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Eroica Fenice

King Arthur: l'epica moderna di Guy Ritchie

King Arthur: l’epica moderna di Guy Ritchie

Ci sono storie che tutti conosciamo. Miti, leggende e icone che vanno a formare il tessuto connettivo della nostra base culturale. Tra queste storie c’è sicuramente la leggenda di Re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda, che abbiamo imparato in modi vari e diversi, sia attraverso il suo impianto originale letterario sia attraverso il filtro dei suoi tanti adattamenti, da La Spada nella Roccia della Disney a Excalibur di John Boorman (1981) alla più recente serie Merlin. Un mito che ha attraversato generazioni e che ora torna a proporsi al pubblico attraverso un nuovo adattamento per il grande schermo.

Il regista britannico Guy Ritchie – suoi i due Sherlock Holmes – prende quindi in mano la leggenda di Re Artù partendo dall’inizio. King Arthur – Il potere della spada, con Charlie Hunnam e Jude Law, nelle sale italiane dal 10 maggio, aggiorna un mito letterario in chiave action.

King Arthur, la trama

Inizia in medias res King Arthur – Il potere della spada, durante la battaglia cruciale per Camelot, con l’assalto finale del malvagio mago Mordred al castello di Re Uther Pendragon (Eric Bana). Elefanti giganteschi, soldati inceneriti dalla magia, mura e ponti che crollano come se fossero costruiti con i mattoncini Lego, ma nemmeno un nemico tanto spaventoso può nulla contro il potere della mitica spada Excalibur.

Tuttavia Uther, il padre del piccolo Artù (Charlie Hunnam), viene assassinato durante lo scontro con una misteriosa figura, e il fratello Vortigern (Jude Law) si impadronisce del trono instaurando un regime di terrore, in cui la magia è fuori legge e tutto il potere è nelle sue mani. È quindi un tradimento a segnare le sorti del regno e a far sì che il giovane figlio del Re, salvato dal fiume come Mosé, cresca tra i vicoli e i bordelli di Londinium, inconsapevole delle sue nobili origini.

Senza sapere chi sia realmente, Artù riesce a sopravvivere nei vicoli oscuri della città, imparando a difendersi da solo e costruendosi una certa reputazione. Intanto Vortigern è sempre più tormentato dalla profezia del ritorno del “vero Re”, cioè colui che sarà in grado di estrarre dalla roccia la spada Excalibur. Così, quando la mitica spada riemerge dalle profondità delle acque, egli costringe tutti i ragazzi dell’età giusta a tentare di estrarla dalla roccia granitica in cui è incastrata, in modo da scovare ed eliminare il legittimo erede. È la paura di suo zio che conduce forzatamente Artù a corte e, dal momento in cui estrae la spada, il giovane deve decidere se e come lasciarsi travolgere dal potere di essa.

Guy Ritchie rivisita l’epica

Il mito di Artù, sin dal Medioevo, ha ibridato la storia con la fantasia e la fiaba. Qualsiasi enciclopedia vi confermerà che lo stesso genere fantasy glorificato da Il Signore degli Anelli ha le sue radici nelle diramazioni di questi archetipi, adattate alla cultura di ciascun periodo storico. Non dobbiamo stupirci quindi se Ritchie avvia il racconto con un assedio a colpi di elefanti giganti che ricordano gli olifanti di Peter Jackson, e ancora meno ci stupiamo per altri echi che sentiamo nella sua trasposizione: oltre all’eco shakespeariano del tradimento in funzione della conquista del potere, sfideremmo chiunque a non vedere in Artù e i suoi ribelli qualcosa di Robin Hood.

Così come è già accaduto con Sherlock Holmes, Ritchie rivisita totalmente il mito, attuando un’opera di modernizzazione che porta Camelot in secondo piano privilegiando Londinium (rientra in questa operazione il cameo di David Beckham?).

King Arthur travolge lo spettatore che si ritrova coinvolto in un vorticoso gioco di battute, slang, montaggio sincopato e rallenty esasperati: la marca stilistica di Ritchie.

Inoltre, sulla scia dell’estetica del cinecomic che impazza in questi ultimi anni, i poteri di Excalibur e Artù sono qui quasi indistinguibili da quelli di un qualsiasi personaggio Marvel o DC (e questa potrebbe essere una preziosa occasione per fare mente locale sulla dipendenza della figura del Supereroe dai miti antichi).

Charlie Hunnam trova il perfetto equilibrio per il suo Artù. Senza mai prendersi sul serio, Artù sa come adempiere al suo dovere, ma sempre restando, fondamentalmente, un “bastardo” dei bassifondi. Lo sviluppo del personaggio c’è, e si vede, usando il canone classico del viaggio dell’eroe, ma a differenza di quello che è il più comune arco di trasformazione, nel raggiungimento della maturità, l’Artù di Ritchie sa essere fedele alla sua natura più scanzonata e bifolca, senza diventare necessariamente “buono e giusto”. 

Il protagonista di King Arthur è strafottente e dalla lingua tagliente, disposto a tutto per difendere gli amici e i suoi interessi, ma indifferente alle questioni politiche che avvengono ai piani alti.
È un King Arthur ben lontano dall’immagine del nobile cresciuto negli agi e nell’amore: è imperfetto e moderno. E non solo nel percorso di crescita, ma anche nell’impatto visivo: sexy, forte, deciso, arrabbiato, e persino alla moda.

Buone anche le altre interpretazioni, da Jude Law che dona all’ambiguo e assetato di potere Vortigern toni shakespeariani, ad Astrid Bergès-Frisbey, ipnotica e autorevole nei panni di Maga, che al posto di Merlino (solo evocato ma non presente) diventa guida spirituale di Artù.

Gli amanti del genere mitico-storico potrebbero storcere il naso di fronte a quest’epica fin troppo moderna e tech ma, trattandosi di un mito, seppur ambientato in un determinato periodo storico, chi sa davvero in quale versione si trovi la verità? Non si tratta forse del più riconosciuto e sviscerato fantasy della storia? Fare quindi i puristi, in una situazione del genere, risulta inutile. La scelta migliore resta quella di porsi davanti a questo nuovo adattamento cinematografico in modo aperto e privo di pregiudizi, godendosi lo spettacolo.

Se diventerà una saga? Al box office l’ardua sentenza.

Nunzia Serino

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