Seguici e condividi:

Eroica Fenice

Musica

Truth, il primo album dei Giulia’s Mother

I Giulia’s Mother, Andrea Baileni (voce e chitarra) e Carlo Fasciano (batteria), entrambi di Rivarolo Canavese, mi raccontano che la loro collaborazione si è consolidata in seguito a un’esperienza comune: dopo aver suonato nel medesimo trio blues, hanno trasformato l’alchimia che li univa in un progetto condiviso, nato agli inizi del 2015. “Le canzoni nascevano e intanto cercavamo di trovare la giusta dimensione provando con campionatori, pad, cercando bassisti, poi ci siamo resi conto che il risultato migliore lo ottenevamo con una chitarra, qualche effetto e una batteria.” Il background musicale dei due artisti è variopinto, ma ciò che li ha sempre accomunati è stata la continua sperimentazione, attraverso l’ascolto e la riproduzione di differenti generi, ma soprattutto attraverso il tentativo di andare aldilà di ognuno di essi per riconoscersi in un proprio mood. Il loro nome, Giulia’s Mother “è nato un po’ per gioco dall’incontro con una ragazza di vent’anni che ci ha regalato molte speranze per una nuova generazione che verrà. «Mother» sta per Madre Natura, siamo molto legati ai paesaggi che ci circondano e crediamo sia importante  per l’essere umano avere la consapevolezza del ruolo che ha la Natura e ciò che può insegnare. Il nome inoltre costituisce un ponte tra […] la nostra lingua e quella in cui cantiamo“. Dei testi invece raccontano: “sono il frutto dei discorsi che facciamo continuamente con le persone con cui stiamo bene. Ogni canzone è un invito a interrogare se stessi sull’onestà delle nostre intenzioni, sulle nostre paure, sulle nostre gioie. Vuole sollevare delle domande, a volte azzarda anche delle conclusioni, ma mai con la presunzione di rivelare una qualche verità. La verità è soggettiva e va cercata per essere compresa“. L’album dei Giulia’s Mother Le registrazioni sono avvenute totalmente in presa diretta e senza metronomi: “Oggi la maggior parte delle produzioni commerciali, ma non solo, sono “over” prodotte, al fine di raggiungere un suono comune in tutti i dischi. […] Crediamo che questo danneggi enormemente la musica e i musicisti. È così bello sentire il respiro in un microfono, il seggiolino che scricchiola, perfino gli errori che puoi trovare nei dischi del passato, quando si suonava su nastro, e se sbagliavi l’errore rimaneva lì. Noi non abbiamo fatto nulla di nuovo, anzi”. “TRUTH” vedrà le stampe il 6 maggio 2016 per INRI. I brani di Truth, il primo disco dei Giulia’s Mother Happiness è il primo brano di “TRUTH”.  La voce riesce a trasmettere quella che sembra essere una ricercata tranquillità, sofficità, ma le continue interruzioni strumentali dissestano una strada che la musica percorre a singhiozzi, per poi ritrovare la giusta scioltezza narrativa sino alla fine della canzone, che ritrova così la sua energia espressiva. Say Nothing presenta un efficace rapporto simbiotico tra l’esecuzione ritmica e quella melodica della chitarra, che concede un piacevole rimando folk alla frase molto più di quanto la batteria aveva fatto con la prima traccia. Anche qui il consiglio è di ridurre i respiri ritmici, perché in quanto belli è proprio un peccato abusarne. Encomiabile […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

“Criminal” è Kevin Costner, adesso al cinema

Bill Pope (Ryan Reynolds), agente della CIA, viene ucciso portando con sé nella tomba preziose informazioni da lui raccolte che potrebbero sventare un potenziale e catastrofico attacco terroristico. L’unica soluzione che resta alla CIA per recuperarle è quella di rivolgersi al dottor Franks (Tommy Lee Jones), che per anni ha studiato e messo a punto una tecnica scientifica con la quale sembrerebbe possibile trasferire il pattern cerebrale di una persona nella mente di un’altra. La memoria di Bill viene dunque impiantata con una delicatissima operazione nel cervello di un pericoloso criminale, Jericho Stewart (Kevin Costner), apparentemente incapace di provare alcun tipo di emozione a causa di una anomalia del lobo frontale. Al suo risveglio, sarà opportuno che egli termini la missione di Pope. Criminal: il cast, i personaggi e i riferimenti cinematografici Ironico come Ryan Reynolds si trovi coinvolto, dopo praticamente nemmeno un anno, a rivestire in Criminal un ruolo che tanto richiama quello da lui stesso interpretato in Self/less. Nel caso di Bill Pope, il suo cranio viene subitaneamente aperto per sfruttare le informazioni celate in esso, senza alcun tipo di remora etica o morale; in Self/less Reynolds è colui che per salvare la famiglia è costretto a vendere il suo prestante corpo, che Damian Hale (Ben Kingsley), milionario e malato di un incurabile cancro, acquisterà in seguito per impiantarvi il suo cervello e ricominciare una nuova vita. Entrambi ruoli marginali per un attore decisamente poco espressivo, ma adatto per la sua fisicità a interpretare certi personaggi. L’idea di fondo dei due film non sembra poi divergere più di tanto e sorge anche, alquanto spontaneamente, il richiamo ad una terza pellicola, ossia “Source Code” di Duncan Jones. Kevin Costner riveste i panni di un cattivo molto cattivo, con un passato tragico di cui però c’è evidentemente poco tempo per parlare ai fini dell’economia del film, e che non conosce l’empatia, almeno fino a quando non solo i ricordi ma anche le componenti affettive della personalità di Pope si impadroniscono della sua mente. I “cattivi molto cattivi” in realtà sono parecchi: Quaker Wells (Gary Oldman), capo della CIA, sembra essere disposto a tutto pur di raggiungere i suoi intenti, esattamente come Hagbardaka Heimbahl (Jordi Mollà), un estremista che vuole la stessa arma di Wells, anche se per altri scopi (ma è proprio così?). C’è infine il creatore della tanto micidiale arma, Jan Stroop (Michael Pitt), disposto a venderla al miglior offerente a prescindere dalle conseguenze. Solo nel caso di Jericho si tenta di offrirgli una possibilità di redenzione agli occhi dello spettatore Questa, però, risulta essere una richiesta eccessiva e pretenziosa in vista di una trama che si svolge fin troppo rapidamente ai nostri occhi e che vorrebbe, nonostante i cambiamenti repentini e alquanto drastici del punto di osservazione, convincerci della bontà di ciò a cui si assiste. È certo vero che anche per Jericho Stewart non è semplice fare i conti con un nuovo cervello che dal nulla inizia ad inviare impulsi fino ad allora sconosciuti, eppure puntare sull’aspetto del […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Hardcore! Il cinema in prima persona secondo Ilya Naishuller

Hardcore!, oltre a essere un titolo, è un’esclamazione. Oltre a essere un film, è un esperimento. Come quello condotto su Henry (Andrei Dementiev), ex umano che viene sottoposto a un’operazione sperimentale di sostituzione di parti delle sue membra (perse in un misterioso incidente) con arti robotici super-funzionali. Risvegliatosi dall’operazione, Henry non ricorda nulla del suo passato: un’amorevole ragazza, Estelle (Haley Bennett) la stessa che sembra averlo salvato, gli rivela di essere sua moglie, e lo conduce presso due colleghi per ultimare il lavoro compiuto sul corpo dell’uomo quando un inquietante sosia di Kurt Cobain dagli occhi di serpente (Akan, alias Danila Kozlovsky) irrompe nello studio costringendoli alla fuga. Da quel momento, Henry si trova costretto a fuggire dai suoi misteriosi inseguitori, difendendosi da numerosissimi e agguerriti nemici e andando alla ricerca di qualcosa che non è chiara neanche a lui, figuriamoci allo spettatore. Lo sfondo, è quello di una Russia inedita. In Hardcore, l’adrenalina scorre a fiotti come il sangue di chiunque ostacoli l’operato del protagonista. Come in un perfetto videogioco, è tutto un appropriarsi di armi varie e distruggere chiunque ci si piazzi dinanzi. Affezionati giocatori di “Call of Duty” o “Battlefield” non riusciranno a non riconoscere in questo film il pattern tipico dei citati videogames, in cui si susseguono una serie di missioni da compiere intervallate da atti di violenza decisamente splatter, senza dare un attimo di tregua al giocatore o, nel nostro caso, allo spettatore, ipnotizzandolo dinanzi allo schermo. Il sistema nervoso simpatico non smette un attimo di lavorare, durante la visione di “Hardcore!” (“Hardcore Henry”, questa la versione originale del titolo e questo il trailer), dato l’estremo dinamismo del film, ma soprattutto a causa della visione in prima persona che non ci permette di anticipare alcun evento rendendoci, piuttosto, vittime a nostra volta delle spiacevoli sorprese in cui incappa Henry. Il regista di Hardcore, Ilya Naishuller, riesce nell’impresa cinematografica che già da un po’ di tempo ci si aspettava con l’aiuto di una GoPro con la quale ha registrato l’intero film. Interessante il fatto che, per la realizzazione del film, egli abbia scelto la strada della raccolta fondi su Indiegogo. Il costo complessivo della pellicola è stato di dieci milioni di dollari. Eppure i finanziamenti sono arrivati abbondantemente, probabilmente grazie anche al fatto che un precedente lavoro di Naishuller, un cortometraggio del 2013 intitolato Biting Elbows: Bad Motherfucker realizzato a partire dallo stesso concept, era già stato conosciuto e apprezzato dal pubblico. “Siamo in una fase in cui cinema e tecnologia usurpano energia a vicenda. I giovani registi preferiscono allontanarsi dai classici strumenti narrativi e scegliere formule più innovative. Il cinema di genere, soprattutto l’action, ha sempre tentato di immergere il pubblico nello spettacolo; adesso, attraverso gli occhi del cyborg Henry, tutti possono abbattere quel muro”, queste parole del regista intervistato per Wired. In “Hardcore!”, Naishuller unisce all’ultra-violenza una nota comica, science fiction e robotica. Ciò su cui però si deve lavorare, se il tentativo vuole essere ripetuto, è la cura delle trame e delle sceneggiature. Non vi è […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Regali da uno sconosciuto-The gift, il thriller di Edgerton

Nel mese di Marzo è stato proiettato per la prima volta, in Italia, il lungometraggio “Regali da uno sconosciuto-The gift” (qui il trailer), scritto, diretto ed interpretato da Joel Edgerton, l’attore noto soprattutto per le sue interpretazioni -per citarne alcune- in “Il Grande Gatsby” (2013), “Exodus- Dei e re” (2014). The gift: la trama Simon (Jason Bateman) e Robyn (Rebecca Hall) sono due coniugi che, in seguito al nuovo impiego ottenuto dal marito, si lasciano alle spalle una serie di eventi spiacevoli (di cui purtroppo viene rivelato poco) trasferendosi da Chicago in una lussuosa villa di Los Angeles. Poco tempo dopo, facendo compere in un negozio, si imbattono in Gordo (Joel Edgerton), che si fa riconoscere da Simon come un suo vecchio amico e si rende disponibile ad aiutare la coppia ad ambientarsi nella nuova città. Da quel momento, in effetti, Gordo fa dei regali e molte visite a Robyn, suscitando i sospetti del marito fino a spingere questo ad allontanarlo. In una lettera di scuse, Gordo farà cenno ad un passato che “sperava sarebbe rimasto tale”, e che invece invaderà il presente e le vite intere dei protagonisti. Edgerton sceneggiatore, regista, attore Questo thriller psicologico costituisce il debutto alla regia di un lungometraggio per Joel Edgerton, che nello stesso film interpreta Gordo, o “Weirdo” (soprannome che fa riferimento a una personalità eccentrica, non convenzionale). L’intera pellicola è stata girata in pochissimi mesi. In una recensione per Indiewire, Katie Walsh afferma che: “la manovra controllata di trama e personaggi, lo stile e il tono sono dannatamente quasi perfetti per il suo esordio, anche se è al servizio di un genere molto standard”. Apprezzabili possono essere i numerosi riferimenti a grandi classici quali “Shining” o “Apocalypse Now”. Come la stessa Walsh sostiene, numerosi sono però i luoghi comuni presenti in questo film, come in molti altri thriller di genere. Inerentemente al tono, inoltre, la suspense è sì raggiunta, ma sacrificando ogni possibile picco di tensione a favore di un lento svolgimento, che comunque regala, allo spettatore attento, sempre più tasselli per la costruzione del senso della storia. Un plauso va fatto alla capacità di Edgerton di dare vita, in “The gift”, a una rosa di protagonisti non privi di lati d’ombra, al punto tale che, persino nel finale (forse un po’ frettoloso), per lo spettatore diviene impossibile prendere una posizione per l’uno o per l’altro personaggio. Troppo penalizzate, invece, le figure secondarie, un semplicissimo contorno quasi scomodo da gestire all’interno dello svolgimento della trama. Insomma, un primo esperimento cinematografico, per Edgerton, che di certo, come tale, produce alcune perplessità ma che risulta nel complesso interessante e ben costruito.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Weekend, di Andrew Haigh

Dopo ben 5 anni dalla data della sua produzione arriva in Italia “Weekend”, il secondo lungometraggio scritto e diretto dal regista Andrew Haigh. Esce solamente in alcune regioni italiane e in pochi cinema, per l’esattezza ventitré. Il caso CEI Per la Commissione Nazionale Valutazione Film della Conferenza Episcopale Italiana il film si merita gli attributi di Sconsigliato/Non utilizzabile/Scabroso in quanto legato a due sole tematiche: droga e omosessualità. Fingeremo dunque di non conoscere né il nome né la fama di “Trainspotting“, o di “Paura e delirio a Las Vegas“, per citare qualche titolo a caso (Johnny Depp, poi, è davvero un recidivo, visto che successivamente ha recitato anche in “Blow”). Quella della droga, certamente, non è una tematica semplice e comprensibilmente è per molti conturbante. Il realismo in pellicola è per gli stomaci forti, ma soprattutto per chi comprende l’importanza di indagare anche quegli aspetti scomodi della realtà che sarebbe assai peggio ignorare. L’omosessualità L’omosessualità è chiaramente l’ennesimo argomento tabù che non può essere inciso su pellicola. Povera CEI, ai tempi sarà già stato un fallimento non riuscire ad arginare l’erotismo etero riducendolo a una coscia nuda o a una camminata sensuale. Figuriamoci adesso che persino scene di sesso tra due donne e (soprattutto?) tra due uomini finiscono al cinema. Fellatio, masturbazione, coito e post coito. Decisamente scabroso. Alla fine di tutti questi discorsi, forse, potremo realmente parlare del FILM. Weekend, il film di Andrew Haigh Russell e Glen si incontrano in una discoteca, una sera. Si squadrano, come si fa sempre quando ci si piace. Si studiano. Russell non si ritiene all’altezza di Glen. Poi, inaspettatamente, succede. Tracorrono la notte insieme. C’è il caffè preparato la mattina al suo ospite. C’è l’imbarazzo del primo “Ti chiamo dopo”. Ci sono le piccole confessioni sulla propria vita. Sui precedenti rapporti, sulla paura dei tradimenti. C’è una inaspettata ma potente connessione mentale e affettiva tra i due. Certo, ci sono anche gli elementi di “diversità”. Si parla del difficile coming out coi genitori e con il mondo, un mondo giudicante dal quale spesso solo nella solitudine della propria casa Russell riesce a sentirsi al riparo. Ci si bacia all’amabile suono di “Frocio!” urlato da qualche passante. Ci si prende in giro scambiandosi proprio questo epiteto. Perché forse non resta, in questi casi, che riderci amaramente su. Lo spettatore Nel mondo esiste, almeno per l’arte, un residuo di libertà di scelta. Ogni individuo, con la sua sensibilità, ha potuto scegliere se pagare un biglietto per “Weekend” oppure no (sempre se la sua posizione geografica gliel’abbia permesso). Di certo, però, è intuibile come porre a prescindere un veto su un prodotto cinematografico costituisca un atto violante uno dei maggiori diritti artistici e umani. Se oggi, dopo tanto, troppo tempo questo film è uscito nelle sale, è grazie a “45 anni”, pellicola recente e di tutt’altro genere scritta dallo stesso Haigh che ha dato nuova luce al suo operato. Davvero un peccato, considerate le ottime tecniche registiche e di narrazione. Davvero un peccato, considerato che ciò che la […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Remember di Atom Egoyan

Remember: il prologo In una clinica privata gli ebrei Max (Martin Landau) e Zev (Christopher Plummer), due vittime di Auschwitz, si rincontrano dopo molti anni: ormai anziani, il primo è costretto su una sedia a rotelle, il secondo affetto da demenza senile. Un giorno Zev si sveglia sul letto della sua stanza e invoca la sua amata moglie Ruth finché non scopre che è morta già da una settimana. La sua malattia, purtroppo, offusca i suoi ricordi ogni volta che egli si addormenta. Quel giorno, Max lo prende in disparte e gli ricorda della promessa che si fecero prima della scomparsa di Ruth. Zev è confuso e addolorato, ma il suo amico lo rassicura consegnandogli una lettera che, gli dice, contiene ogni indicazione sulla sua storia e la spiegazione di tutti i passaggi che egli dovrà seguire con ordine nel viaggio che dovrà intraprendere di lì a poco. La notte stessa, infatti, Zev parte. La paura non riesce a prendere il sopravvento sulla determinazione: egli deve cercare l’aguzzino che tanti anni prima ha provocato alla sua famiglia e a quella di Max tanto dolore, sterminandole. Tutto ciò che sa, grazie alle ricerche finanziate da Max, è che il loro uomo si è rifugiato in America settant’anni prima sotto il falso nome di Rudy Kurlander, assumendo l’identità di un prigionero. Quattro individui corrrispondono alla descrizione; starà a Zev riconoscere, tra di loro, il carnefice, attraverso un ricordo che eccezionalmente non lo ha abbandonato mai: quello del suo volto. Remember è un film che decide di giocare il gioco delle prospettive Quelle diverse, quelle rovesciate, quelle sempre nuove attraverso cui è ogni volta possibile esaminare un tema tanto pregnante come quello della Shoah. Il film, dell’armeno Atom Egoyan, è stato presentato in concorso alla 72ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Lo stesso titolo appare provocatorio: ricordare. L’idea originale è quella di un thriller avente come protagonista un malandato ottuagenario affetto dal morbo di Alzheimer, del cui passato possiamo solo intuire una tragedia muta, che pure costituisce il movente fondamentale che spinge Zev a una rischiosa ma necessaria Odissea. Egoyan ci introduce nei meandri di una regia costruita su una dinamicità relativa, quella di un anziano in cammino verso la verità, la cui tenacia è tutta basata sulla forza del dolore. Un’esigenza di riscatto che non si spegne né col tempo né con gli acciacchi ma che, come si rivelerà a uno spettatore attonito, non si risolve sempre come ci si aspetterebbe. Un’epifania che si installa sul dubbio, sulla relatività dell’oblio. «Remember parte come un noir etico sul valore della sopravvivenza e della memoria per poi adagiarsi sul significato metaforico e vagamente ombelicale che sfuma la natura imperscrutabile del vero, declinandola come puro espediente narrativo». (F. Pedroni)

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Richard Gere in “Franny”

Il nostro protagonista è un milionario sessantenne di bell’aspetto, è estroverso, impiega la sua ricchezza e tutto il suo tempo per scopi filantropici; percorre le corsie dell’ospedale pediatrico che possiede dispensando saluti e consigli, organizza eventi di beneficenza di grande rilevanza. Franny: una personalità eccentrica e misteriosa. È sempre accompagnato dal suo bastone, residuo permanente di un tragico incidente che lo ha precedentemente coinvolto insieme ai suoi due migliori amici: Mia e Bobby, i brillanti genitori di Puzzola, che a cinque anni dall’evento che l’ha resa orfana decide di tornare a casa, a Philadelphia, con un marito e il pancione. Franny si prepara a riaccoglierla cercando di dismettere il dolore vecchio e pungente che non lo abbandona mai, scostando le tende, accendendosi con un abbigliamento policromatico, accorciandosi la barba e i capelli. Si rimette a nuovo e si dice che forse sarà una svolta anche per lui, dopo un periodo troppo lungo trascorso tra l’assunzione di medicinali e l’affacciarsi puntuale di angosciosi flashback. Gli si presenta in effetti un’occasione ghiotta: Luke, il marito di Puzzola alias Olivia, è un intelligente pediatra che tanto gli ricorda il vecchio amico, e soprattutto questo spingerà Franny a procurare per lui un posto prestigioso nel proprio ospedale, nel consiglio di quest’ultimo nonché un’intera casa in cui creare la sua nuova famiglia. A ciò corrisponderà però una stressante indiscrezione da parte dell’anziano amico di famiglia che, col suo bisogno quasi ossessivo di intervenire su ogni aspetto della vita della neo-coppia, ne mette a dura prova perfino l’affiatamento. Interessante sarà proprio la figura di questo giovane medico, interfaccia del brio spesso eccessivo di Franny, coinvolto con quest’ultimo in un confronto intergenerazionale che segnerà l’emergere delle profonde differenze tra i loro due mondi, e che permetterà allo spettatore di costruire un profilo sempre più dettagliato dei difetti e delle paure che rendono entrambi questi personaggi umani. Uno sposino timoroso di diventar padre insegnerà all’anziano più di quanto quest’ultimo si aspettasse, intuendo il significato redentore celantesi dietro la sua filantropia eccessivamente invadente e la sua incapacità di abbandonare un dolore che lo attanaglia fino a renderlo incapace di dare un senso e un ordine allo stesso. Talvolta non si scappa dalla sofferenza tanto quanto non si riesce a scappare da ogni tipo di dipendenza. E c’è sempre tempo per crescere. Queste sono le considerazioni che Andrew Renzi vuole far emergere attraverso il suo primo film indipendente. Si avvale di un cast scarno ma valido, a partire dall’intramontabile Richard Gere, la cui fisicità molto si presta a una simile interpretazione, e finendo con un sorprendente Theo James, che interpreta un personaggio davvero interessante con una espressività consona ad esprirmerne al massimo le caratteristiche. Alquanto insipida, invece, Dakota Fanning, sicuramente per il suo ruolo alquanto irrisorio e perché è una quiete, quella di Olivia, davvero marginale rispetto alla esuberante personalità di Franny. Pellicola complessivamente soddisfacente, non manca qualche momento di suspance e agitazione che impedisce al film di assumere una tonalità melanconica e piuttosto monotona.

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Il ponte delle spie, di Steven Spielberg

Quando si raccontano storie vere di personalità incredibilmente tenaci e integre è sempre possibile fare un cinema di qualità: occorre tipizzare il personaggio, coglierne dettagliatamente le sfumature e collocarle nel giusto scenario storico che, oltre a produrre nello spettatore un’estrema partecipazione, permette al protagonista della vicenda di assumere quei connotati di realtà che lo rendono, se possibile, ancor più originale e interessante. Simili presupposti sono sicuramente stati rispettati dall’esimio Steven Spielberg nella sua opera ultima (penultima, se si segnala il recentissimo e di tutt’altro genere “The BFG” basato su un romanzo di Roald Dahl), “Il ponte delle spie”, film basato su fatti realmente accaduti che con il corretto grado di realismo e di sarcasmo ci proietta nella dimensione storica della Guerra Fredda. La regia è stata unanimamente acclamata dalla critica, congiuntamente alla sempre esaustiva interpretazione di Tom Hanks, affiancato da un commovente Mark Rylance nei panni di Rudolf Abel, in grado di comunicare (ma anche di non comunicare, lasciandoci uno spiffero di libera interpretazione) con gli sguardi e i silenzi. Brillante e arguto il modo di delineare in pellicola le caratteristiche di ogni personaggio implicato (e ad esserlo erano tanti) in una situazione socio-politica, quella di cui si racconta, ingarbugliata e sempre intrisa di corruzione, interessi personali, relatività. Lasciando il resto a voi e alla vostra curiosità, ecco lo spunto storico da cui “Il ponte delle spie” è tratto Si narra la storia dell’avvocato di Brooklin James B. Donovan (Bronx, 1916 – New York, 1970). Di origini irlandesi, James studia legge ad Harvard e vi si laurea nel 1940. Prima di diventare partner dell’ufficio legale Watters and Donovan, partecipa al processo di Norimberga in Germania nel 1945. Nel 1957 accetta, al contrario di molti avvocati, di difendere la spia sovietica Rudolf Abel, richiesta che gli vien fatta per dimostrare come l’America garantisse “giusti ed equi” processi anche alle presunte spie. Vigeva, infatti, il clima di sospetto tra le potenze americana e sovietica, entrambe in possesso di pericolosissime armi nucleari. Dinnanzi alle palesi ingiustizie compiute dalla corte nel sottoporre a processo Abel, l’avvocato Donovan si ribella riuscendo a portare il caso del suo assistito sino alla Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, dove discute sulla scorrettezza con cui l’FBI si era precedentemente appropriata delle prove contro di lui, pur consapevole di come l’intera nazione avrebbe considerato la sua condotta anti-americana. Pur perdendo, riesce a salvare Abel dalla sedia elettrica e la sua tenacia verrà notata dalla CIA, che nel 1962 lo sceglierà come mediatore neutro per recarsi fino a Berlino (tormentata dalla costruzione del muro e dai rigidi confini istituiti tra Ovest ed Est, rispettivamente in mano alle forze alleate e all’URSS) dove negozierà coi sovietici il rilascio del pilota U-2 americano Francis Gary Powers, considerato a sua volta una spia. Donovan concluderà lo scambio con estremo successo, dando in cambio ai sovietici proprio Rudolf Abel, che una volta in patria riceverà l’Ordine di Lenin e diventerà insegnante alla scuola ufficiale del KGB, e riuscirà ad ottenere un secondo rilascio nella stessa occasione: quello dello […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Hunger Games: the last one

“Benvenuti ai settantaseiesimi Hunger Games”! Gli ultimi… forse. È la resa dei conti: Katniss Everdeen, la ghiandaia imitatrice, costituisce il simbolo della ribellione di tutti i distretti di Panem contro il “cuore” del paese, Capital City. Attraverso dei pass-pro, dei video di promulgazione che incitano ogni cittadino ad abbracciare la rivoluzione, il Distretto 13, sopravvissuto al Presidente Snow e alle insidie di una vita vissuta interamente sotto terra, si munisce di armi e valorosi soldati e organizza la presa di Panem tutta. Dinnanzi a un evento storico di tale portata, in cui suo malgrado si trova non solo coinvolta ma anche ad incarnare uno dei protagonisti, a Katniss non rimane neanche il tempo di pensare a sé. Devastata dagli Hunger Games, non sa più nemmeno cosa importa di quello che resta, quando nonostante i suoi sacrifici ogni persona importante della sua vita continua ad essere in grave pericolo e la tirannia di Snow ha trasformato le persone che ama in un soldato spietato e in un’arma creata per ucciderla.  Quando la posta in gioco è alta, non c’è più differenza tra civili e soldati, tra vittime e carnefici. Il confine tra nemici e alleati è sempre fragile. Il tempo del “Panem et Circenses” è terminato anche per i ricchi abitanti della sfarzosa Capital City, costretti ad abbandonare le periferie circondate dai ribelli e a cercare rifugio presso il palazzo del presidente, che diventerà scenario della resa dei conti. “È la guerra”. Non c’è più spazio per l’amore, per la gioia, se non qualche illusorio sprazzo prima della battaglia. E come in tutte le guerre, chi perde? Come alla fine di tutti gli Hunger Games, esistono vincitori o solamente sopravvissuti? Suzanne Collins ha prodotto un capolavoro fantasy perché il mondo che descrive è tanto surreale quanto effettivamente possibile; la politica del mondo si studia attraverso l’umanità, ed è nei suoi meandri che l’autrice ci introduce, con una sensibilità unica e attenta. “Ma un giorno dovrò spiegare i miei incubi. Perchè sono venuti. E perchè non se ne andranno mai del tutto. Dirò loro come li supero. Dirò loro che, nelle mattine brutte, mi sembra impossibile trarre piacere da qualcosa perchè temo che possano portarmelo via. E che in quei momenti faccio mentalmente un elenco di ogni atto di bontà che ho visto fare. È come un gioco. Ripetitivo. Persino un po’ noioso dopo più di vent’anni. Ma esistono giochi peggiori a cui giocare!” Dopo il primo film di Gary Ross (Pleasantville, Seabiscuit – Un mito senza tempo), a riportare la saga in pellicola è stata la regia di Francis Lawrence (Constantine, Io sono leggenda, Come l’acqua per gli elefanti) che ha prodotto gli ultimi due film di cui l’ultimo, “Hunger Games – Il canto della rivolta” è stato presentato nelle sale di tutto il mondo in due parti distinte (2013 – 2014). Questo spiega la presenza del defunto Philip Seymour Hoffman nel ruolo di Plutarch Heavensbee, all’interno di un cast che vanta la presenza di Julianne Moore, Elizabeth Banks, Woody Harrelson e, tra i […]

... continua la lettura
Culturalmente

Greco e Latino: la scelta classica

“Oramai già è giunta l’ora per me di morire, per voi di vivere. Chi di noi andrà verso miglior destino è ignoto a tutti, tranne che alla divinità” disse Socrate, filosofo greco, prima di divenire immortale. Il tanto temuto Liceo Classico: quello in cui il primo giorno di quarto ginnasio i professori esordiscono con un plateale discorso di benvenuto che tanto richiama il “Per me si va ne la città dolente” dantesco; quello che si inizia con l’alfabeto e gli articoli greci e va a finire negli oscuri meandri dell’aoristo; quello che quando si compra il vocabolario ci si chiede con terrore dove sia la sezione italiano-greco. E poi ci sono le traduzioni. Quella battaglia tra titani, una sfida comunicativa tra due interlocutori, uno appartenente al passato e uno al presente. Emittenti immortali proprio come Socrate, che hanno superato secoli e mutamenti per arrivare ai loro eredi con i loro scritti, dalle complesse strutture celanti infiniti significati. Perché disporsi dinnanzi a un testo redatto in greco o latino significa molte cose: è studio attento dei costrutti, delle strutture logico-grammaticali; è collegamento storico-sociologico col contesto d’appartenenza; è attualizzazione e riflessione critica sui contenuti. Greco e latino nella seconda prova della maturità Eppure, secondo lo studioso Maurizio Bettini, insegnante di Filologia classica all’università di Siena e studioso di greco e latino, «la seconda prova della maturità classica continua a presupporre che “sapere” il latino o il greco significhi solo non fare troppi errori, di sintassi o di grammatica, quando si mette in italiano un brano di Seneca o di Senofonte. E tutto ciò avviene al termine di un corso di studi non concepito per insegnare lingue, ma per aprire più vasti e generali orizzonti di cultura». La seconda prova della maturità andrebbe, dunque, riformata secondo una visione delle lingue antiche meno tecnica e più coerente con l’aspetto umanistico. Non è scorretto pensare a prove che non vogliano essere tout-court più elementari, bensì più adeguate all’idea di approccio “globale” al testo e al contesto, che la pratica educativa e didattica hanno spesso suggerito. Quello che però Paola Mastrocola teme, come scrive commentando l’articolo di Bettini, è che optare per una simile soluzione derivi dal timore, da parte di insegnanti ed educatori, “della dispersione scolastica, della crisi del liceo classico, di non motivare abbastanza”. Per queste nostre paure “snaturiamo la scuola, ci mettiamo a rincorrere l’utenza, a blandire le sue debolezze“. E giustifichiamo, quasi, il fatto che la versione della seconda prova venga tradotta con l’ausilio di Internet. “Credo che dovremmo avere il coraggio di essere meno attraenti, e tornare ad avere l’umiltà di insegnare le cose basilari, senza fronzoli. Abbiamo il dovere dell’umiltà. Il panorama si conquista poi. Dobbiamo dare ai ragazzi l’idea di una costruzione, che si fa col tempo: l’idea di una pazienza”.  Riflessione da considerare opportuna dinnanzi a una generazione spesso svogliata, avvantaggiata dalla tecnologia e dal sapere quasi infinito del web. Ben distante da quella dei racconti dei nostri nonni e zii, di quando il Liceo Classico era una vera e propria sfida e […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

The lobster, l’aragosta

In un futuro distopico, o in una realtà alternativa, David (Colin Farrell) fa parte di un mondo in cui non c’è spazio per la vita da single. La separazione con la moglie coinciderà dunque con un trasferimento obbligatorio dalla Città presso un hotel, anzi l’Hotel, in cui celibi e nubili sono radunati ciascuno per un massimo di quarantacinque giorni. Lo scopo è quello di conoscere all’interno della struttura la propria anima gemella. Eppure le compatibilità devono essere cercate senza che nulla permetta di esprimere la propria personalità. A tutti sono forniti esattamente gli stessi indumenti; ci sono attività organizzate e coprifuoco, gli sport per single e gli sport per le neo-coppie. Ci sono punizioni severe per chi viola le regole. Si può mandar via il timore per i giorni che passano conquistandone altri, grazie alla cattura dei cosiddetti “solitari”, che vivono nei boschi e che rifiutano di obbedire al folle obbligo del matrimonio. Ogni solitario catturato produce un plus di 24 ore di permanenza in hotel. Al termine di tutti i giorni disponibili, chi non è stato fortunato nella sua ricerca dell’”amore” è destinato ad essere trasformato in un animale. A sua scelta, per lo meno. David, eventualmente, opterebbe per l’aragosta. Il suo è un personaggio bizzarro, a tratti esilarante. È spento, banale, nulla risalta della sua personalità annegata, diluita dentro un regime autoritario. Il suo tentativo di instaurare una relazione all’interno della microsocietà dell’Hotel fallisce miseramente e lo spinge a fuggire nei boschi. Dove troverà nient’altro che un nuovo mondo di proibizioni e sanzioni, che spaccia la libertà per una diversa forma di dittatura. L’affetto sincero (“reale”) sembrerà essere l’unica potenzialità per esprimersi e vivere davvero: questa pellicola ci offre la storia d’amore più strana di tutti i tempi. A tal proposito, meravigliosa l’interpretazione di Rachel Weisz. “The Lobster” Primo film in lingua inglese scritto e diretto da Yorgos Lanthimos. Le riprese sono state svolte tra Dublino e l’Irlanda, in particolare nella Contea di Kerry. Oppure in una realtà onirica e a tratti spaventosa, come la paura che può fare tutto ciò che risulta, alla luce delle nostre categorizzazioni, impossibile e inaccettabile. Quella che spesso accompagna la visione di “The lobster” è una risata di sconcerto derivante dalla consapevolezza di come lo spazio per l’affettività e i sentimenti in generale sia praticamente inesistente per due terzi del film. Nessuna identità è connotata positivamente, nessuna è rappresentata per ciò che la rende unica o umana perché il principio della società immaginata da Lanthimos è l’uguaglianza. Ma un’uguaglianza intossicante, fasulla. L’amore si cerca attraverso punti di contatto banali eppure vissuti come fondamentalmente necessari. Non si riescono a prendere posizioni, non ci sono sprazzi di originale espressività; sono ben pochi i nomi dei personaggi che vengono resi noti. Una realtà sociale, che costringe a “essere” in un determinato modo, non permette a nessuno di essere amato. Nemmeno dallo spettatore. È, questa, un’opera dalla forte connotazione grottesca, che offre una nuova modalità di narrazione, di far cinema. Si sta sempre in precario equilibrio, nel limbo […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Suburra, di Stefano Sollima

Suburra: nome proprio (latino Subura o Suburra, di etimo ignoto) di una zona di Roma antica compresa tra i colli Quirinale, Viminale, Celio e Oppio, che alla fine della Res publica era diventata un quartiere popolare di piccoli commercianti, gente di malaffare e sede di postriboli; di qui la parola è passata, in usi letterari o elevati, a indicare i quartieri più malfamati di qualsiasi grande città e la gente che vi abita: “alla libidine atroce Ogni strada era suburra ” (D’Annunzio). Il film di Sollima inizia con un countdown: manca una settimana all’Apocalisse, prevista per l’uggioso 12 novembre 2011, data che, storicamente, corrisponde alla caduta di Silvio Berlusconi (che eppure non viene nemmeno citato per l’intera durata della pellicola) e che, nonostante l’inesattezza, viene fatta coincidere anche con il giorno delle dimissioni di Papa Ratzinger, avvenute in realtà l’11 febbraio 2013. “Roma, dodici novembre 2011, ore 21.42, palazzo del Quirinale: Silvio Berlusconi non è più il presidente del Consiglio. Ha consegnato le sue dimissioni nelle mani del capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Un atto formale che segna al tempo stesso la fine del berlusconismo (18 anni), dell’esperienza governativa più longeva dal secondo dopoguerra ad oggi (1284 giorni) e, soprattutto, della Seconda Repubblica. Al Colle si lavora in silenzio. Fuori è il tripudio.” Così scrisse ai tempi il giornalista Pierluigi Giordano Cardone su Il fatto quotidiano.  “Suburra”, di Stefano Sollima, ispirato al romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, diventa una sorta di documentario romanzato di quei momenti, di quella “Apocalisse” italiana e non solo. Non ci fornisce suggestioni sulla rinascita dalle macerie di un mondo appena arso, ma ci descrive con tutti i pregi di un italianissimo noir la disfatta – politica, religiosa, morale. Disfatta che si prospetta come un epilogo, inesorabile ed inevitabile. Scriverà Massimo Recalcati: “Il carattere epocale di una figura come quella di Silvio Berlusconi non consiste nell’azione di governo che ha caratterizzato la sua missione politica, ma nel come la sua persona abbia suggellato paradigmaticamente l’equivalenza ipermoderna tra Legge e godimento. Non solo i suoi cosiddetti comportamenti privati  ma, in modo assai più emblematico, la sua stessa azione legislativa (vedi, per esempio, le cosiddette leggi ad personam) svelano come il massimo rappresentante della vita dello Stato miri alla realizzazione del proprio godimento situato non come capriccio estemporaneo ma come il diritto inscritto nella funzione istituzionale che egli ricopre.” La morte dei Padri La caduta del Presidente del Consiglio, la caduta del Papa, sono i maggiori esempi dell’evaporazione della figura del Padre in epoca ipermoderna. Una figura che non costituisce più un limite al godimento (come “il volto ancora rassicurante dei Padri della Prima repubblica”), ma che del godimento fa un esercizio illimitato. Filippo Malgradi (Pierfrancesco Favino), uno dei personaggi di “Suburra”, è un politico corrotto, coinvolto nei giri della droga e della prostituzione. Si comporta esattamente come un “piccolo Berlusconi”, incarna la civiltà del vuoto e della lussuria, le sue azioni sono rette dalla convinzione di liberazione promessa dal discorso del capitalista. Se la nostra è l’epoca del tramonto del […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

L’attesa, il primo film di Piero Messina

Sicilia. Un funerale. Un aeroporto alle pendici dell’Etna. Una antica villa di campagna che ospita la proprietaria, Anna e Pietro, il suo tuttofare. Improvvisamente, una delicata ragazza francese giunge in paese. È stata invitata a trascorrere lì le vacanze dal fidanzato: Giuseppe, il figlio di Anna. La quale non è nemmeno in grado di accoglierla, afflitta da un lutto profondo e impronunciabile. Quando riesce a farsi forza e ad accogliere l’ospite, le dice che Giuseppe sarà di ritorno in tempo per festeggiare la Pasqua. Eppure lui non risponde nemmeno ai suoi messaggi in segreteria. Jeanne lo aspetta, confusa. Si interroga, si guarda intorno. Nell’immensa solitudine della villa c’è solo Anna a smorzarne il silenzio, ma non sa farlo se non con altri vuoti di parole, di significato. C’è come un non detto che aleggia nelle stanze che le accolgono, e nelle quali iniziano a condividere pasti, e poi racconti, piccole confessioni. Pian piano, è come se l’una leggesse di Giuseppe negli occhi dell’altra; lo rappresentano, lo mettono in scena attraverso i ricordi. Quando era lontano io dicevo:«Se in questo momento mi pensa , io sono viva per lui». E questo mi sosteneva, mi confortava nella mia solitudine. […] Ma sì che egli è vivo per me, vivo di tutta la vita che io gli ho sempre data: la mia, la mia; non la sua che io non so! L. Pirandello, La vita che ti diedi In fondo cosa è un essere umano, se non una serie di rappresentazioni? William James, psicologo e filosofo statunitense, diceva che di ogni uomo esistono “tanti Selves sociali quanti sono gli individui che lo conoscono e portano nella loro mente un’immagine di lui”. Luigi Pirandello, nel suo sovracitato dramma, parla di una donna divorziata che ha visto il figlio partire senza vederlo tornare se non dopo sette anni. Durante i quali il suo amore di mamma si è nutrito semplicemente del ricordo, di una memoria che col tempo si è trasfigurata, fino al punto che il prodotto dell’immaginazione materna ha in qualche modo dato nuovamente alla luce suo figlio. Un Giuseppe presentificato, incarnato da una fantasia da lei nutrita nel corso degli anni. Un Giuseppe ormai diverso da quello reale che sarebbe potuto tornare a trovarla. Piero Messina sceglie proprio di fare riferimento a questa profonda tematica per la sua opera prima. Sceglie di narrare di Anna, una donna che è madre anche quando (soprattutto quando) l’oggetto del suo profondo amore è assente. Fino al punto da farci dubitare che esso sia reale. O che il reale non sia, infine, ben diverso dalla verità che lei si rappresenta. “L’attesa” di Piero Messina è il racconto di un silenzio gravido di interrogativi, una taciturnità di parole e immagini. Una fotografia e una tecnica di ripresa di sorrentiniana memoria accentuano la sacralità dei dettagli, vi si soffermano a lungo da prospettive geniali, alla ricerca di quei punti magici in cui la luce e l’ombra si scontrano, infrangendo la geometria degli spazi, spezzando i volti. L’atmosfera lugubre dell’incipit è […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Quando c’era Marnie: tra testamento e innovazione dello Studio Ghibli

Quando c’era Marnie: Anna Anna è una ragazzina di Sapporo, taciturna e solitaria. Vive con la sua apprensiva “zietta”, la madre adottiva Yoriko, il cui ruolo affettivo nei confronti di Anna risulta essere ambiguamente delineato sin dall’inizio; del padre adottivo si conosce solo il volto, ritratto nelle foto di famiglia, e si viene a sapere che si trova spesso fuori casa per lavoro. Anna è diversa dalle altre, a partire dal colore dei suoi occhi e dei suoi capelli. È un’ottima disegnatrice: i suoi lavori sono caratterizzati da tratti delicati ma angoscianti. Soffre di asma, il che la fa sentire ancora più distante dal mondo che ritrae, dalle coetanee come dai suoi tutori. Eppure il suo desiderio più grande è “che ogni giorno possa trascorrere normale”. L’Hokkaido Perché la bambina respiri dell’aria salubre, come consigliato dal medico, Yoriko decide di farle trascorrere del tempo in un villaggio dell’Hokkaido orientale, presso una coppia di suoi parenti. I paesaggi dell’Hokkaido sono incantevoli, Anna sembra rigenerarsi sin dall’arrivo nella nuova casa, quando dal suo piccolo terrazzo scopre di poter ammirare una distesa di verde lussureggiante che incornicia il luccicante blu cobalto di un lago. Libera di esplorare un mondo così in sintonia con la sua personalità, fa l’incontro di personaggi austeri che comunicano con la grazia del silenzio, come le onde che rimangono immobili fino al crepuscolo. Quando il sole si rispecchia tra i flutti e inizia a scomparire, il lago si gonfia come l’angosciato cuore della bambina. Arriva l’alta marea e ill suo mondo si agita, diventa irrequieto, Anna torna a porsi le sue domande e anela a scoprire il segreto che l’attrae dal primo giorno, quello nascosto nella magnifica villa che si trova aldilà dell’acquitrino, la cui immagine sinistra sembra rispecchiare lo stile degli schizzi sul suo blocco da disegno. Marnie dello  Studio Ghibli Marnie è l’abitante della villa, vive lì con i genitori, la tutrice e due cameriere gemelle. È bella, aggraziata ed estroversa e, incredibilmente, sembra amare la compagnia di Anna, mascolina e scontrosa, che invece si detesta. Sembra provenire da un altro mondo, è ancora più diversa dagli altri, l’azzurro dei suoi occhi è solo di qualche tonalità più chiara rispetto a quelli di Anna. La loro amicizia diventa il loro segreto condiviso, la gioia degli incontri è indescrivibile, si prova la sensazione di assistere alla nascita di una relazione di tipo amoroso. Eppure tutto ciò che riguarda Marnie è misterioso e confuso, e condurrà Anna ad una ricerca dentro e fuori di sé che lascerà tracce indelebili nella sua anima. Lo Studio Ghibli: Marnie dei ricordi Quello che non si spera essere realmente il film testamento dello Studio Ghibli, è orfano di entrambi i padri: i fondatori Miyazaki e Takahata (il primo dei quali annunciò il suo ritiro già nel settembre 2013) non hanno contribuito alla sua realizzazione. “Marnie dei ricordi”, questo il titolo originale, è una trasposizione del romanzo della britannica Joan G. Robinson ed è stato diretto da Hiromasa Yonebayashi. A tal proposito è interessante notare […]

... continua la lettura
Culturalmente

Vittoria, Franco Battiato e la Cultura

Di recente, sui canali nazionali, è stato trasmesso uno spot che promuoveva le bellezze di Vittoria, città dalla vocazione vinicola facente parte della provincia di Ragusa. Per il suo carattere di modernità, essa non è ricchissima di monumenti artistici di grande rilievo, ma ciò che la rende caratteristica sono i numerosi edifici caratterizzati da una grande varietà di stili, in particolare Liberty e Art Decò. Tra gli elementi architettonici più rilevanti del centro storico, in Piazza del Popolo è possibile ammirare il Teatro Comunale Vittoria Colonna e la Chiesa di Santa Maria delle Grazie, che sorge esattamente a fianco del Teatro e congiuntamente al quale costituisce una piacevole cornice. Nella serata tipicamente mediterranea del 29 Luglio 2015, la piazza ha ospitato un ampio palco e un elevatissimo numero di abitanti e ospiti, accorsi per l’unica tappa in Sicilia di Franco Battiato, impegnato in uno Short Summer Tour che è iniziato il 23 Giugno a Milano e che si concluderà a Settembre nientemeno che a Madrid. Il Maestro è stato accolto se possibile con maggiore affetto da una piazza gremita di gente grazie, anche, all’intervento del Comune di Vittoria che ha reso tutto questo possibile offrendo alla popolazione un concerto totalmente gratuito. È opportuno soffermarsi un attimo su questo aspetto, se si considera che quasi la totalità delle date del tour prevedono, per la partecipazione, l’acquisto di biglietti non propriamente economici, e se si pensa che Vittoria non sia di certo uno dei luoghi italiani (e siciliani) più conosciuti. Non sono comunque mancate le polemiche, per l’esosa cifra sborsata per l’evento, ma a tal proposito appare rilevante la controrisposta dell’assessore alla cultura Bonetta che così si era espresso sull’argomento in un comunicato stampa: “[…] Facciamo un po’ di conti. […] Il cachet, come dire la somma a fondo perduto, supera di poco le 30 mila euro. Attorno alla stessa cifra sono i costi di produzione, a cui si aggiunge quello dell’assicurazione di 1500 euro. Essendo l’unico concerto annuale che Battiato svolge in Sicilia, è calcolabile che ci possa essere un consistente afflusso extraprovinciale di pubblico, valutabile anche intorno alle 10 mila unità. A voler essere pessimisti non potrà esserci, comunque, una presenza di spettatori inferiore a 5 mila. […] Il concerto non è però importante soltanto per i suoi risvolti economici. È l’opportunità giusta, per l’unicità dell’evento, per partecipare da protagonisti ad un processo non solo artistico, ma anche culturale che Battiato sta portando avanti nell’elaborazione d’identità culturali nuove, ove l’interazione di linguaggi musicali è prodromica ai processi inclusivi e transnazionali che vivono le giovani generazioni.“ Quella di un Comune che decide di puntare sull’arte, nonostante i tempi attuali sembrino pretendere che ogni fondo venga impiegato esclusivamente per problemi più tangibili e questioni pragmatiche, potrebbe sembrare una follia o una scelta coerente con le nostre origini fortemente culturali. Viene l’amaro in bocca al pensiero di come all’estero i musicisti riescano a costruire intere carriere sulla loro passione mentre in un’Italia sempre più povera e piatta c’è ben poco spazio per simili investimenti. L’Ensemble Symphony […]

... continua la lettura
Cinema e Serie tv

Spy, la commedia di Paul Feig

Tra feste di compleanno nell’orario di servizio, pipistrelli e topi, la vita negli uffici degli analisti della CIA non è molto più semplice di quella degli agenti speciali che, in prima linea, rischiano le penne durante le loro missioni. Susan Cooper, alle prese con le più innovative apparecchiature tecnologiche dalla sua assai poco eccitante postazione, segue il “perfetto” e attraente collega Bradley Fine (cognome affatto casuale) durante le sue missioni, segnalandogli passo per passo eventuali pericoli e pilotandone i movimenti. Se non fosse che, nel corso di una delle operazioni, si verificano delle anomalie nel collegamento tra i due e Bradley viene assassinato. Improvvisamente, Susan si rivela essere l’unico agente idoneo alla missione che ha portato alla scomparsa del collega, proprio perché la sua anonima condotta non desterebbe sospetti nei criminali coinvolti nella vicenda. C’è sempre posto, nelle commedie d’azione, per l’eroe goffo e inaspettato che, proprio perché tale, riesce a sorprenderci. Se il Johnny English di Rowan Atkinson aveva dalla sua unicamente la fortuna, possiamo almeno dire che la protagonista scelta da Paul Feig si era rivelata in passato la prima della classe in informatica e incredibilmente agile nelle prove fisiche. Inoltre, è una donna. Paul Feig sceglie Melissa McCarthy L’eroina di “Spy” è la sorniona e vitale Melissa McCarthy che troppo poco, forse, riesce a costruire un’immagine di sé diversa da quella della grassottella, rubiconda Sooki di “Una mamma per amica”. La sua figura, quasi a contrasto con quella bellissima di Bradley (alias Jude Law) e affiancata da una sorta di amica gemella, sciatta e decisamente fuori dalle righe, sembra rappresentare il gruppo di “invisibili” nel mondo dei belli e potenti; a poco serve, per riscattarla, che venga rispettato lo stereotipo che la vuole, se non affascinante, per lo meno intelligente. La commedia riesce facilmente dinnanzi a scontri a colpi di baguette e padelle, a inseguimenti folli in giro per la città e alle assurde identità fittizie (parrucche e t-shirt esilaranti comprese) assegnate dalla CIA alla povera Susan, la cui parola vale talmente poco da non consentirle nemmeno di rifiutare che come falso nome le venga assegnato quello di una bulletta che l’aveva importunata da ragazzina. Mettersi in gioco, entrare finalmente nel vivo dell’azione le permetterà di rendere la sua vita eccitante come sperava accadesse una volta scambiato il suo posto di insegnante con quello di agente dell’Intelligence, dieci anni prima: non la fermeranno nemmeno il suo discutibile equipaggiamento né gli squinternati colleghi che troverà al suo fianco. Nel mondo dei criminali come in quello dei servizi segreti nessuno è amico di nessuno, la verità sembra non essere mai scontata e la fiducia è spesso mal riposta; la nostra protagonista ci fa interrogare anche sullo spessore dei “buoni”, ruolo incarnato proprio da coloro che non l’hanno mai elogiata o premiata per il suo prezioso lavoro, nemmeno con un aumento di stipendio. In tale visione è encomiabile chi riesce a difendere le proprie libertà e personalità unica, imparando per una volta a fare di testa propria scegliendo da che parte […]

... continua la lettura
Attualità

Ho paura. Sono razzista?

Mattinata afosa, a Caserta. Sono le dieci di una mattina di Luglio e la città è un viavai di vite che sfrecciano le une accanto alle altre, immerse nelle proprie urgenze. Siamo alla stazione. Per chi non conoscesse la topografia del luogo, quella di Caserta è una piccola stazione, affollata, confusa e malgestita, umiliata nella sua piccolezza dal monumento settecentesco che si impone, nella sua maestosità, all’occhio di chi ne varchi la soglia e desideri addentrarsi in città. Una cartolina. La Reggia di Caserta, avvolta nel perenne telo di ferro delle impalcature che ne deturpano la facciata, tutto vede e tutto sa di quel microcosmo che brulica ai suoi piedi, come gli occhi del Dr. T. J. Eckleburg ne Il Grande Gatsby. Questo giudice antico, drago dormiente al cospetto di un incantesimo di degrado, tutti i giorni vede affastellarsi lungo il viale principale di Piazza Carlo III una folla di venditori ambulanti, questuanti, che arrivano dalla stazione – o dai bassifondi del parcheggio sotterraneo – e colonizzano quel suolo di cianfrusaglie la cui vendita è affatto conforme alle leggi italiane. Spettacolo ordinario, per chi a Caserta risiede. Ordinario nello straordinario è anche che quella piazza, la più grande d’Europa, è da mesi – nei sentieri laterali, dove il prato è più incolto e l’occhio non può sapere cosa si nasconda dietro le sparute siepi – sito di bivacco per una popolazione infelice che vive ai margini della società e della legalità. È il segreto di Pulcinella, che tutti sanno ma che molti fanno finta di non conoscere o, almeno ci provano. Ci provano perché non è facile condividere il tempo e lo spazio con altre persone che non rispettano il tuo tempo e il tuo spazio, soprattutto quello fisico. Quando ti vengono quasi addosso, schiantando le loro mani contro il tuo corpo, per chiederti l’obolo. L’euro da donare al “povero affamato” che non chiede, ma pretende. Oppure quando ti piazzano fra le mani o sul tavolo del bar un artefatto, un oggetto, una chincaglieria da acquistare a poco prezzo, offerta con insistenza. Si cerca di dimenticare o far finta di nulla perché si conoscono storie, molto spesso tragiche, di queste persone e di quegli occhi e quelle mani che hanno davvero patito la fame attraversando un mare di disperazione per arrivare fino a qui. A chiedere. E non trovare. Epokè. Sospensione del giudizio. Fabrizio Gatti nella sua inchiesta per l’Espresso del 2005 ci racconta di un’Italia che non sa accogliere l’orda di disperati che fuggono in cerca di un futuro migliore. Infiltratosi in qualità di profugo, narra di come alcune guardie maltrattino gli accolti e di quali siano le condizioni del Centro in cui tanta umanità viene smerciata a ritmi compulsivi. E di come sia facile passare per profugo in un’Italia che non è capace di dare un cognome e un nome a un uomo che non sia nato qui e che venga dal mare. Questa è la questione che credo riguardi noi tutti: in Italia è possibile non essere […]

... continua la lettura