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Eroica Fenice

Culturalmente

L’eleganza dei particolari nella pittura di Hans Memling

Hans Memling, pittore del Quattrocento, è stato uno tra i principali maestri della seconda generazione della pittura fiamminga. Eleganza raffinata e malinconica sono le caratteristiche che meglio descrivono le opere da lui prodotte, ora conservate nei musei più importanti del mondo. Memling si pone come interprete della pittura fiamminga e la sua opera sembra riassumere l’intensa stagione artistica di Bruges, la città che egli adornò delle sue preziose opere. Chi era Hans Memling? La nascita e l’esordio del pittore fiammingo L’arte tardogotica del XV secolo è caratterizzata da fermenti di novità che si collocano in due aree geografiche ben precise: la Toscana e le Fiandre. Se da un lato l’arte rinascimentale si sviluppa alla corte dei Medici apportando delle rivoluzioni e delle innovazioni rispetto all’arte medievale, dall’altra la pittura fiamminga si manifesta come l’evoluzione della tecnica artistica precedente, ponendosi come obiettivo la conquista di un maggiore naturalismo. Proprio nelle Fiandre – area geografica che contiene buona parte degli attuali Belgio e Olanda – nasce e si sviluppa la figura di Memling. Molteplici furono gli artisti che segnarono questo periodo, primo tra tutti Jan Van Eyck, maggiore esponente della pittura fiamminga nonché inventore del genere. L’innovazione fiamminga nella pittura ad olio si verifica non tanto per la composizione del colore quanto che per la tecnica della velatura. Strato dopo strato la superficie della tela bianca viene coperta da una pellicola semitrasparente che consente una gamma di colori e sfumature incredibilmente vasta. La stratificazione dei colori ad olio consente l’egregia realizzazione dei panneggi della stoffa, dell’epidermide, del cielo e del paesaggio. È questo il presupposto per lo sviluppo della dote artistica di Hans Memling che fece tesoro del retroscena culturale, storico e artistico del luogo in cui operò per trarne la bellezza protagonista dei suoi quadri. Memling nasce in Baviera, per la precisione a Seligenstadt, in un anno vicino al 1435. Si tratta di un completo sconosciuto fin quando egli si trasferisce nelle Fiandre. Le sue cifre stilistiche lasciano ritenere che egli fu allievo a Bruxelles di Rogier van der Weyden, pittore ufficiale della città e destinatario di commissioni dei duchi di Borgogna e dei re di Castiglia. Dopo la morte del suo maestro, datata 1464, è certo che Memling si sia trasferito a Bruges. Si trattava del più importante centro commerciale e bancario dell’Europa nord-occidentale e di uno degli epicentri culturali delle Fiandre. La presenza di stranieri facoltosi, istituzioni religiose, ricche famiglie borghesi e membri della corte di Borgogna rese Bruges la città perfetta per Memling. Quando egli vi giunse, la seconda generazione della pittura fiamminga vedeva in quel periodo il declino del celeberrimo Petrus Christus, meglio noto come Pietro Ghirista, pittore fiammingo di fama mondiale. In questo panorama Memling iniziò ad aggiudicarsi commissioni importanti e, dopo aver aperto un laboratorio tra i più versatili e attivi della città, diede avvio ad una vasta produzione di dipinti devozionali, favorito dalla loro crescente domanda. L’ascesa dell’artista, da Bruges al mondo intero Il banchiere fiorentino Angelo Tani, direttore del Banco Medici a Bruges, […]

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Cucina e Salute

Mallone: il piatto povero dell’Agro Nocerino Sarnese

Il mallone è una pietanza tanto antica quanto povera, tipica della cucina dell’Agro Nocerino Sarnese. Si tratta di una pietanza la cui paternità è del comune di Bracigliano e la cui nascita è ormai troppo remota per essere ricordata. Il piatto si ricava dagli scarti delle cime di rapa cucinati insieme a patate e peperoncino. Sono questi gli ingredienti principali del mallone, un piatto poco conosciuto ma sorprendentemente buono, abbastanza per concedergli almeno un assaggio! Breve storia del mallone Inizialmente il mallone consisteva in un misto di erbe selvatiche di montagna amalgamate con patate e pezzi di pane raffermo. Erbe come carboncello, caccialepre, finocchietto selvatico, cicoria, scarolella e rosolaccio venivano lessate, strizzate e poi rosolate in padella. Era poi il turno delle patate, anche esse da lessare e schiacciare con la forchetta. Il tutto andava amalgamato con pezzi di pane raffermo e poi soffritto con l’immancabile condimento di aglio e peperoncino. Oggi la ricetta del mallone è un po’ diversa perché la scelta delle erbe è un po’ cambiata. Attualmente il mallone si prepara con le foglie più grandi delle cime di rapa ossia quelle che in genere sono lo scarto. Ebbene sì, non si butta proprio niente! Dagli scarti delle cime di rapa si ottiene un piatto sorprendentemente buono. L’unione con le patate riduce l’amarezza delle cime di rapa; il peperoncino rende il tutto saporito. La ricetta del tipico piatto dell’entroterra campano Si tratta di un piatto povero di tradizione contadina dove i protagonisti sono gli scarti delle cime di rapa. Patate grumose, peperoncino e olio d’oliva si uniscono alle erbe per creare un piatto singolare che scorge la bellezza nella semplicità. Come si prepara il mallone? La difficoltà della ricetta è molto bassa e il tempo di preparazione è di circa un’ora. Il primo passo è quello di mondare, lavare e lessare in acqua bollente salata le cime di rapa. Contemporaneamente le patate possono essere lessate in acqua salata inizialmente fredda, per poi essere scolate al dente. Alcune varianti vedono le patate tagliate grossolanamente, altre schiacciate con il passapatate. Le patate vanno poi lasciate raffreddare. Lo step successivo riguarda le cime di rapa che vanno scolate e lasciate raffreddare. A questo punto le erbe vanno schiacciate affinché se ne perda tutta l’acqua possibile. Da questo passaggio pare derivi il nome mallone: le rape strizzate in un pugno diventano simili ad un mallo di noce più grande. È il momento di amalgamare; in una padella con dell’olio extra vergine d’oliva vanno rosolati l’aglio schiacciato e il peperoncino a fettine. Il tempo di cottura è di 15 minuti circa. Il piatto va abitualmente consumato caldo. Dove e come consumare il mallone Il mallone si è diffuso in varie forme e varianti anche nell’Appennino campano limitrofo ai comuni d’origine. Nella forma più tipica, sviluppata in Irpinia, la preparazione della pietanza si è tramandata in un accoppiamento con la cosiddetta pizza fritta. La pizza fritta non è però la classica napoletana ma un impasto povero di granoturco impanato. Questo, inizialmente, si faceva […]

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Culturalmente

I 50 anni dallo sbarco sulla Luna: gli eventi in Italia

20 luglio 1969: un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità. Quale frase più adatta per celebrare l’anniversario dello sbarco sulla Luna? Il 20 luglio 2019 sarà passato mezzo secolo dalla missione Apollo 11 e, per celebrare i 50 anni dalla famosa passeggiata, l’Italia intera ha in programma una serie di eventi per riportare alla memoria ciò che, solo mezzo secolo fa, ha permesso quell’enorme passo per l’umanità di cui parlava Neil Armstrong. Missione Apollo 11, i ricordi cinquant’anni dopo 20 luglio 1969. Quella sera persino gli orari degli uffici pubblici furono modificati in funzione della missione Apollo 11. 900 milioni di persone s’incollarono alla TV; oltre 20 milioni di italiani erano pronti a vedere la prima trasmissione televisiva delle immagini riprese dal gruppo di uomini che mai prima di allora avevano portato la lontana Luna così vicino. Nel clima teso della guerra fredda l’emozione di quel giorno sembrò annullare il conflitto tra Usa e Urss. Dal giorno del decollo, nelle scuole e nei bar non si parlava d’altro: in quelle ore fu la Terra a girare intorno alla Luna. I negozi erano stati allestiti con vetrine rigorosamente a tema; l’esplosione mediatica fu impressionante. La Rai stimò che le fasi salienti della missione vennero seguite su 7 milioni di piccoli schermi. Perfino al carcere di Roma il ministero concesse 600 apparecchi in prestito. Quella dell’allunaggio fu la prima notte senza furti né rapine da 10 anni a quella parte. Sono passate 109 ore e 42 minuti dal lancio quando Neil Armstrong compie il suo primo passo: l’uomo ha ufficialmente messo piede sulla Luna. 20 luglio 2019: le iniziative organizzate in Italia per l’anniversario dello sbarco sulla Luna Il 20 luglio si festeggeranno i 50 anni dallo sbarco sulla Luna e le iniziative organizzate in Italia – e nel mondo – rendono giustizia a questo straordinario evento con serate a tema, osservazioni astronomiche, mostre, dibattiti e convegni dedicati alla Luna. L’Inaf – Istituto Nazionale di Astrofisica – e i tanti appassionati al tema dello spazio hanno messo a punto la maggior parte delle attività. Ospite speciale di tutte queste iniziative sarà la Luna stessa per cui è prevista un’eclissi parziale proprio nei giorni precedenti. Ecco i maggiori eventi organizzati in Campania e nella Capitale NAPOLI Il Consolato Generale di Napoli ha già celebrato questo anniversario con la proiezione del documentario “The Mars Generation”, diretto da Michael Barnett e selezionato come uno dei film d’apertura al Sundance Film Festival 2017. L’evento si è svolto il 13 luglio alla presenza di più di 260 studenti di scuole superiori e del regista stesso.  Martedì 16 luglio all’Osservatorio di Capodimonte ci sarà l’aperitivo sotto le stelle dal titolo “Stregati dalla Luna” a cui parteciperanno gli astronomi Patrizia Caraveo e Massimo Della Valle. Il tema della missione Apollo 11 tratterà le rievocazioni storiche dello sbarco sulla Luna ma soprattutto gli sviluppi tecnologici ottenuti dalla missione. Dopo quest’apertura ci saranno l’aperitivo e l’osservazione dell’eclisse. Giovedì 25 si terrà un ultimo appuntamento, a cura di […]

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Attualità

Moria delle api: i rischi per l’ecosistema

La bontà del miele e il lavoro di impollinazione necessario per la salvaguardia della biodiversità sono un grande regalo che le api ci offrono con il loro instancabile lavoro, anche se ostacolate da cambiamenti climatici, pesticidi nocivi e insetti killer. Recentemente i mezzi di informazione stanno comunicando insistentemente i dati per cui la moria delle api, iniziata nell’ultimo decennio e continuata senza interruzione, sta raggiungendo risultati impressionanti. Le api stanno morendo e il fenomeno ha raggiunto una dimensione planetaria, tanto da smuovere la coscienza di molte nazioni che stanno cercando di far fronte al problema con campagne pubblicitarie o progetti e iniziative didattiche e di diffusione delle popolazioni apiarie. Conseguenze della moria delle api sull’ecositema globale Il problema di maggiore interesse è dovuto al fatto che i servizi di impollinazione annui mondiali forniti dalle api hanno un costo di circa 153 miliardi di euro. Considerando il fatto che i dati prendono in considerazione solo le colture prodotte per il consumo umano, tralasciando quelle per gli animali da pascolo, le piante ornamentali e quelle selvatiche, i dati raccolti sono quanto basta per capire che i ricavi economici vedono e vedranno un grandissimo calo. Il problema più grave resta tuttavia quello della salvaguardia della biodiversità. Le piante impollinate dagli insetti sono circa 220.000; la diminuzione del numero delle colonie d’api sta provocando conseguenze catastrofiche non soltanto per l’agricoltura, ma anche per la flora che è drasticamente diminuita. La ricchezza degli insetti impollinatori contribuisce inoltre a definire lo stato di salute dell’ambiente; più l’ambiente è salutare più la qualità di vita dell’uomo è alta. Ma se i dati raccolti sembrano impressionanti è bene sapere che lo sono molto di più quelli che prevedono l’andamento della situazione nei prossimi anni. Un quarto delle api europee rischia l’estinzione. Negli Stati Uniti e in Europa è in corso una vera e propria strage silenziosa che gli esperti hanno chiamato sindrome di spopolamento degli alveari. Il fenomeno non interessa solo le api ma tutta la popolazione di insetti. Uno tra gli eventi stagionali più grandi del mondo, la migrazione delle farfalle monarca – un altro importante impollinatore – ha toccato i minimi storici in numero di esemplari: nel 2018, l’86% in meno rispetto al 2017. Immaginando di rimuovere dai supermercati prodotti la cui esistenza dipende non solo dalle api, ma da una gamma più ampia di impollinatori, sparirebbe il 70% dei prodotti alimentari di cui direttamente ci nutriamo. Melone, caffè, cioccolato, mele, limoni e molto altro sarebbero impossibili da reperire. Ma quali sarebbero le conseguenze dell’estinzione delle api? La proporzione globale del fenomeno ha spinto gli studiosi e le istituzioni a raccogliere i dati in modo da elaborare cause e strategie da mettere in campo. Il primo passo per la prevenzione delle api è stato la ricerca delle cause della loro moria. La strage di api nell’ultimo decennio è stata in primo luogo attribuita all’utilizzo degli insetticidi neonicotinoidi. Interi sciami e alveari, in diversi parti del mondo, improvvisamente spariscono con le api che muoiono in preda agli spasmi […]

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Culturalmente

Sidi Bou Said: il villaggio bianco e blu sulle coste della Tunisia

Sidi Bou Said (in arabo: سيدي بو سعيد‎, Sīdī [A]bū Saʿīd) è una città situata nel nord della Tunisia, a circa 20 km dalla capitale Tunisi. Sidi Bou Said è un luogo di forte attrazione turistica ed è noto principalmente per l’utilizzo del bianco e del blu ovunque. Passeggiare per le sue stradine è un’esperienza che molti turisti scelgono ogni anno. La città con i suoi colori brillanti ha un’identità molto forte che è confermata, di volta in volt,a dalle opinioni dei visitatori che vi si recano ad ammirarla. Breve storia di Sidi Bou Said Il suo nome è dovuto ad una figura religiosa importante nel mondo musulmano che visse proprio in questa città. Si tratta del musulmano Abou Said ibn Khalef ibn Yahia Ettamini el Beji. Prima del suo arrivo il nome della città era Jabal el-Menar. Tra il XII e il XIII sec. d.C. questo personaggio giunse nel villaggio di Jabal el-Menar e vi costruì un santuario. Dopo la sua morte nel 1231, fu sepolto lì e da allora il suo nome è diventato il nome dell’intera città. Nel XVIII sec. i governatori turchi di Tunisi e i cittadini benestanti vi costruirono numerosi residence ma i colori caratteristici di Sidi Bou Said sono nati negli anni Venti del Novecento. In questo periodo il pittore e musicologo francese Rodolphe d’Erlanger applicò il tema del bianco-blu in tutta la città. Sidi Bou Said è stata meta di molti artisti che ne hanno decantato la bellezza. Paul Klee, Gustave-Henri Jossot, August Macke, Saro Lo Turco e Louis Moillet sono solo alcuni dei nomi che ricordiamo. Hanno anche vissuto in questo luogo molti artisti tunisini come Yahia Turki, Brahim Dhahak e Ammar Farhat , membri della Ecole de Tunis, la scuola di pittura di Tunisi. La città come meta turistica: quando visitarla e cosa visitare Il periodo migliore per recarsi in questo posto è inizio autunno o in primavera, prima che l’assalto dei  turisti abbia inizio. In questo modo si potrà ancora godere delle passeggiate per le stradine stratte del paese e assaporare la pace del posto. Durante i mesi estivi la strada principale si riempie di turisti ma con essa anche le strade più interne e solitamente vuote. La città sembra invece inabitata nelle ore diurne durante il Ramadan. La città è facilmente raggiungibile in auto e sono disponibili anche diversi parcheggi gratuiti. In treno può essere raggiunta tramite la linea ferroviaria TGM (Tunis-Goulette-Marsa), che parte da Tunisi e giunge a La Marsa. Il villaggio di Sidi Bou Said è molto piccolo e le strade del paese sono visitabili in due o tre ore a piedi. Sicuramente le stradine strette caratteristiche del luogo sono la prima cosa da vedere di questa città. Le case bianche con tetti e le finestre blu, segno particolare di questo villaggio arroccato su una collina, conducono ad una splendida vista sul Mar Mediterraneo e sulla baia di Tunisi. I monumenti da visitare sono: Ennejma Ezzahra: si tratta dell’ex palazzo del barone Rodolphe d’Erlanger e ora è […]

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Culturalmente

Edmond Dantes: chi è il Conte di Montecristo?

Edmond Dantes, il conte di Montecristo | Riflessioni Edmond Dantes, protagonista del romanzo “Il Conte di Montecristo”, è un personaggio nato dalla penna dell’autore Alexandre Dumas nel diciannovesimo secolo. La sua vicenda è ambientata tra la Francia e l’Italia nella prima metà dell’Ottocento e comprende storie di viaggi, ricchezza, vendetta, giustizia, perdono e amore in una trama che intreccia tra loro personaggi e situazioni svariate. Pare che, per creare il personaggio di Edmond Dantes, Dumas si sarebbe ispirato al ciabattino di Nîmes, Pierre Picaud, che visse analoghe esperienze: le sue memorie furono rinvenute da Jacques Peuchet, la cui opera influenzò senza dubbio Dumas. Colpi di scena e intrighi ci fanno conoscere Edmond nelle sue sfaccettature e la sua parabola umana e il suo percorso di perdizione-redenzione ci permettono di immedesimarci nei suoi panni, siano essi quelli della vittima o quelli del vendicatore. Chi è Edmond Dantes? È un uomo caduto in disgrazia che, dopo innumerevoli peripezie, ottiene la sua vendetta verso coloro che gli avevano rovinato la vita. Appena diciannovenne, Edmond Dantes sta per ricevere la promozione a capitano della nave mercantile Pharaon ed è sul punto di sposare il suo grande amore, Mercedes. La sua vita è così perfetta che due uomini, invidiosi della sua carriera e della sua fidanzata, scelgono di rovinarla. Per fare questo denunciano anonimamente Edmond come agente bonapartista e gli causano la prigionia. È proprio nel carcere del castello d’If che Edmond stringe amicizia con l’abate Faria, che gli insegna le sue conoscenze e le arti che ha appreso nel corso della vita. I due scavano insieme un tunnel per la fuga ma Faria, vecchio e infermo, muore prima del grande giorno. Egli riesce tuttavia ad informare Edmond sulla posizione di un grande tesoro di cui è a conoscenza, un tesoro sepolto sull’isola di Montecristo. Dantes riesce a fuggire e arriva in Italia, sulle coste dell’isola di Montecristo, dove trova il tesoro e si crea un alter ego, quello del Conte di Montecristo. Dopo dieci anni Dantes non ha mai perdonato ciò che gli è stato fatto e decide così di attuare i suoi propositi di vendetta. Giunto a Parigi fa il suo ingresso in società e si conquista la fiducia dei suoi nemici. La sua lunga ed elaborata vendetta lo porta a realizzare il suo obiettivo fin quando egli si accorge che le conseguenze delle sue azioni vanno anche oltre i suoi propositi. Edmond Dantes riesce così a ritrovare la propria umanità grazie alla sua schiava greca Haydée e scopre il perdono per l’avversario e per se stesso. La trasformazione del Conte di Montecristo I dispiaceri di Edmond Dantes lo trasformano: se prima della prigionia era un giovane diciannovenne, uscito dal castello il suo fisico è più vigoroso e la sua figura alta e pallida è paragonabile a quella di un vampiro. Edmond è un uomo infelice che conduce una vita tra sfarzi e lussi, facendo ricorso a droghe e ossessionato dall’ormai suo unico obiettivo: la vendetta. Senza fretta egli elabora un piano perfetto […]

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Notizie curiose

Capitan Barbossa: l’ironico Hector dei Pirati dei Caraibi

Ecco il profilo si uno dei personaggi più famosi dei Pirati dei Caraibi: Capitan Barbossa. Non sono incline a ottemperare alla vostra richiesta… Vuol dire NO! (Pirati dei Caraibi: La maledizione della prima luna). Hector Barbossa, meglio noto come Capitan Barbossa. Si tratta di uno dei personaggi principali della saga cinematografica dei Pirati Dei Caraibi, nonché uno dei più amati. Ad interpretarne il ruolo è l’attore Geoffrey Rush, pluripremiata star del cinema e premio Oscar australiano. Egli indossa nella saga le vesti di un antieroe, Capitan Barbossa, il lato oscuro di Jack Sparrow, occasionalmente suo alleato ma pur sempre rivale. Nei diversi episodi cinematografici – cinque in totale – si assiste a un’evoluzione di questo personaggio che lo porta ad assumere un ruolo sempre meno definito ma di maggiore rilevanza. Capitan Barbossa è il cattivo? Cosa si nasconde dietro la sua maschera? Chi è Capitan Barbossa? Perdersi è l’unico modo per trovare un posto che sia introvabile altrimenti tutti saprebbero dove trovarlo. (Pirati dei Caraibi: Ai confini del mondo). Hector è un pirata dagli occhi azzurri, i capelli castani e lunghi, un viso cosparso di rughe e una profonda cicatrice sullo zigomo destro. Il suo aspetto è proprio quello di un vero pirata: denti gialli, unghie nere, barba ispida e, solo da un certo punto della saga, una gamba di legno. Chi avrà conosciuto Capitan Barbossa parlerà di lui come un uomo persuasivo, astuto e spietato. È l’eterno amico e rivale di Jack Sparrow a cui è sempre legato da un rapporto che oscilla tra l’alleanza, il rispetto e la vendetta.; basti pensare che la scimmietta che accompagna sempre Capitan Barbossa si chiama Jack. Capitan Barbossa è cupo e temerario, sveglio e intelligente. I suoi consigli sono sempre i più saggi. È un uomo eloquente e sa di esserlo, motivo per cui usa quest’arma a suo favore ingannando e manipolando le persone. Una delle caratteristiche principali del suo personaggio è l’umorismo asciutto. Condottiero temutissimo e maestro della strategia navale, Barbossa è capace di battersi con la spada con grandissima maestria ed esperienza. Proprio come Jack Sparrow, anche Barbossa tiene molto alla Perla Nera e fa di tutto pur di sottrarla al rivale di turno. Evoluzione del personaggio: chi è davvero Hector Barbossa? Nel corso della saga il personaggio di Capitan Barbossa subisce diverse modifiche. Nel primo film assume chiaramente il ruolo di antagonista, uno spietato pirata che cerca solo di sciogliere la maledizione di cui è schiavo. Nel terzo film, dopo essere stato resuscitato, diventa una sorta di politico: lo vediamo infatti all’opera come pirata nobile del Mar Caspio, titolo di cui è insignito. Nel quarto film Barbossa diventa addirittura un corsaro della marina inglese per poi ritornare nelle vesti di pirata per vendicarsi contro Barbarossa. Nel capitolo finale della saga Barbossa, ricchissimo, si mostra disposto a tutto pur di salvare i suoi affari. Tuttavia, alla fine del film, Hector compie un atto eroico nel tentativo di salvare la vita di sua figlia, figlia che aveva abbandonato da bambina dopo […]

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Notizie curiose

Gli scienziati famosi che non possiamo non conoscere

Quali sono gli scienziati famosi che hanno rivoluzionato il mondo? La lista sarebbe interminabile. Nonostante le poche attrezzature e le scarse risorse a loro disposizione, nonostante le credenze dell’epoca e le innumerevoli avversità, questi scienziati hanno dedicato la propria vita alla Ricerca. La loro determinazione ha fatto sì che passassero alla Storia e fossero ricordati oggi per aver posto le loro ricerche al servizio della collettività. Ecco alcuni dei nomi degli scienziati famosi che non possiamo non conoscere Galileo Galilei Sicuramente tra gli scienziati famosi non può non esserci il suo nome. Nato a Pisa nella seconda metà del 1500, egli testimonia la lunga battaglia tra Scienza e Fede che caratterizzò il suo periodo. Matematico, astronomo e fisico italiano, ha contribuito alla nascita della Fisica Moderna. Galilei è anche l’inventore di diversi attrezzi scientifici tra cui il telescopio, strumento con il quale confutò alcune delle teorie di Aristotele e con il quale scoprì i crateri della Luna. Inventò anche la cosiddetta “bilancetta”, strumento con cui poté calcolare la spinta che i corpi ricevevano corrispondente al peso del corpo spostato. Lo ricordiamo poi per l’introduzione del metodo scientifico e per il suo sostegno alle teorie sul sistema eliocentrico. Galileo Galilei è noto soprattutto per l’accusa di eresia: egli fu accusato infatti di voler sovvertire la filosofia aristotelica e le Sacre Scritture. Per sfuggire alla condanna del Sant’Uffizio egli abiurò le sue tesi per scampare alla morte. “E pur si muove!”: tradizione vuole che questa frase fu pronunciata dallo stesso Galilei al termine della sua abiura. Oggi essa è diventata un modo di dire per esprimere una certezza che resiste nonostante le intimidazioni dell’interlocutore. Nel 1992 Papa Giovanni Paolo II riconobbe gli “errori commessi” dalla Chiesa nei confronti di questo scienziato, ripulendo il suo nome dopo “soli” 359 anni. Isaac Newton Isaac Newton nacque nel 1642 e fu uno dei primi scienziati a studiare lo spettro visibile della luce. Fu un matematico, fisico, filosofo naturale, astronomo, teologo, storico e alchimista inglese. Isaac Newton è particolarmente noto per i suoi contributi alla meccanica classica, di cui stabilì i fondamenti con le sue pubblicazioni sulla legge di gravitazione universale descritta attraverso le sue leggi del moto. Newton fu il primo a dimostrare che le medesime leggi della natura governano il movimento della Terra e degli altri corpi celesti. Dimostrò anche che la luce bianca è composta dalla somma (in frequenza) di tutti gli altri colori. Scompose la luce in diversi colori, grazie ad un prisma, e sostenne che ciascun colore fosse composto di particelle diverse che viaggiavano a diverse velocità. Stabilì i 7 colori dell’arcobaleno, anche se oggi tra gli scienziati c’è ancora un’insicurezza sulla distinzione che egli fece tra l’indaco ed i viola. Di lui si racconta che nel 1666 fosse seduto sotto un melo nella sua tenuta a Woolsthorpe quando una mela gli cadde sulla testa; questo gli fece pensare alla gravitazione e al perché la Luna non cadesse sulla Terra come la mela. Albert Einstein “Solo due cose sono infinite, l’universo e […]

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Cucina e Salute

Dolci senza uova e latte: 3 ricette per tutti i gusti

Si possono preparare dolci senza uova e latte? Si tratta degli ingredienti base della maggior parte di ricette ma se questi mancano nessuno si accorgerà della differenza! Una torta può essere deliziosa, leggera e soffice anche senza proteine animali. I dolci senza uova e latte sono buoni proprio quanto quelli più tradizionali. Questo articolo è per gli intolleranti alle uova e al latte, per i vegani, per chi si sta preparando alla prova costume e per chi vuole preparare un dolce ma gli manca sempre qualche ingrediente! Dolci senza uova e latte: come fare un dolce senza questi ingredienti? Gli ingredienti secchi (farina, zucchero, cacao, lievito…) non devono essere mescolati necessariamente con latte o uova. Il trucco è trovare sempre la giusta proporzione tra polveri e parte liquida. Le alternative al latte possono essere latte vegetale (soia, mandorle, cocco…), olio, succo d’arancia o di limone. Le alternative alle uova sono farina di riso, amido di mais, fecola di patate o semi di lino che immersi in un liquido diventano molto gelatinosi, quasi quanto l’albume d’uovo. La consistenza finale che si otterrà non sarà molto diversa dalla classica torta con uova e latte. Preparare dolci senza uova e latte è possibile e come! Dolci senza uova e latte: torta all’acqua Ingredienti: 330 g di acqua 300 g di farina 00 200 g di zucchero 90 g di olio di semi 1 bustina di lievito per dolci baccello di vaniglia (facoltativo) Iniziamo setacciando la farina e il lievito in una ciotola. In un altro recipiente versiamo lo zucchero e aggiungiamo l’acqua a temperatura ambiente, mescolando con una frusta affinché lo zucchero si sciolga e aggiungiamo i semini di un baccello di vaniglia. A questo punto all’impasto liquido va aggiunto anche l’olio di semi. Dopo aver mescolato aggiungiamo le polveri un cucchiaio alla volta e mescolando sempre per evitare la formazione dei grumi. L’impasto finale deve essere liscio e morbido. Uno stampo da 22 cm di diametro va rivestito di carta da forno o imburrato e infarinato (in alternativa al burro si può usare l’olio di semi). L’impasto va cotto in forno preriscaldato a 180° per 50 minuti circa. Il colore della torta all’acqua deve essere più chiaro rispetto al tipico dolce con le uova. Se la torta sembra che si colori troppo dopo la prima mezz’ora basta ricoprirla con un foglio di carta stagnola e continuare così la cottura. La particolarità di questa torta è il fatto che se ne possono realizzare tante varianti: al cioccolato, al caffè, al limone e così via… Torta alle banane Ingredienti: 3 banane mature 100 g di zucchero di canna 250 g di farina integrale 1 bustina di lievito per dolci 100 g di olio di semi 130 g di acqua noci e nocciole cannella (facoltativo) La prima cosa da fare è schiacciare la polpa delle banane mature con una forchetta. Quando queste avranno ottenuto la consistenza di una crema, ad esse vanno aggiunti progressivamente lo zucchero e l’olio.  Dopo aver mescolato il tutto è il […]

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Attualità

Inventori italiani: 10 nomi da ricordare

Inventori italiani da ricordare: la nostra top 10!  L’Italia è sempre stato un paese guida nel campo delle invenzioni. Leonardo Da Vinci, Alessandro Volta, Guglielmo Marconi sono solo alcuni dei nomi dei migliori inventori italiani di sempre. Alcuni di loro sono diventati vere e proprie celebrità, altri sono rimasti nell’ombra, regalando il proprio contributo al mondo da un angolo nascosto. L’Italia è sempre stata all’avanguardia in questo campo. Si pensi che perfino la prima idea di brevetto nacque in Italia. Dal motore a scoppio alla penicillina, gli inventori italiani hanno sempre dato un grande contributo all’umanità. I dieci inventori italiani che hanno fatto la storia Bartolomeo Cristopori Padovano, nato nel 1655, è l’inventore del “gravicembalo (o arpicembalo) che fa il piano e il forte”. Grazie a un sistema di martelletti che percuotevano le corde, piuttosto che pizzicarle, Cristopori diede vita all’antenato del pianoforte. Il nuovo strumento si diffuse in tutta Europa per la sua grande espressività, prima con il nome di forte piano, poi – dalla metà del ‘700 – come pianoforte. Alessandro Volta Egli, nel 1799, presentò un brevetto che illustrava come costruire il primo generatore statico di elettricità: la pila. Napoleone Bonaparte premiò Volta con una medaglia d’oro e, in suo onore, fu coniata una moneta, la 10.000 lire, in cui accanto al suo volto compare proprio una pila. Eugenio Barsanti e Felice Matteucci Si tratta degli inventori italiani del motore a combustione interna. Nel 1835 brevettarono questo motore che sarebbe stato migliorato qualche anno dopo, nel 1909, dall’ingegnere Giovanni Enrico per la Fiat. Francesco Antonio Broccu Quasi sconosciuto tra i nomi degli inventori italiani, fu l’ideatore della prima pistola. Appassionato fin da piccolo di meccanica, quando ideò il revolver a quattro colpi attrasse l’attenzione del re sabaudo Carlo Alberto che, incuriosito dall’arma, invitò più volte Broccu a Cagliari per tenere un corso sull’utilizzo della nuova pistola. Broccu rifiutò perché non voleva allontanarsi dal proprio paese. Tre anni dopo Samuel Colt brevettò la sua rivoltella e che ne fu riconosciuto l’assoluto inventore. Giuseppe Ravizza Il nome in questione appartiene all’inventore della macchina da scrivere. Ravizza, un novarese nato nel 1811, inventò una tastiera per scrivere a scopo filantropico: facilitare la scrittura ai non vedenti. La sua macchina da scrivere – o, come la chiamava lui, “cembalo scrivano” per somiglianza con i tasti del clavicembalo, fu progettata in 16 modelli. Le sue caratteristiche erano tastiera orizzontale, telaio mobile, nastro inchiostratore, campanello indicatore di fine riga. Il cembalo scrivano fu brevettato nel 1855. Nessuno dei modelli ebbe visibilità e Ravizza restò a molti uno sconosciuto. Intanto a New York la società Remington&Sons mise in commercio la prima macchina da scrivere che ebbe un enorme successo. Antonio Meucci Il fiorentino in questione inventò il telettrofono, l’antenato del moderno telefono. Emigrato a Cuba e poi negli Stati Uniti, Meucci aprì una fabbrica di candele che purtroppo – o per fortuna – dopo un successo iniziale chiuse per un incendio che la distrusse. La fortuna sta nel fatto che a Meucci allora non […]

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Notizie curiose

Curiosità sul caffè: come ordinarlo e dove comprarlo

Le curiosità sul caffè che non conoscevi. Vi è mai capitato ci provare un leggero imbarazzo quando chiedete un caffè in un bar e il cameriere resta lì a fissarvi aspettando un ordine più preciso? Ebbene sì, è possibile accompagnare con molti attributi il nome di questa bevanda… Come pochi sanno esistono circa cinquanta tipi diversi di caffè, senza annoverare nella cifra le innumerevoli combinazioni tra le molteplici varianti che caratterizzano il modo di servirlo. La prima variante è il metodo di preparazione del caffè… Il più ordinato è il tipico espresso, nella sua forma più semplice; abbiamo poi i vari tipi di decaffeinato, corto (o ristretto), che consiste anche in poche gocce di bevanda con poca caffeina e un aroma fortissimo, lungo (l’esatto opposto del ristretto), all’americana, che viene preparato utilizzando un filtro in carta riempito di polvere grossolanamente macinata, su cui si versa acqua calda. Ma non finisce qui! Non dobbiamo dimenticarci del caffè doppio, del caffè “in ghiaccio”, tipico nei paesi del Cilento, del caffè shakerato e di molti altri. Caffè macchiato e corretto consistono nell’aggiunta di altri ingredienti alla bevanda. Possiamo gustare un macchiato con panna, con latte (nelle varianti di caldo/freddo, con/senza schiuma), oppure con crema di nocciola, pistacchio e così via. Possiamo avere anche un caffè macchiato con gelato, generalmente alla crema, oppure un caffè marocchino, che si prepara versando nel bicchierino di vetro prima la schiuma del latte e poi il caffè, con facoltative aggiunte di cioccolato o cacao. La correzione invece consiste nell’aggiunta al caffè di liquore che varia da sambuca, grappa, anice, wisky, brandy, cognac e chi più ne ha più ne metta. Tra le altre varianti abbiamo la temperatura e il contenitore. La prima varia da freddo a caldo, senza dimenticare le sfumature di bollente, tiepido, e addirittura con acqua calda, o contrariamente ghiaccio, serviti a parte. Perfino il contenitore della bevanda può variare in dimensioni e materiale; dalla tazza, alla tazzina, al bicchierino in vetro, alla confezione da asporto… Ma nella nostra lista abbiamo tralasciato le bevande a base (o con aggiunta) di caffè tra cui il caffellatte, il cortado, il latte macchiato, il cappuccino e così via! Effetti, usi e curiosità sul caffè Esiste dunque una vera e propria cultura del caffè, che ormai è divenuto una bevanda tradizionale in tutto il mondo per il suo aroma irresistibile e per il suo effetto eccitante. C’è chi lo condanna e c’è chi addirittura lo consiglia per la prevenzione del cancro al colon e alla prostata; fatto sta che il caffè è stato protagonista della vita degli uomini da sempre. Una curiosità legata a questa bevanda è che nel 1771 il re Gustavo III di Svezia volle verificare scientificamente se il caffè giovasse o meno alla salute. Si servì di due gemelli detenuti per omicidio e, dopo avergli dato l’ergastolo, impose a uno di loro la consumazione di tre tazze di caffè al giorno, mentre all’altro quella di tre tazze di tè; il primo a morire fu il gemello che aveva […]

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Notizie curiose

Sonda spaziale Juno: caratteristiche e curiosità

La sonda spaziale Juno fa parte di una missione lanciata nel 2011 dalla NASA con lo scopo di studiare il campo magnetico di Giove. La sonda è stata lanciata dalla Cape Canaveral Air Force in Florida il 5 agosto 2011. Nel luglio 2016 è arrivata a destinazione. La sua missione è stata estesa ed se ne prevede la conclusione nel luglio 2021. Quali sono le sue caratteristiche le sue curiosità e i suoi aggiornamenti? I dettagli della missione della sonda spaziale Juno Juno è stata sviluppata nell’ambito del Programma New Frontiers, che prevede la realizzazione di missioni spaziali e a medio costo (non superiore a 700 milioni di dollari). Una sua caratteristica particolare è che la sonda è dotata di tre pannelli solari. Si tratta della prima missione su Giove in cui per una sonda vengono usati dei pannelli solari. Di solito, infatti, l’elettricità è data dai generatori termoelettrici a radioisotopi. Utilizzando energia solare, la NASA evita le proteste che negli anni passati hanno accompagnato il lancio di sonde accusato di essere rischioso per la salute pubblica. La sonda spaziale Juno è stata inviata su Giove per studiare il suo campo magnetico. Molte sono le notizie che si potrebbero ricavare con questa missione. Innanzitutto, attraverso la misurazione della massa e delle dimensioni del nucleo di Giove, dei suoi campi gravitazionale e magnetico, sarà possibile capire la struttura del pianeta. Tramite la sonda spaziale Juno sarà possibile misurare a fondo la composizione dell’atmosfera gioviana, il profilo termico, la velocità dei venti e l’opacità delle nubi. Tra gli obbiettivi della ricerca, c’è anche quella di stabilire la quantità di acqua sul pianeta, ed in base a questa misurazione si potrà capire se Giove è nato fuori o dentro il Sistema Solare. Profilo di missione di Juno Il lancio è avvenuto il 5 agosto 2011, a bordo di un razzo Atlas V. La fase di ascesa è stata di circa 10 minuti; poi la sonda è stata immessa su una traiettoria di fuga dalla Terra. A circa 54 minuti dal lancio, è avvenuta la separazione della sonda dal razzo Centaur e il dispiegamento dei pannelli solari. Nell’ottobre del 2013, come pianificato, la traiettoria della sonda spaziale Juno ha previsto un fly-by (sorvolo ravvicinato) della Terra affinché l’effetto fionda gravitazionale gli fornisse un incremento di velocità. Tuttavia, un inconveniente ha indotto la sonda a entrare in modalità di emergenza: essendo il fly-by avvenuto nell’ombra terrestre, i pannelli non ricevevano più segnali. Una batteria di bordo ha fatto sì che la sonda spegnesse tutto ciò che non era strettamente necessario e orientasse la sua antenna verso la Terra. Durante la fase di avvicinamento, la sonda ha scattato delle immagini della Luna. La sonda è arrivata 5 anni dopo il lancio, martedì 5 luglio 2016. La missione era da concludersi dopo il  completamento di 36 orbite attorno a Giove, il che doveva avvenire per il 2018, ma è stata estesa per ulteriori 41 mesi. Luglio 2021 è la nuova data di scadenza. Gli strumenti scientifici di cui […]

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Attualità

Rabdomante o stregone d’acqua: chi è e cosa fa

Chi è un rabdomante? Il termine rabdomanzia deriva dal greco ραβδόμαντεία ed è una parola composta da rhábdos, che indica la verga, e mantéia, ossia divinazione. La rabdomanzia è quindi la pratica che consiste nel tentativo di trovare acqua o filoni di metalli nel sottosuolo, tramite l’utilizzo di un bastone di legno. Questo bastone, nel più classico dei casi, è a forma di Y ed è una sorta di amplificatore dei movimenti del corpo generati dalle radiazioni emesse da ciò che si sta cercando.Il rabdomante, questo sconosciuto Per chi non abbia mai sentito parlare di queste pratiche, l’arte della rabdomanzia sembrerà sicuramente qualcosa di assurdo. Infatti va ben precisato che questa pratica non ha alcun riscontro scientifico. Eppure la rabdomanzia è una pratica antichissima, già usata nel III millennio a.C. in Cina e in Egitto. Alcuni rabdomanti sono anche chiamati “stregoni d’acqua“; qualcuno afferma di poter trovare l’acqua anche sono guardando una mappa, avendo sviluppato il suo intuito con una lunga pratica. L’esercizio della rabdomanzia è da sempre radicato nell’agricoltura; i rabdomanti, per esempio, vengono pagati per cercare l’acqua nei periodi di siccità. Il rabdomante si serve di uno strumento ligneo, di solito una bacchetta biforcuta. Egli tiene la bacchetta per le due estremità e, interpretando le vibrazioni in essa emanate, è in grado di individuare i luoghi e la profondità alla quale si trovano acqua e metalli. Barney Turner, capo dei rabdomanti della Nor Cal (Northern California Dowsers), ha rilasciato un’intervista per Motherboard in cui ha spiegato che cos’è la rabdomanzia. Alla domanda «Cos’è esattamente un rabdomante?» lui ha risposto: «È una persona che ha sviluppato un intuito che gli permette di entrare in sintonia con le vibrazioni dell’acqua. Utilizzando bacchette a L o canne, possono sfruttare tale intuizione come indicatore per dire loro quando entrare in sintonia con quella particolare vibrazione che li porta all’acqua». Nel caso specifico di Turner, egli si fa inviare da chi è interessato a trovare l’acqua una mappa della propria terra. Lui pratica la cosiddetta “rabdomanzia mappale“: scorre con la sua bacchetta sulla mappa e capisce non solo dove c’è la presenza di acqua ma anche a che profondità si trova e la velocità con cui si può attingere. A questo punto se il diretto interessato vuole proseguire Turner si reca sul posto e provvede a dettare il punto in cui perforare.  Cosa serve per diventare un rabdomante?  La parola d’ordine è pratica. Secondo l’opinione dei rabdomanti ci vogliono alcuni anni per imparare la tecnica. Non si tratta di un’arte innata ma piuttosto di tanto esercizio. Tutti possono diventare rabdomanti.  Fondamentalmente bisogna trovare qualche istruttore o leggere qualche libro che spieghi il funzionamento del pendolo e dei vari strumenti che servono per diventare un rabdomante. Per esempio il bastone a Y va impugnato per i rami laterali tenendo i pugni chiusi con i pollici verso l’esterno; quando il rabdomante trova l’acqua la terza estremità della bacchetta oscilla e può addirittura compiere rotazioni complete dall’alto verso il basso o al contrario. Invece nel caso della bacchetta a […]

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Culturalmente

Gallerie d’arte moderna: le più belle in Italia

L’Italia è famosa in tutto il mondo per il suo eccezionale patrimonio artistico. Ogni giorni, infatti, i nostri musei accolgono milioni di turisti da ogni parte del mondo. Per visitare i musei e le gallerie d’arte moderna in Italia c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Tuttavia proponiamo di seguito una lista delle cinque gallerie italiane più belle e importanti che ospitano delle collezioni permanenti di arte moderna e contemporanea. Gallerie d’arte moderna in Italia: al primo posto la Galleria Nazionale di Roma La Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, aperta a Roma nel 1883, custodisce la più ampia collezione d’arte moderna e contemporanea in Italia. Essa accoglie circa 20.000 opere tra dipinti, disegni, sculture e installazioni che testimoniano le principali correnti artistiche dall’Ottocento ai nostri giorni. Questa galleria è l’unico museo nazionale dedicato interamente all’arte moderna. Nasce nel 1883, pochi anni dopo la costituzione del giovane stato italiano. La prima sede della Galleria fu il palazzo delle Esposizioni di via Nazionale. Ben presto questo si rivelò insufficiente ad accogliere il grande numero di opere sempre in aumento. L’Esposizione internazionale di Roma del 1911 fu l’occasione per costruire a Valle Giulia l’edificio attuale – progettato da Cesare Bazzani – come sede stabile della Galleria. L’attuale sede del museo è stata progressivamente ampliata per accogliere il crescente numero di opere d’arte che vi affluiva. Tra le mostre più importanti ospitate dalla Galleria Nazionale ricordiamo quella del 1953 su Picasso, del 1956 su Mondrian, del 1958 su Pollock, e l’esposizione nel 1959 del grande sacco di Burri. In quest’opera di innovazione culturale la sovrintendente Palma Bucarelli ebbe al suo fianco i critici e storici dell’arte Giulio Carlo Argan e Cesare Brandi. Nell’ottobre 2016 viene inaugurato il nuovo allestimento della galleria, basato su un progetto originale che, riducendo il numero delle opere in esposizione, introduce la chiave di lettura “Time is out of joint.”: un tempo sospeso che si sostituisce alla tradizionale lettura cronologica. Tra le numerose opere spiccano quelle degli italiani Canova, Hayez, Fattori, Medardo Rosso, dei grandi maestri francesi Courbet, Rodin, Degas, Van Gogh, Monet, Duchamp, di esponenti dell’espressionismo astratto americano come Pollock, e ancora di Burri, Fontana, Arnaldo Pomodoro, Schifano e così via. Galleria civica d’arte moderna e contemporanea di Torino (GAM Torino) Tra le gallerie d’arte moderna più importanti d’Italia c’è senza dubbio la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino (anche conosciuta come GAM Torino) ubicata in via Magenta 31. La galleria fu fondata attorno al 1891-95. Ospita collezioni artistiche permanenti dell’Ottocento e del Novecento. Si può dire che questo museo abbia fatto la storia dell’arte moderna in Italia. Torino è stata infatti la prima città in Italia a promuovere una raccolta pubblica di arte moderna. Infatti la collezione di Arte Moderna da parte di questa città ebbe inizio fin dalla fondazione del Museo Civico nel 1863. Tale collezione aveva sede in un edificio presso la Mole Antonelliana. Dal 1895 al 1942 fu esposta in un padiglione in Corso Siccardi (ora Corso Galileo Ferraris). Quando questo padiglione rimase distrutto durante i bombardamenti della II Guerra […]

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Culturalmente

8 modi di dire inglesi da conoscere assolutamente

Modi di dire inglesi, i più interessanti Le frasi idiomatiche, i proverbi e i modi di dire sono molto frequenti nel parlare comune in inglese, sia in forma scritta che orale. Alcune di queste espressioni inglesi sono analoghe ai nostri modi dire, altre invece, tradotte letteralmente, non avrebbero alcun senso.  Imparare le espressioni idiomatiche inglesi è certamente utile per approfondire la conoscenza dell’inglese più colloquiale ma può anche essere molto divertente, soprattutto se si confrontano gli idiomi anglosassoni con quelli italiani. Ecco riportate 8 modi di dire inglesi tra le più famose e curiose.  8 modi di dire inglesi da conoscere assolutamente L’espressione “a piece of cake” sta ad indicare qualcosa di molto semplice. La traduzione letterale sarebbe “un pezzo di torta” ma in realtà quest’espressione corrisponde all’italiano “facile come bere un bicchier d’acqua” o “un gioco da ragazzi”. Le teorie sull’origine di questo modo di dire in inglese sono molte e curiose. Molti collegano questo modo di dire alla Royal Air Force, dove una missione semplice veniva definita “a piece of cake” ossia facile come mangiare una fetta di torta. Si può anche far risalire quest’espressione al diciannovesimo secolo in cui le torte erano dei premi per le competizioni. In particolare gli afroamericani cerano soliti competere in una danza chiamata “cakewalk” (=”camminata della torta”) che non era semplice ma era divertente e fattibile “senza sforzo”. I vincitori di questa sfida vincevano un pezzo di torta. A rientrare senza dubbio nella lista delle 8 espressioni inglesi da conoscere è “To cost an arm and a leg” che si traduce letteralmente come “costare un braccio e una gamba”. È l’equivalente italiano di “costare un occhio della testa”. Cambiano le parti del corpo ma il concetto è lo stesso: quest’espressione si usa per indicare qualcosa di troppo costoso. Alcuni fanno risalire quest’espressione alla Seconda Guerra Mondiale, quando i soldati rimanevano mutilati durante la guerra.  L’espressione forse più utilizzata è “break a leg” che letteralmente si traduce come “rompiti una gamba!” ma è l’equivalente italiano del “buona fortuna” o meglio dell’”in bocca al lupo”. Questo modo di dire è molto usato dagli attori prima di andare in scena. L’utilizzo di questa frase è legato alla superstizione: se qualcuno ti augura di riuscire bene in qualcosa, sicuramente andrà male. Anche in Italia agli attori si augura sempre “in bocca al lupo”. Ci sono molte altre superstizioni legate al monto teatrale come fischiare in un teatro o dire la battuta finale del copione. Tuttavia ci sono molte altre possibili derivazioni dell’espressione. Una di queste è che “break a leg” vada interpretata come “piegare il ginocchio” e quindi inchinarsi o, addirittura, chinarsi a raccogliere le monete gettate sul palco. “Letting the cat out of the bag” significa letteralmente “far uscire il gatto dalla borsa”. Quest’espressione tuttavia vuol dire “spifferare un segreto”, ciò che in italiano diciamo come “vuotare il sacco”. Anche in questo caso l’origine della frase non è chiara ma l’ipotesi più attendibile è che essa si riferisca a uno strumento di tortura simile alla frusta chiamato […]

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Notizie curiose

Arriva Giggino, il traduttore napoletano online

Finalmente è arrivato un traduttore napoletano online! Si chiama Giggino, scoprilo con noi! Vi è mai capitato di chiedervi se esistesse un dizionario o un manuale di grammatica napoletana? In effetti in Campania il dialetto napoletano più che un dialetto è una lingua e come tale ha i suoi volumi e manuali che ne spiegano le regole. La notizia che non tutti sanno è che, oltre ai diversi libri e dizionari di napoletano, esiste un vero e proprio traduttore automatico online che facilita le cose. Il suo nome è Giggino. Giggino: il traduttore napoletano Riprende il logo di Google ma si chiama Giggino. Funziona esattamente come Google Traduttore: traduce ogni frase dall’italiano al napoletano. Basta scrivere la frase di cui si vuole la traduzione nell’apposita casella e cliccare su “traduci in napoletano”. C’è da dire che Giggino, il Google traduttore napoletano, non è perfetto. Alcune traduzioni non sono attendibili al cento per cento. Un errore che Giggino traduttore commette è, per esempio, apporre l’accento ad alcune vocali di fine parola (esempio: “te vogliò bbene” non è corretto). Un altro errore tipico di Giggino è il tradurre le parole, non le espressioni. Per esempio, nonostante “ho” si traduca come “teng”, Giggino tradurrà la frase “ho sofferto” con “teng soffèrt”, mentre la traduzione esatta sarebbe “aggio soffèrt”. Dunque Giggino – traduttore napoletano non è di certo perfetto ma potrebbe migliorare ed è sicuramente un aiuto valido nel caso di qualche piccola traduzione istantanea. Il blog di Giggino, il Google traduttore napoletano Quando visitiamo la pagina web di Giggino troviamo un link che ci rimanda al suo blog. In questo blog possiamo leggere qualche notizia sul traduttore. Il progetto Giggino.com nasce nel 2007 per gioco. Bastano due ore di programmazione per creare un traduttore che si limitava a togliere le vocali dalla fine delle parole. Il programmatore di Giggino è Piero Disogra, un uomo che si professa orgogliosamente napoletano. Dopo tre anni dalla sua creazione egli cancellò Giggino – traduttore napoletano ma una folta schiera di utenti gli si oppose. Resosi conto del successo del suo traduttore, Piero ha continuato a lavorarci. Se Giggino non è abbastanza efficiente possiamo usare qualche altro metodo… Una pecca di Giggino è il fatto che può tradurre solo dall’italiano al napoletano e non viceversa. Dobbiamo quindi avvalerci di altri strumenti per le nostre traduzioni, strumenti che non scarseggiano. Glosbe, per esempio, è un dizionario online che permette di tradurre il napoletano in qualsiasi lingua del mondo e viceversa. Il fatto che su Glosbe si possa inserire una parola alla volta rallenta la traduzione ma, al contempo, la rende molto più efficiente perché mostra le varie alternative. Simile a Glosbe è un altro sito: Dialettando.com. Questo sito permette di avere un’ampia panoramica di tutti i dialetti italiani. È possibile inserire una parola in italiano e avere la sua traduzione in ogni dialetto oppure inserire una parola in dialetto e scoprire la sua traduzione nelle varie regioni. Ndonio.it è invece un dizionario online che fornisce una lista molto dettagliata di vocaboli in ordine alfabetico […]

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Attualità

L’origine du monde: scoperto il nome della modella ritratta

Finalmente risolto il mistero che avvolgeva il famoso dipinto “L’origine du monde” di Gustave Courbet. Uno dei quadri più discussi di sempre vede ora svelata l’identità della modella ritratta. La donna si chiamava Constance Queniaux ed era una famosa ballerina. “L’origine du monde” (L’origine del mondo): Constance Queniaux è la modella ritratta 1866: Gustave Courbet dipinge uno dei quadri più criticati di sempre. Il dipinto, che ritrae l’organo genitale di una donna, è una vera e propria provocazione. Per anni gli studiosi e gli appassionati d’arte si sono chiesti chi si celasse dietro questa rappresentazione ed ora, finalmente, il mistero è stato risolto. La scoperta è avvenuta grazie all’analisi di una corrispondenza epistolare scambiatasi tra due scrittori, George Sand e Alexandre Dumas (figlio). L’ipotesi più attendibile, prima della scoperta, era che si trattasse dell’amante di Courbet, la modella irlandese Joanna Hiffernan. Questo fino a quando il professor Claude Schopp, studioso esperto di Alexandre Dumas, ha avanzato un’altra possibilità. In una lettera scritta da Dumas egli si è accorto della presenza di una frase errata. “Uno non può dipingere con il proprio pennello più delicato e musicale l’intervista di Madmoiselle Quieniault”. In questa frase – oltre il nome della ballerina scritto in maniera errata – Schopp ha inteso che ciò che era strato tradotto come “intervista” sembrava non aver senso nella frase. In realtà nelle lettere autografe di Dumas la parola in questione non è “interview” ma “interieur”. “On ne peint pas de son pinceau le plus délicat et le plus sonore l’interieur de Mlle Queniault (sic) de l’Opéra”. Ed ecco che la frase assume significato diverso. “Uno non può dipingere con il proprio pennello più delicato e musicale le parti intime di Mademoiselle Queniault“. “È stata come un’illuminazione – ha raccontato Schopp – Di solito devo lavorarci molto, lì ho trovato senza cercare. È stato ingiusto”. Constance Queniaux, la modella de “L’origine du monde” (L’origine del mondo), era una nota ballerina dell’Opera di Parigi. All’epoca in cui fu ritratta da Courbet aveva trentaquattro anni. Quando la ballerina morì nel 1908, lasciò in eredità un dipinto di Courbet raffigurante delle camelie. Il simbolo era inequivocabile: all’epoca del romando di Alexandre Dumas “La signora delle camelie”, quel fiore voleva indicare le cortigiane. È stata dunque avvalorata la tesi che quel dipinto possa essere stato regalato alla ballerina da Courbet stesso. Uno de quadri più scandalosi di sempre: “L’origine del mondo” di Gustave Courbet Ricostruendo gli avvenimenti, all’epoca del dipinto la ballerina aveva trentaquattro anni ed era una delle amanti del diplomatico ottomano Halil Serif, meglio noto come Khalil Bey. È stato proprio lui a commissionare il dipinto dei genitali della donna a Gustave Courbet. Khalil Bey era un collezionista di opere d’arte erotiche. Tra i suoi quadri c’era anche “Il bagno turco” di Ingres. Egli teneva nascosto questo quadro all’interno di un camerino, dietro una tenda, e lo mostrava ai suoi ospiti. Rovinato dai debiti di gioco, Khalil-Bey fu costretto a cedere l’opera all’Hotel Drouot; fu successivamente acquistata dal barone Ferenc Hatvany alla galleria Bernheim-Jeune di Parigi. […]

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