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Eroica Fenice

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

Arthur Schnitzler: Doppio sogno di fuga | Recensione

La casa editrice Adelphi annuncia quotidianamente, in questo periodo di quarantena, la fruizione gratuita di alcuni libri del suo catalogo. Fra questi, il titolo caldo di fine marzo è stato l’intramontabile Doppio sogno del romanziere e drammaturgo austriaco Arthur Schnitzler.

Doppio sogno è la storia in due notti di Albertine e Fridolin, coppia di sposi nella cornice di una Vienna di fine ‘800. Il gioco dialogico tra i due che fin dalle prime pagine accompagna il lettore è un’audace messa a nudo. Pur condividendo una vita insieme, moglie e marito preservano pensieri reconditi di occasioni mancate. Decidono così di aprirsi in racconti sulla malinconia dell’ignoto, di fughe agognate e di incastri imperfetti sullo sfondo della Marina danese dove trascorrono le vacanze, e dove entrambi si affacciano sull’abisso di infinite possibilità. Il motivo del doppio che risiede nel titolo del romanzo breve di Arthur Schnitzler imbriglia i protagonisti in un intrigo surreale e misterioso.

Dal momento in cui Fridolin si allontana per assistere un suo paziente in fin di vita, si profilano due strade parallele: la realtà surreale del marito, l’irrealtà percettibile della moglie. Lui, picaro di una notte insonne per le strade di Vienna, sedotto da una variopinta coralità femminile, e infine condotto dalla curiositas a un ballo in maschera esclusivo. Per caso, infatti, Fridolin incontra un amico di gioventù, Nachtigall, che, nella lunga serie di esperienze vissute grazie alla carriera musicale, viene coinvolto in alcune serate segrete durante le quali non gli è dato vedere neanche la tastiera del piano. La storia del pianista bendato affascina il medico, tanto da fargli supplicare l’amico di condurlo con sé. Tra le regole della festa, una parola d’ordine iniziale, significativamente Danimarca, e il volto coperto da una maschera.

Arthur Schnitzler metaforizza attraverso il ballo un universo di perversione regolarizzata. I corpi nudi impegnati in lascivi accoppiamenti celano la loro identità dietro una maschera. Il castigo che viene inflitto agli intrusi è quello di mostrare il volto. Fridolin resta presto incastrato in questa realtà scabrosa, fino all’arrivo di una donna sconosciuta, della quale si innamora follemente, e che misteriosamente scompare dalla scena dopo essersi sacrificata per la sua salvezza. Il medico austriaco non è però completamente redento dal suo peccato: fino alla fine del racconto un’ombra nera si staglia sulla sua persona e su quella di coloro che hanno condiviso con lui questa notte, incombente come un sortilegio.

A casa, Fridolin trova Albertine in uno stato di incoscienza, in preda a risa scomposte, risvegliata da un sonno tormentato. I parallelismi tra la folle esperienza del marito e l’evanescenza onirica della moglie acuiscono paradossalmente la distanza tra i due. Entrambi, nel mondo reale e in quello onirico, hanno finalmente assaporato il piacere del proibito, sovvertendo i piani di un’interdizione terrena, ed elevandosi verso una dimensione trasfigurata e diabolica.

Albert Schnitzler con Doppio sogno apre una strada alternativa per i suoi protagonisti, rientrando nella logica dell’occasione che pochi anni prima aveva animato un altro romanzo breve: Il compimento dell’amore di Robert Musil. La temporanea fuga dalla direzione borghese è il motivo letterario per eccellenza nel tempo della scoperta del contrasto possibile tra un principio di realtà e uno di piacere. L’inesorabile ritorno al quotidiano, luogo del compromesso e della stabilità, è il parametro ricorrente di ogni percorso accidentato. Una parabola che prende avvio dalle Metamorfosi di Apuleio, dove il protagonista, dopo una serie di avventure dal carattere didascalico, riabbraccia l’antropomorfismo con l’inizio del cursus nella carriera forense. E ancora accade ne Le avventure di Pinocchio, luogo fiabesco in cui recuperare le fattezze umane significa anche rispondere a un canone precostituito di normalità.

La morale di Doppio sogno, pronunciata da una Albertine nel pieno recupero della lucidità, è questa: «uscire incolumi dalle avventure, quelle vere e quelle sognate». Resta il dubbio se, in questa ritrovata serenità, possa davvero non esserci più posto per un sogno conturbante. O piuttosto, resta la speranza che un posto per esso ci sia sempre. La battuta che chiude Eyes Wide Shut, trasposizione cinematografica del racconto di Schnitzler firmata Stanley Kubrick, conferma questa ipotesi interpretativa. Dopo la paura, la rabbia e l’angoscia generate della distanza, solo una cosa resta da fare: «scopare».  

Immagine: Adelphi

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