltivazione delle fragole, perché questo frutto può essere coltivato anche in un vaso in balcone. La ciliegia, protagonista di giugno Le ciliegie sono un vero e proprio pregio dell’Italia e sono disponibili da nord a sud in diverse varietà: dalle ciliegie di Vignola in provincia di Modena fino alle ciliegie di Conversano in provincia di Bari. Depurative, disintossicanti, diuretiche, antireumatiche: […]

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Culturalmente

Castello di Sammezzano, il palazzo dai mille colori

Il Castello di Sammezzano, circondato dal suo omonimo e grandissimo parco, si trova nei pressi di Leccio, un paese nel comune di Reggello in provincia di Firenze. Fu Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona a realizzare il castello e il parco di Sammezzano. Egli trasformò e ampliò l’edificio preesistente nel periodo di tempo tra il 1843 e il 1889. Ferdinando era assolutamente affascinato dall’orientalismo, una corrente culturale che si diffuse in tutta Europa all’inizio dell’Ottocento. Un castello in stile orientale in un tipico paesaggio toscano. È proprio questa la singolarità dell’opera d’arte che è il castello di Sammezzano, un incanto orientaleggiante di grande valore artistico. Il castello dai mille colori I principali elementi moreschi del castello sono i mosaici in ceramica, le colorate decorazioni geometriche e vegetali, i bassorilievi e le cupole ad archi intrecciati. Le 65 scale di cui il castello dispone portano i visitatori da una meraviglia all’altra e permettono di viaggiare dall’Estremo Oriente alla Spagna. Ferdinando Panciatichi aveva pensato a ogni stanza come un viaggio in una terra straniera, immaginando terre che lui non ha realmente visitato ma che ha conosciuto attraverso i libri. Motti, frasi e citazioni in latino e italiano accompagnano il cammino del visitatore e legano due culture molto diverse tra loro in un insieme del tutto singolare. L’atrio delle colonne è il primo ambiente che si incontra non appena si varca il portone di accesso. Le colonne grigiastre che lo caratterizzano reggono una decoratissima volta a cassettoni blu. L’atrio conduce al salone di ingresso, decorato da mille colori, specchi e motivi geometrici. L’architettura orientale si mescola con quella occidentale con soffitti a cassettoni, decorazioni con gigli fiorentini e incisioni in carattere gotico. Troviamo poi molte sale concatenate tra loro e ognuna con le sue caratteristiche peculiari. Nella Sala delle Stelle le luci, i colori, le forme si avvicinano a quelle della Spagna meridionale, molto influenzata dalla cultura araba. Quasi tutte le volte sono a forma di stella e numerose sono le vetrate colorate che adornano lo spazio. La sala da ballo (o Sala Bianca) è interamente in stile moresco. Ventiquattro colonne con capitelli in stile islamico circondano la stanza ricca di motivi geometrici e floreali. In alto l’architettura della cupola rivestita in stucco bianco lascia spazio agli oculi che permettono alla luce di entrare e riflettersi sulle vetrate colorate delle porte che conducono alle altre stanze. La Sala delle Farfalle presenta una cupola realizzata interamente in muqarnas, soluzione tipica dell’architettura musulmana che prevede ornamenti con forme simili a quelle delle stalattiti. Ferdinando Panciatichi vi aveva inserito un elemento innovativo, degli specchi, per la dilatazione della luce del sole e delle candele che illuminavano la stanza rispettivamente di giorno e di notte. La Galleria delle Stalattiti è un viaggio nell’India. La Sala del Fumo presenta un sofisticato impianto di areazione molto innovativo per l’epoca. La Sala dei Gigli conduce invece in Cina, con le decorazioni a squame che sfumano dal rosa all’argento. Queste sono solo alcune delle meravigliose stanze del castello. Il Parco Storico di Sammezzano […]

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Culturalmente

Avere la coda di paglia: modi di dire italiani

Avere la cosiddetta “coda di paglia” significa non avere la coscienza pulita. Questa espressione indica la situazione di chi reagisce male a qualche affermazione e, cosciente di aver combinato qualcosa, ha paura di essere scoperto. Chi si discolpa senza essere accusato o reagisce con critiche o osservazioni impulsive ha proprio la coda di paglia! Insomma, la versione tradizionale del più recente “avere uno scheletro nell’armadio”. L’origine dell’espressione Avere “la coda di paglia” è un modo di dire italiano che risale probabilmente al Medioevo. In quegli anni era pratica comune umiliare gli sconfitti o i condannati attaccando loro una coda di paglia. I malcapitati dovevano girare per la città e farsi umiliare nel rischio che qualcuno gli incendiasse la coda. Come ogni modo di dire anche l’origine di questo detto non è certa. Un’altra possibile derivazione verrebbe da una favola di Esopo. Questa spiegazione molto conosciuta è stata data da Costantino Arlia (in Voci e maniere di lingua viva, Milano, C. Arlia, P. Carrara, 1895), tratta da Fanfani. Questa favola narra che una volpe, dopo aver perso la coda in una trappola, la sostituì con una finta coda in paglia, fatta così bene che non la si distingueva dall’originale. Quando però il gallo svelò ai contadini il segreto della volpe questi appiccarono dei fuochi per fargliela bruciare in modo da poter distrarre la volpe per rubare i polli. Da questa favola derivano anche il detto toscano “chi ha la coda di paglia, ha sempre paura che la si bruci!” e l’espressione “chi ha la coda di paglia non si avvicini al fuoco”. Sembra comunque molto più convincente la ricostruzione proposta da Ottavio Lurati (Dizionario dei modi di dire, Milano, Garzanti, 2001) che fa riferimento alla pratica medievale sopracitata. La coda rappresenterebbe un simbolo di degrado, il passaggio dallo status di persona a quello di animale. Consapevolezza, vergogna, diffidenza ma soprattutto paura di umiliazione: la sintomatologia del colpevole. L’espressione “avere la coda di paglia” è presente anche in molti dialetti italiani e trova corrispondenti nel tedesco nel francese. Altri modi per dire di “avere la coda di paglia” Excusatio non petita, accusatio manifesta: “chi si scusa si accusa”. È un po’ quello che succede a chi ha la coda di paglia! Si reagisce male ad affermazioni che magari non alludono ad alcun misfatto, eppure… È il tipico atteggiamento di chi “ha uno scheletro nell’armadio”. Questa macabra espressione contemporanea ha un equivalente inglese e una francese: “to have a skeleton in the closet” e “avoir un squelette dans le placard”. L’origine inglese di questo modo di dire risale agli anni antecedenti il 1832, anni in cui i medici della Gran Bretagna potevano effettuare autopsie per i loro studi solo su salme di criminali giustiziati, e, dato che non vi era una grande disponibilità di corpi, essi erano soliti conservare i cadaveri. I medici dunque non smaltivano gli scheletri dei cadaveri ma li custodivano in segreto perché non era un atto consentito. L’origine del detto francese è dovuta a Gabriel-Honoré de Riqueti, conte di […]

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