Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Culturalmente

10 Febbraio: Giorno del ricordo delle Foibe, per vittime ed esuli

Il 10 febbraio è il “Giorno del ricordo delle foibe”, sancito con una legge del 2004: esso si configura come una vera e propria commemorazione. Un tragico evento storico per tanti anni lasciato nel dimenticatoio, ancora oggi poco studiato tra i banchi di scuola, ma sul quale negli ultimi anni, si prova a fare luce. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, a tal proposito, ha recentemente dichiarato: “Per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”. 10 febbraio: il ricordo delle vittime delle foibe non può e non deve svanire Tra il 1943 e il 1947 quasi diecimila italiani, vivi e morti, furono gettati all’interno di cave carsiche, chiamate appunto foibe. L’Istria e la Dalmazia furono teatro di questo vero e proprio scempio ideologico; in quei territori, infatti, i partigiani slavi si vendicano dei fascisti, torturando e massacrano migliaia di persone, gettate poi nelle foibe. Il fenomeno tragico relativo all’uccisione di tanti italiani nelle foibe apparve per la prima volta sulla stampa nell’ottobre del 1943, ovvero subito dopo gli eventi storici collegati alle foibe istriane. Nonostante la stampa del tempo fosse pienamente controllata dal regime fascista, il massacro delle foibe fu presentato all’opinione pubblica (anche se piuttosto ristretta) come un massacro, presentando già i contorni drammatici che oggi conosciamo. A cadere dentro le foibe non furono solo fascisti, ma anche cattolici, liberal-democratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. Una vera e propria carneficina, una pagina triste della storia italiana, che ancora oggi fa rabbrividire. Le vittime erano legate l’una all’altra con un fil di ferro stretto ai polsi, successivamente schierate sugli argini delle cavità. Colpiti da tanti proiettili, al fuoco delle mitragliatrici, precipitavano tutti nel baratro. Uno strumento atroce con il quale si eliminavano quanti avrebbero potuto creare problemi o dissidi allo Stato comunista jugoslavo. La “Giornata del ricordo delle foibe” è diventata legge nel 2005 e ogni 10 febbraio si ricordano le vittime di quella strage. Il ricordo diventa anche il modo per divulgare quanto accadde, soprattutto nelle scuole, rivolgendosi ai più giovani, scuotendo le coscienze di tutti, per far sì che tutto ciò non si verifichi più. Ricordiamo che oltre alle vittime delle cosiddette foibe, si commemorano anche gli esuli istriano-dalmati. Il 10 febbraio è soprattutto un momento di riflessione, in particolar modo per dare dignità a tutte quelle persone tragicamente ed ingiustamente uccise. Vittime della storia e di un sistema repressivo che non ammetteva ragioni. Il “Giorno del ricordo delle foibe” è rivolto anche ai familiari delle vittime ed ai loro discendenti, affinché si annulli ogni polemica, ogni dubbio che non ha ragione d’essere, esprimendo vicinanza. Un ruolo di fondamentale importanza, non solo in questo giorno, ma sempre, ha l’operato nelle scuole, per diffondere la conoscenza di quegli avvenimenti e puntare al superamento di preconcetti e risentimenti, per  rendere davvero giustizia alle vittime. [Immagine in evidenza: https://www.laciviltacattolica.it/articolo/il-massacro-delle-foibe-e-il-silenzio-di-stato/]

... continua la lettura
Libri

Piranesi: il nuovo suggestivo romanzo di Susanna Clarke

Piranesi è il nuovo romanzo dell’autrice Susanna Clarke, famosissima scrittrice inglese di romanzi fantasy. Il romanzo, edito da Fazi, suggella il ritorno eclatante della Clarke con un libro che ha molto da dire e che sicuramente coinvolgerà dalla prima all’ultima pagina. Piranesi: trama e dettagli della narrazione Piranesi vive in una casa spettrale, non si sa da quanto tempo, probabilmente da tanto, forse da sempre. Ogni giorno visita, esplorando, i grandissimi saloni sui vari piani della struttura, i corridoi, le statue, scoprendo i misteri che avvolgono tutto e di cui fa menzione su un diario. I saloni più alti non si vedono nitidamente a causa della fitta coltre di nebbia che li avvolge, mentre delle maree imprevedibili che risalgono, non si comprende bene da dove, sommergono i saloni inferiori. Piranesi si confronterà con le proprie paure, fobie, crogiolandosi in una serie infinita di interrogativi che coinvolgeranno anche il lettore. Ovviamente non è solo ed improvvisamente si troverà a fare i conti con tante possibili minacce e soprattutto con diversi ricordi che non combaceranno. L’ambientazione è da scrutare con attenzione e potrebbe facilmente confondere, anche se, come viene detto all’interno del libro, “La casa ha tre livelli”, paragonabili ai diversi personaggi che compongono il romanzo, come tanti tasselli man mano identificabili. La scrittura è accorta, anche se lascia spesso sulle spine, con l’utilizzo di frasi spezzate o allusioni. Piranesi è uno dei personaggi all’interno del romanzo; egli si muove con un alone di mistero, in un ambiente avvolto in una fitta coltre di interrogativi. Insieme a lui c’è l’Altro, che però incontra solo due volte a settimana (così come viene annotato nel diario che il protagonista scrive), un personaggio che non è facile identificare, spesso assorto nei propri pensieri, altre volte pungente, altre ancora sarcastico, si potrebbe dire poco aperto, particolarmente dedito alla vita intellettuale. Piranesi e l’Altro sono alla ricerca di una grande verità, che però si rivela difficile da scovare e si perde in segreti, enigmi ben tessuti, rivelazioni, considerazioni personali e tanto altro ancora. Il diario di cui Piranesi fa menzione nel corso della narrazione descrive alcuni particolari (che sembrerebbero tipici di una casa dell’orrore) utili al lettore. Ogni tassello, ogni particolare merita attenzione. Nulla è da tralasciare. È facile, così come il protagonista stesso afferma più volte, perdersi in duecento metri di larghezza, propri di un salone, oppure imbattersi in qualche statua ricoperta di alghe. Naturalmente tutto ciò contribuisce a rendere il libro ancor più interessante e non distoglie, come si potrebbe pensare, dalla storia vera e propria, anzi, aggiunge elementi fondamentali per capirne pienamente il significato. Piranesi è un libro estremamente suggestivo, all’interno del quale le annotazioni del personaggio principale, dal quale il romanzo prende il nome, fungono da “guida” per capire quanto succede o almeno provare a farlo. Il lettore avrà la sensazione di procedere in un labirinto di parole, immerso in un’ambientazione spettrale che però nasconde un fitto significato. Procedendo in questa interessantissima lettura, si ha spesso la sensazione che possa accadere qualcosa da un […]

... continua la lettura
Culturalmente

Legge Bacchelli: supporto e tutela economica agli artisti

La Legge Bacchelli, particolarmente nota tra gli artisti, prevede la tutela di quest’ultimi, su ampia scala, in caso di necessità. Una Legge che aiuta “Coloro che hanno dato fama al Paese” Il nome della norma, approvata in Italia durante il Governo di Bettino Craxi, l’8 agosto 1985, nasce in relazione allo scrittore italiano Riccardo Bacchelli, la cui condizione ispirò il legislatore ad approvare la disposizione salva-artisti. La legge Bacchelli consente al Presidente del Consiglio dei Ministri, dopo una comunicazione ufficiale al Parlamento, di concedere un assegno straordinario vitalizio a favore dei cittadini italiani, di chiara fama, che abbiano dato lustro alla Patria con i meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte a fini sociali, filantropici e umanitari e che versino in stato di particolare necessità. È importante precisare il fine ultimo di tale norma che prevede un sussidio non di carattere pensionistico, pronto ad aiutare coloro i quali hanno dato il proprio appoggio alla Patria. La Legge Bacchelli garantisce un sostegno economico ai cittadini (artisti, attori, autori, poeti, scienziati e artisti) di chiara fama. Tra i primi beneficiari di questo sussidio la poetessa ed autrice Alda Merini, in grave crisi economica, morosa nei confronti di una nota compagnia telefonica; la Merini, lesse un articolo incentrato proprio su questa legge, e decise di chiedere aiuto a Pippo Baudo. Aiuto che arrivò dopo molto tempo, ma che le permise di saldare i debiti contratti. Situazione analoga anche per il campione italiano del ciclismo, Gino Bartali al quale fu proposto il vitalizio (che ricordiamo si affianca alla pensione ma non si sostituisce ad essa) ma rifiutò, consigliando di darlo a persone più bisognose. Legge Bacchelli: cosa è cambiato dall’approvazione del 1985? Nell’elenco dei beneficiari della legge, compaiono circa venticinque persone, tra le quali scrittori, cantanti, ma anche giornalisti, registi, poeti e sportivi. Tra questi non tutti sono volti conosciuti, infatti alcuni sono noti, altri meno, ma ognuno si è distinto per attività a favore della Nazione e per i benefici arrecati al Paese. In realtà coloro che potrebbero usufruire del “sussidio” sarebbero complessivamente ventisette, ma, il fondo stanziato a sostegno degli artisti, non è sufficiente a coprire tutte le richieste, poiché sarebbe necessario un incremento. La somma di denaro concessa grazie alla Legge Bacchelli, (circa 24mila euro annui) può essere revocata qualora venga meno lo stato di necessità o intervengano condanne penali definitive. Il Fondo è stato recentemente incrementato con il Decreto legge dello scorso 14 agosto 2020. Una legge importante, soprattutto perché si configura come un vero e proprio “soccorso pubblico” in caso di decadenza economica. Un tempo, gli artisti potevano confidare nella gentilezza e “carità” di parenti ed amici qualora avessero avuto problemi finanziari, ma con l’approvazione della Legge Bacchelli tutto cambiò. Qualcuno un tempo affermò che “Con la cultura non si mangia”, considerazione opinabile, però è pur vero che quanti hanno contribuito ad accrescere il vasto patrimonio artistico, culturale, storico del Paese meritano un riconoscimento, […]

... continua la lettura
Libri

Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni

Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni è il nuovo libro dell’autore Franco Matteucci; si tratta di un romanzo ben intessuto, scorrevole e coinvolgente al tempo stesso. Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni: una fitta rete di misteri L’ispettore Marzio Santoni, soprannominato “aka il Lupo Bianco” per il suo ineccepibile fiuto, con l’assistente Kristal Beretta indaga sulla morte improvvisa di Ugo Franzelli, l’anziano medico condotto di Valdiluce da qualche anno in pensione. Un uomo misterioso, che custodiva tanti misteri, la cui morte lascia un vero e proprio baratro di interrogativi, menzogne, donne, proibizioni e tanto altro ancora. All’indagine piuttosto difficile si affiancano una serie di elementi concomitanti, che intralciano il lavoro dell’ispettore Santoni. Un vero e proprio giallo, all’interno del quale confluiscono tanti tasselli pronti a spezzare il filo della narrazione, creando nuovi scenari che, improvvisamente, si ricongiungeranno con i vecchi. Un abile gioco di parole e una narrazione eloquente rendono la storia particolarmente suggestiva. Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni prospetta un orizzonte piuttosto dettagliato, proprio di un genere letterario ben definito cui esso appartiene, ossia il “giallo”. L’ispettore Santoni si trova dinnanzi a sé un problema, ossia un omicidio, al quale però si concateneranno tanti altri tasselli apparentemente secondari. Il genere letterario proprio del romanzo giallo propina uno scenario di tipo sì investigativo (nella maggior parte dei casi), ma definibile come “cognitivo”: c’è un crimine, esiste una parte incriminata, un’indagine e uno o più individui sui quali inevitabilmente si sofferma l’attenzione del lettore. Ma, non è detto che proprio tali personaggi siano quelli principali. Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni si caratterizza per una narrazione che non genera solo emozioni, ma che trasmette delle vere e proprie pulsioni, trasportando la mente in un’altra dimensione. Un romanzo giallo dallo stile efficacemente suggestivo Un libro che inevitabilmente incuriosisce e riesce a tenere viva l’attenzione del lettore, con ragionamenti, scenari improvvisi, comparse inaspettate, comportamenti, brandelli di quotidianità, cose materiali ed immateriali. Tra rivelazioni incrociate e scambi di accuse, l’ispettore Santoni deve fronteggiare un caso terribilmente intricato, in cui ogni ricostruzione è un pasticcio, ogni ingrediente è un indizio. Oltre all’elemento psicologico tipico del genere, Un caso troppo complicato per l’ispettore Santoni, assume una veste importante anche dal punto di vista prettamente ambientale. La narrazione prende forma in un piccolo paesino toscano, lontano dal caos della vita quotidiana, dalla cosiddetta urbanizzazione che tutto travolge, diramandosi tra boschi e vegetazione, e conquistando il lettore con la vivacità propria del luogo e il comportamento accorto e perspicace dell’ispettore. Curioso l’atteggiamento dell’ispettore Santoni che è come se mettesse una distanza tra sé ed i propri collaboratori, dando loro del “lei”, nonostante si conoscano e lavorino insieme da tempo. Quell’elemento che potremmo definire prossemica e che probabilmente rientra in una precisa intenzione stilistica dell’autore, non verificandosi nella lettura vera e propria. Non c’è nessuna barriera tra il lettore e il romanzo, anzi. È proprio come se chi legge entrasse a far parte della storia, di un giallo perfettamente contornato, all’interno del quale è possibile raccogliere frammenti […]

... continua la lettura
Libri

Il mio tuffo nei sogni: un libro di Marco D’Aniello

Il mio tuffo nei sogni è un libro difficile da “etichettare”. Non è un romanzo, non è un’autobiografia a tutti gli effetti, può essere considerato una storia di vita, tra cadute e successi, di un ragazzo, Marco D’Aniello, che non ha smesso mai di sognare. Il mio tuffo nei sogni: un esempio di felicità oltre ogni limite Da bambino speciale a campione di nuoto: nel 2019 conquista il record italiano assoluto nella categoria Juniores cinquanta metri stile libero ai Campionati Nazionali della FISDIR. Marco D’Aniello è un giovane ragazzo che non si lascia abbattere e tra fragilità e forza, difficoltà e conquiste riesce a farsi spazio, a trovare la propria dimensione. Circondato dall’amore incondizionato della sua famiglia ha fatto dello sport la sua energia ridondante, che è uno dei sintomi dell’autismo. È salito sul gradino più alto del podio ed è diventato un esempio di felicità. Marco è un sognatore e grazie alla sua tenacia scopre che può trionfare e diventare un esempio per gli altri. Naturalmente, oltre quella forza e quell’energia, si nasconde un mondo di fragilità, che viene fuori leggendo Il mio tuffo nei sogni nel quale la giornalista Rossella Montemurro, grazie all’idea dello scrittore Lorenzo Laporta e con la complicità di Cinzia e Roberto, i genitori di Marco, racconta la sua storia. Marco D’Aniello, consente, grazie al suo libro, di gettarsi a capofitto nella sua esistenza, fatta di tanti elementi belli e brutti che hanno costellato la sua vita. Una storia che tocca nel profondo, fin dentro l’anima, rende spesso indignati, ma al contempo riesce a far sorridere e riflettere, attraverso una serie di interrogativi. Il mio tuffo nei sogni è un racconto di vita, nuda e cruda, ma anche una storia di notevole speranza, che dà forza e permette di guardare al futuro con più forza, con la stessa tenacia con cui lui, Marco D’Aniello, guarda i risultati raggiunti e i tantissimi che sicuramente riuscirà ancora a raggiungere. Un campione sportivo e un maestro di parole, un ragazzo dall’incredibile forza interiore che motiva con un libro da leggere tutto d’un fiato. La lotta tra vincitori e vinti porta a combattere senza fermarsi mai, sperando, anche in caso di vicende che sembrano non avere un lieto fine. Questo è quanto si comprende grazie alla prefazione de Il mio tuffo nei sogni, curata e scritta da Mara Venier. Sport ed amicizia, tenacia ed energia, negatività e positività, poli apparentemente in contrapposizione ma perfettamente collimanti grazie alle parole del libro, che racconta in modo semplice la storia di un vincitore. Vittima di bullismo, un trascorso doloroso che però gli ha permesso di arrivare dov’è oggi, diventando un esempio per molti giovani ed emozionando con il suo libro, il suo vissuto. Una storia che nasce dal cuore, attraverso le parole di una donna, mamma Cinzia, che non ha mai smesso di sperare, nonostante vent’anni fa, quando è stato diagnosticato l’autismo a Marco, si sapesse ben poco di tale patologia. Il suo primo approccio in vasca, fino alla scoperta di potenzialità incredibili, […]

... continua la lettura
Food

L’isola d’Ischia e la tradizione dei Piennoli di pomodoro

L’isola d’Ischia si distingue nel mondo per le diversità morfologiche, culturali, storiche e gastronomiche che la contraddistinguono, confluendo in un territorio senza tempo. Gastronomia, tradizione e storia dell’isola d’Ischia Famosi sono i cosiddetti “Piennoli di pomodoro”, realizzati sin dai tempi antichi, secondo tecniche particolari e suggestive, tramandate da una generazione all’altra. Sull’isola d’Ischia, il pomodorino del Piennolo è famoso e in qualsiasi ristorante o abitazione si vada a mangiare, si potrà assaporare il gusto antico di tale alimento, in un mix di storia e bontà. Per quanto riguarda i “Piennoli” c’è però da fare una distinzione di natura etimologica, infatti, essendo un termine dialettale, c’è chi lo chiama “Piennolo” e chi invece lo definisce “Piennulo”. Il periodo di realizzazione è solitamente l’estate, quando fa caldo e quindi si hanno a disposizione pomodorini rossi e ben maturi. Gli abitanti di Ischia rivelano che ad essere utilizzate sono le cosiddette “schiocche”, ossia i primi grappoli di pomodorini. Ciò perché la possibilità di un improvviso temporale sarebbe inevitabilmente dannosa e potrebbe compromettere la raccolta, rendendo vana la maturazione dei Piennoli che, ricordiamo, permettono di avere i frutti, quantomeno nell’accezione più scientifica del termine, a disposizione durante i mesi freddi. La gastronomia di Ischia si differenzia proprio per la ricchezza e la varietà di elementi a disposizione; tutto ciò che un tempo rappresentava fonte di sostentamento per le famiglie dell’isola, oggi è un vanto per quanti conservano tali tradizioni. Nel corso del tempo, essendo il territorio dell’isola molto fertile, gli abbondanti raccolti di pomodori richiedevano una tecnica di conservazione che ne preservasse l’integrità nel tempo. Si pensò a diverse soluzioni, tra le quali le conserve, la preservazione in bottiglia, essiccati o in barattolo (le cosiddette bottiglie di pomodoro) ed infine la scelta ricadde sul rinomato e tutt’oggi apprezzatissimo Piennolo. Passeggiando lungo le strade interne di Ischia, è impossibile non notare dei pergolati in legno, tettoie o semplicemente pareti in tufo verde, tipico dell’isola, dai quali come una cascata scendono enormi “grappoli” di pomodori, intrecciati l’uno con l’altro. Come realizzare “U Piennolo”  Dopo aver raccolto le prime “schiocche” di pomodori ben maturi, ovviamente coltivati secondo tecniche biologiche, senza prodotti chimici, esse vengono posizionate su un filo di canapa, legato a cerchio; in questo modo verrà fuori un grande grappolo, il cui peso varia in base alla grandezza dei pomodori, appeso poi alle pareti o alle tettoie di cui prima facevamo menzione, in luoghi ben asciutti, protetti dalla pioggia e ventilati. Tale metodo permetterà di conservare a lungo i pomodorini e soprattutto è un’ottima soluzione per garantire quel sapore dolce e al tempo stesso lievemente acidulo che caratterizza “U Piennolo” Una curiosità circa la realizzazione del Piennolo riguarda lo spago o la corda utilizzati per crearlo; ad Ischia, infatti, si usano anche i rami di ginestra. Questa scelta permetterà di avere un duplice vantaggio: con la ginestra basta un unico avvolgimento perché i pomodori aderiscano perfettamente al ramo. Il secondo vantaggio è che i pomodorini sono abbastanza distanziati tra loro e ciò crea una maggiore distribuzione e […]

... continua la lettura
Culturalmente

Bromuro di argento e fotografia: uno scatto nella storia

Il Bromuro di argento è un sale dal colore giallo chiaro, ottenuto facendo reagire argento e bromo (un non metallo liquido a temperatura ambiente). La scoperta della fotografia rappresenta un ambito ben documentato, con attestazioni e documenti storici, a differenza di tante altre discipline, le cui origini non sono perfettamente riscontrabili o si perdono nel corso del tempo. Uno degli elementi chimici più usati tra tutti gli alogenuri in ambito fotografico, è proprio il bromuro di argento. La fotografia nella storia, tecniche e supporti L’utilizzo del Bromuro di argento nell’ambito della fotografia fu osservato dal chimico Joseph Swan. Tale procedimento prevedeva lo scioglimento del bromuro in una soluzione di acqua e gelatina aggiungendo poi il nitrato d’argento. Tutto ciò portava ad una vera e propria cristallizzazione dei grani di argento che, avvicinandosi l’uno all’altro, daranno poi vita all’immagine, seppur non ancora visibile. Lo scienziato osservò che in particolar modo gli alogenuri d’argento, cloruro, bromuro e ioduro, portavano alla formazione di un’immagine su un supporto. Nel corso del tempo, il procedimento al bromuro di argento, divenne tanto famoso da essere commercializzato in tutto il mondo, soprattutto in America. Il primo a dare risalto a tale procedimento, dopo Swan, fu Peter Mawdsley, che mise in vendita carte da stampa la cui realizzazione si basava sull’utilizzo della gelatina di bromuro d’argento e che prevedevano un’immagine latente, non immediatamente visibile. La differenza, tra le carte a base di gelatina di bromuro d’argento e quelle all’albumina era la struttura molecolare dell’argento. Nelle prime, infatti, la composizione propria della struttura rimaneva invariata. I procedimenti fotografici introdotti dal 1839 a oggi sono stati circa centocinquanta, tra negativi e stampe. Naturalmente si tratta di tecniche antiche, oggigiorno affinate grazie ai moderni mezzi tecnologici e ai supporti sempre più avanzati. Tutto ciò però, ha condotto ad una vera e propria evoluzione nello sviluppo delle fotografie, sempre più belle e precise. Ovviamente, ogni procedimento storico, si connota per un meccanismo interno di differenziazione rispetto all’altro. Dal bromuro di argento alla fotografia moderna Ricordiamo che l’utilizzo della carta risale al Novecento, sui diversi supporti di emulsioni positive, quindi destinate a quella che era la riproduzione dell’immagine negativa ottenuta su lastra di vetro o pellicola. Le carte al bromuro, presentano una sensibilità molto accentuata, motivo per il quale sono utilizzate esclusivamente per effettuare gli ingrandimenti. Oggigiorno la fotografia è alla portata di tutti, chiunque può immortalare un panorama, un volto, un monumento, anche solo con la fotocamera del proprio cellulare, e di certo non è necessario un processo di sviluppo tanto lungo e delicato come quelli del passato. La globalizzazione ma anche gli specifici mutamenti economici e sociali hanno inevitabilmente condotto ad un radicale cambiamento, sia dei supporti per scattare le fotografie, sia delle modalità utilizzate per stamparle. Cambiano i procedimenti ma senza le prove dirette del passato non si riuscirebbe a realizzare tutto ciò che si ottiene oggi, con i supporti fotografici. Bromuro e fotografia creano una combo perfetta che, a distanza di anni, è ancora utilizzata per affinare le tecniche di zoom. Un procedimento chimico, nato […]

... continua la lettura
Attualità

Sebastian Colnaghi: fusione tra natura e web

Intervista a Sebastian Colnaghi giovane ricercatore italiano, oltre che appassionato di web. Un lavoro bello quanto rischioso il suo, che lo ha portato a scoprire, con un team di biologi, la Vipera del Meridione. Salve Sebastian, grazie per aver accettato questa intervista.  In cosa consiste il Suo lavoro? “Il mio lavoro consiste nella ricerca di alcune specie di rettili presenti in Sicilia. Nello specifico il mio impegno è volto all’individuazione delle vipere presenti sul territorio, per poi procedere alla misurazione e alla documentazione fotografica. Da circa due anni collaboro con Matteo Di Nicola, un biologo ricercatore di Milano, un lavoro certosino che svolgo non solo in Sicilia ma anche in altre regioni d’Italia come la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia e l’Abruzzo, che sono diventate per me meta privilegiata di spedizioni finalizzate alla ricerca dei rettili presenti sul territorio nazionale. Il mio secondo lavoro che svolgo pienamente sui social è quello di sponsorizzare gadget e prodotti su Instagram”. Un lavoro sicuramente molto impegnativo, soprattutto per il degrado ambientale che purtroppo sempre più affligge i diversi territori e ambienti naturali. Qual è stata la ricerca più difficile e dove? “Molte volte stando sul campo sono esposto a tantissime intemperie come forti temporali e ad un clima molto variabile. Una delle mie ricerche più difficili è stata l’anno scorso in un weekend sull’Etna alla ricerca della Vipera aspis con il mio amico biologo; abbiamo dormito in un bivacco, tra pioggia, vento ed intemperie che hanno messo a dura prova le nostre ricerche, è stata un’esperienza unica, sofferente ma nel contempo entusiasmante. Nel lavoro di ricerca possono capitare pure delle disavventure come quando l’anno scorso, per una mia distrazione sono stato morso da una Vipera aspis, ma per fortuna è andato tutto per il meglio e con le dovute medicazioni il morso non ha prodotto nessuna conseguenza negativa”. Sebastian, cosa può dirci della Vipera aspis? “In Sicilia e nel Meridione è presente la Vipera aspis, nella sottospecie hugyi, un rettile estremamente importante per il controllo delle popolazioni di micromammiferi e, quindi, per l’equilibrio degli ecosistemi; una straordinaria specie, purtroppo minacciata dall’uomo che la teme inutilmente. Il veleno della Vipera aspis è una complessa combinazione di tossine, proteine ed enzimi con un’azione emotossica, molto variabili in funzione della specie, in ogni caso ogni morso è molto soggettivo, dipende dallo stato di salute della persona e dalla quantità di veleno che ha in quel momento l’animale. Normalmente negli ospedali, per tenere sotto controllo gli effetti del veleno vengono somministrati dei farmaci classici come cortisone, antibiotici o anticoagulanti nel caso di pazienti anziani più vulnerabili. Solo in presenza di reazioni sistemiche importanti si inietta il siero, non tanto per un concreto pericolo di vita, quanto più per ridurre la durata e l’intensità del veleno”. Quante specie ha trovato in Italia fino ad oggi?! “Negli ultimi anni sono state tantissime le specie di rettili che sono riuscito ad avvistare come ad esempio decine di esemplari di Vipera aspis e Vipera berus, per quanto riguarda i serpenti appartenenti alla […]

... continua la lettura
Libri

Quando la montagna era nostra: dell’autrice Fioly Bocca

Quando la montagna era nostra è il nuovo romanzo dell’autrice Fioly Bocca, edito da Garzanti. Un libro estremamente interessante sin dalle prime pagine, che riesce a catturare l’attenzione, coinvolgendo in una lettura senza eguali. Quando la montagna era nostra: breve sinossi  La protagonista del romanzo, Lena, conosce benissimo ogni meandro del bosco, ogni angolo, tutto ciò che lo porta poi a tramutarsi in un alpeggio. Riconoscerebbe ogni angolo di quegli spazi, la natura che l’ha sempre circondata; l’ambiente dov’è cresciuta amorevolmente insieme alla sua famiglia, intriso di ricordi del passato. Quello della protagonista è un vero e proprio amore per la montagna, per quello scenario così affascinante, che non smette mai di stupirla, nonostante lo conosca quasi alla perfezione. Passione che condivide con colui che era il suo primo amore, Corrado, rientrato improvvisamente a sconvolgerle l’esistenza. Erano due ragazzi, si amavano. E ora il cuore è pronto a battere nuovamente per lui, contro ogni distanza, ma tormentato da tanti ricordi. Fioly Bocca: una narrazione semplice e diretta Grazie alla scrittura che contraddistingue l’autrice, Quando la montagna era nostra è un libro che si lascia gustare, in modo semplice, senza artefatti, proprio come la natura che lo contraddistingue. Ogni parola che compone il romanzo, come il tassello di un puzzle, accompagna il lettore con amore e delicatezza, tra eventi famigliari, sofferenza, un labile velo di malinconia e quel senso di protezione che solo chi ama la montagna può comprendere del tutto. Ogni personaggio di questo interessante quanto coinvolgente libro, è fortemente radicato al territorio, all’identità ad esso collegata. Ed è proprio questo il tassello che aggiunge maggiore suggestione alla lettura, la presenza del mondo naturale che mette radici nei cuori delle persone. Sicuramente esplorare e soprattutto descrivere i sentimenti non è facile, in particolar modo a seguito di determinate decisioni. Eppure, la scrittrice, Fioly Bocca, riesce a farlo, delineandoli con estremo realismo, accompagnando il lettore in una storia coinvolgente. La protagonista del suo romanzo, Lena, ha lasciato andare quello che era il suo amore, col quale condivideva anche la passione per la montagna, per quei luoghi cosi incontaminati e tanto ricchi. Lena comprende che i ricordi rappresentino il “punto focale” del presente e pagina dopo pagina, l’autrice mostra il suo viaggio interiore, attraverso le immagini del passato, la meraviglia dei sentieri, della vegetazione, dell’amore puro. Il tema amoroso è trattato dall’autrice in modo accorto, senza cadere in sentimentalismi eccessivi, semplicemente accompagna il percorso morale della protagonista, che si ritrova a riflettere su se stessa e sull’ambiente nel quale vive. Quando la montagna era nostra offre una profonda riflessione su quell’insieme di correlazioni, ma anche su tutti quei rimandi di suggestioni emotive, ragionamenti oggettivi sulla realtà e sulle possibilità che essa offre, tutto inserito nella magnifica cornice narrativa di un libro che sorprenderà sin dalla prima pagina. La narrazione prende forma in un arco temporale misto, oscillando tra passato e presente, nel corso dei quali si riconoscono gli elementi propri della natura, il vento che soffia e che quasi “taglia” la pelle, […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Film 007: James Bond e i film più belli da vedere

I Film 007 sono una vera e propria icona dell’ambito cinematografico; nati dalla penna di Ian Fleming, sono diventati nel corso del tempo famosi in tutto il mondo, tanto da incuriosire e appassionare sempre più persone. Il personaggio principale dei Film 007 è James Bond, un elegante e raffinato agente segreto sotto copertura, il cui motto: “Bond, James Bond” è stato utilizzato in ben venticinque pellicole. Una delle curiosità principali della sigla che accompagna la parola Film, ossia – 007, riguarda la cosiddetta “Licenza di Uccidere”. Il numero “7” identifica invece l’agente. Nei romanzi di Fleming si fa riferimento ai precedenti “00”: morti in azione o dispersi. Un aneddoto che affascina ancora oggi. Il primo agente 007 debuttò nel 1954, da allora numerosi attori hanno interpretato i diversi film che vedono protagonista indiscusso l’affascinante ed enigmatico agente. Da Barry Nelson a Peter Lorre; da Roger Moore con ben sette film da protagonista a Daniel Craig. Ma come non ricordare Timothy Dalton, Pierce Brosnan, Sean Connery. Film 007 più famosi: azione, successo e bellezza Ricordiamo che i film della saga 007 sono ben 25 e quindi scegliere quelli più rappresentativi o semplicemente i più belli è piuttosto difficile; Bond è un personaggio polivalente, mutevole, e dunque ogni film ha qualcosa di speciale che lo rende unico. Uno dei primi film 007 s’intitola “Missione Goldfinger”; è il 1964 e James Bond è interpretato da Sean Connery. Il celebre ed indimenticabile film rivela ambientazioni ricche di particolari, e un cambiamento nella scelta delle attrici donne, non più bellezze esotiche, ma celebri attrici americane. Inoltre, Missione Goldfinger, rappresenta un trampolino di lancio per Sean Connery, che si preparava ad altre interpretazioni, ansioso di farsi conoscere. Il terzo film della serie 007 è ricordato ancora oggi, oltre che per la trama perfettamente intrecciata, anche per una delle scene più famose che lo caratterizza. In un importante frame del film, l’attrice Shirley Eaton dovette sottoporsi a ore di trucco per diventare completamente color oro. Subito dopo l’uscita della pellicola circolò una leggenda metropolitana secondo la quale la Eaton sarebbe realmente morta a causa della vernice durante la lavorazione del film. La notizia ovviamente era falsa. Un altro film 007 che vale la pena menzionare è: “Vivi e lascia morire”, interpretato da Roger Moore, nel 1973. Si tratta del primo ruolo di Moore nei panni di James Bond. Importantissimo l’accompagnamento musicale di Paul McCartney, scritto proprio per il film, che sinfonicamente “scorta” lo spavaldo quanto narciso Bond, prima negli Stati Uniti e poi in Sud Africa. Un aneddoto curioso circa questo film 007 riguarda proprio le scene girate in Africa; in particolar modo le scene d’amore, che furono tutte eliminate a causa dell’Apartheid. Inoltre, in “Vivi e lascia morire“, i produttori decisero di diversificare il personaggio di Bond interpretato da Roger Moore rispetto a quello recitato da Sean Connery: ad esempio non ordina Vodka Martini, ma Burbon liscio, fuma sigari e non sigarette. Come sottolineato in precedenza, Roger Moore è stato l’attore che per più volte ha […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pasifae: tra mitologia, sacrificio e pregiudizio

Pasifae è un personaggio della mitologia greca, moglie del re di Creta Minosse e madre del Minotauro, la cui storia è strettamente legata. Pasifae e la leggenda del Minotauro Secondo la leggenda, infatti, Minosse, dopo aver consacrato un altare a Poseidone, pregò affinché facesse sorgere dagli abissi un toro che doveva poi essere sacrificato dal re stesso in nome del dio del mare. Minosse però, considerando il toro troppo bello per essere sacrificato, decise di prenderlo con sé, nella propria mandria, facendo sacrificare un altro toro. Poseidone quindi, per vendicarsi dell’oltraggio subito dal re, fece innamorare Pasifae del toro che l’uomo aveva rifiutato di sacrificare. Per soddisfare il proprio mostruoso desiderio, la regina chiese aiuto a Dèdalo, trasferitosi a Creta per sfuggire ad una condanna per omicidio, che le costruì una vacca di legno cava, rivestita della pelle dell’esemplare di femmina da lui più amato, nella quale entrare per consumare un rapporto fisico. Il toro, montando la finta vacca, fecondò Pasifae che diede alla luce il Minotauro. Analizzando la figura mitologica di Pasifae, tanto importante e notevolmente apprezzata, vediamo che si configura come un vero e proprio esempio di amore mostruoso. Pasifae, rappresenta un tassello negativo generato dall’errore, dal cosiddetto sbaglio dettato da irrefrenabili pulsioni. Il personaggio mitologico appartiene all’immaginario collettivo e soprattutto culturale, tra miti, visioni e testimonianze storiche di cui ancora si può trovar traccia nel mondo moderno. In riferimento a Pasifae e al mito cui si collega, analiticamente, la parola chiave da associare, è “allegoria”; le figure brutali, orrende, spaventose, consentono di oltrepassare tutti i limiti propri del tempo, dello spazio, della cultura, e osservare una nuova prospettiva i cui simboli si prefigurano come figurazioni e trasposizioni di concetti astratti. Dunque il significato simbolico attribuito al mito di Pasifae riflette un rituale strettamente legato alla comparsa della prima luna nuova in estate; si può parlare di una vera e propria iniziazione, un percorso tramite il quale si giunge alla nascita dell’Universo, all’interno del quale si osservavano Terra, Luna e Sole, ed in cui  Pasifae rappresentava il Sole e Minosse la Luna. In questo contesto, Pasifae rappresenta l’incarnazione della Dea-Luna che, mediante la sua sacerdotessa, ogni anno si univa al Re, secondo un rituale d’epoca matriarcale legato al culto della Madre Terra. Pasifae è considerata una donna-regina, i pregiudizi, i dogmi dell’epoca, condannavano fortemente un comportamento come quello descritto.  Nella figura mitologica ancora oggi studiata ed analizzata, alberga il carattere drammatico, a tratti tragico, di un personaggio – donna prima di tutto, che vive un sentimento avvertito come vero ed intenso.   Fonte immagine: Wikipedia.

... continua la lettura
Libri

Roberta Calandra, il nuovo romanzo: Otto, tutti siamo tutti

Otto, tutti siamo tutti è un romanzo dell’autrice Roberta Calandra, edito da Croce. Nonostante nella prefazione il romanzo sia definito «un libro difficile», la lettura procede spedita, in modo piuttosto scorrevole, generando pagina dopo pagina, un immenso piacere e corroborando la curiosità del lettore. Otto: trama e contenuti del nuovo romanzo di Roberta Calandra Il numero Otto se posto orizzontalmente rappresenta il simbolo dell’infinito, e descrive al meglio questo romanzo. La storia, racconta infatti, le infinite possibilità che la vita ha in serbo per ognuno, fondandosi su un aspetto fondamentale per tutti, l’amore, inteso come forza inarrestabile. I protagonisti Elena e Giacomo, rivestono e rivivono otto esistenze differenti, continuando ad amarsi come il primo giorno, sempre con maggiore enfasi ed intensità, vivendo insieme alla storia che inevitabilmente trascorre. Un libertino e una rivoluzionaria prima, poi due poeti romantici dell’Ottocento, poi due prigioniere di un lager, ed infine, semplicemente un uomo e una donna, in una condizione diversa rispetto al ruolo iniziale. Elena è una bella donna di circa quaranta anni, dagli occhi chiari e dai boccoli dorati; accanto a lei, Giacomo, il suo uomo, giovane e ansioso al tempo stesso. Un romanzo, costellato da tante parti, ambientazioni, sentimenti, decisioni, istinti, desideri, emozioni incontrollabili che prendono forma pagina dopo pagina. La forte presenza storica nel romanzo, descrive l’amore, ma anche le difficoltà e la tristezza di determinati eventi, tra “genio”, “nascite” e “bello”. La parte storica, abilmente narrata, tra amore e sensazioni contrastanti, nell’orrore di “quel tempo”, è ben scandita. Entra dentro, attraverso gli occhi e s’imprime nella mente. Si legge di persone private della libertà, costrette a compiere azioni spregevoli. L’inizio nella fine e la fine dell’inizio: contrapposizioni e giustapposizioni di un romanzo L’abile penna dell’autrice Roberta Calandra riesce ad alternare momenti di apparente tranquillità, sentimentalismo, abbracci quotidiani, ad istanti terribilmente tragici, che nessuno mai vorrebbe vivere. Si legge, si vive insieme ai protagonisti, si piange delle loro disgrazie, ci si interroga. Tutto d’un fiato. Ad un tratto si legge in un passaggio del libro, «una strana scritta appare improvvisamente: NN, Notte e Nebbia»: la notte, che rappresenta la rinascita per le protagoniste del libro, e la Nebbia che fortunatamente non permette di comprendere cosa realmente accada. Otto è un romanzo senza nebbia alcuna, dove tutto appare chiaro, nessuna foschia. C’è un inizio ed una fine, e c’è l’inizio nella fine; può sembrare un controsenso, ma in realtà, leggendo Otto, si riuscirà a comprendere tutto ciò. Nulla è lasciato al caso, tutto è disposto, e dopo poche pagine anche il lettore sarà ben predisposto (mente e cuore) verso tale lettura. Il tempo che torna e accarezza ciò che è stato, un passato che ha il sapore del presente, presunti cambiamenti e frammenti di vissuto. Otto è un libro che prende, la sua struttura interna lo rende ben affine ai desideri dei lettori appassionati. I due personaggi principali sono sempre lì, come presenze, non di certo silenziose, che però assumono sembianze diverse.  Immagine: Roberta Calandra

... continua la lettura
Food

Francesca Pace: food blogger per passione, food lover da sempre

Eroica Fenice ha avuto il piacere di intervistare la famosa food blogger Francesca Pace, un’esplosione di ricette, sapori e colori, dalla spiccata bravura. Annovera tantissimi followers su Instagram, dove propone ricette sempre originali, facili da preparare e alla portata di tutti. Ciao Francesca, grazie per aver accettato questa intervista, quando nasce la tua passione per la cucina? “La passione per la cucina nasce quando ero piccola piccola. Sono nata tra farina, uova e burro: i miei infatti avevano un forno artigianale che ha visto il succedersi di cinque generazioni. Quindi il profumo di cose buone mi ha accompagnata per tutta la vita senz’altro. Poi, proprio perché entrambi i miei genitori lavoravano in negozio dalla mattina alla sera, spesso andavo dalle nonne. La mia frase più famosa è “faccio io, faccio io”; mia nonna mi racconta che a 3-4 anni avvicinavo la sedia al piano di lavoro in cucina e pretendevo di aiutarla a fare le cose più difficili”. Qual è il piatto più difficile da cucinare o l’alimento che non ami preparare? “Il piatto più difficile per me da preparare è il pesce. Non lo amo e non amo toccarlo ed è per questo che ricordo con un pizzico di terrore la notte in cui ho dovuto pulire il mio primo capitone però ci sono riuscita”. A quando risale la tua “comparsa” sul web? “Il mio blog nasce del 2011 come un contenitore di ricette. A dirla tutta io nasco “sul forum”, quando Facebook, Instagram e gli altri social ancora non esistevano (oddio mi sento vecchia!). Instagram è stata una evoluzione naturale. Amando molto la fotografia questo social parla con le immagini e quindi lo sento più adatto a me. Su Instagram do consigli per quella che è la mia esperienza. Parlo di cibo, soprattutto, che può essere quello che ho mangiato in un ristorante ma anche quello che ho cucinato. Cerco sempre di lasciare un segno e ovviamente dico anche come mantenersi in forma dopo aver mangiato lautamente”. Cosa o chi ti ispira nella preparazione dei piatti? “Mi lascio ispirare dai colori e soprattutto dalla stagionalità. Amo andare nei mercatini di frutta e verdura, ne ho proprio uno bellissimo dietro casa e poi faccio la spesa in modo che le materie prime siano ottime, genuine e possibilmente a km 0. Essendomi laureata in Scienze e tecnologie alimentari la qualità per me è fondamentale e ho molti amici agronomi che mi “spacciano” prodotti favolosi e spesso di nicchia”. Sperimenti prima di proporre un piatto-ricetta? È mai successo che qualche idea non ti riuscisse come pensavi? “Non sperimento mai! Sono quella che vuole una -vita spericolata-. Mi è capitato di fare degli showcooking dove non mi ero preparata la ricetta ma è andata comunque benissimo. Oppure, sempre durante uno showcooking, è successo che mancasse un ingrediente o non funzionasse il piano cottura e ho dovuto rimediare in qualche modo. Il piano B e il sapersi adattare sono cose fondamentali”. Oggigiorno i social occupano un ruolo fondamentale per farsi conoscere, quando hai deciso […]

... continua la lettura
Culturalmente

Paganini non ripete: storia e curiosità della celebre frase

Nicolò Paganini è stato un celebre compositore e violinista italiano, tra le personalità più note ed amate della musica Romantica. Egli nacque a Genova nel 1782. Imparò a suonare da autodidatta, entrando subito nel mito della leggenda per l’immane bravura e le emozionanti esecuzioni. Il suo impegno durante i concerti era talmente intenso che spesso il musicista riportava piccole lesioni ai polpastrelli. Ovviamente, nulla lo fermava. “Paganini non ripete” un aforisma che ha fatto storia Oltre alle doti da musicista e compositore, Paganini è celebre per una frase da lui pronunciata che ancora oggi è utilizzata e nota. A chi non è mai capitato di sentire l’aforisma: “Paganini non ripete”, ma da cosa e quando nasce questo famoso aforisma? Per comprendere il significato della frase citata, bisogna andare a ritroso nel tempo e fare riferimento alla leggenda che vede protagonista il famoso compositore. Era il 1818, durante uno dei concerti al Teatro del Falcone, e il re di Sardegna Carlo Felice chiese a Paganini di ripetere un brano che gli era piaciuto in modo particolare. Il maestro di origine genovese, che spesso durante i concerti improvvisava, rendendo le proprie esibizioni più suggestive che mai, gli rispose: “Paganini non ripete!”. Ovviamente la risposta non piacque assolutamente al re, che sospese lo spettacolo. Ma nel corso del tempo è diventata così famosa, da esser spesso ripetuta ed utilizzata anche oggi per indicare il rifiuto di ripetere un gesto o una frase. Nonostante l’affermazione “Paganini non ripete” sia utilizzata anche in modo scherzoso ed ironico per richiamare l’attenzione, in realtà tale aforisma fortemente metaforico costò caro al musicista: a Paganini, infatti, venne tolto il permesso di eseguire il terzo concerto previsto dalla sua tournée. Ciò accadde perché a quel modo di dire fu attribuita un’accezione negativa e di un modo di dire arrogante. In realtà, il grande quanto celebre violinista intendeva dire che, essendo lui un virtuoso dell’improvvisazione, sarebbe stato impossibile riprodurre allo stesso modo, e con la stessa intensità, l’esibizione svolta. Un altro aspetto legato al celebre modo di dire, “Paganini non ripete”  è la personalità del musicista, sicuramente molto carismatica, ma avvolta un alone di mistero. Da sempre si dice che l’abilità, e quindi la bravura del maestro, fosse frutto di un patto col diavolo. Su questo aspetto lo scetticismo è forte, ma ciò che conta è che il celebre modo di dire sia entrato a far parte del patrimonio linguistico italiano non sempre con accezione negativa, ma talvolta anche con ironia.  Si dice più o meno scherzosamente quando non si vuole ripetere quanto si è già detto. Usato anche per accompagnare una minaccia che s’intende compiere, senza ulteriori ammonizioni, un cosiddetto “uso di riflesso”. La frase “Paganini non ripete”, considerata da alcuni linguisti un aforisma, da altri un vero e proprio modo di dire, è metaforicamente importante perché spinge a soffermarsi su un aspetto fortemente significativo della musica del celebre artista (che ricordiamo suonava senza mai fermarsi, come se non vi fossero ostacoli) ma al contempo dà senso anche alle conversazioni […]

... continua la lettura
Libri

Barack Obama: Una terra promessa | Recensione

Una terra promessa è il primo dei due libri, edito da Garzanti, sulle memorie presidenziali di Barack Obama. Un personalissimo racconto in presa diretta del presidente che dà la forza di credere nel potere della democrazia. In questo libro, Barack Obama racconta in prima persona le proprie vicende politiche e personali, da giovane alla ricerca di un’identità a leader del mondo libero; spiega con tanti particolari la propria educazione politica e i momenti più significativi del primo mandato, ma anche le trasformazioni e gli sconvolgimenti. Una terra promessa: Barack Obama e il suo invito al cambiamento Un libro intenso che spiega in modo chiaro e soprattutto in prima persona, ma senza usare soggettivismi vari, passo passo, la carriera e le vicende politiche del Presidente Obama. Una terra promessa non è un libro come gli altri, bensì la narrazione che oltrepassa i limiti sociali e culturali, proponendosi in questo periodo particolarmente difficile, nel pieno corso di una pandemia mondiale. Barack Obama è stato il quarantaquattresimo Presidente degli Stati Uniti d’America, e nel suo libro racconta in modo sincero, come egli stesso ha dichiarato, le grandi soddisfazioni, i tanti risultati raggiunti, ma anche le amarezze e le delusioni, proprie di un uomo politico che però, senza remore, analizza anche gli errori commessi, e che probabilmente poteva evitare. Una terra promessa si compone di pagine che raccontano momenti importanti della vita personale di Barack Obama, accennando anche alla propria educazione personale, alla religione, alla Presidenza e nel contempo alle innumerevoli aspettative, il cui peso inevitabilmente ha influito sull’ambiente familiare. Il libro può essere considerato un vero e proprio invito al cambiamento; può sembrare uno stereotipo, ma bisogna cambiare per andare avanti, reinventandosi, analizzando situazioni e contesti, acculturandosi per far parte di un mondo migliore. Una terra promessa rappresenta il desiderio dell’ex Presidente americano di mettere nero su bianco non solo la propria esperienza politica, ma soprattutto di provare a raccontare come il ruolo istituzionale abbia influito (talvolta negativamente) sulla propria vita, mettendo in discussione ideali, pensieri e convinzioni. Ciò che sicuramente potrà essere apprezzato nel nuovo libro di Barack Obama, è il modo cauto, ma assolutamente non superficiale con cui le vicende sono raccontate. Il ruolo istituzionale, la carica, i problemi finanziari, i negoziati con la Russia, un insieme di cause concatenanti che hanno messo a dura prova l’uomo e il Politico. Desideri, preoccupazioni, obiettivi e ansie di un uomo politico Barack Obama, attraverso le proprie parole invita a credere (e a sperare ancora) nel potere della democrazia, che a suo avviso non è un dono ricevuto dall’alto, bensì basato sull’empatia e sulla comprensione reciproca, dunque, un bene da costruire insieme, giorno dopo giorno. Questo aspetto si materializza grazie uno stile elegante, diretto, amabilmente semplice e chiaro. Una terra promessa è un libro le cui pagine si basano su una forte “franchezza”, utilizzata volutamente dall’autore, per esprimere le tante difficoltà a far convivere il proprio ruolo di candidato nero alla presidenza, il peso delle aspettative di un’intera generazione. Barack Obama, descrive apertamente le […]

... continua la lettura
Culturalmente

Venere Callipigia: la bellezza al di là di ogni stereotipo

La Venere Callipigia, simulacro di bellezza e sensualità, fu ritrovata acefala negli scavi della Domus aurea e acquistata dalla famiglia Farnese nel ‘500. La famosa statua, alta ben 160 cm, detta anche Afrodite Callipigia, è ospitata al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (MANN). Il canone della bellezza oltre ogni limite e al di là del tempo La Venere Callipigia rientra in quell’insieme chiamato Venere Preistorico, ossia tutte quelle statuine solitamente in pietra, o in marmo, dalla forma e dalle sembianze fortemente corrispondenti alla realtà, dette anche “steatopigie” o appunto “callipigie”. La denominazione è data dall’unione delle parole Kalòs, ossia bello e pyghè, che vuol dire natica. Con tale accezione, s’intende una donna bella, quindi in gergo “Veneri dalle grandi natiche”. In realtà, negli ultimi anni, i linguisti e gli esperti d’arte, hanno dichiarato che la parola è rara anche sui vocabolari antichi. Il termine è riportato dal Panzini, nella variante “cappilige”, che traduce: “dalla bella orbita posteriore”; egli stesso ricorda che “la interessante storia di Venere Callipigia è narrata da Ateneo”. La parola però è ritrovata anche in un precedente Panlessico italiano, dove è indicata come “callipiga” o “callipige”. Infine, forte attenzione viene attribuita anche ai sinonimi, ivi citati, “calliglota” o “calligluta”, dove il greco gloutòs significa, appunto, glutei. Al di là delle interpretazioni linguistiche che ancora causano dibattiti, l’Afrodite o Venere Callipigia viene rappresentata con le forme tipiche della sensualità femminile, che pervade e attira l’osservatore. Una statua da ammirare nella propria bellezza classica, in quei sinuosi movimenti dati dalla lavorazione del marmo, in quei dettagli che ne fanno un capolavoro senza tempo, sempre notevolmente apprezzato. Ammirando la Venere Callipigia, si noterà subito quella sorta di “danza” armonica e sinuosa, ottenuta grazie al drappeggio del lungo peplo che quasi tocca il suolo,  talmente definito da far sembrare il marmo leggero come un vero e proprio velo. L’ovale è contornato da bei quanto definiti boccoli, che accarezzano il viso, creando una serie di chiaro-scuri, grazie ai quali si apprezza ancor di più la suggestiva opera. Dopo un primo fugace sguardo, l’attenzione inevitabilmente ricadrà sui glutei, perfetti ed eleganti, simbolo di una dea che aiuta a riscoprire la bellezza di una donna propria del classicismo. Venere Callipigia: meraviglia senza tempo Attraverso un “gioco” di vedo non vedo, la Venere è immortalata (come accade in una fotografia) nell’istante in cui è intenta a sollevare il peplo. Un gesto tradizionalmente utilizzato per allontanare la sfortuna, che oggigiorno potrebbe sembrare provocatorio. In realtà, la Venere Callipigia è totalmente discostata da qualsiasi sfera sessuale, e rappresenta piuttosto una donna che con un folto velo di mistero e bellezza, si congiunge con quel canone di sopraffina ed irraggiungibile bellezza, priva di malizia. La parola “natica” ovviamente può dar adito a qualche banale battuta, o far sorridere qualcuno, ma quando si parla di arte, dovrebbe essere intesa come qualcosa che oltrepassa ogni ipotetica volgarità, cospargendosi di quel senso aulico che caratterizza il mondo della cultura, senza pregiudizio alcuno. Ricordiamo inoltre, che essendo il termine “Callipigia” un epiteto di […]

... continua la lettura
Culturalmente

Pompei: un altro sensazionale ritrovamento

Una nuova rivelazione a nel Parco archeologico di Pompei, che si configura come una vera e propria miniera eterna, dall’inesorabile bellezza. Pompei: una “miniera di bellezza e suggestione” I lavori di scavo condotti nelle ultime due settimane hanno restituito due corpi integri di due fuggiaschi, due uomini, un patrizio e il suo schiavo, probabilmente, perfettamente conservati. Ricordiamo che il sito archeologico di Pompei è chiuso al pubblico, secondo quanto stabilito dalle nuove norme previste dal Governo Conte, ma continua a regalare emozioni. Emozione e soprattutto stupore: duemila anni dopo l’eruzione che rase al suolo il piano superiore di Pompei, il rinvenimento dei corpi di due abitanti della città. Una scoperta sensazionale che aggiunge enfasi e suggestione ad un sito archeologico così importante e rinomato, visitato ogni anno da milioni di turisti italiani e stranieri. Grazie alla tecnica dei calchi in gesso, i due corpi sono stati recuperati con la stessa tecnica ideata nel 1863 dall’archeologo Giuseppe Fiorelli ed enormemente affinata. Del gesso liquido versato sui corpi aiuta a ricostruirne forme e sembianze, restituendo un’immagine che permane nel tempo. La scoperta, recentissima, ha come sempre suscitato grande stupore in tutti, esponenti del mondo politico e culturale intervenute sulla questione e, tra questi, anche il Ministro dei Beni culturali Dario Franceschini che ha definito il ritrovamento “stupefacente”. Ovviamente, anche il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Massimo Osanna, ha commentato soddisfatto. “È un ritrovamento eccezionale. Le ultime settimane sono state febbrili; abbiamo avvertito la presenza di vuoti nella coltre di materiale piroclastico e da lì la sorpresa dei resti umani. C’erano le condizioni ottimali per provare a ottenere il calco delle vittime, e l’esperimento è pienamente riuscito”: ha dichiarato senza nascondere la propria soddisfazione per l’andamento dei lavori di scavo. I corpi provengono dalla villa suburbana di Civita Giuliana, sfavillante tenuta di epoca augustea con saloni e terrazze che guardano al mare. È ubicata all’esterno delle mura pompeiane circa settecento metri a nord-ovest. I due corpi, quasi adagiati con le mani giunte sul petto, sembrano riemergere da una terra addormentata, ma nella quale l’identità storica è molto forte. Un altro tassello importante si aggiunge alla suggestione pompeiana a tutto ciò che inevitabilmente appartiene al patrimonio culturale italiano e non solo della Campania. Immagine in evidenza: https://pixabay.com/it/photos/pompei-italia-antica-romano-3704263/

... continua la lettura