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Eroica Fenice

Libri

Antonio Grassi in libreria con Scarpe Scarlatte: un cyber thriller sui generis

Recensire Scarpe Scarlatte – l’ultimo romanzo del giornalista Antonio Grassi – non è un compito semplice. Non lo è perché già inquadrare il genere è un azzardo: non si tratta né di un libro di fantascienza, né di un giallo classico, né di un saggio sulla mafia, ma di nessuno di essi e di tutti questi questi generi messi insieme. La trama di Scarpe Scarlatte, di Antonio Grassi Protagonista del romanzo è Daniele Segretari, poliziotto della Dia di Milano che si ritrova ad investigare su un decesso apparentemente dovuto a cause naturali ma che fa successivamente emergere diversi reati (dai traffici di armi ai trasporti illegali di rifiuti tossici, dalle violazioni della privacy agli stupri e agli omicidi). Soprattutto fa emergere, però – oltre intrighi legati a politici, artisti, manager, preti e paperoni lombardi – una rete di persone apparentemente insospettabili e irreprensibili. Tra queste vi sono le donne che fanno parte di Scarpe scarlatte, associazione misteriosa – che dà il titolo al romanzo – nata per vendicare le vittime di molestie e stupri. Una rete di persone, dunque, che parte appunto dalla Rete, perché la vendetta comincia su Internet. Nel corso delle sue indagini, infatti, Segretari scoprirà una sezione del sito di Scarpe Scarlatte accessibile solo a pochi utenti. Qui si trova l’elenco degli inquisiti per reati sessuali non denunciati dalle vittime ma per cui, essendo i reati comprovati, il gruppo che agisce con il nickname “Warrior” richiede pene estreme come la castrazione, il soggiorno in celle con sodomizzatori seriali, l’impalamento. Oltre ad auspicare vendette e ad invitare le forze dell’ordine e la magistratura a non concedere tregua agli stupratori, il gruppo però – come scopre Segretari –  svolge anche una vera e propria attività di intelligence che oltrepassa i confini della legalità.  Le “Warrior” violano siti privati e istituzionali e diffondono foto e informazioni personali (nome e cognome, professione, età, numero di cellulare, indirizzo di casa, e-mail, reddito, conto corrente e descrizione dei reati commessi) di tutti gli uomini accusati. Una scheda altamente dettagliata è riservata a Ferruccio Pianalti, personaggio notoriamente subdolo e privo di scrupoli, sulla cui morte si ritrova ad investigare Segretari. Trafficante di rifiuti tossici, Ferruccio Pianalti è ritrovato morto nella sua auto subito dopo essersi sottoposto a un controllo periodico del suo pacemaker. È il 4 maggio 2013 e solo due giorni prima Segretari aveva ricevuto una busta anonima dal sacchetto bianco e il contenuto misterioso. Al suo interno vi era infatti una miscellanea di lavori scientifici, cronache giornalistiche legati a quelli che potrebbero essere chiamati i primi “Cyber-omicidi”. Segretari non è però l’unico a ricevere quella busta. Di cosa si tratta? E come può ciò essere in relazione con la morte del trafficante di rifiuti o l’operato di Scarpe Scarlatte? L’autore, Antonio Grassi Già responsabile della redazione di Crema del quotidiano La Provincia di Cremona, Antonio Grassi in una veste diversa dal protagonista del suo romanzo si è già interessato di politica e di ambiente, temi che fanno da cornice al libro. Scrittore, è autore […]

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Recensioni

“Assunta Spina” da Di Giacomo a Pino Carbone, al Teatro San Ferdinando

Recensione dello spettacolo “Assunta Spina” in scena al teatro San Ferdinando di Napoli il 7 febbraio 2019 Poteva sembrare l’Ariston – con la splendida scenografia di fiori rosa sul palco –  e, invece, era il San Ferdinando di Napoli che, giovedì 7 febbraio, ha ospitato, in prima nazionale, il dramma storico di Salvatore Di Giacomo: Assunta Spina. Assunta Spina andò in scena la prima volta al Teatro Nuovo di Napoli nel 1909 e, nel nuovo allestimento del testo con la regia di Pino Carbone, rivivrà per la stagione in corso allo Stabile di Napoli-Teatro Nazionale dal 7 al 17 febbraio. La vicenda e i suoi protagonisti A dare voce al personaggio principale: Chiara Baffi. La giovane ma talentuosa attrice riesce ad uscire viva dal confronto con chi prima di lei indossò quelle vesti: una fra tutte la grande Anna Magnani nello sceneggiato di Eduardo De Filippo datato 1948, ma il vestito bianco ricorda anche quello indossato da Francesca Bertini nel film muto del  1915. Un urlo, quello che con cui la pièce inizia, che è insomma antico, ma non per questo passato. Il dolore di Assunta Spina è infatti quello di una malafemmina ottocentesca e sanguigna, ma profondamente moderna: una donna che non ammette di essere schiacciata dal peso delle prevaricazioni (prima del marito, poi della giustizia) ma che finisce per essere vittima del suo stesso cuore. La sua è la storia di una donna bella, colpevole di reagire con troppa impulsività a quello sguardo in più e, soprattutto, alla gelosia di Michele. L’uomo (interpretato da Claudio Di Palma) si vendica di tale sfrontatezza – o meglio si assicura il possesso dell’amata con virile insicurezza –  sfregiandola in volto. Ma, quando lo vede condannato a due anni in un carcere lontano da Napoli, Assunta – che non condivide la sentenza che avrebbe dovuto difenderla da quell’uomo violento –  fa di tutto per trattenerlo a sé. Quel tutto comprende anche il concedersi a un cancelliere del tribunale, Federico (interpretato da Alfonso Postiglione) che, in cambio della loro relazione, gli permette di far visita ogni settimana a Michele. Quel che Assunta Spina probabilmente non si aspettava, però, è che il passare dei mesi la donna sola finisce per innamorarsi di colui che la considera un mero passatempo. Quando l’uomo si stanca della relazione e quando Michele esce di prigione, Assunta, folle d’ira e dolore, confessa tutto sapendo di mettere il coltello nella piaga – non ancora rimarginata – della sua gelosia.  Così Michele uccide il cancelliere, ma sarà la donna – senza fiatare –  ad accusarsi del delitto. Il commento L’Assunta Spina ideata da Salvatore di Giacomo all’alba del XX secolo riesce ad anticipare l’emancipazione della donna, ma ne denuncia anche tutti i limiti intrinsechi e forse solo in parte –  anche oggi  –  superati. La protagonista del dramma si concede a un altro uomo non solo per avere un favore, ma perché si crede donna libera, capace di fare le stesse cose degli uomini e di andare, senza scrupoli, contro la società. […]

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Recensioni

Così parlò Bellavista: lo spettacolo di Geppy Gleijeses al Diana

Recensione dello spettacolo “Così parlò Bellavista” di Geppy Gleijeses in scena al Teatro Diana dal 18 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019   “Professo’, permettete? Un pensiero poetico”: ci piace immaginare che l’idea di portare a teatro Così parlò Bellavista, dopo quasi 35 anni di ininterrotto successo dall’omonimo film (e più di 40 dal romanzo), sia stata confidata a Luciano De Crescenzo utilizzando le parole del mitico Luigino il poeta, uno dei suoi personaggi più amati. Lo spettacolo, prodotto da Alessandro Siani con la sua Best Live e la Gitiesse Artisti Riuniti di Geppy Gleijeses, è quasi un regalo di compleanno in occasione delle 90 candeline che il grande filosofo-attore partenopeo ha spento proprio nell’agosto di quest’anno. A beneficiare del regalo, però, non solo il festeggiato, ma tutti gli amanti di un’opera, Così parlò Bellavista, che è diventata, da subito e a giusta ragione, un film di cult (a Napoli e non solo)  grazie alla sua celebre distinzione tra “uomini d’amore” e “uomini di libertà” o alle esilaranti scene del cavalluccio rosso, del Banco Lotto o della lavastoviglie. Lo spettacolo di Geppy Gleijeses, che ha debuttato al San Carlo a settembre e che sarà in programmazione al Diana per tutto il periodo natalizio, ripropone la maggior parte di queste scene superando con successo i limiti logistici che impone il palco teatrale. Ad adattare il testo e a condurre la regia c’è del resto un maestro come Geppy Gleijeses.  Geppy Gleijeses, punto fermo dal vecchio al nuovo cast Dal debutto a 17 anni insieme a Mario Scarpetta ai lavori con Eduardo De Filippo, Luigi Squarzina, Mario Monicelli, Roberto Guicciardini, Mario Missiroli, Gigi Proietti (e moltissimi altri), Geppy Gleijeses è un’istituzione nel mondo del teatro. Se, però – come crediamo noi e come ha creduto Siani che l’ha fortemente voluto e aspettato-  è l’unico che poteva riuscire nell’importante importante quanto impegnativo compito di mettere in scena Così parlò Bellavista è perché ne visse in prima persona la realizzazione nel 1984: all’epoca interpretava Giorgio (il fidanzato della figlia del professor Bellavista) e, invece, ora ha il ruolo che fu di Luciano De Crescenzo per l’interpretazione del professore. Insieme a lui del vecchio cast resta solo Benedetto Casillo che, con qualche capello bianco in più ma con la stessa energia, è nelle vesti dello stesso personaggio interpretato nel film: Salvatore, il vice sostituto portiere del grande palazzo di via Foria dove si svolgono le vicende. A sostituire le magistrali Isa Danieli e Marina Confalone rispettivamente nel ruolo della signora Bellavista  e della loro collaboratrice domestica e moglie di Salvatore sono state chiamate, invece, Maurisa Laurito, grande amica di De Crescenzo, e Nunzia Schiano, reduce dal successo televisivo con la sua partecipazione a L’Amica Geniale.  Nunzia Schiano, che interpreta anche la signora del Banco Lotto, è tra gli attori più applauditi dal pubblico del Diana la sera del 18 dicembre: acclamatissima, ma forse anche “temutissima” per aver lanciato dal palco (grazie alla magia che solo la finzione scenica può permettere) la famosa lavastoviglie che “non vuole funzionare”. […]

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Recensioni

Adulteri oggi: la vita di coppia odierna secondo Sergio Savastano

Recensione dello spettacolo Alduteri oggi in scena al teatro ZTN sabato 15 e domenica 16 dicembre 2018. C’era il tutto esaurito alla Prima di Adulteri oggi, commedia curata da Sergio Savastano e tratta dal romanzo Scene da un adulterio di Daniele Luttazzi. Certo, il teatro di vico Bagnara 3 non è famoso per le sue grandi dimensioni, ma –  come si sa – di questi tempi portare di sabato sera cinquanta persone a teatro (fosse anche piccolo e indipendente come lo ZTN) suona quasi miracoloso. I miracoli, però, possono essere riconosciuti solo dalla Chiesa e dai suoi devoti. Se noi laici dovessimo individuare una prima motivazione penseremmo così che lo spettacolo ha avuto un grande successo grazie all’universalità del tema messo al centro della pièce. Adulteri oggi: la trama dello spettacolo di Sergio Savastano Un sondaggio del 2018 sul tradimento condotto da Incontri-ExtraConiugali.com mostra che i più infedeli d’Europa sono in Italia e più infedeli d’Italia a Roma, Milano e Napoli. Senza andare a scomodare le statistiche, però, è evidente che quello dell’adulterio è un tema che – se non tocca personalmente – riguarda un po’ tutti, sposati e fidanzati, giovani e adulti, maschi e femmine. Nel caso della commedia messa in scena da Sergio Savastano i due amanti appartengono alla più classica delle categorie. Così come ci conferma lo stesso protagonista Carlo: “Io vado d’accordissimo con suo marito e lei è la migliore amica di mia moglie. In questo siamo una coppia di amanti mooolto tradizionali“. Carlo è infatti un uomo di mezz’età, ancora nel pieno delle sue energie (o almeno così vorrebbe far credere), sposato con una donna che non lo soddisfa e amante di una donna, Luisa, di cui pure non riesce a “liberarsi” fino al momento in cui non ne incontra un’altra, Stephanie, più giovane, più bella e più esotica. A muoversi sul palco ci sono solo Carlo e Luisa perché la francesina appare solo nelle descrizioni trasognate di lui e di moglie e marito – anche questo come da tradizione per ogni fedifrago che si rispetti –  c’è a stento traccia nei loro ricordi. Adulteri oggi: gli interpreti Carlo è interpretato dallo stesso Sergio Savastano noto al grande pubblico per i suoi ruoli in serie di grande successo come I Bastardi di Pizzo Falcone 2, Un Posto Al Sole ma anche Bruciate Napoli, film ispirato alle Quattro Giornate e diretto dal regista Arnaldo Delehay. Luisa invece dalla bella Paola Maddalena, brava a dosare frivolezze e vanità di una quarantenne in carriera abituata ad appagare i propri capricci. Al di fuori del quadrilatero (poi diventato pentagono) amoroso, c’è però una voce fuori campo, quella che nella realtà appartiene a Luciano Cimmino e nella finzione scenica ad un astuto e invisibile conduttore televisivo che – al solo scopo di aumentare l’audience – li spinge a raccontare il loro rapporto, a confessare i reciproci desideri erotici e sentimentali, coinvolgendoli in un grottesco delirio a due. La modernità, la forza (e alcune debolezze) di Adulteri oggi  La modernità e la forza della commedia sta […]

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Recensioni

Il freddo di John Gabriel Borkman al Mercadante

Recensione dello spettacolo John Gabriel Borkman di Ibsen in scena dal 5 al 16 dicembre al Teatro Mercadante di Napoli con la regia di Marco Sciaccaluga.   Faceva freddo ieri al Mercadante. Non tanto per le temperature esterne o per un problema ai riscaldamenti del teatro, ma per la raggelante atmosfera che si respirava alla Prima di John Gabriel Borkman. Definito da Edvard Munch «Il più potente paesaggio invernale dell’arte scandinava», lo spettacolo di Ibsen è di un freddo umido, di quelli che ti entrano nelle ossa – e nelle vene – nonostante il cappotto, la sciarpa o qualsivoglia accortezza. John Gabriel Borkmann – penultima pièce del drammaturgo norvegese – fu scritta nel lontano 1896, ma conserva intatta la forza di mettere a nudo e toccare nel profondo l’Uomo, di ieri come d’oggi. Ibernata del resto è la vita dei suoi personaggi, ma anche la condizione esistenziale e i sentimenti che essi rappresentano: l’avidità, il cinismo, il fallimento, la frustrazione e – soprattutto – l’incapacità di amare. John Gabriel Borkman: la trama Nonostante gli 8 anni di carcere dovuti alle sue speculazioni finanziarie, quella di aver ucciso l’amore è l’accusa più grave che viene mossa dalla moglie Gunhild a Borkman, il cui nome letteralmente significa “uomo-corteccia”.   Self made man animato dalla sola avidità di denaro, Borkman vive in un microcosmo di falliti da lui stesso generato. Al passato da grande banchiere si contrappone un presente claustrofobico in una casa in cui –  espiata la condanna per bancarotta –  la prigione continua tutti i giorni. Borkman è rinchiuso nelle sue ambizioni – destinate ad essere risolutamente disilluse – e in un triangolo che sarebbe difficile definire “amoroso”. L’uomo dal cuore di pietra non è il capofamiglia ma una pedina tra due donne che hanno lo stesso volto – sono gemelle – e due diversi ruoli. La prima, Gunhild, è quella che ha sposato e con cui non ha rapporti. La seconda, Ella, è colei che in un’altra vita lo amava e che ora, invece, odia. Lo odia per averla lasciata preferendola alla carriera, ma soprattutto per averle strappato la possibilità di diventare madre. Le donne, non a caso, contendono l’amore non di Borkman ma del figlio di quest’ultimo: Erhart. Dato in adozione da piccolo alla zia Ella, il giovane Erhart ha però l’età giusta per ribellarsi e scappare dal nido–nodo familiare con Fanny, donna dell’alta società quasi coetanea di madre e zia di cui si innamora. Mentre la gioventù del figlio esce di scena in una roboante automobile, Borkman esce di casa sconvolto e deluso e, in un paesaggio di neve e di freddo specchio della sua anima, troverà silenziosamente la morte. John Gabriel Borkman: la regia John Gabriel Borkman ha attratto i maggiori registi al mondo. Due esempi? Luc Bondy e Bergman. Prodotto dal Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova e Teatro della Toscana – Teatro Nazionale, lo spettacolo ha alla regia questa volta Marco Sciaccaluga. Suo il merito di aver diretto senza forzature il […]

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Food

Food for Life: a Casoria sapori giovani, ma di tradizione

Pressdinner di presentazione per il nuovo menu del Food for Life restaurant & pizza di Casoria. L’inverno qui si celebra con le polpette in coccio al ragù “100% made in Campania”. Le temperature degli ultimi giorni lo stanno dimostrando: l’inverno è vicino. Alle allerte meteo e ai relativi disagi, fa seguito il desiderio di stare bene, al caldo, magari davanti a una buona tavola. Un’ottima alternativa al restare a casa (propria o della nonna), senza rinunciare al suo tepore, ma anzi coniugando sapori della tradizione a un ambiente giovane e allo stesso tempo elegante, è Food for Life restaurant. Food for Life – Il locale Sito a Casoria, in Via Monti del Matese, 74 – piccola stradina perpendicolare alla più nota via Sannitica dei locali che animano la movida del Comune a Nord di Napoli – Food for Life ha aperto nel luglio 2017. Il locale – dotato anche di uno spazio esterno – è ampio e ben strutturato. C’è un angolo bar, tavoli grandi e piccoli ben distanziati e, naturalmente, la cucina: completamente a vista assicura trasparenza e crea immediata fiducia tra cuochi e clienti. Ciò che colpisce, fin da subito, è l’attenzione ai particolari. Le luci calde e soffuse garantiscono un’atmosfera intima e accogliente in cui le scritte alle pareti stemprano la raffinatezza con un pizzico di giocosità. All’ingresso troneggia una frase, citazione di Virginia Woolf e leitmotiv del ristorante: “Non si può pensare bene, amare bene, dormire bene, se non si ha mangiato bene”. Food for Life – L’idea Nato da un’idea di quattro amici d’infanzia, il ristorante vanta come Supervisor Chef Mario Troia. La sua ventennale esperienza in importanti realtà ristorative è da modello per Domenico Sepe, Claudio Baratto e Pasquale Perrotta, la brigata di cucina che grazie alla giovane età – e non solo – reinterpreta con originalità e freschezza le ricette tipiche della gastronomia campana. Altrettanto giovane, ma non per questo meno professionale lo staff in sala: tra cui giovanissimi diplomati degli istituti alberghieri della zona. Sulle risorse e sui prodotti del territorio, del resto, ha puntato sin dalla sua apertura Food for Life. In questa direzione, va anche il menu presentato per l’inverno 2018-2019. Food for Life  –  Il menu invernale Mercoledì 21 novembre, il locale ha ospitato alcuni importanti giornalisti e esperti nel campo del food che hanno assaggiato in anteprima le novità del menù. Tra questi ci siamo intrufolati anche noi di Eroicafenice.com Entrée Dopo essere stati piacevolmente sorpresi da una “carbonara scomposta” (della serie: cambiando l’ordine degli addendi o ingredienti il risultato non cambia), abbiamo cominciato la cena al tavolo con una tartare di marchigiana servita con olive taggiasche, capperi, olio evo su un crostone tondo di pane tostato. A dare colore e sapore al piatto la salsa senape rustica abbinata – anche nelle tonalità  – allo Spumante Oro Tenuta Cavalier Pepe. La selezione di vini Tutti gli accompagnamenti della serata provenivano dalla Tenuta Cavalier Pepe, azienda vitivinicola irpina che da generazioni s’impegna con dedizione nella produzione dei propri vini, […]

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Fun e Tech

Macchianera Internet Awards: chi ha vinto gli Oscar del web del 2018?

Sabato 10 novembre, nell’ambito del programma della Festa della Reste, sono stati assegnati i Macchianera Internet Awards. Ecco chi ha vinto, come e perché.   “Il web che ti meriti” questo il claim dell’edizione 2018 della Festa della Rete, manifestazione, nata a Milano nel 2005, nell’ambito della quale vengono assegnati i Macchianera Internet Awards. La festa della rete a Perugia Considerati oggi il premio più prestigioso della Rete italiana tanto da essere soprannominati “Oscar del web“, i Macchianera Internet Awards 2018 hanno premiato i migliori siti e blog, ma anche youtuber, influencer, community, pagine social, giornalisti o – più in generale – divulgatori digitali. La premiazione ufficiale (con tanto di consegna premi e cerimonia) si è tenuta sabato 10 novembre 2018 presso l’Auditorium S. Francesco al Prato di Perugia. La scelta del capoluogo umbro non è casuale in quanto la città è protagonista di un progetto che vedrà, nei prossimi mesi, la copertura della linea fibra per oltre l’80% del territorio. Progetto che – come il patrocinio della Regione Umbria e del Comune di Perugia alle due importanti manifestazioni – dimostra la sensibilità delle istituzioni al progresso digitale e a tutti i temi ad esso connessi. Dal 9 all’11 novembre, Perugia ha quindi ospitato una serie di presentazioni, mostre, incontri e workshop legati alla blogosfera. Dal movimento #metoo al fenomeno delle fake news, dal self-branding all’intelligenza artificiale. Tanti gli argomenti e tanti gli ospiti. L’evento più atteso della Festa della Rete era però, senza dubbio, l’assegnazione dei 34 Macchianera Internet Awards. Tante erano infatti i premi corrispondenti alle 34 categorie di una competizione in cui l’internauta è stato chiamato a partecipare fin dalla candidatura dei siti. La cerimonia è stata condotta da Gianluca Gozzoli. Come si candida un sito ai Macchianera Internet Awards? Ogni anno Macchianera, blog fondato da Gianluca Neri (celebre per le esperienze con Cuore e con Clarence, rispettivamente periodico satirico e uno dei primi portali italiani), chiede di segnalare quali sono i migliori siti e personaggi dell’anno. Offre pertanto un’occasione per dare supporto ai siti e ai personaggi più popolari e più seguiti. In base alle candidature viene poi stilata una lista di 10 nominati per categoria. Quest’anno è stato possibile esprimere una candidatura fino all’ 8 settembre 2018.  Come si vota un sito ai Macchianera Internet Awards? Per i migliori del 2018 è stato possibile votare fino a martedì 6 novembre tramite un apposito form che era possibile trovare sul sito Macchianera ma anche all’interno degli stessi blog candidati. Per far sì che il proprio voto fosse valido, era necessario votare per almeno 8 categorie a libera scelta.  A scegliere i vincitori sono stati quasi tre milioni gli internauti e il voto del pubblico non è stato “corretto” da nessuna giuria. Chi ha vinto i Macchianera Internet Awards 2018? Salvatore Aranzulla Ad aggiudicarsi il riconoscimento per Il miglior sito (con un totale di 27.017 voti) è stato l’uomo dalle mille risposte: Salvatore Aranzulla, divulgatore informatico nonché fondatore di uno dei 30 siti più visitati d’Italia. Il guru del web ai MIA del 2017 arrivò […]

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Recensioni

Le disgrazie di Flavio e la Chiesa di Santa Marta

Le disgrazie di Flavio, secondo appuntamento per l’edizione 2018 del Festival di Commedia dell’Arte I viaggi di Capitan Matamoros – Drammaturgie della scena. Recensione dello spettacolo. Forse non tutti sanno che lungo il decumano inferiore, all’incrocio di Via Benedetto Croce e Via San Sebastiano, c’è una chiesetta che – spettatrice silenziosa della movida napoletana che anima la non lontana Piazza Bellini –  è in queste sere teatro di uno spettacolo tutto suo. Si tratta della Chiesa di Santa Marta e lo spettacolo – andato in scena mercoledì 17 ottobre e in replica giovedì 18 alle ore 20:30 – è Le disgrazie di Flavio, commedia dell’arte tratta da un antico scenario della raccolta di Flaminio Scala. Alla scoperta della Chiesa di Santa Marta Visto l’obiettivo con cui nasce il Festival I viaggi di Capitan Matamoros – quello di valorizzare luoghi storici di Napoli non sempre fruibili al grande pubblico – prima della messa in scena, l’associazione Artes – Restauro e Servizi per l’Arte ha permesso agli spettatori di scoprire qualcosa in più su quest’affascinante location. La visita guidata nella Chiesa di Santa Marta, compresa nel prezzo del biglietto, si è tenuta in tre lingue: italiano, inglese e spagnolo. Se da un lato questo ne ha allungato non di poco i tempi, dall’altro ha consentito anche ai numerosi turisti stranieri presenti di poter scoprire qualcosa su Napoli e la sua storia che – probabilmente – non è presente in nessuna guida turistica. L’edificio è stato fondato nel XV secolo e fortemente voluto dalla regina Margherita di Durazzo d’Angiò che a Santa Marta era legata sia per ragioni personali (si dice che la vita delle due donne avessero molte cose in comune) sia per ragioni religiose e politiche (la santa era – ed è tutt’ora – molto venerata in Provenza, luogo da cui proveniva la regina). Inizialmente gestita dalla Confraternita dei Disciplinati di Santa Marta cui facevano parte tanti nobili e viceré, la Chiesa ha conservato a lungo tra le sue mura una testimonianza storica importantissima: il Codice di Santa Marta. Ora conservato all’Archivio di Stato, il Codice è prezioso sia perché documenta il succedersi delle dinastie e delle case regnanti su Napoli capitale, sia perché testimonia l’evoluzione della cultura figurativa meridionale. Ma soprattutto la sua storia è interessante perché il manoscritto scampò miracolosamente all’incendio e al saccheggio del 1647 che, nella chiesa, distrussero tutto: cose e persone. Qui, infatti – prima di trovare la morte per mano degli spagnoli – cercarono rifugio un gruppo di persone che avevano partecipato alla rivoluzione di Masaniello e i cui scheletri sono ancora conservati nella cripta sottostante. Dopo che la guida ha condotto gli spettatori anche lì, un Pulcinella ha però “interrotto” la visita: era ora di pensare ad altre disgrazie, quelle – tutte da ridere – di Flavio. Alla scoperta della Commedia dell’Arte Le disgrazie di Flavio appartiene squisitamente al genere della Commedia dell’Arte. Rimasta popolare fino alla metà del XVIII secolo, ha reso famosa la commedia italiana in tutto il mondo; più che di un genere di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Artecinema: l’arte contemporanea parte al San Carlo

È nella magnifica atmosfera di uno dei teatri lirici più prestigiosi al mondo, il Teatro San Carlo, che è stata inaugurata – giovedì 11 ottobre – la 23esima edizione di Artecinema. Ecco cosa abbiamo visto.  Artecinema, il Festival Internazionale di Film sull’Arte contemporanea  a cura della gallerista Laura Trisorio, è ormai da tempo un appuntamento imperdibile per napoletani e non solo. Cinefili e appassionati d’arte di tutt’Italia arrivano a Napoli in questo periodo per una rassegna di film che – proiettati in lingua originale con traduzione simultanea – non si limitano ad essere classici documentari ma – come riporta Vincenzo Trione nell’ultimo numero de La lettura utilizzando un termine coniato dal critico d’arte Carlo Ludovico Ragghianti –  aspirano piuttosto ad essere «critofim». Pellicole, cioè, in cui il regista diventa critico e romanziere e che – sebbene abbiano come modello di riferimento il saggio letterario – sono capaci di far entrare lo spettatore nel processo artistico con mezzi cinematografici, con «parole-concetto» e con «parole-azione». Il programma di Artecinema  35 sono i film-saggi che saranno proiettati ad accesso gratuito presso il Teatro Augusteo per Artecinema dal 12 al 14 ottobre, ma il festival sarà arricchito anche da workshop e dibattiti in altre sedi: dai carceri di Nisida e Secondigliano alle scuole superiori di Anacapri e all’Accademia di Belle Arti dell’Università Suor Orsola Benicancasa. Il programma completo è consultabile qui e tanti sarebbero gli eventi da non perdere: come Frida Kahlo, Diego Rivera, une passion dévorante (di Catherine Aventurier, Francia, 2017),  Maurizio Cattelan: Be Right Back (di Maura Axelrod, USA, 2016) o ancora Renato Mambor (di Gianna Mazzini, Italia, 2017). Intanto all’inaugurazione, nella cornice del San Carlo, di ciò che significa Artecinema  sono stati forniti due esempi per cui vale la pena spendere qualche parola. All’inaugurazione di Artecinema  Soundings 2018-Lucia Romualdi & Francesco De Gregori (di Paolo Pittoni e Lucia Romualdi ) Il primo, un cortometraggio diretto da Paolo Pittoni e Lucia Romualdi, è un adattamento dell’istallazione presentata prima allo Studio Trisorio di Napoli (nel 2014) e poi al Maxxi di Roma (nel 2016). L’opera è nata dall’incontro dell’artista con Francesco De Gregori che ha rivisto la canzone Cardiologia in vista di un dialogo con le creazioni di Lucia Romualdi, con le sue “partiture di luce” e con i suoi suoni di meccanica analogica, quelli dei proiettori Kodak in movimento continuo che ricordano il rumore del mare. Ciò che si vuole restituire è dunque l’idea del viaggio, il concetto di lontananza, ma anche di comunicazione e rapporto tra due codici linguistici – quello della musica e quello dell’arte – apparentemente lontani ma compenetrabili. Del resto, il termine inglese “soundings” – scelto per il titolo –  ha un doppio significato: al plurale “fondali” e “misurazione del mare”; al singolare “cassa armonica” e “sonorità”. Basquiat: Rage to Riches (di David Shulman)  Ci sposta, invece, dall’altro lato dell’oceano, nella febbricitante New York degli anni 70-80, con Basquiat: Rage to Riches. Il film, diretto dal regista David Shulman, ripercorre la vita di Jean-Michel Basquiat, writer e pittore statunitense, tra i più importanti esponenti – insieme a Keith Haring – del graffitismo americano. Shulman nel presentare la […]

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Eventi/Mostre/Convegni

SeLF, il Secondigliano Libro Festival, a Ricomincio dai libri

Un festival nel festival. Sabato 6 ottobre 2018, secondo giorno di Ricomincio dai libri, è stata presentato, nella Sala Conferenze del MANN, il programma di SeLF Secondigliano Libro Festival Oltre al pubblico di Ricomincio dai libri, fiera che vi abbiamo presentato qui, all’incontro erano presenti: Ottavio Lucarelli, presidente dell’ordine dei giornalisti della Campania, e Salvatore Testa, presidente dell’omonima associazione che organizza da ormai VI edizione di SeLF. SeLF, com’è chiaro dall’acronimo, è un progetto culturale legato ai libri che opera nel quartiere Secondigliano. Destinatari diretti del festival sono prevalentemente gli studenti di dodici scuole di ogni ordine e grado della periferia Nord di Napoli, ma Salvatore Testa, durante conferenza di presentazione, ha sottolineato le grandi aperture che caratterizzeranno l’anno accademico 2018-2018. Nei progetti di SeLF sarà, infatti, per la prima coinvolta anche una scuola di San Giovanni a Teduccio i cui studenti si incontreranno con quelli di Secondigliano in occasione degli appuntamenti con gli autori e i dibattuti sui libri. La seconda apertura riguarda poi le “Periferie di Napoli” (intese non solo in senso geografico come ad esempio Forcella, allo stesso tempo cuore della città e territorio extra moenia) – e le “Periferie del regno” che mirano a valorizzare il Cilento. Soprattutto, però, per la primissima volta SeLF valicherà i confini regionali con un progetto che proverà a metterà insieme Nord, Centro e Sud:  gli alunni delle quinte elementari di 3 scuole scuole di Milano, Bologna, Napoli saranno invitati a raccontarsi con ironia attraverso fotografie, disegni e caricature. Com’è strutturato SeLF? Nel corso dell’anno scolastico 2018-2019, il festival si articolerà in due filoni principali: modulo lettura e modulo lettura e creatività. Al primo parteciperanno i giovani delle classi terze delle scuole medie e delle classi prime delle scuole superiori. Agli studenti saranno sottoposti tre testi di narrativa di autori locali che verranno discussi con gli insegnanti di lettere, e dibattuti con i singoli scrittori in incontri collettivi e posti in votazione. Al secondo filone partecipano gli alunni delle quinte elementari che saranno invitati a scrivere e disegnare storie di fantasie legate al patrimonio culturale di Napoli e della Campania. Gli elaborati, su fogli 100×70 centimetri, saranno poi raccolti in un maxilibro che farà il giro delle scuole partecipanti. Ai due filoni legati ai libri si aggiunge, poi, un terzo filone legato alla musica: il modulo concerti. Quest’ultimo offrirà spazio per esibirsi ai tanti giovani del territorio che frequentano corsi di musica senza avere, spesso, l’opportunità di mostrare il loro talento. Quali sono i libri scelti per la la VI edizione di SeLF? A inizio maggio, come ogni anno, sarà assegnato il “Premio sgarrupato” indetto in memoria di Marcello d’Orta, insegnante e scrittore napoletano celebre per il libro Io speriamo che me la cavo. Gli studenti, dopo averli letti e dopo averne discusso con i professori, dovranno scegliere tra: Il mare bagna ancora Napoli (libro prodotto da SeLF) – racconti di 8 scrittori sul rapporto con il mare dei napoletani di ieri e di oggi; L’ultima prova – Il romanzo di […]

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Eventi/Mostre/Convegni

Paolo Genovese si racconta al Napoli Film Festival 2018

È con un saluto a Riccardo Zinna, attore, regista e compositore napoletano recentemente scomparso, che Paolo Genovese – ospite alla IV giornata del Napoli Film Festival –  inizia giovedì 27 settembre il suo incontro con Marco Lombardi e tutto il pubblico del cinema Hart. Reduce dall’esperienza come membro della giuria nella 75ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, il regista romano ricorda così un compagno e collega fin dai tempi di Incantesimo Napoletano, il suo primo film. Celebre per pellicole come Perfetti Sconosciuti, Immaturi o, ancora, Tutta colpa di Freud, Paolo Genovese ha iniziato la sua carriera proprio a Napoli e il cortometraggio, girato insieme a Luca Miniero nel 1998, festeggia nel 2018 come il Napoli Film Festival i suoi primi 20 anni. Chi, al cinema Hart, si aspettava di sentir parlare del suo percorso dietro la macchina da presa, viene però immediatamente smentito e stupito. Paolo Genovese: Il primo giorno della mia vita (da scrittore) Nel 2018 Paolo Genovese ha, infatti, pubblicato per Einaudi Stile Libero Il primo giorno della mia vita, un romanzo di 312 pagine che – a giudicare dal numero di copie vendute (il libro è già alla quarta ristampa) – inaugura forse un’altra carriera di successo: quella di scrittore. A differenza della scrittura di sceneggiatura che il regista considera come stilare una sorta di “manuale d’istruzioni”, la scrittura letteraria è per lui un qualcosa di molto più difficile ma al contempo completo. «Una sceneggiatura di cui non viene realizzato un film può essere considerata carta straccia, quando invece scrivi un libro sai che è quello che arriverà al pubblico», afferma. A Napoli, come a New York, tutto può succedere Quasi tutti i suoi film sono stati girati in Italia, ma per il suo esordio da scrittore Paolo Genovese ha immaginato una storia che si svolge a New York. Interrogato sul perché proprio in questa città, il cineasta risponde che «è la città dove si pensa che tutto possa succedere. Una città magica, dove non è inverosimile che quattro personaggi così diversi – come i protagonisti di il primo giorno della mia vita – possano incontrarsi e decidere di regalarsi una settimana del loro tempo». Visto che l’ipotesi di trarne un film non è poi lontana, quando gli viene chiesto di immaginare un’altra città dove girarlo che non sia la Grande Mela il regista – guadagnandosi l’applauso dell’orgoglioso pubblico – dice: “ La città più vicina a New York in quanto a magia è sicuramente Napoli. Qui, come a Manhattan, si ha la sensazione che tutto possa succedere. È una città intestinale e non è un caso che io abbia cominciato con il mio primo film proprio qui”. Trovandosi, però, in un cinema la serata non poteva non proseguire che attraverso la proiezione di una delle sue pellicole. Una famiglia perfetta : un film da riscoprire La scelta ricade su Una famiglia perfetta, commedia del 2012 con Sergio Castellitto, Claudia Gerini, Marco Giallini e Carolina Crescentini. Genovese confessa che è la pellicola a cui forse è più […]

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Beppe Fiorello tra gli “Imbavagliati”

Non poteva che essere lui, Beppe Fiorello, il testimonial d’eccezione di Imbavagliati, il festival di giornalismo civile in corso al Pan fino al 26 settembre. Ospite a “Mai più soli!”, convegno dedicato all’analisi dei cambiamenti nella narrazione dei fenomeni criminali in tv e al cinema, l’attore siciliano è noto al grande pubblico per aver interpretato personaggi di grande caratura, spesso portatori di verità un po’ scomode. Gli uomini raccontati da Beppe Fiorello Recentemente ha vestito i panni di Domenico Lucano, sindaco di Riace, piccolo borgo calabrese che ha superato il rischio di spopolamento grazie all’inserimento del tessuto sociale di profughi e immigrati regolari. Modello di accoglienza e integrazione, la storia di Riace ha ispirato “Tutto il mondo è paese”, fiction che avrebbe dovuto andare in onda sulla Rai ma che è stata invece sospesa dal palinsesto perché al sindaco Lucano è stato recapitato un avviso di garanzia per alcuni presunti reati collegati alla gestione del sistema di accoglienza. Ad accendere i riflettori sulla controversa vicenda attraverso l’hashtag #iostoconRiace è stato, nei giorni scorsi, lo stesso Fiorello. Sul suo account Twitter l’attore aveva scritto: “Non è la prima volta che una mia fiction viene bloccata. Anni fa le foibe, il governo di allora non gradì, poi la storia di Graziella Campagna (N.d.R. giovane vittima della mafia), l’allora Min. della Giustizia si indignò, ora Riace, bloccata perché narra una realtà e nessuno/a dei miei colleghi si fa sentire”. Nell’introdurre il suo ospite, Desirée Klain, ideatrice di Imbavagliati, ha poi ricordato alcuni suoi ruoli legati anche a Napoli, come quello di Giuseppe Moscati, il medico dei poveri, Salvo D’Acquisto, vice brigadiere medaglia d’oro al valor militare aver salvato vite durante la seconda guerra mondiale, o ancora Marco Giordano della miniserie “Io non mi arrendo” (liberamente ispirata alla figura di Roberto Mancini, il poliziotto morto per tumore dopo essere stato il primo ad aver indagato sullo sversamento illegale di rifiuti speciali e tossici in Campania). Beppe Fiorello all’incontro “Mai più soli” Al perché continui a scegliere personaggi di questo tipo, Beppe Fiorello sorride e risponde: “Tutti gli uomini che ha raccontato somigliano un po’ a mio padre”.  Pone così l’accento sul fatto che per lui più che come eroi, dovrebbero essere visti come uomini normali, uomini che hanno semplicemente svolto il loro lavoro.  “Mi interessa – afferma – dire che quelle storie esistono senza avere la pretesa di lanciare un messaggio”. Del resto, come afferma il vice direttore di Rai Fiction Francesco Nardella, anch’egli presente al convegno: “il racconto travalica la superficialità e permette di raccontare delle storie anche sconosciute”. Sulla necessità di raccontare normalità e non eroismi insiste Don Tonino Palmese, presidente della Fondazione Polis che, insieme a Imbavagliati, ha organizzato l’incontro. Don Tonino denuncia un’ovvietà del male in territori dove alcune belle realtà (cita come esempio quella dell’associazione Libera) vengono viste come l’eccezione dato che ciò che le mafie, uccidendo vittime innocenti, uccidono la normalità. “Noi siamo abituati alla normale devianza, dove i normali vengono considerati sovversivi”, concorda il sindaco De Magistris.  […]

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Imbavagliati: riparte il festival internazionale di giornalismo civile

Mentre la Mehari verde di Giancarlo Siani, simbolo dell’evento, è in giro per la Campania, al Pan, riparte Imbavagliati –  Festival internazionale di Giornalismo Civile. Ideato e diretto da Désirée Klain, Imbavagliati vuole dare voce a tutti quei giornalisti che – come il giovane collaboratore de Il Mattino ucciso dalla Camorra trentatré anni fa – hanno subito o subiscono intimidazioni da associazioni criminali di stampo mafioso o rischiano la vita in regimi dittatoriali pur di fare il proprio mestiere: scrivere e raccontare la verità. Giovedì 20 settembre alle ore 18 al Palazzo delle Arti di Napoli è stata inaugurata la quarta edizione del festival annunciando al pubblico un programma ricco di incontri, workshop e arte. Fino a mercoledì 26 settembre sarà infatti possibile ammirare non una, non due, ma ben tre mostre legate al fotogiornalismo. Tre mostre dedicate al fotogiornalismo per il Festival internazionale di Giornalismo Civile A cura dell’Associazione “Studenti Contro la Camorra” è la mostra di Greta Bartolini “14 – per chi lotta”, una foto intervista dedicata alla giornalista de La Repubblica Federica Angeli. Minacciata di morte per le sue inchieste sulla mafia romana, Federica Angeli vive sotto scorta permanente dal 17 luglio 2013. Il lavoro che ha contribuito alla riuscita dell’operazione Eclisse (l’arresto di 32 persone appartenenti al clan Spada a Ostia) è raccontato dalla stessa giornalista nel libro A mano disarmata – Cronaca di millesettecento giorni sotto scorta e dall’obiettivo di Greta Bartolini (le foto che sono esposte nella mostra sono state selezionate dal libro “Sotto vita”). Dedicata al ricordo dei grandi fotografi che hanno immortalato Napoli e la sua storia è, invece, l’esposizione “Scatti della memoria”. Dalle foto dello scudetto con Maradona agli scatti, non gioiosi ma non meno necessari, di omicidi, retate e fatti di cronaca nera, la mostra ricorda grandi fotoreporter come Mario Siano, Antonio Troncone, Franco Esse, Gaetano Castanò, Giacomo Di Laurenzio (Peppino), Guglielmo Esposito, Franco Castanò. Tutti ad opera di Alfred Yaghobzadeh, fotografo iraniano vincitore del World Press Photo, sono infine i 100 duri scatti dell’esposizione “Faces of War”, a cura di Stefano Renna. Presente all’inaugurazione di Imbavagliati, Alfred Yaghobzadeh ha spiegato con ironia la storia del suo impronunciabile nome. Classe 1979, Yaghobzadeh ha fotografato le prime pietre del muro di Berlino che crollava, ma soprattutto ha dovuto interrompere gli studi per via della rivoluzione che ha sconvolto il suo paese, ha fotografo per 13 anni il conflitto israelo-palestinese e, nel 2011, mentre documentava la Rivoluzione d’Egitto è stato ferito. Eppure, davanti al pubblico, sorrideva e gesticolava con energia, affermando: “ We can’t change the world but we can try to be nice”. Gli imbavagliati da tutto il mondo Altrettanta energia e tenacia hanno mostrato gli altri “imbavagliati” presenti alla cerimonia. Carolin Muscat, vincitrice del Premio Pimmental Fonseca 2018, ha richiamato l’attenzione sull’attuale situazione della libertà di stampa a Malta. Il premio è stato dedicato alla sua collega Daphne Caruana Galizia, la giornalista maltese uccisa in un attentato del 2017. Non molto diversa la situazione in Uzbekistan denunciata dal giornalista Hamid Ismailov che ha ribadito […]

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Attualità

Cervelli in fuga: come votare al referendum da fuori sede

Domenica 4 dicembre, ormai è noto, l’Italia, dalle ore 7 alle ore 23, sarà chiamata a esprimere la sua sul disegno di legge Boschi. Trattandosi di un referendum confermativo, basta un sì per votare in favore della riforma e un no per bocciarla… facile, sembrerebbe. A differenza del referendum del 17 aprile scorso – quello sulle trivelle, che, colpevole di aver raggiunto l’opinabile traguardo del 31,2 % di affluenza, è risultato non valido –  quello del 4 dicembre sarà un referendum costituzionale e, pertanto, non sarà necessario il raggiungimento del quorum.  Ogni singolo voto avrà, dunque, la sua importanza e in Italia, proprio per questo, il dibattito tra riformatori e costituzionalisti si fa di giorno in giorno più acceso. Più che entrare nella questione politica questo articolo mira, però, a risolvere una domanda: potranno votare proprio tutti? Ecco come votare al referendum da fuori sede! Votare al referendum da fuori sede? Andiamo con ordine. Tra gli studenti che, avendo compiuto i 18 anni, hanno diritto al voto, un buon numero è fuori sede, una parte, piccola ma in costante crescita, è nel pieno del progetto Erasmus e tanti – i famosi “cervelli in fuga” – sono impegnati per motivo di studio o lavoro all’estero e saranno quindi, nella maggior parte dei casi, impossibilitati dal presentarsi alle urne. Quello di dicembre, però, è un appuntamento imperdibile visto che, in caso di vittoria del Sì, cambieranno alcuni importanti punti della Costituzione Italiana cui, difficilmente, si tornerà a discutere o, perlomeno, non a breve termine; a nessuno, in qualsiasi parte del mondo egli si trovi, quindi, può essere negato il diritto al voto. Se l’iter legislativo che deve affrontare una riforma costituzionale non è dei più semplici, non sembrerebbe da meno l’iter da seguire nel caso in cui ci si trovi lontani dal luogo di residenza. Ecco tutto (scadenze comprese) quello che c’è da sapere: Come votare al referendum da fuori sede: istruzioni Dai dati del Ministero dell’Istruzione si evince che la mobilità per studio caratterizza maggiormente i diplomati del Sud e delle Isole, dove circa uno studente su quattro sceglie di immatricolarsi in atenei del Centro o del Nord Italia (in tutto si tratterebbe di 248.351 studenti, per il 55,8% femmine e per il 44,2% maschi). Per tutti quelli che vivono fuori dal comune di residenza ma comunque sul territorio italiano (come studenti, ma anche lavoratori fuori sede) esistono due possibilità. La prima, quella “ufficiale”, è rientrare a casa sfruttando i forti sconti e agevolazioni ferroviarie ed aeree che vengono abitualmente realizzate nei referendum. Trenitalia offre le seguenti riduzioni: 70% del prezzo Base per i treni media-lunga percorrenza nazionale (Frecciarossa, Frecciargento, Frecciabianca, Intercity, IntercityNotte e Espressi) e servizio cuccette; riduzione 60% sui biglietti per treni Regionali. Il viaggio di andata può essere effettuato fino a 10 giorni prima il giorno della votazione e quello di ritorno fino a 10 giorni dopo. Per usufruire delle riduzioni gli elettori dovranno esibire, nelle biglietterie e nelle agenzie di viaggio autorizzate, ma anche al personale di bordo il documento di identità, […]

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Teatro

Stasera c’è spettacolo? To play!

Stasera c’è spettacolo? Sì, no, forse… Quindi? To play! Il Napoli Teatro Festival nella leggera e fresca atmosfera dei giardini di Villa Pignatelli non poteva che far sue tutte le accezioni del verbo To play, che in inglese significa, infatti: riprodurre, interpretare, recitare, ma soprattutto, giocare. E un invito al gioco e all’improvvisazione è proprio ciò che è alla base del format teatrale ideato e curato da Emma Campili e Donatella Furino. Dal 16 al 19 giugno, dal 24 al 26 giugno e dal 1 al 3 luglio alle ore 19 nella neoclassica villa della Riviera di Chiaia prenderà vita, o ha già cercato di prenderla, uno spettacolo che, in realtà, è un non spettacolo. Il progetto di sharingtheatre in progress stravolge ogni filo logico e cronologico della drammaturgia classica e prevede la messa in scena di una forma di rappresentazione condivisa e ogni sera diversa dove –  che si parta da Shakespeare o Beckett, Scarpetta o De Filippo – il testo diventa solo un pretesto per una riflessione più profonda sull’essere (e il non essere) del teatro. Ieri, domenica 26 giugno, un impeccabile Claudio Boschi ha dato voce e corpo all’emblematico Amleto, «personaggio che contiene dentro di sé – come sottolinea a fine pièce Donatella Furino –  tutto il teatro: la frattura tra l’agire e il pensare, tra l’essere e l’umano», ma è solo uno dei dieci capitoli previsti per le dieci serate. Senza abbandonare linguaggi e suggestioni classiche, il progetto delle due registe segue le nuove regole spazio\temporali di youtube, si avvale cioè di attori in video e dal vivo e, mescolandosi con le forme dei reality, dei workshop, dei talk-show, sperimenta, così, una fruizione del tutto nuova della scena teatrale. I microspettacoli partono da più di trenta testi (Con o senza musica regista? / Eduardo Suite/ Narrami o ‘900/ Tradimenti di nome di fatto e di modi/ il pensiero e ritmo e tanti altri), ma sono di fatto opere destinate a non essere mai finite e, pertanto, ignote allo stesso cast. Stefano Ariota, Fabio Brescia, Giovanna Cappuccio, Daniela Cenciotti, Antonio Ciotola, Erri De Luca, Dario De Natale, Piera degli Esposti, Fabiana Fazio, Nino Orfeo, Betti Pedrazzi sono solo alcuni dei moltissimi attori che fanno parte della compagnia non stabile e in continuo aumento. E non solo provengono da scuole e formazioni diverse, ma devono anche condividere il palco, attraverso un meccanismo chiamato sharingshow, con il pubblico. Ogni sera, infatti, dopo l’intervallo, previa iscrizione tramite un modulo on-line, chi vorrà potrà far parte dello spettacolo e mostrare il suo modo di interpretare questo o quel personaggio. In “Stasera c’è spettacolo?” il pubblico da spettatore diventa attore, dunque, ma anche regista Si tratta di opere non finite perché, in Stasera c’è spettacolo?, sono i capocomici a diventare i conduttori, ma è alla platea che spetta il compito di scegliere come far muovere i caratteri. La volete costruita? La volete in sequenza? Più gioco di sguardi? Più serietà?  Ogni scena si può fare e rifare, svelando tutti i meccanismi che ci […]

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Voli Pindarici

Come poteva Penelope riconoscere Ulisse?

Aveva passato gli ultimi vent’anni a tessere. Non cantava. Non sedeva assai contenta di quel vago avvenir che aveva in mente. Non era Silvia. La sua mano, non veloce, ma lenta, fiacca, indolente percorrea la faticosa tela. La intrecciava di giorno, la disfaceva di notte. Un inganno, questo qui, che gli ingenui pensarono avesse ideato solo per raggirare i Proci. E che invece  ̶ ingenua  ̶ avrebbe voluto servisse a raggirar se stessa. Più centimetri si aggiungevano alla sua tela, più leghe percorreva lui. E naufragava, ogni tanto. Ma naufragava lui con la stessa frequenza con cui lei avrebbe voluto naufragar tra le sue braccia? Aveva smesso di chiederselo da un po’, Penelope. Ma di notte… Sì, quando le ancelle la lasciavano sola, quando il rumore dei carri lungo l’acropoli cessava e quando la luna, quella stessa luna che avrebbe potuto ammirare anche lui ovunque si trovasse, illuminava i pensieri di lei, in quei momenti era costretta a pensarci, a quella tela. Ruvida al tatto, malgrado l’accurata selezione delle stoffe, i suoi polpastrelli la percorrevano avidi, come se vi potessero leggere i tramonti sulla riva dello stretto dell’Ellesponto, le distese di fiordaliso nella terra dei Ciconi, le limpide acque che circondavano Scheria, il roboante rumore del mare durante le tempeste scatenate da Poseidone o il soave canto delle Sirene che Ulisse non avrebbe potuto raccontarle neanche se lo avesse sentito, neanche se lo avesse voluto. Così come lei non sarebbe stata capace di raccontargli quei sorrisi che Telemaco, da dolce bambino, aveva fatto nascere nel suo cuore di madre o quelle rughe che, da normale figlio, le aveva impresso ai margini della bocca e degli occhi. Aveva messo da parte la sua vanità di donna ed era arrivata ad accettare quei segni del tempo, ma non riusciva a metter da parte la sua razionalità e ad accettare la consapevolezza che ogni lembo di quel sudario era segno di una distanza tra loro incolmabile. Una distanza irremovibile malgrado Penelope la distruggesse appena arrivava il buio E mentre lei tesseva e ritesseva, correvano i giorni, filavano le stagioni. Filavano, filavano. Come lino, come lana, come amianto. Quello di Berta che serviva, allora come oggi, a ricoprire scheletri di amanti mai amati e miti di eroi mai creduti. Non era Berta, ma filava, Penelope filava. Eppure non smetteva di chiedere di lui ad ogni forestiero che giungeva ad Itaca. Forse per il desiderio di mettere fine ai noiosi copioni dei suoi banali pretendenti, le sembrava di riconoscerlo sotto ogni vela che si accingeva ad attraccare al porto. Ma non lo riconobbe. Lei, Penelope, la moglie fedele e devota, non riconosce Ulisse, il suo amato e atteso sposo. Riconosce, in quel mendicante, il suo padrone il buon cane Argo, pronto a ridestarsi, a drizzar le orecchie e a scodinzolare solo in ricordo delle giornate che la robusta gioventù permetteva loro di passare contro lepri e cervi. Ma non lei. E fa bene a parlare Euriclea che identifica Ulisse grazie a quel segno, provocatogli da un cinghiale quando il […]

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Culturalmente

Rassegna amatoriale all’Augusteo: intervista alla compagnia vincitrice

Terminata con successo la VII Edizione della rassegna Amatoriale del Teatro Augusteo, lunedì 6 giugno, naturalmente all’interno dello stesso teatro di piazzetta Duca D’Aosta, si è svolta la cerimonia di premiazione dei vincitori. Presentata da Gaia Giordano, la serata ha visto schierati sul palco tutti i componenti della giuria e le organizzatrici della Rassegna, Adriana Ricci e Albachiara Caccavale, che hanno portato avanti con passione un progetto in cui si è evidenziata concretamente l’importanza di sostenere il teatro amatoriale, fortemente voluto dal Cav. Francesco Caccavalle, patron dell’Augusteo tristemente salutato un anno fa. Protagoniste della serata, però, sono state naturalmente le compagnie teatrali che dal 11 al 29 maggio scorso hanno rappresentato, con grande successo di pubblico, ben 10 opere. La Rassegna amatoriale ha visto in scena: Luna nova con “I dieci comandamenti”; Lasciatevi incantare con “‘Mbruoglio aiutame”; Uomini di mondo con “Un posto fisso in paradiso”  ; Teatro aperto con “Strage di genere femminile plurale”; L’Adele con “Che bellu cafè”; In arte con “Io, Alfredo e Valentina”; Teatro club con “Uomo e galantuomo” ; La carretta dell’arte con “Uomo e galantuomo”; I giovani teatranti torresi con “‘Na santarella”; e infine la compagnia teatrale de I Gramò con “Il latte della lupa”. Tra i numerosi premi e menzioni speciali si segnalano le quattro coppe principali: per le categorie Teatro inedito e In lingua ha vinto la compagnia Teatro Aperto, con l’opera “Strage di genere femminile plurale”. Per la categoria Commedia musicale ha conquistato tutti la compagnia I giovani teatranti torresi, con l’opera “‘Na santarella”. Per la categoria In vernacolo ha vinto, infine, la compagnia Luna nova che ha inaugurato la prima serata della rassegna portando in scena “I dieci comandamenti” di Viviani. Quest’ultima è stata vincitrice anche del premio più ambito: l’inserimento nel cartellone della prossima stagione teatrale del Teatro Augusteo. L’intervista alla compagnia vincitrice della rassegna amatoriale 2016 Non è la prima volta che la compagnia Luna Nova, che opera da 23 anni nella città di Napoli diffondendo l’arte e la cultura partenopea, ha l’onore di vincere la rassegna amatoriale dell’Augusteo. La prima volta sul podio è stata 3 anni fa con “Le voci di dentro” di Edoardo de filippo, ma grande successo è stato raggiunto anche con altre partecipazioni: due volte con altri lavori vivianei e una volta con “Lo strano caso di Felice C”, spettacolo di Vincenzo Salemme da cui è tratto il celebre film “Cose da Pazzi”. Tra questi merita sicuramente una menzione “Fatto di cronaca”, vincitore del premio In vernacolo, che come “I dieci comandamenti” è opera di Viviani. Proprio del rapporto con lo storico commediografo napoletano abbiamo parlato con Angelo Germoglio che, insieme a Tina Bianco, ha curato la regia di questo spettacolo dai forti contenuti umani e sociali che ci porta nella Napoli della II Guerra Mondiale mettendo a confronto le leggi della fede cristiana con le difficoltà della sofferenza e del rispetto tra gli uomini. A cosa è dovuta la scelta di Viviani? È un autore che studiamo da molti anni e che abbiamo […]

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