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Eroica Fenice

Teatro

Le barriere culturali di Dragos Cristian al Kestè Stand Up Comedy

Si è esibito nella serata di ieri, alla stand up comedy del Kestè, il comedian rumeno Dragos Cristian. L’ilarità made in Est Europa ha attirato un pubblico prevalentemente inglese. La English Comedy, infatti, non ha catturato l’attenzione del pubblico partenopeo che si è presentato nella sala inferiore del locale del centro storico in un numero inferiore rispetto a quello del pubblico estero. La comicità di Dragos tra barriere culturali e incomprensioni «Vengo dalla Romania, il Messico dell’Europa». Dragos Cristian inizia con queste parole lo show Hungry Hungry Dragon. Le sue origini e le difficoltà che ha dovuto incontrare nei numerosi viaggi per il mondo sono i protagonisti di uno spettacolo di un’ora incentrato sui luoghi comuni dell’Est Europa. Dragos ironizza sul Cristianesimo Ortodosso professato nella sua nazione: «Quella religione per la quale tu credi in Dio ma Dio non crede in te»; sul suo nome: «Dragos è un nome che nemmeno Google riconosce e quando dico agli Europei occidentali che mi chiamo così, tutti mi chiedono se mi sento forte come un drago. Ma io penso di avere l’attitudine di un labrador» e sulla restrizione di genere che vige in Romania: «L’anno scorso nel mio paese c’è stato un referendum contro i matrimoni gay. Ma in Romania i matrimoni gay sono già illegali. Se dici a tuo padre che sei gay, questo corre subito in chiesa a chiedere un miracolo per te».  Il comico confessa di aver imparato l’inglese attraverso la televisione e di aver incontrato numerose difficoltà di comunicazione quando si è trasferito in Inghilterra. «Il mio paese è considerato in maniera negativa. Ma questo non è del tutto vero, anche se da poco Instagram ha creato il filtro ‘Romania’ che è in grado di togliere la luce della felicità dai tuoi occhi».  Dragos si sofferma spesso sull’incapacità di provare emozioni degli Est europei, sottolineando il fatto che gli italiani manifestano apertamente i propri sentimenti. Ci sono anche delle similitudini tra il Sud Italia e l’Est. Accostamenti che l’attore scopre proprio sul palco. «Nel mio paese, mia madre tiene sempre in salotto una vetrina in cui ci sono dei piatti ben puliti e ludici che però nessuno usa mai». Il pubblico gli fa notare che anche nel meridione italiano accade lo stesso fenomeno e nessuno sa spiegarsi il perché. Ma Dragos è ancora inesperto riguardo alla cultura italiana e infatti la omette del tutto dal suo show. La comicità può abbattere i pregiudizi? Tra luoghi comuni e pregiudizi insormontabili, Dragos ci racconta soprattutto di quanto sia stato difficile per lui socializzare con gli Europei e i popoli di oltreoceano. In Germania è stato etichettato come “europeo estremo”, in america come colui che ha bisogno di bere perché la vita è sempre stata dura nei suoi confronti e in Asia come esperto di culture degli uomini dalla pelle bianca. Ma quali sono i veri problemi relativi ai pregiudizi e alle barriere culturali? Sembra difficile abbattere, ancora oggi, un pensiero innato nei confronti di chi è diverso da noi. E solo grazie […]

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Teatro

Dragos Cristian, un comedian dal valore internazionale | Intervista

Si chiama Dragos Cristian e viene dalla Romania. Si esibirà domenica 14, alle ore 20.00, sul palco del Kestè di Napoli nel suo spettacolo Hungry Hungry Dragon. La serata al Kestè proseguirà, inoltre, con il Comedians Put On Tour, road trip di 5 comici in giro per l’Italia che verrà ripreso per realizzare una docu-serie targata Spaghetti Comedy Lounge. Il cast del “put on tour” è composto da Emanuele Pantano, Elisa Benedetta Marinoni, Pippo Ricciardi, Gabriele Antinori e Antonio Piazza. Dragos è un cittadino del mondo, il suo scopo è unire le diverse culture europee attraverso la sua arte. Ha iniziato ad esibirsi con la stand up comedy nella fervente città di Singapore e si è spostato dal continente asiatico fino all’Inghilterra, la Germania e gli Stati Uniti. Ora Dragos Cristian arriva a Napoli, dopo essersi esibito anche a Milano, per presentarci il suo originale stile ironico. “Un patto con il mondo”, è così che definisce la sua commedia. Lo abbiamo intervistato prima dello show. Intervista a Dragos Cristian Quali sono i messaggi della tua comicità? Voglio rendere la mia comicità educativa. Vengo dalla Romania e per questo, nei paesi in cui mi sono esibito, ho incontrato alcune barriere culturali riguardo la mia terra. Questa situazione è accaduta, per esempio, in Asia. Ecco perché nel mio show parlo della religione e delle tradizioni della Romania. Racconto anche di mia madre e di come affronta il fatto che sono sempre lontano da casa.  Hai appena detto che hai dovuto affrontare delle barriere culturali durante il tuo spettacolo. Come le hai superate?  Quando ho iniziato ad esibirmi, ho un avuto un po’ di problemi di comunicazione con il pubblico. La gente ha molti stereotipi riguardo alla Romania. Alcune volte mi sono imbattuto in fraintendimenti in merito alla tecnologia in Giappone. Generalmente posso dire che ci sono diverse differenze tra l’Est e l’Ovest dell’Europa. E gli Europei dell’Ovest pensano male degli Europei dell’Est. Di solito provo a trasformare la situazione in una “mentalità aperta” e ascolto prima di parlare troppo. Ora posso dire di aver oltrepassato la mia opinione e i miei punti di vista. Perché hai scelto l’arte della Stand Up Comedy? Ho iniziato ad esibirmi a Singapore e ci sono praticamente finito dentro. Mi trovavo con un mio amico in questa internazionale città asiatica e ho scoperto che mi piaceva fare la Stand Up Comedy. Ma se l’inglese non è proprio la tua prima lingua puoi incontrare il disappunto del pubblico. Così mi sono esercitato più e più volte fino a quando la gente ha iniziato a ridere. Se dovessi descrivere l’Est Europa in poche parole, cosa diresti? La gente ha ancora una mentalità conservativa ma questa sta diventando sempre più aperta.  Quale può essere l’importanza della comicità oggi nel mondo? Te lo sto chiedendo perché stai provando a relazionare le culture con il tuo show. Penso che i popoli europei non si conoscano bene tra loro e che la comicità possa davvero farli incontrare. Dobbiamo essere più ricettivi e con […]

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Teatro

Francesco Randazzo dirige La Rondine al Piccolo Bellini

La Rondine (la canzone di Marta) è il primo allestimento in lingua italiana dell’opera dell’autore catalano Guillem Clua. Tradotto da Martina Vannucci e adattato da Pino Tierno, il testo porta in scena un’accesa denuncia verso il terrorismo e l’omofobia. Gli attori Lucia Sardo e Luigi Tabita sono diretti magistralmente da Francesco Randazzo al Piccolo Bellini. Marta e il suo dolore, Matteo e il suo amore. Francesco Randazzo dirige La Rondine L’incontro tra la severa insegnante di canto Marta e il giovane Matteo avviene nella casa impolverata della donna. I tendaggi bianchi coprono i mobili e il pianoforte dell’appartamento di Marta, trincerata nel dolore per la perdita del figlio Dani. Il ragazzo è stato ucciso in un attentato terroristico in un bar per gay, provocato da un pazzo omofobo. Matteo, che non rivelerà la sua vera identità fino alla fine della scena, vuole imparare a cantare per bene la canzone La Rondine, così da poterla cantare ad alta voce alla commemorazione di una persona a lui molto cara. La purezza di Matteo traspare dai suoi occhi accesi e innamorati, mentre il dolore di Marta è simboleggiato dagli abiti che indossa. La veste nera sta a significare il lutto, la giacca rossa il sangue versato dalla vittima. Durante tutto lo spettacolo la donna si tormenta soprattutto perché si rende conto di non essere stata in grado di comprendere i sentimenti del suo amato figlio, di averlo abbandonato a un destino crudele. “Cosa identifica la nostra umanità? Il dolore, il percepire il dolore degli altri”. Sarà proprio Matteo ad insegnare a Marta a capire quel dolore che tanto la spaventava. I simboli dell’odio e del ricordo spiegati al pubblico I simboli del terrorismo, dell’omofobia e del ricordo sono presenti durante tutto lo spettacolo. E vengono costantemente spiegati al pubblico. Dolore, orrore, spavento, impotenza, solitudine e rabbia ci arrivano dalle parole di Matteo, un ragazzo che ha scelto di vivere la sua vita di omosessuale alla luce del sole ma che ha dovuto combattere per l’affermazione dei suoi diritti e di quelli della persona che ama. Marta, invece, è annebbiata dal dolore. La sua casa è immersa nella polvere, coperta dai veli dei ricordi che le impediscono di comprendere la realtà che la circonda. Il rifiuto verso la cruda verità è la conseguenza del timore di non essere stata una buona madre. Dal Bataclàn all’attentato di Nizza, dalla strage del bar Pulse di Orlando alle morti causate dalla stessa mano terrorista sulle Ramblas di Barcellona,  c’è tutto questo nel soggetto dell’opera di Clua ma, soprattutto, c’è la paura che le persone provano per ciò che è diverso da loro. Una madre può abbandonare suo figlio solo perché questo è gay? Purtroppo sì. Oggi la società è ancora accecata da un odio a dir poco inspiegabile verso i diversi. Si muore per motivi banali, legati alla razza, alla religione, all’orientamento sessuale. Si muore soprattutto a causa dell’ignoranza. Il messaggio dell’opera di Clua è un simbolo di ribellione ma soprattutto di comprensione. Siamo ancora in tempo, possiamo […]

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Teatro

Frida Kahlo di Mirko Di Martino al TRAM: la solitudine della colomba messicana

Sarà in scena fino a domenica 24 al TRAM di Napoli lo spettacolo Frida Kahlo, scritto e diretto da Mirko di Martino e prodotto dal Teatro dell’Osso. Le vite della celebre pittrice messicana e del suo compagno, marito e amante Diego Rivera rivivono sul palco grazie alla magistrale interpretazione di Titti Nuzzolese e Peppe Romano.   Frida, una vita dedicata alla pittura “In nove mesi di agonia scoprii la pittura e una nuova ragione per vivere”. L’incontro fatale con i pennelli per la giovane Frida avviene durante un periodo di degenza forzata causato da un incidente che le provocò la frattura della spina dorsale. Frida Kahlo era una studentessa dell’Accademia di Arti di Città del Messico, accesa come un lume splendente nello spirito e nello sguardo. Diego Rivera ne notò subito la straordinaria tempra e predisposizione artistica.  Il seduttore, genio e orco della pittura messicana si innamorò di quella minuscola figura femminile che negli occhi neri come la notte conservava tutta l’energia della loro patria, il Messico. Il matrimonio tra “la colomba e l’elefante” è l’inizio di un connubio artistico che ispirerà Frida ma che le porterà anche troppo dolore da sopportare. “Se Diego non è felice io non riesco a stare tranquilla”. Quando l’arte della Kahlo irrompe e cattura l’attenzione della scena internazionale, la coppia si divide moralmente. “I surrealisti si sono convinti che la mia pittura sia surrealista – dice Frida – Io non lo sapevo finché Breton non è venuto in Messico. Ma non ho fatto altro che dipingere la mia realtà”. La solitudine di una donna che porta in se l’orgoglio e l’amore per il Messico si trasforma in arte incredibilmente comunicativa. Il travaglio per un rapporto che spesso appare a senso unico è la materia prima per la sua ispirazione. Lo spettacolo di Mirko Di Martino tra narrazione recitativa e realismo scenico Due sono le caratteristiche che rapiscono maggiormente l’attenzione del pubblico nello spettacolo di Mirko Di Martino. Una è la narrazione nella narrazione inscenata dagli stessi personaggi. Nessuna voce fuori campo ma solo Frida e Diego che, di quadro in quadro, di anno in anno, raccontano al pubblico cosa accade nel loro rapporto, nella loro arte e nei loro pensieri. L’incredibile somiglianza della Nuzzolese con la pittrice messicana è resa ancor più realistica grazie ai costumi di scena indossati che sembrano essere stati cuciti proprio in Messico. La solitudine germogliata nell’infanzia e nutrita durante l’età adulta rende Frida una figura femminile fuori dagli schemi, di ardua comprensione ma di facile compassione. I dipinti citati nella rappresentazione scenica sono illustrati a parole dal personaggio che ci trasporta nella sua arte e nelle ragioni emotive dei quadri che dipinge. Osserviamo così con la mente il dipinto Solo Qualche Coltellata (ideato a causa dei continui tradimenti di Diego), La colonna rotta (specchio della frattura interna che l’artista porta nei suoi giorni) e Ford Hospital (creato in seguito all’aborto spontaneo che Frida subì dopo il sesto mese di gravidanza). La gloria della fama minacciata dalle ferite domestiche della vita […]

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Teatro

Anfitrione alla Sala Assoli, di Teresa Ludovico | Recensione

Sarà in scena al Teatro Assoli fino a domenica la rivisitazione della tragicommedia plautina Anfitrione diretta da Teresa Ludovico. Una compagnia di giovani attori composta da Michele Cipriani, Irene Grasso, Demi Licata, Alessandro Lussiana, Michele Schiano di Cola e Marco Falcomatà propone in chiave moderna la famosa opera dell’autore latino incentrata sul concetto di identità.   Anfitrione di Teresa Ludovico: Giove, la metamorfosi e gli affanni degli umani Il matrimonio tra Anfitrione e la bella Alcmena è il frutto di una storia d’amore sentita ma travagliata. Nella belligerante Tebe i due giovani amanti vivono una passione travolgente e segnata dagli eventi familiari. Giove osserva, dall’alto dell’Olimpo, le vicende dei giovani mortali e decide di mescolarsi ai loro affanni. Come fare per entrare in scena nel migliore dei modi? Suo figlio Mercurio gli suggerisce di trasformarsi in un uomo con le sembianze di Anfitrione stesso e di sedurre la bella Alcmena. Durante una notte che dura tre volte il padre degli dei si unisce carnalmente alla donna seminando in lei un figlio. E Anfitrione, che nel frattempo era partito per una spedizione armata, torna a casa in preda allo stupore. Non crede ai racconti di sua moglie su quella notte di passione infinita consumata tra loro due. Pronto a dare di matto, si rende conto che essere il padre putativo del figlio di Giove è un onore e che da lì la sua vita cambierà per sempre. Ercolino sarà un semidio che farà grande la storia di Tebe. Sulla sfondo delle trame amorose e sessuali troviamo il frustrato servo Sosia e la sua compagna, insieme al musico di palazzo.   Plauto e quell’incertezza identitaria che dura da 2000 anni Chi siamo e come ci riconoscono gli altri? Quanto restiamo fedeli a noi stessi? Col concetto di tragicommedia Plauto dimostrava, nell’antica Grecia, quanto gli affanni degli uomini siano frutto di ilarità e disperazione. Gli dei che ci osservano dall’alto sono affascinati dalle vite degli uomini, vogliono mescolarsi con queste ma al contempo ne assorbono solo la parte migliore. La passione di Anfitrione per Alcmena gli infetta l’anima fino a condurlo alla follia. Perseguitato dai fantasmi del suo passato, l’uomo si sente perso davanti al presunto tradimento della moglie.  Gli specchi mobili sul palco, protagonisti assoluti della scena, ci portano in dimensioni parallele. Quante sono le immagini che rimanda la nostra presenza in questa vita? La depersonalizzazione si accentua grazie all’utilizzo coreografico di luci soffuse. Il povero Sosia sente, infatti, di aver smarrito la propria identità. Vittima degli eventi e di una pavida condotta morale, perde completamente le proprie energie vitali in un monologo accorato. I lussuriosi abitanti dell’Olimpo si animano con la loro brama di edonismo. L’eccentricità di Mercurio accende la nostra percezione. Sembra impossibile staccare gli occhi dal suo sguardo magnetico. Giove è invece un burlone della carne. L’ombra dorata sul suo volto ci ricorda che alcuni limiti possono essere superati solo da chi è nel pieno equilibrio delle proprie facoltà. Lo spettacolo diretto da Teresa Ludovico è un gioco contemporaneo […]

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Recensioni

Saved Dreams al Piccolo Bellini. I nostri sogni sospesi tra illusione e realtà

Saved Dreams è andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli sabato 2 febbraio. Il progetto artistico di Chiara Alborino e Fabrizio Varriale unisce la danza alla drammaturgia, il teatro alla scrittura, in una commistione di sensi per i quali i sogni rappresentano una verità da raggiungere. La Compagnia Danza Flux anima il movimento dei corpi che portano lo spettatore a scendere negli abissi della psiche umana. Il tema principale dell’animalità dell’essere umano ruota attorno al concetto di sogno ed evoluzione emotiva che gli uomini vogliono raggiungere.   Saved Dreams: corpi nudi e frenetici come le nostre anime Nel caos della vita quotidiana ci sentiamo sempre più persi e senza una direzione da seguire. Lo spettacolo si apre con le gesta di una domatrice cinica interpretata da Angela Garofalo. Un corpo nudo di donna corre intorno ad un cerchio invisibile per poi crollare sulle sue gambe stanche. Nell’immagine che riflette possiamo vedere un cavallo che resiste agli urti della vita (raffigurati dalla frusta impugnata dalla domatrice) ma che presto si lascerà domare. La frenesia di un gruppo di corpi incanta il pubblico che li osserva mentre si dannano nella penombra. Al centro del palco la domatrice racconta, in un flusso di coscienza, storie di sogni d’amore, di speranza, di fuga. In preda all’estasi ci parla di visioni oniriche sviluppate attorno al desiderio di volare, fuggire verso un’isola lontana e incontrare il vero amore. Ma ci porta anche nell’epicentro delle paure umane: incontrare il Diavolo ed esserne soggiogati. I corpi danzanti continuano a muoversi, fungendo da tramite tra il mondo reale e quello illusorio. La velocità della vita ci allontana dai nostri veri desideri. Soltanto la notte è in grado di riportarci alla natura concreta, solo i sogni sanno come ridarci l’essenza delle cose.   La coreografia di Alborino e Varriale ci immerge nel tormento La coreografia ideata e diretta da Alborino e Varriale ci porta da subito nel tormento umano. Uomini e donne si scontrano con passi energici e sofferti. Marionette di giorno, diventano immagini libere di muoversi nel mondo dei sogni. La conseguenza della corsa guidata dagli affanni della vita è una disperata voglia di dissetarsi alla fonte della Natura. Il luogo più puro ed ingenuo dal quale è possibile ripartire. Il tormento degli uomini è protagonista assoluto della scena. Emerge prepotente anche quando la narrazione ci rimanda ai sogni più dolci e ricchi di speranza. L’assolo Horse Boy in Apnea governa la percezione degli spettatori che partecipano all’angoscia dei protagonisti. La natura partecipativa dello spettacolo è il punto più originale del progetto artistico. Persone comuni hanno raccontato agli sceneggiatori i loro sogni più sentiti per dare una sostrato alla materia rappresentativa. Una geniale ed innovativa chiave di interpretazione della condizione umana che può fare di Saved Dreams uno spettacolo su cui sarà possibile sperimentare anche in futuro.

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Recensioni

“Chi vive giace” di Roberto Alajmo, al Mercadante

Chi vive giace di Roberto Alajmo sarà in scena al Mercadante di Napoli fino al 3 febbraio. Con la regia di Armando Pugliese e le musiche di Nicola Piovani, il Teatro Biondo di Palermo porta sui palchi italiani uno spettacolo che si interroga sul senso della vita e della morte. Una tragedia urbana sconvolge le vite di due famiglie sicule, portandole a scavare dentro al senso dell’esistenza. L’umorismo noir della scrittura di Alajmo regala allo spettatore un senso di ilarità condito dall’angoscia per la prospettiva futura che attende tutti gli esseri umani. Chi vive giace di Roberto Alajmo, tra la Terra e il regno dei morti La metafisica esistenziale della teatralità sicula incanta il pubblico. Le parole dense di significati nascosti e summe sull’esistenza riempiono le voci degli attori: David Coco, Roberta Caronia, Roberto Nobile, Stefania Blandeburgo e Claudio Zappalà interpretano un dramma familiare nostrano. Una tragedia urbana ha strappato la vita alla giovane Sanguetta e tormenta i giorni del vedovo Santuzzo, rimasto da solo a combattere contro la vita. L’uomo dialoga con la moglie che lo ascolta e gli dà consigli dall’aldilà. Perdonare l’assassino della sua amata? Fare vendetta? Cosa è più giusto? La giovane donna resta seduta in una angolo, con una benda sugli occhi, avvolta in un abito bianco il cui candore si scontra con le pareti nere della scena. Dall’altra parte dello spazio illusorio c’è il ragazzo (chiamato Fango) che ha compiuto l’omicidio in maniera quasi involontaria. Suo padre è in preda alla disperazione mentre sua madre, dal regno dei morti, continua a proteggerlo e giustificarlo come solo una madre del sud Italia sa fare. “Quando è destino è destino, dice la donna in un ghigno di onnipotenza. La cecità in cui ci immerge la vita di tutti i giorni è simboleggiata da una benda che copre gli occhi dei morti i quali però, ora, sono chiamati a rispondere alla domande dei loro cari. Solo chi è passato nell’altra dimensione può sapere cosa è meglio fare, per quanto la vita terrena gli abbia ancora lasciato addosso un pavido atteggiamento. “Chiudete li occhi e non ci pensate più”. Tra metateatro e lezioni di lingua siciliana Quando le due famiglie coinvolte nel dramma si incontrano e scontrano in una dimensione parallela, la nebbia che offusca la prospettiva tra la vita e la morte appare evidente ai nostri occhi. Dove sono gli attori? Nella realtà o nell’irrealtà? La predominanza del dialetto siculo è la peculiarità più accattivante del soggetto di Roberto Alajmo. Le terminologie presenti nel vocabolario dei personaggi si materializzano in un oggettivismo dei sensi e delle azioni. Se il ragazzo che ha commesso l’omicidio è chiamato Fango perché si è macchiato di un delitto, la donna vittima della tragedia è costantemente additata con il termine di Meschina. La sua meschinità, infatti, sta nell’ingenuità che l’ha portata a farsi uccidere. Tra analisi dei dialoghi e dei pensieri e gli intrecci delle parole, i personaggi ci mostrano quanto l’essere umano viva nell’attesa di morire. Il ribaltamento del senso dei nostri giorni […]

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Recensioni

Così è (se vi pare) al Teatro Bellini. Ironia e mistero nella Verità pirandelliana

Il Teatro Stabile di Torino porta in scena al Teatro Bellini di Napoli, fino al 27 gennaio, lo spettacolo Così è (se vi pare).  A poco più di cento anni di distanza dalla prima rappresentazione teatrale dell’opera di Luigi Pirandello, l’ingarbugliata trama che ruota attorno alla storia del signor Ponza, di sua moglie e della signora Frola (suocera di Ponza) di Così è (se vi pare) prende vita su un palcoscenico in cui luci e ombre confondono la mente dello spettatore. La produzione del Teatro Stabile di Torino e la regia di Filippo Dini dirigono un cast dinamico e coinvolgente. Un tocco di ironia rende la rappresentazione di due ore e un quarto fluida e densa di curiosità.  Così è (se vi pare): un palcoscenico marmoreo e tre ingressi verso la profondità I concetti di relativismo, di flusso e impercettibilità del reale pirandelliano sono raffigurati non solo attraverso le parole degli attori ma anche nella scenografia. Un palcoscenico marmoreo, composto da un interno di una casa divisa in tre spazi, proietta lo sguardo del pubblico verso la profondità della percezione umana. Il bianco predominante delle pareti, degli abiti e dell’arredamento abbagliano la vista coprendola di un nulla emotivo. Solo il nero indossato da Ponza, Frola e la misteriosa donna rinchiusa in casa di Ponza contrastano i colori impercettibili dello spazio circostante. L’eccessiva curiosità dei cittadini di un paesino rivolta verso la vita del nuovo segretario del Prefetto turba gli animi dei carnefici e delle vittime. La realtà domestica del consigliere comunale Agazzi si immerge in un morboso tranello, rivolgendo la propria energia verso la scoperta della risoluzione del mistero che ruota attorno alla storia di Ponza, di sua suocera e sua moglie. Solo il cugino Laudisi si mostra scettico e pronto a mitigare gli animi dei familiari.  Il grigiore dei capelli splendenti della signora Frola (interpretata da una magnifica Maria Paiato), rapisce lo sguardo del pubblico sin dal suo primo ingresso sul palco. Ogni volta che abbiamo immaginato un personaggio pirandelliano è così che lo abbiamo raffigurato nella nostra mente: etereo, di inconsistente percezione, spettro di se stesso, portatore di una verità superiore. Il pallore del viso della Paiato simboleggia lo sgomento della vita verso l’accanimento degli esseri umani. L’anziana donna si scontra (nell’attenzione riposta dai cittadini curiosi) con la versione dei fatti raccontata da suo genero. Ponza è vestito di nero come Frola e acceso da un fremito di terrore verso la possibilità che il suo equilibrio psicologico possa essere alterato. Il folto cast diretto Dini in Così è (se vi pare) si fa trascinare verso gli abissi dell’ignoto in una parabola discendente. I personaggi che fanno da cornice, infatti, rasentano la pazzia a causa della volontà di scoprire a tutti i costi quale sia la verità riguardo alla storia della donna rinchiusa nell’appartamento di Ponza: si tratta della sua seconda moglie o della figlia della signora Frola? Toccherà alla prigioniera figura femminile svelare la Verità. Le sue celebri frasi “Una sventura che deve restare nascosta”, “Solo così può […]

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Teatro

Il Gioco dell’Amore e del Caso. Siamo vittime degli eventi o dei sentimenti?

Il Gioco dell’Amore e del Caso sarà in scena al TRAM di Napoli fino al 6 gennaio. La celebre commedia illuminista dell’autore francese Pierre de Marivaux, adattata per il pubblico dal regista Mirko Di Martino, mette in scena i fraintendimenti degli uomini e le ragioni del caso. Sul palco troviamo Antonio Buonanno, reduce dal successo de L’Amica Geniale, nei panni del nobile padre Orgone e Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas e Gabriele Savarese che interpretano quattro giovani i cui sentimenti vengono stravolti dal caso. Giocare è sinonimo di agire: l’Amore è frutto di un’azione Tutto è pronto in casa del nobile Orgone per l’arrivo del promesso sposo di sua figlia Silvia, il giovane Dorante. La ragazza è però dubbiosa, vuole essere certa di desiderare l’uomo che sposerà e soprattutto di essere desiderata da lui stesso. E così inscena “una commedia delle parti” grazie all’aiuto del padre e della cameriera Lisetta. Sarà Silvia a interpretare il ruolo della cameriera e Lisetta a far finta di essere la padrona di casa. Solo così la giovane promessa sposa potrà capire se Dorante nutre dei sentimenti veri nei suoi confronti e se le sarà fedele per la vita. Ma il gioco si presenterà più fitto di quanto la ragazza possa immaginare. Anche Dorante, infatti, ha chiesto al suo servo di scambiarsi i ruoli e così, appena arrivato in casa dell’amata, dà inizio a una serie di fraintendimenti e comici momenti che avranno fine solo quando si vedrà costretto a confessare i propri sentimenti. Il Gioco dell’Amore e del Caso: quattro giovani in preda all’irrazionalità dell’Amore e guidati da un padre regista Il ruolo di Orgone è fondamentale per la risoluzione del misunderstanding. L’uomo, infatti, è il solo che conosce tutti i fatti. Sa che anche Dorante vuole mettere alla prova Silvia e per questo finge di essere un servo. Potresti fare a meno di parlarmi d’amore. E tu potresti fare a meno di farmi innamorare. Nemmeno la differenza di ceto sociale, di stile e portamento induce i quattro giovani a fuggire dalle grinfie della “fiera dei Sentimenti”. L’Amore è un essere istintivo che combatte la Ragione. I giochi lo divertono ma fino ad un certo punto. I colori pastello e crema degli abiti dei giovani rispecchiano la loro innocenza davanti ai poteri del dio della passione. Per quanto possano armarsi di furbizia e mefistofelici piani, la potenza del dio è così forte da spazzare via ogni loro resistenza. Solo Orgone potrà guidarli attraverso il percorso che gli è stato assegnato. L’uomo, infatti, copre i ruoli di padrone di casa, regista della storia, spettatore divertito e padre premuroso. Ed è proprio questo sua ultima immagine che ci colpisce. L’interpretazione di Buonanno, infatti, va messa a confronto con quella di “padre padrone” che interpreta nella fiction L’Amica Geniale. Le urla di disprezzo e superiorità di genere del cruento uomo napoletano sono qui sostituite da risatine buffe, quasi isteriche e in preda al divertimento masochista. Il senso di protezione che egli nutre nei confronti della figlia è […]

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“Pulcinella Morto e Risorto” di Alessandro Paschitto al TRAM | Recensione

Cosa accadrebbe se potessimo tornare sulla Terra dopo la nostra morte? Ultima replica questa sera al teatro TRAM di Napoli  per lo spettacolo Pulcinella Morto e Risorto. Scritta e diretta da Alessandro Paschitto, l’opera mette in scena le disavventure della maschera Pulcinella proiettate nell’epoca contemporanea. Pulcinella, così maldestro che non trova pace nemmeno all’Inferno Nemmeno da morto trovi pace, dice l’ex fidanzata a Pulcinella. La sorpresa di rivederlo piombato sulla Terra, lì dove l’aveva lasciata e abbandonata, suscita nella donna felicità e fastidio. Pulcinella, infatti, conduce una vita così maldestra da ritrovarsi all’improvviso morto e schiavo di Lucifero. Ma nemmeno il Signore dell’Inferno riesce a sopportare “la banale sprezzatura” di quella maschera fanciullesca. E così lo rimanda nel mondo dei vivi. Qui dovrà confrontarsi con la realtà, crescere e provare a dare un senso alla propria vita. Immatricolarsi all’Università sarà la chiave del suo successo. Un lasciapassare per quella società che lo ha sempre rifiutato. In quale disciplina desidera erudirsi? Basta che me date ‘o piezzo ‘e carta!  Il Vesuvio nero come la morte troneggia al centro del palco mentre la farsa energica di Pulcinella incanta gli spettatori, catturando il loro sguardo. Toccherà allo scrittore Felice Sciosciammòcca dare un senso logico alla trama. Lui che ormai ha perso la sua vena poetica troverà un finale degno e compiuto per la storia della maschera napoletana per eccellenza. Un trio di attori affiatati e magnetici diretti da Alessandro Paschitto A dare vita alle vicende di Pulcinella sono Alessandro Paschitto (nei panni di Lucifero e Felice Sciosciammòcca), Mario Autore (Pulcinella) e Raimonda Maraviglia (San Michele, il carabiniere e la fidanzata di Pulcinella). Un trio affiatato e a dir poco magnetico. La veemenza dell’espressione verbale e l’energia del movimento dei loro corpi rendono lo spettacolo attraente ed insolito. C’è tutto il mondo della Napoli caotica sul palco. Dei sentimenti del nostro popolo, le contraddizioni di uno stile di vita unico nel suo genere. L’importanza della parola è al centro dell’intrattenimento. Il bianco e il rosso richiamano i colori della pizza e quelli della passione dell’essere napoletano. Lo studio, il posso fisso, le relazioni instabili, lo smarrimento generazionale sono i colori di una identità che si sente perduta. Meglio stare all’Inferno che vivere il Paradiso sulla Terra? La commedia dell’arte ci insegna ancora una volta ad interpretare la realtà che ci circonda attraverso l’espediente della metamorfosi. Il tempo scorre e il futuro sembra nero. Il passato è fugace. Ci resta solo la possibilità di vivere il presente. “Nuje vulesseme truvà pace…”.

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Recensioni

Moby Dick al Museo del Sottosuolo. Negli antri di una sfida

Moby Dick di Herman Melville inaugura la stagione di collaborazione tra il Museo del Sottosuolo di Napoli e la compagnia teatrale il Demiurgo. La “sfida immorale” tra il capitano Achab e la grande balena bianca Moby Dick è andata in scena a 25 metri di profondità nel cuore del Centro Storico. Il celebre romanzo di Melville prende vita in uno scenario angusto ed evocativo. Moby Dick , in fondo al mare e dentro alle nostre paure  Perché Achab è così ossessionato dalla Balena Bianca? Da piccoli ci siamo posti questa domanda dopo aver letto il romanzo Moby Dick. Un libro che i nostri professori ci consigliavano di leggere quasi come se fosse una mera lettura per ragazzi. Eppure quella lotta impari tra l’uomo e la bestia ci è sembrata sempre colma di disperazione. Tocca ad Ismaele, giovane e ambizioso marinaio, sciogliere i nodi di un viaggio ai confini dell’ignoto. Le umide pareti dell’Ipogeo Greco-Romano sito a piazza Cavour (adibito a ricovero durante gli anni della guerra) riflettono le verdi luci della rabbia di Achab. Un capitano mutilato che ha deciso di spendere la propria vita per la ricerca e la cattura di Moby Dick. L’entusiasmo di Ismaele è il giusto motore che accende gli animi della truppa. Il gelo del mare aperto si materializza nelle nebbioline di fumo che i quattro attori emettono dalle proprie bocche. L’umidità della location conferisce maggiore veridicità alla rappresentazione. Il buio e la claustrofobica resa dello spazio circostante sono la messa in scena migliore per il momento teatrale. Ottanta minuti di immedesimazione nella scoperta e nel superamento delle paure dei quattro uomini di mare. “Adesso si dà un nome alle balene?”. “Centinaia di marinai si vantano di averla uccisa ma è sempre riapparsa”. Se Achab si lascia quasi accecare dalla bramosia, le urla degli altri marinai, persi in mezzo al mare, sono un tentativo di ribellione verso la condizione di incapacità umana. Gli uomini vedono nella balena bianca l’impossibilità di catturare e distruggere le loro angosce. Un’interpretazione densa di pathos per Il Demiurgo Franco Nappi è il capitano Achab. Un uomo ormai solo e disperato. Il suo rintanarsi nel fondo della nave lo allontana dal pubblico che è pronto a riaccoglierlo quando riappare con veemenza sulla scena. A bordo della nave Pequod c’è anche Gaetano Migliaccio, un giovane Ismaele dallo sguardo acceso. A metà strada tra l’ingenuità e la sfrontatezza, Ismaele si fa carico di una storia irrazionale. Con loro viaggiano Quequeeg, interpretato da Angelo Sepe e il primo ufficiale Starbuck, interpretato da un poco convincente Antonio D’Avino. Gli spettatori sussultano e si allarmano insieme agli attori, immaginando di essere con loro su quella barca. Poche strutture di scena (qualche corda e una tela bianca) sono adatti alla rappresentazione minimale di un viaggio senza timore verso la scoperta dell’ignoto.

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Eventi/Mostre/Convegni

Disco Days 2018. Cresce la passione per il vinile

Si è conclusa la 21esima edizione dei Disco Days. La fiera annuale, organizzata all’interno del Complesso Palapartenope di via Barbagallo a Fuorigrotta, ha vissuto due giorni di intensa comunicazione tra il pubblico e la musica. Etichette indipendenti ma soprattutto espositori di nicchia hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con decine di persone provenienti da tutta Italia. L’atmosfera che si è respirata all’interno dei capannoni della Casa della Musica è stata caratterizzata da un senso di libertà e dalla voglia di scoprire nuove informazioni sulla storia della musica. Il vinile ci riconquisterà tutti Girando tra gli stand degli espositori è difficile non rendersi conto di quanto i clienti si rechino alla fiera solo per acquistare dischi in vinile. “Il mercato è aumentato negli ultimi 5 anni – ci dice un giovane espositore –  io vendo tantissimo. La gente si sta rendendo conto che è più bello avere un disco fisico a casa. Chi ama l’arte, inoltre, apprezza il vinile perché la sua copertina rappresenta un’opera d’arte”. Tra gli espositori ci sono anche i venditori che si affidano al mercato on line per incrementare le proprie vendite: “In Italia c’è una competizione pazzesca. Vendo di più on line trattando con il mercato estero. Ma sono ottimista. Molti giovani si stanno avvicinando all’acquisto del disco fisico. C’è chi lo fa per moda e chi invece per costruirsi una cultura“. Gli acquirenti che gironzolano incuriositi attraverso gli stand sono molteplici e diversi tra loro. C’è l’appassionato adulto che ci dice: “Ci sono cresciuto con il vinile. Questi dischi parlano del mio rapporto con la musica e credo che il vinile sia la scelta migliore per poter ascoltare la musica. Con un impianto buono puoi passare delle ore fantastiche a casa tua”. E c’è l’appassionato giovane che aggiunge: “Credo che il vinile sia migliore dal punto di vista dell’ascolto. Ho 26 anni e vedo molti ragazzi della mia età acquistare questi dischi solo per seguire una moda. Ma in realtà la verità è che grazie a loro puoi concederti un ascolto più caldo“. Artisti indipendenti sul palco del Disco Days Nei due giorni della fiera Disco Days numerosi artisti si sono esibiti sul palco allestito accanto agli stand. Scrittori, musicisti, fumettisti, rappresentanti di etichette locali, tutti uniti dalla volontà di indipendenza. Da Tommaso Primo a Claudia Megrè, dagli Urban Strangers a La Terza Classe, da Raiz & Radicanto alle Mujeres Creando. Il legame con la musica ha unito coloro che hanno partecipato alla rassegna al pubblico che ha potuto acquistare i dischi dei musicisti facendosi firmare la propria copia in maniera personalizzata. “Siamo davvero lusingati per il numero di partecipanti che quest’anno si è unito alla nostra manifestazione – hanno detto gli organizzatori – ogni anno è come ripetere un rituale che ci fa incontrare vecchi amici e ce ne fa conoscere di nuovi”. La collaborazione con il Comicon e con il Napoli Film Festival ha arricchito maggiormente l’evento. La scena indipendente dell’arte e della comunicazione napoletana si dirige sempre più verso una […]

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Attualità

Daniel Deronda, George Eliot alla ricerca della morale

Daniel Deronda è l’ultimo romanzo dell’autrice britannica George Eliot (pseudonimo di Mary Anne Evans). Ambientato nell’epoca vittoriana, il copioso testo (circa 800 pagine) intreccia le storie di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth con lo scopo di dare un senso alla ricerca morale nella vita delle persone. Tra ironia e dissacrazione il libro approfondisce il tema del sionismo e dell’appartenenza alla società e allo Stato. Fazi Editore ci consegna una nuova edizione del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1876, grazie alla traduzione di Sabrina Terziani.   Due spiriti perduti si incamminano verso la verità dell’esistenza Negli otto libri di Daniel Deronda, suddivisi in settanta capitoli, l’autrice britannica ci racconta di ambienti statici, magnifici da contemplare ma destabilizzanti per l’affermazione della propria esistenza. Deronda e Gwendolen sono due giovani annoiati dalla vita. Daniel è un generoso e ricco pupillo. Egli è l’eroe delle pagine ma scopriremo solo alla fine del romanzo qual è la sua qualità di eroe. Gwendolen è una nobile che conduce le proprie giornate nell’albagia e nel tedio. Vive per compiacere sua madre ma dentro di se sente emergere un senso di insoddisfazione che non le concede tregua. La disperata infelicità dei due protagonisti diventa un’espressione unica nel momento del loro incontro in terra franca. I due sono fuggiti dalle loro responsabilità e la condivisione del comune stato d’animo gli consentirà di fare luce sui dubbi che offuscano il percorso da seguire. Daniel si metterà alla ricerca delle proprie origini mentre Gwendolen scoprirà che il ruolo di una nobile donna non è solo quello di moglie e accompagnatrice. L’amore non è un sentimento primario all’interno del testo, è piuttosto un pensiero laterale, un contorno che dà sapore alle pagine, un desiderio nella mente labile di Gwendolen, una certezza nelle decisioni di Deronda.   Sionismo e decostruzione della società. Daniel Deronda è un romanzo pungente Le storie narrate da Eliot e intrecciate affinché il lettore si appassioni alle vicende dei protagonisti sono solo la cornice di un contesto morale. Lo scopo del romanzo è far riflettere sulla condizione umana che troppo spesso si sente allontanata dalle proprie origini e dall’identità culturale. La comunità ebraica verso cui si affaccia Deronda è contrapposta a quella aristocratica inglese dove il vizio e l’inettitudine sono capisaldi della morale. L’altruismo, la fratellanza e lo spirito libero, invece, sono le caratteristiche principali del popolo Ebraico che è sgretolato e sparso lungo gli angoli della Terra. Deronda, infatti, si rende conto che la sua insoddisfazione verso la nobiltà di cui fa parte nasce proprio a causa delle origini che egli stesso ignora. Tra religione, cabala e accenni di esoterismo il romanzo si colloca tra i più irriverenti della sua epoca.

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Attualità

Stop al divieto di guida per le donne in Arabia Saudita

Le donne dell’Arabia Saudita possono finalmente guidare. Da poche ore il Governo Saudita ha infatti revocato la legge che impediva alle cittadine di mettersi alla guida delle automobili. Nel Paese si è diffusa subito la speranza per una civiltà più moderna e meno settoriale. Le donne arabe potranno guidare automobili, moto e camion. Al volante con il velo ma con il sorriso sulle labbra Il veto sulla patente di guida per le donne era in Arabia Saudita una questione spinosa che gettava il Regno in un vortice di oscurità. Da decenni, infatti, il Paese era rimasto l’ultimo al mondo ad impedire la guida alle donne. Perché alle donne non era concesso guidare? Cosa c’era di scandaloso nella possibilità di far viaggiare autonomamente una donna lungo le strade saudite? La cultura politica e nazionale predilige una femmina strettamente addomestica, inattiva nella società e incapace di muoversi sul territorio. Se in Italia il detto “donna al volante, pericolo costante” è una formula fraseologica sessista che ancora oggi crea fastidio nella popolazione femminile, in Arabia Saudita era una vera e propria legge. Nel Regno Saudita, infatti, le donne sono considerate esseri inferiori e quindi incapaci di poter svolgere le attività che sono proprie del sesso maschile. E, in quanto esseri inferiori, a loro era negato poter guidare le automobili proprio perché, essendo dotate di abilità ed intelletto scadenti, avrebbero potuto creare danni al traffico urbano. Sappiamo tutti però che questa legge di fatto è una mera scusa partorita dal Governo Saudita con il solo scopo di relegare la popolazione femminile in un antro nascosto e buio della collettività. Cosa cambierà ora che le donne in Arabia Saudita possono guidare? Oggi in Arabia Saudita è possibile assistere ad una rivoluzione mutilata del Sistema. Le donne sono al volante ma indossano ancora il velo. Quel simbolo dell’abbigliamento che identifica il loro ruolo all’interno della civiltà. Coperte dalla “coltre della pudicizia”, sfrecceranno lungo le autostrade saudite avvolte da un fascino torbido e sensuale. L’economia dello Stato Saudita, inoltre, trarrà giovamento da questo cambiamento. Numerose scuole guida per donne, infatti, saranno inaugurate sul territorio. L’abolizione del veto, inoltre, contribuirà alla circolazione di più denaro grazie alla necessità di acquisto di automobili e benzina per le suddite del Regno. Le donne non dovranno più richiedere ad autisti o a tassisti di essere trasportate lungo i centri nevralgici delle città.  

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Recensioni

Erodiade allo Spazio Libero Teatro, un regno alla fine della decadenza

Erodiade è l’emblema della disperazione, della follia femminile che divampa quando il controllo della realtà risulta impossibile. Una coinvolgente rivisitazione dell’Erodiade di Gustave Flaubert è andata in scena allo Spazio Libero Teatro di Napoli in un’opera scritta da Federica Castellano e diretta da Vittorio Lucariello. Nel ricordo della magistrale interpretazione di Carmelo Bene (Salomè), lo spettacolo si è presentato al pubblico come una divampante scena tutta al femminile con al centro le emozioni incontrollabili della moglie del Re Erode. Erodiade, tiranna dei sentimenti e madre snaturata Sono molteplici le componenti emotive che scatenano in Erodiade un flusso di cattive intenzioni ed emozioni snaturate. La principessa della Giudea è infatti vittima delle infauste scelte di suo marito e dell’inesorabile corruzione dell’impero romano. Si scatena così in lei il terrore per un avvenire fatto di perdita di potere ed ineluttabile decadenza della bellezza. Quattro donne accolgono il pubblico in una danza sensuale in cui primeggia il velo nero, portatore di sciagure. Al buio la voce infelice e disperata di Erodiade risuona sulle pareti del palco:“Nascondete il sole, le stelle, la luna. Non voglio che più niente mi guardi”. In un’affascinante ed inquietante atmosfera la principessa racconta alle sue ancelle dei festini organizzati da Erode e riversa sulle presenti tutto il livore che nutre nei confronti della figlia Salomè. “Era Salomè, ma era Erodiade, l’Erodiade di un tempo”. La regale donna riflette la propria immagine in uno specchio opaco mentre sembra arrendersi alla distruzione del tempo che passa. In un fremito di rabbia e riscatto generazionale pretende che sua figlia Salomè diventi carnefice di Giovanni Battista. Il martirio dell’uomo rappresenta per madre e figlia il risanamento di un rapporto corrotto in cui Erodiade aveva perso ogni potere sulla figlia.  L’interpretazione di Federica Castellano è l’apice della potenza espressiva femminile Sul palco i colori e le luci ricostruiscono i sentimenti che Erodiade cova all’interno delle sue viscere. Rabbia, rassegnazione, costernazione, desiderio di rivalsa generano nella mente della principessa un’incontrollabile reazione emotiva che la fa vaneggiare tra le mura del palazzo. Federica Castellano è una presenza fisica e recitativa che trasmette al pubblico tutta la mistura delle emozioni controverse di Erodiade. I suoi occhi comunicano angoscia, i suoi movimenti alienazione, le sue parole terrore. La rabbia della principessa è il motore di un comportamento incontrollabile ed irrazionale. Lo spettacolo si esprime attraverso una narrazione metateatrale in cui il pubblico è coinvolto a tutto tondo. La scelta delle musiche è appropriata ai singoli momenti di lucidità e follia che Erodiade alterna nel suo monologo della disperazione. Una pennellata di colori contemporanei ammortisce i toni anacronistici di uno scenario biblico e solenne.   

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Attualità

I Moderup alla Casa della Musica, idolatria della periferia

Il concerto dei Moderup alla Casa della Musica di Napoli è stato un evento atteso dal pubblico, dalla critica e dalla cittadinanza. Oggi, nella nostra città, la musica sembra essere al servizio della denuncia sociale. La trap e il rap soprattutto fanno leva su un pubblico di giovani e giovanissimi immersi nella realtà della provincia napoletana abbandonata al proprio destino decadente. Il palcoscenico è una passerella che i Moderup condividono con i colleghi del rap Prima di dare il via al loro primo live in un importante palazzetto della scena musicale napoletana, i Moderup concedono ad altri rapper emergenti la possibilità di esibirsi e soprattutto di riscaldare il pubblico. Il pubblico però non è quello delle grandi occasioni. Una contenuta folla di fan si è infatti recata al palazzetto. Tocca ai Rowins Expert, Samurai Jay, VMonster accendere la serata. I cantanti si esibiscono incitando costantemente i presenti ad utilizzare i loro cellulari, ad illuminarli con le torce degli smartphone. La necessità di riscaldare l’atmosfera si percepisce dalle loro parole e dal modo in cui si presentano. L’esibizione dei Moderup, denuncia o celebrazione?  Quando ci si reca ad un evento di artisti trap come loro, si sa che ci si ritroverà davanti all’ambiguità comunicativa che caratterizza molto spesso questo genere. Denuncia o celebrazione? Riscatto o desiderio di fama? Influenza negativa o positiva per i giovani? Alla Casa della Musica non c’erano tanti giovani napoletani. C’erano molti ragazzini (bambini addirittura), adolescenti e qualche adulto. Enzo e Gino (i Moderup) vengono da Miano, uno dei quartieri più degradati di Napoli e ci ricordano per provenienza territoriale i Co’ Sang.  I due salgono sul palco indossando delle tute sgargianti color acido. Arrivano sulla scena a bordo di due motorini TMax. Dietro di loro ci sono tre ragazze che indossano abiti seducenti e che ballano in modo provocante. Il volume della casse è altissimo e il riverbero del suono diventa da subito fastidioso per l’udito. Si fa fatica ad ascoltare ciò che cantano i due ragazzi di Miano. Eppure vorresti ascoltare con attenzione quelle parole di denuncia, quel racconto di uno stato emotivo travagliato che è stato annunciato dai maxischermi prima dell’inizio del concerto. Denuncia o celebrazione? Influenza positiva o negativa?  Si potrebbero scrivere chilometri e chilometri di righe sulla questione senza venire mai a capo del problema. Eppure c’è un’immagine di questo concerto che mi rimane ancora impressa. Quella di un bambino che corre lungo il palazzetto imbracciando il suo cellulare. Prima va sotto al palco a fare una diretta Facebook del live, poi si lancia a giocare con i fratelli sulle scale dell Casa della Musica. Il bambino compie questo giro di euforia e noia durante l’intera serata. “Cosa starà pensando quel bambino?”, ti domandi mentre lo osservi muoversi in maniera frenetica. Difficile è fare critica sulla musica del Moderup. Sarebbe necessario riascoltare i loro brani e leggere tra le righe di una narrazione sociale profondamente arida. C’è forse bisogno di avere i necessari strumenti di percezione per non cadere nella solita retorica della […]

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Recensioni

“Destinazione nota” di Noemi Giulia Fabiano, la musica può renderci liberi e umani

Dove ci porterà l’utilizzo della tecnologia? Verso una destinazione nota, probabilmente. Destinazione nota è uno spettacolo interpretato da adolescenti e pensato per gli adolescenti. Scritto e diretto da Noemi Giulia Fabiano, è andato in scena al TRAM di Napoli nel corso del Festival TrentaTram. La Musica può liberarci dalla schiavitù della tecnologia nello spettacolo di Noemi Giulia Fabiano Destinazione nota presenta sul palco la quotidianità di un gruppo di liceali. Dalle ore passate a controllare i messaggi sul telefonino, alle conversazioni di gruppo su Whatsapp, ai pomeriggi spesi a scaricare applicazioni sul proprio smartphone. La vita di Laura e dei suoi compagni di scuola cambia radicalmente quando il loro professore gli assegna un compito apparentemente semplice: i ragazzi dovranno scrivere un tema sull’evoluzione della musica attraverso le epoche. Laura e le sue amiche non sanno cosa scrivere. La protagonista chiede aiuto ad un’imbranata cugina che le consiglia di scaricare un’applicazione che le permetterà di conoscere la storia della musica. Accade così che la giovane si ritrova catapultata nel passato. Da inviata speciale, scopre quanto la musica abbia il potere di aiutare le persone a liberarsi dalle catene sociali. Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano è un monito verso l’incapacità di aggregazione dei nostri tempi Laura viaggia attraverso il tempo e scopre quanto sia importante per gli uomini la presenza della musica. Negli anni ’20, per esempio, non si poteva ascoltare la musica in solitudine e per questo le note erano in grado di unire le persone. Negli anni ’50 la musica era simbolo di rivoluzione. Il pubblico sceglieva cosa ascoltare tramite il juke box. Negli anni ’80, invece, grazie alle canzoni, ci si innamorava facilmente e si chiacchierava in maniera spontanea davanti ad una cassetta e ad uno stereo. Il viaggio di Laura si conclude quando la ragazza arriva ad una destinazione nota. Nel futuro, infatti, gli uomini si isoleranno nell’ascolto della musica grazie all’utilizzo delle cuffiette. Saranno presenti e assenti e solo il suono delle notifiche del loro cellulare potrà destarli da un sonno indotto. La destinazione ultima diventa così un obiettivo da trasformare per cambiare le sorti dell’umanità. Il gruppo di attori protagonisti dello spettacolo è una vivace e acerba comitiva della recitazione: sul palco vediamo abili ballerini e cantanti che si mostrano talvolta timidi nell’interpretazione. Gli adolescenti sono il bersaglio preferito della tecnologia, della schiavitù velata dei cellulari. Vivere da esseri umani è un compito faticoso. Rinascere come essere umani, invece, può diventare un gioco affascinante e misterioso.      

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