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Eroica Fenice

Recensioni

Daniel Deronda, George Eliot alla ricerca della morale

Daniel Deronda è l’ultimo romanzo dell’autrice britannica George Eliot (pseudonimo di Mary Anne Evans). Ambientato nell’epoca vittoriana, il copioso testo (circa 800 pagine) intreccia le storie di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth con lo scopo di dare un senso alla ricerca morale nella vita delle persone. Tra ironia e dissacrazione il libro approfondisce il tema del sionismo e dell’appartenenza alla società e allo Stato. Fazi Editore ci consegna una nuova edizione del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1876, grazie alla traduzione di Sabrina Terziani.   Due spiriti perduti si incamminano verso la verità dell’esistenza Negli otto libri di Daniel Deronda, suddivisi in settanta capitoli, l’autrice britannica ci racconta di ambienti statici, magnifici da contemplare ma destabilizzanti per l’affermazione della propria esistenza. Deronda e Gwendolen sono due giovani annoiati dalla vita. Daniel è un generoso e ricco pupillo. Egli è l’eroe delle pagine ma scopriremo solo alla fine del romanzo qual è la sua qualità di eroe. Gwendolen è una nobile che conduce le proprie giornate nell’albagia e nel tedio. Vive per compiacere sua madre ma dentro di se sente emergere un senso di insoddisfazione che non le concede tregua. La disperata infelicità dei due protagonisti diventa un’espressione unica nel momento del loro incontro in terra franca. I due sono fuggiti dalle loro responsabilità e la condivisione del comune stato d’animo gli consentirà di fare luce sui dubbi che offuscano il percorso da seguire. Daniel si metterà alla ricerca delle proprie origini mentre Gwendolen scoprirà che il ruolo di una nobile donna non è solo quello di moglie e accompagnatrice. L’amore non è un sentimento primario all’interno del testo, è piuttosto un pensiero laterale, un contorno che dà sapore alle pagine, un desiderio nella mente labile di Gwendolen, una certezza nelle decisioni di Deronda.   Sionismo e decostruzione della società. Daniel Deronda è un romanzo pungente Le storie narrate da Eliot e intrecciate affinché il lettore si appassioni alle vicende dei protagonisti sono solo la cornice di un contesto morale. Lo scopo del romanzo è far riflettere sulla condizione umana che troppo spesso si sente allontanata dalle proprie origini e dall’identità culturale. La comunità ebraica verso cui si affaccia Deronda è contrapposta a quella aristocratica inglese dove il vizio e l’inettitudine sono capisaldi della morale. L’altruismo, la fratellanza e lo spirito libero, invece, sono le caratteristiche principali del popolo Ebraico che è sgretolato e sparso lungo gli angoli della Terra. Deronda, infatti, si rende conto che la sua insoddisfazione verso la nobiltà di cui fa parte nasce proprio a causa delle origini che egli stesso ignora. Tra religione, cabala e accenni di esoterismo il romanzo si colloca tra i più irriverenti della sua epoca.

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Attualità

Stop al divieto di guida per le donne in Arabia Saudita

Le donne dell’Arabia Saudita possono finalmente guidare. Da poche ore il Governo Saudita ha infatti revocato la legge che impediva alle cittadine di mettersi alla guida delle automobili. Nel Paese si è diffusa subito la speranza per una civiltà più moderna e meno settoriale. Le donne arabe potranno guidare automobili, moto e camion. Al volante con il velo ma con il sorriso sulle labbra Il veto sulla patente di guida per le donne era in Arabia Saudita una questione spinosa che gettava il Regno in un vortice di oscurità. Da decenni, infatti, il Paese era rimasto l’ultimo al mondo ad impedire la guida alle donne. Perché alle donne non era concesso guidare? Cosa c’era di scandaloso nella possibilità di far viaggiare autonomamente una donna lungo le strade saudite? La cultura politica e nazionale predilige una femmina strettamente addomestica, inattiva nella società e incapace di muoversi sul territorio. Se in Italia il detto “donna al volante, pericolo costante” è una formula fraseologica sessista che ancora oggi crea fastidio nella popolazione femminile, in Arabia Saudita era una vera e propria legge. Nel Regno Saudita, infatti, le donne sono considerate esseri inferiori e quindi incapaci di poter svolgere le attività che sono proprie del sesso maschile. E, in quanto esseri inferiori, a loro era negato poter guidare le automobili proprio perché, essendo dotate di abilità ed intelletto scadenti, avrebbero potuto creare danni al traffico urbano. Sappiamo tutti però che questa legge di fatto è una mera scusa partorita dal Governo Saudita con il solo scopo di relegare la popolazione femminile in un antro nascosto e buio della collettività. Cosa cambierà ora che le donne in Arabia Saudita possono guidare? Oggi in Arabia Saudita è possibile assistere ad una rivoluzione mutilata del Sistema. Le donne sono al volante ma indossano ancora il velo. Quel simbolo dell’abbigliamento che identifica il loro ruolo all’interno della civiltà. Coperte dalla “coltre della pudicizia”, sfrecceranno lungo le autostrade saudite avvolte da un fascino torbido e sensuale. L’economia dello Stato Saudita, inoltre, trarrà giovamento da questo cambiamento. Numerose scuole guida per donne, infatti, saranno inaugurate sul territorio. L’abolizione del veto, inoltre, contribuirà alla circolazione di più denaro grazie alla necessità di acquisto di automobili e benzina per le suddite del Regno. Le donne non dovranno più richiedere ad autisti o a tassisti di essere trasportate lungo i centri nevralgici delle città.  

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Recensioni

Erodiade allo Spazio Libero Teatro, un regno alla fine della decadenza

Erodiade è l’emblema della disperazione, della follia femminile che divampa quando il controllo della realtà risulta impossibile. Una coinvolgente rivisitazione dell’Erodiade di Gustave Flaubert è andata in scena allo Spazio Libero Teatro di Napoli in un’opera scritta da Federica Castellano e diretta da Vittorio Lucariello. Nel ricordo della magistrale interpretazione di Carmelo Bene (Salomè), lo spettacolo si è presentato al pubblico come una divampante scena tutta al femminile con al centro le emozioni incontrollabili della moglie del Re Erode. Erodiade, tiranna dei sentimenti e madre snaturata Sono molteplici le componenti emotive che scatenano in Erodiade un flusso di cattive intenzioni ed emozioni snaturate. La principessa della Giudea è infatti vittima delle infauste scelte di suo marito e dell’inesorabile corruzione dell’impero romano. Si scatena così in lei il terrore per un avvenire fatto di perdita di potere ed ineluttabile decadenza della bellezza. Quattro donne accolgono il pubblico in una danza sensuale in cui primeggia il velo nero, portatore di sciagure. Al buio la voce infelice e disperata di Erodiade risuona sulle pareti del palco:“Nascondete il sole, le stelle, la luna. Non voglio che più niente mi guardi”. In un’affascinante ed inquietante atmosfera la principessa racconta alle sue ancelle dei festini organizzati da Erode e riversa sulle presenti tutto il livore che nutre nei confronti della figlia Salomè. “Era Salomè, ma era Erodiade, l’Erodiade di un tempo”. La regale donna riflette la propria immagine in uno specchio opaco mentre sembra arrendersi alla distruzione del tempo che passa. In un fremito di rabbia e riscatto generazionale pretende che sua figlia Salomè diventi carnefice di Giovanni Battista. Il martirio dell’uomo rappresenta per madre e figlia il risanamento di un rapporto corrotto in cui Erodiade aveva perso ogni potere sulla figlia.  L’interpretazione di Federica Castellano è l’apice della potenza espressiva femminile Sul palco i colori e le luci ricostruiscono i sentimenti che Erodiade cova all’interno delle sue viscere. Rabbia, rassegnazione, costernazione, desiderio di rivalsa generano nella mente della principessa un’incontrollabile reazione emotiva che la fa vaneggiare tra le mura del palazzo. Federica Castellano è una presenza fisica e recitativa che trasmette al pubblico tutta la mistura delle emozioni controverse di Erodiade. I suoi occhi comunicano angoscia, i suoi movimenti alienazione, le sue parole terrore. La rabbia della principessa è il motore di un comportamento incontrollabile ed irrazionale. Lo spettacolo si esprime attraverso una narrazione metateatrale in cui il pubblico è coinvolto a tutto tondo. La scelta delle musiche è appropriata ai singoli momenti di lucidità e follia che Erodiade alterna nel suo monologo della disperazione. Una pennellata di colori contemporanei ammortisce i toni anacronistici di uno scenario biblico e solenne.   

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Concerti

I Moderup alla Casa della Musica, idolatria della periferia

Il concerto dei Moderup alla Casa della Musica di Napoli è stato un evento atteso dal pubblico, dalla critica e dalla cittadinanza. Oggi, nella nostra città, la musica sembra essere al servizio della denuncia sociale. La trap e il rap soprattutto fanno leva su un pubblico di giovani e giovanissimi immersi nella realtà della provincia napoletana abbandonata al proprio destino decadente. Il palcoscenico è una passerella che i Moderup condividono con i colleghi del rap Prima di dare il via al loro primo live in un importante palazzetto della scena musicale napoletana, i Moderup concedono ad altri rapper emergenti la possibilità di esibirsi e soprattutto di riscaldare il pubblico. Il pubblico però non è quello delle grandi occasioni. Una contenuta folla di fan si è infatti recata al palazzetto. Tocca ai Rowins Expert, Samurai Jay, VMonster accendere la serata. I cantanti si esibiscono incitando costantemente i presenti ad utilizzare i loro cellulari, ad illuminarli con le torce degli smartphone. La necessità di riscaldare l’atmosfera si percepisce dalle loro parole e dal modo in cui si presentano. L’esibizione dei Moderup, denuncia o celebrazione?  Quando ci si reca ad un evento di artisti trap come loro, si sa che ci si ritroverà davanti all’ambiguità comunicativa che caratterizza molto spesso questo genere. Denuncia o celebrazione? Riscatto o desiderio di fama? Influenza negativa o positiva per i giovani? Alla Casa della Musica non c’erano tanti giovani napoletani. C’erano molti ragazzini (bambini addirittura), adolescenti e qualche adulto. Enzo e Gino (i Moderup) vengono da Miano, uno dei quartieri più degradati di Napoli e ci ricordano per provenienza territoriale i Co’ Sang.  I due salgono sul palco indossando delle tute sgargianti color acido. Arrivano sulla scena a bordo di due motorini TMax. Dietro di loro ci sono tre ragazze che indossano abiti seducenti e che ballano in modo provocante. Il volume della casse è altissimo e il riverbero del suono diventa da subito fastidioso per l’udito. Si fa fatica ad ascoltare ciò che cantano i due ragazzi di Miano. Eppure vorresti ascoltare con attenzione quelle parole di denuncia, quel racconto di uno stato emotivo travagliato che è stato annunciato dai maxischermi prima dell’inizio del concerto. Denuncia o celebrazione? Influenza positiva o negativa?  Si potrebbero scrivere chilometri e chilometri di righe sulla questione senza venire mai a capo del problema. Eppure c’è un’immagine di questo concerto che mi rimane ancora impressa. Quella di un bambino che corre lungo il palazzetto imbracciando il suo cellulare. Prima va sotto al palco a fare una diretta Facebook del live, poi si lancia a giocare con i fratelli sulle scale dell Casa della Musica. Il bambino compie questo giro di euforia e noia durante l’intera serata. “Cosa starà pensando quel bambino?”, ti domandi mentre lo osservi muoversi in maniera frenetica. Difficile è fare critica sulla musica del Moderup. Sarebbe necessario riascoltare i loro brani e leggere tra le righe di una narrazione sociale profondamente arida. C’è forse bisogno di avere i necessari strumenti di percezione per non cadere nella solita retorica della […]

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Recensioni

“Destinazione nota” di Noemi Giulia Fabiano, la musica può renderci liberi e umani

Dove ci porterà l’utilizzo della tecnologia? Verso una destinazione nota, probabilmente. Destinazione nota è uno spettacolo interpretato da adolescenti e pensato per gli adolescenti. Scritto e diretto da Noemi Giulia Fabiano, è andato in scena al TRAM di Napoli nel corso del Festival TrentaTram. La Musica può liberarci dalla schiavitù della tecnologia nello spettacolo di Noemi Giulia Fabiano Destinazione nota presenta sul palco la quotidianità di un gruppo di liceali. Dalle ore passate a controllare i messaggi sul telefonino, alle conversazioni di gruppo su Whatsapp, ai pomeriggi spesi a scaricare applicazioni sul proprio smartphone. La vita di Laura e dei suoi compagni di scuola cambia radicalmente quando il loro professore gli assegna un compito apparentemente semplice: i ragazzi dovranno scrivere un tema sull’evoluzione della musica attraverso le epoche. Laura e le sue amiche non sanno cosa scrivere. La protagonista chiede aiuto ad un’imbranata cugina che le consiglia di scaricare un’applicazione che le permetterà di conoscere la storia della musica. Accade così che la giovane si ritrova catapultata nel passato. Da inviata speciale, scopre quanto la musica abbia il potere di aiutare le persone a liberarsi dalle catene sociali. Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano è un monito verso l’incapacità di aggregazione dei nostri tempi Laura viaggia attraverso il tempo e scopre quanto sia importante per gli uomini la presenza della musica. Negli anni ’20, per esempio, non si poteva ascoltare la musica in solitudine e per questo le note erano in grado di unire le persone. Negli anni ’50 la musica era simbolo di rivoluzione. Il pubblico sceglieva cosa ascoltare tramite il juke box. Negli anni ’80, invece, grazie alle canzoni, ci si innamorava facilmente e si chiacchierava in maniera spontanea davanti ad una cassetta e ad uno stereo. Il viaggio di Laura si conclude quando la ragazza arriva ad una destinazione nota. Nel futuro, infatti, gli uomini si isoleranno nell’ascolto della musica grazie all’utilizzo delle cuffiette. Saranno presenti e assenti e solo il suono delle notifiche del loro cellulare potrà destarli da un sonno indotto. La destinazione ultima diventa così un obiettivo da trasformare per cambiare le sorti dell’umanità. Il gruppo di attori protagonisti dello spettacolo è una vivace e acerba comitiva della recitazione: sul palco vediamo abili ballerini e cantanti che si mostrano talvolta timidi nell’interpretazione. Gli adolescenti sono il bersaglio preferito della tecnologia, della schiavitù velata dei cellulari. Vivere da esseri umani è un compito faticoso. Rinascere come essere umani, invece, può diventare un gioco affascinante e misterioso.      

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Teatro

L’imbroglietto di Niccolò Matcovich al TRAM: demolire la mercificazione del teatro

Il tema della decostruzione dell’idea contemporanea di teatro è al centro de L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich, spettacolo realizzato dalla Compagnia Habitas di Roma e andato in scena al TRAM di Napoli nell’ambito della rassegna TrentaTram. Il soggetto si ispira liberamente al Kabaret divertissement del teatro di inizio ‘900 narrando, in maniera assurda, le avventure di due personaggi che hanno come scopo quello di entrare liberamente a teatro. Karl e Stadt (interpretati magistralmente da Livia Antonelli e Valerio Puppo) sono ostacolati nel raggiungimento del loro obiettivo a causa di un MacBook. “Il Teatro non è più quello di una volta, lo sento nell’acqua…”. Un linguaggio surreale per una scena senza reale logica La scena de L’Imbroglietto è unica e ripetuta in più sequenze durante lo spettacolo. Karl e Stadt sono due “pseudomimi” che hanno inventato un linguaggio personale per comunicare tra loro. Nell’alternativo idioma dei due protagonisti (ad esempio) dattéro sta per davvero e ciascunto sta per ciascuno. Truccati e vestiti come due mimi dalle scarpe consumate, i giovani cultori della scena tentano invano di entrare in una sala. L’ingresso è a pagamento anche per chi vuole semplicemente visitare la struttura oppure mangiare una poltrona. Nella parabolica espressione della trama gli attori sono guidati (o meglio controllati) da una voce fuori campo che dice loro cosa fare e come muoversi. E così Karl e Stadt diventano, davanti agli occhi del pubblico, due impacciati attori tedeschi, due personaggi di Star Wars, due protagonisti del Teatro Kabuki giapponese. Condizionati dal tentativo fallimentare di realizzare il personale ingresso in sala, vengono obbligati all’esibizione di molteplici pièces dall’impronta surreale. L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich è interpretato da una coppia di corpi simmetrici e dinamici La presenza scenica di Livia Antonelli e Valerio Puppo è essenziale per la resa comunicativa de L’Imbroglietto. La loro recitazione è espressa attraverso il movimento di due corpi simmetrici e dinamici. Gli attori si spostano sul palco con plasticità fisica. Le molteplici sfaccettature del teatro sono interpretate grazie ad una recitazione ironica ed irrazionale. Nascosti dietro alle parrucche e ad una quantità ingente di cerone, i protagonisti si affannano nel tentativo (fallimentare) di fare breccia nella sensibilità di un’algida dominatrice del capitalismo teatrale. Eccezionale è la loro “interpretazione veloce e all’indietro” dell’arrivo alla cassa del teatro. Il palcoscenico può tutto ed è un sacrilegio sottoporlo alla mercificazione. Questo è il messaggio fondamentale de L’Imbroglietto. Il pubblico ha bisogno di essere informato ed educato riguardo alle essenziali norme del teatro.

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Libri

Blade Runner1971: IL PREQUEL, viaggio nella mente di Philip Dick

Blade Runner 1971: IL PREQUEL è un libro edito dalla Terebinto Edizioni che racconta degli ultimi anni di vita di Philip Dick. La narrazione è espressa attraverso il punto di vista della compagna di Dick, una donna accondiscendente ma inquieta. Tessa B. Dick è stata l’ultima compagna dello scrittore Philip Dick. Ha vissuto da vicino le sue turbe più aggrovigliate, i suoi continui declini psicologici e anche le alte vette della percezione ultraterrena che la mente dell’autore americano era in grado di toccare. Per lei è stato davvero complicato vivere accanto ad un uomo così enigmatico. Da lui ha avuto un figlio e subito dopo la nascita del bambino è stata allontanata dal compagno in maniera forzata e inspiegabile.  Blade Runner 1971: IL PREQUEL, prima di Blade Runner la vita di Dick è minata dall’instabilità emotiva  Cosa ci racconta principalmente Tessa in queste pagine? Ci dice che Dick era un sociopatico che amava moltissimo, che la faceva vivere in condizioni assurde e che la loro relazione sfiorava i limiti della follia. Philip era un uomo depresso, annoiato dalla realtà. Aveva sempre visto il mondo con occhi grigi e preferiva passare le sue giornate trincerato in casa. I pomeriggi in casa Dick sono caratterizzati da incontri in salotto con gli studenti del corso di Fantascienza del professore McNelly dell’Università della California. Un manipolo di giovani studenti, infatti, incuriositi dall’aura di Dick si recano presso il suo domicilio per fargli domande a cui puntualmente l’autore non concedeva risposte sensate. I disturbi della mente che affliggono lo scrittore sono la conseguenza della sua dipendenza da droghe e alcool. Le fobie che lo accompagnano sin dalla adolescenza si amplificano in età adulta. Tessa racconta che quando il suo compagno era intento a scrivere A Scanner Darkly non usciva di casa e soprattutto non usava il telefono perché temeva che l’Fbi potesse ascoltare le sue telefonate. Ipocondriaco fino all’inverosimile, si provocò da solo il collasso di un polmone in seguito alla paura di essere stato avvelenato da un piatto a base di funghi. Nella loro casa di Cameo Lane i due vivono insieme al gatto Pinky. Isolati dal mondo, sono incapaci di confrontarsi. Lo scintillio negli occhi di Dick si spegne lentamente dando forma a romanzi di successo  Tessa ci spiega che il punto di non ritorno per Dick avviene all’inizio del 1974. Il suo compagno, infatti, precipita in quell’anno in una parabola psichica discendente fino a costringerla ad allontanarsi da lui insieme al loro bambino nato da poco. Nella copertina del libro possiamo vedere una foto di famiglia che raffigura Dick che tiene in braccio suo figlio con una espressione spenta. Lo scintillio nei suoi occhi, quello che aveva fatto innamorare Tessa, si spegne pian piano fino a sparire. Troppe sono le angosce che avvolgono l’anima di Dick. Egli è convinto di avere un chip nel cervello che può leggere tutto quello che pensa. Il congegno (che secondo l’autore gli è stato impiantato in un viaggio in Canada) sarebbe in grado addirittura di controllare […]

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Recensioni

“Jamais Vu” del Collettivo Lunazione, quando l’oblio può essere una benedizione

Jamais Vu è in scena al teatro TRAM di Napoli fino a domenica 6 maggio. L’amnesia è un fenomeno contrario al deja vu e può spaventarci davvero. Cosa accadrebbe se improvvisamente dimenticassimo un momento importante, un ricordo fondamentale per la nostra esistenza? Il soggetto di Eduardo Di Pietro prodotto dal Collettivo Lunazione mostra allo spettatore la disarmante conseguenza di un jamais vu (contrario di deja vù) e i benefici che il “non ricordo” può arrecare alla nostra esistenza. L’oblio come conseguenza delle azioni immorali Si sa, rapinare la Banca Nazionale è un’impresa ardua che non si può certamente realizzare senza conseguenze. Lo sanno bene i quattro rapinatori protagonisti di Jamais Vu. Stretti nelle loro camicie bianche sporche di polvere e sudore, i terroristi dell’ultima ora si intrufolano nella banca per dare un senso alla vita che li ha traditi. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. Dopo il furto i rapinatori diventano vittime di una amnesia collettiva e, in un claustrofobico rifugio, subiranno tutte le conseguenze del “non ricordo”. Il lume della memoria (raffigurato da una lampadina posta al centro del palco) passa di mano in mano, splendendo attraverso una luce opaca ma sempre vivida. Chiusi in una stanza i quattro saranno costretti a fare i conti con i loro ricordi e con un passato che gli morde l’anima. “Ricorda che noi siamo solo quello che costruiamo” si ripete il più disgraziato tra loro. Lo sforzo impiegato per ricordare ciò che è accaduto in seguito alla rapina si trasforma presto in una seduta collettiva di psicoanalisi. Le luci blu che splendono ad intermittenza simulano il vuoto in cui può ricadere la mente. Il ricordo del Bene non è più un vero Bene, il Male invece è reale. Il denaro è solo un vile mezzo. Quando la società ti mette da parte l’amarezza diventa la tua unica compagna. “Ricordare è importante ma dimenticare lo è di più. Solo così si può tornare a vivere”. Questo è il messaggio principale di Jamais Vu, uno spettacolo incentrato sull’importanza della coscienza e della memoria che la custodisce. “Sono anni che scappiamo dai ricordi. L’amnesia è una benedizione”. L’espropriazione per la libertà, simboleggiata da una avventurosa rapina alla Banca Nazionale, diventa così lo specchio di una redenzione personale e collettiva concessa dalla cancellazione dei ricordi. In Jamais Vu la comicità si mescola alla riflessione Si ride, si piange, si riflette seduti davanti al palco. La recitazione di Eduardo Di Pietro, Giulia Esposito, Vincenzo Liguori, Gennaro Monforte e Laura Pagliara è una rappresentazione scenica delle varie tipologie di “scarti della società contemporanea”. Donne e uomini che si sono sentiti traditi dall’esistenza, dai sogni che hanno coltivato e che rappresentano il motore della loro vita. La comicità delle battute è espressa attraverso fraseggi in dialetto napoletano e intrecci e incomprensioni di parole. La riflessione si mescola alla risata in un continuum dinamico e coinvolgente. I colpi di scena sorprendono lo spettatore confondendogli le idee. L’immedesimazione è necessaria e la spinta emotiva ci permette di comprendere quanto possa essere concreta […]

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Recensioni

L’Immoralista di Gide al TRAM. Un racconto tra edonismo e spiritualismo

L’Immoralista, recensione dello spettacolo   L’Immoralista è in scena al Teatro TRAM di Napoli fino a domenica 29 aprile. Lo spettacolo è tratto dal romanzo di André Gide del 1902. La riscrittura di Luisa Guarro e Antonio Mocciola pone al centro della rappresentazione il concetto di rinascita. Una nuova vita che è conseguenza di una malattia del corpo che condiziona anche lo spirito di un uomo. Il letterato Michel, infatti, contrae la tubercolosi durante il suo viaggio di nozze e dopo aver sconfitto la morte si convince di essere il Dio di se stesso e di poter dare nuova linfa alla propria esistenza. L’Immoralista, Michel e Marcelin intrappolati in un matrimonio contrastante Attenzione contiene spoiler! Michel sposa la giovane Marcelin per compiacere suo padre sul letto di morte. I coniugi si presentano al pubblico come due persone opposte dal punto di vista della morale. Dopo le nozze partono alla volta dell’Africa e durante il viaggio Michel si ammala di tubercolosi. Marcelin è una donna morigerata che assiste il marito giorno e notte e prega costantemente affinché egli possa guarire. Ma Michel si convince di poter sconfiggere da solo la malattia: “Non voglio avere obblighi con il tuo Dio”, dice alla moglie. Nei giorni trascorsi in Africa l’uomo è affascinato dai bambini che popolano la città di Tunisi. Ammira la loro struttura fisica, la loro vivacità e la loro salute. Contemplando le immagini estasianti dei bambini,  vuole a tutti i costi stringere rapporti con loro. In preda alle allucinazioni Michel si incammina verso il cortile e si lascia inebriare dall’atmosfera lanciandosi in una danza mistica. Si sente rinato sia nel corpo che nello spirito. Sensualità e metafisica si fondono: “Mi sento bruciare dentro da una febbre di felicità”. Tornato in patria, a Parigi, il protagonista mette in dubbio la morale della società che lo circonda e persino quella di sua moglie. Egli si sente in gabbia, diretto su binari certi che portano alla morte. Vuole vivere ogni giorno in modo naturale. I coniugi si recano in Normandia per amministrare le fattorie di famiglia. Qui si ripristina l’ossessione di Michel per i ragazzini del luogo. Ma è proprio in Normandia che Marcelin si ammala di tubercolosi e, affidandosi alle cure di Michel, la donna si vede costretta a viaggiare in lungo e in largo in cerca della guarigione. In questo modo il marito la porta di nuovo a Tunisi, lì dove ha sconfitto la tubercolosi, abbandonandola e costringendola a morire da sola. Col cadavere di Marcelin che giace sul pavimento Michel si addentra nel deserto alla ricerca di quei ragazzini che, secondo la sua logica, gli hanno ridato la vita. Ma ormai tutto è cambiato e una voce, dal buio, lo prende in giro deridendolo. Le interpretazioni di Esposito e Marciello ci mostrano il senso della conflittualità ne “‘L’Immoralista” Il palco del TRAM è un nido d’amore. Immerso in un’atmosfera monocromatica, si tinge delle sfumature del color crema. I vestiti, gli oggetti e le luci concentrano la nostra attenzione su un “unicum spaziale”.  […]

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Recensioni

“Diamante”, la Napoli raccontata da dodici autori e Pietro Nardiello

Diamante, viaggio nell’anima di Napoli è una raccolta di racconti, a cura di Pietro Nardiello, pubblicata da Alessandro Polidoro Editore. Dodici autori si sono uniti per dare un’unica voce narrante ad un città che ha troppe cose da raccontare. L’unione delle penne degli scrittori ha generato una fotografia dai diversi stili espressivi che rimanda al lettore una sola immagine da analizzare. Perché Napoli è così importante per l’umanità? Quale rapporto hanno le persone con questa città? I racconti della raccolta si focalizzano su diverse tipologie di uomini, donne e bambini che hanno trascorso almeno una parte della loro vita nella metropoli dalle molteplici interpretazioni. Facile è amarla, difficile dimenticarla, semplice provare rancore nei suoi confronti. Parthenope è una giovane ribelle che si adatta a tutto ciò che la circonda ma che pochi riescono a comprendere del tutto. Dodici storie illuminate dalla luce di un Diamante prezioso e irripetibile “Napoli è una donna spietata che non ti chiede di restare: ti manda via condannandoti ad avere sempre voglia di lei. Ne sei fiero e te ne vergogni”. Ogni napoletano ha un rapporto personale con la città di Napoli, ogni uomo del mondo che è passato di qua ha fatto l’amore con questa sirena meravigliosa, litigando con lei subito dopo aver consumato l’amplesso. Un senso di vuoto allo stomaco assale chi ha scambiato la propria pelle con i suoi vicoli. Lo sa bene Domenico che un giorno ha deciso di partire per diventare un giornalista di documentari. Napoli è dispettosa, si ripete nei suoi viaggi. Da lontano la desidera con moderazione, consapevole del fatto che troppo desiderio può portare al dolore. C’è invece chi sceglie di restare in quei luoghi antichi guidato da una tenacia indistruttibile. Nata del tufo è un racconto che ha per protagonista una donna appassionata. Il tufo è la pietra che la sta conducendo verso il raggiungimento di nuove e importanti scoperte scientifiche. Una pietra che Napoli sa custodire e che conserva la memoria di un’intera popolazione. I volti della città rimangono impressi sulle immagini dei protagonisti delle storie di Diamante in un susseguirsi di parole avvincenti, flussi di coscienza e memorie sbagliate. Il Nero di seppia che oscura il cuore di un pittore lo porta a sopportare a fatica il caos della città dopo la perdita della donna che amava. Nara, invece, vive a Volterra e Come una foglia si lascia trasportare dal vento e dalle fantasie che coltiva su Napoli. La sua vita scorre tranquilla nell’attesa degli incontri con suo figlio Luca, un musicista che conduce la propria carriera presso il Teatro San Carlo. Per Nara Napoli è la città che le ha portato via un figlio ma che ha anche concesso a quel ragazzo la possibilità di coltivare un sogno. La cucina stellata di Ritals è la traduzione gastronomica di una storia di povertà napoletana che si trasforma in emarginazione sociale. Nello parte con una nave verso Parigi e in Francia diventa un pizzaiolo emigrante. La gente lo chiama “rital” (ritaglio) per sottolineare la sua condizione di miserabile. L’uomo riesce a scalare la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Basilicata Stories, l’eccellenza lucana nella vinicoltura

Eccellenza lucana in degustazione: Basilicata Stories Palazzo Caracciolo ha accolto la prima edizione di Basilicata Stories, convegno sulla presentazione dell’eccellenza della vitivinicoltura lucana. Sulla scia dell’edizione passata di Campania Stories anche la terra lucana ha indossato il suo abito più bello per mostrare la qualità dei propri vini alla stampa nazionale ed internazionale, con la partecipazione di diciotto aziende vinicole lucane. Grazie alla collaborazione di Miriade & Partners, il gemellaggio tra la terra campana e quella lucana si pone come punto di partenza per il raggiungimento di una rassegna, come quella di Basilicata Stories, che nel futuro prossimo potrà fare luce sull’intera realtà enologica del Sud Italia. Basilicata Stories, una storia d’amore millenaria con la viticoltura  In Basilicata si produce vino da millenni, è una eccellenza lucana. Gli antichi Greci piantarono le prime vigne in terra lucana lasciando alla popolazione un’eredità che oggi vale come un tesoro. La cultura del vino in questa regione si divide principalmente in due zone. La prima zona è quella della provincia di Potenza che sorge attorno al Vulture, docile vulcano inattivo e monte maestoso che abbraccia tutta la terra circostante. Qui ci sono ben quindici comuni in cui si realizzano prodotti enologici. Il vino del Vulture è creato da uomini e donne che amano la propria terra e che, nonostante i sacrifici del quotidiano, hanno deciso di non abbandonarla. L’Aglianico del Vulture è un vino prodotto in una zona vulcanica. Introdotto dai Greci, è coltivabile nel mese di ottobre. La sua uva matura in autunno e questa tempistica lo rende speciale soprattutto perché il frutto è soggetto a subire molte malattie delle piante. In passato l’Aglianico del Vulture era un vino frizzante ma oggi, grazie alle tecnologie moderne, può essere gustato in una forma più delicata. Le sue caratteristiche principali sono l’elevato tasso degli zuccheri e l’alta gradazione alcolica. Necessita di un invecchiamento lento e duraturo e per questo è tenuto a riposo per dodici mesi nel legno e dodici in bottiglia. La peculiarità più rilevante della zona del Vulture è legata alla natura della sua terra. In una sola vigna è possibile trovare sia il terreno lavico (scuro) che quello non lavico (chiaro). La seconda zona principale della coltivazione vinicola lucana si concentra nella provincia di Matera. Qui il territorio è prevalentemente idrico, segnato dai fiumi che sfociano nel mar Ionico. Nella provincia di Matera troviamo numerosi innesti di diverse tipologie di vitigni che dimostrano quanto le influenze delle colture del passato siano rappresentative per quelle del presente.   Sapori decisi e al contempo delicati esprimono la storia del vino lucano Messi a confronto i vini della provincia di Potenza e della provincia di Matera appaiono decisamente differenti tra loro. I vini bianchi di Matera infatti sono rappresentati dalla Malvasia, dal Moscato Bianco, dal Greco e dall’Aglianico vinificato in bianco. I suoi odori sono delicatissimi all’olfatto e i suoi sapori appaiono freschi al palato. Il vino rosato della Basilicata è gentile all’olfatto ed estremamente profumato. Leggermente frizzante al palato, questo vino rilascia un […]

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Recensioni

Mucho Mojo Club, un’entità oscura cammina con noi

Cos’è più angosciante del buio? Mucho Mojo Club è una raccolta di racconti thriller dall’impronta noir pubblicata dalla CasaSirio Editore. Misteri, angosce, paure, delitti e sparizioni trasmettono al lettore un senso di precarietà che lo trascina totalmente nella lettura. Undici autori stranieri per un trama di misteri L’impronta narrativa della raccolta si affida allo stile di undici scrittori stranieri. Tra loro alcuni non sono mai stati tradotti in Italia. Undici storie di suspense, angosce e sospensioni di giudizio avvolgono il lettore in una spirale letteraria oscura dalle molteplici interpretazioni. Non è importante la dinamica di un delitto o di una sparizione, è preminente la componente misteriosa che costringe il lettore a restare con il fiato sospeso fino all’assimilazione dell’ultima riga dell’ultima storia. Emma Sue è una donna aggressiva che sa sempre come passarla liscia. La sua vitalità è benzina per il proprio compagno che la affianca in una serie di peripezie. Avarice (avarizia) è la protagonista di una Caccia Continua. La sua massima aspirazione è quella di diventare una criminale. La scomparsa della giovane Jenny, invece, getta la città di Edimburgo nella preoccupazione generale. Il commissario McLeon indaga sulla scomparsa mentre nutre il sospetto che la ragazza abbia scoperto una cruda verità sulla propria vita. Steven affronta da poco la morte di suo padre. Da lui ha ereditato la voglia di aiutare il prossimo e per questo decide di dare una mano al fratellastro Winkie. Il ragazzo lo rinchiuderà in un abisso irrisolvibile grazia alla propria compagna, la malefica Valerie. La Fuga di Billy Micklehurst è motivata dalla propria condizione di clochard. Il cielo di Manchester è la sua casa, il cimitero della città l’unico luogo in cui riesce ad avvertire il calore dell’anima. Il Borseggiatore più abile di Parigi non si preoccupa delle persone a cui deruba gli averi. Commosso da una lettera d’amore che trova nel portafoglio di una sua vittima, si lascerà abbindolare da un ladro in erba. Lurleen vive in Texas nel 1954. Fa a pugni e mangia pezzi di vetro e non ha paura di sfidare la sorte. Il sangue dell’agnello è il mantra di una cattolica famiglia americana. I coniugi Lacey sono felici che la loro unica figlia, Angela, sia in grado di dispensare benevolenza e miracoli nella cittadina in cui vivono. L’incertezza dell’oscurità chiude la raccolta. Uomini e donne, in preda ai deliri, affrontano le loro paure e persino la morte. Gli enigmi irrisolti di Mucho Mojo Club ci insegnano la chiave di lettura dell’esistenza Il trasporto emotivo della raccolta Mucho Mojo Club mette il lettore davanti ad uno specchio che riflette le proprie perplessità. La vita è un enigma. Tutto può accadere in un giorno qualunque e nessuna ragione è in grado di interpretare gli eventi che colpiscono la nostra esistenza. Gli strappi sul tessuto del quotidiano ci costringono a fare i conti con le nostre paure, isolandoci dalla serenità delle ore che trascorriamo. In che modo possiamo sopravvivere a tutto questo? Gli undici racconti ci suggeriscono di prendere fiato prima di agire e […]

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Napoli & Dintorni

Piano City Napoli 2018, inaugurata la rassegna di concerti

Piano City Napoli 2018: eventi, concerti e tanta cultura   Saranno tre giorni densi di concerti ed eventi con protagonista il pianoforte. Napoli apre le sue porte alla cultura dello strumento a tasti che da secoli incanta le anime di tutto il mondo. Ventuno pianoforti hanno inaugurato nella serata del 23 marzo la rassegna Piano City Napoli 2018. L’evento gratuito ha attirato in piazza decine di cittadini e turisti. Piano City Napoli, il silenzio e la musica a Piazza del Plebiscito In un ventosa e fredda sera di fine marzo Piazza del Plebiscito ha fatto da scenario all’inaugurazione della quinta edizione di Piano City Napoli. Ventuno pianoforti sono stati disposti lungo l’ala sinistra del colonnato della piazza, avvolti da una penombra illuminata da fari di luce colorata. La sincronia degli strumenti ha incantato il pubblico in un climax ascendente. Le note diffuse attraverso l’atmosfera appartenevano ai geni della musica classica. I pianisti Dora Dorti e Fausto Trucillo hanno aperto la serata suonando la Tarantella di Shostakovic. Pochi minuti di puro incanto sono stati seguiti dall’esecuzione della Tarantella di Rachmaninov, eseguita sempre da Dorti e Trucillo. Il Valzer Dei Fiori di Tchaikovsky , melodia cardine dell’opera Lo Schiaccianoci, è stato musicato dai pianisti Dorti, Gennaro Musella e Carla Orbinati. Il crescendo di note e melodie che ha rapito l’attenzione del pubblico ha coinvolto gli stessi tre maestri pianisti nell’elaborazione del Libertango di Piazzolla. Il Chiaro Di Luna di Beethoven è stato il primo brano di una serie di tre performance che ha coinvolto i ventuno pianoforti presenti in piazza. Toccata e Fuga in re minore di Bach ha condotto il pubblico verso la fine della magia della serata. Un’intensa rappresentazione di una delle opere più famose di Bach ha raggiunto la sublimazione attraverso il colonnato. Il Bolero di Ravel ha chiuso la serata da protagonista. L’incalzante melodia è stata eseguita due volte in un bis chiesto a gran voce dal pubblico.   Un calendario fitto di eventi per il Piano City Napoli 2018 nel penultimo week end di marzo   L’esclusività musicale della rassegna Piano City Napoli vivrà per tutto il fine settimana. Numerosi sono gli eventi da segnale sul calendario. Il pubblico potrà partecipare gratuitamente nelle giornate di sabato 24 e domenica 25 marzo a concerti realizzati nelle cornici del Maschio Angioino, Museo Madre, Palazzo Zevallos, Complesso Monumentale Santa Maria La Nova, Certosa di San Martino, Cimitero delle Fontanella, Museo di Capodimonte, Villa di Donato e del Teatro dell’Area Nord di Napoli. Nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino si esibiranno grandi e piccoli musicisti come Sandro Ivo Bartoli, Francesco Caramiello, Xin Wang, Florian Koltun e i piccoli musicisti del Laboratorio Creativo del Programma Nazionale “Accreditati per la Musica”. Nella Sala della Repubblica del Museo Madre saranno elaborati concerti di musica contemporanea e nel Teatro dell’Area Nord vedremo esibirsi Andreas Kern. Per poter partecipare gratuitamente agli eventi è necessario registrarsi sul sito dei Poli Culturali interessati oppure consultare il sito ufficiale di Piano City Napoli 2018.

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Recensioni

2×2 Gentiluomini di Alessandro Paschitto al Tram: amicizia, amore e incomprensioni di genere

2×2 Gentiluomini, scritto e diretto da Alessandro Paschitto, ha reso affollato il Teatro Tram nell’ultimo fine settimana: tutto esaurito domenica 4 nella sala di via Port’Alba. La commedia di Shakespeare (I due gentiluomini di Verona) rivisitata in chiave moderna ha divertito e interrogato il pubblico sui temi dell’amicizia, dell’amore e dell’incomprensione tra il genere maschile e quello femminile. Il testo, scritto dall’autore inglese negli ultimi anni del 1500, oggi appare ancora attuale e aperto al confronto intellettuale. Il cast di giovani attori composto da Gianluca Cangiano, Claudio Fidia, Giulia Musciacco, Alessandro Paschitto e Federica Pirone ha interpretato in maniera dinamica e coinvolgente una versione futuristica della quasi anonima opera shakespeariana. In Amore uomini e donne non parlano la stessa lingua Proteo e Valentino sono due giovani amici che vivono a Verona. Il loro legame è intimo e solido. La serenità della loro vita è minata dai sentimenti che provano verso due donne: Proteo è legato a Giulia, fanciulla di campagna, Valentino a Silvia, donna di Milano matura e seducente. Le giornate dei due gentiluomini trascorrono tra giochi e dialoghi pungenti fino a quando Valentino decide di partire per Milano per conquistare il cuore di Silvia. Il giovane affronta il mare (Shakespeare immagina che Milano sia bagnata dalle acque) e arriva nella grande città sprovveduto e malvisto dallo zio di Silvia, il duca di Milano. In breve tempo anche Proteo salpa alla volta del Ducato di Milano, intenzionato a non essere da meno rispetto al suo amico di infanzia in quanto a emancipazione sociale e sentimenti. Giulia, la sua amata, in preda ai deliri della gelosia, abbandona il nido dell provincia e si avventura in un territorio sconosciuto vestita da uomo. La ragazza scopre (da camuffata) che il suo amato si è invaghito della donna di Valentino, Silvia, e che sta ingannando tutti per cercare di conquistare la mano della nobile. La serie di equivoci e scontri tra il sesso maschile e quello femminile ha un epilogo non completamente lieto che lascia spazio a perplessità da parte del pubblico. La surreale rappresentazione di Alessandro Paschitto per un surreale scontro emotivo Nell’angusto spazio del Tram è facile immaginare quanto possa essere stato innovativo il debutto delle opere shakespeariane degli esordi. Davanti ad un pubblico di intimi spettatori temi quali l’amore, l’amicizia, l’eccessiva gelosia e insicurezza delle donne, la superficialità degli uomini e il loro desiderio di dominare la società venivano affrontati in maniera cruda, sconvolgendo il pubblico dell’epoca. L’attuale rappresentazione di 2×2 Gentiluomini ci appare surreale a partire dalla scelta dei costumi e delle scenografie. I personaggi sono vestiti con abiti monocromatici che richiamano forme solide e geometriche presenti sul palco, elementi fondamentali per la narrazione. Un cubo di Rubik diventa lo scrigno di una lettera in rime da decodificare, mentre pegni d’amore si materializzano in anelli triangolari e quadrati. Anche i dialoghi fanno riferimento, attraverso allegorie e metonimie, alle forme astratte della geometria e della gamma cromatica per rendere ancor più indistricabile un intreccio dalle difficili soluzioni. Ci pensa l’ironia dei personaggi ad addolcire i toni, coinvolgendo […]

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Napoli & Dintorni

Festival Mann 2018, tornano le Muse al Museo

Il Museo Archeologico Nazionale di Napoli (Mann) torna ad essere scenario di un evento culturale dal respiro internazionale. La rassegna Festival Mann, Muse al Museo vedrà luce anche quest’anno. Dopo il successo dell’anno scorso, ottenuto grazie ad un progetto interculturale che poneva al centro il luogo museale, le stanze del Mann si propongono uno seconda volta come spazio di scambio e accoglienza. Il Festival Mann 2018 inizierà il 21 marzo e terminerà il 28 dello stesso mese. Durerà un giorno in più rispetto alla prima rassegna per poter conferire maggior attenzione alla sostanza della cultura. Il Progetto Festival Mann è frutto di una rete di collaborazione Durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento il direttore del Museo Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini, ha ribadito più volte quanto sia stata importante, per la messa a punto del Festival, la fitta rete di collaborazione tra l’Ente, la Regione Campania e il Ministero dei Beni Culturali. “La Regione Campania ha scelto di appoggiare questo evento perché si impegna a fare del Museo un luogo aperto. Un luogo che parla a più persone e a più generazioni” ha detto la dottoressa Romano, direttore generale della Regione per il settore Cultura e Turismo. “Si tratta di scelte coraggiose – ha aggiunto la Romano – che diventano modello per la nostra comunità”. Il direttore artistico del Festival Mann Andrea Laurenzi (Officine della Cultura) ha evidenziato la peculiarità internazionale dell’edizione 2018: “Abbiamo aggiunto un giorno in più rispetto all’anno scorso per dar voce ad altri aspetti della comunicazione. L’internazionalità dello spettacolo è la caratteristica principale di questa edizione. Daremo inoltre più attenzione al mondo dei giovani e al rapporto che le persone hanno con la città di Napoli”. Otto giorni di festa con Napoli al centro del mondo  Muse al Museo regala per la seconda volta alla città di Napoli la possibilità di essere protagonista del crocevia degli esponenti della cultura mondiale. Un percorso di otto giorni che, senza sosta, si esprimerà dentro le mura del Museo e anche tra i vicoli della città. Il Festival infatti sarà inaugurato il giorno 18 con lo spettacolo musicale degli Archimossi che avrà luogo nelle strade di Napoli. Il giorno 21, invece, l’orchestra Scalzabanda si esibirà di fronte al Mann, nella Galleria Principe Umberto. Gli spettacoli della rassegna avranno luogo di mattina, di pomeriggio e sera. La programmazione prevede inoltre, ogni sera, un evento che andrà in scena nella Sala della Meridiana al primo piano del Museo. Roberto Vecchioni sarà ambasciatore ufficiale del Festival. Si tratterrà per ben due giorni nel capoluogo partenopeo per dare voce al suo legame col mondo dell’arte. Intenso è il programma della rassegna internazionale che porterà nella stanze del Museo anche l’attore Carlo Verdone, i The Jackal, la cantante Ginevra di Marco con il progetto La Rubia Canta La Negra, gli scrittori Daniel Pennac, Maurizio De Giovanni e Mattia Torre, il comico Nino Frassica, l’attore John Peter Sloan, i cantautori Cristiano Godano, Marina Rei, Paolo Benvegnù, Andrea Franchi, Alessandro Fiori e il musicista Elio (Elio e Le Storie Tese) […]

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Cinema & Serie tv

The OA, la surreale vita parallela di Praire Johnson

The OA, la seconda stagione è alle porte Sono iniziate da alcune settimane le riprese della seconda stagione del telefilm The OA. Prodotta da Netflix, la fortunata serie televisiva fantascientifica ha incollato gli spettatori di tutto il mondo con otto episodi impregnati di surrealismo e misteri. Accadeva più di un anno fa, era il dicembre del 2016 e la critica si divideva riguardo alla innovazione o alla ripetitività di un prodotto televisivo del genere. The OA: Praire Johnson, da bambina adottata a cavia umana Praire è una donna adottata da una famiglia americana. Ha origini russe ed è cieca. La sua vita trascorre tranquilla fino a quando viene rapita in maniera misteriosa. Scompare da casa per ben sette anni. Quando fa ritorno dice di chiamarsi semplicemente The OAe di essere stata vittima, insieme ad altre persone, di uno scienziato di nome Hap che l’ha tenuta prigioniera utilizzandola come cavia per i suoi esperimenti. Praire si preoccupa di mettere in piedi un gruppo di persone che, come lei, posseggono delle particolari doti sovrannaturali. Lei, infatti, è in grado di viaggiare attraverso i piani dello spazio, motivo per il quale ha dovuto subire per sette lunghi anni una serie di torture da parte del suo aguzzino. La donna era tenuta prigioniera in una struttura isolata dal mondo. Insieme a lei erano rinchiusi altri ragazzi. Tra questi c’era Homer con cui Praire aveva stretto un legame particolare. Gli esperimenti condotti da Hap sono al limite della concezione umana e vengono attuati per spingere i suoi prigionieri ai confini della resistenza fisica. In uno stadio di sopraffazione corporea le vittime si lasciano trasportare dalle cosiddette esperienze pre-morte che Hap osserva ed analizza dal suo studio.Con lo scopo di scoprire cosa si trova al di là della vita terrena, il carceriere abusa dell’equilibrio fisico e morale delle sue vittime, travolto da una brama di conoscenza del surreale. The OA, la vita si realizza tra la metafisica e i legami terreni Il mistero più grande di tutti i misteri che l’uomo affronta è quello di non sapere cosa ci sia dopo la morte. Un enigma così da grande da sopportare che ci lascia la sola possibilità di prendere coscienza della nostra impotenza. Gli uomini non possono sapere cosa li aspetta dopo la vita. Questa censura dello spirito è messa al centro di The OA e analizzata da due punti di vista. Il primo è quello dello scienziato Hap che si spinge fino all’irrazionale pur di ottenere le riposte che sta cercando. Negli episodi della serie vediamo infatti che i prigionieri del dottore sono intrappolati in una situazione spaventosa e ridotti ad essere dei vegetali. Torturati quotidianamente dal loro carceriere, si arrendono davanti al loro nefasto destino. Praire invece non si arrende. Lei, che sembra essere una prescelta del Fato, nasconde nella sua esistenza la capacità di andare oltre la vita terrena e di impersonare la fantasia che il mondo ultraterreno racchiude. La sua capacità di viaggiare nello spazio viene rappresentata attraverso la narrazione di più piani […]

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Eventi/Mostre/Convegni

99 Days To Help Onlus, viaggio di fotografie e solidarietà

99 Days To Help Onlus è il progetto umanitario realizzato da Rossella Notari, una giovane donna di trenta anni che di professione fa l’architetto e per indole la fotografa. Poco più di un anno fa è partita da sola alla ricerca delle Onlus che tra la Cambogia, la Thailandia, il Vietnam e il Nepal aprono le porte alle persone meno fortunate. Il suo viaggio è durato circa tre mesi, realizzato senza supporti di enti organizzati. Rossella ha vissuto a stretto contatto con la realtà di quei territori, mescolandosi con le persone del luogo. Girando con lo zaino in spalla, la Notari è diventata parte di una dimensione ai confini del mondo che l’ha trasportata in una realtà difficile ma affascinate. Ha così conosciuto e fotografato i bambini orfani della comunità Blessed Homes che opera in Thailandia. Qui i piccoli vivono immersi nella natura e hanno bisogno di avere un tetto sopra la testa. L’Asia, terra quasi sconosciuta agli occidentali, ha molte cose da raccontarci. “Quei 99 giorni sono diventati il punto di partenza di una solidarietà che intendo far proseguire – dice Rossella – la necessità è enorme. Molti villaggi hanno bisogno di cibo per sfamarsi e di vestiti per coprirsi”.  Il Ruin ospita le fotografie di 99 Days To Help Onlus “Guarda tutte le foto e poi vieni a dirmi qual è quella che ti ha colpito di più”, mi dice il proprietario del Ruin, bar nel cuore del Vomero. Le fotografie scattate dalla Notari sono disposte in maniera circolare lungo le pareti della struttura. Ognuna di essere è supportata da una piccola didascalia che racconta brevemente pensieri e considerazioni personali sugli scatti.  Karen People ritrae la landa di Mae Set, al confine con la Birbania. Qui i bambini vivono in un orfanotrofio fatiscente e sono a stretto contatto con le pattuglie di militari che sorvegliano la zona. Per loro è normale passare accanto a un soldato che sfodera un mitra. Una piccola Dzao raffigura una bambina che vive in una regione asiatica del Nord, al confine della Cina. Lei, come molte altre bambine di quell’area, ha imparato prima a ricamare e poi a camminare. Gli occhi dei vecchi  immortala uno sguardo improvviso, un incrocio di occhi tra la macchina fotografica e un anziano intento a pregare in un tempio in Cambogia. Rossella ha insegnato inglese ai giovani allievi di un tempio buddista: “Quando sono partita per questo viaggio non immaginavo che mi sarei trovata a vivere anche un’esperienza simile. Nel tempio entri a piedi nudi e ti ritrovi col cuore scalzo“.   Dopo essere rientrata in Italia in seguito ad un viaggio così intenso, l’unico scopo della fotografa è stato quello di ritornare in Asia per poter aiutare al meglio le popolazioni di quei luoghi confinati ai margini della società. “Ho avviato una raccolta fondi e mi occuperò personalmente dell’acquisto del materiale necessario. Ogni donazione viene registrata. Le foto scattate durante questo viaggio sono infatti in vendita con l’unico intento di incrementare la raccolta dei fondi”.  Quattro progetti da supportare con le nostre […]

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