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Divinità indiane: le sei fondamentali

Divinità indiane: le sei fondamentali

Un viaggio tra le divinità indiane più importanti: ecco la nostra top 6!

La civiltà indiana è stata, da sempre, culla di un dinamismo religioso che ha visto susseguirsi varie fedi e nascere quattro tra le religioni maggiori del mondo: l’antica fede vedica, sviluppatasi all’incirca tra il 1.750 e il 500 a.C., l’Induismo, diffuso tra l’80,5% della popolazione, il Buddhismo fondato da Gautama Buddha, professato dallo 0,9%, il contemporaneo Giainismo, dallo 0,4% l’Islam, osservato dal 13,4% degli abitanti, il Cristianesimo, dal 2,3%. Sono presenti anche il Sikhismo, nato nel XV secolo da una commistione di insegnamenti islamici e induisti e osservato dall’1,9% e numerose tradizioni tribali minori, come quelle Santal, il Sanamahismo, quelle Adivasi , forme di animismo;  il mazdeismo (o zoroastrismo) e l’ebraismo.

L’induismo, maggiore credo in India, si configura come un culto politeista, erede di tradizioni tra loro diverse che si sono evolute e legate tra loro, in cui non è presente una gerarchia tra le divinità indiane, né vi è l’obbligo di fare determinate professioni di fede. Tra i principali numi, comunque, appaiono imprescindibili quelli che costituiscono la “trinità induista” della Trimurti, la triplice forma dell’Essere Supremo, composta da Brahmā, Viṣṇu e Śiva.

Divinità indiane: la Trimurti

Brahma

Tra le divinità indiane, Brahma (Brahmā) rappresenta il primo essere che viene creato in un nuovo ciclo cosmico (kalpa). Si tratta, quindi, dell’architetto dell’universo, uno dei cosiddetti “aspetti di Dio”, il padre di tutti gli esseri: all’interno della Trimurti è, infatti, considerato spesso come la prima Persona, il Creatore.

Talvolta si confonde con il quasi omonimo Brahman, con cui viene identificato l’infinito, la realtà trascendente, l’Origine divina di tutti gli esseri: Brahma si configura solo come un agente di Brahman.

Questa divinità è generalmente rappresentata con quattro teste, quattro braccia e quattro gambe. Ognuna delle teste recita uno dei quattro Veda, antichissimi testi sacri da cui ha avuto origine l’induismo. Nelle mani regge un bicchiere d’acqua, per dare origine alla vita, un rosario, per indicare lo scorrere del tempo, il testo dei Veda e un fiore di loto.

A differenza delle altre divinità indiane della Trimurti, a Brahma non viene riservato un culto specifico, perché il fedele dovrebbe liberarsi dal mondo materiale da lui creato. Leggenda, poi, vuole che, come riportato nello Skanda Purāṇa (I, 1,1 6 e III 2, 9,15), egli avrebbe mentito nel sostenere di aver raggiunto la cima del linga, (Assoluto trascendente senza principio né fine o Brahman).

Shiva

Shiva (Śiva) è il terzo componente della Trimurti, all’interno della quale è conosciuto sia come Distruttore che come Creatore.

La devozione verso questo nume è talmente sentita e radicata che esiste anche una confessione monoteista che lo riconosce come unico dio tra le divinità indiane, lo Shivaismo.

Shiva significa “il buono” o “il generoso” e questa divinità sembra avere la capacità di distruggere il male e i peccati, agendo soprattutto tramite il terzo occhio, quello della saggezza, attraverso cui vede al di là dell’apparenza. Altri epiteti con cui è invocato,  Śankara e Śambhu, significano benefico/bene augurale, mentre Ashutosh significa colui che trova piacere dalle piccole offerte, oppure colui che dà molto in cambio di piccole offerte.

Nelle varie rappresentazioni di Shiva, vicino al terzo occhio c’è una luna crescente, ad indicare che egli possiede il potere di procreazione, di distruzione e di controllo sul tempo. Dalla sua testa sprizza dell’acqua, simbolo del Gange, il fiume sacro.

La tradizione riporta che Shiva (consapevole che il Gange, nella sua potenza, avrebbe distrutto la Terra) permise solo ad una piccola parte del grande fiume di zampillare dalla sua testa, per attraversare la Terra e portare acqua purificatrice agli esseri umani. I suoi capelli arruffati, (Juta Jata), indicano il suo legame col vento, (Vayu), e quindi col soffio vitale che dà vita a tutti gli esseri. Intorno al collo ha un cobra, che, secondo la tradizione, gli fu legato dalla moglie Parvati, per impedire che Shiva si avvelenasse con il veleno Halahala, ingoiato per evitare che questo contaminasse l’universo. Il cobra mortale designa Shiva quale vincitore della morte e rappresenta anche l’energia dormiente, (Kundalini). Il suo corpo è cosparso di ceneri funerarie, (bhasma), che simboleggiano  purezza e distruzione del falso. Indossa pelle di cervo, che rappresenta il moto frenetico e incessante della mente e quindi indica come Shiva controlli perfettamente la mente, quella di tigre, che simboleggia l’ego e la lussuria, e quella di elefante, che rappresenta l’orgoglio, vinti dal nume. In una mano regge il Tridente a tre punte, (Trishula), che indica le tre funzioni della Trimurti, (creazione, preservazione e distruzione), e, tenendolo nella mano, Shiva ricorda che tutti e tre questi attributi gli sono propri, mentre come arma, il tridente punisce i malvagi. Le tre punte del tridente rappresentano il controllo di Shiva su passato, presente e futuro. In un’altra mano tiene il tamburo (detto damaru), l’origine della parola universale ॐ, simbolo del suono stesso e fonte di tutte le lingue e di tutte le espressioni.

Visnu

Seconda Persona della Trimurti è Vishnu, o Viṣṇu. Nella triade egli è il Ricostruttore o il Conservatore. Tra le divinità indiane, è considerato Totalità, sheshin, perché onnicomprensivo di tutte le anime, Anima Suprema, purushamahä purusha o paramätma, e Bhagavat, Gloria Divina.

È oggetto, come Shiva, di una delle confessioni devozionali monoteiste contemporanee: il Vaiṣṇavismo.

Le qualità principali di Vishnu sono l’onniscienza, o jñäna, l’autorevolezza, aishvarya, la potenza, shakti, l’energia, bala, l’immutabilità, vërya, e la lucentezza, tèjas. Spesso viene identificato con le sue incarnazioni Krishna e Rama.

Indossa una corona, perché Signore dei mondi, ed ha quattro braccia, in ognuna delle quali regge una ruota, che indica il Sole e la protezione; una mazza, riproposizione dello strumento con cui uccise un demone; una conchiglia, soffiando dentro alla quale fa fuggire i demoni; un fiore di loto.

Altre divinità affascinanti nel cosmo induista

Parvati

Moglie di Shiva è Parvati, dea benevola, quasi sempre ritratta assieme al consorte. Agisce per il bene dell’umanità ma sa essere oscura, presentandosi come Kali.

Il nome di Parvati significa “figlia della montagna” perché, secondo il mito, la dea avrebbe come genitori Menā e Himavat, personificazione dell’Himalaya. Inoltre Parvati è considerata la reincarnazione di Sati, prima moglie di Shiva.

La leggenda narra che Sati sposò il dio senza l’approvazione del padre. Quando scoprì il disgusto che quest’ultimo provava per lei in seguito all’unione, decise di immolarsi lanciandosi nel fuoco. Shiva, innamorato, conservò il corpo dell’amata, fino a quando essa non si reincarnò in Parvati. Quest’ultima era ovviamente innamoratissima di Shiva ma questi all’inizio non la riconobbe. Perciò chiese l’intercessione di Kama, il dio dell’amore, che scoccò una freccia verso il dio. Shiva, però, allertato dalla freccia, aprì il terzo occhio e incenerì involontariamente Kama. L’amore, nella sua forma di desiderio sessuale, scomparve dal mondo, fino al matrimonio tra Parvati e Shiva, quando la dea convinse il marito a far resuscitare Kama.

Con Shiva, la dea simboleggia sia la forza della rinuncia e dell’ascetismo, sia le gioie matrimoniali.

Kali

Tra le divinità indiane particolarmente famose, non si può non ricordare Kali, (Kālī), forse tra le più affascinanti. Feroce divinità femminile, è controparte di Parvati, di cui  rappresenta l’aspetto guerriero.

È conosciuta anche come Devi (la dea) e Mahadevi (la grande dea) e assume aspetti diversi: Sati (la donna virtuosa), Jaganmata (la madre del mondo), Durga(l’inaccessibile).

Kali è il genere femminile della parola sanscrita kala, che significa tempo ma anche nero. Per questo motivo il suo nome è stato più volte tradotto come Colei che è il tempo, Madre del tempo o Colei che è nera. L’associazione al colore nero della dea è in sintomatico contrasto con il corpo di suo marito Shiva, ricoperto di cenere bianca (śmaśan).

Viene rappresentata, quindi, di carnagione scura, come simbolo della dissoluzione dell’individualità. È spregiudicatamente nuda, perché non vela la sua realtà dietro ad alcuna illusione, al collo porta una collana con i teschi di demoni, (Asura), e le quattro braccia portano strumenti di distruzione e purificazione. Ha infine un laccio con cui mozza le teste, simbolo della caducità di tutto ciò che esiste, mentre sul suo corpo scivolano strisce di sangue.

Il mito racconta che fu inviata sulla Terra per uccidere un gruppo di demoni ma presto si rivolse anche contro gli umani. Per fermarla, Shiva si distese tra i cadaveri. Quando lei si accorse della sua presenza, la sua furia si placò.

Il centro del suo culto è, da sempre, Calcutta. Il nome della città deriva infatti dall’espressione “I gradini di Kali”, che i fedeli dovevano percorrere per scendere al Gange. I suoi adoratori si riuniscono attorno al tempio di Kālīghāt.

Ganesh

Tra le divinità indiane, Ganesh, (Ganesha o Ganapati), ha da sempre affascinato gli uomini di tutto il mondo e di tutte le epoche. È una delle rappresentazioni di Dio più conosciute e venerate; figlio di Shiva e Parvati, è un archetipo di vari significati ed è simbolo di colui che ha scoperto la Divinità in se stesso.
Egli è il perfetto equilibrio tra energia maschile (Shiva) e femminile (Shakti), tra potenza e bellezza. La testa d’elefante simboleggia fedeltà, intelligenza e potere discriminante; le orecchie imponenti denotano saggezza, capacità di ascolto e di riflessione sulle verità spirituali; la proboscide ricurva indica potenzialità intellettive,  il Tridente (simbolo di Shiva) sulla fronte simboleggia il Tempo e ne attribuisce a Ganesh la padronanza; il ventre obeso contiene infiniti universi e rappresenta l’equanimità e la capacità di assimilare qualsiasi esperienza con sereno distacco; la gamba che poggia a terra e quella sollevata, (posizione dell’alitasana), indicano l’atteggiamento che si dovrebbe assumere vivendo nel mondo senza essere del mondo; le quattro braccia  rappresentano mente, intelletto, ego e coscienza condizionata; l’ascia brandita in una mano è simbolo della recisione di tutti i desideri; il lazo nella seconda indica la forza che lega il devoto all’eterna beatitudine del Sé; la terza mano al devoto è in atto di benedizione (abhaya); la quarta tiene un fiore di loto (padma), simbolo della più alta meta dell’evoluzione umana.

L’ esodo indiano ha reso molto popolari, soprattutto nella seconda metà del XX secolo, alcuni aspetti della religione indiana come lo Yoga, il concetto di meditazione, la medicina ayurvedica, la divinazione, le teorie del Karma e della reincarnazione Diverse organizzazioni e movimenti, come l’Associazione internazionale per la coscienza di Krishna, la Brahma Kumaris e l’Ananda Marga, inoltre, hanno concorso a diffondere fuori dal territorio indiano le credenze e le pratiche spirituali tradizionali indiane.

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