Il mio nome è Khan (film) | Recensione

Il mio nome è Khan (film) | Recensione

Il mio nome è Khan è un film del 2010 diretto dal regista indiano Karan Johar, che vede nei ruoli principali due grandi star di Bollywood, le quali hanno lavorato più volte come co-protagonisti: Kajol Devgan, nel ruolo di Mandira, e Shah Rukh Khan, soprannominato il re di Bollywood, nel ruolo di Rizwan Khan. Nonostante si tratti di un film bollywoodiano, le consuete danze, canzoni e storie d’amore indiane non sono il centro della narrazione, bensì fanno da cornice a tematiche di tipo sociale, politico e razziale.

Le tematiche su cui si focalizza Il mio nome è Khan sono: la sindrome di Asperger, i conflitti tra indù e musulmani e l’attentato alle Torri Gemelle; tutte riconducibili ad un’unica tematica: quella del razzismo. Vediamole insieme!

La sindrome di Asperger

«Ricordati sempre una cosa. Al mondo esistono due categorie di persone: quelle buone, che fanno cose buone, e quelle cattive, che fanno cose cattive. Questa è l’unica differenza che c’è tra le persone. Capito?»

1983: gli indù sono in guerra contro i musulmani, e queste sono le parole che la madre del piccolo Rizwan Khan gli rivolge nel tentativo di spiegare al suo bizzarro figlio che non c’è alcuna differenza tra indù e musulmani. Questa è l’unica. Khan è un ragazzino intelligente, ma ha paura delle persone, dei posti nuovi, del giallo e dei rumori forti. Ha difficoltà ad esprimere i suoi sentimenti con le parole e tende a ripetere in loop quelle che sembrano colpirlo in maniera particolare; non ama il contatto fisico e prende alla lettera tutto ciò che gli viene detto, non riuscendo ad afferrare alcun senso dell’umorismo. Il mio nome è Khan all’inizio ci mostra una Mumbai arretrata, povera, ignorante e indelicata di fronte al diverso, nessuno capisce perché Rizwan si comporti così, motivo per cui viene continuamente maltrattato sia a scuola che dagli sconosciuti, fino a quando un giorno, dopo la morte della madre, Khan lascerà l’India per raggiungere il fratello in America, dove sua cognata, che ha studiato psicologia, riuscirà a dare un nome a tutto questo: sindrome di Asperger

Indù e musulmani

L’intelligenza, la tenerezza, l’ingenuità, la caparbietà e la goffaggine di Riswan Khan tendono prima a stranire, poi a conquistare chiunque gli stia accanto per più di 5 minuti, ed è proprio quanto accade alla bella Mandira, una mamma single di cui Khan si innamora a prima vista e che, grazie al suo corteggiamento stravagante e ad un’insolita scommessa, riuscirà a sposare. Il mio nome è Khan ci mostra sia il lato romantico che quello comico di una relazione d’amore in cui uno dei due partner è autistico, così come ci mostra anche il suo lato tragico, attribuibile al fatto che il fratello di Rizswan, diversamente da sua moglie, unica tra i due a partecipare alle loro nozze, non riesca ad accettare che suo fratello, in quanto musulmano, abbia deciso di sposare una donna indù. Khan, però, non ha dimenticato le parole della madre che, nonostante la sua dipartita, continuano ad echeggiare nel suo cuore.

11 settembre 2001

«Basta. Non metterlo più. Allah capirà. Questa gente no. Non capirà mai» dice il fratello di Rizwan a sua moglie, riferendosi al velo che alcuni studenti le hanno strappato dal capo cogliendola di spalle, per poi scappare. Il mio nome è Khan ci mostra come l’attentato alle Torri Gemelle abbia totalmente stravolto la considerazione che gli occidentali avevano dei musulmani, i quali iniziano a subire attacchi xenofobi da parte di alcuni americani, una sorta di persecuzione motivata da un’islamofobia che costringe molti di loro a cambiare nome, mentre le donne vivono nel terrore di mostrarsi in pubblico con il velo. Se da un lato tutto questo spinge i due fratelli Khan a riavvicinarsi, dall’altro provoca un’enorme faglia nel rapporto tra Rizwan e Mandira. Un nuovo elemento tragico si aggiunge al loro matrimonio: la perdita del figlio di lei, che viene bullizzato fino alla morte dai suoi compagni di scuola per il solo fatto di aver acquisito il nome Khan, che a quanto pare lo renderebbe un terrorista. Mandira non riesce più a guardare negli occhi Rizwan, sente di essere responsabile della morte di suo figlio soltanto per aver sposato un musulmano, così, in preda alla disperazione, gli chiede di sparire dalla sua vita e di ritornare soltanto quando avrà detto al presidente e all’America intera che il suo nome è Khan e non è un terrorista. Khan non riesce a capirla, perché per lui non è una brutta cosa essere un musulmano, o almeno è ciò che gli ha insegnato sua madre, e la sindrome di Asperger non lo aiuta di certo a cogliere l’amaro sarcasmo nascosto dietro le parole di sua moglie, motivo per cui decide di esaudirla, intraprendendo un viaggio che li vedrà separati per circa 6 mesi. Riuscirà Khan ad incontrare il presidente degli Stati Uniti d’America? Mandira lo farà entrare di nuovo nella sua vita? Per scoprirlo, non ti resta che guardare Il mio nome è Khan.

Buona visione.

Fonte immagine: Badflix.it

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