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John Hemingway, Una strana tribù. Il memoir dell’erede di un mito (Recensione)

Per celebrare i 120 anni dalla nascita di Ernest Hemingway, Marlin editore ha appena pubblicato in Italia Una strana tribù, romanzo biografico e autobiografico, scritto dal nipote John. In queste memorie di famiglia, si delineano interessanti parallelismi tra padre-figlio e nipote, un memoir intimo che va oltre ciò che si potrebbe immaginare su un grande mito della letteratura mondiale.

Virile, atletico, un uomo intelligente che visse pienamente, ma anche una persona fragile, sentimentale, amorevole, a volte aggressiva e intimamente attratta da qualcosa che i lettori difficilmente potrebbero intuire dalla energia esteriore dei suoi romanzi. Ernest Hemingway fu un grande scrittore nordamericano, amato per la forza mascolina dei suoi personaggi e per le immagini stoiche che riesce ancora a trasmettere attraverso i suoi scritti. Ma era anche un uomo in carne e ossa, mosso da un’interiorità sensibile, protagonista di una vita privata turbolenta, in lotta con se stesso e i suoi lati più femminili e disturbati, contro cui probabilmente fu sconfitto, a causa della depressione e del conseguente suicidio.

Leggendo Una strana tribù di John Hemingway, nipote di Ernest, si comprende come sia piuttosto semplice capire che un uomo che è stato costretto a portare il peso di una leggenda fosse in realtà continuamente in conflitto tra ciò che era davvero e ciò che appariva agli sconosciuti che lo ammiravano. E ancora più comprensibile come tutto questo abbia influenzato il rapporto con le persone amate, a partire dai figli e dalle diverse mogli che ebbe. Tra matrimoni poco duraturi e anch’essi dominati dalla duplice personalità dello scrittore, c’è quello con Pauline, la madre di Gregory, padre di John.

La depressione, il denaro, il travestitismo, i rapporti contrastanti: John Hemingway racconta il ritratto di una famiglia

Nel memoir ci sono molte considerazioni personali dell’autore nonostante la chiara volontà di voler lasciare al lettore qualcosa di diverso sulla famiglia Hemingway; emergono infatti molte verità che John ha scoperto nel corso del tempo, soprattutto quando è venuto a conoscenza di alcune lettere che suo padre Greg e il nonno Ernest erano soliti scambiarsi durante lunghi periodi di lontananza; lettere violente ma costanti, superficiali ma intime, che hanno dato la possibilità all’autore di redimere la figura del padre, al quale dedica questo libro.

Una strana tribù delinea un parallelismo tra Ernest e suo figlio Greg e quest’ultimo con John, un’eredità nei legami che probabilmente giungeva sin da Clarence Edmond Hemingway, padre di Ernest. Ciò che maggiormente si percepisce dai racconti di John Hemingway sono proprio queste uguaglianze, “strane” appunto, ma profondamente sincere e confortanti in un certo senso per l’autore, che grazie alla scelta di dipanare i rapporti più intimi di una famiglia così complessa con un cognome altrettanto pesante, impara a perdonare il padre, per le sue mancanze e i suoi errori da genitore, e a dare ai posteri una diversa visione del figlio scapestrato e folle del grande scrittore americano.

Così, compiendo un confronto tra le cronache ufficiali e i suoi più vecchi ricordi, John racconta episodi che richiamano alla mente i suoi anni trascorsi da bambino da una casa all’altra, a causa non solo dell’assenza del padre che, anch’egli, passava da donna a donna, ma anche della mamma Pauline, colpita da schizofrenia e depressione. Ad esempio l’autore racconta della permanenza nella casa di suo zio Leicester, o dell’anno in cui si trasferì nel Montana dal padre insieme alla sua fidanzata Ornella, uno di quei pochi periodi in cui Greg non soffriva di disturbi mentali, tentando ancora una volta di fare la pace tra la sua professione di medico e la tendenza al travestitismo.

Infatti, uno dei collegamenti più importanti tra Ernest a Greg che John in Una strana tribù rivela è la ricerca, per tutta la vita, di una parte femminile o comunque androgina: l’uno nei suoi più autobiografici personaggi, l’altro nella sua vita reale, tanto da portarlo, sessantenne, a cambiare sesso, un atto che però non compromise mai la sua eterosessualità: «alla fine ero riuscito a stabilire una connessione tra Greg e Ernest sul modo in cui erano stati educati. […] Tanto Grace quanto Pauline avevano impedito che i loro figli riconoscessero completamente la loro virilità […]. Se la madre di Ernest lo “aveva indubbiamente soffocato”, a Pauline era mancato quello che mio padre aveva definito “istinto materno”».

John Hemingway così continua un racconto privato, trascrivendo parti del carteggio originario tra il nonno e il padre, che occupa la maggior parte del memoir, sorprendendosi della loro somiglianza o del modo di Greg di relazionarsi con lui; ad esempio il rapporto degli Hemingway con il denaro, portavoce anch’esso di una eredità da amministrare, scopo di lucro oggi tra i componenti della famiglia. Oppure i numerosi viaggi in giro per il mondo (ricordiamo l’amore di Ernest per l’Africa, dove visse anche Greg e dove voleva che andasse John), la passione per il mare e la pesca, o i continui trasferimenti (sappiamo che Ernest visse molto tempo a Cuba, l’unico luogo che John richiama spesso alla memoria per ricordare il nonno, di cui sapeva poco e niente).

Privazioni, mancanze, un amore genitoriale assente, legano quindi tre generazioni di uomini, un ciclo che John afferma di voler interrompere: Una strana tribù è un libro che affronta le diversità in una famiglia non convenzionale, al di là del nome, che scava alla ricerca di tanti perché. Nonostante decenni di lontananza dal padre, la stessa che c’è stata tra Ernest e Greg, John Hemingway restituisce un delicato profilo di un uomo che è stato sì l’erede di un grande scrittore, ma anche un essere umano pieno di contraddizioni, condannato da tanti ostacoli che ha affrontato nel corso della sua vita e da una mente disturbata, ma soprattutto da quello originale e senza colpa: essere nato sotto il nome di Hemingway.

Ilaria Casertano

Fonte immagine: Ufficio Stampa Marlin editore

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