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Eroica Fenice

La categoria Interviste emergenti contiene 142 articoli

Interviste emergenti

Intervista a Italo Zotti: poesia tra lirica e modernità

La poesia di Italo Zotti unisce lirica a contenuti moderni e quotidiani. A soli diciotto anni, questo poeta agli esordi percepisce tutte le sfaccettature della realtà con un occhio diverso e cerca di renderle “poesia”. Lo abbiamo incontrato nel salotto di Edizioni 2000diciassette. Intervista a Italo Zotti Com’è comparsa la tua vena poetica? La mia vena poetica è emersa a marzo dell’anno scorso, quando ho conosciuto l’amore. Dopo alcuni mesi con la mia ragazza ho sentito l’esigenza di concentrare in una poesia i nostri momenti più importanti. Cosa ti ispira? Amore, poesie di altri poeti, piccoli momenti che magari non sono niente per molti ma che, invece, per me, assumono un valore prezioso Quali sono i tuoi modelli letterari? Dante, Leopardi, Baudelaire, Montale, Ungaretti e poesie isolate che mi colpiscono. Cos’è la poesia? Cosa vuol dire essere un poeta? La poesia è folgorazione, è un’impressione da fermare velocemente su carta per non perderne la preziosità o da ricordare in dettaglio! Deve essere fatta di poche parole che sappiano trasferire al lettore qualcosa di rilevante. La poesia, secondo me, dà un messaggio più incisivo di un romanzo a patto che ci sia attenzione alla scelta delle parole. Cogliere l’essenza di un momento, di un tema comune a tutti, anche se percepito e vissuto in modo diverso: ecco per me la poesia! Essere poeta, invece, vuol dire saper guardare le cose senza sottovalutare nulla, perché ogni cosa ha la sua importanza, ed essere bravo a arrestare il momento e a far tesoro di ogni attimo. Le poesie da te scritte a cui sei più legato Il tempo nostro, la mia prima prova poetica, che raccoglie in poche parole tre mesi di amore, e Ricordi, più condivisibile forse! Ognuno di noi ha ricordi che appende al muro e che ogni tanto spolvera ma di cui ha poca memoria. Se vivessimo facendo tesoro dei nostri ricordi saremmo anche più bravi a cogliere un insegnamento dal nostro passato. Convenzioni è la poesia che meglio descrive la mia sensibilità: occorre abbandonare le convenzioni per fare uscire il nostro vero Io. Con Orgoglio, invece, ho scritto una poesia su un mio difetto: a volte costruisco un muro perché io, come molti, non guardo dentro di me ma guardo gli altri. Spleen, Ricordi, Un giorno all’inferno, Un giorno ideale, Vita e morte sono le poesie che esprimono, invece, il mio lato malinconico. Descrivici la tua raccolta Si tratta di una raccolta di poesie che ripercorre la mia evoluzione personale. Ho letto molti autori in poco tempo e le mie poesie risentono di questa varietà. Nelle prime ci sono le strutture più rigide e gli arcaismi del classicismo, mentre nelle ultime mi concentro più sul tema che sulla forma, rispondendo all’esigenza di esprimere i miei sentimenti in maniera più diretta, immediata, folgorante e con versi più liberi, che devono rappresentare la semplicità dell’attimo. La poesia di Italo: un prosimetro nel 2017 Ad anticipare alcune delle mie poesie meno accessibili, perché trattano del mio intimo e di cose sconosciute ai […]

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Michele Di Vico, intervista all’autore di “L’amore brigante”

Sguardo penetrante, modi cortesi, profilo discreto. Abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con il prof. Michele Di Vico, autore del libro in prossima uscita “L’amore brigante. Il Sannio tra sangue e passione” (Edizioni 2000 diciassette), una trasposizione di fatti storici, studiati e documentati attraverso libri parrocchiali, documenti d’archivio e libri coevi e posteriori, in un dramma storico teatrale. Chi è Michele Di Vico? Innanzitutto un insegnante. La mia intenzione è scrivere tre libri, uno per ogni anno del triennio delle superiori, per avvicinare i ragazzi alla storia. Il primo, già pubblicato, “Streghe e cavalieri. Una storia d’amore nel Sannio del 1300”. É rivolto ai ragazzi che frequentano il terzo anno, questo di cui oggi parliamo agli alunni del quarto e l’ultimo, in cantiere, ai frequentanti del quinto.  Cosa l’ha spinta a voler dedicare la sua vita all’insegnamento della storia? La storia mi ha da sempre affascinato e sono convinto che dobbiamo conoscere le nostre radici per poi puntare alla nostra meta ma io non sono interessato alla storia in generale, da trovare sui manuali. Io cerco di scavare tra le cose minute, di portare a galla le abitudini, le tradizioni del nostro territorio. La mia visione della storia è quella di un orticello non di un grande campo! Dietro al mio impegno di scrittore c’è dunque una finalità didattica: il mio pubblico è stato da sempre rappresentato dalla scuola e dai miei alunni. Perché la tecnica teatrale? I ragazzi non sono più abituati a leggere e quindi avvicinarli ad un testo di storia scritto con un linguaggio specialistico è difficile mentre la forma teatrale credo sia la tecnica che può colpirli di più e con maggiore immediatezza.  Cosa significa essere docente di storia e scrittore nel 2018? Cos’è la scrittura per lei? Essere insegnante di storia è un mestiere difficile, bisogna avere una forte passione. L’insegnante che tratta i suoi allievi come se fossero i propri figli è un buon maestro, oggigiorno. La scrittura, invece, è un po’ il nostro doppio, l’alter ego. Lo scrittore rinasce nelle pagine che scrive, vive altre vite e ha un ampliamento di orizzonte non indifferente. Creiamo personaggi, che a volte arrivano naturalmente nella mente dell’autore o che altre volte l’autore va a cercare, in cui rispecchiarci e su cui riflettere e che dobbiamo rispettare: una volta definita una personalità, tutto vi è condizionato. Michele Di Vico e il suo “L’amore brigante. Il Sannio tra sangue e passione”  Il 7 agosto 1861, i briganti di Cosimo Giordano occupano Pontelandolfo e Casalduni (Bn), proclamandovi un governo provvisorio. Tre giorni dopo un commando composto da quaranta soldati e quattro carabinieri, inviati ad appurare la portata della sommossa, vengono uccisi dai briganti e da alcuni abitanti del posto. Il generale Enrico Cialdini, appresa la notizia, invia due reparti. I cittadini di Casalduni, avvertiti, riescono in gran parte a mettersi in salvo; quelli di Pontelandolfo, colti di sorpresa, saranno brutalmente uccisi e le case del paese incendiate. Il testo si divide in tre sezioni: corpus teatrale, sintesi storiche con schede […]

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Intervista a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”: seconda parte

L’intervista a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”: la seconda parte Dopo la prima parte, continua qui l’intervista a Giuseppe Galato, autore del libro “Breve Guida al Suicidio”. Qualche avvenimento curioso delle presentazioni? Che tipo è il Galato pubblico che deve parlare dei suoi lavori? Mi piace miscelare l’italiano al dialetto: l’uso del dialetto a mio avviso è fondamentale, in determinati contesti, perché aiuta a sottolineare determinati concetti, oltre ad aiutare a stemperare la tensione che si può creare in un dibattito o in una semplice discussione. E, ad ogni modo, le radici sono importanti, per quanto bisogna cercare di distaccarsene quanto più possibile in modo da crearsi un proprio sé, individualista, fuori dalla massa. Avvenimenti curiosi… non saprei… La cosa più curiosa che capita alle mi presentazioni è che si avvicinano a comprare il libro e io glielo regalo, perché non so vendere; già il fatto che qualcuno si sia interessato al mio lavoro è per me un grandissimo guadagno. Hai in progetto di scrivere altri libri? Pensi di mantenerti sullo stesso genere o di cambiare registro? Ho lì, parcheggiati, un po’ di progetti, in realtà… uno, sulla falsariga di “Breve guida al suicidio”, dal titolo “Breve guida etologica alle classi sociali”; un altro, realistico, con racconti tutti autoconclusivi ma interconnessi fra loro,”Le cronache di Liaccasati”; e un altro fantascientifico, “Cronache di passati futuri”. Ma sono tutti fermi, per mancanza di voglia: dovrei riprenderli… chissà! Cosa porti con te della scrittura di “Breve guida al suicidio”? Di “Breve guida al suicidio” mi porto i tanti bei apprezzamenti che mi sono stati fatti, sia da critica che da pubblico, ma, soprattutto, mi porto dietro il fatto che scrivere questo libro mi ha aiutato a superare un periodo, uno dei tanti periodi, “di merda” della mia vita. E, naturalmente, la soddisfazione di essere stato scelto da una casa editrice, La Gru, che ha creduto nel mio lavoro senza chiedermi un euro, cosa che non capita tutti i giorni: lode a loro, una delle poche realtà editoriali ancora con un’etica. Parliamo di realtà editoriali. Dalla tua risposta si evince una certa visione. Che consiglio daresti a un giovane scrittore che si accinge a pubblicare un’opera di esordio? Prima di tutto di evitare in qualsiasi modo proposte editoriali a pagamento: se la casa editrice attinge già a una fonte economica (i tuoi soldi) che interesse dovrebbe avere nel promuovere (quindi dare visibilità per vendere per guadagnare) la tua opera? Potei consigliare di seguire il mio esempio, e cioè mettere in download l’ebook (magari appoggiandosi a un ufficio stampa), in modo da creare curiosità attorno all’opera. Una mia conoscente mi diceva che ora Amazon sta offrendo un servizio del genere, ma ancora non mi sono informato di preciso in merito: da come me ne parlava però sembra una buona alternativa all’editoria classica. E del crowdfunding invece cosa pensi? Ma sai che pure sul crowdfunding non ho un’idea ben precisa? Più che altro, non so quanto un emergente possa riuscire a portare avanti […]

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Intervista a a Giuseppe Galato, autore di “Breve Guida al Suicidio”

Intervista a Giuseppe Galato, autore del libro “Breve Guida al Suicidio” edito da La Gru  Non aspettatevi seriamente un libro sul suicidio, che vi illustri in modo dettagliato come tirare le cuoia con la stessa metodicità di un tutorial per preparare la torta di mele. Sul serio, non fatelo. Se avete iniziato a storcere già il naso, ricomponetevi: è difficile definire questa creatura letteraria di Giuseppe Galato, classe 1983, cilentano purosangue di Licusati e multitasking. Scrittore, musicista militante nella The Bordello Rock’n’Roll Band, responsabile d’ufficio stampa (dopo un passato da giornalista e il conseguimento del tesserino da pubblicista), nonché sex symbol (giuro che non mi ha pagata per scrivere una cosa del genere), Giuseppe Galato è una figura eclettica, poliedrica, costantemente scisso tra un’aura scapigliata e fumosa di malinconia e un’ironia scanzonata e amara. Probabilmente uno degli ultimi alfieri della cultura in una terra come il Cilento, ma non di quella accademica, polverosa e libresca, ma di quella viva e intelligente che illumina vari ambiti col filtro della criticità.  Forse lui non sa di esserlo, ed è meglio così. Lasciamogli la parola, in questa intervista torrenziale a metà strada tra l’epistola e la psicanalisi. Giuseppe Galato, perché hai voluto scrivere un libro sul suicidio? Non tirerò in ballo I dolori del giovane Werther o Foscolo, voglio sapere cosa ti è saltato in mente. Un’aura di malinconia, chiamiamola “depressione”, mi ha sempre accompagnato, sin da quando ero adolescente, per non dire bambino. E il pensiero del suicidio mi è spesso balenato alla mente. Per fortuna ho dalla mia una forte carica di ironia (e autoironia) che si trasforma in sarcasmo dai forti toni cinici, con cui riesco a riformulare e contenere i pensieri negativi su cui tendo a concentrarmi. L’idea del libro nacque da un’idea (poi diventata parte di un capitolo) che mi venne una sera, in un locale di un mio amico a Marina di Camerota. Quella sera cercavamo di capire come poter coinvolgere maggiore pubblico, ipotizzando quale tipologia di evento potessimo organizzare. E, mai come quella sera, con chi parlassi, aleggiava nell’aria una carica di negatività incredibile: ognuno in quel bar con le proprie depressioni. Quindi, ironizzando, proposi a Gerardo di organizzare dei “Suicide party”: sono feste in cui gli organizzatori forniscono ai propri clienti metodi svariati per poter farla finita. L’ironia aveva di nuovo vinto sulla depressione. L’idea mi piacque e, tornato a casa, buttai giù qualche riga: di lì poi è venuta l’idea di continuare ad “analizzare” il concetto di suicidio, prendendo ad esempio dei “casi” (fittizi), come fosse un saggio sul suicidio, appunto. Quali sono stati i modelli da cui hai attinto nel redigere questo saggio autoironico? Ti è mai capitato che qualcuno fraintendesse il concetto su cui si regge la tua opera? Non fra chi ha letto il libro. Più che altro è capitato sulla pagina Facebook, gente che, senza informarsi, non aveva capito che la pagina rimandasse prima di tutto a un libro e, in secondo luogo, al fatto che il modo in cui il tutto […]

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Il viaggio di Alessio Mautone: “Sei mesi all’ombra”

Abbiamo incontrato Alessio Mautone, giovane scrittore della provincia di Salerno, autore de “Sei mesi all’ombra”, suo primo romanzo. Non un  diario, non una romanzo, solo pagine di vissuto. La giovinezza che subito incontra la speranza e la battaglia. Il giovane autore Alessio Mautone si racconta nel suo viaggio attraverso le pagine che scorrono senza sosta, incalzanti, trascinando il lettore nelle parole dure ma permeanti Trascinandolo nella continua ricerca della felicità e della vittoria. Alessio Mautone, autore del libro ”Sei mesi all’ombra”. Raccontaci un po’ di te. Sono Alessio Mautone, ho ventiquattro anni e sono nato in una cittadina in provincia di Salerno, nel cuore del Cilento, a Vallo della Lucania. Studio Economia, amo il teatro e ho scritto, circa un anno fa, un libro autobiografico che racconta di una storia, non necessariamente la mia, dove chiunque può rivedersi in un passaggio, in una pagina, in un evento a me successo che potrebbe capitare a chiunque, in ogni momento della vita. Nel tuo Diario di viaggio troviamo una grande attenzione per i tuoi affetti, figure a volte salvifiche per la tua persona. Dai molto spazio alla figura di Margherita. Durante un tuo intervento hai specificato che Margherita non è realmente esistita. Perché hai sentito la necessità di creare questo personaggio così permeante all’interno della storia? Ho specificato questo elemento suscitando clamore nelle persone perché, leggendo il libro, la figura di Margherita è descritta cosi accuratamente al punto da risultare vera. Sono sempre stato dell’idea che nessuno si salva da solo, e così è stato. Però, un pensiero del quale sono sempre stato convinto è questo: puoi avere chiunque vicino ma nessuno, a meno che tu non lo senta, può capire in che condizioni in cui ti trovi. Io ho sentito questa condizione di disagio che, nel libro, non doveva esserci. Doveva essere tutto perfetto, proprio come volevo io. E la verità è che, alla fine, si corre sempre da soli. Può darsi che Margherita fosse la mia forza nascosta che ho scoperto soltanto scrivendo questo libro. Ad oggi, dopo la pubblicazione del tuo libro, dopo aver vinto la tua battaglia ed averne scritto, cosa sono l’amore e la morte per te? Io vedo amore ovunque. Pochi amici, famiglia, una persona che sta al tuo fianco. Credo che l’amore, diversamente da ciò che fanno credere gli scettici, sia l’unico tranello in cui cascano tutti. È l’unico motivo per cui noi siamo qui. E siamo noi a renderlo difficile perché, pur essendo strano, è una cosa semplice. Per questo la gente prima lo leva al cielo, poi lo odia e poi continua ad amarlo. Perché è una sostanza astratta che senti dentro e che, facciamocene una ragione, non capiremo mai. La morte, penso, sia un premio, una gratificazione per quanto fatto nella vita terrena che dobbiamo accettare, sempre, perché essere egoisti è facile ma non è logico. Il brutto non è essere morti dopo aver vissuto ma vivere da morti. Questa è la cosa che fa più paura al mondo. I ricavati della vendita del libro saranno destinati […]

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Sangue di lupo: l’alchimia di Cristian Borghetti

Sangue di lupo di Cristian Borghetti, autore poetico e visionario dei nostri tempi (tra le opere scritte, Le cabinet Masson, Phobia, Hawthorn Bend), ci conduce dentro scenari immaginari vissuti tra la magica città di Praga e la riva del Moldava. Un tragico omicidio di sangue può assumere ben altro significato se osservato dagli occhi di un lupo, animale libero e in perfetta simbiosi con l’ambiente naturale. L’incontro tra una ragazza dai capelli rossi, Rozovi Kriz e un lupo bianco, Rosen Wolfenkreuz, genera un delitto che in chiave filosofica rappresenta la conoscenza e il passaggio a uno stadio evolutivo successivo dell’antica sapienza alchemica rosacrociana. Il lupo bianco, la giovane ragazza e il maestro di conoscenza Christian Rosenkreuz (fondatore dei Rosa+Croce) sembrano incarnare un unico ed indivisibile spirito di conoscenza. Il lupo iniziato dal maestro insegue la sua preda Rozovi che rappresenta il pasto della conoscenza e l’amore incondizionato, attraverso il quale la morte genera la rinascita. I segreti della Mala Strana si materializzano nella città di Praga, dove il tempo sembra essersi fermato tra le impercettibili ombre notturne e il bianco candore della neve, dove l’attimo diviene eternità, il lupo uccide la sua preda per amore di conoscenza e il suo pelo si tinge di sangue che, come l’oro, simboleggia le nozze alchemiche. Gli attimi interminabili vissuti dal lupo in compagnia della ragazza sembrano reali ed oltre l’immaginazione, ma spesso tra realtà e sogno non esiste un confine stabilito. Sangue di lupo di Cristian Borghetti, l’intervista Incontriamo Cristian che ci rivela alcuni aspetti di Sangue di lupo: Ciao Cristian ben ritrovato, ti avevamo lasciato sul circuito automobilistico britannico di Brands Hatch con Hawthorn bend per ritrovarti a Praga con il tuo ultimo racconto Sangue di lupo. Contesto diverso, ma con la medesima vena letteraria. Cosa in particolare ha ispirato la tua storia ambientata in una delle città più magiche d’Europa? C.B. – Sangue di lupo fa parte di una serie di racconti brevi, ambientati in diverse capitali europee. In queste storie, ho voluto sondare l’animo umano, rappresentando il protagonista, uomo, con i tratti tipici di un animale. La prima di queste storie fu “Gideon, il pellicano di Londra”, pubblicato nella raccolta Horror Polidori vol. 2. Quando mi è venuta l’idea del lupo, la mia mente si è rivolta a Praga, la città magica, capitale degli alchimisti sotto l’imperatore Rodolfo II. Sangue di lupo si ispira chiaramente al simbolismo dei Rosa+Croce ed ad alcuni suoi passaggi da uno stadio evolutivo all’altro. Qual è stato l’elemento determinante che ha generato convergenza tra il mondo animale legato alla natura e la filosofia rosacrociana legata all’universo alchemico? C.B. – Il movimento Rosa+Croce ha fatto suo il principio alchemico per cui il Piombo può essere trasformato in Oro, applicato alla condizione umana. Attraverso le fasi alchemiche l’uomo rozzo (Piombo) si distrugge per rinascere uomo nuovo (Oro). È un ciclo che si ripete e porta l’individuo ad evolversi per essere migliore. L’essere umano però è fallibile ed il processo di evoluzione può essere influenzato da fattori esterni. Il […]

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Humans of Naples, intervista all’ideatore Vincenzo Noletto

Humans of Naples è il progetto artistico di Vincenzo Noletto, giovane fotografo di 29 anni in rampa di lancio. Venerdì 22 settembre approderà allo Slash Art/Msic, locale di via Bellini, nel cuore pulsante di Napoli. Instant sarà una mostra fotografica vuota, in cui tutti i visitatori diventano soggetti fotografati, e quindi parte dell’evento stesso. Sulle orme del cinema e del teatro, un curioso esperimento di metafotografia, con l’arte che diventa protagonista di se stessa. Instant è stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con Vincenzo Noletto. Humans of Naples e Vincenzo Noletto Ho letto che il progetto Humans of Naples è nato in seguito a un tuo viaggio in Irlanda. Al ritorno hai deciso che fare il fotografo sarebbe stata l’unica cosa che volevi fare nella vita. In virtù di questo, cos’è per te la fotografia? Gli ultimi anni mi hanno insegnato tante cose, tutte riassumibili in una sola frase: non smetti mai di essere un fotografo. Se abbracci la fotografia come hanno fatto in tanti (e pure io) è tutto un susseguirsi di foto su foto su foto, ti cambia il modo di vedere le cose, di spiegarti, di raccontare, di rendere partecipi e di inserirti in altre realtà. Per buona parte della mia vita ho seguito e visto le cose di tutti i giorni, dalle più piccole alle più grandi, con gli occhi degli altri e non ho mai cercato una verità che fosse solo mia, mi facevo bastare quella degli altri, una qualsiasi, standard. Poi d’un tratto ho conosciuto una persona che ha tirato fuori la mia incapacità di spiegarmi, che mi ha fatto riflettere su ogni aspetto della mia vita poiché davvero non sapevo cosa mi piaceva e cosa non mi piaceva (non posso mai dimenticare il momento in cui arrivò a chiedermi persino il motivo per cui mi piaceva la pasta con la salsa… ed io non seppi rispondere). Avvicinarmi alla fotografia ha reso tutto questo molto più facile, mi ha permesso di racchiudere storie e concetti ovvi a miei occhi ma di difficile spiegazione, e quindi comprensione. S’è innescato un meccanismo a catena grazie alla fotografia, mi ha permesso di capire cosa fosse importante e cosa non lo fosse e se oggi sono un fotografo forse lo devo proprio alla fotografia stessa. Che cos’è per me la fotografia? È il mio passato, il mio distacco dal passato, il mio presente e credo il mio futuro. Veniamo a Humans of Naples. Una mostra “vuota”, dove gli spettatori sono anche i protagonisti dell’evento. Dopo il metateatro, ecco la fotografia protagonista di se stessa. Come è venuto in mente questo progetto? Diciamo che non sono uno troppo metodico, sono colpito dalle idee nei momenti più strani. Ad esempio l’idea di Humans of Naples è nata mentre lavavo una padella dopo cena, mani sotto l’acqua corrente e spugnetta zuppa di sapone. Ora che mi ci fai pensare devo essere stato suggestionato da JR e il suo Inside Out Project (non quello surrogato che abbiamo visto a Napoli, parlo di […]

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Mann’aggia, intervista a Manuela Moreno

Venerdì scorso a piazza San Domenico una coppia ha praticato sesso orale davanti ad un gruppo di curiosi. Ne sono testimonianza alcuni selfie e un video, diventato virale, che hanno dato, come prevedibile, il la alle solite, inutili ed estremamente sterili polemiche. Polemiche da cui sono sorte considerazioni, ancora più avvilenti, sul degrado morale che affligge la città partenopea – «Oh, perché perché nessuno pensa ai bambini?, avrebbe esclamato la moglie del reverendo Lovejoy dei Simpson» – e sull’incompetenza delle forze dell’ordine. C’è chi, però, ha saputo leggere con ironia ed intelligenza tutta la vicenda. Manuela Moreno, giovane disegnatrice per passione, ha pubblicato, infatti, una vignetta che in poche ore ha fatto il giro del web. L’abbiamo intervistata. Come nasce Mann’aggia e quanta “urgenza artistica” c’è dietro? Diciamo che è un po’ difficile risalire ai miei primi “disegni” (metto le virgolette perché non mi ritengo propriamente una cima, nel contesto artistico). Ricordo che già al liceo avevo l’abitudine di fare piccole illustrazioni sulle mie freddure –pessime, davvero – e su pensieri anche meno ironici. Mann’aggia effettivamente nasce proprio così, dalla voglia di comunicare. Forse con la matita in mano mi sento più a mio agio, insomma, è sempre andata così! Poi qualche tempo fa vari amici mi hanno spronata ad aprire una pagina per raccogliere le mie opere,  e mi sono buttata. L’urgenza è effettivamente il motore di tutto questo: c’è bisogno di dimenticare di star proponendo ad un pubblico i miei pensieri nero su bianco, visto che spesso sono piuttosto imbarazzanti. Nel disegno e nei testi hai un autore di riferimento? In realtà no, ma apprezzo molto sia il fumetto italiano che straniero. Credo sia impossibile restare totalmente avulsi da ciò che si vede e si legge, sicuramente ci sarà qualche chiara influenza nelle mie vignette; io però cerco, al contrario, di non prendere troppo spunto da lavori d’altri. Effettivamente non credo nemmeno che sarei in grado di reggere meccanismi umoristici che non mi appartengono: tempo fa postai anche un disegno in cui manifestavo un’evidente crisi dovuta al fatto di non avere un “personaggio di battaglia”, cosa necessaria per portare avanti un progetto duraturo e che caratterizza molti fumettisti importanti. Mi sa che è arrivato il momento di sceglierne uno, mannaggia… La tua vignetta sta spopolando in questi giorni. Ma tu cosa ne pensi di quanto accaduto a san Domenico Maggiore? Io? Beh, spero emerga in parte dalla vignetta stessa. È vergognosa l’ondata d’odio piovuta su quei due ragazzi. È vero, sono responsabili di un atto indubbiamente forte e controverso, ma non hanno –di fatto- danneggiato nessuno. In questi giorni invece ho sentito e letto cose agghiaccianti, molte persone reinstallerebbero le gogne al centro delle piazze, se potessero. Ho assistito ad un vero e proprio linciaggio mediatico. Ci sono sicuramente motivi più seri per indignarsi così tanto e chiedere giustizia, ci sono una marea ragioni più intelligenti per armarsi di parole spietate. Vista l’assurdità di quello che è successo, proprio stavolta magari sarebbe il caso di non lapidare nessuno […]

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Viaggio nell’anima di una minavagante – Intervista a Valentina Barile

In occasione della pubblicazione del suo diario di viaggio, #Mineviandanti sull’Appia Antica, abbiamo avuto modo di fare due chiacchiere con Valentina Barile, fotogiornalista beneventana, tra gli organizzatori della Fiera del libro di San Giorgio a Cremano Ricomincio dai Libri. Vincitrice di vari premi letterari per scrittura inedita, tra cui il Premio “Carlo Levi” in Piemonte, e finalista al Premio Paesaggi 2015 al Festival della Letteratura di Viaggio, è anche tra gli scrittori emergenti de “Il libro che non c’è 2016” della casa editrice RAI Eri. Le minevaganti devono mettersi in viaggio per trovare pace. Intervista a Valentina Barile Quando ci siamo incontrate la prima volta avevi una valigia e i capelli scompigliati. Mi parlavi di Capossela e della casa di Levi ad Aliano. Ho intuito subito la tua peculiare essenza di viandante e il tuo viscerale rapporto con la terra. Ma chi o cosa è stato a renderti così preziosamente anomala, in un mondo in cui al viaggio, al contatto reale, si preferisce quello virtuale? C’è stato un tempo in cui io sapevo di appartenere a qualcosa che oggi mi definisce, ma non riuscivo ad avvicinarmici. O, forse, mi faceva comodo viverci a distanza. Mi procuravo anche i mezzi per farlo. Ma solo perché ne ero impressionata. Forse più spaventata di comunicarlo agli altri. Poi, come ogni viandante, dopo lo spaesamento sai riconoscere la tua strada. Quello sull’Appia è stato il tuo primo vero e proprio diario di viaggio. Ma immagino che il tuo estro di fotoreporter ti abbia portata anche altrove, in terre che nulla hanno a che fare con la regina viarum. Qual è il posto, o un semplice angolo, una panchina, una roccia, che ti porti dentro come casa della tua anima? Mi è difficile rispondere perché non c’è solo un luogo a farmi bene all’anima. Ad esempio, la strada che da Bisaccia porta a Calitri (in provincia di Avellino) è un posto a cui mi sento di appartenere assai, mi accorgo che qualcosa cambia dentro di me quando ci arrivo. Oppure, c’è una montagna che sento mia, che quando la vedo mi batte più forte il cuore, il monte Mutria (la seconda vetta della Campania, che va a completare il massiccio del Matese). Ma ce ne sta uno che si infila nell’anima come il vento di primavera tra i panni stesi: il deserto dei calanchi di Aliano, nel ventre della Basilicata. Sì, lì mi sento a casa, forse perché è il luogo che meglio rappresenta la mia inquietudine. In cui riesco a trovare un equilibrio, come se tutte le cose si mettessero a posto laggiù. Devo ammettere che, prima di leggerlo, immaginavo il tuo viaggio sull’Appia completamente a piedi, per quanto la tua fiesta, o lamiera che dir si voglia, si sia rivelata una compagna fedele e imprevedibile. Se il tempo e il lavoro l’avessero concesso, avresti tradito la tua lamiera scegliendo i piedi? Che tipo di viandante sei? Sì, l’avrei fatta a piedi. E la farò a piedi un giorno. Il nemico principale dell’uomo credo sia […]

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Giuseppe Cossentino, tra “Passioni Senza fine” e “Neapolis in Fabula”

Passione e talento. Dedizione e umiltà. Questo è Giuseppe Cossentino, autore e sceneggiatore napoletano, che si sta facendo lentamente strada nel mondo dello spettacolo. Nonostante la giovanissima età, Giuseppe può già contare su un palmares di tutto rispetto con collaborazioni eccellenti e un carico di idee innovative che lo condurranno sicuramente ad una brillante carriera..  La domanda più difficile: chi è Giuseppe Cossentino? È un modesto e semplice lavoratore dello spettacolo che cerca di  fare il suo mestiere di  autore e sceneggiatore, con correttezza, professionalità e tanti sacrifici.  Tessendo trame, come un artigiano delle parole che possano sempre di più  emozionare un pubblico sempre più vasto. Il mio lavoro non si ferma al web  alla radio o al cinema, ma ultimamente sto collaborando anche a progetti televisivi, teatrali e ad importanti pubblicazioni per case editrici. Ancora oggi studio alla Scuola Internazionale di Comics,  l’Accademia delle Arti figurative e digitali alla quale sono iscritto ed ho concluso il primo anno di corso di sceneggiatura per Media Entertainment con sceneggiatori dal calibro come Alessandro Bilotta, lo sceneggiatore del celeberrimo fumetto Dylan Dog,  Davide Aicardi, che ha firmato la sitcom  Camera Cafè e  Dario Carraturo, story editor della storica soap opera di Raitre Un posto al sole. Li studio anche giornalismo con Giuseppe Porcelli. Alla mia formazione si aggiunge anche un Workshop intensivo di sceneggiatura cinematografica con Heidrun Schleef, sceneggiatrice di punta nel panorama del cinema d’autore italiano che vanta una serie di copioni di successo e collaborazioni con alcuni dei migliori registi italiani: Gabriele Muccino, Nanni Moretti, Michele Soavi, Michele Placido per citarne alcuni. Come è nata la tua passione per la scrittura? Quanto i tuoi studi universitari hanno influito sul tuo percorso artistico? La passione per la scrittura è nata per caso quando mio fratello  Sante, di notte mi raccontava storie e l’ho coltivata nell’età dell’adolescenza nella quale ho sempre scritto su quaderni per poi passare al  computer. Mi incuriosiva e mi affascinava il fatto di creare o inventare storie soprattutto attraverso la  lunga serialità. Credo che è li che ti metti proprio in gioco costruendo col tempo la psicologia dei personaggi. È divertente… Faticoso… Ma lo sceneggiatore è il lavoro più bello del mondo.  E non lo cambierei con niente. Per quanto riguarda gli studi,  sono laureato in legge. Certo,  lo so,  non c’entra nulla la facoltà di Giurisprudenza in ambito artistico anche se mi ha dato un’ottima preparazione per un linguaggio più ricercato anche nella preparazione dei dialoghi di un copione. Mi ha dato l’opportunità di acquisire un linguaggio fluido e di arrivare a tutti. Parlaci di Neapolis in Fabula. “Neapolis in Fabula” è un grande programma radiofonico sulla città di Napoli,  del quale  con grande orgoglio sono l’autore del programma. In onda ogni sabato  dalle 17 alle 18 in replica la domenica dalle 10 alle 11 su Radio Amore i Migliori anni. I testi del programma che firmo prendono vita attraverso due conduttori di grande talento e professionalità come Francesco Palmieri e Stefania De Francesco. All’interno della trasmissione, […]

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