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Eroica Fenice

Le creature di Massimiliano Virgilio: bambini invisibili

Le creature di Massimiliano Virgilio: bambini invisibili

Creatura è un termine che in italiano significa “tutto ciò che è stato creato, vicino al creatore”. In napoletano, invece, questo termine  indica nello specifico i bambini, per antonomasia gli esseri più puri e incontaminati. Una carta bianca sulla quale gli adulti, nonché la società che li circonda, segna con inchiostro indelebile le tracce che comporranno la loro storia. Cosa avviene però se quei segni diventano marchi per quei bambini abbandonati a se stessi, che hanno sì un tetto sulla testa, e qualche volta qualcosa nello stomaco, ma nessuno che li abbracci, che se ne prenda cura?

Massimiliano Virigilio lo racconta  nel suo nuovo romanzo Le creature edito per Rizzoli. Storie di periferia, come vengono definite durante la presentazione dell’11 febbraio presso la Feltrinelli di Pomigliano d’Arco, ma una periferia dell’anima cucita addosso a questi bambini e senza precisi riferimenti geografici . L’intento dell’autore e giornalista napoletano infatti è proprio quello di scrivere un racconto universale perché universalmente valido; non solo perché ambientato in un posto che potrebbe essere tranquillamente un altro, nel quale varrebbero le stesse regole, ma soprattutto perché parla indistintamente di ogni bambino, mostrando come, proprio attraverso le reciproche differenze, di colore e di “regolarità”, essi vivono comunemente la condizione di sradicamento e d’imperfezione che alla fine è propria di ogni individuo.

Le creature, la storia

La pensione si trova nei pressi dell’aeroporto di Capodichino e il rumore dei motori di chi viene e va si sente forte da lì. Qui i figli degli irregolari, mai clandestini per Virgilio, (tutti siamo clandestini per qualcun altro), vengono lasciati da genitori che non possono crescerli. Fiori senza radici, ma che si ostinano ad aggrapparsi alla vita con tutte le proprie forze. Han è un bambino cinese. La mamma lo porta alla pensione, paga, e la Leonessa dice che i soldi basteranno fino a Ferragosto. Tornerà, dice. Han spegne il cuore, aspettando un messaggio che non arriverà.

La Leonessa la chiamano così perché è vistosa e violenta, come tutte le creature che nascondono un dolore non risolto. E chi non si lascia attraversare dal dolore diventa spaventoso, ripete Virgilio. La sua cicatrice mai rimarginata è il gemello che ha perso quando era solo un bambino. Quello che sopravvive va in carcere. L’autore ci svela che la storia della leonessa si ispira a una donna che ha incontrato molti anni prima; aveva perso un bambino, il dolore forse più grande, e da allora non riusciva a rivolgere la parola a nessun altro bambino. Allo stesso modo la Leonessa aveva aperto la pensione, senza però mai occuparsi realmente dei bambini che accoglieva. Non cucinava mai.

Così questi figli di nessuno, i fantasmini, (nome che riecheggia i calzini estivi, fastidiosi e invisibili) si aggirano per le strade della città come cani randagi in cerca di cibo, frequentando i posti più squallidi, vivendo come possono, come nessuno gli ha insegnato a fare. E per quanto la violenza e la crudezza non viene risparmiata mai, il libro di Massimiliano Virigilio non accusa ma denuncia e, attraverso la parola, avvicina sofferenze non per giudicare o condannare, bensì per mettere a nudo l’individuo e mostrarne l’umanità, anche là dove sembra irrimediabilmente perduta.

La violenza è però per alcuni il rito necessario alla purificazione, talvolta è redenzione. Nessuno è giudicato e l’intento non è quello di guarire la sofferenza, bensì quello di prendersi cura delle reciproche imperfezioni, che è un po’ lo scopo dei racconti; non leggiamo forse proprio per trovare la nostra dimensione nella sofferenza dell’altro? E forse è proprio nella sofferenza condivisa che cade ogni distinzione imposta dall’esterno, da un mondo che ci vuole tutti circoscritti in confini ben definiti. E ci riscopriamo tutti, ugualmente, creature.

 

Fonte immagine: https://www.youtube.com/watch?v=71CkBL81AiE

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