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Eroica Fenice

Wajahat Abbas Kazmi, intervista al regista di Allah Loves Equality

Wajahat Abbas Kazmi, intervista al regista di Allah Loves Equality

Wajahat Abbas Kazmi, regista e attivista LGBT italo pachistano, ha raccontato del suo ultimo lavoro, dal titolo “Allah Loves Equality”, e del rapporto fra omosessualità e Islam ad Eroica Fenice. Leggi l’intervista!

Si è tenuta giovedì 24 ottobre, presso il Palazzo Conegliano e l’ex Asilo Filangieri di Napoli, l’iniziativa Islam and Lenses of Gender, una discussione a tutto campo sul tema dell’omosessualità e sul rapporto, talvolta complesso, di questa con la religione musulmana. All’evento, organizzato dal Gruppo Studentesco Hissa, hanno partecipato il rettore dell’Istituto CALEM e dr. Ludovic-Mohamed Zahed, primo Imam dichiaratamente gay ad aver fondato una moschea inclusiva in Europa, e il regista e attivista LGBT italo pachistano Wajahat Abbas Kazmi.

Per l’occasione, Kazmi ha presentato il lungometraggio Allah Loves Equality: Being LGBT in Pakistan, promosso dall’associazione Il Grande Colibrì e patrocinato da Amnesty International. Il documentario mostra, attraverso alcune interviste e celebri fatti di cronaca, la difficile vita che omosessuali, lesbiche, bisessuali e transgender musulmani sono costretti a sopportare in Pakistan. L’obiettivo è quello di abbattere i muri, di denunciare i luoghi comuni attorno all’Islam e di imbastire, al tempo stesso, un dibattito che porti le comunità LGBT dei Paesi musulmani a vivere la loro sessualità liberamente. Dopo la proiezione dell’opera, Wajahat Abbas Kazmi si è reso disponibile per un’intervista per Eroica Fenice.

L’intervista a Wajahat Abbas Kazmi

Come nasce il tuo documentario?

Nasce dalla campagna “Allah Loves Equality” e dal mio coming out, avvenuto quattro anni fa. L’idea era quella di dare voce alle persone Lgbt, agli omosessuali musulmani, aprendo un dibattito all’interno della comunità islamica ed europea. Il documentario è stato girato in Pakistan, dove sono stato per un mese intero e dove ho raccolto ben tredici interviste.

Dal punto di vista dei diritti civili, com’è vivere in Pakistan?

Parlare di diritti umani, prima che di diritti civili, in Pakistan è molto complicato. Già solo chiedere i diritti fondamentali delle donne è difficile, figurarsi per quelle lesbiche. L’orientamento sessuale viene molto dopo, se non vengono rispettati neppure i diritti umani. Il Paese, inoltre, è un territorio particolare: se fai parte di una classe sociale alta hai tutti i privilegi e i diritti; se, invece, appartieni a una famiglia povera devi lottare ogni giorno.

Come hai fatto a conciliare Islam e omosessualità?

Io sono arrivato in Italia all’età di 15 anni. A 18 ero già legato a mia cugina, attraverso un fidanzamento combinato. Dopo sette anni, avevo due scelte: o sposarmi o fare un passo indietro, dichiarandomi. Ho scelto la seconda. Con la religione non ho mai avuto alcun conflitto, né mi sono mai sentito in colpa: questo perché né il Corano né l’slam condannano l’omosessualità. Al massimo, più che del giudizio di Allah, ho avuto timore della reazione che la famiglia di mia cugina avrebbe potuto alla notizia del coming-out.

Quanto sappiamo dell’Islam?

Sull’islam non si sa niente, si generalizza troppo. Mi capita spesso che mi dicano: “Sei musulmano? Ah, quindi parli arabo!”, ignorando che, essendo pakistano, la mia lingua è l’urdu. Un errore che si commette spesso è quello di non capire che l’Islam assume diverse connotazioni da paese a paese. Quello arabo, ad esempio, è diverso da quello pakistano. Se vai in Arabia Saudita le donne non esistono, nel senso che non hanno alcun diritto, mentre in Pakistan sono molto aperte, spesso non hanno il velo, indossano i jeans.

Cosa c’è nel futuro dei giovani musulmani LGBT?

Se mi avessi posto questa domanda cinque anni fa non avrei saputo darti una risposta. Oggi, invece, nutro tanta speranza. Negli ultimi cinque anni sono stati fatti molti passi in avanti. Ben undici imam hanno dichiarato la loro omosessualità, in Europa vengono celebrati matrimoni fra donne lesbiche musulmane, nei Paesi islamici iniziano ad esserci maggiori diritti. In Pakistan, ad esempio, nel 2018 è stata approvata una legge contro le discriminazioni per le persone transgender ed è stato fatto il primo pride transgender. Alle elezioni presidenziali in Tunisia è stato candidato Mounir Baatour, un politico gay. E ancora, in Iran le persone che si sentono intrappolate nel corpo sbagliato possono operarsi e sono sostenute dallo Stato, che paga questo lungo e costoso percorso. Ciò, bisogna dirlo, è possibile anche grazie all’Europa, dove gli omosessuali, soprattutto di seconda generazione, possono esprimere la loro sessualità e non hanno il timore di essere uccisi.

Come giudichi le politiche dell’Italia, in tema di diritti?

Molto spesso proprio in Italia sento commenti del tipo: “Questi per ottenere il permesso fanno finta anche di essere gay”. Naturalmente un omosessuale non ha un certificato e infatti molte cause sono state anche rifiutate. A tal proposito, ho conosciuto un bengalese omosessuale che dovevo accompagnare davanti alla Commissione per testimoniare. Non sapendo parlare né l’inglese né l’italiano, e dovendomi convincere del fatto che fosse gay, mi mandava dei clip porno sul cellulare. Da traduttore per persone Lgbt posso confermarti che la situazione è molto complicata e che i rifugiati, soprattutto se non conoscono l’inglese, devono superare ogni giorno grandi difficoltà. È compito soprattutto dei centri d’accoglienza dare una mano a queste persone, cercare di integrarli, di sostenerli, non lasciarli vittime del caso. Non vanno giudicati, semmai ammirati per le scelte coraggiose.

Spesso si parla delle moschee come di luoghi in cui si formano terroristi.

Dipende dalle moschee. Non bisogna essere ipocriti: esiste la jihad, esiste l’Islam radicale ed il fondamentalismo islamico, ma nulla hanno a che fare con la vera religione musulmana. Una soluzione verso l’integrazione potrebbe partire proprio dalle moschee: sarebbe un bel messaggio se tutti gli imam imparassero l’italiano e se, questi, invitassero le persone ad entrare e ad osservare coi propri occhi il lavoro che viene compiuto all’interno. Naturalmente, questo discorso vale anche per le chiese cattoliche. È necessario un dialogo osmotico, costante, per scardinare l’idea delle moschee come luoghi di mistero e di terrorismo.

Ringraziamo Wajahat Abbas Kazmi per la disponibilità mostrata nella realizzazione di questa intervista.

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