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Eroica Fenice

Teatro

Anfitrione alla Sala Assoli, di Teresa Ludovico | Recensione

Sarà in scena al Teatro Assoli fino a domenica la rivisitazione della tragicommedia plautina Anfitrione diretta da Teresa Ludovico. Una compagnia di giovani attori composta da Michele Cipriani, Irene Grasso, Demi Licata, Alessandro Lussiana, Michele Schiano di Cola e Marco Falcomatà propone in chiave moderna la famosa opera dell’autore latino incentrata sul concetto di identità.   Anfitrione di Teresa Ludovico: Giove, la metamorfosi e gli affanni degli umani Il matrimonio tra Anfitrione e la bella Alcmena è il frutto di una storia d’amore sentita ma travagliata. Nella belligerante Tebe i due giovani amanti vivono una passione travolgente e segnata dagli eventi familiari. Giove osserva, dall’alto dell’Olimpo, le vicende dei giovani mortali e decide di mescolarsi ai loro affanni. Come fare per entrare in scena nel migliore dei modi? Suo figlio Mercurio gli suggerisce di trasformarsi in un uomo con le sembianze di Anfitrione stesso e di sedurre la bella Alcmena. Durante una notte che dura tre volte il padre degli dei si unisce carnalmente alla donna seminando in lei un figlio. E Anfitrione, che nel frattempo era partito per una spedizione armata, torna a casa in preda allo stupore. Non crede ai racconti di sua moglie su quella notte di passione infinita consumata tra loro due. Pronto a dare di matto, si rende conto che essere il padre putativo del figlio di Giove è un onore e che da lì la sua vita cambierà per sempre. Ercolino sarà un semidio che farà grande la storia di Tebe. Sulla sfondo delle trame amorose e sessuali troviamo il frustrato servo Sosia e la sua compagna, insieme al musico di palazzo.   Plauto e quell’incertezza identitaria che dura da 2000 anni Chi siamo e come ci riconoscono gli altri? Quanto restiamo fedeli a noi stessi? Col concetto di tragicommedia Plauto dimostrava, nell’antica Grecia, quanto gli affanni degli uomini siano frutto di ilarità e disperazione. Gli dei che ci osservano dall’alto sono affascinati dalle vite degli uomini, vogliono mescolarsi con queste ma al contempo ne assorbono solo la parte migliore. La passione di Anfitrione per Alcmena gli infetta l’anima fino a condurlo alla follia. Perseguitato dai fantasmi del suo passato, l’uomo si sente perso davanti al presunto tradimento della moglie.  Gli specchi mobili sul palco, protagonisti assoluti della scena, ci portano in dimensioni parallele. Quante sono le immagini che rimanda la nostra presenza in questa vita? La depersonalizzazione si accentua grazie all’utilizzo coreografico di luci soffuse. Il povero Sosia sente, infatti, di aver smarrito la propria identità. Vittima degli eventi e di una pavida condotta morale, perde completamente le proprie energie vitali in un monologo accorato. I lussuriosi abitanti dell’Olimpo si animano con la loro brama di edonismo. L’eccentricità di Mercurio accende la nostra percezione. Sembra impossibile staccare gli occhi dal suo sguardo magnetico. Giove è invece un burlone della carne. L’ombra dorata sul suo volto ci ricorda che alcuni limiti possono essere superati solo da chi è nel pieno equilibrio delle proprie facoltà. Lo spettacolo diretto da Teresa Ludovico è un gioco contemporaneo […]

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Recensioni

Saved Dreams al Piccolo Bellini. I nostri sogni sospesi tra illusione e realtà

Saved Dreams è andato in scena al Piccolo Bellini di Napoli sabato 2 febbraio. Il progetto artistico di Chiara Alborino e Fabrizio Varriale unisce la danza alla drammaturgia, il teatro alla scrittura, in una commistione di sensi per i quali i sogni rappresentano una verità da raggiungere. La Compagnia Danza Flux anima il movimento dei corpi che portano lo spettatore a scendere negli abissi della psiche umana. Il tema principale dell’animalità dell’essere umano ruota attorno al concetto di sogno ed evoluzione emotiva che gli uomini vogliono raggiungere.   Saved Dreams: corpi nudi e frenetici come le nostre anime Nel caos della vita quotidiana ci sentiamo sempre più persi e senza una direzione da seguire. Lo spettacolo si apre con le gesta di una domatrice cinica interpretata da Angela Garofalo. Un corpo nudo di donna corre intorno ad un cerchio invisibile per poi crollare sulle sue gambe stanche. Nell’immagine che riflette possiamo vedere un cavallo che resiste agli urti della vita (raffigurati dalla frusta impugnata dalla domatrice) ma che presto si lascerà domare. La frenesia di un gruppo di corpi incanta il pubblico che li osserva mentre si dannano nella penombra. Al centro del palco la domatrice racconta, in un flusso di coscienza, storie di sogni d’amore, di speranza, di fuga. In preda all’estasi ci parla di visioni oniriche sviluppate attorno al desiderio di volare, fuggire verso un’isola lontana e incontrare il vero amore. Ma ci porta anche nell’epicentro delle paure umane: incontrare il Diavolo ed esserne soggiogati. I corpi danzanti continuano a muoversi, fungendo da tramite tra il mondo reale e quello illusorio. La velocità della vita ci allontana dai nostri veri desideri. Soltanto la notte è in grado di riportarci alla natura concreta, solo i sogni sanno come ridarci l’essenza delle cose.   La coreografia di Alborino e Varriale ci immerge nel tormento La coreografia ideata e diretta da Alborino e Varriale ci porta da subito nel tormento umano. Uomini e donne si scontrano con passi energici e sofferti. Marionette di giorno, diventano immagini libere di muoversi nel mondo dei sogni. La conseguenza della corsa guidata dagli affanni della vita è una disperata voglia di dissetarsi alla fonte della Natura. Il luogo più puro ed ingenuo dal quale è possibile ripartire. Il tormento degli uomini è protagonista assoluto della scena. Emerge prepotente anche quando la narrazione ci rimanda ai sogni più dolci e ricchi di speranza. L’assolo Horse Boy in Apnea governa la percezione degli spettatori che partecipano all’angoscia dei protagonisti. La natura partecipativa dello spettacolo è il punto più originale del progetto artistico. Persone comuni hanno raccontato agli sceneggiatori i loro sogni più sentiti per dare una sostrato alla materia rappresentativa. Una geniale ed innovativa chiave di interpretazione della condizione umana che può fare di Saved Dreams uno spettacolo su cui sarà possibile sperimentare anche in futuro.

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Recensioni

“Chi vive giace” di Roberto Alajmo, al Mercadante

Chi vive giace di Roberto Alajmo sarà in scena al Mercadante di Napoli fino al 3 febbraio. Con la regia di Armando Pugliese e le musiche di Nicola Piovani, il Teatro Biondo di Palermo porta sui palchi italiani uno spettacolo che si interroga sul senso della vita e della morte. Una tragedia urbana sconvolge le vite di due famiglie sicule, portandole a scavare dentro al senso dell’esistenza. L’umorismo noir della scrittura di Alajmo regala allo spettatore un senso di ilarità condito dall’angoscia per la prospettiva futura che attende tutti gli esseri umani. Chi vive giace di Roberto Alajmo, tra la Terra e il regno dei morti La metafisica esistenziale della teatralità sicula incanta il pubblico. Le parole dense di significati nascosti e summe sull’esistenza riempiono le voci degli attori: David Coco, Roberta Caronia, Roberto Nobile, Stefania Blandeburgo e Claudio Zappalà interpretano un dramma familiare nostrano. Una tragedia urbana ha strappato la vita alla giovane Sanguetta e tormenta i giorni del vedovo Santuzzo, rimasto da solo a combattere contro la vita. L’uomo dialoga con la moglie che lo ascolta e gli dà consigli dall’aldilà. Perdonare l’assassino della sua amata? Fare vendetta? Cosa è più giusto? La giovane donna resta seduta in una angolo, con una benda sugli occhi, avvolta in un abito bianco il cui candore si scontra con le pareti nere della scena. Dall’altra parte dello spazio illusorio c’è il ragazzo (chiamato Fango) che ha compiuto l’omicidio in maniera quasi involontaria. Suo padre è in preda alla disperazione mentre sua madre, dal regno dei morti, continua a proteggerlo e giustificarlo come solo una madre del sud Italia sa fare. “Quando è destino è destino, dice la donna in un ghigno di onnipotenza. La cecità in cui ci immerge la vita di tutti i giorni è simboleggiata da una benda che copre gli occhi dei morti i quali però, ora, sono chiamati a rispondere alla domande dei loro cari. Solo chi è passato nell’altra dimensione può sapere cosa è meglio fare, per quanto la vita terrena gli abbia ancora lasciato addosso un pavido atteggiamento. “Chiudete li occhi e non ci pensate più”. Tra metateatro e lezioni di lingua siciliana Quando le due famiglie coinvolte nel dramma si incontrano e scontrano in una dimensione parallela, la nebbia che offusca la prospettiva tra la vita e la morte appare evidente ai nostri occhi. Dove sono gli attori? Nella realtà o nell’irrealtà? La predominanza del dialetto siculo è la peculiarità più accattivante del soggetto di Roberto Alajmo. Le terminologie presenti nel vocabolario dei personaggi si materializzano in un oggettivismo dei sensi e delle azioni. Se il ragazzo che ha commesso l’omicidio è chiamato Fango perché si è macchiato di un delitto, la donna vittima della tragedia è costantemente additata con il termine di Meschina. La sua meschinità, infatti, sta nell’ingenuità che l’ha portata a farsi uccidere. Tra analisi dei dialoghi e dei pensieri e gli intrecci delle parole, i personaggi ci mostrano quanto l’essere umano viva nell’attesa di morire. Il ribaltamento del senso dei nostri giorni […]

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Così è (se vi pare) al Teatro Bellini. Ironia e mistero nella Verità pirandelliana

Il Teatro Stabile di Torino porta in scena al Teatro Bellini di Napoli, fino al 27 gennaio, lo spettacolo Così è (se vi pare).  A poco più di cento anni di distanza dalla prima rappresentazione teatrale dell’opera di Luigi Pirandello, l’ingarbugliata trama che ruota attorno alla storia del signor Ponza, di sua moglie e della signora Frola (suocera di Ponza) di Così è (se vi pare) prende vita su un palcoscenico in cui luci e ombre confondono la mente dello spettatore. La produzione del Teatro Stabile di Torino e la regia di Filippo Dini dirigono un cast dinamico e coinvolgente. Un tocco di ironia rende la rappresentazione di due ore e un quarto fluida e densa di curiosità.  Così è (se vi pare): un palcoscenico marmoreo e tre ingressi verso la profondità I concetti di relativismo, di flusso e impercettibilità del reale pirandelliano sono raffigurati non solo attraverso le parole degli attori ma anche nella scenografia. Un palcoscenico marmoreo, composto da un interno di una casa divisa in tre spazi, proietta lo sguardo del pubblico verso la profondità della percezione umana. Il bianco predominante delle pareti, degli abiti e dell’arredamento abbagliano la vista coprendola di un nulla emotivo. Solo il nero indossato da Ponza, Frola e la misteriosa donna rinchiusa in casa di Ponza contrastano i colori impercettibili dello spazio circostante. L’eccessiva curiosità dei cittadini di un paesino rivolta verso la vita del nuovo segretario del Prefetto turba gli animi dei carnefici e delle vittime. La realtà domestica del consigliere comunale Agazzi si immerge in un morboso tranello, rivolgendo la propria energia verso la scoperta della risoluzione del mistero che ruota attorno alla storia di Ponza, di sua suocera e sua moglie. Solo il cugino Laudisi si mostra scettico e pronto a mitigare gli animi dei familiari.  Il grigiore dei capelli splendenti della signora Frola (interpretata da una magnifica Maria Paiato), rapisce lo sguardo del pubblico sin dal suo primo ingresso sul palco. Ogni volta che abbiamo immaginato un personaggio pirandelliano è così che lo abbiamo raffigurato nella nostra mente: etereo, di inconsistente percezione, spettro di se stesso, portatore di una verità superiore. Il pallore del viso della Paiato simboleggia lo sgomento della vita verso l’accanimento degli esseri umani. L’anziana donna si scontra (nell’attenzione riposta dai cittadini curiosi) con la versione dei fatti raccontata da suo genero. Ponza è vestito di nero come Frola e acceso da un fremito di terrore verso la possibilità che il suo equilibrio psicologico possa essere alterato. Il folto cast diretto Dini in Così è (se vi pare) si fa trascinare verso gli abissi dell’ignoto in una parabola discendente. I personaggi che fanno da cornice, infatti, rasentano la pazzia a causa della volontà di scoprire a tutti i costi quale sia la verità riguardo alla storia della donna rinchiusa nell’appartamento di Ponza: si tratta della sua seconda moglie o della figlia della signora Frola? Toccherà alla prigioniera figura femminile svelare la Verità. Le sue celebri frasi “Una sventura che deve restare nascosta”, “Solo così può […]

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Teatro

Il Gioco dell’Amore e del Caso. Siamo vittime degli eventi o dei sentimenti?

Il Gioco dell’Amore e del Caso sarà in scena al TRAM di Napoli fino al 6 gennaio. La celebre commedia illuminista dell’autore francese Pierre de Marivaux, adattata per il pubblico dal regista Mirko Di Martino, mette in scena i fraintendimenti degli uomini e le ragioni del caso. Sul palco troviamo Antonio Buonanno, reduce dal successo de L’Amica Geniale, nei panni del nobile padre Orgone e Antonella Liguoro, Tommaso Sabia, Alessia Thomas e Gabriele Savarese che interpretano quattro giovani i cui sentimenti vengono stravolti dal caso. Giocare è sinonimo di agire: l’Amore è frutto di un’azione Tutto è pronto in casa del nobile Orgone per l’arrivo del promesso sposo di sua figlia Silvia, il giovane Dorante. La ragazza è però dubbiosa, vuole essere certa di desiderare l’uomo che sposerà e soprattutto di essere desiderata da lui stesso. E così inscena “una commedia delle parti” grazie all’aiuto del padre e della cameriera Lisetta. Sarà Silvia a interpretare il ruolo della cameriera e Lisetta a far finta di essere la padrona di casa. Solo così la giovane promessa sposa potrà capire se Dorante nutre dei sentimenti veri nei suoi confronti e se le sarà fedele per la vita. Ma il gioco si presenterà più fitto di quanto la ragazza possa immaginare. Anche Dorante, infatti, ha chiesto al suo servo di scambiarsi i ruoli e così, appena arrivato in casa dell’amata, dà inizio a una serie di fraintendimenti e comici momenti che avranno fine solo quando si vedrà costretto a confessare i propri sentimenti. Il Gioco dell’Amore e del Caso: quattro giovani in preda all’irrazionalità dell’Amore e guidati da un padre regista Il ruolo di Orgone è fondamentale per la risoluzione del misunderstanding. L’uomo, infatti, è il solo che conosce tutti i fatti. Sa che anche Dorante vuole mettere alla prova Silvia e per questo finge di essere un servo. Potresti fare a meno di parlarmi d’amore. E tu potresti fare a meno di farmi innamorare. Nemmeno la differenza di ceto sociale, di stile e portamento induce i quattro giovani a fuggire dalle grinfie della “fiera dei Sentimenti”. L’Amore è un essere istintivo che combatte la Ragione. I giochi lo divertono ma fino ad un certo punto. I colori pastello e crema degli abiti dei giovani rispecchiano la loro innocenza davanti ai poteri del dio della passione. Per quanto possano armarsi di furbizia e mefistofelici piani, la potenza del dio è così forte da spazzare via ogni loro resistenza. Solo Orgone potrà guidarli attraverso il percorso che gli è stato assegnato. L’uomo, infatti, copre i ruoli di padrone di casa, regista della storia, spettatore divertito e padre premuroso. Ed è proprio questo sua ultima immagine che ci colpisce. L’interpretazione di Buonanno, infatti, va messa a confronto con quella di “padre padrone” che interpreta nella fiction L’Amica Geniale. Le urla di disprezzo e superiorità di genere del cruento uomo napoletano sono qui sostituite da risatine buffe, quasi isteriche e in preda al divertimento masochista. Il senso di protezione che egli nutre nei confronti della figlia è […]

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Recensioni

“Pulcinella Morto e Risorto” di Alessandro Paschitto al TRAM | Recensione

Cosa accadrebbe se potessimo tornare sulla Terra dopo la nostra morte? Ultima replica questa sera al teatro TRAM di Napoli  per lo spettacolo Pulcinella Morto e Risorto. Scritta e diretta da Alessandro Paschitto, l’opera mette in scena le disavventure della maschera Pulcinella proiettate nell’epoca contemporanea. Pulcinella, così maldestro che non trova pace nemmeno all’Inferno Nemmeno da morto trovi pace, dice l’ex fidanzata a Pulcinella. La sorpresa di rivederlo piombato sulla Terra, lì dove l’aveva lasciata e abbandonata, suscita nella donna felicità e fastidio. Pulcinella, infatti, conduce una vita così maldestra da ritrovarsi all’improvviso morto e schiavo di Lucifero. Ma nemmeno il Signore dell’Inferno riesce a sopportare “la banale sprezzatura” di quella maschera fanciullesca. E così lo rimanda nel mondo dei vivi. Qui dovrà confrontarsi con la realtà, crescere e provare a dare un senso alla propria vita. Immatricolarsi all’Università sarà la chiave del suo successo. Un lasciapassare per quella società che lo ha sempre rifiutato. In quale disciplina desidera erudirsi? Basta che me date ‘o piezzo ‘e carta!  Il Vesuvio nero come la morte troneggia al centro del palco mentre la farsa energica di Pulcinella incanta gli spettatori, catturando il loro sguardo. Toccherà allo scrittore Felice Sciosciammòcca dare un senso logico alla trama. Lui che ormai ha perso la sua vena poetica troverà un finale degno e compiuto per la storia della maschera napoletana per eccellenza. Un trio di attori affiatati e magnetici diretti da Alessandro Paschitto A dare vita alle vicende di Pulcinella sono Alessandro Paschitto (nei panni di Lucifero e Felice Sciosciammòcca), Mario Autore (Pulcinella) e Raimonda Maraviglia (San Michele, il carabiniere e la fidanzata di Pulcinella). Un trio affiatato e a dir poco magnetico. La veemenza dell’espressione verbale e l’energia del movimento dei loro corpi rendono lo spettacolo attraente ed insolito. C’è tutto il mondo della Napoli caotica sul palco. Dei sentimenti del nostro popolo, le contraddizioni di uno stile di vita unico nel suo genere. L’importanza della parola è al centro dell’intrattenimento. Il bianco e il rosso richiamano i colori della pizza e quelli della passione dell’essere napoletano. Lo studio, il posso fisso, le relazioni instabili, lo smarrimento generazionale sono i colori di una identità che si sente perduta. Meglio stare all’Inferno che vivere il Paradiso sulla Terra? La commedia dell’arte ci insegna ancora una volta ad interpretare la realtà che ci circonda attraverso l’espediente della metamorfosi. Il tempo scorre e il futuro sembra nero. Il passato è fugace. Ci resta solo la possibilità di vivere il presente. “Nuje vulesseme truvà pace…”.

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Recensioni

Moby Dick al Museo del Sottosuolo. Negli antri di una sfida

Moby Dick di Herman Melville inaugura la stagione di collaborazione tra il Museo del Sottosuolo di Napoli e la compagnia teatrale il Demiurgo. La “sfida immorale” tra il capitano Achab e la grande balena bianca Moby Dick è andata in scena a 25 metri di profondità nel cuore del Centro Storico. Il celebre romanzo di Melville prende vita in uno scenario angusto ed evocativo. Moby Dick , in fondo al mare e dentro alle nostre paure  Perché Achab è così ossessionato dalla Balena Bianca? Da piccoli ci siamo posti questa domanda dopo aver letto il romanzo Moby Dick. Un libro che i nostri professori ci consigliavano di leggere quasi come se fosse una mera lettura per ragazzi. Eppure quella lotta impari tra l’uomo e la bestia ci è sembrata sempre colma di disperazione. Tocca ad Ismaele, giovane e ambizioso marinaio, sciogliere i nodi di un viaggio ai confini dell’ignoto. Le umide pareti dell’Ipogeo Greco-Romano sito a piazza Cavour (adibito a ricovero durante gli anni della guerra) riflettono le verdi luci della rabbia di Achab. Un capitano mutilato che ha deciso di spendere la propria vita per la ricerca e la cattura di Moby Dick. L’entusiasmo di Ismaele è il giusto motore che accende gli animi della truppa. Il gelo del mare aperto si materializza nelle nebbioline di fumo che i quattro attori emettono dalle proprie bocche. L’umidità della location conferisce maggiore veridicità alla rappresentazione. Il buio e la claustrofobica resa dello spazio circostante sono la messa in scena migliore per il momento teatrale. Ottanta minuti di immedesimazione nella scoperta e nel superamento delle paure dei quattro uomini di mare. “Adesso si dà un nome alle balene?”. “Centinaia di marinai si vantano di averla uccisa ma è sempre riapparsa”. Se Achab si lascia quasi accecare dalla bramosia, le urla degli altri marinai, persi in mezzo al mare, sono un tentativo di ribellione verso la condizione di incapacità umana. Gli uomini vedono nella balena bianca l’impossibilità di catturare e distruggere le loro angosce. Un’interpretazione densa di pathos per Il Demiurgo Franco Nappi è il capitano Achab. Un uomo ormai solo e disperato. Il suo rintanarsi nel fondo della nave lo allontana dal pubblico che è pronto a riaccoglierlo quando riappare con veemenza sulla scena. A bordo della nave Pequod c’è anche Gaetano Migliaccio, un giovane Ismaele dallo sguardo acceso. A metà strada tra l’ingenuità e la sfrontatezza, Ismaele si fa carico di una storia irrazionale. Con loro viaggiano Quequeeg, interpretato da Angelo Sepe e il primo ufficiale Starbuck, interpretato da un poco convincente Antonio D’Avino. Gli spettatori sussultano e si allarmano insieme agli attori, immaginando di essere con loro su quella barca. Poche strutture di scena (qualche corda e una tela bianca) sono adatti alla rappresentazione minimale di un viaggio senza timore verso la scoperta dell’ignoto.

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Eventi/Mostre/Convegni

Disco Days 2018. Cresce la passione per il vinile

Si è conclusa la 21esima edizione dei Disco Days. La fiera annuale, organizzata all’interno del Complesso Palapartenope di via Barbagallo a Fuorigrotta, ha vissuto due giorni di intensa comunicazione tra il pubblico e la musica. Etichette indipendenti ma soprattutto espositori di nicchia hanno avuto la possibilità di entrare in contatto con decine di persone provenienti da tutta Italia. L’atmosfera che si è respirata all’interno dei capannoni della Casa della Musica è stata caratterizzata da un senso di libertà e dalla voglia di scoprire nuove informazioni sulla storia della musica. Il vinile ci riconquisterà tutti Girando tra gli stand degli espositori è difficile non rendersi conto di quanto i clienti si rechino alla fiera solo per acquistare dischi in vinile. “Il mercato è aumentato negli ultimi 5 anni – ci dice un giovane espositore –  io vendo tantissimo. La gente si sta rendendo conto che è più bello avere un disco fisico a casa. Chi ama l’arte, inoltre, apprezza il vinile perché la sua copertina rappresenta un’opera d’arte”. Tra gli espositori ci sono anche i venditori che si affidano al mercato on line per incrementare le proprie vendite: “In Italia c’è una competizione pazzesca. Vendo di più on line trattando con il mercato estero. Ma sono ottimista. Molti giovani si stanno avvicinando all’acquisto del disco fisico. C’è chi lo fa per moda e chi invece per costruirsi una cultura“. Gli acquirenti che gironzolano incuriositi attraverso gli stand sono molteplici e diversi tra loro. C’è l’appassionato adulto che ci dice: “Ci sono cresciuto con il vinile. Questi dischi parlano del mio rapporto con la musica e credo che il vinile sia la scelta migliore per poter ascoltare la musica. Con un impianto buono puoi passare delle ore fantastiche a casa tua”. E c’è l’appassionato giovane che aggiunge: “Credo che il vinile sia migliore dal punto di vista dell’ascolto. Ho 26 anni e vedo molti ragazzi della mia età acquistare questi dischi solo per seguire una moda. Ma in realtà la verità è che grazie a loro puoi concederti un ascolto più caldo“. Artisti indipendenti sul palco del Disco Days Nei due giorni della fiera Disco Days numerosi artisti si sono esibiti sul palco allestito accanto agli stand. Scrittori, musicisti, fumettisti, rappresentanti di etichette locali, tutti uniti dalla volontà di indipendenza. Da Tommaso Primo a Claudia Megrè, dagli Urban Strangers a La Terza Classe, da Raiz & Radicanto alle Mujeres Creando. Il legame con la musica ha unito coloro che hanno partecipato alla rassegna al pubblico che ha potuto acquistare i dischi dei musicisti facendosi firmare la propria copia in maniera personalizzata. “Siamo davvero lusingati per il numero di partecipanti che quest’anno si è unito alla nostra manifestazione – hanno detto gli organizzatori – ogni anno è come ripetere un rituale che ci fa incontrare vecchi amici e ce ne fa conoscere di nuovi”. La collaborazione con il Comicon e con il Napoli Film Festival ha arricchito maggiormente l’evento. La scena indipendente dell’arte e della comunicazione napoletana si dirige sempre più verso una […]

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Attualità

Daniel Deronda, George Eliot alla ricerca della morale

Daniel Deronda è l’ultimo romanzo dell’autrice britannica George Eliot (pseudonimo di Mary Anne Evans). Ambientato nell’epoca vittoriana, il copioso testo (circa 800 pagine) intreccia le storie di Daniel Deronda e Gwendolen Harleth con lo scopo di dare un senso alla ricerca morale nella vita delle persone. Tra ironia e dissacrazione il libro approfondisce il tema del sionismo e dell’appartenenza alla società e allo Stato. Fazi Editore ci consegna una nuova edizione del romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1876, grazie alla traduzione di Sabrina Terziani.   Due spiriti perduti si incamminano verso la verità dell’esistenza Negli otto libri di Daniel Deronda, suddivisi in settanta capitoli, l’autrice britannica ci racconta di ambienti statici, magnifici da contemplare ma destabilizzanti per l’affermazione della propria esistenza. Deronda e Gwendolen sono due giovani annoiati dalla vita. Daniel è un generoso e ricco pupillo. Egli è l’eroe delle pagine ma scopriremo solo alla fine del romanzo qual è la sua qualità di eroe. Gwendolen è una nobile che conduce le proprie giornate nell’albagia e nel tedio. Vive per compiacere sua madre ma dentro di se sente emergere un senso di insoddisfazione che non le concede tregua. La disperata infelicità dei due protagonisti diventa un’espressione unica nel momento del loro incontro in terra franca. I due sono fuggiti dalle loro responsabilità e la condivisione del comune stato d’animo gli consentirà di fare luce sui dubbi che offuscano il percorso da seguire. Daniel si metterà alla ricerca delle proprie origini mentre Gwendolen scoprirà che il ruolo di una nobile donna non è solo quello di moglie e accompagnatrice. L’amore non è un sentimento primario all’interno del testo, è piuttosto un pensiero laterale, un contorno che dà sapore alle pagine, un desiderio nella mente labile di Gwendolen, una certezza nelle decisioni di Deronda.   Sionismo e decostruzione della società. Daniel Deronda è un romanzo pungente Le storie narrate da Eliot e intrecciate affinché il lettore si appassioni alle vicende dei protagonisti sono solo la cornice di un contesto morale. Lo scopo del romanzo è far riflettere sulla condizione umana che troppo spesso si sente allontanata dalle proprie origini e dall’identità culturale. La comunità ebraica verso cui si affaccia Deronda è contrapposta a quella aristocratica inglese dove il vizio e l’inettitudine sono capisaldi della morale. L’altruismo, la fratellanza e lo spirito libero, invece, sono le caratteristiche principali del popolo Ebraico che è sgretolato e sparso lungo gli angoli della Terra. Deronda, infatti, si rende conto che la sua insoddisfazione verso la nobiltà di cui fa parte nasce proprio a causa delle origini che egli stesso ignora. Tra religione, cabala e accenni di esoterismo il romanzo si colloca tra i più irriverenti della sua epoca.

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Attualità

Stop al divieto di guida per le donne in Arabia Saudita

Le donne dell’Arabia Saudita possono finalmente guidare. Da poche ore il Governo Saudita ha infatti revocato la legge che impediva alle cittadine di mettersi alla guida delle automobili. Nel Paese si è diffusa subito la speranza per una civiltà più moderna e meno settoriale. Le donne arabe potranno guidare automobili, moto e camion. Al volante con il velo ma con il sorriso sulle labbra Il veto sulla patente di guida per le donne era in Arabia Saudita una questione spinosa che gettava il Regno in un vortice di oscurità. Da decenni, infatti, il Paese era rimasto l’ultimo al mondo ad impedire la guida alle donne. Perché alle donne non era concesso guidare? Cosa c’era di scandaloso nella possibilità di far viaggiare autonomamente una donna lungo le strade saudite? La cultura politica e nazionale predilige una femmina strettamente addomestica, inattiva nella società e incapace di muoversi sul territorio. Se in Italia il detto “donna al volante, pericolo costante” è una formula fraseologica sessista che ancora oggi crea fastidio nella popolazione femminile, in Arabia Saudita era una vera e propria legge. Nel Regno Saudita, infatti, le donne sono considerate esseri inferiori e quindi incapaci di poter svolgere le attività che sono proprie del sesso maschile. E, in quanto esseri inferiori, a loro era negato poter guidare le automobili proprio perché, essendo dotate di abilità ed intelletto scadenti, avrebbero potuto creare danni al traffico urbano. Sappiamo tutti però che questa legge di fatto è una mera scusa partorita dal Governo Saudita con il solo scopo di relegare la popolazione femminile in un antro nascosto e buio della collettività. Cosa cambierà ora che le donne in Arabia Saudita possono guidare? Oggi in Arabia Saudita è possibile assistere ad una rivoluzione mutilata del Sistema. Le donne sono al volante ma indossano ancora il velo. Quel simbolo dell’abbigliamento che identifica il loro ruolo all’interno della civiltà. Coperte dalla “coltre della pudicizia”, sfrecceranno lungo le autostrade saudite avvolte da un fascino torbido e sensuale. L’economia dello Stato Saudita, inoltre, trarrà giovamento da questo cambiamento. Numerose scuole guida per donne, infatti, saranno inaugurate sul territorio. L’abolizione del veto, inoltre, contribuirà alla circolazione di più denaro grazie alla necessità di acquisto di automobili e benzina per le suddite del Regno. Le donne non dovranno più richiedere ad autisti o a tassisti di essere trasportate lungo i centri nevralgici delle città.  

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Recensioni

Erodiade allo Spazio Libero Teatro, un regno alla fine della decadenza

Erodiade è l’emblema della disperazione, della follia femminile che divampa quando il controllo della realtà risulta impossibile. Una coinvolgente rivisitazione dell’Erodiade di Gustave Flaubert è andata in scena allo Spazio Libero Teatro di Napoli in un’opera scritta da Federica Castellano e diretta da Vittorio Lucariello. Nel ricordo della magistrale interpretazione di Carmelo Bene (Salomè), lo spettacolo si è presentato al pubblico come una divampante scena tutta al femminile con al centro le emozioni incontrollabili della moglie del Re Erode. Erodiade, tiranna dei sentimenti e madre snaturata Sono molteplici le componenti emotive che scatenano in Erodiade un flusso di cattive intenzioni ed emozioni snaturate. La principessa della Giudea è infatti vittima delle infauste scelte di suo marito e dell’inesorabile corruzione dell’impero romano. Si scatena così in lei il terrore per un avvenire fatto di perdita di potere ed ineluttabile decadenza della bellezza. Quattro donne accolgono il pubblico in una danza sensuale in cui primeggia il velo nero, portatore di sciagure. Al buio la voce infelice e disperata di Erodiade risuona sulle pareti del palco:“Nascondete il sole, le stelle, la luna. Non voglio che più niente mi guardi”. In un’affascinante ed inquietante atmosfera la principessa racconta alle sue ancelle dei festini organizzati da Erode e riversa sulle presenti tutto il livore che nutre nei confronti della figlia Salomè. “Era Salomè, ma era Erodiade, l’Erodiade di un tempo”. La regale donna riflette la propria immagine in uno specchio opaco mentre sembra arrendersi alla distruzione del tempo che passa. In un fremito di rabbia e riscatto generazionale pretende che sua figlia Salomè diventi carnefice di Giovanni Battista. Il martirio dell’uomo rappresenta per madre e figlia il risanamento di un rapporto corrotto in cui Erodiade aveva perso ogni potere sulla figlia.  L’interpretazione di Federica Castellano è l’apice della potenza espressiva femminile Sul palco i colori e le luci ricostruiscono i sentimenti che Erodiade cova all’interno delle sue viscere. Rabbia, rassegnazione, costernazione, desiderio di rivalsa generano nella mente della principessa un’incontrollabile reazione emotiva che la fa vaneggiare tra le mura del palazzo. Federica Castellano è una presenza fisica e recitativa che trasmette al pubblico tutta la mistura delle emozioni controverse di Erodiade. I suoi occhi comunicano angoscia, i suoi movimenti alienazione, le sue parole terrore. La rabbia della principessa è il motore di un comportamento incontrollabile ed irrazionale. Lo spettacolo si esprime attraverso una narrazione metateatrale in cui il pubblico è coinvolto a tutto tondo. La scelta delle musiche è appropriata ai singoli momenti di lucidità e follia che Erodiade alterna nel suo monologo della disperazione. Una pennellata di colori contemporanei ammortisce i toni anacronistici di uno scenario biblico e solenne.   

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Attualità

I Moderup alla Casa della Musica, idolatria della periferia

Il concerto dei Moderup alla Casa della Musica di Napoli è stato un evento atteso dal pubblico, dalla critica e dalla cittadinanza. Oggi, nella nostra città, la musica sembra essere al servizio della denuncia sociale. La trap e il rap soprattutto fanno leva su un pubblico di giovani e giovanissimi immersi nella realtà della provincia napoletana abbandonata al proprio destino decadente. Il palcoscenico è una passerella che i Moderup condividono con i colleghi del rap Prima di dare il via al loro primo live in un importante palazzetto della scena musicale napoletana, i Moderup concedono ad altri rapper emergenti la possibilità di esibirsi e soprattutto di riscaldare il pubblico. Il pubblico però non è quello delle grandi occasioni. Una contenuta folla di fan si è infatti recata al palazzetto. Tocca ai Rowins Expert, Samurai Jay, VMonster accendere la serata. I cantanti si esibiscono incitando costantemente i presenti ad utilizzare i loro cellulari, ad illuminarli con le torce degli smartphone. La necessità di riscaldare l’atmosfera si percepisce dalle loro parole e dal modo in cui si presentano. L’esibizione dei Moderup, denuncia o celebrazione?  Quando ci si reca ad un evento di artisti trap come loro, si sa che ci si ritroverà davanti all’ambiguità comunicativa che caratterizza molto spesso questo genere. Denuncia o celebrazione? Riscatto o desiderio di fama? Influenza negativa o positiva per i giovani? Alla Casa della Musica non c’erano tanti giovani napoletani. C’erano molti ragazzini (bambini addirittura), adolescenti e qualche adulto. Enzo e Gino (i Moderup) vengono da Miano, uno dei quartieri più degradati di Napoli e ci ricordano per provenienza territoriale i Co’ Sang.  I due salgono sul palco indossando delle tute sgargianti color acido. Arrivano sulla scena a bordo di due motorini TMax. Dietro di loro ci sono tre ragazze che indossano abiti seducenti e che ballano in modo provocante. Il volume della casse è altissimo e il riverbero del suono diventa da subito fastidioso per l’udito. Si fa fatica ad ascoltare ciò che cantano i due ragazzi di Miano. Eppure vorresti ascoltare con attenzione quelle parole di denuncia, quel racconto di uno stato emotivo travagliato che è stato annunciato dai maxischermi prima dell’inizio del concerto. Denuncia o celebrazione? Influenza positiva o negativa?  Si potrebbero scrivere chilometri e chilometri di righe sulla questione senza venire mai a capo del problema. Eppure c’è un’immagine di questo concerto che mi rimane ancora impressa. Quella di un bambino che corre lungo il palazzetto imbracciando il suo cellulare. Prima va sotto al palco a fare una diretta Facebook del live, poi si lancia a giocare con i fratelli sulle scale dell Casa della Musica. Il bambino compie questo giro di euforia e noia durante l’intera serata. “Cosa starà pensando quel bambino?”, ti domandi mentre lo osservi muoversi in maniera frenetica. Difficile è fare critica sulla musica del Moderup. Sarebbe necessario riascoltare i loro brani e leggere tra le righe di una narrazione sociale profondamente arida. C’è forse bisogno di avere i necessari strumenti di percezione per non cadere nella solita retorica della […]

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Recensioni

“Destinazione nota” di Noemi Giulia Fabiano, la musica può renderci liberi e umani

Dove ci porterà l’utilizzo della tecnologia? Verso una destinazione nota, probabilmente. Destinazione nota è uno spettacolo interpretato da adolescenti e pensato per gli adolescenti. Scritto e diretto da Noemi Giulia Fabiano, è andato in scena al TRAM di Napoli nel corso del Festival TrentaTram. La Musica può liberarci dalla schiavitù della tecnologia nello spettacolo di Noemi Giulia Fabiano Destinazione nota presenta sul palco la quotidianità di un gruppo di liceali. Dalle ore passate a controllare i messaggi sul telefonino, alle conversazioni di gruppo su Whatsapp, ai pomeriggi spesi a scaricare applicazioni sul proprio smartphone. La vita di Laura e dei suoi compagni di scuola cambia radicalmente quando il loro professore gli assegna un compito apparentemente semplice: i ragazzi dovranno scrivere un tema sull’evoluzione della musica attraverso le epoche. Laura e le sue amiche non sanno cosa scrivere. La protagonista chiede aiuto ad un’imbranata cugina che le consiglia di scaricare un’applicazione che le permetterà di conoscere la storia della musica. Accade così che la giovane si ritrova catapultata nel passato. Da inviata speciale, scopre quanto la musica abbia il potere di aiutare le persone a liberarsi dalle catene sociali. Destinazione nota di Noemi Giulia Fabiano è un monito verso l’incapacità di aggregazione dei nostri tempi Laura viaggia attraverso il tempo e scopre quanto sia importante per gli uomini la presenza della musica. Negli anni ’20, per esempio, non si poteva ascoltare la musica in solitudine e per questo le note erano in grado di unire le persone. Negli anni ’50 la musica era simbolo di rivoluzione. Il pubblico sceglieva cosa ascoltare tramite il juke box. Negli anni ’80, invece, grazie alle canzoni, ci si innamorava facilmente e si chiacchierava in maniera spontanea davanti ad una cassetta e ad uno stereo. Il viaggio di Laura si conclude quando la ragazza arriva ad una destinazione nota. Nel futuro, infatti, gli uomini si isoleranno nell’ascolto della musica grazie all’utilizzo delle cuffiette. Saranno presenti e assenti e solo il suono delle notifiche del loro cellulare potrà destarli da un sonno indotto. La destinazione ultima diventa così un obiettivo da trasformare per cambiare le sorti dell’umanità. Il gruppo di attori protagonisti dello spettacolo è una vivace e acerba comitiva della recitazione: sul palco vediamo abili ballerini e cantanti che si mostrano talvolta timidi nell’interpretazione. Gli adolescenti sono il bersaglio preferito della tecnologia, della schiavitù velata dei cellulari. Vivere da esseri umani è un compito faticoso. Rinascere come essere umani, invece, può diventare un gioco affascinante e misterioso.      

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Teatro

L’imbroglietto di Niccolò Matcovich al TRAM: demolire la mercificazione del teatro

Il tema della decostruzione dell’idea contemporanea di teatro è al centro de L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich, spettacolo realizzato dalla Compagnia Habitas di Roma e andato in scena al TRAM di Napoli nell’ambito della rassegna TrentaTram. Il soggetto si ispira liberamente al Kabaret divertissement del teatro di inizio ‘900 narrando, in maniera assurda, le avventure di due personaggi che hanno come scopo quello di entrare liberamente a teatro. Karl e Stadt (interpretati magistralmente da Livia Antonelli e Valerio Puppo) sono ostacolati nel raggiungimento del loro obiettivo a causa di un MacBook. “Il Teatro non è più quello di una volta, lo sento nell’acqua…”. Un linguaggio surreale per una scena senza reale logica La scena de L’Imbroglietto è unica e ripetuta in più sequenze durante lo spettacolo. Karl e Stadt sono due “pseudomimi” che hanno inventato un linguaggio personale per comunicare tra loro. Nell’alternativo idioma dei due protagonisti (ad esempio) dattéro sta per davvero e ciascunto sta per ciascuno. Truccati e vestiti come due mimi dalle scarpe consumate, i giovani cultori della scena tentano invano di entrare in una sala. L’ingresso è a pagamento anche per chi vuole semplicemente visitare la struttura oppure mangiare una poltrona. Nella parabolica espressione della trama gli attori sono guidati (o meglio controllati) da una voce fuori campo che dice loro cosa fare e come muoversi. E così Karl e Stadt diventano, davanti agli occhi del pubblico, due impacciati attori tedeschi, due personaggi di Star Wars, due protagonisti del Teatro Kabuki giapponese. Condizionati dal tentativo fallimentare di realizzare il personale ingresso in sala, vengono obbligati all’esibizione di molteplici pièces dall’impronta surreale. L’Imbroglietto di Niccolò Matcovich è interpretato da una coppia di corpi simmetrici e dinamici La presenza scenica di Livia Antonelli e Valerio Puppo è essenziale per la resa comunicativa de L’Imbroglietto. La loro recitazione è espressa attraverso il movimento di due corpi simmetrici e dinamici. Gli attori si spostano sul palco con plasticità fisica. Le molteplici sfaccettature del teatro sono interpretate grazie ad una recitazione ironica ed irrazionale. Nascosti dietro alle parrucche e ad una quantità ingente di cerone, i protagonisti si affannano nel tentativo (fallimentare) di fare breccia nella sensibilità di un’algida dominatrice del capitalismo teatrale. Eccezionale è la loro “interpretazione veloce e all’indietro” dell’arrivo alla cassa del teatro. Il palcoscenico può tutto ed è un sacrilegio sottoporlo alla mercificazione. Questo è il messaggio fondamentale de L’Imbroglietto. Il pubblico ha bisogno di essere informato ed educato riguardo alle essenziali norme del teatro.

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Libri

Blade Runner1971: IL PREQUEL, viaggio nella mente di Philip Dick

Blade Runner 1971: IL PREQUEL è un libro edito dalla Terebinto Edizioni che racconta degli ultimi anni di vita di Philip Dick. La narrazione è espressa attraverso il punto di vista della compagna di Dick, una donna accondiscendente ma inquieta. Tessa B. Dick è stata l’ultima compagna dello scrittore Philip Dick. Ha vissuto da vicino le sue turbe più aggrovigliate, i suoi continui declini psicologici e anche le alte vette della percezione ultraterrena che la mente dell’autore americano era in grado di toccare. Per lei è stato davvero complicato vivere accanto ad un uomo così enigmatico. Da lui ha avuto un figlio e subito dopo la nascita del bambino è stata allontanata dal compagno in maniera forzata e inspiegabile.  Blade Runner 1971: IL PREQUEL, prima di Blade Runner la vita di Dick è minata dall’instabilità emotiva  Cosa ci racconta principalmente Tessa in queste pagine? Ci dice che Dick era un sociopatico che amava moltissimo, che la faceva vivere in condizioni assurde e che la loro relazione sfiorava i limiti della follia. Philip era un uomo depresso, annoiato dalla realtà. Aveva sempre visto il mondo con occhi grigi e preferiva passare le sue giornate trincerato in casa. I pomeriggi in casa Dick sono caratterizzati da incontri in salotto con gli studenti del corso di Fantascienza del professore McNelly dell’Università della California. Un manipolo di giovani studenti, infatti, incuriositi dall’aura di Dick si recano presso il suo domicilio per fargli domande a cui puntualmente l’autore non concedeva risposte sensate. I disturbi della mente che affliggono lo scrittore sono la conseguenza della sua dipendenza da droghe e alcool. Le fobie che lo accompagnano sin dalla adolescenza si amplificano in età adulta. Tessa racconta che quando il suo compagno era intento a scrivere A Scanner Darkly non usciva di casa e soprattutto non usava il telefono perché temeva che l’Fbi potesse ascoltare le sue telefonate. Ipocondriaco fino all’inverosimile, si provocò da solo il collasso di un polmone in seguito alla paura di essere stato avvelenato da un piatto a base di funghi. Nella loro casa di Cameo Lane i due vivono insieme al gatto Pinky. Isolati dal mondo, sono incapaci di confrontarsi. Lo scintillio negli occhi di Dick si spegne lentamente dando forma a romanzi di successo  Tessa ci spiega che il punto di non ritorno per Dick avviene all’inizio del 1974. Il suo compagno, infatti, precipita in quell’anno in una parabola psichica discendente fino a costringerla ad allontanarsi da lui insieme al loro bambino nato da poco. Nella copertina del libro possiamo vedere una foto di famiglia che raffigura Dick che tiene in braccio suo figlio con una espressione spenta. Lo scintillio nei suoi occhi, quello che aveva fatto innamorare Tessa, si spegne pian piano fino a sparire. Troppe sono le angosce che avvolgono l’anima di Dick. Egli è convinto di avere un chip nel cervello che può leggere tutto quello che pensa. Il congegno (che secondo l’autore gli è stato impiantato in un viaggio in Canada) sarebbe in grado addirittura di controllare […]

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Recensioni

“Jamais Vu” del Collettivo Lunazione, quando l’oblio può essere una benedizione

Jamais Vu è in scena al teatro TRAM di Napoli fino a domenica 6 maggio. L’amnesia è un fenomeno contrario al deja vu e può spaventarci davvero. Cosa accadrebbe se improvvisamente dimenticassimo un momento importante, un ricordo fondamentale per la nostra esistenza? Il soggetto di Eduardo Di Pietro prodotto dal Collettivo Lunazione mostra allo spettatore la disarmante conseguenza di un jamais vu (contrario di deja vù) e i benefici che il “non ricordo” può arrecare alla nostra esistenza. L’oblio come conseguenza delle azioni immorali Si sa, rapinare la Banca Nazionale è un’impresa ardua che non si può certamente realizzare senza conseguenze. Lo sanno bene i quattro rapinatori protagonisti di Jamais Vu. Stretti nelle loro camicie bianche sporche di polvere e sudore, i terroristi dell’ultima ora si intrufolano nella banca per dare un senso alla vita che li ha traditi. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo. Dopo il furto i rapinatori diventano vittime di una amnesia collettiva e, in un claustrofobico rifugio, subiranno tutte le conseguenze del “non ricordo”. Il lume della memoria (raffigurato da una lampadina posta al centro del palco) passa di mano in mano, splendendo attraverso una luce opaca ma sempre vivida. Chiusi in una stanza i quattro saranno costretti a fare i conti con i loro ricordi e con un passato che gli morde l’anima. “Ricorda che noi siamo solo quello che costruiamo” si ripete il più disgraziato tra loro. Lo sforzo impiegato per ricordare ciò che è accaduto in seguito alla rapina si trasforma presto in una seduta collettiva di psicoanalisi. Le luci blu che splendono ad intermittenza simulano il vuoto in cui può ricadere la mente. Il ricordo del Bene non è più un vero Bene, il Male invece è reale. Il denaro è solo un vile mezzo. Quando la società ti mette da parte l’amarezza diventa la tua unica compagna. “Ricordare è importante ma dimenticare lo è di più. Solo così si può tornare a vivere”. Questo è il messaggio principale di Jamais Vu, uno spettacolo incentrato sull’importanza della coscienza e della memoria che la custodisce. “Sono anni che scappiamo dai ricordi. L’amnesia è una benedizione”. L’espropriazione per la libertà, simboleggiata da una avventurosa rapina alla Banca Nazionale, diventa così lo specchio di una redenzione personale e collettiva concessa dalla cancellazione dei ricordi. In Jamais Vu la comicità si mescola alla riflessione Si ride, si piange, si riflette seduti davanti al palco. La recitazione di Eduardo Di Pietro, Giulia Esposito, Vincenzo Liguori, Gennaro Monforte e Laura Pagliara è una rappresentazione scenica delle varie tipologie di “scarti della società contemporanea”. Donne e uomini che si sono sentiti traditi dall’esistenza, dai sogni che hanno coltivato e che rappresentano il motore della loro vita. La comicità delle battute è espressa attraverso fraseggi in dialetto napoletano e intrecci e incomprensioni di parole. La riflessione si mescola alla risata in un continuum dinamico e coinvolgente. I colpi di scena sorprendono lo spettatore confondendogli le idee. L’immedesimazione è necessaria e la spinta emotiva ci permette di comprendere quanto possa essere concreta […]

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Recensioni

L’Immoralista di Gide al TRAM. Un racconto tra edonismo e spiritualismo

L’Immoralista, recensione dello spettacolo   L’Immoralista è in scena al Teatro TRAM di Napoli fino a domenica 29 aprile. Lo spettacolo è tratto dal romanzo di André Gide del 1902. La riscrittura di Luisa Guarro e Antonio Mocciola pone al centro della rappresentazione il concetto di rinascita. Una nuova vita che è conseguenza di una malattia del corpo che condiziona anche lo spirito di un uomo. Il letterato Michel, infatti, contrae la tubercolosi durante il suo viaggio di nozze e dopo aver sconfitto la morte si convince di essere il Dio di se stesso e di poter dare nuova linfa alla propria esistenza. L’Immoralista, Michel e Marcelin intrappolati in un matrimonio contrastante Attenzione contiene spoiler! Michel sposa la giovane Marcelin per compiacere suo padre sul letto di morte. I coniugi si presentano al pubblico come due persone opposte dal punto di vista della morale. Dopo le nozze partono alla volta dell’Africa e durante il viaggio Michel si ammala di tubercolosi. Marcelin è una donna morigerata che assiste il marito giorno e notte e prega costantemente affinché egli possa guarire. Ma Michel si convince di poter sconfiggere da solo la malattia: “Non voglio avere obblighi con il tuo Dio”, dice alla moglie. Nei giorni trascorsi in Africa l’uomo è affascinato dai bambini che popolano la città di Tunisi. Ammira la loro struttura fisica, la loro vivacità e la loro salute. Contemplando le immagini estasianti dei bambini,  vuole a tutti i costi stringere rapporti con loro. In preda alle allucinazioni Michel si incammina verso il cortile e si lascia inebriare dall’atmosfera lanciandosi in una danza mistica. Si sente rinato sia nel corpo che nello spirito. Sensualità e metafisica si fondono: “Mi sento bruciare dentro da una febbre di felicità”. Tornato in patria, a Parigi, il protagonista mette in dubbio la morale della società che lo circonda e persino quella di sua moglie. Egli si sente in gabbia, diretto su binari certi che portano alla morte. Vuole vivere ogni giorno in modo naturale. I coniugi si recano in Normandia per amministrare le fattorie di famiglia. Qui si ripristina l’ossessione di Michel per i ragazzini del luogo. Ma è proprio in Normandia che Marcelin si ammala di tubercolosi e, affidandosi alle cure di Michel, la donna si vede costretta a viaggiare in lungo e in largo in cerca della guarigione. In questo modo il marito la porta di nuovo a Tunisi, lì dove ha sconfitto la tubercolosi, abbandonandola e costringendola a morire da sola. Col cadavere di Marcelin che giace sul pavimento Michel si addentra nel deserto alla ricerca di quei ragazzini che, secondo la sua logica, gli hanno ridato la vita. Ma ormai tutto è cambiato e una voce, dal buio, lo prende in giro deridendolo. Le interpretazioni di Esposito e Marciello ci mostrano il senso della conflittualità ne “‘L’Immoralista” Il palco del TRAM è un nido d’amore. Immerso in un’atmosfera monocromatica, si tinge delle sfumature del color crema. I vestiti, gli oggetti e le luci concentrano la nostra attenzione su un “unicum spaziale”.  […]

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